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martedì 11 giugno 2013

UMANESIMO E RINASCIMENTO - La filosofia del Rinascimento (1400-1600) HUMANISM AND RENAISSANCE - The philosophy of the Renaissance

   
LO SPIRITO DELL'UMANESIMO

Non si deve pensare che l'Umanesimo segni un cambiamento radicale di cose, quasi un capovolgimento della situazione sociale e culturale del medioevo. Fu uno sviluppo e, in parte, una trasformazione, d'altronde già avviati. Anche il neo-paganesimo della vita, che si diffuse in quell'età, non era il paganesimo degli antichi, perchè innestato su di un tronco, entro cui scorreva la linfa cristiana. Nella stessa filosofia, che pure diveniva spregiudicata e ansiosa di rivivere il pensiero classico, vibrava ancora, almeno nella maggior parte dei suoi cultori, l'esigenza profonda e sostanziale dello spirito cristiano. Tuttavia se si mettono in evidenza gli elementi nuovi o rinnovati, si ha davanti un quadro notevolmente diverso da quello dell'età precedente. 

Fra i motivi caratteristici dell'Umanesimo e del Rinascimento vanno ricordati: il riconoscimento d'un maggior valore dell'uomo, come tale, cioè come essere naturale, avente anche molteplici ed essenziali fini terreni da perseguire, oltre quello soprannaturale; il prendere come oggetto importante di studio e di speculazione pure la Natura; il conseguente incremento delle varie scienze; il bando al principio d'autorità e il conseguente affermarsi della critica e della libertà di pensiero; la separazione della filosofia dalla teologia; I'affermarsi, sempre maggiore, dello sperimentalismo e del razionalismo e, nel contempo, del senso di un'animazione universale e d'una vita solidale di tutti gli esseri della natura e di Dio medesimo, con le inevitabili conseguenze panteistiche; e, infine, il prepotente bisogno di vivere una vita nuova, più compiutamente umana di quanto e di come non si facesse prima.

I dotti greci, venuti da Costantinopoli presa dai Turchi, avevano con se i testi genuini dei filosofi e degli scienziati. Li facevano conoscere, li commentavano. Altri testi antichi venivano scoperti nelle biblioteche dei monasteri o nelle custodie degli episcopi; codici già noti erano riletti con spirito libero, critico e se ne davano più adeguate e più coerenti interpretazioni, espellendo interpolazioni, restituendo passi controversi o alterati. Sorgevano scuole di filosofia, di linguistica, di critica storica; rinascevano le dispute antiche fra nuovi accademici, nuovi epicurei, nuovi stoici, nuovi scettici.
 L'invenzione della stampa veniva proposito. L'insoddisfazione del sapere di prima, appagata, o creduta appagare, bevendo a nuove, varie e più copiose fonti, dava luogo a un'insoddisfazione diversa, ma sempre maggiore e resa più acuta e più tormentosa dalla presenza, viva e operante nello spirito, della profonda speculazione religioso-morale delle età precedenti e dall'insorgere tumultuoso ed esigente di nuovi bisogni, di nuovi problemi. 
Eterna crisi dello spirito.


PREVALERE DELLA CONCEZIONE PLATONICA 
PLATONICI E PERIPATETICI

La scolastica imperava ancora, quando i precursori degli umanisti aprivano nuove vie alla cultura; l'aristotelismo della scolastica lottava ancora, quando l'umanesimo trionfava. E nella lotta e per effetto del generale progresso della cultura, anche l'aristotelismo si era affinato, appurato. L'umanesimo, ripresentandolo nella sua veste originale, aveva giovato anche a esso. Ma era stato rivalutato anche Platone, e come!
Perciò si ebbero, in un primo tempo, due correnti filosofiche principali, oltre le minori, ed erano la platonica e l'aristotelica.

Il platonismo ebbe il suo centro a Firenze, dove Cosimo de' Medici, per consiglio del greco Giorgio Gemisto Pletone (Costantrinopoli1355 circa – Mistra1452), fondò l'accademia platonica, di cui primi direttori furono Pletone stesso e poi il cardinale greco Bessarione e grande maestro vi fu Marsilio Fucino (1433-1499), che ci diede  bella traduzione latina dei Dialoghi di Platone e delle opere di Plotino, la cui filosofia era pure molto apprezzata nell'accademia fiorentina. 
Scolaro di Marsilio fu Pico della Mirandola, che nel De hominis celsitudine et dignitate esalta la filosofia come il mezzo più efficace per promuovere il senso della personalità umana.

L'aristotelismo si divise in due scuole, una detta degli averroisti e l'altra degli alessandristi (ossia seguaci del commentatore greco Alessandro di Afrodisia). La divisione non era profonda, perchè gli uni e gli altri avevano molte vedute comuni, come la negazione dell'immortalità personale e della libertà e la teoria delle due verità (di fede l'una, di ragione l'altra).
Il centro principale degli averroisti fu Padova e fra essi va ricordato Agostino Nifo. Merita menzione anche un loro allievo, il napoletano Giulio Cesare Vanini, bruciato a Tolosa come ateo: egli spiegava la vita dell'universo come retta dalle sole forze della natura, nella quale Dio è immanente. Averroista fu pure Cesare Cremonini, da Cento.

Centro degli alessandristi fu invece Bologna, dove si distinse Pietro Pomponazzi (Mantova, 1462-1524), celebre autore di un libro De animae immortalitate, la cui conclusione è che negli accetta, come cristiano, quei dogmi che, come filosofo, ritiene assurdi. 
Va ricordato pure Andrea Cisalpino di Arezzo, medico come il Pomponazzi, panteista: il suo Dio è l'anima del mondo.


ANTIARISTOTELISMO E SAGGI DI PENSIERO NUOVO

Poichè era lo spirito aristotelico quello che resisteva più fortemente, così la reazione del nuovo pensiero lo ha principalmente preso di mira. Si hanno umanisti nettamente antiaristotelici, come Lorenzo Vallanoto anche come iniziatore della critica storica, Pietro Ramo, vittima della strage di San Bartolomeo del 1572, per opera di un peripatetico fanatico, e Francesco Patrizzi, che tentò una conciliazione del neoplatonismo col naturalismo.

Un filosofo che può essere considerato indipendente, nonostante si trovino in lui non pochi influssi neoplatonici, pitagorici e perfino di Scoto Eriugena, è Nicolò Cusano. Nacque nel 1401 a Cues, sulla Mosella, fu cardinale, vescovo di Bressanone; morì nel 1464. L'opera sua maggiore è De docta iqnorantia.
Egli deprime il potere della conoscenza razionale, discorsiva, e sostiene che solo l'intelletto rafforzato dalla grazia può elevarci alla verità suprema, all'intuizione dell'Unità. In questa Unità tutte le contraddizioni del mondo si risolvono (coincidentia oppositorum); Dio contiene implicitamente tutto ciò che l'universo ha esplicitamente; questo pertanto è Dio stesso, che si dispiega e si manifesta nel tempo e nello spazio.
Con queste concezioni il Cusano contribuì efficacemente al naturalismo panteistico del Cinquecento. Ma può essere ritenuto precursore anche di Copernicodi Cartesio. lnsegnava infatti che la terra non è il centro del mondo e che si muove; che il pensiero è una specie di misura e che la matematica è l'ideale delle scienze.

Notevoli contributi all'elaborazione filosofico- scientifica di questo periodo, così importante in tutti i rami della civiltà e della cultura, diedero lo svizzero Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1493 – Salisburgo, 24 settembre 1541) e l'italiano Gerolamo Cardano, matematici, medici e filosofi; il panteista mistico tedesco Jakob Boheme e il celebre Leonardo da Vinci
Motivi umanistici, con intenti filosofico-religiosi, elaborarono Erasmo da Rotterdam e Filippo Melantone, mentre Lutero, Zuinglio e Calvino se ne servivano per la loro opera di riforma.

Nè potevano mancare in questo quadro, così ricco di colori e di toni in contrasto, le correnti scettiche e di libero pensiero: di un Michel de Montaigne (I Saggi - Les Esssais), di un Pierre Charron (La saggezza), di un Francisco Sanchez, di un Michel de L'Hopital (Lo scopo della guerra e della pace), che in un tempo come la seconda metà del 500 osava sostenere che la libertà di coscienza è la più pura e la più grande e che "è necessario lasciare in pace lo spirito e la coscienza degli uomini, perchè non possono essere vinti nè dal ferro nè dal fuoco, ma soltanto dalla ragione, dominatrice delle anime".


 IL NATURALISMO GIURIDICO DEL CINQUECENTO

Espressione del nuovo spirito nella scienza politica fu dapprima Nicolò Machiavelli  di Firenze (1469-1527), ma'estro, nel Principe, d'una politica spregiudicata, basata sulla realtà effettiva delle cose e sulla ragione di Stato. Fondava la scienza politica moderna, naturalistica e positiva, di spirito storico-critico, di metodo sperimentale.
In reciso contrasto con le teorie precedenti, la teoria del Machiavelli insisteva specialmente sul principio della statalità del diritto. Ne veniva a questo un'oggettività e obbligatorietà di fatto. Inoltre esso era più un diritto romano del capo dello Stato, che non il diritto romano dello Stato.

Dal realismo del Machiavelli potevano derivare, come derivarono, la degenerazione del machiavellismo e la teoria assolutistica dello Hobbes.  Ma quello stesso spirito che aveva animato il Machiavelli doveva, per la via da questi aperta, e quasi a risoluzione e superamento del contrasto del Segretario fiorentino col prossimo passato, portare a più vaste e profonde concezioni, in cui ritornavano idee dei giuristi classici e degli stessi scolastici, alle concezioni cioè del diritto naturale, razionale, universale, a cui la politica positiva e applicata degli Stati è subordinata e da cui le leggi derivano l'oggettività, non soleo di fatto, ma anche di diritto.

Elaborarono, in vario modo e misura e con intento vario, questi concetti il francese Jean Bodin (Angers, 1529 – Laon, 1596), l'italiano Alberico Gentili (San Ginesio, 14 gennaio 1552 – Londra, 19 giugno 1608), l'olandese Ugo Grozio (Hugo Grotius, Huig de Groot, Huig van Groot oppure Hugo de Groot) (Delft, 10 aprile 1583 – Rostock, 28 agosto 1645).
Questi ultimi preparano la strada all'inglese John Locke (Wrington, 29 agosto 1632 – Oates, 28 ottobre 1704), ai tedeschi  Samuel von Pufendorf (Dorfchemnitz, 8 gennaio 1632 – Berlino, 26 ottobre 1694) e Christian Thomasius o Christian Thomas (Lipsia, 1 gennaio 1655 – Halle, 23 settembre 1728), al francese Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, meglio noto unicamente come Montesquieu (La Brède, 18 gennaio 1689 – Parigi, 10 febbraio 1755) e a quanti professarono poi la dottrina che ripone l'origine del diritto nella razionale natura umana.


IL NATURALISMO FILOSOFICO DEL CINQUECENTO

Dopo guanto abbiamo visto dei filosofi del Quattrocento, non ci reca meraviglia il "naturalismo" dei tre seguenti pensatori italiani, nei quali gli sparsi e molteplici motivi del Rinascimento si concentrano in consapevolezza filosofica, segnando la transizione alla sistematica filosofia moderna. Essi medesimi sono già moderni per il senso vivo che hanno dell'attività autonoma dello spirito, compiono opera di dissodamento del terreno, che altri coltiveranno; gettano germi e li fanno sviluppare, che altri poi sfrutteranno. Essi, ancora in parte vincolati alle tradizioni aristoteliche e metodologiche del tempo, non presentano nelle loro opere un pensiero sempre chiaro e compiutamente elaborato.

Bernardino Telesio (Cosenza7 novembre 1509 – Cosenza2 ottobre 1588). 
Nel De rerum natura iuxta propria principia  fece un tentativo assai significante d'intendere la natura come un sistema di principii a essa immanenti. Combattè l'aristotelismo, propugnò il metodo d'osservazione, fondò a Cosenza la prima accademia scientifica moderna. Postulava l'autonomia della realtà naturale come condizione della scienza di essa. Negava la distinzione aristotelica di materia e forma, sostituendovi quella di materia e forza; concepiva la forza immanente alla materia e come "calore", nelle due opposte manifestazioni di più (caldo) e di meno (freddo), lottanti insieme e generando così la realtà, che è sempre in moto; il moto si converte in sensazione e questa in pensiero.
Sono teorie delle forze contrarie, della materia vivente e della coscienza universale, che ci richiamano il naturalismo dei presocratici.

Giordano Bruno, nato Filippo Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600).
 Fu domenicano. Di spirito irrequieto e insofferente, fuggì dal convento e peregrinò per l'Europa. Pubblicò varie opere, alcune in italiano e altre in latino, di cui le più importanti sono: La Cena delle Ceneri..., Della causa principio et uno..., Dell'infinito universo e mondi...,  Gli eroici furori..., De monade numero et figura..., De triplici minimo et mensura. Tornato in Italia, fu denunciato all'Inquisizione, arrestato a Venezia, tradotto a Roma, dove stette carcerato per sette anni, chè tanto durò il suo processo, finito con la condanna al rogo, eseguita nel febbraio del 1600.
L'idea dominante della filosofia del Bruno è quella dell'infinito, con significato e valore di panteismo naturalistico. L'essere divino lo si pensa infinito, ma nemmeno la realtà universale non si può pensare finita; e siccome due infiniti non possono coesistere, così Dio e l'universo sono un solo essere. Però occorre distinguere tra universo e mondo; quello è Iddio, principio di tutto, natura naturans, questo è il cosmo, natura naturata; l'essenza tuttavia è identica. 
Il mondo è la manifestazione neccessaria e molteplice, nel tempo e nello spazio, Dio eterno e uno. Dio è l'unità che genera e contiene innumerevoli esseri, conciliando in sè tutte le differenze e tutte le opposizioni: causa immanente e anima del mondo. Per l'onnipresenza reale e operativa dell'essere divino in ogni cosa, tutto nella natura è vivente; tutto si trasforma e nulla perisce.
Al concetto biblico-cristiano di libera creazione ab-extra si sostituisce dunque il concetto, affine a quello degli antichi presofisti, di un'unica "natura" e di trasformazione necessaria e interiore; al concetto aristotelico-scolastico di mondo finito, si sostituisce quello di universo infinito. 
Non soltanto il Bruno considera infondato il geocentrismo e approva I'eliocentrismo, ma lo supera e concepisce l'universo come un immenso sistema d'innumerevoli sistemi solari.
Ogni essere particolare è una monade, o unità vivente e attiva, che sboccia, si espande e si moltiplica, riproducendo in piccolo e sotto una sua forma speciale la realtà e la vita della Monade divina; perciò ogni essere è anima e corpo insieme, dotato di forza espansiva nello spazio (donde la sua corporeità) e del potere di ritornare su se stesso, di concentrarsi (donde
il pensiero, che è realtà spirituale, cioè incorporea, inestesa, l'anima). La conoscenza è propria di questa realtà spirituale che, intuendo Dio nel Tutto e sentendosi partecipe della vita di esso, si esalta in "eroico furore" (Panteismo mistico).

Tommaso Campanella, al secolo Giovan Domenico Campanella (Stilo, 5 settembre 1568 – Parigi, 21 maggio 1639).
Fu domenicano come il Bruno. Volle farsi paladino di una riforma politica e religiosa, e ciò gli attirò una condanna al carcere a vita. Fu graziato dopo 27 anni e finì la sua vita in Francia nel 1639. Scrisse anche in carcere. Delle sue opere notiamo: Metaphysica..., De sensu rerum..., Apologia pro Galileo..., Atheismus triumphatus...., Civitas solis, in cui l'autore esponeva il piano del suo Stato ideale, che ricorda, sotto alcuni aspetti, la Repubblica di Platone e, sotto altri, l'Utopia dell'inglese Thomas Moreitalianizzato in Tommaso Moro (Londra7 febbraio 1478 – Londra,6 luglio 1535).

Mentre la filosofia del Bruno si accentra subito nella concezione della realtà, quella del Campanella prende le mosse dal fatto della conoscenza. Egli ritiene che la metafisica richieda come base una solida teoria gnoseologica. Le nostre cognizioni derivano da due fonti: il senso e la ragione; quello, per sè, è incerto e ingannevole, questa è capace di risultati validi e certi, in quanto sorge e si svolge dal senso interno (sensus abditus) o coscienza. (L'esterno è sensus additus).
La coscienza rivela l'uomo a se stesso direttamente e senza possibilità di dubbio; lo mostra a se stesso come un essere che è, che può, che sa, che vuole; gli mostra inoltre che questo potere, questo sapere, questo volere sono limitati e condizionati e che, conseguentemente, esiste una realtà oggettiva che pone all'uomo questi limiti e questo condizionamento: realtà dunque distinta da lui, la quale, essendo egli con essa in necessario e costante rapporto di azione e di reazione, è causa delle sue percezioni esterne, ossia della sua esperienza sensibile, la cui validità oggettiva è pertanto assicurata.
Ma il rapporto di reciprocità d'azione, tra lui e la realtà diversa da lui, implica che gli esseri che la costituiscono siano, come lui, viventi e dotati di potenza, conoscenza e volontà. 
Potentia essendi, intelligentia essendi, amor essendi sono dunque i principì costitutivi d'ogni essere. La somma di questi principi o, per meglio dire, l'unità che li sintetizza e li attua in modo perfetto e assoluto è Dio, essere supremo e infinito. Da Dio fino agli esseri che riteniamo formati di materia bruta, è una gradazione di realtà e di vita, in cui c'è sempre, in varia misura, potenza, intelligenza, volontà: immensa catena o immenso organismo, in cui palpita una vita cosciente e volitiva, che si accentra in Dio.




   

mercoledì 28 luglio 2010

LA VITA DI CASTRUCCIO CASTRACANI - Niccolò Machiavelli

          


Numerose, sempre originali, scritte con un linguaggio di esemplare chiarezza furono le opere di Niccolò Machiavelli, con le quali la politica diventa scienza.
Oltre al suo capolavoro "Il Principe", voglio qui tratteggiare leggermente LA VITA DI CASTRUCCIO CASTRACANI..., una esemplificazione delle teorie esposte nel "Principe" e in altre opere.

L'opera "La vita di Castruccio Castracani" è stata composta verso il 1520, ed è la storia del celebre uomo di stato, che, sul principio del secolo XIV, con l'aiuto di Uguccione della Faggiuola (tiranno di Pisa), si fece signore di Lucca, e poi, cacciatone il benefattore suo, della stessa Pisa e di Sarzana, quindi di Pistoia, sconfisse i Fiorentini, e morì all'improvviso, spezzato il suo disegno di fondare un potente stato ghibellino.
Assai poco di storico c'è in questa biografia.
Essa può considerarsi, una esemplificazione delle teorie esposte nel Principe.
L'autore ebbe presente uno scritto greco, da lui conosciuto nella versione latina: la "Vita di Agatocle", tiranno di Siracusa, narrata da Diodoro.


L'uomo, per quanto valoroso, appartiene alla natura e questa ha le sue leggi, dalle quali è impossibile prescindere....

lunedì 19 luglio 2010

DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECADE DI TITO LIVIO - Niccolò Machiavelli

DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECADE DI TITO LIVIO

Niccolò Machiavelli


Editore - Bollati Boringhieri


Universale Bollati Boringhieri


Collana - Classici


Anno 1993


Pagine 608 - Euro 20,66






È un'opera in cui il Machiavelli espose con più ampiezza il suo pensiero e sistema politico, e a cui poté lavorare più a lungo, dal 1513 al 1521.
L'antichità era conosciuta come la maestra di tutte le discipline.
Ma lamenta l'autore che, "nell'ordinare le repubbliche, nel mantenere gli Stati, nel governare i regni, nell'ordinare le milizie ed amministrar la guerra, nel giudicare i sudditi, nell'accrescere l'impero, non si trovi né principe né repubblica né capitano né cittadino, che agli esempi degli antichi ricorra".
Ed egli vuole scoprire ed insegnare la sapienza politica dell'antichità.

Prende le mosse dai primi dieci libri (prima deca) di Tito Livio, nei quali lo storico latino narra dei sette favolosi re di Roma e delle prime imprese della Repubblica..., e non dubitando minimamente (come non si dubitò per altri quasi tre secoli) della veridicità del racconto liviano, comprende una serie di divagazioni (ché tanto nel Cinquecento significò discorsi) intorno alla costituzione e al governo degli Stati, con richiami ad altri storici, scoprendo analogie tra gli antichi racconti e gli avvenimenti contemporanei..., giacché per il Machiavelli gli uomini non mutano che nelle forme e permangono nella realtà sempre gli stessi.

L'opera si divide in tre libri: e ciascun libro in brevi capitoli, densi di cose e caldi dell'eloquenza che deriva dalle cose.

Molto approssimativamente, il primo libro tratta della costituzione del governo, il secondo del modo di condurre la guerra, il terzo delle trasformazioni, rivoluzioni e decadenza degli Stati.

Non mi sarebbe facile né opportuno un riassunto dell'opera.
Basterà qui accennare ad alcuni capisaldi del pensiero machiavellico.

A fondare uno Stato, come anche a restaurarlo quando è corrotto, è necessaria l'opera di uno solo: perciò dovette Romolo sopprimere Remo.
Quel solo deve porre leggi, che costringano gli abitanti ad una continua attività..., giacché nell'abbondanza gli Stati arrivano più presto alla loro corruzione.
A mantenere però lo Stato, si richiede il governo repubblicano: e di tale natura che tutte le classi sociali, anzi tutti i cittadini siano interessati al mantenimento di esso, giacché l'utile è l'unica forza di persuasione per gli uomini.
Il Machiavelli - pur pessimista nel considerare l'individuo - è però convinto che, nell'intendere il vantaggio della collettività, il popolo veda meglio che un solo.
Opportune, se non necessarie, le lotte dei partiti, riuscendo esse alla tutela della libertà.
Perché non si trasmodi nella licenza e nell'anarchia, il Machiavelli vuole però che i partiti abbiano i loro organi, per cui possano esprimere i loro desideri e sfogare le collere..., e riconosce molta importanza all'istituzione del tribunato del popolo.

Tutto per Machiavelli è subordinato al benessere ed alla forza dello Stato: anche la religione e, sia pure, la superstizione.
Anzi egli è convinto che solo la religione, con le sanzioni di premi e di castighi in un'altra vita, possa imporre l'osservanza di leggi e l'adempimento di doveri troppo contrari all'egoismo.
E, in astratto, il Machiavelli preferisce alla religione cristiana la pagana, che era una funzione dello Stato..., per cui i collegi dei sacerdoti e gli àuguri miravano al trionfo degli dèi e della potenza romana.
Non però il Machiavelli disprezza la religione cristiana.
E per lui gran difetto degli Italiani è la mancanza, non di pratiche, ma di spirito religioso: il che li rende scettici e fiacchi, dei quali mali è causa la pessima vita dei preti.
E gli Italiani hanno quest'altro obbligo alla Chiesa, che « non essendo la chiesa potente da poter occupare l'Italia, né avendo permesso che un altro la occupi, è stata cagione che la non è potuta venire sotto un capo, ma è stata sotto più prìncipi e signori, dai quali è nata tanta disunione, e tanta debolezza, che la si è condotta ad essere stata preda non solamente dei barbari potenti, ma di qualunque l'assalti ».

Discorrendo poi il Machiavelli delle istituzioni militari, insiste con grande calore sulla necessità che lo Stato abbia armi proprie, e sul pericolo delle ausiliarie e mercenarie.
Delle guerre pensa che hanno ad esser brevi e perciò condotte con grandi eserciti..., allora i nemici, per il timore del peggio, si arrendono.

La prontezza è altro elemento di successo..., chi teme di essere assalito, assalti lui primo.

Avverso è il Machiavelli alla sentenza che il denaro sia il nerbo della guerra.
Egli ha grande fiducia nel valore personale e nella disciplina, quindi non dà molta importanza alle artiglierie e poca stima fa della cavalleria rispetto alla fanteria, alla quale pur sempre riduce il successo di una battaglia..., e crede che il costruire fortezze a minaccia dei popoli soggiogati sia per i dominatori assai più un pericolo che un vantaggio.
Queste fortezze sono argomento continuo di odio per i popoli soggetti, pretesto e mezzo a non difficili ribellioni.

Sul modo di ampliare gli Stati il Machiavelli crede che l'aprire la città alle vicine per le vie dei commerci sia un buon mezzo...., non ottimo quello che Roma adoperò con Alba: distruggere la città vicina e accogliere gli abitanti di quella.
Che se trattasi di invasione in altro territorio, è vana la conquista che non assicuri i popoli conquistati al conquistatore.
Il che i Romani ottennero per mezzo delle colonie, della cui costituzione ed utilità l'autore parla lungamente.

La decadenza fatale degli Stati, come di tutte le cose umane, è un dogma per Machiavelli.
Ma perché ogni effetto è compreso nella sua causa e ogni governo nei principi, la decadenza è ritardata, quando si sappia a quei principi ritornare.
Quelle che noi moderni chiamiamo rivoluzioni - o siano fatte da un popolo o promosse da un privato - sono in effetto un ritorno dello Stato ai suoi principi..., e qualunque forma assumano, esse sono inevitabili alla vita di uno Stato, rappresentando il suo bisogno di non morire.
Felici quegli Stati dove organi appositi, come in Francia i parlamenti, richiamano costantemente ai loro principi le pubbliche istituzioni.
L'essenziale è che le rivoluzioni si facciano bene..., e che nessuna reliquia del vecchio ordine distrutto rimanga a minaccia del nuovo.
È necessario seguire l'esempio di Bruto, che, instaurata la Repubblica fece condannare a morte i figli, congiurati a favore dell'espulso Tarquinio.
E a proposito di congiure, delle quali furono fecondi i tempi del Machiavelli - quando l'antico spirito repubblicano insorgeva contro i nuovi usurpatori -, esamina a lungo l'opportunità di questo mezzo, per disapprovarlo come insufficiente, principalmente perché è impossibile, o quasi, che un giorno non si scopra..., il governo diventa allora più cauto e sospettoso contro ogni movimento.
Per altro, più che nei cambiamenti violenti, il Machiavelli ripone la salute dello Stato nei provvedimenti presi al momento opportuno.

Saggio governo è quello che sa cambiare a tempo.
E conclude che una Repubblica, per mantenersi libera, ha bisogno ogni giorno di nuovi provvedimenti.


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NICCOLO' MACHIAVELLI - Vita e opere

CULTURA E POLITICA IN MACHIAVELLI - IL PRINCIPE

LA MANDRAGOLA - Niccolò Machiavelli

MACHIAVELLI - Canto degli spiriti beati - Canto dei romiti - Serenata - L'asino d'oro - Belfagor - Clizia - Primo Decennale - Secondo Decennale - Dialogo delle lingue

STORIE FIORENTINE - Niccolò Machiavelli

DELL'ARTE DELLA GUERRA - Niccolò Machiavelli

IL RINASCIMENTO DI MACHIAVELLI

Gramsci e Machiavelli - Quaderni del carcere

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giovedì 8 luglio 2010

DELL'ARTE DELLA GUERRA (The Art of War) - Niccolò Machiavelli

È la terza delle grandi opere politiche del Machiavelli: che studia il modo come si potrebbe dare all'Italia ciò che il rovinare dei suoi Stati maggiori di fronte alle invasioni straniere le indicava come necessità suprema: un esercito.
Sono dialoghi (divisi in sette libri) che si immaginano tenuti a Firenze, negli orti dei Rucellai.
Le idee del Machiavelli sono esposte dal protagonista dei dialoghi, il famoso capitano Fabrizio Colonna, romano.
Egli propone la istituzione di un battaglione di 6000 fanti diviso in "10 battaglie", ciascuna di 600 uomini.
Insegna come educarlo rigidamente, come nutrirlo e guidarlo alla campagna: ché, per il Colonna, tutta la guerra si riduce alle battaglie in campo aperto, alla giornata definitiva.
Importanza grande è data al valore personale..., e quindi alla fanteria: poca alla cavalleria: poca alle armi da fuoco, che non parevano al Machiavelli molto più che le frecce e le pietre lanciate dagli antichi arcieri e frombolieri al cominciare dell'attacco.

Ma l'opera interessa gli Italiani anche indipententemente dai discutibili precetti militari.
Nel primo libro è ancora una deplorazione delle milizie mercenarie, alle quali è opposto l'esercito di cittadini, che il Colonna vorrebbe restaurato sul modello del romano antico: esercito non permanente, ma sempre pronto e chiamato soltanto nelle occasioni.
Le sventure dell'Italia suonano spesso nella parola eloquente del capitano, il quale, alla fine dei dialoghi, lamenta che i principi italiani, neppure dopo la calata di Carlo VIII, abbiano aperto gli occhi sulla loro salute e continuino a baloccarsi con i letterati e a tirare avanti con gli accorgimenti e le perfidie diplomatiche.
Che se in Italia è risorta la poesia, la pittura, la scultura degli antichi romani, perché non potrebbe risorgere - tanto più importante - l'arte della guerra?
Certo quello dei potentati italiani che penserà sul serio ad un esercito sarà l'arbitro e il dominatore della penisola, a quel modo che Filippo il Macedone, "mentre che l'altra Grecia stava in ozio ed attendeva a recitare commedie", diventò, mercé degli ordini militari, tanto potente "che potette in pochi anni tutta occuparla, ed al fìgliuolo lasciare tale fondamento che poté farsi principe di tutto il mondo".


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mercoledì 7 luglio 2010

ISTORIE FIORENTINE (History of Florence) - Machiavelli

      
Statua di Machiavelli
Galleria degli Uffizi a Firenze
Nel proemio il Machiavelli rileva che gli storici delle cose fiorentine a lui precedenti si diffusero molto nella descrizione delle guerre, ma appena accennarono alle dissenzioni, alle lotte dei partiti, insomma alla storia interna della città; la quale ha invece per lui più importanza della esterna: essendo il movente e la causa di essa.
E perché la storia di Firenze non si può intendere senza quella d'Italia, di cui è parie indivisibile, alla storia di tutta l'Italia egli tiene sempre intento lo sguardo.

In un primo libro, preludio a tutta l'opera, l'autore discorre difatti della storia d'Italia, anzi d'Europa, nel Medioevo, cioè dalle prime invasioni dei barbari sino alla metà del Quindicesimo secolo.

Nel secondo libro intraprende la storia propriamente di Firenze, conducendola dalle favolose origini sino all'anno della pestilenza famosa: il 1348.

Col terzo e col quarto arriva fino al 1434, quando Cosimo il Vecchio de' Medici ritorna glorioso dall'esilio, in cui lo aveva confinato la contraria fazione degli Albizzi.
Le storie delle rivoluzioni interne di Firenze attraggono in questi libri l'attenzione del Machiavelli: le lotte tra guelfi e ghibellini: la rivoluzione di Giano della Bella: i dissensi fra Cerchi e Donati, nel secondo libro..., il tumulto dei Ciompi nel terzo libro.
I personaggi di grandi propositi e di grande animo - quelli in cui vede qualche linea del suo principe - destano tutto il suo interesse: come il re Teodorico, Carlo Magno, Corso Donati, Castruccio Castracani, Gualtiero di Brienne, il duca d'Atene.

Nel quinto libro l'autore tratta con molta ampiezza gli avvenimenti della storia di Firenze: come le guerre con Venezia e Milano, e le congiure che contro i nuovi signori scoppiarono nelle più importanti città d'Italia.
Le sue simpatie sono per i signori, i condottieri, i conquistatori: il Piccinino, Braccio da Montone, Francesco Sforza.
E viene giù fino all'ingrandimento de' Medici e alla morte di Lorenzo il Magnifico, che il Machiavelli esalta come il più sapiente dei principi italiani, la cui morte fu il principio del disfacimento della compagine nazionale e della sventura della patria.

Qui, alla fine del libro ottavo, il racconto termina.

Intenzione dell'autore era di arrivare sino agli avvenimenti dei suoi tempi, ma, o le molte occupazioni, o l'impossibilità di poter parlare dell'età sua con imparzialità, lo arrestarono.

Il Machiavelli è il primo che veda gli avvenimenti non in sé, ma nella loro reciproca dipendenza, come sviluppo di cause più generali: e cioè il primo che dalla cronaca passa alla storia.
Della quale non più Dio, ma l'uomo, col suo libero arbitrio, è l'artefice..., fino a quando glielo consente quella inesplicabile volontà superiore che è la Fortuna.
Ma se la concezione individualistica della storia pone il Machiavelli al di sopra degli storici precedenti, se egli gareggia con Tacito nella profonda e ricca esplorazione delle passioni e della malvagità umana, non perciò egli riesce a comprendere il fatto storico in tutta la sua pienezza..., e troppo grandi effetti attribuisce a cause troppo piccole.
A lui sfuggono i grandi avvenimenti collettivi, come le Crociate..., sfugge l'importanza di quello che noi chiamiamo ambiente storico, e di cui gli eroi sono non meno i costruttori che gli esponenti.
Poca importanza poi hanno le storie del Machiavelli per la originalità delle ricerche.
Oltre che da Leonardo Bruni e da Poggio Bracciolini, da lui ricordati nel proemio, egli prende largamente dai cronisti anche più oscuri..., né molto si preoccupa della veridicità della narrazione.
Ma egli è sempre un maestro di sapienza politica delle storie.
Ogni libro si apre perciò con qualche verità o osservazione generale: come sulla necessità dei popoli primitivi di emigrare: sull'importanza delle colonie: sulla utilità delle fazioni: sulla affinità tra la licenza e la servitù: sulla necessaria decadenza degli Stati.
Lo stile degli storici latini, ampio e solenne, è talvolta presente al Machiavelli.

martedì 23 febbraio 2010

Opere minori di Machiavelli - Canti - L'asino d'oro - Clizia - Belfagor - Dialogo sulle lingue - Primo Decennale - Secondo Decennale - Capitoli

Opere minori di Machiavelli


Numerose, sempre originali, scritte con linguaggio di esemplare chiarezza furono le opere del Machiavelli.

Il Machiavelli fu cittadino che visse la vita varia e tumultuosa della sua città.

Probabilmente della sua giovinezza sono sei canti carnascialeschi, dei quali notevoli il "Canto degli spiriti beati", che è un ammonimento alla concordia cittadina, e il "Canto dei vomiti", dove non mancano allusioni ironiche alla rovina del mondo profetata dal Savonarola e dai suoi partigiani.

Una pagina tutta lirica è una "Serenata" in ottave, dove, ad impetrare amore, l'amante narra la storia di crudeli donne della mitologia, punite alla fine dagli dèi.

Così pure della giovinezza si crede la novella di "Belfagor"..., nella quale Machiavelli afferma che i vari diavoli non sono quelli dell'Inferno, ma gli uomini che vivono sulla terra.
Nella novella, ritraendo un vecchio motivo, il Machiavelli narra come, lagnandosi la più parte dei dannati di aver meritato l'inferno per colpa della moglie, i giudici infernali, per convincersi dell'accusa, mandano un diavolo nel mondo, Belfagor, che, sotto forma di uomo, prenda moglie e dopo dieci anni ritorni laggiù nell'inferno, a riferire intorno al matrimonio.
Belfagor si stabilisce a Firenze sotto il nome di Roderigo di Castiglia..., e, tra le tante concorrenti alle sue ricchezze, sposa monna Onesta Donati.
La quale mette sù superbia e vuole che il marito arricchisca i suoi fratelli e la aiuti a maritare le sorelle, e sfoggia su tutte le altre, nelle feste di San Giovanni..., e lo precipita nei debiti, tanto che egli è costretto a fuggire da Firenze, inseguito dai creditori..., e trova ancora pace nell'inferno, dove il vivere è più bello, che in questo mondo con la moglie.

Della giovinezza di Machiavelli ci è giunto il "Primo Decennale", cioè la storia delle sventure italiane, nel decennio dal 1494 al 1504.
E' un canto in terzine diretto ai fiorentini, le cui imprese costituiscono come il centro del racconto: ed è più un compendio di cronistoria che una pagina di poesia.

Ma la più parte degli scritti anche letterari del Machiavelli fu composta dopo il 1512: l'anno per lui tristissimo, in cui si vide rimosso dalle funzioni pubbliche e oppresso da ogni miseria.

E' dopo di allora il "Secondo Decennale", rimasto frammentario, che giunge narrando fino alle sconfitte dei Veneziani per parte della lega di Cambrai montata loro contro da Giulio II.

Dopo di allora si colloca uno strano poemetto in terzine: "L'Asino d'oro", del quale non sono rimasti che otto brevi capitoli.
Il poeta si propone di narrare ciò che gli accadde, e ciò che vide, tramutato in asino da Circe (la famosa maga dell'Odissea, che convertiva in bestie i suoi amanti).
Il motivo iniziale è suggerito dalla "Metamorfosi" (o volgarmente Asino d'oro) di Apuleio, nel secondo libro..., ma il poeta non arriva fino a trattare della propria trasformazione in asino, ma si limita ai preliminari, per così dire, di essa: e alle sue conversazioni e amori con un'ancella di Circe.
Hanno non poco valore le considerazioni che, nel capitolo quinto, l'autore fa sull'ampliamento e sulla conseguente fatale rovina degli Stati: ordine questo voluto da Dio, perché nulla stia mai fermo sotto il sole, e l'uomo sia costretto a tener continuamente esercitata la sua energia.
Molte e oscure le allusioni satiriche del settimo capitolo, dove il futuro asino, in una specie di cortile del palazzo di Circe, contempla i molti animali, che già furono uomini famosi o della politica o delle lettere.
Notevole il capitolo ultimo.
L'autore crede naturalmente che gli ex-uomini amanti di Circe desiderino la perduta vita umana.
No. Interrogati in proposito, dimostrano quanto le bestie siano più sagge e più felici degli uomini.
Il motivo deriva da un dialogo del filosofo greco Plutarco, il "Grillo" (nome del protagonista) "intorno alla intelligenza, dei bruti"..., dove si esalta, su quella dell'uomo, la sapienza delle bestie.

Il concetto della miseria e imperfezione dell'uomo al paragone delle bestie trovò poi larga eco nella letteratura scettica e pessimistica.

Né mancano al Machiavelli minore i "Capitoli"..., forma di poesia famigliare in terzine, che conseguì grande fortuna. Uno, contro la "Ingratitudine", fu probabilmente scritto prima del 1512 e forse quando alcuni suoi avversari lo volevano escluso dagli uffici pubblici.
L'autore si conforta con esempi insigni di ingratitudine popolare: tra cui quello di Scipione Africano.

Degli anni dell'esilio invece è il "Capitolo di Fortuna":.., lunga allegoria di quella capricciosa dea, che al pensatore politico si presentava come l'avversaria di tutti i provvedimenti della sapienza e della virtù.

Più importante il "Capitolo dell'Ambizione"..., nella quale il Machiavelli scorge la rovina degli Stati.

E si suppone del tempo dell'esilio il "Dialogo sulle lingue", con il quale l'autore entra nella questione, allora dibattutissima, se la lingua dei grandi Trecentisti dovesse dirsi italiana, toscana o fiorentina.
La parte centrale dello scritto è un dialogo fra il Machiavelli e Dante, nel quale Dante finisce per confessare che la lingua aulica, in cui egli scrisse, non è, in fondo, che la lingua fiorentina.

Ma un cenno a parte merita, tra le opere minori del Machiavelli, la "Mandragola", una delle più licenziose, ma anche delle più profonde e vivaci commedie del Cinquecento.

Troppo meno importante della "Mandragola" è la "Clizia", ricalcata sulla "Casina" di Plauto.
Ha per motivo l'amore che per Clizia nutrono il vecchio Nicomaco, alla cui custodia fu già affidata, e il figlio di lui Cleandro: che naturalmente é l'amato dalla fanciulla e diviene alla fine suo marito.

Sono poi attribuite al Machiavelli due commedie senza titolo..., una in prosa, di solo tre atti, ha per protagonista un frate: frate Alberigo, dello stesso stampo di frate Timoteo..., l'altra, in versi, poggia su equivoci di nomi.

Il Machiavelli tradusse in prosa la "Andria", capolavoro di Terenzio.


giovedì 21 gennaio 2010

Gramsci e Machiavelli - Quaderni del carcere - Il moderno Principe (Prison Notebooks - The Modern Prince)


Niccolò Machiavelli (Terracotta del XV secolo)


Il nucleo centrale della interpretazione gramsciana di Machiavelli - l'idea di un “moderno Principe” - matura lentamente nella tormentata elaborazione dei “Quaderni del carcere”. Il primo quaderno, iniziato l’8 febbraio 1929, si apre con uno schema degli argomenti che Gramsci si proponeva di trattare, ma in tale schema uno studio su Machiavelli non era previsto, e Machiavelli non vi è neppure menzionato. Solo tre anni dopo, nel nuovo programma di lavoro redatto nel 1932 nell'ottavo quaderno (XXVIII secondo la vecchia numerazione), sotto il titolo generale di “Note sparse e appunti per una storia degli intellettuali italiani”, una sezione è dedicata a Machiavelli: poco dopo però, nello svolgimento di questo programma abbozzato nello stesso quaderno, l'argomento va oltre i limiti indicati nel titolo dello schema - che aveva come centro la storia degli intellettuali italiani -, acquista una sua autonomia e assume quel rilievo che sarà poi sottolineato dall'ultima stesura dei “Quaderni”.

Come si spiega questa lenta maturazione? E' importante rendersene conto e seguirne le diverse fasi per capire più chiaramente il ritmo di sviluppo e la logica interna del pensiero gramsciano. L'interesse di Gramsci per Machiavelli era di antica data. In una lettera a Tania del 23 febbraio 1931, lo stesso Gramsci ricordava come nel 1922, in occasione del suo ultimo incontro con il suo ex-professore Umberto Cosmo, quest'ultimo avesse ancora insistito per fargli scrivere uno studio su Machiavelli e il Machiavellismo…
“…era una sua idea fissa, fin dal 1917, che io dovessi scrivere uno studio sul Machiavelli, e me lo ricordava a ogni occasione “.
Per dieci anni, dal 1917 fino all'arresto, Gramsci, com'è noto, aveva avuto ben altro da fare: ma non aveva mai cessato di interessarsi a Machiavelli. Posso ricordare, ad esempio, come tra i primi libri da lui richiesti appena giunto al confino di Ustica (dicembre 1926) vi fosse il volume, uscito da poco, di Francesco Ercole su “La politica di Machiavelli”, che aveva acquistato prima dell'arresto ma non aveva fatto a tempo a leggere.

L'anno seguente, nel carcere di Milano, segue con attenzione tutto ciò che gli è possibile leggere delle celebrazioni per il quarto centenario della morte di Machiavelli (22 giugno 1927)…, alcuni mesi dopo il giudizio che egli dà di tali celebrazioni permette di capire che cosa soprattutto lo interessi in questo periodo nell'opera del segretario fiorentino…
“Mi ha colpito il fatto - scrive in una lettera del 14 novembre 1927 - come nessuno degli scrittori del centenario abbia messo in relazione i libri del Machiavelli con lo sviluppo degli Stati in tutta Europa nello stesso periodo storico. Deviati dal problema puramente moralistico del cosidetto “machiavellismo” non hanno visto che il Machiavelli é stato il teorico degli Stati nazionali retti a monarchia assoluta, cioé che egli, in Italia, teorizzava ciò che in Inghilterra era energicamente compiuto da Elisabetta, in Ispagna da Ferdinando il Cattolico, in Francia da Luigi XI e in Russia da Ivan il Terribile, anche se egli non conobbe e non poté conoscere alcune di queste esperienze nazionali, che in realtà rappresentavano il problema storico dell'epoca che il Machiavelli ebbe la genialità di intuire e di esporre sistematicamente”.

Due anni dopo, in una delle prime note dei “Quaderni”, questo spunto del 1927 è ripreso e sviluppato…
“Si suole troppo considerare Machiavelli come "il politico in generale" buono per tutti i tempi: ecco già un errore di politica. Machiavelli legato al suo tempo:
1) lotte interne alla repubblica fiorentina;
2) lotte tra gli Stati italiani per un equilibrio reciproco;
3) lotte degli Stati italiani per equilibrio europeo.

Su Machiavelli opera l'esempio della Francia e della Spagna che hanno raggiunto una forte unità statale. Fa un "paragone ellittico" come direbbe il Croce e desume le regole per un forte Stato in generale e italiano in particolare. Machiavelli è uomo tutto della sua epoca e la sua arte politica rappresenta la filosofia del tempo che tende alla monarchia nazionale assoluta, la forma che può permettere uno sviluppo e un'organizzazione borghese”.
In sostanza, in questo periodo, Gramsci è soprattutto interessato, contro le speculazioni dottrinarie sul ‘machiavellismo’ come “teoria generale” della scienza politica, ad una valutazione concreta di Machiavelli nella storia d'Italia, in rapporto alla storia europea. Questo punto di vista (che non sarà mai abbandonato anche quando sarà integrato in una prospettiva teorica più complessa) spiega perché Gramsci si limiti, in questa fase della sua ricerca, ad occuparsi di Machiavelli solo occasionalmente, per l'approfondimento dello studio della storia d'Italia, dall'epoca dei Comuni in poi.
Si tratta quindi per lui soprattutto di un tema storico, che sebbene implichi direttamente un interesse politico attuale (si pensi, ad esempio, al problema dei rapporti tra città e campagna e alle indicazioni di classe che l'analisi gramsciana ricava a questo proposito dagli scritti militari di Machiavelli) non ha ancora acquistato tutta la pregnanza teorico-politica che gli sarà conferita dalla successiva indagine di Gramsci. Ad esempio, l'analisi del partito politico moderno, che più tardi viene a convergere attorno all'asse ideologico del « moderno Principe », è in questo periodo sviluppata indipendentemente dalle riflessioni su Machiavelli.

E' solo nella seconda metà del 1930, iniziando una nuova serie di note raccolte provvisoriamente sotto il titolo di “Appunti di filosofia. Materialismo e idealismo”, che il tema di Machiavelli viene affrontato da un altro punto di vista. In un primo breve appunto, intitolato “Machiavellismo e marxismo”, Granisci riprende una vecchia questione che lo aveva interessato profondamente nel periodo ordinovista e anche prima: la questione del valore obiettivo del marxismo come scienza. Si pensi all'articolo famoso del 1917, a commento della rivoluzione d'Ottobre: “La rivoluzione contro il Capitale” (dove si afferma che il “Capitale” di Marx era diventato il libro dei borghesi, e quindi la rivoluzione contro la borghesia aveva dovuto assumere anche la forma di una rivoluzione intellettuale contro gli schemi del Capitale). Ora invece la questione appare rovesciata, e l'esempio di Machiavelli serve da paradigma…
“Duplice interpretazione del Machiavelli: da parte degli uomini di Stato tirannici che vogliono conservare e aumentare il loro dominio e da parte delle tendenze liberali che vogliono modificare le forme di governo. Questa seconda tendenza ha la sua espressione nei versi del Foscolo: "che, temprando lo scettro ai regnatori, gli allor ne sfronda ed alle genti svela ecc". Il Croce scrive che ciò dimostra la validità obbiettiva delle posizioni del Machiavelli e ciò è giustissimo”.

Come si vede, lo spunto è appena accennato (lo stesso confronto tra machiavellismo e marxismo non è nemmeno esplicito) ed ha valore solo come spiraglio che lascia intravedere la impostazione di un nuovo problema. Poco dopo infatti il tema è ripreso in una nuova nota, intitolata “Machiavelli e Marx”, e approfondito in diverse direzioni. In primo luogo per chiarire la differenza specifica che occorre non perder mai di vista nell'esaminare i rapporti tra Marx e Machiavelli…
“…l’innovazione fondamentale instaurata da Marx nella scienza politica e storica in confronto del Machiavelli è la dimostrazione che non esiste una "natura umana" fissa e immutabile e che pertanto la scienza politica deve essere concepita nel suo contenuto concreto (...) come un organismo storicamente in sviluppo”.
In che modo quindi, al di là di questa differenza, si può cercare ancora in Machiavelli un insegnamento obiettivo di scienza politica, valido anche per il nostro tempo?
Oppure, in altri termini: che cosa hanno in comune Machiavelli e Marx?
Intanto, osserva Gramsci, “l'importanza storica e intellettuale delle scoperte del Machiavelli si può misurare dal fatto che esse sono ancora discusse e contraddette ancora al giorno d'oggi: ciò significa che la rivoluzione intellettuale e morale contenuta “in nuce” nelle dottrine del Machiavelli non si è ancora realizzata "manifestamente" come forma ‘pubblica’ della cultura nazionale”.
Affermando che la politica è una scienza autonoma, indipendente dalla morale e dalla religione, e che le sue leggi hanno un carattere oggettivo, Machiavelli non ha fatto altro che dare un'espressione teorica a una pratica seguita in tutti i tempi dalle classi dominanti, le quali però normalmente non sono affatto interessate a rendere di pubblico dominio le
norme del loro comportamento. L'affermazione citata del Foscolo “implica quindi - osserva Gramsci - un giudizio storico-politico” né può spiegarsi soltanto, come aveva fatto Croce, ricordando che il machiavellismo, per il suo contenuto scientifico oggettivo, poteva servire tanto ai reazionari quanto ai democratici. Machiavelli in realtà non vuole ‘suggerire’ a chi già sa, ma proprio “a chi non sa”, alla classe rivoluzionaria del suo tempo, vuole educare questa classe all’arte del governo. La stessa situazione si ripete ora per Marx. Il fatto che la dottrina di Marx sia servita, “oltre che alla classe alla quale Marx esplicitamente si rivolgeva”, anche alle vecchie classi dominanti (“il cui personale dirigente in buona parte ha fatto il suo tirocinio politico nel marxismo”) non toglie evidentemente che solo la classe rivoluzionaria, la classe che ancora “non sa”, è in grado di trarre il maggior profitto dal carattere oggettivo della nuova scienza.

E' a questo punto che sorge per la prima volta l'idea di un “moderno Principe”. Poco dopo, infatti, riprendendo l'argomento, Gramsci scrive che il tema dei rapporti tra Marx e Machiavelli “può dar luogo a un duplice lavoro: uno studio sui rapporti reali tra i due in quanto teorici della politica militante, dell'azione, e un libro che traesse dalle dottrine marxiste un sistema ordinato di politica attuale del tipo Principe. L'argomento sarebbe il partito politico, nei suoi rapporti con le classi e con lo Stato: non il partito come categoria sociologica, ma il partito che vuole fondare lo Stato”.
Ma Gramsci pensa in modo specifico a un determinato partito rivoluzionario, e lo fa capire chiaramente…
“…il protagonista di questo "nuovo principe" non dovrebbe essere il partito in astratto, una classe in astratto, uno Stato in astratto, ma un determinato partito storico, che opera in un ambiente storico preciso, con una determinata tradizione, in una combinazione di forze sociali caratteristiche e ben individuate. Si tratterebbe insomma, non di compilare un repertorio organico di massime politiche, ma di scrivere un libro "drammatico" in un certo senso, un dramma storico in atto, in cui le massime politiche fossero presentate come necessità individualizzata, e non come principi di scienza”.
Gramsci pensa insomma al partito di cui è stato a capo prima dell'arresto, al Partito comunista italiano.

Nel periodo in cui stendeva queste note (seconda metà del 1930) Gramsci era impegnato in una vivace discussione politica con i compagni del carcere di Turi sulla nuova linea politica impostata dal centro del partito, sotto la direzione dell'Internazionale. Si sa che Gramsci non era d'accordo su questa linea, orientata verso la prospettiva non solo di un rovesciamento imminente del fascismo ma anche della sua immediata sostituzione con un regime di dittatura del proletariato. Per Gramsci la prospettiva reale comportava un processo molto più complesso, nel quale la lotta rivoluzionaria poteva assumere la forma di una lunga “guerra di posizione”. Si sa anche che queste posizioni di Gramsci, non coincidendo con quelle che nello stesso periodo erano difese e propagandate dalla linea ufficiale del partito, incontrarono una vivace opposizione tra gli stessi compagni del carcere, e che per evitare che il dibattito politico degenerasse in un'aspra lotta frazionistica tra detenuti, Gramsci fu costretto ad interrompere la discussione.
Il “dramma storico in atto” si riflette in Gramsci nel complicarsi di un dramma personale: alle sofferenze del carcere si aggiunge l'amara sensazione di un crescente isolamento politico. Ma anche questa esperienza lo spinge ad approfondire lo studio di Machiavelli, per ritrovare una nozione di realismo politico che non sia capitolazione di fronte alle esigenze immediate, ‘diplomatiche’, della piccola politica del giorno per giorno.

Si capisce quindi come del “duplice lavoro” che, come si è visto, Gramsci si era proposto di affrontare a proposito dei rapporti tra Marx e Machiavelli , il secondo - incentrato attorno all'idea del moderno Principe - sia lasciato maturare ancora per qualche tempo.
Tra la fine del 1930 e lo inizio del 1932, Gramsci infatti studia la politica di Machiavelli in relazione alla storia degli intellettuali italiani e approfondisce l'analisi di Machiavelli come “il primo giacobino italiano”. Vengono cioé affrontate in questo periodo tutte le premesse storico-analitiche che rendono possibile un discorso coerente sui compiti costruttivi di un moderno partito politico della classe operaia.



IL “MODERNO PRINCIPE”

Antonio Gramsci in una foto del carcere

Infine, in una nota del primo semestre del 1932, intitolata “Il moderno Principe”, questo tema è ripreso in modo organico, come centro fondamentale di interessi per il futuro lavoro carcerario…
“Sotto questo titolo [Il moderno Principe] potranno raccogliersi tutti gli spunti di scienza politica che possono concorrere alla formazione di un lavoro di scienza politica che sia concepito e organizzato sul tipo del “Principe” del Machiavelli”.
Si è già visto quale significato Gramsci attribuisse a questa indicazione. In primo luogo per quella che gli appare come la caratteristica principale del capolavoro di Machiavelli: non una trattazione sistematica, ma un libro con lo stile del “manifesto politico”. Gramsci però chiarisce subito dopo perché il “moderno Principe” non può essere una persona reale, un individuo particolare. Si tratta probabilmente di un chiarimento polemico, giacché egli non ignora che la tendenza ad affidare le sorti di un popolo alle virtù carismatiche di un ‘capo’ si è fatta strada anche in seno al movimento operaio rivoluzionario. Gramsci nega recisamente che per questa via - comprensibile nelle situazioni ‘difensive’ - sia possibile la costruzione di un nuovo Stato e di una nuova società.
“Solo un'azione politico-storica immediata, caratterizzata dalla necessità di un procedimento rapido e fulmineo, può incarnarsi in un individuo concreto: la rapidità non può essere data che da un grande pericolo imminente, grande pericolo che appunto crea fulmineamente l’arroventarsi delle passioni e del fanatismo e annulla il senso critico e l'ironia che possono distruggere il carattere "carismatico" del condottiero (...). Ma questa azione immediata, per ciò stesso non può essere di vasto respiro e di carattere organico”.
“Sarà, aggiunge Gramsci, un'azione di tipo difensivo, nella quale si suppone che una "volontà collettiva" già esistente si sia snervata e dispersa e occorra riconcentrarla e irrobustirla, e non già che una "volontà collettiva" sia da creare ex-novo e da indirizzare verso mete concrete sì, ma di una concretezza non ancora verificata dalla esperienza passata” .

La rivalutazione che Gramsci viene facendo in questo periodo del concetto politico di giacobinismo presenta quindi due aspetti polemici: da un lato contro il mito della spontaneità (a cui è da ricondurre ad esempio l’antigiacobinismo di un Sorel, del quale lo stesso Gramsci a suo tempo aveva subito in qualche modo l'influenza), dall’altro contro il mito del capo infallibile, che finisce col vanificare la funzione stessa del partito. Per giacobinismo Gramsci intende il processo di formazione di una volontà collettiva come protagonista di “un reale ed effettuale dramma storico”: ed appunto la formazione di questa volontà collettiva è il compito del “moderno Principe””, cioè del partito rivoluzionario della classe operaia. Aspetto fondamentale di questo compito è la questione della riforma intellettuale e morale, che è per Gramsci condizione essenziale per lo sviluppo di tutto il processo rivoluzionario…
“… il moderno Principe deve e non può non essere il banditore e l'organizzatore di una riforma intellettuale e morale, ciò che poi significa creare il terreno per un ulteriore sviluppo della volontà collettiva nazionale popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna”.



RIFORMA MORALE E INTELLETTUALE

Si tratta di un progetto assai ambizioso (come è ambizioso tutto il disegno dei “Quaderni del carcere”), che da un lato va oltre Machiavelli e sembra allontanarsene sempre più nello svolgimento, ma dall'altro ritorna continuamente alla riflessione su Machiavelli e sul valore della sua metodologia scientifica. In particolare, quando sente il bisogno di rispondere a possibili obiezioni dei pretesi seguaci di Machiavelli, Gramsci (costretto ad impostare un dialogo nella forma obbligata dei monologo), torna regolarmente a cercare la compagnia del segretario fiorentino. Sapeva bene, ad esempio, quante volte il richiamo al realismo politico, alla machiavellica “realtà effettuale”, fosse stato usato in senso opportunistico, contro ogni progetto giacobino di riforma intellettuale e morale. E proprio in nome di Machiavelli, Gramsci è spinto invece a rivalutare la dispregiata categoria del “dover essere”…
« Il "troppo" (e quindi superficiale e meccanico) realismo politico porta spesso ad affermare che l'uomo di Stato deve operare solo nell'ambito della "realtà effettuale", non interessarsi del "dover essere", ma solo dell' "essere". Ciò significherebbe che l'uomo di Stato non deve avere prospettive oltre la lunghezza del proprio naso. Questo errore ha condotto Paolo Treves a trovare nel Guicciardini, e non nel Machiavelli, il "vero politico" ».
Bisogna distinguere, aggiunge Gramsci, tra “diplomatico” e “politico”, e inoltre tra “scienziato della politica” e “politico in atto”.



SCIENZIATO DELLA POLITICA E POLITICO IN ATTO

La prima pagina del quaderno
di note 
e appunti iniziato da
Antonio Gramsci nel 1929


"Il Machiavelli non è mero scienziato; egli è un uomo di parte, di passioni poderose, un politico in atto, che vuole creare nuovi rapporti di forze e perciò non può non occuparsi del "dover essere", certo non inteso in senso moralistico".
La “realtà effettuale” non è qualcosa di statico e di immobile, ma un rapporto di forze in continuo movimento. «Applicare la volontà alla creazione di un nuovo equilibrio delle forze realmente esistenti ed operanti, fondandosi su quella determinata forza che si ritiene progressiva, e potenziandola per farla trionfare, è sempre muoversi sul terreno della realtà effettuale, ma per dominarla e superarla (o contribuire a ciò). Il "dover essere" è quindi concretezza, anzi è la sola interpretazione realistica e storicistica della realtà, è sola storia in atto e filosofia in atto, sola politica».

E' chiaro che qui Gramsci parla di Machiavelli, ma pensa anche a se stesso, al suo programma di lavoro e di azione. Affermando che l'opposizione Savonarola-Machiavelli non è tra essere e dover essere, ma « tra due dover essere, quello astratto e fumoso del Savonarola e quello realistico del Machiavelli, realistico anche se non diventato realtà immediata, poiché non si può attendere che un individuo o un libro mutino la realtà ma solo la interpretino e indichino la linea possibile dell'azione », non poteva non aver presente i limiti imposti alla sua azione politica dall'isolamento del carcere. Scrivendo i “Quaderni del carcere” anche Granisci poteva agire, come Machiavelli, solo come “una persona privata”, come scrittore e non come il capo di uno Stato e di un esercito, che è pure una singola persona, ma avente a sua disposizione le forze di uno Stato o di un esercito e non solo eserciti di parole.
Ma dire per questo che il Machiavelli sia stato anch'egli un profeta disarmato sarebbe, aggiunge Granisci, fare dello spirito a troppo buon mercato.
“Il Machiavelli non dice mai di pensare o di proporsi egli stesso di mutare la realtà, ma solo e concretamente di mostrare come avrebbero dovuto operare le forze storiche per essere efficienti”.
Ancora una volta parla di Machiavelli in termini che riflettono la sua stessa disposizione d'animo nel prospettare le tesi del “moderno Principe”.



IL COMPITO DEI CONTINUATORI DI GRAMSCI


E' questo l'impianto del lavoro - incompiuto - che Gramsci sviluppa intorno a Machiavelli. Dalle fine del 1932 al 1933 raccoglie e rielabora in un quaderno speciale (sotto il titolo “Notarelle sulla politica di Machiavelli”) una parte delle note e degli appunti stesi fino a quel momento. Nel 1934, nella clinica di Formia, inizia un nuovo quaderno come seconda parte del lavoro (“Machiavelli II”), che rimane però interrotto dopo le prime pagine. Molte altre pagine, altri capitoli di questo “moderno Principe”, restano ancora da scrivere: è il compito dei continuatori di Gramsci per completare il suo progetto di riforma intellettuale e morale del nostro tempo.


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NICCOLO' MACHIAVELLI - Vita e opere

CULTURA E POLITICA IN MACHIAVELLI - IL PRINCIPE

IL RINASCIMENTO DI MACHIAVELLI

LA MANDRAGOLA - Niccolò Machiavelli

MACHIAVELLI - Canto degli spiriti beati - Canto dei romiti - Serenata - L'asino d'oro - Belfagor - Clizia - Primo Decennale - Secondo Decennale - Dialogo delle lingue

STORIE FIORENTINE - Niccolò Machiavelli

DELL'ARTE DELLA GUERRA - Niccolò Machiavelli

DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECADE DI TITO LIVIO - Niccolò Machiavell

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