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martedì 9 dicembre 2014

MARXISMO E RELIGIONE - I limiti della riforma protestante (Marxism and Religion - The limits of the Protestant Reformation) - Karl Marx

Martin Lutero

Anche questo passo fa parte dello stesso scritto di Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione.



L'arme della critica non può certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale dev'essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse. La teoria è capace di impadronirsi delle masse non appena dimostra ad hominen (per l'uomo), ed essa dimostra ad horninem, non appena diviene radicale. 
Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l'uomo, è l'uomo stesso. La prova evidente del radicalismo della teoria tedesca, dunque della sua energia pratica, è il suo partire dalla decisa eliminazione positiva della religione. La critica della religione finisce con la dottrina per cui I'uomo è per l'uomo l'essere supremodunque con I'imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l'uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole, rapporti che non si possono meglio raffigurare che con l'esclamazione di un francese di fronte ad una progettata tassa sui cani: 
"Poveri cani! Vi si vuole trattate come uomini!".

Anche storicamente, l'emancipazione teorica ha una importanza specificamente pratica per la Germania. Il passato rivoluzionario della Germania è infatti teorico, è la Riforma.
Come allora fu il monaco, così oggi è il filosofo colui nel cui cervello ha inizio la rivoluzione.
Martin Lutero, in verità vinse la servitù per devozione mettendo al suo posto la servitù per convinzione. Egli ha spezzato la fede nell'autorità, restaurando I'autorità della fede. Egli ha trasformato i preti in laici, trasformando i laici in preti. Egli ha liberato I'uomo dalla religiosità esteriore, facendo della religiosità l'interiorità dell'uomo. Egli ha emancipato il corpo dalle catene, ponendo in catene il cuore.

Ma se il protestantesimo non fu la vera soluzione, fu tuttavia la vera impostazione del problema. Adesso bisognava non più che il laico lottasse contro il prete al di fuori di lui, ma contro il suo proprio prete interiore, contro la sua natura pretesca
E se la trasformazione protestante dei laici tedeschi in preti emancipò i papi laici, cioè i principi insieme con il loro clero, i privilegiati e i filistei, la trasformazione filosofica dei preteschi tedeschi in uomini emanciperà il popolo
Ma come l'emancipazione non si fermò ai principi, così la secolarizzazione dei beni non si fermerà alla spoliazione delle Chiese, che prima di tutti l'ipocrita Prussia pose in opera. Allora, la guerra dei contadini, il fatto più radicale della storia tedesca, fece naufragio contro la teologia. 
Oggi che la stessa teologia ha fatto naufragio, il fatto più illiberale della storia tedesca, il nostro status quo (lo stato di cose esistente), si infrangerà contro la filosofia. 
Il giorno prima della Riforma, la Germania ufficiale era il più incondizionato servo di Roma. Il giorno prima della sua rivoluzione, essa è il servo incondizionato di qualcosa di meno di Roma: della Prussia e dell'Austria, dei nobilucci di campagna e dei filistei.




mercoledì 9 ottobre 2013

ERASMO DA ROTTERDAM - Elogio della pazzia (Erasmus - The Praise of Folly)

Erasmo da Rotterdam (1523) - Hans Holbein

ERASMO - Elogio della saggezza

Vissuto in un periodo tumultuoso, il grande umanista fece sua e tramandò alle generazioni successive la lezione degli antichi, una lezione che nella nostra epoca travagliata faremmo bene a riscoprire e meditare.

Fra gli artefici della nostra civiltà, pochi possono vantare tanti meriti quanti Erasmo da Rotterdam. Il famoso umanista, che 500 anni fa era riconosciuto arbitro della fede e della morale d'Europa, ha ancora molto da dire al nostro secolo confuso. La sua appassionata difesa della libertà dell'uomo, il suo spirito di tolleranza, la sua profonda avversione al pregiudizio e soprattutto l'intento perseguito durante tutta la vita di ricondurre i cristiani alle pure fonti della loro fede: tutto questo fa di Desiderius Erasmus Roterodamus una figura al di sopra del tempo.

Il suo contributo nel campo del sapere è immenso. I suoi scritti - che vanno dall'appassionata condanna della guerra d'aggressione all'erudito commento delle opere dei Padri della Chiesa - sono raccolti in sette poderosi tomi fitti di caratteri di stampa. 
Studioso dei classici, riscopri la saggezza degli antichi tramandandola - spesso in forma condensata e divulgativa - alle generazioni future contribuendo cosi a inculcare nella mentalità occidentale un profondo rispetto per le glorie immortali del passato, un senso di continuità che ancor oggi pervade tutta la nostra cultura.

Ma questo grande maestro dell'umanità aveva anche una vena leggera. La sua opera più famosa e più letta resta ancor oggi L'elogio della pazzia, che egli scrisse nel 1509 per suo personale divertimento e che riscosse un immediato successo. Anche in questo affascinante libretto il grande umanista ci dà una lezione di saggezza, satireggiando con stile elegante la boriosa ignoranza e la superba stupidità dei potenti di questo mondo.

Erasmo nacque a Rotterdam, forse nel 1469, dalla relazione di un prete erudito con la figlia di un medico di campagna. Giovanetto, entrò nel convento degli agostiniani di Steyn, ma il suo spirito irrequieto lo spingeva verso orizzonti più vasti. Il fatto di essere olandese gli avrebbe precluso la fama internazionale se non avesse avuto una perfetta conoscenza del latino, che a quel tempo in Europa era la lingua comune a tutte le persone colte. 
Superando i confini della terra natale, Erasmo si considerava cittadino del mondo.

Ottenuto il permesso di lasciare il convento, si recò all'Università di Parigi, uno dei più fervidi centri culturali. Erano tempi di profondi mutamenti: l'arte della stampa, appena inventata da Gutenberg, aveva dato un fortissimo impulso alla cultura e l'umanesimo, con il ritorno agli studi classici, aveva appena cominciato a dilagare nelle università dell'Europa settentrionale. 
A Parigi, il giovane dai capelli color del lino ascoltava affascinato i più famosi maestri del tempo e si manteneva dando lezioni private. Presto pubblicò dei saggi che gli guadagnarono un posto nel mondo della cultura.

Magro e di costituzione delicata, Erasmo era perseguitato da infreddature e altri malanni. Tutte le sue energie sembravano concentrarsi nelle facoltà intellettuali. I ritratti che di lui dipinsero Dùrer e Holbein lo raffigurano come uno studioso dal fisico evanescente, con la magrezza del volto accentuata dal naso lungo, dritto e appuntito e gli occhi celesti nascosti da pesanti palpebre. In genere lo si vede rappresentato avvolto in una lunga veste ricadente in morbide pieghe. Dalla sua immagine, comunque, emana sempre un fascino sottile che fa di questo pallido intellettuale un essere di una simpatia unica.

Aveva appena toccato i 30 anni quando un suo allievo inglese lo convinse a recarsi in Inghilterra; l'ambiente liberale dell'epoca Tudor affascinò il giovane di Rotterdam.
Con iI suo brillante talento, la raffinatezza della sua erudizione, il suo anticonformismo intellettuale, Erasmo a sua volta conquistò tutti quelli che lo conobbero. Insegnò per due anni all'Università di Cambridge e nella cerchia dei suoi intimi furono I'umanista e uomo politico Tommaso Moro e l'arcivescovo di Canterbury William Warham.

L'alto livello culturale che Erasmo trovò in Inghilterra lo indusse ad allargare il suo sapere e a studiare il greco antico, a quel tempo conosciuto solo da un ristrettissimo numero di eruditi. Intraprese quindi una specie di caccia al tesoro alla quale doveva dedicare la maggior parte della sua vita. Perlustrava le soffitte di monasteri semidiroccati riportando alla luce manoscritti che nessuno aveva più toccato da secoli e si immergeva nella lettura di muffose pergamene il cui testo, in greco o in latino, non era mai stato pubblicato. Raccoglieva le massime degli autori antichi e le rimpolpava con lunghi commenti e digressioni - sulla vita quotidiana, il cibo, gli strumenti di lavoro, la religione - che riportavano il lettore ai tempi antichi di Roma e della Grecia. 
suoi Adagi - cioè proverbi - una specie di enciclopedia del pensiero umanistico, divennero una delle opere più citate in tutto il mondo. Alcune delle massime in essa contenute - come per esempio "a caval donato non si guarda in bocca"... o ..."dire pane al pane e vino al vino" - sono entrate a far parte del linguaggio quotidiano di tutti noi.

Erasmo, che poteva contare soltanto su una modesta pensione procuratagli dall'arcivescovo di Canterbury, dedicava la maggior parte delle sue opere ai capi di Stato, i quali lo contraccambiavano con delle somme di denaro. Ma sebbene la vita gli offrisse la scelta fra il lusso e la povertà, il grande pensatore si rifiutò sempre con ostinazione di barattare la libertà con la sicurezza.

Il suo spirito pungente era temuto da tutti. I suoi feroci strali si appuntavano contro gli studiosi che osassero dissentire da lui.  Per punire un nemico spesso lo travestiva da personaggio comico, ma in modo che tutti potessero riconoscerlo, e Io inseriva in uno dei suoi sempre più numerosi Colloqui famigliari, una raccolta di dialoghi satirici sui costumi del tempo. 
Con gli amici, invece, era molto cordiale e si divertiva a raccontare aneddoti.
Amava il buon vino di Borgogna e i buoni cibi, ma detestava il pesce, che invece i cattolici erano tenuti a mangiare nei giorni di precetto. 
Aveva già passato da un pezzo i 40 anni quando ottenne la dispensa papale dal vestire la tonaca, anche se di fatto continuò a essere un prete.

Tuttavia Erasmo era soprattutto e prima di tutto un cristiano. 
In alcuni grandi pensatori del passato, come per esempio in Cicerone e in Platone, scoprì molti punti che precorrevano I'etica cristiana. E riteneva che la fusione delle due principali correnti della cultura occidentale - il pensiero dei classici e lo spirito del Vangelo - fosse uno dei compiti essenziali dello studioso cristiano. 

"Ho lasciato spesso bruciare l'olio della mia lampada fino a mezzanotte"... scrisse... "per studiare le opere degli autori greci e latini. Non per il vano amore della fama o per un infantile piacere dell'intelletto, ma per adornare il tempio di Dio con lo splendore di quei tesori".

Sia come cristiano sia come uomo di cultura, Erasmo era persuaso che molte pratiche della Chiesa si allontanassero dalla fede semplice e genuina degli apostoli. Era necessaria una riforma e, con la sua mentalità di umanista, riteneva che dovesse cominciare con una revisione degli stessi testi sacri. 
L'unica versione della Bibbia allora esistente, la Vulgata in latino, era piena di errori e di punti oscuri. Erasmo, sobbarcandosi I'immane compito di fornire ai teologi il testo greco originale, diede cosi alle stampe la prima edizione del Nuovo Testamento in greco. Per la prima volta era possibile leggere il Vangelo come l'avevano scritto gli evangelisti!

Uno dei suoi lettori piri attenti fu il contemporaneo Martin Lutero, che cinque anni dopo tradusse il Nuovo Testamento in tedesco basandosi in gran parte sul testo di Erasmo. 
La Riforma era già in atto e Lutero aveva sempre guardato con ammirazione allo studioso di Rotterdam. E più pensava a lui più sperava di conquistarlo al campo ribelle.

I due uomini non si incontrarono mai. Il magro e sensibile Erasmo e il turbolento Lutero avevano due caratteri diametralmente opposti. Tuttavia, nonostante il suo atteggiamento distaccato, la posizione di Erasmo nei riguardi degli errori della Chiesa non era meno critica di quella del Riformatore. 

"Io insegno in fondo le stesse cose che insegna Lutero".... ammise una volta Erasmo... "ma senza la sua violenza".

 Quando Lutero gli mandò una lettera per sollecitarlo a sostenere il suo "piccolo fratello in Cristo", Erasmo preferì non impegnarsi. La riforma, secondo lui, doveva avvenire all'interno della Chiesa. 

"Resto neutrale"... rispose a Lutero... "per concentrarmi sulla nuova fioritura del sapere".

L'intellettuale numero uno dell'Europa settentrionale, tuttavia, non poteva continuare per sempre a far da spettatore. All'Università cattolica di Lovanio, in Belgio, dove Erasmo fissò la sua sede per parecchi anni, molti lo definirono un eretico. Re Enrico VIII d'Inghilterra e papa Adriano VI, suo connazionale e vecchio amico, lo sollecitarono a difendere il suo buon nome e a contestare apertamente Lutero. 
Dopo un lungo esame interiore Erasmo gettò sulla bilancia il suo prestigio e con il famoso trattato De libero arbitrio attaccò la Riforma sul solo terreno che sentiva proprio, quello della ragione. 
Attaccando la fondamentale dottrina luterana della salvezza mediante la fede, sostenne che, escludendo la nostra libertà di scelta fra il bene e il male, la punizione e la grazia di Dio non avrebbero più senso. 
Lutero gli rispose pubblicamente con il violento De servo arbitrio, mentre in privato non nascose quanto gli dispiacesse vedere che Erasmo militava nel campo papista. Ciononostante molti illustri cattolici continuarono a considerare Erasmo un luterano non confesso: alcuni dei suoi libri furono messi al bando e si mormorò che "Erasmo covava l'uovo deposto da Lutero".

Intanto l'umanista si era trasferito a Basilea, la cittadella della cultura classica, per collaborare con un suo caro amico, l'editore Johann Froben. Nella città svizzera trascorse otto anni sereni attendendo a quello che più gli piaceva: curare l'edizione di testi antichi e lavorare nell'operosa tipografia. 
Era ormai un personaggio di grandissimo rilievo, e riceveva lettere e visite da parte di principi, uomini di chiesa, diplomatici e studiosi. Ma la grande bufera che stava spazzando l'Europa raggiunse anche lui. 
Basilea aderì completamente al protestantesimo ed Erasmo ritenne opportuno allontanarsi. 
A Friburgo, nella Foresta Nera, che faceva parte dei domini dell'imperatore di Germania, si sentì abbastanza sicuro da acquistare l'unica casa che abbia mai posseduto e continuò a pubblicare e a scrivere le sue opere attorniato da un piccolo gruppo di validi collaboratori. 
Alla fine, indebolito da una vecchiaia prematura, tornò a Basilea, dove il figlio di Froben gli aveva offerto uno studio in casa sua.

Fino all'ultimo, con volontà e tenacia, difese la propria libertà di pensiero. 
Nel grande conflitto che aveva scisso la Chiesa, gli uomini dei due campi avversi avevano guardato a lui come all'unico personaggio rimasto al di sopra della mischia. 

Mori, nel luglio del 1536, in pace con il suo dio e senza un prete al capezzale, fedele a sé stesso fino all'ultimo respiro.



lunedì 24 giugno 2013

IL PENSIERO FILOSOFICO E SCIENTIFICO NEL CINQUECENTO (The philosophical and scientific thought of the Sixteenth Century)

Martin Lutero

Riforma e Controriforma

Il Rinascimento è stato prosecuzione dell'Umanesimo e sua antitesi. Ne raccolse l'educazione letteraria, lo spirito laico, ma se ne distaccò nettamente nel campo del pensiero scientifico.

Mentre l'Umanesimo fu sostanzialmente antiscientifico, col Rinascimento inizia un'età nuova per la scienza. Non sarà un processo facile né privo di contraddizioni: alla spinta che viene da una società europea mercantile e capitalistica in espansione, che necessita in ogni campo, di strumenti nuovi, di una tecnica aggiornata e - soprattutto - di principi ideologici che ne riflettano la natura, si opporranno le vecchie incrostazioni culturali, lo spirito conservatore che ha nella Chiesa il suo più potente baluardo.

Con la chiesa il nuovo pensiero filosofico e scientifico dovrà fare i conti. Nel 1517 prende le mosse un movimento generale di protesta contro il potere ecclesiastico. Ne è capo Martin Lutero che con l'affissione nel Duomo di Wittemberg delle famose "95 tesi" denuncia la corruzione della Chiesa e lancia il suo appello per la Riforma.

Il movimento per la Riforma dilaga in tutta Europa: è una rivoluzione religiosa ma che ha al fondo forti motivazioni politiche e sociali. E' il rifiuto da parte degli Stati nazionali europei di riconoscere i diritti che su di essi accampa la Chiesa; è la rivendicazione individualistica - secondo lo spirito del Rinascimento - del libero esamedel ruolo della ragione anche nei rapporti con la fede.

La Chiesa affronterà la tempesta e vi reagirà vigorosamente, attorno alla metà del XVI secolo, con la Controriforma, consolidando la propria unità. L'Inquisizione funzionerà contro i reprobi, molti dei quali andranno al rogo o saranno perseguitati, come Giordano Bruno e Galilei. Ma la Riforma, pur se sconfitta, resta un segno dei tempi, della loro evoluzione: la Chiesa sarà costretta ad adeguarvisi.


La rivoluzione copernicana

 Nicolò Copernico
   
Un momento di grande importanza nella storia della scienza e del pensiero filosofico è costituito dall'opera di Nicolò Copernico.
Nato a Torun in Polonia net 1473, Copernico (italianizzazione del cognome Koppernigk) aveva studiato in diverse città italiane ed in particolare a Bologna, dove s'era dedicato all'astronomia. In questa disciplina egli impegnò l'intera sua esistenza di studioso.
Copernico ricercava una immagine più precisa, razionale e descrivibile dei cieli. Nel suo celeberrimo libro  De rivolutionibus orbium coelestium (Sulla rivoluzione dei mondi celesti),
pubblicato l'anno stesso della sua morte (1543) egli propose per primo la teoria eliocentrica che rappresentava l'Universo come un sistema di sfere - tra cui la Terra - ruotanti attorno al Sole. Era il capovolgimento della concezione tradizionale tolemaica (dal nome di Claudio Tolomeo - 138-180 d.C. -  matematico e geografo greco, autore dell'Almogestotrattato di astronomia in cui si espone il sistema detto appunto tolemaico) o geocentrica (che poneva, cioè, la Terra al centro dell'Universo) sostenuta dalla Chiesa. 
L'idea copernicana che, considerando quasi infinita la distanza delle stelle, prospettava un Universo infinitamente grande e la Terra come parte infinitesima di esso, cominciò a scuotere, sul terreno scientifico ma più ancora su quello filosofico, le vecchie convinzioni. Una autentica rivoluzione del pensiero: ad essa aderirono e si ispirarono vigorose personalità di pensatori del Rinascimento.



Giordano Bruno (1548-1600) da Nola, fu il più grande filosofo italiano del Rinascimento. Nella sua dottrina è presente la concezione.copernicana. Egli sostenne che l'Universo è infinito, nello spazio e nel tempo: di quest'Universo Dio è l'anima infinita, presente in ogni suo aspetto. Nell'insieme di questi aspetti l'uomo può avere percezione di Dio, ma non attraverso la contemplazione bensì con l'eroico furore, con un impegno totale, cioè di libera azione di conquista.

Tacciato di eresia, Bruno, frate domenicano, subì un primo processo nel 1576 e abbandonò il saio. Denunziato di nuovo al Tribunale di Venezia della Inquisizione, rifiutò di ritrattare le sue idee e morì, arso sul rogo, a Roma nel 1600.

Giordano Bruno fu autore di vari trattati e dialoghi (De la causa principio et uno..., Spaccio della bestia trionfante..., Gli eroici furori) di natura filosofica; ma egli, a buon diritto, appartiene anche alla storia delle lettere per la sua prosa realistica e violenta e per una bellissima commedia, Il Candelaio, in cui riprendendo personaggi tipici del teatro cinquecentesco, costruisce una graffiante, grottesca caricatura delle idee e dei costumi contro i quali indirizza il suo pensiero.



La vita di Tommaso campanella, nato in Calabria nel 1568 e morto nel 1639 a Parigi, ebbe per qualche aspetto delle analogie con quella di Bruno, anche se meno tragica ne fu la conclusione.
Domenicano anch'egli, ispirò la sua concezione filosofiche alle idee "naturaliste" di Bernardino Telesio (1509-1588 - sostenne che la spiegazione dei fenomeni della natura è nei due principi agenti, il caldo e il freddo), del tutto invise all'ordine religioso cui apparteneva. 
Nel 1599 fu condannato per eresia e per aver partecipato ad una congiura contro il governo spagnolo e scontò 30 anni di carcere. In reclusione scrisse la maggior parte delle sue opere e poesie. La sua visione politica è contenuta nell'opera La città del sole, del 1602, in cui disegna una immaginaria società dove potere politico e religioso sono nelle mani di un solo capo, dove non esistono famiglia, proprietà privata e uso della moneta; dove i beni sono comuni e comune è il lavoro, l'istruzione, la regolamentazione dei matrimoni.



Galileo Galilei dette al pensiero scientifico una svolta profondamente rinnovatrice. Egli fu convinto assertore del metodo sperimentale; in senso moderno ne fu addirittura I'iniziatore. Sostenne, cioè, che alla conoscenza della natura non si perviene in forza di ipotesi filosofiche o di credenze derivate dalla tradizione e dal pensiero teologico, ma con la osservazione diretta dei fenomeni che in natura avvengono. In altre parole, Galilei si preoccupa non di ricercare i "perché" filosofici dell'Universo, del mondo naturale, ma di spiegare come questo Universo si presenta.

Nato nel 1564 a Pisa, Galilei iniziò gli studi dedicandosi alla medicina. Ben presto, però, la sua passione per la fisica e la matematica impressero alla sua vita un indirizzo del tutto diverso. Attento osservatore (a soli vent'anni aveva formulato le leggi dell'isocronismo del pendolo), divenne insegnante di matematica nello Studio pisano. Qui condusse varie ricerche sul moto dei gravi. 
Nel 1592 si trasferì a Padova dove scrisse, tra l'altro, un Trattato sul moto accelerato
Nel 1600 costruisce un cannocchiale e con esso compie una serie di osservazioni astronomiche che Io portano alla scoperta di quattro satelliti di Giove (che egli chiama Stelle medicee in onore del granduca Cosimo II de' Medici), delle stelle della Via Lattea, della natura del suolo lunare.

Nei suoi studi astronomici egli convalida e prova la fondamentale verità della ipotesi eliocentrica e delle .affermazioni di Keplero (Johannes Kepler - Keplero 1571-1630): astronomo tedesco, perfezionò la teoria copernicana enunciando Ie leggi sul moto dei pianeti), circa il movimento della Terra attorno al Sole. I risultati delle sue osservazioni vengono pubblicati in un libro scritto in latino: il Sidereus Nuncius, del 1610. In questo stesso anno, trasferitosi in Toscana su invito di Cosimo II, è fatto oggetto di un'opera continua di calunnia. E' accusato di essersi posto, con le sue idee, contro la religione. 
Nel 1616 viene ammonito a non interessarsi oltre di problemi astronomici. Ma Galileo non desiste: con il Saggiatore, opera polemica con la quale irride alla ottusità dei suoi avversari, e, soprattutto con il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, egli riprende in pieno la difesa delle teorie copernicane.

Nel Dialogo, immagina un confronto tra un copernicano, un sostenitore delle teorie tolemaiche ed un terzo personaggio, che discute le affermazioni del primo. Quest'opera rappresenta il colmo per le gerarchie ecclesiastiche che rinnovano l'accusa a Galileo di aver sostenuto una dottrina in contrasto con i principi della Chiesa e di aver adombrato, nel personaggio del tolemaico - il goffo Simplicio - la stessa figura del pontefice. Benché malato, egli, è costretto a comparire dinanzi al Santo Uffizio di Roma (1633), dove inizia il processo che durerà quattro mesi e che vedrà Galilei difendere strenuamente e con grandissima abilità e cultura, le proprie idee. Alla fine è condannato all'abiura ed al carcere a vita.
Probabilmente l'entità della sua "colpa" avrebbe, in diverse circostanze, comportato la pena di morte. Ma nella comminazione del carcere a vita e nella successiva mitigazione di questa pena in una specie di confino ad Arcetri, vicino Firenze (dove Galilei morì nel 1642) si deve vedere il disagio della Chiesa di fronte ad una persecuzione che sapeva avrebbe sollevato l'indignazione di tutta l'intellettualità d'Europa e che sarebbe comunque rimasta nella storia come un triste esempio dell'intolleranza, della ottusa crudeltà dell'autorità ecclesiastica dei tempi.


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mercoledì 7 ottobre 2009

MARTIN LUTERO - La Riforma luterana nella storia

Il gruppo dei riformatori dipinto da Cranach
Da destara a sinistra:
Melantone, Crucigero, Jonas, Erasmo, Bugenhagen, Lutero, Spalatino, Foster


Le rivendicazioni e le legittime a­spirazioni delle masse popolari ven­nero così duramente stroncate dalla reazione feudale. Naturalmente il popolo era profondamente deluso del comportamento del professore di Wittenberg e si sentiva amaramente tradito; questo soprattutto in quelle regioni che erano state il tea­tro dell'insurrezione e della guer­ra contadina. Lutero veniva aperta­mente bollato come “servo dei prin­cipi”. Invece nelle regioni che era­no rimaste tranquille, la Riforma continuò a progredire per molto tempo ancora e ciò soprattutto nel­la Germania Nord-occidentale e nei distretti baltici. Ma anche in que­ste regioni fu gradualmente spoglia­ta del suo significato rivoluzionario­borghese e la riforma religiosa finì per diventare, nelle mani dei prin­cipi vittoriosi, un'arma preziosa da impiegare per conseguire il rafforzamento dei loro Stati e renderli ancor più indipendenti dalle autori­tà centrali dell'Impero. In fondo il problema essenziale sul quale con­vergevano e si scontravano gli op­posti interessi, era di natura squisi­tamente economica: si trattava di decidere se gli ingenti beni della Chiesa cattolica in Germania dove­vano essere destinati a dare l'avvio all'accumulazione primitiva del ca­pitale oppure a rafforzare e conso­lidare quegli Stati principeschi di o­rigine feudale la cui esistenza rap­presentava un grave ostacolo all'u­nificazione nazionale e quindi al pro­gresso. Questo problema, fondamen­tale per lo sviluppo successivo del­la storia tedesca, fu purtroppo risol­to in modo negativo sui campi di battaglia della guerra dei contadi­ni.
Naturalmente il movimento che rivendicava una serie di riforme in senso borghese non poteva essere cancellato dalla faccia della terra: non a caso esso era riuscito a scuo­tere tutta la Germania e le sue ra­dici erano molto profonde. Tuttavia una borghesia ancora troppo debole e poco evoluta non era certo in gra­do di impedire che la dottrina di Lutero ed il suo insegnamento ori­ginario che essa aveva entusiastica­mente accolto come la “propria i­deologia”, venisse deformata e messa al servizio degli interessi dei principi tedeschi.
Questa situazione non poteva non ripercuotersi sulla stessa personali­tà di Martin Lutero: il grande cam­pione che aveva sostenuto un'epica lotta contro Roma e che si era vi­gorosamente opposto ad ogni appro­fondimento politico e sociale della sua Riforma con tutti i mezzi di cui disponeva e grazie alla posizione di prestigio raggiunta alla corte elet­torale di Sassonia, si stava ormai trasformando sempre più in un “uo­mo di chiesa”. Ogni tanto egli espri­meva severi giudizi morali nei con­fronti di qualche singolo principe o di qualche signorotto, ma in gene­rale si può dire che egli proseguì perfino la sua polemica con Roma in modo ‘allineato’ e conforme a­gli interessi ed alle necessità del momento dei principati tedeschi. La vittoria dei principi sul grande mo­vimento popolare della Riforma si rispecchiò anche nei successivi inse­gnamenti di Lutero: egli scrisse che esistevano secondo lui ben pochi ve­ri cristiani sufficientemente coscien­ti da poter vivere senza la guida di un'autorità; perchè in realtà gli uomini nella loro stragrande maggioranza sono fondamentalmen­te malvagi ed hanno bisogno della costrizione e della minaccia delle pene stabilite dalle autorità per non uscire dalla retta via e precipitare nel peccato. Così l'insegnamento di Lutero si discostò in modo sempre più accentuato da quella ottimistica fiducia nel “libero esame” e nel­la forza redentrice del Vangelo che era stata alla sua base, per ridur­si ad una predicazione che esortava l'uomo, visto in una luce profonda­mente pessimista, al rispetto della legge ed all'obbedienza. Ed è signi­ficativo il fatto che numerosi stori­ci reazionari fanno risalire a que­sta evidente involuzione di Lutero, quella che secondo loro è “la vera Riforma”.

Caterina von Bora
Nel giugno del 1525, in un perio­do quindi in cui infuriava più spie­tata la reazione seguita all'insurre­zione contadina, Lutero si sposò con una ex monaca, Caterina von Bora. Da quel momento l'influente profes­sore sassone, trasferitosi in un edi­ficio già appartenuto al convento di Wittenberg, iniziò una vita da per­fetto borghese lavorando diligente­mente alla stesura ed alla revisione delle sue opere e prediche senza trascurare mai nessuno dei suoi mol­teplici doveri e incarichi. Caterina gli diede sei figli, ma egli accolse nella sua spaziosa casa anche nu­merosi trovatelli ed alcuni parenti. Inoltre, seguendo un'usanza allora molto in voga, affittò alcune stan­ze a studenti provenienti da altre città, ricavandone così un piccolo u­tile. Qualcuno di questi studenti eb­be l'opportunità, frequentando la ca­sa di Lutero, incontrandolo spesso a tavola o nell'intimità e ascoltan­do dalla sua viva voce osservazioni e commenti, di tracciare degli schiz­zi molto realistici del celebre per­sonaggio. Schizzi che pubblicati, so­prattutto negli anni che vanno dal 1531 al 1546, ebbero già nel XVI secolo grande successo e diffusione.
Martin Lutero non divenne mai ricco; gli editori dei suoi scritti ac­cumularono invece una fortuna. Va anche detto che limitarsi a vedere il Lutero di quel periodo nella lu­ce idilliaca del « buon padre di fa­miglia p (immagine questa che sarà ampiamente sfruttata dalla lettera­tura religiosa conformista nei perio­di successivi), sarebbe un grave er­rore. In lui non albergava soltanto, l'anima del teologo, ma anche quel­la dell'ideologo borghese che vede­va nelle autorità e nei principi i più validi protettori della sua riforma e delle sue idee religiose. E' per questo che a un dato momen­to Lutero sente il bisogno di dare una solida struttura organizzativa alla sua chiesa che egli intende con­trollare mediante frequenti “visite apostoliche”, mediante la supervi­sione sull'elezione dei pastori e me­diante l'istituzione di una precisa e accurata contabilità. Egli promosse anche l'istituzione di Concistori du­rante i quali giuristi e teologi di chiara fama dovevano stabilire le nuove norme della vita ecclesiasti­ca e scolastica o risolvere problemi religiosi ancora controversi sotto la presidenza del pastore dell'Univer­sità di Wittenberg. Tra i compiti di questi Concistori c'era anche la pro­mulgazione di tutte quelle norme morali che fossero giudicate utili per “mantenere gli uomini sulla ret­ta via della legge”.
Queste direttive di Lutero non fu­rono però accettate da tutti; anzi sollevarono notevoli perplessità e molta diffidenza. Il che non mancò di suscitare l'indignazione del Mae­stro il quale dovette accontentarsi di applicarle solo nei territori e nel­le comunità in cui il suo prestigio e la sua autorità erano indiscussi. Sorse così una vera e propria Chie­sa luterana con una sua ortodossia e una sua dogmatica che, quanto a cavillosità, intolleranza e litigiosità non aveva nulla da invidiare alla Scolastica medievale. Anche sul ter­reno politico Lutero si avvicinò sem­pre più sulle posizioni conservatri­ci di quegli strati dell'alta borghe­sia, alleata dei principi, che vede­vano in una ulteriore evoluzione, anche parziale, dei rapporti sociali un nemico da temere e da combat­tere con ogni mezzo.
Nel 1529 il langravio Filippo d’Assia, preoccupato per la scissione che si andava delineando in campo pro­testante indebolendolo gravemente, e temendo una reazione cattolica che avrebbe danneggiato i suoi in­teressi, decise di farsi promotore di un tentativo di conciliazione tra i due indirizzi principali in cui si era divisa la Riforma: quello di Lutero, strettamente legato agli interes­si dei principi tedeschi, e quello Dicembre 1522 dello svizzero Zwingli che esprime­va invece gli interessi di una borghesia radicale e repubblicana. No­to per inciso che questo secon­do indirizzo verrà successivamente ripreso da Calvino e, portato alle sue estreme conseguenze, rappresen­terà la base sociale della sua lotta vittoriosa contro la Controriforma cattolica. Il langravio propose quindi ai rappresentanti delle due tenden­ze di incontrarsi a Marburgo per discutere ed appianare le loro di­vergenze teologiche e politiche e per elaborare una linea d'azione comune. La Conferenza di Marburgo durò quattro giorni. Apparentemen­te essa era dedicata alla discussio­ne del problema della Comunione, sul quale Lutero aveva dei punti di vista estremamente intransigen­ti, ma in realtà l'argomento di fon­do era rappresentato dalle differen­ze tra Riforma borghese e repub­blicana e Riforma legata ai princi­pati e quindi la Conferenza non portò ad alcun risultato pratico. Nel 1536, cinque anni dopo la morte di Zwingli, il teologo Martin Butzer propose un compromesso ai lutera­ni facendo loro delle notevoli con­cessioni. Fu così possibile sottoscri­vere il cosiddetto “Concordato di Wittenberg” che portò ad un avvi­cinamento, del resto transitorio e formale, tra le due opposte conce­zioni.
Nel 1530 l'imperatore Carlo V ap­profittò della convocazione della Die­ta di Augusta per predisporre nuo­ve manovre contro i protestanti. Es­si furono invitati a mettere per i­scritto in modo sintetico i loro principi e le loro convinzioni in modo che una commissione di esperti potesse esaminarli. I luterani depo­sitarono i principi teorici che costi­tuivano il loro credo ufficiale sotto forma di uno scritto dovuto soprat­tutto a Melantone e intitolato “Con­fessione di Augusta”. Lutero che, ufficialmente era sempre al bando dell'Impero, non potè partecipare alle discussioni e nemmeno presen­tarsi alle riunioni. Comunque, per poter seguire più da vicino l'anda­mento dei lavori, egli si trasferì, per tutta la durata della Dieta, nel­la fortezza di Coburgo situata ai confini meridionali dell'Elettorato di Sassonia e intrattenne una fitta corrispondenza con i partecipanti. I cattolici replicarono alla dichiara­zione di fede protestante con una “Confutazione” e invitarono minac­ciosamente i ‘miscredenti’ a sotto­mettersi entro un anno all'autorità della Chiesa. Ma non si giunse ad una lotta aperta neanche questa vol­ta: il pericolo rappresentato dall'a­vanzata dei Turchi e la lega tem­pestivamente stretta a Smalcalda dai principi protestanti indussero gli ol­tranzisti cattolici a più miti consi­gli. Il risultato fu un nuovo compromesso raggiunto nel 1532 e cul­minato nel “gentlemen agreement” di Norimberga.
Il testo della “Confessione di Au­gusta”, quello della sua “Apologia”, il “Grande Catechismo” ed il “Pic­colo Catechismo” e infine la “Di­chiarazione di Smalcalda” rappre­sentano gli strumenti principali dell’organizzazione della Chiesa protestante in funzione della sua allean­za coi principati tedeschi, della sua sudditanza agli interessi particolari dei singoli Stati e della dogmatiz­zazione dell'insegnamento di Martin Lutero.
Verso la fine della sua vita il Ri­formatore, impressionato dal vigo­re e dalla crescente vitalità della reazione cattolica, cercò di scatena­re una nuova ondata di energiche lotte contro il papato romano; ma ormai erano definitivamente tramon­tati i tempi in cui egli era univer­salmente riconosciuto come il capo e la guida della borghesia e delle masse popolari. Anzi, la sua vecchia­ia fu amareggiata dall'esistenza di numerose tendenze centrifughe nell’ambito della Chiesa da lui creata e dal progressivo ripudio di molti suoi insegnamenti da parte di di­scepoli e seguaci i quali sviluppa­rono per conto proprio e con indi­rizzi diversi nuove idee sullo Stato, sul Vangelo e sulla morale dando origine e diatribe senza fine e ad una vera e propria « polverizzazio­ne » del protestantesimo in un nu­mero sempre crescente di sette e di scuole.

Martin Lutero, dopo aver a lun­go sopportato i tormenti di doloro­se malattie, morì il 18 febbraio 1546 nella sua città natale di Eisleben durante il viaggio di ritorno da Mansfeld a Wittenberg.
Con la pubblicazione delle sue Te­si Martin Lutero diede, l'avvio, nel 1517, alla prima rivoluzione borghe­se con la quale ebbe inizio in Europa il periodo di transizione tra il regime feudale e quello capita­listico e in Germania l'avvento di una nuova era per il popolo tede­sco. L'aspirazione iniziale della bor­ghesia moderata ad una Chiesa na­zionale e indipendente da Roma fi­nì per acquistare delle caratteristi­che sociali sempre più profonde gra­zie all'apporto della borghesia ra­dicale, delle classi contadine e ple­bee. Essa sfociò quindi nella guer­ra tedesca dei contadini, che rap­presentò il culmine della prima ri­voluzione borghese ed il primo im­portante assalto delle masse popola­ri contro il sistema feudale univer­salmente imperante. Lutero ha il grande merito storico di aver dato un'ideologia a questo complesso di forze che si accingevano ad affron­tare una lotta di classe di portata universale: come interprete e cam­pione della borghesia possidente e­gli si pose decisamente e coraggio­samente alla testa di questo vasto movimento di opposizione inizian­do una titanica lotta contro il cen­tro spirituale del sistema feudale. Infatti, togliendo alla chiesa papale ogni legittimità prioritaria “per di­ritto divino” con argomenti fonda­ti e tratti dalla stessa teologia, e­gli toglieva contemporaneamente o­gni giustificazione ideologica al si­stema feudale patrocinato e indica­to da Roma come il sistema socia­le ‘ottimale’ e più consono alle necessità politiche della Santa Se­de. Non solo, ma, su un piano eco­nomico, con il suo ritorno allo spi­rito evangelico puro; cioè non de­formato dalla legislazione canonica successiva, egli giustificava la se­colarizzazione dei beni ecclesiastici che non apparivano più come “pro­prietà di Dio affidata alla sua Chie­sa”, ma come un'ingiustificata ric­chezza accumulata in spregio all'in­segnamento di Gesù Cristo. Con queste idee e col respingere il prin­cipio di autorità invocato dalla Chie­sa a protezione dei suoi interessi tutt'altro che spirituali, Lutero ave­va messo a disposizione della bor­ghesia un'ideologia adeguata alle sue necessità. Inoltre egli era riu­scito a stimolare e a dare coscien­za ad un movimento nazionale sen­za precedenti: soprattutto con la traduzione della Bibbia che compor­tava l'acquisizione di una nuova di­gnità da parte della lingua tede­sca, che ormai non poteva più es­sere considerata solo un “dialetto locale” di fronte al colto latino, la lingua universale del sistema feuda­le universale fondato quasi mille an­ni prima sull'alleanza stretta tra il papato e Carlo Magno.

Il feudalesimo che come sistema sociale era ormai vecchio e fracido, doveva essere prima scosso nei suoi fondamenti teologici; soltanto in u­na fase successiva poteva essere messo in discussione e respinto co­me forza politica e sociale. Perchè in quei tempi la critica teologica dei principi religiosi era, come dis­se acutamente Marx, “la base di o­gni critica”.
Nel 1843-44 Karl Marx scrisse sul significato storico della Riforma luterana questo giudizio, che posso considerare definitivo…

“Da un punto di vista storico, la emancipazione teoretica ha avuto per la Germania uno specifico si­gnificato pratico. Il passato rivolu­zionario della Germania è infatti e­minentemente teoretico ed è rappre­sentato dalla Riforma protestante. Allora la rivoluzione partì dal pen­siero di un monaco, successivamen­te da quello del filosofo”.

Anche se Lutero si schierò più tardi contro ogni evoluzione della Riforma in senso radical-borghese o contadino-plebeo, anche se il pro­testantesimo concluse la prima rivo­luzione borghese da esso stesso su­scitata con un compromesso di classe, stipulato tra la borghesia ed il potere principesco lasciandosi as­servire dagli interessi particolari dei singoli Stati, pur tuttavia il movi­mento suscitato dalla Riforma die­de un enorme impulso allo svilup­po del popolo e della nazione tedesca.
Insieme alla Riforma luterana sor­ge per la prima volta e per impul­so della giovane borghesia e delle masse popolari, un movimento cul­turale a carattere nazionale e di di­mensione nazionale che costituirà la base di partenza dell'evoluzione cul­turale tedesca. Nel campo delle ar­ti figurative, gli artisti tedeschi si liberano dagli schemi e dai temi sacrali tipici del Medio evo per de­dicarsi, nel periodo della Riforma, ad un nuovo tema molto più reali­stico: l'uomo. Sono di quell'epoca i primi ritratti di ricchi borghesi com­missionati ad artisti di vaglia. Ma la rivoluzione nel campo dell'arte non si limita a questo: un numero senza fine di pittori, di grafici, di incisori piccoli e grandi (tra questi ricorderemo Grunewald) si dedica­no con sempre maggiore frequenza a descrivere l'uomo comune, l'uo­mo della strada, i suoi atteggiamen­ti e le sue abitudini e per di più partecipano attivamente alla lotta mettendo la loro arte e la forza persuasiva della loro “propaganda visiva” al servizio delle aspirazioni nazionali e sociali del popolo te­desco. L'influenza dei fogli volanti scritti in tedesco, violentemente po­lemici nei confronti della situazio­ne esistente ed efficacemente illu­strati da disegnatori e incisori lega­ti alla causa del popolo, fu grandis­sima e costituì un mezzo potente di propaganda delle nuove idee tra le masse popolari. Anche la musica subì un profondo rinnovamento: lo stesso Lutero scrisse un grande nu­mero di corali ispirandosi e attingendo al patrimonio delle canzoni popolari e questa forma musicale sarà ripresa e portata alla sua mas­sima perfezione da Schütz, Bach e Händel e costituirà l'espressione di una cultura musicale borghese, del tutto indipendente da quella delle corti principesche. L'influenza eser­citata da Lutero sull'evoluzione del­la lingua tedesca non si limita poi alla traduzione della Bibbia ed all’elaborazione di un “tedesco colto”.
Lutero raccolse infatti dalla viva voce del popolo vocaboli, modi di dire, proverbi che egli inserì nelle sue poesie, nelle sue prediche, nel suo catechismo e nella sua mirabi­le traduzione delle favole di Esopo acquistando così un merito enor­me ed incancellabile nel campo del­la lingua e della letteratura tede­sca. La Riforma diede anche un grande impulso allo sviluppo del sa­pere e dell'organizzazione scolasti­ca, soprattutto per merito di Melantone il quale pianificò e fece adot­tare una nuova costituzione scolasti­ca di tipo statale ed un riordina­mento delle università in cui fu in­trodotto lo studio della storia tede­sca. Moltissime furono poi le nuo­ve università fondate nei territori che avevano aderito alla Riforma e ciò comportò un allargamento della vita culturale, una sua evoluzione in senso nazionale e l'adozione dei principi sanciti dall’Umanesimo. Tant'è vero che Federico Engels scrisse che “senza la Riforma protestante tedesca... l'evoluzione culturale europea sarebbe stata di una desolante unilateralità”. Tutti questi fermenti culturali portarono in epoche successive alla formazio­ne della letteratura e della filosofia classica tedesca.
Con la Riforma e con la Guerra dei Contadini il popolo tedesco ha portato a compimento un compito storico che è stato di grande impor­tanza anche per tutto il resto d'Europa. La prima rivoluzione borghe­se in Germania fu ben presto segui­ta da numerose altre rivoluzioni borghesi in vari altri Stati europei i quali riuscirono a realizzare il pas­saggio dal feudalesimo al capitali­smo grazie alle loro particolari con­dizioni economiche ed al progresso raggiunto dalla loro classe borghe­se. Seguendo gli insegnamenti origi­nari di Lutero e per lottare più ef­ficacemente contro la Controrifor­ma cattolica, Calvino elaborò un'i­deologia che si adattava ad una bor­ghesia molto più matura di quella tedesca e che fu di enorme impor­tanza per lo sviluppo degli Stati na­zionali nell'Europa Occidentale. Ne­gli Stati scandinavi, la Bibbia ven­ne tradotta nelle lingue nazionali sull'esempio di quanto aveva fatto Lutero e il luteranesimo fu eleva­to al rango di religione di Stato contribuendo al consolidamento del­le monarchie nazionali. La Riforma iniziata da Lutero finì così per ac­quistare un'importanza mondiale.
La pubblicazione delle Tesi avvenu­ta nell'ottobre 1517 segnò quindi u­na svolta decisiva sulla storia del mondo esattamente come 400 anni dopo, nell’ottobre 1917, segnarono una svolta decisiva nella storia del mondo le cannonate dell’incrociatore “Aurora”. In entrambi i casi, a Wittenberg nel 1517 e a Leningrado nel 1917 l'uomo faceva un passo avanti sulla strada della sua libera­zione.


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