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mercoledì 7 ottobre 2009

MARTIN LUTERO - Lo scontro tra i Papisti e i Luterani

La sfida di Lipsia tra Karlstadt e Lutero


Il 12 ottobre del 1518 ebbe luogo nella casa dei Fugger il primo incontro tra Lutero e i plenipotenziari della Cu­ria. Il cardinale Caetani, che aveva partecipato in veste di legato Ponti­ficio a una Dieta imperiale tenutasi ad Augusta, esortò il monaco agosti­niano a riconoscere i suoi errori, a rin­negarli e ad astenersi da ogni azione suscettibile di recar danno alla Chiesa. Ma Lutero non si piegò. Passò anzi al contrattacco impegnando immediata­mente il sapiente generale dei Domenicani in una discussione teologica nel corso della quale ebbe occasione di esporre e di sottolineare con vigo­re ancor maggiore le sue idee e le sue convinzioni. Soprattutto egli sosten­ne senza mezzi termini la sua assolu­ta certezza che il peccatore potesse ottenere il perdono divino anche sen­za la mediazione del papa perchè, per ottenere questo perdono, non occorre­va la somministrazione di alcun sacra­mento dal momento che, secondo lui, bastava aver fede nella possibilità di salvarsi.
L'atmosfera della riunione divenne ancor più tesa quando il “miserabile monaco mendicante” ebbe l'ardire di tacciare di presunzione il papa il quale reputa la sua autorità superio­re a quella della Bibbia e del Conci­lio, e di correggere con aria trionfante alcuni involontari errori commessi dal cardinale durante la dotta disputa. I tentativi di conciliazione fatti dal timoroso Staupitz non ebbero alcun successo. Lutero rimaneva irremovi­bile. Dalla sua bocca non uscì la mi­nima ritrattazione! In queste condi­zioni una sua ulteriore permanenza ad Augusta diventava veramente pe­-ricolosa. In fondo, il generale dei do­menicani poteva, di fronte al manca­to pentimento e alla mancata ritratta­zione “del noto eretico”, farlo arre­stare e tradurre a Roma per il proces­so. E' per questo che i due consiglieri sassoni persuasero Lutero a fuggire la notte stessa dalla città per sottrar­si alla pericolosa vicinanza del cardi­nale.
Dopo il suo ritorno a Wittenberg, Lutero si aspettava giorno per giorno di ricevere la bolla papale di scomu­nica e pertanto si preparava a emi­grare in Boemia oppure in Francia.
Federico il Saggio che aveva già una volta rifiutato l'estradizione di Lutero a Roma, era sottoposto a continue pressioni della Curia che lo solleci­tava da una parte a por termine all'at­tività sediziosa di Lutero, dall'altra ad assecondare i piani della diploma­zia vaticana.
Nel 1519 morì l'imperatore Massimiliano I senza esser riuscito ad assicu­rare al nipote la successione al trono imperiale. Per la Curia quindi ebbe inizio un periodo di trattative e mer­canteggiamenti in vista della designa­zione del nuovo imperatore e queste trattative, durate lunghi mesi, rive­stivano ovviamente un'importanza mol­to maggiore di quelle relative all'istru­zione del processo canonico contro Lutero che, di fronte alle esigenze della alta politica, passò naturalmente in secondo piano.
Intanto una polemica letteraria sor­ta tra Andrea Karlstadt e Giovanni Eck aveva spinto questi due personag­gi ad organizzare una pubblica dispu­ta sulle loro contrastanti idee. Il pro­fessore di Ingolstadt aveva approfit­tato dell'occasione per impostare le sue tesi in modo violentemente pole­mico nei confronti di Lutero, e il su­scettibile monaco di Wittenberg non poteva certo restare indifferente di fronte a questa pubblica presa di po­sizione contro di lui nè esimersi dal partire al contrattacco sfidando a un duello oratorio il suo denigratore. Ac­compagnato da una scorta di 200 stu­denti dell'Università “Leucorea” ar­mati, Lutero si recò quindi insieme a Karlstadt a Lipsia, dove, nella sala maggiore del castello di Pleissen eb­be luogo un memorabile scontro ora­torio che durò quasi tre settimane e si svolse alla presenza del principe Giorgio, del ramo albertino della Ca­sa di Sassonia.
I protagonisti della disputa furono Lutero ed Eck i quali esposero e rias­sunsero in modo molto dotto e vivace le loro opposte tesi; tra il pubblico, seguiva con particolare attenzione i loro argomenti un giovane Magister, Thomas Müntzer.
Lutero demolì le presunte origini divine su cui si voleva basare il potere assoluto dei papi; von Eck replicò che questa sua presa di posizione met­teva Lutero pericolosamente vicino al­le eresie di Wycliff e di Huss; Lutero allora gli rispose che alla base delle dottrine di Jan Huss e degli hussiti c'erano delle idee profondamente cri­stiane e perfettamente accettabili dai veri credenti. Eck, in modo apertamen­te provocatorio, ricordò allora a Lutero che il Concilio di Costanza, con­vocato per giudicare l'eresia di Huss, si era concluso con la condanna al ro­go del riformatore. Lutero gli rispose duramente dicendo che, prima, egli avrebbe dovuto dimostrare che i Con­cili non possono sbagliare e che non hanno mai sbagliato. Dopo questa au­dace affermazione -di Lutero, l'abile Eck potè trionfalmente concludere la disputa dicendo: « Se Lutero sostie­ne che un Concilio di padri della Chie­sa legittimamente costituito e regolar­mente convocato possa sbagliare o ab­bia sbagliato in materia di fede, vuol dire che egli cerca semplicemente di contrabbandare tra di noi il paganesi­mo e l'ateismo. Perciò è perfettamente superfluo che io perda altro tempo per dimostrare la sua evidente ere­sia ».
La disputa di Lipsia segnò la rot­tura definitiva tra Martin Lutero e la Chiesa papale e fu proprio questa cla­morosa rottura a fare della Riforma l'i­deologia e il potente impulso della pri­ma fase della rivoluzione borghese. L'attacco a fondo condotto dall'ereti­co professore di Wittenberg contro il centro spirituale del mondo feudale, e i suoi primi appelli, compilati con chiarezza e senza mezzi termini, suscitavano tra le masse popolari una risonanza e un’adesione sempre più vaste. Anche i più famosi umanisti, tra i quali va ricordato soprattutto Erasmo da Rotterdam, cominciavano a interessarsi sempre più vivamente alle idee e all'opera del monaco ri­belle. Idee luterane circolavano sempre più frequentemente tra le mas­se e la teoria stava per trasformarsi in una grande forza materiale. Da quel momento gli scritti di Lutero ri­prodotti e continuamente ristampati in quantità fino allora mai viste, in­cominciarono a esser letti, commenta­ti e discussi in quasi tutte le famiglie. Le idee dell'audace monaco valicava­no anche i confini e si diffondevano in Svizzera, in Olanda, in Francia e perfino in Spagna e in Italia. A Wittemberg arrivavano numerosi studen­ti stranieri attirati dalla fama di Lutero e del circolo umanistico di Filippo Melantone. La piccola università “Leucorea”, grazie all'impostazione moderna impressale dal contributo umanistico di Melantone, grazie alla protezione accordatale dallo Spalatino e, soprattutto, grazie agli stretti legami che essa manteneva con il mo­vimento , della Riforma, fu per molti anni, nonostante la modestia dei suoi mezzi, la scuola più frequentata di tut­ta la Germania.
Il 1520 fu un anno decisivo per l'e­voluzione e per il rafforzamento del movimento riformatore. Fu infatti questo l'anno in cui Lutero attaccò più duramente la chiesa papale e com­pilò i suoi più efficaci manifesti e ap­pelli, in cui trovò in Filippo Melantone il collaboratore più fedele e il più geniale teorico del Protestantesimo, in cui ottenne anche l'appoggio della piccola nobiltà.
In quegli anni l'umanista italiano Lorenzo Valla era riuscito a dimostra­re che la cosidetta « Donazione di Costantino », su cui il papato aveva basa­to la giustificazione giuridica del suo diritto di esercitare un :potere tempo­rale al quale tutti gli altri Stati do­vevano essere sottoposti, non era al­tro che un falso storico. Nel 1519 il polemico umanista von Hutten aveva pubblicato in Germania lo scritto del Valla, ben lieto di poterlo utilizzare co­me un'arma nell'accanita lotta che egli conduceva contro la chiesa papale nella quale egli aveva individuato il nemico più pericoloso dell'evoluzione nazionale del popolo tedesco. Nel trattato del Valla, Lutero potè così trovare una sia pur tardiva giustificazione a quanto egli aveva affermato durante la disputa di Lipsia e cioè che l'autori­tà papale non traeva origine dalla vo­lontà e dai decreti del Signore. Sol­tanto che ora egli si spingeva molto più lontano: fortemente scosso dalla violenta campagna scatenata contro di lui e dall'odio che il clero ortodos­so gli dimostrava, logorato dall'incer­tezza e dall'attesa della scomunica e delle sanzioni papali, egli arrivò ad­dirittura alla conclusione che il papa­to romano non fosse altro che l'incar­nazione dell'Anticristo. Tanto che in una serie di repliche scritte contro Prierias, egli dichiarò apertamente questo suo nuovo convincimento sot­tolineandolo con vigore ancora mag­giore in certi suoi scritti pieni di ran­core nei confronti di quei curialisti che avevano condannato le sue tesi.
Nel corso di una polemica con il fran­cescano Alfeld, di Lipsia, Lutero scris­se un opuscolo intitolato “Sul papato di Roma, contro un ben noto sostenito­re della Curia romana a Lipsia”, in cui ribadì che il primato dei ponte­fici e l'intera gerarchia ecclesiastica erano istituzioni anticristiane. Per di più sottolineò ancora una volta la pro­gressiva spogliazione subita dalla Germania ad opera della chiesa papale.
Da ogni parte si chiedevano a gran voce riforme. Lutero, che era ormai diventato la personalità più popolare della Germania, non poteva certamen­te rimanere sordo di fronte a questa enorme pressione che veniva dal bas­so. Necessariamente egli fu costretto a porsi il problema di chi dovesse mettersi a capo di questo irresistibi­le movimento realizzando quelle forme che tutti auspicavano. Ed egli rispose a questo problema in modo tale da dimostrare di essere in realtà il por­tavoce dell'alta borghesia del suo tem­po; lo fece in uno scritto dal titolo significativo “Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca sul migliora­mento delle condizioni dei cristiani”. In esso egli esortava i potenti e i governanti tedeschi ad assumere la direzione della lotta contro Roma e di promuovere e proteggere tutti quei necessari mutamenti che si sarebbero irresistibilmente verificati nella na­zione tedesca. Lutero inoltre rivolge un vibrante appello alla “nobile nazio­ne tedesca” perchè respinga la tiran­nide romana e chiede la convocazione di un concilio nazionale organizzato dai governanti tedeschi.
In questo, che è il più ‘tempora­le’ dei suoi scritti, egli propone inol­tre uno schema di riforme da appli­care alla chiesa e ad alcuni settori del­la vita laica, riforme dettate ovvia­mente dalle necessità della nascente borghesia. Tant'è vero che nel suo sche­ma di società ideale il posto premi­nente va ai ceti più abbienti per i qua­li sono riservati anche notevoli privi­legi religiosi. Tuttavia Lutero non ri­conosce alcuna idea astratta e precon­cetta della religiosità: è per questo che anche il diritto canonico diventa inutile e va eliminato in blocco. La consacrazione e l'investitura sacerdota­le deve essere sostituita dall'elezione, da parte della comunità cristiana, di un lettore che diffonda e commenti le parole del Signore. Soltanto in caso di controversie tra le varie comunità si potrà ricorrere al consiglio di una personalità religiosa più autorevole che in nessun caso però potrà appro­fittare del suo prestigio per influire su questioni mondane. La maggior par­te delle feste religiose e dei pellegri­naggi deve essere abolita, gli ordini mendicanti devono essere soppressi, le assoluzioni in cambio di danaro ri­gorosamente proibite mentre il nu­mero delle feste di precetto deve essere ridotto. Quasi tutti i monasteri ed i conventi devono essere chiusi o tra­sformati in ospedali o in scuole.
Al problema della scuola e dell'edu­cazione che per la prima volta viene indicato come uno dei doveri fonda­mentali dello Stato, Lutero ammette una grandissima importanza, tanto da stendere dei dettagliati piani di stu­dio sia per le scuole inferiori che per quelle superiori. I principi della sua riforma erano quindi diretti a favo­rire il consolidamento dell'alta borghe­sia nell'ambito degli Stati principeschi.
Nell'ottobre del 1520 Lutero pubbli­cò “De captivitate babylonica eccle­siae” (Sulla cattività babilonese del­la chiesa); il nucleo centrale di questa opera contiene una confutazione del­la dottrina dei sacramenti con la qua­le la chiesa romana giustificava teo­logicamente la speciale posizione di privilegio - riservata ai suoi preti. Di tutti i sette sacramenti, Lutero ne ac­cetta solo tre: il Battesimo, la Peni­tenza e l'Eucarestia in quanto essi fa­voriscono il rafforzamento dei lega­mi spirituali e sociali che uniscono ogni comunità di cristiani. Tutti gli altri, la Cresima, l'Ordine Sacro, il Matrimonio e l'Estrema Unzione, ven­gono respinti in quanto istituiti dai preti con lo scopo ben preciso di in­fluenzare la vita privata degli uomi­ni. Il credente può stabilire diretta­mente il contatto con Dio e, se vuol farlo, non ha bisogno della mediazione del prete. Con questo scritto tutta la organizzazione ecclesiastica con le sue schiere di chierici veniva svuota­ta di ogni contenuto e non aveva più alcuna ragione di esistere.

Durante i suoi sermoni, Lutero toc­cò spesso alcuni aspetti pratici della vita borghese. Egli insegnò così che non bisognava tollerare alcuna forma di mendicità e che per eliminare la povertà bisognava praticare la virtù del risparmio, bandire ogni inutile lus­so ed ogni spreco anche nel mangiare e nel bere, che bisognava chiudere le case di tolleranza; che Dio andava o­norato soprattutto svolgendo con peri­zia e diligenza il proprio lavoro e ac­quistando una abilità sempre maggio­re nella propria professione. La valo­rizzazione del concetto di professi­one (notiamo che il corrispondente ter­mine tedesco “Beruf” è stato conia­to proprio da Lutero utilizzando il verbo “berufen sein” che significa “essere chiamati” a fare qualcosa di importante anche da un punto di vi­sta spirituale), il riformatore si fece promotore di una nuova etica del la­voro. Con la sua battaglia contro il disprezzo in cui veniva fino a quel momento tenuto ogni tipo di lavoro « profano », egli contribuì a creare u­na coscienza borghese.
Queste idee erano naturalmente de­stinate a suscitare una vasta risonan­za. Esse rappresentavano, anche se Lutero non poteva averne coscienza, l'esatta trasposizione teologica delle aspirazioni che, in quel -periodo di grandi cambiamenti economici e so­ciali, animavano gli strati più evolu­ti della società e in particolare l'alta borghesia che, all'alba della prima ri­voluzione borghese, si trovava anco­ra alla testa delle masse popolari in lotta per il progresso. Gli insegnamen­ti di Lutero affondavano le loro radi­ci nelle necessità reali della società del XVI secolo impegnata in un labo­rioso processo di passaggio dai rappor­ti di produzione feudali a quelli ca­pitalistici. Lutero fornì alle forze che operavano questa trasformazione la più efficace ideologia religiosa.
Dopo l'elezione dell'imperatore, la Curia aveva ripreso il processo cano­nico contro Lutero e cercava di acce­lerare i tempi. Dopo che un'apposita commissione, studiato in modo sbriga­tivo il caso, ebbe espresso in modo piuttosto superficiale il suo parere, il dottor Eck potè raggiungere papa Leo­ne X, impegnato a cacciare il cinghia­1e nella sua tenuta della Magliana, e sottoporgli l'abbozzo della bolla di sco­munica “Exsurge Domine”. Questa bolla è compilata in uno stile molto immaginoso e comincia con le seguen­ti frasi: « Sorgi o Signore e salva i tuoi. beni... perchè ci sono delle volpi che stanno devastando la tua vigna... e le Tue viti vengono abbattute da un feroce cinghiale uscito dalla fore­sta... » E più avanti: « La nostra mis­sione pastorale non deve più essere inquinata dal mortale veleno dell'er­rore. Non possiamo tollerare oltre che la serpe velenosa strisci nei campi del Signore. I libri di Martin Lutero che compongono questo cumulo di errori, devono essere quanto prima giudica­ti e bruciati ». All'eretico fu imposto di ritrattare i suoi errori entro 60 gior­ni, trascorsi i quali egli sarebbe stato inesorabilmente e automaticamente colpito dalla scomunica.
Lutero cercò per l'ultima volta di raggiungere una soluzione di compro­messa indirizzando al papa uno scrit­to intitolato “Sulla libertà di ogni cri­stiano”. In questo scritto egli enun­cia il principio dei “due regni” in ba­se al quale i cristiani hanno l'obbligo di obbedire solamente a quelle auto­rità che rappresentano il “regno ter­reno”, cioè lo Stato. Soltanto spiritua­le è invece il secondo regno, cioè l'as­sociazione dei cristiani desiderosi di risolvere i problemi della fede e della anima. Essi sono uniti in una chiesa “invisibile” e sono responsabili sol­tanto di fronte a Dio e a Lui solo de­vono piena obbedienza. La teoria dei “due regni” e il dovere per ogni cri­stiano di obbedire alle autorità poli­tiche costituite, rappresenta il primo rifiuto di Lutero a ogni decisivo cam­biamento nelle gerarchie sociali che potesse essere richiesto dalle masse popolari.
I legati pontifici Aleander ed Eck, incaricati di divulgare la bolla papale e di far bruciare gli scritti di Lutero, incontrarono notevoli difficoltà. Mol­to spesso il boia gettava deliberata­mente nel fuoco le opere degli scrit­tori scolastici e degli antiluterani al posto di quelle dell'eretico condan­nato.
Per effetto dell'emozione prodotta in lui dalla bolla, Lutero scrisse di getto una violenta replica indirizzata al papa e l'intitolò “Contro la bolla dell'Anticristo”. Per di più, in rispo­sta all'ordine di bruciare i suoi scrit­ti, che aveva vivamente impressiona­to e indignato tutti gli uomini di buon senso, Lutero invitò i professori e gli studenti con i loro parenti ed amici, nonchè la popolazione di Wittenberg, a compiere un atto simbolico di gran­de efficacia. Così il 10 dicembre 1520 sullo spiazzo destinato alle esecuzio­ni situato davanti alla torre di Elster, furono dati alle fiamme i libri di di­ritto canonico, i decreti del papa, gli scritti dei nemici di Lutero - soprat­tutto quelli di Eck e di Hieronymus Emser - e infine una copia della bol­la di scomunica.
La notizia di questa nuova sfida lan­ciata da Lutero suscitò un'enorme impressione in tutta la Germania ed ebbe un grandioso successo propagan­distico. Il monaco di Wittenberg di­venne automaticamente l'eroe della lotta tra la nazione tedesca e Roma, e il movimento da lui promosso ac­quistò una forza tale da non poter più essere in alcun modo contenuto. L'u­niversità di Wittenberg si schierò com­patta con il suo professore di teologia colpito dal bando di scomunica. Intor­no a Lutero si era formato un grup­po di valenti collaboratori, tra i qua­li primeggiavano uomini come Nico­la von Amsdorf, Caspar Cruciger, Ju­stus Jonas e Giovanni Bugenhagen. U­na vasta corrente letteraria e un'agi­tazione politica delle più disparate tendenze contribuivano a diffondere in modo ancor più capillare tra il po­polo le dottrine de “L’Usignolo di Wittenberg” (così infatti lo definì nel 1523 Hans Sachs in una sua celebre poesia). L'appoggio ormai palese e sco­perto dell'Elettore di Sassonia e l'evi­dente e crescente popolarità raggiun­ta in tutti i ceti sociali e nelle masse popolari, misero Martin Lutero al ripa­ro da ogni vendetta della Curia, gli diedero un'assoluta sicurezza morale e resero del tutto inefficace la bolla di scomunica “Decet Romanum Pon­teficem” che rimase perciò lettera mor­ta e non ebbe alcuna conseguenza pratica.


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lunedì 5 ottobre 2009

MARTIN LUTERO - Vita e opere (Martin Luther - The Life and Work)

Martin Lutero nacque il 10 novembre 1483 nella città mineraria di Ei­sleben, nel distretto di Mansfeld. I suoi genitori, Hans e Margarete Luder, erano entrambi originari della Tu­ringia sud-occidentale. Il padre, figlio di un contadino, non aveva alcun di­ritto di ereditare la fattoria paterna di Mohra, nei dintorni di Salzungen; si era perciò trasferito, insieme alla giovane moglie, prima ad Eisleben e poi a Mansfeld, il capoluogo della contea, per impiegarsi in qualche miniera. Qui egli riuscì ad elevarsi socialmente svolgendo l'attività di piccolo imprenditore ed appaltatore dei lavori di estrazione mineraria; questa attività tuttavia non gli consentì mai di affrancarsi dalla dipendenza finanziaria dei grossi trafficanti e dei conti di Mansfeld che erano i beneficiari di ogni diritto sulle miniere.
Martin passò la sua infanzia in un ambiente fredde e conformista. Alla rigida educazione ricevuta dai genitori subentrò, a partire dal 1488, quella spesso massacrante inculcatagli nella locale scuola di latino. Nel 1497 il padre, che nel frattempo era stato chiamato a ricoprire una carica pubblica come rappresentante della borghesia cittadina, lo mandò a frequentare la scuola di Magdeburgo. Un anno dopo Lutero viene iscritto alla Scuo­la Triviale di S. Giorgio, ad Eisenach, dove viene preparato ad entrare all'Università mediante lo studio severo delle tre discipline fondamentali che rappresentavano allora la base delle cosidette “sette arti liberali”: la grammatica, la retorica e la dialettica. Egli approfondì la sua conoscenza del latino e studiò anche musica.
Durante il suo soggiorno a Magdeburgo, Lutero si era guadagnato da vivere dedicandosi ad un'attività allora molto in voga tra gli studenti: quella di andare a cantare, come membro di cori giovanili, sotto le finestre dei ricchi borghesi. Era un mezzo come un altro per chiedere l'elemosina ma a quei tempi, fatto in questa forma, non era giudicato né riprovevole né poco dignitoso. Rappresentò quindi per lui un netto miglioramento rispetto alla sua precedente condizione di “studente errante”, il fatto che ad Eisenach egli venisse messo a pensione presso due famiglie benestanti della borghesia locale, gli Schalbe ed i Cotta. In questo ambiente colto e raffinato egli venne per la prima volta in contatto con un mondo che fino a quel momento gli era rimasto precluso. Ebbe modo soprattutto di assistere a profonde discussioni sui più elevati problemi religiosi condotte in una forma e con argomenti che egli non aveva mai sentito nè a casa nè a scuola. D'altra parte, durante le sue frequenti visite ai parenti rimasti a Mohra, egli ebbe modo di venire a contatto anche con la vita ed i problemi dei contadini. Il fatto di provenire dalla famiglia di un piccolo imprenditore, la molteplicità delle esperienze giovanili ed il periodo scolastico trascorso ad Eisenach, città caratterizzata da una intensa vita sociale di tipo borghese pre-capitalistico, furono elementi decisivi per la formazione della personalità di Lutero. Ed è in questi elementi che vanno ricercate le radici dei suoi successivi legami con le classi possidenti e delle sue ideologie sociali.
Alla fine di aprile del 1501 “Mar­tinus Ludher ex Mansfelt” venne i­scritto nei registri dell'Università di Erfurt. In questo ateneo, fondato nel 1392 nella ricca città commerciale e destinato ad essere per tutto il XV secolo uno dei più importanti della Germania, Lutero studiò dapprima le discipline comprese nelle sette arti liberali presso la facoltà artistica, la cui frequenza rappresentava tuttavia soltanto un periodo preparatorio necessario per accedere ad una delle tre “facoltà superiori” che erano quelle di teologia, giurisprudenza e medicina. Sotto la severa guida degli insegnanti Lutero fu costretto ad affrontare nelle aule e nella cella quasi monacale in cui viveva durante il suo internato, un programma di studi molto ampio e meticolosamente organizzato. Nel settembre del 1502 egli riuscì a conseguire il titolo accademico minore, quello di Baccelliere “in artibus”. Tre anni dopo, impiegando quindi un tempo eccezionalmente breve, fu promosso “Maestro” nelle arti liberali.
All'Università di Erfurt dominava allora una corrente della scolastica basata sul sistema nominalistico elaborato dal francescano inglese William Ockham e dai suoi discepoli. In contrasto con la scolastica tradizionale, i seguaci della scolastica ‘moderna’ di Ockham sostenevano la netta separazione tra Fede e Ragione, benché naturalmente la prima dovesse comunque avere una posizione ed una importanza predominante. Questa teoria, se da una parte favoriva il rifiorire della dogmatica, dall'altra lasciava un margine alla ricerca naturale prima trascurata o addirittura inibita dalla scolastica tradizionale ed autoritaria, in cui solo le verità rivelate avevano un significato anche conoscitivo. Da un punto di vista morale, la nuova scolastica di Ockham portava alla conclusione che l'uomo fosse pienamente responsabile delle sue azioni, libero di volere il bene e di seguire, per propria scelta e volontà, i comandamenti di Dio.
Il baccelliere Martin Lutero, che per la coerenza del ragionamento e per le capacità dialettiche dimostrate nelle dispute veniva soprannominato dai suoi colleghi “il filosofo”, ebbe anche la possibilità di venire a contat­to all'Università di Erfurt, con la cor­rente spirituale più progressiva del suo tempo, l'umanesimo, che, benchè alimentato da tendenze ancora etero­genee, stava già diventando l'ideologia delle classi borghesi più avanzate. Tut­tavia, benchè egli avesse avuto relazio­ni personali con degli umanisti diven­tati poi famosi, l'influenza dell'uma­nesimo sulla sua evoluzione fu piut­tosto insignificante.
Dopo la sua promozione a ‘Mae­stro’, Lutero, seguendo la volontà del padre, avrebbe dovuto intrapren­dere gli studi di diritto, tenuti allora in grande considerazione perchè per­mettevano di raggiungere ragguarde­voli posizioni sociali. Ma poco prima di iscriversi alla facoltà di giurispru­denza, nella sua vita si verificò un de­cisivo cambiamento. Che cosa era suc­cesso?
« Voglio diventare un monaco ». Sulla strada di ritorno da una visita fatta a Mansfeld, Lutero fu sorpreso, nei pressi del villaggio di Stotterheim a nord di Erfurt, da un furioso temporale. Un fulmine cadde vicinissimo a lui, ed egli fu scaraventato a terra, mezzo accecato e folle di paura. Vedendo la morte così vicina Lutero invocò la patrona dei minatori facen­dole un voto: «Salvami, Sant'Anna, mi farò monaco!».
E, nonostante tutti i consigli degli amici che tentavano di dissuaderlo, pochi giorno dopo il ‘Maestro’ non ancora ventiduenne, proferiva i voti.
Lutero non ha mai dato una chiara spiegazione di questa sua decisione. Comunque il suo ingresso nel convento degli Eremiti agostiniani di Erfurt, un ordine mendicante dalla regola particolarmente severa, non fu certamente dovuto ad un'irresistibile voca­zione. I suoi scrupoli di coscienza, la sua paura del peccato e la sua conse­guente insicurezza erano il risultato di una situazione sociale caratterizza­ta da una crisi generale, crisi che si rifletteva nei modi più svariati nella coscienza dei singoli. Nell'ambito dell’ordinamento feudale del tardo medio evo si andavano formando i primi e­lementi del sistema capitalistico di produzione, e ciò avveniva soprattut­to nel settore minerario ed in quello della tessitura. Le forme tradizionali di commercio stavano subendo varia­zioni notevoli e spesso contradditto­rie; l'espansione e l'evoluzione delle forze produttive poneva in discussione la struttura tradizionale della società. La conseguente dissoluzione del feuda­lesimo si ripercuoteva in tutti i set­tori della vita sociale portando ad un inasprimento della lotta di classe.
Questi complicati processi di ri­strutturazione dell'intera società pro­dussero anche una profonda crisi spi­rituale e ideologica, facendo vacillare nella coscienza degli uomini la fidu­cia nella validità dei principi tradi­zionali fino ad allora tacitamente ac­cettati. Anche i problemi di coscien­za di Lutero non possono essere con­siderati come qualcosa di avulso dal­la critica situazione sociale del suo tem­po. E' per questo che nemmeno la fuga del giovane ‘Maestro’ dietro le mura di un severo convento, fuga di cui il fulmine caduto a Stotternheim era stato solo un pretesto, poteva rappresentare una via d'uscita per i suoi problemi personali.
E infatti Martin Lutero non riuscì a trovare nella vita claustrale quella pace spirituale che egli aveva sperato nonostante la sua stretta osservanza alle severe regole dell'ordine che egli cercava di interpretare in modo ancora più ristretto per aumentare la sua mortificazione e la sua macerazione. Così nel 1506 egli rinunciò ai consueti voti monacali - povertà, castità e obbedienza - e, nel 1507 prese gli ordini sacri nel Duomo di Erfurt; poco dopo disse la sua prima messa nella chiesa del convento dei frati Agosti­niani ed iniziò lo studio regolare della teologia che ad Erfurt veniva inse­gnata dagli Agostiniani nello spirito Ockham.
Nel 1508 Lutero si recò, per inca­rico del suo Ordine, a Wittenberg nel­la Sassonia elettorale. In questa città, che allora aveva soltanto 2000 abitan­ti e che si trovava, come ebbe a dire Lutero, “ai confini della civilizzazio­ne”, era stata fondata nel 1502 per iniziativa del signore della regione, u­na università, la “Leucorea”, nella quale gli ordini monastici avevano rice­vuto l'incarico di tenere gratuitamente alcune cattedre. Lutero assunse, in sosti­tuzione di un confratello che si era dimesso, la cattedra di filosofia mora­le presso la facoltà d'arte liberale con­tinuando contemporaneamente a stu­diare presso la locale facoltà di teo­logia. Il 9 marzo 1509 egli conseguì il baccellierato in scienze bibliche e nell'autunno dello stesso anno tenne una disputa sulle sentenze di Petrus Lombardus, uno dei sistematici della teologia scolastica. Richiamato poco do­po ad Erfurt, fu nell'autunno del 1510 incaricato dai suoi superiori di recarsi a piedi a Roma, insieme ad un altro pa­dre agostiniano per sbrigare alcuni af­fari dell'Ordine. Durante il suo sog­giorno nella città eterna, il monaco a­gostiniano non si interessò affatto del­le vestigia storiche ed archeologiche di Roma, ma ne seguì attentamente la vita religiosa. Si attenne strettamente al comportamento che dovevano te­nere i pellegrini, disse le sue preghie­re in un gran numero di chiese e di cappelle, visitò le tombe dei martiri e dei papi nelle catacombe, si proster­nò di fronte alle reliquie ed alle statue dei santi per raccogliere il maggior nu­mero possibile di indulgenze spiritua­li e assicurare così a se stesso ed ai suoi familiari la grazia della salvezza eterna. Non ebbe invece alcun con­tatto con la cultura rinascimentale.
Per quanto egli avesse sentito sia a Roma che durante il viaggio parec­chie cose spiacevoli sul comportamen­to del clero, soprattutto di quello al­to, egli se ne tornò ad Erfurt tutto pieno di sacro rispetto per la chiesa cattolica e per la suprema funzione pastorale del papa.
A seguito di un suo litigio con il locale convento degli agostiniani, per ordine del vicario generale Johann von Staupitz Lutero fu definitivamente tra­sferito, nell'estate del 1511, nel con­vento di Wittenberg dove, dopo la sua elezione a vice-priore, riprese i suoi studi per conseguire il dottorato in teologia; titolo accademico questo che nel suo caso avrebbe comportato la nomina automatica ad esperto in scienze bibliche presso il vicario ge­nerale von Staupitz. Nell'autunno 1512 egli divenne infatti dottore in teo­logia. L'assunzione al dottorato com­portava in quell'epoca delle spese molto forti e Lutero non era in grado di pa­gare nè i 17 gulden della tassa di lau­rea nè di sostenere la spesa della co­stosa e fastosa cerimonia di investitu­ra. Ma, grazie ai buoni uffici del Vi­cario generale degli Agostiniani e per intercessione del suo vecchio compa­gno di studi Georg Burkhardt di Spalt, detto “Spalatino”, divenuto nel frat­tempo membro del Consiglio Eletto­rale, predicatore di corte e segretario, il Principe Elettore Federico il Sag­gio fece consegnare 50 gulden tratti dalla sua cassa privata al monaco men­dicante per permettergli di conseguire la dignità dottorale. Quale contropartita, Lutero dovette impegnarsi a cura­re, vita natural durante, il corso di let­tura biblica all'università di Wittemberg. Il principe elettore di Sassonia si era così assicurato con modica spe­sa l'opera di un professore molto dotato e stimato ed aveva quindi fatto un buon affare.



LUTERO DOTTORE IN SACRA SCRITTURA

Benché le lezioni di Lutero doves­sero vertere soprattutto sui libri del Nuovo e del Vecchio Testamento delle Sacre Scritture, nel periodo compreso tra il 1513 e il 1516, il suo tema pre­ferito fu costituito dai Salmi e dall'E­pistola di Paolo ai Romani. Oltre che occuparsi della sua cattedra e del suo vice-priorato al convento, Lutero dove­va anche tenere delle prediche nella chiesa principale di Wittenberg. Nel 1515 egli ebbe dalla direzione dello Ordine un elevato incarico: quello di sovrintendere, nella veste di Vicario distrettuale, alla vita religiosa di 11 conventi agostiniani della Sassonia e­lettorale. Per espletare tutti questi in­carichi egli fu inevitabilmente costret­to a riannodare quei legami con il « mondo » ai quali egli credeva di aver a suo tempo definitivamente rinunciato. Lutero si trovò così sempre più frequen­temente a dover affrontare la realtà ed i problemi sociali del suo tempo. Non potè non accorgersi per esempio del declino dell'autorità della chiesa; ven­ne a conoscenza di innumerevoli abu­si commessi dagli ecclesiastici, udì le proteste sempre più numerose che ve­nivano elevate nei confronti della San­ta Sede e delle sue esagerate pretese e dovette prender atto dell'esistenza di un movimento di opposizione che, sia pur nella clandestinità, diventava sempre più ampio ed era diretto ad ab­battere le strutture sociali ormai invec­chiate. Il monaco istruito e l'uomo d'or­dine Martin Lutero non ebbe certo la possibilità di comprendere l'intima dia­lettica e le vere cause di quel fermento, le cui origini andavano certamente ri­cercate nella grossa rivoluzione econo­mica allora ancora agli inizi. Da quan­do egli era entrato in convento il pro­blema più tormentoso era per lui quel­lo della salvezza eterna del singolo e la ricerca di quelle regole che avreb­bero potuto liberare l'uomo dal pec­cato e salvarlo dalla dannazione. Lo stu­dio approfondito della Bibbia e dei Padri della chiesa, la lettura degli scrit­ti di alcuni grandi mistici e l'atteggia­mento già piuttosto critico assunto nei confronti degli scritti dei seguaci di Ockham, fecero a poco a poco germo­gliare nel figlio di borghesi Martin Lutero i semi di un'opposizione teologica ancora inconscia ma già stimolata dai mutamenti sociali allora in corso. Particolarmente importante in questo suo processo di maturazione fu l'influen­za di von Staupitz che, nelle sue di­rettive spirituali all'Ordine, insisteva perchè il Cristo crocefisso fosse visto soprattutto come colui che aveva pro­messo grazia e misericordia all'umanità peccatrice, sottolineava come soltanto la grazia divina rendesse possibile ai cre­denti di adempiere ai comandamenti. di Dio e sosteneva che già il fatto di cre­dere nella misericordia divina costi­tuiva la prova di appartenere alla schie­ra degli eletti.
La svolta decisiva verso una nuova comprensione di Dio e quindi di con­seguenza verso una nuova interpreta­zione del concetto di chiesa, avvenne in un periodo che non è possibile defi­nire con precisione. Lutero trasse dal­la prima Epistola di Paolo ai Romani in cui viene trattato il problema della giustizia di Dio che il monaco aveva inter­pretato e temuto come fosse qualcosa di simile alla giustizia dei giudici ter­reni - un insegnamento illuminante, che doveva diventare il punto di par­tenza di ulteriori meditazioni: « L'uo­mo giusto vivrà della sua fede ». Que­sta frase contenuta nell'Epistola ac­quistò per Lutero un significato del tutto nuovo: la giustizia divina non gli apparve più come una giustizia pu­nitiva, ma come un dono concesso ai cristiani credenti e fiduciosi nell'infini­ta bontà di Dio. Il Vangelo, la lieta no­vella, implicava quindi, secondo la nuo­va interpretazione di Lutero, l'obbligo di conquistarsi la grazia di Dio median­te le buone opere e non quello di com­perarsela dai preti. Questa interpreta­zione non era altro che l'espressione teologica della generale aspirazione del­la borghesia e delle masse popolari per una chiesa più semplice e meno ‘co­stosa’, per una riduzione dello stra­potere del papa e del clero che, negan­do in modo ricattatorio i sacramenti, a­veva il potere di privare i credenti del­la grazia divina.
Né i padri della chiesa né i loro com­mentatori e nemmeno la scolastica o í decretali dei papi hanno permesso a Lutero di arrivare a questa per lui fon­damentale conclusione - che soltan­to la Fede fosse in se stessa pienamen­te sufficiente ad assicurare la salvezza e la vita spirituale dell'uomo - ma ben sì lo studio approfondito della Bibbia. Da quel momento la Sacra Scrittura di­venne e rimase al centro del suo pen­siero teologico.



LE PRIME IDEE CRITICHE SULLA CHIESA

Sotto l'influenza di questo nuovo punto di vista, nel periodo 1513-1517 Lutero enuncia le sue prime idee criti­che concrete sulla situazione in cui si trovava la chiesa. Così, ad esempio, nel manoscritto di una sua lezione sull'Epi­stola ai Romani tenuta nel 1516, si può leggere la seguente frase: «La chiesa romana è completamente inquinata e corrotta da un caos indescrivibile di inimmaginabili dissolutezze, frivolezze, gozzoviglie, ambizioni e offese a Dio». In un altro punto egli scrive: «Tu puoi aver commesso ogni sorta di peccati, si, puoi aver commesso degli errori che come dice l'apostolo (Paolo) gridano ven­detta al cielo, ciononostante, secondo la chiesa, sei il più santo dei cristiani se proteggi i diritti e le libertà del clero. Se invece non li tieni in nessun conto e non hai a cuore gli interessi della chie­sa, allora non sei più un buon figlio nè un buon cristiano».
In quel periodo Lutero muove anche le prime critiche contro il ceri­moniale troppo sfarzoso in uso nella chiesa in occasione di particolari festi­vità e contro la venerazione delle reliquie; d'altra parte egli non trascura la occasione di attaccare le teorie di Ockham. Nel 1516 indusse un suo studente, durante una disputa contro le tesi di Ockham, a sostenere che l'uomo era in grado di adempiere ai comandamenti divini perchè in lui c'era questo potere. Nel settembre del 1517 un altro dei suoi studenti, Franz Günther di Nordhausen, che più tardi doveva diventare un compagno di Thomas Münzer, sostenne una disputa presentando 95 tesi contro Aristotele e contro la teologia scolastica.
Martin Lutero ha sviluppato il suo nuovo insegnamento procedendo paral­lelamente, ai cambiamenti in corso nel­la società del suo tempo, anche se i le­gami che egli ha avuto con questo grande movimento sono stati indiret­ti e non sono definibili in modo ri­goroso. Senza averne coscienza, anzi senza sospettarlo nemmeno, Lutero ini­ziò con queste sue critiche ai fonda­menti teologici la formulazione di una ideologia religiosa sulla situazione isti­tuzionale e sulle pretese all'assoluto pri­mato del papato; ideologia religiosa che contribuì potentemente all'abbat­timento delle vecchie strutture e che divenne un'arma formidabile per le clas­si progressiste della società nel periodo di transizione dall'ordinamento tardo­feudale a quello del nascente capitali­smo.



IL TESTO DELLE 95 TESI 

1 - Il signore e maestro Gesù Cristo dicendo: "Fate penitenza ecc." volle che tutta la vita dei fedeli fosse una penitenza.

2 - Questa parola non può intendersi nel senso di penitenza sacramentale (cioè confessione e soddisfazione, che si celebra per il ministero dei sacerdoti).

3 - Non intende però solo la penitenza interiore, anzi quella interiore è nulla se non produce esteriormente varie mortificazioni della carne.

4 - Rimane cioè l'espiazione sin che rimane l'odio di sé (che è la vera penitenza interiore), cioè regno dei cieli.

5 - Il papa non vuole né può rimettere alcuna pena fuorché quelle che ha imposte per volontà propria o dei canoni.

6 - Il papa non può rimettere alcuna colpa se non dichiarando e approvando che è stata rimessa da Dio o rimettendo nei casi a lui riservati, fuori dei quali la colpa rimarrebbe certamente.

7 - Sicuramente Dio non rimette la colpa a nessuno, senza sottometterlo contemporaneamente al sacerdote suo vicario, completamente umiliato.

8 - I canoni penitenziali sono imposti solo ai vivi, e nulla si deve imporre in base ad essi ai moribondi.

9 - Lo Spirito Santo dunque, nel papa, ci benefica eccettuando sempre nei suoi decreti i casi di morte e di necessità.

10 - Agiscono male e con ignoranza quei sacerdoti, i quali riservano penitenze canoniche per il purgatorio ai moribondi.

11 - Tali zizzanie del mutare una pena canonica in una pena del Purgatorio certo appaiono seminate mentre i vescovi dormivano.

12 - Una volta le pene canoniche erano imposte non dopo, ma prima dell'assoluzione, come prova della vera contrizione.

13 - I morituri soddisfano ogni cosa con la morte, e sono già morti alla legge dei canoni, essendone sollevati per diritto.

14 - La integrità o carità perfetta del morente, porta necessariamente con sé un gran timore, tanto maggiore quanto essa è minore.

15 - Questo timore e orrore basta da solo, per tacere d'altro, a costituire la pena del purgatorio, poiché è prossimo all'orrore della disperazione.

16 - L'inferno, il purgatorio ed il cielo sembrano distinguersi tra loro come la disperazione, la quasi disperazione e la sicurezza.

17 - Sembra necessario che nelle anime del purgatorio di tanto diminuisca l'orrore di quanto aumenti la carità.

18 - Né appare approvato sulla base della ragione e delle scritture, che queste anime siano fuori della capacità di meritare o dell'accrescimento della carità.

19 - Né appare provato che esse siano certe e sicure della loro beatitudine, almeno tutte, sebbene noi ne siamo certissimi.
20 - Dunque il papa con la remissione plenaria di tutte le pene non intende semplicemente di tutte, ma solo di quelle imposte da lui.

21 - Sbagliano pertanto quei predicatori d'indulgenze, i quali dicono che per le indulgenze papali l'uomo è sciolto e salvato da ogni pena.

22 - Il papa, anzi, non rimette alle anime in purgatorio nessuna pena che avrebbero dovuto subire in questa vita secondo i canoni.

23 - Se mai può essere concessa ad alcuno la completa remissione di tutte le pene, è certo che essa può esser data solo ai perfettissimi, cioè a pochissimi.

24 - È perciò inevitabile che la maggior parte del popolo sia ingannata da tale indiscriminata e pomposa promessa di liberazione dalla pena.

25 - La stessa potestà che il papa ha in genere sul purgatorio, l'ha ogni vescovo e curato in particolare nella propria diocesi o parrocchia.

26 - Il papa fa benissimo quando concede alle anime la remissione non per il potere delle chiavi (che non ha) ma a modo di suffragio

27 - Predicano da uomini, coloro che dicono che subito, come il soldino ha tintinnato nella cassa, l'anima se ne vola via.

28 - Certo è che al tintinnio della moneta nella cesta possono aumentare la petulanza e l'avarizia: invece il suffragio della chiesa è in potere di Dio solo.

29 - Chi sa se tutte le anime del purgatorio desiderano essere liberate, a giudicare da un aneddoto che si narra riguardo ai santi Severino e Pasquale?[1].

30 - Nessuno è certo della sincerità della propria contrizione, tanto meno del conseguimento della remissione plenaria.

31 - Tanto è raro il vero penitente, altrettanto è raro chi acquista veramente le indulgenze, cioè rarissimo.

32 - Saranno dannati in eterno con i loro maestri coloro che credono di essere sicuri della loro salute sulla base delle lettere di indulgenza.

33 - Specialmente sono da evitare coloro che dicono che tali perdoni del papa sono quel dono inestimabile di Dio mediante il quale l'uomo è riconciliato con Dio.

34 - Infatti tali grazie ottenute mediante le indulgenze riguardano solo le pene della soddisfazione sacramentale stabilite dall'uomo.

35 - Non predicano cristianamente quelli che insegnano che non è necessaria la contrizione per chi riscatta le anime o acquista lettere confessionali.

36 - Qualsiasi cristiano veramente pentito ottiene la remissione plenaria della pena e della colpa che gli è dovuta anche senza lettere di indulgenza.

37 - Qualunque vero cristiano, sia vivo che morto, ha la parte datagli da Dio a tutti i beni di Cristo e della Chiesa, anche senza lettere di indulgenza.

38 - Tuttavia la remissione e la partecipazione del papa non deve essere disprezzata in nessun modo perché, come ho detto [v. tesi n°6], è la dichiarazione della remissione divina.

38 - È straordinariamente difficile anche per i teologi più saggi esaltare davanti al popolo ad un tempo la prodigalità delle indulgenze e la verità della contrizione.

40 - La vera contrizione cerca ed ama le pene, la larghezza delle indulgenze produce rilassamento e fa odiare le pene o almeno ne dà occasione.

41 - I perdoni apostolici devono essere predicati con prudenza, perché il popolo non intenda erroneamente che essi sono preferibili a tutte le altre buone opere di carità.

42 - Bisogna insegnare ai cristiani che non è intenzione del papa equiparare in alcun modo l'acquisto delle indulgenze con le opere di misericordia.

43 - Si deve insegnare ai cristiani che è meglio dare a un povero o fare un prestito a un bisognoso che non acquistare indulgenze.

44 - Poiché la carità cresce con le opere di carità e fa l'uomo migliore, mentre con le indulgenze non diventa migliore ma solo più libero dalla pena.

45 - Occorre insegnare ai cristiani che chi vede un bisognoso e trascurandolo dà per le indulgenze si merita non l'indulgenza del papa ma l'indignazione di Dio.

46 - Si deve insegnare ai cristiani che se non abbondano i beni superflui, debbono tenere il necessario per la loro casa e non spenderlo per le indulgenze.

47 - Si deve insegnare ai cristiani che l'acquisto delle indulgenze è libero e non di precetto.

48 - Si deve insegnare ai cristiani che il papa come ha maggior bisogno così desidera maggiormente per sé, nel concedere le indulgenze, devote orazioni piuttosto che monete sonanti.

49 - Si deve insegnare ai cristiani che i perdoni del papa sono utili se essi non vi confidano, ma diventano molto nocivi, se per causa loro si perde il timor di Dio.

50 - Si deve insegnare ai cristiani che se il papa conoscesse le esazioni dei predicatori di indulgenze, preferirebbe che la basilica di S. Pietro andasse in cenere piuttosto che essere edificata sulla pelle, la carne e le ossa delle sue pecorelle.

51 - Si deve insegnare ai cristiani che il papa, come deve, vorrebbe, anche a costo di vendere - se fosse necessario - la basilica di S. Pietro, dare dei propri soldi a molti di quelli ai quali alcuni predicatori di indulgenze estorcono denaro.

52 - È vana la fiducia nella salvezza mediante le lettere di indulgenza. anche se un commissario e perfino lo stesso papa impegnasse per esse la propria anima.

53 - Nemici di Cristo e del papa sono coloro i quali perché si predichino le indulgenze fanno tacere completamente la parola di Dio in tutte le altre chiese.

54 - Si fa ingiuria alla parola di Dio quando in una stessa predica si dedica un tempo eguale o maggiore all'indulgenza che ad essa.

55 - È sicuramente desiderio del papa che se si celebra l'indulgenza, che è cosa minima, con una sola campana, una sola processione, una sola cerimonia, il vangelo, che è la cosa più grande, sia predicato con cento campane, cento processioni, cento cerimonie.

56 - I tesori della Chiesa, dai quali il papa attinge le indulgenze, non sono sufficientemente ricordati né conosciuti presso il popolo cristiano.

57 - Certo è evidente che non sono beni temporali, che molti predicatori non li profonderebbero tanto facilmente ma piuttosto li raccoglierebbero.

58 - Né sono i meriti di Cristo e dei santi, perché questi operano sempre, indipendentemente dal papa, la grazia dell'uomo interiore, la croce, la morte e l'inferno dell'uomo esteriore.

59 - S. Lorenzo chiamò tesoro della Chiesa i poveri, ma egli usava il linguaggio del suo tempo.

60 - Senza temerarietà diciamo che questo tesoro è costituito dalle chiavi della Chiesa donate per merito di Cristo.

61 - È chiaro infatti che per la remissione delle pene e dei casi basta la sola potestà del papa.

62 - Vero tesoro della Chiesa di Cristo è il sacrosanto Vangelo, gloria e grazia di Dio.

63 - Ma questo tesoro è a ragione odiosissimo perché dei primi fa gli ultimi.

64 - Ma il tesoro delle indulgenze è a ragione gratissimo perché degli ultimi fa i primi.

65 - Dunque i tesori evangelici sono reti con le quali un tempo si pescavano uomini ricchi.

66 - Ora i tesori delle indulgenze sono reti con le quali si pescano le ricchezze degli uomini.

67 - Le indulgenze che i predicatori proclamano grazie grandissime, si capisce che sono veramente tali quanto al guadagno che promuovono.

68 - Sono in realtà le minime paragonate alla grazia di Dio e alla pietà della croce.

69 - I vescovi e i parroci sono tenuti a ricevere con ogni riverenza i commissari dei perdoni apostolici.

70 - Ma più sono tenuti a vigilare con gli occhi e le orecchie che essi non predichino, invece del mandato avuto dal papa, le loro fantasie.

71 - Chi parla contro la verità dei perdoni apostolici sia anatema e maledetto.

72 - Chi invece si oppone alla cupidigia e alla licenza del parlare del predicatore di indulgenze, sia benedetto.

73 - Come il papa giustamente fulmina coloro che operano qualsiasi macchinazione a danno della vendita delle indulgenze.

74 - Così molto più gravemente intende fulminare quelli che col pretesto delle indulgenze operano a danno della santa carità e verità.

75 - Ritenere che le indulgenze papali siano tanto potenti da poter assolvere un uomo, anche se questi, per un caso impossibile, avesse violato la madre di Dio, è essere pazzi.

76 - Al contrario diciamo che i perdoni papali non possono cancellare neppure il minimo peccato veniale, quanto alla colpa.

77 - Dire che neanche S. Pietro se pure fosse papa, potrebbe dare grazie maggiori, è bestemmia contro S. Pietro e il papa.

78 - Diciamo invece che questo e qualsiasi papa ne ha di maggiori, cioè l'evangelo, le virtù, i doni di guarigione, ecc. secondo I Corinti 12 [1COR, 12].

79 - Dire che la croce eretta solennemente con le armi papali equivale la croce di Cristo, è blasfemo.

80 - I vescovi i parroci e i teologi che consentono che tali discorsi siano tenuti al popolo ne renderanno conto.

81 - Questa scandalosa predicazione delle indulgenze fa sì che non sia facile neppure ad uomini dotti difendere la riverenza dovuta al papa dalle calunnie e dalle sottili obiezioni dei laici.

82 - Per esempio: perché il papa non vuota il purgatorio a motivo della santissima carità e della somma necessità delle anime, che è la ragione più giusta di tutte, quando libera un numero infinite di anime in forza del funestissimo denaro dato per la costruzione della basilica, che è una ragione debolissima?

83 - Parimenti: perché continuano le esequie e gli anniversari dei defunti e invece il papa non restituisce ma anzi permette di ricevere lasciti istituiti per loro, mentre è già un'ingiustizia pregare per dei redenti?

84 - Parimenti: che è questa nuova di Dio e del papa, per cui si concede ad un uomo empio e peccatore di redimere in forza del danaro un'anima pia e amica di Dio e tuttavia non la si redime per gratuita carità in base alla necessità di tale anima pia e diletta?

85 - Ancora: perché canoni penitenziali per sé stessi e per il disuso già da tempo morti e abrogati, tuttavia a motivo della concessione delle indulgenze sono riscattati ancora col denaro come se avessero ancora vigore?

86 - Ancora: perché il papa le cui ricchezze oggi sono più opulente di quelle degli opulentissimi Crassi, non costruisce una sola basilica di S. Pietro con i propri soldi invece che con quelli dei poveri fedeli?

87 - Ancora: cosa rimette o partecipa il papa a coloro che con la contrizione perfetta hanno diritto alla piena remissione e partecipazione?

88 - Ancora: quale maggior bene si recherebbe alla Chiesa, se il papa, come fa ogni tanto, così cento volte ogni giorno attribuisse queste remissioni e partecipazioni a ciascun fedele?

89 - Dato che il papa con le indulgenze cerca la salvezza delle anime piuttosto che il danaro perché sospende le lettere e le indulgenze già concesse, quando sono ancora efficaci?

90 - Soffocare queste sottili argomentazioni dei laici con la sola autorità e non scioglierle con opportune ragioni significa esporre la chiesa e il papa alle beffe dei nemici e rendere infelici i cristiani.

91 - Se dunque le indulgenze fossero predicate secondo lo spirito e l'intenzione del papa, tutte quelle difficoltà sarebbero facilmente dissipate, anzi non esisterebbero.

92 - Addio dunque a tutti quei profeti, i quali dicono al popolo cristiano "Pace. pace", mentre non v'è pace.

93 - Valenti tutti quei profeti, i quali dicono al popolo cristiano «Croce, croce», mentre non v'è croce.

94 - Bisogna esortare i cristiani perché si sforzino di seguire il loro capo Cristo attraverso le pene, le mortificazioni e gli inferni.

95 - E così confidino di entrare in cielo piuttosto attraverso molte tribolazioni che per la sicurezza della pace.


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