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martedì 21 maggio 2013

CULTURA E IDEOLOGIE NEL PRIMO NOVECENTO (Culture and ideology of early Twentieth Century)

Guttuso - Fuga dall'Etna
   
 CARATTERI GENERALI

Nessun secolo nuovo fu mai accolto, nella storia, con l'entusiasmo riservato al Novecento. Per quanto i decenni che I'avevano preceduto non fossero stati precisamente idilIiaci, pur tuttavia l'Europa nel suo insieme non era stata sconvolta da guerre generali. Lo sviluppo delle industrie e dei consumi, un innegabile miglioramento delle condizioni di vita, l'incessante evoluzione della scienza e della tecnica, tutto si riassumeva in una parola che da sola apriva gli animi alla speranza di un futuro ancora migliore: progresso.

Un ottimismo non ingiustificato, del resto, per chi si apprestava a festeggiare la nascita del nuovo secolo: nessuno avrebbe potuto infatti prevedere che nel volgere di soli quindici anni il mondo sarebbe precipitato nel baratro della guerra, e avrebbe vissuto uno dei momenti più tragici dell'intera sua vicenda.

Certo, il passaggio del capitalismo dalla libera concorrenza al monopolio, l'avvento minaccioso dell'imperialismo e dell'epoca colonialista, col loro triste bagaglio di violenze ai danni di popoli inermi, avrebbero potuto far sorgere dei dubbi sulle sorti, a breve scadenza, di quella che fu definita l'età felice, la I'belle époque. E però i fatti stavano, al momento, a giustificare la visione di un progresso sicuro e tranquillo sul piano economico (con I'attenuazione degli scontri di classe e l'allontanamento dello spettro della rivoluzione) ed esaltante su quello della conoscenza, della cultura, degli ideali.

Basti pensare alla enorme portata culturale della rivoluzione scientifica che maturò in quegli anni e al ribollire di idee e di orientamenti nuovi che caratterizzò la cultura del tempo. Una cultura il cui obiettivo principale fu quello di operare una rottura netta con la filosofia del positivismo, dominante negli ultim
i decenni dell'Ottocento.


 
Karl Marx

   
Contro il positivismo si mossero non solo le correnti che si richiamavano alle dottrine di Hegel e soprattutto di Marx (quest'ultima divenuta ormai materia viva di scontro politico, oltre che ideale), ma anche nuove filosofie che attaccavano il vecchio modo di pensare, accusandolo di aver ridotto entro i limiti di aride e immutabili leggi, la complessa realtà della natura, negando ogni valore alla volontà e all'azione umana.
   
Antonio Labriola

  
In Italia - ma con un'opera che travalica i confini nazionali per affermarsi a livello europeo - Antonio Labriola (1843-1904) porta la sua critica al positivismo, riaffermando la validità delle concezioni marxiste nella loro più autentica interpretazione. Ancora in Italia, Benedetto Croce, già seguace del Labriola, sollecita il ritorno alla filosofia di Hegel, proponendo una nuova visione della storia. Per Croce, tutta la realtà deve essere intesa come storia (storicismo assoluto) ovvero come prodotto dello spirito umano (idealismo).
  
 Henri Bergson
  
Assertore di nuovi orientamenti filosofici, in senso antipositivistico, fu il francese Henri Bergson (1859-1941), per il quale la realtà sta nello svolgersi, nel divenire del la vita, che è creazione continua, "slancio vitale". Una tale realtà può essere appresa solo mediante l'intuizione, poiché l'intelligenza - e quindi la scienza - ci offre di essa un'immagine frammentata, parziale, utile per i nostri scopi pratici ma incapace di renderne l'intima essenza.
    

William James
    
Per l'americano William James (1842-1910) sono l'esperienza, la volontà, l'azione che hanno, in sé, valore di verità in quanto servono a costruire un mondo ancora incompleto, irrealizzato. Questa filosofia prese il nome di pragmatismo p€er l'importanza che essa riserva al "fatto" (pragma), all'azione.
   
Friedrich Nietzseche

   
Una particolare corrente di pensiero, destinata a incidere in maniera rilevante nelle coscienze del tempo, fu quella che prese le mosse dalla filosofia del tedesco Friedrich Nietzseche (1844-1900), fondata sulla esaltazione della forza e della volontà di potenza. Espressione di un estremo romanticismo, segno, a suo modo, della crisi che stava per investire la cultura e l'intera società europea, la filosofia di Nietzsche poneva in primo piano il ruolo che nella storia appartiene non ai fatti, ai processi oggettivi, ma al soggetto eccezionalmente dotato, al superuomo, capace di sottrarsi ad ogni regola convenzionale, di porsi al disopra di qualsiasi principio morale e di utilizzare spregiudicatamente, ai suoi fini, la forza delle masse da lui stesso dominate. Tale concezione, che aveva al suo sorgere valore di rivolta contro la morale e il comportamento borghesi, doveva alla fine esser fatta propria dalle forze più reazionarie della borghesia, quale supporto ideologico dell'espansione coloniale e della guerra prima, del fascismo poi.
   
George Sorel 

   
La forza di penetrazione di questa dottrina - definita irrazionalista - fu tale che perfino il pensiero socialista ne fu in qualche modo influenzato. Le idee di George Sorel sullo sciopero generale come arma rivoluzionaria, sulla violenza delle masse, sul diritto di alcune minoranze d'avanguardia ad affermare la propria egemonia sulle grandi moltitudini umane, altro non sono che riflessi delle teorie irrazionaliste. Va rilevato, per inciso, che quanti ebbero a sostenere con convinzione tali idee finirono ben presto col ritrovarsi a fianco dei nazionalisti, cioè con Ie forze dell'estrema destra dello schieramento politico.

E il nazionalismo - componente ideologica, come abbiamo visto, dell'imperialismo moderno - rappresentò la bandiera della controffensiva che le classi conservatrici scatenarono, di fronte all'estendersi del movimento dei lavoratori e dei loro partiti.

Scrive Io storico Rosario Villarir:

"All'internazionalismo socialista, e agli ideali umanitari di collaborazione tra i popoli, i nazionalisti contrapposero l'idea della lotta tra Ie nazioni come strumento necessario di progresso; al principio della solidarietà sociale (che ispirava la legislazione protettiva del lavoro e le riforme democratiche) l'individualismo e il disprezzo del popolo; al sistema parlamentare una concezione autoritaria e dittatoriale del potere che oscillava tra le forme monarchico-assolutiste dell'antico regime e il modello napoleonico. 
Come alternativa popolare al principio socialista della lotta di classe, i nazionalisti proposero l'esaltazione esasperata dei valori nazionali e patriottici, la lotta fra le nazioni, il razzismo.
L'affermazione del diritto delle razze superiori a dominare i popoli arretrati apparteneva già alla pratica e alla teoria del colonialismo: ad essa si aggiunse la difesa della purezza della razza, che diede un nuovo fondamento ideologico all'antisemitismo (odio razziale contro gli ebrei) e nuova materia alle discriminazioni e ai contrasti etnico- razziali all'interno del mondo evoluto e della stessa Europa....
L'esaltazione della guerra fu infine iI tema centrale dell'ideologia nazionalista, il più adatto a esprimere in tesi tutte le sue componenti autoritarie, eroiche, irrazionaliste, antiumanitarie ed estetizzanti. Su questo terreno avvenne l'incontro tra l'ideologia nazionalista, il conservatorismo tradizionale e la spinta imperialistica del capitalismo giunto alla fase della esasperata concorrenza economica fra le nazioni; e fu proprio per questa convergenza che iI movimento di idee, che era apparso all'inizio come farneticazione di letterati decadenti in cerca di popolarità, si trasformò in concreta forza politica eversiva".


Forza politica che trovò spazio e momenti di aggregazione in tutta Europa. In Francia si era organizzata attorno al gruppo dell'Action française, diretto da Charles Maurras (1868-1952); in Italia attorno alla rivista Il Regno, diretta da Enrico Corradini (1865- 1931) e che si giovava della collaborazione di letterati quali Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini. Per i nazionalisti italiani l'alternativa alla democrazia borghese - alla Italietta giolittiana - e, soprattutto, allo "ignobile socialismo", era il ricorso alla guerra affinché l'Italia, nazione proletaria, potesse imporre i propri diritti alla espansione e alla conquista di nuovi spazi vitali.

Sotto la pressione della politica imperialistica delle grandi potenze, in un fermento di idèe irriducibilmente contrapposte, la belle époque si avviava al suo funesto epilogo.


La letteratura del decadentismo

L'avvento dell'epoca dell'imperialismo portò dunque a un capovolgimento di quelli che erano stati i grandi ideali del XIX secolo, aprendo nella cultura europea una crisi di ampie dimensioni. Una crisi che nel campo specifico della letteratura assunse un insieme di caratteri non del tutto omogenei ma che possono ricondursi sotto la comune definizione di decadentismo.
  
Arthur Rimbaud 


   

Paul Verlaine
   
Stephane Mallarmé
  
Questo termine - come molti altri nel passato (barocco, romanticismo, impressionismo, ecc. ) - fu coniato per esprimere una valutazione negativa: esso sintetizzava la critica mossa da certi ambienti letterari francesi all'opera di alcuni scrittori i quali, per tutta risposta, crearono attorno al 1880 un raggruppamento che chiamarono, in segno di sfida, decadente. Si trattava di Jean Arthur Rimbaud (1854-1891), Paul Verlaine (1844-1896), Stephane Mallarmé (1842-1898), fondatori e insuperati interpreti di questo nuovo indirizzo della letteratura europea. (Nota a fondo pagina).
  

Charles Baudelaire
    
Un indirizzo che nonostante il suo nome non testimonia certo di un periodo di decadenza artistica, bensì di una fase di particolare travaglio della cultura continentale sottoposta alle laceranti sollecitazioni di una società in grave fermento.

Vediamo, in sintesi, gli elementi peculiari del decadentismo:
 
1) rottura col passato o, per lo meno, esaltazione di quanto di nuovo veniva proponendosi rispetto alla tradizione...

2) disprezzo e rifiuto delle abitudini, dei modi di pensare, delle leggi della società del tempo, così come essa era organizzata (rifiuto cioè della morale borghese)...

3) esaltazione dell'individualismo sia in senso attivo (l'uomo forte, destinato ad emergere dalle masse e dominarle), sia passivo, come espressione della totale solitudine dell'uomo e della sua incapacità di comunicare con gli altri, con Ia società...

4) culto della violenza, tanto collettiva (Ia guerra) che individuale (il dominio del superuomo)...
 
5) evasione dalla società...  

6) totale sfiducia nella scienza e nella ragione umana, incapaci a comprendere la realtà, che può essere colta, soggettivamente, solo dall'artista...
 
7) rifiuto di qualsiasi tecnica o regola letteraria basata sulla logica e continua invenzione di tecniche e forme che, proprio per non essere logiche, possono consentire di cogliere, mediante la forza della suggestione, quegli aspetti della realtà che la ragione non potrà mai conoscere.
    
 Edgar Allan Poe 
  
(NOTA) Poeti di altissima levatura, essi ispirarono la loro opera a quella geniale e rinnovatrice di un altro grande della poesia d'ogni tempo, il francese Charles Baudelaire (1821-1867), che insieme all'americano Edgar Allan Poe (1809-1849) deve essere considerato l'iniziatore della letteratura moderna.


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mercoledì 4 agosto 2010

I POETI MALEDETTI (The damned poets - Les poètes maudits) - Paul Verlaine

Paul Verlaine (Metz 30.3.1844 - Parigi 8.1.1896) , Arthur Rimbaud (Charleville 20.10.1854 – Marsiglia 10.11.1891), Stéphane Mallarmé (Parigi 18.3.1842 - Velvins 9.9.1898)…, una triade di poeti le cui opere, pressoché ignorate e incomprese dal pubblico, manifestarono in modo profondamente sofferto la crisi della società francese dopo l'esperienza della Comune di Parigi, cui essi avevano partecipato. Sotto il titolo di "I poeti maledetti" Paul Verlaine (1844 - 1896) pubblicava nel 1884, a Parigi, un saggio su alcuni poeti a lui contemporanei…, tra gli altri egli parlava di Mallarmé, di Rimbaud, e di se stesso sotto l'anagramma di Pauvre Lelian (povero Lelian). Verlaine definiva "maledetti" i poeti in questione poiché essi erano lasciati da parte del pubblico, che non li capiva o li ignorava. Pure, diceva Verlaine, il futuro saprà valutare tutta l'importanza di questi poeti d'avanguardia.
Nel giudicare le affermazioni di Verlaine, bisogna notare che il poeta francese trascura di studiare le ragioni profonde per le quali il rapporto tra pubblico e artista era, in quel caso, tanto difettoso. Ma l'elemento che è alla base del suo saggio è in ogni modo molto significativo… , Verlaine, sia pure confusamente, sentiva che i poeti di cui egli parlava non erano in contatto diretto e attivo con la società in cui vivevano, ma anzi, che vi si opponevano polemicamente.

A questo punto sarebbe inesatto cercare di stabilire superficialmente se la "colpa" fosse del pubblico o degli artisti…, le ragioni di questo distacco sono da ricercarsi in tutta una generale situazione storica.
E' certo che i "poeti maledetti" cercano nella loro opera i segni di quella che fu la crisi di tutta la società francese dopo che la rivoluzione della Comune venne soffocata con i massacri del maggio 1871. La Comune aveva portato in sé tutte le enormi possibilità di un decisivo fatto rivoluzionario…, se essa fosse riuscita ad imporsi la società francese, in tutte le sue attività, sarebbe potentemente progredita.
Ma con la vittoria della borghesia reazionaria, con le repressioni tanto spaventosamente crudeli, la Francia ripiombò in quell'inerzia corrotta che era imposta da una classe storicamente ormai del tutto negativa. Molti artisti e molti intellettuali avevano compreso l'importanza vitale del movimento della Comune.
Naturalmente nelle solite storie letterarie queste adesioni al movimento rivoluzionario vengono sottovalutate, ridotte ad episodi strettamente biografici, ad entusiasmi le cui ragioni devono essere ricercate solo nelle turbolenze della gioventù. Ma le cose stanno ben diversamente.
Sappiamo che Paul Verlaine lavorò all'Hotel de Ville come capo dell'ufficio stampa della Comune…, e che Arthur Rimbaud si pronunciò ardentemente a favore dei rivoluzionari, scrivendo anche due bellissime poesie…, una sulle mani di una donna insorta… "Le mani di Jeanne Marie"…

"…Impallidite… meravigliose

al grande sole carico d'amore

sul bronzo delle mitragliatrici

dentro Parigi insorta…".

… e una ("Parigi insorta") sulla città dopo la sconfitta dei Comunardi.


Arthur Rimbaud
Queste non erano turbolenze giovanili, qui agiva l'entusiasmo cosciente di due artisti che con tanti altri avevano capito le necessità della rivoluzione. Ma il prevalere della reazione troncò bruscamente tutte le possibilità vitali. Ho detto che fu un vero colpo, e che tutta la società francese ebbe a risentirne… e senza dubbio ne risentirono anche i nostri poeti.
Subito dopo una violenta manifestazione reazionaria diventa più difficile anche per gli artisti saper individuare con chiarezza la propria strada. I nostri poeti, carichi di tutti i loro desideri di una vita più intensa e più libera, si trovarono prigionieri di una società che difendeva la sua aridità con la violenza. Sentirono, più o meno consciamente, che era impossibile cantare quella società…, e Rimbaud, per esempio, dopo il 1870 non scisse quasi più nulla. Ma le possibilità creative offerte da un romanticismo esaltato da un'azione collettiva sembrarono loro del tutto spente…, ed essi s'immersero nella ricerca nella ricerca di un'intensità vitale individuale, cercarono di raggiungere da soli, con la forza del loro atto poetico, il cuore di una vita libera e assoluta… una specie d'anarchismo poetico.
Ripresero insomma del romanticismo solo l'aspetto individualistico, della realtà tutta concentrata nella mente e nell'anima dell'individuo e nell'anima dell'Individuo artista. Era un tentativo che aveva di fronte soltanto la forza della capacità creatrice di un individuo, e che poteva riuscire soltanto finché resisteva quella forza, e nei limiti di questa. Così nell'opera dei nostri poeti, accanto ai momenti di acuta intensità poetica e vitale (ho già detto di che genere), troviamo anche i momenti di vanità, di abbandono…, quando la fantasia non regge più a creare immagini viventi, ma produce solo forme debolmente evanescenti e suggestive, frutto di una specie di eccitazione più che di una concreta volontà poetica.
Questa storia è vera soprattutto per Rimbaud, il poeta più importante e vigoroso tra i maledetti.
Nato nel 1854, a diciotto anni egli aveva già composto tutta la sua opera…, dai "Primi versi" (dove, oltre alle poesie ricordate è la famosa poesia "La nave ubriaca", che canta in immagini vertiginose le libera corsa di un battello su un oceano sconvolto dai prodigi degli astri, delle albe e dei tramonti)…, alle "Illuminazioni" (dove il poeta approfondisce il suo tentativo di evocazione di una nuova realtà "poetica")…, a "Una stagione in inferno"(prose poetiche, dove si fa sempre più disperata la sua volontà di arrivare all'intuizione di una vita assoluta, di una realtà superiore da poter cogliere dopo una "lunga, immensa, ragionata sregolatezza di tutti i sensi", come egli stesso ebbe a scrivere. Il tentativo era disperato…, Rimbaud aveva voluto illuminare nella luce della poesia i rapporti della vita come se egli fosse stato una persona sola in tutto il mondo…, e per questo aveva dovuto arrivare a quella particolare esasperazione delle facoltà individuali, così frenetica e vana. Del suo tragico fallimento ci restano una una serie di scritti in versi e in prosa, alcuni di rara intensità, altri divorati da quella dolorosa disumanità. Rimbaud giudicò vano tutto il suo sforzo poetico…, distrusse tutte le copie che poté della "Stagione in inferno" (l"unica opera pubblicata da lui) e partì per l'Africa - cercando in diversi paesi e in una vita diversa quello che non era riuscito a trovare in un uso così "diverso" della poesia. Rimbaud fu anche la vittima sofferente di tutta un'organizzazione di vita. Nelle sue opere è da sentire il grido di una volontà, di un'intensità vitale, quanto mai vigorose…, ma nel suo fallimento è una tragica moralità.

Stéphane Mallarmé
Il gruppo dei "poeti maledetti", quale ce lo presenta Verlaine non era certo composto da artisti rigorosamente simili. Le varie personalità erano anzi ben diverse…, basta pensare alla poesia di Mallarmé, tutta impegnata ella costruzione di un mondo "mentale" perfettamente conchiuso.
E del resto già Paul Verlaine era ben diverso a Rimbaud.
Delle sue molte raccolte ricorderò i "Poemi saturniani" del 1866 (dove saturniano significa "stranamente cupo, malinconico…, poesie oscillanti tra una tormentata immaginazione – molto romanticamente dichiarata, però - e una sensibile musicalità).
Le "Romanze senza parole" (scritte dopo la fuga del poeta con Rimbaud in Belgio e a Londra, che si concluderà con tre colpi di pistola sparati da Verlaine al suo giovane amico e con il carcere. Qui la poesia si fa sempre più sfumata, impressionista, potrei dire…, e di quel musicale impressionismo poetico sarà un'enunciazione "L'arte poetica").
Nel 1881 Verlaine pubblicò "Saggezza", dove sono le poesie della sua conversione che appaga per poco il poeta, che si ritufferà nella sua vita senza regole, cercando nel disordine erotico - e nella musica dei suoi versi - una realtà autentica che lo appagasse (e si vedano così le altre raccolte dopo "Saggezza"). Il dramma di Verlaine fu, in sostanza, meno moralmente austero e meno veramente tragico di quello di Rimbaud…, nonostante tutto, la letteratura come soluzione "piacevole" lo soddisfaceva quasi sempre (ed è per questo che di lui ci restano tanti versi raffinatamente gustosi e delicati).
Non era stato così per Rimbaud…, egli anzi aveva cercato - per quanto fosse vano - di disarticolare l'espressione letteraria per arrivare con questo alla conoscenza di una realtà assoluta. Era un assunto disperato, ed ho cercato di accennarne le ragioni. Ma al di là delle zone d'ombra e anche degli "atteggiamenti" di certa retorica capovolta, il tormento di questi artisti, là dove esso suona sincero e sofferto, non può non commuovere profondamente attraverso la forza dei loro versi.
Poeti maledetti…, una maledizione che veniva anche da loro.
Non semplice incomprensione di un certo pubblico, ma crisi di tutta una società.
Per superarla veramente, era necessaria una nuova chiarezza di vita, una volontà concreta, una sapienza completamente umana, che essi non ebbero, o non poterono avere…, ma che sole avrebbero potuto dissolvere quella solitudine che li ha abbagliati e condannati . Si pensi comunque quanto più autentico (e più umano) fu il loro tormento, di quello finto che si misero in faccia (come una maschera che coprisse ozio e ignoranza) tanti falsi artisti prima e dopo di loro.


ALCUNE NOTE SU PAUL VERLAINE

Paul-Marie Verlaine - Nato a Metz il 30 marzo del 1844, la sua era una famiglia quasi agiata, senza problemi finanziari, il padre, Nicolas, era un ufficiale che presto sarebbe andato in pensione per amministrare la sua rendita…, nel complesso è collerico, ma assente dalla reale gestione della casa. La madre , Elisa Dèhèe, di quattordici anni più giovane del marito, è una solida donna di casa, assai concreta, dal carattere un po' cedevole, e con piccole manie. E' stata a lungo ossessionata dall'idea di non avere bambini, a tal punto che conservava sotto spirito, nella camera da letto, i feti di tre aborti consecutivi avvenuti prima della nascita di
Paul. In famiglia vive anche Elisa Moncomble, la cugina di Paul e il suo primo amore. L'infanzia del poeta è serena, spensierata, confortata da affetti esclusivi. Condusse poi un'esistenza alquanto tormentata, segnata dall'alcolismo e dalla drammatica
conclusione dell'amicizia con Rimbaud. Dopo la condanna a due anni di carcere, Verlaine si convertì al cristianesimo.
L'ultimo decennio di Verlaine è il più triste e il più squallido. Il poeta vive in completa indigenza a causa dell'avidità con cui le prostitute che frequenta, gli dilapidano i non più scarsi proventi della sua attività letteraria.
La sua salute è assai debole e lo costringe a frequenti soggiorni in ospedale.
Paul Verlaine muore l'8 gennaio del 1896, alle sette di sera, dopo essersi confessato.


ALCUNE NOTE SULLA COMUNE DI PARIGI

La Comune era un Governo rivoluzionario costituito a Parigi dal 18 marzo al 28 maggio del 1871. La sconfitta nella guerra con la Prussia e l'incapacità del governo a controllare la situazione militare, economica e politica favorirono lo sviluppo di forze rivoluzionarie ostili alla capitolazione che guidarono l'insurrezione popolare contro il governo di Thiers e l'assemblea nazionale, a maggioranza monarchica-moderata. Il governo fuggì a Versailles, lasciando la città sotto il controllo del comitato centrale della guardia nazionale che fu affiancato dal consiglio generale della Comune, proclamato
il 28 marzo, mentre nel resto della Francia si accendevano focolai rivoluzionari che ebbero scarsa fortuna.
Tra i provvedimenti presi dal governo rivoluzionario vi furono il suffragio universale, l'abolizione della leva obbligatoria, la separazione tra stato e chiesa, la socializzazione delle fabbriche e la giornata lavorativa di 10 ore.
Le divergenze sorte nel suo interno e l'isolamento del resto del paese portarono alla capitolazione…, dopo una settimana di sanguinosi scontri (22 - 28 maggio, semaine sanglante), nel corso dei quali morirono oltre 20.000 comunardi, le truppe governative al comando del generale Mac-Mahon riuscirono ad aver ragione delle forze rivoluzionarie.
Seguì una sanguinosa repressione con migliaia di fucilazioni e decine di migliaia di carcerati e deportati.
La Comune di Parigi fu considerata da Karl Marx come la prima forma di governo della classe operaia.



IL PLEUT DOUCEMENT SUR LA VILLE_____PIOVE CON DOLCEZZA SULLA CITTÀ


Il pleure dans mon coeur_________Piange il mio cuore

Comme il pleut sur la ville________come piove sulla città;

Quelle est cette languer_________ma cos'è questo languore

Qui pénètre mon coeur?_________che penetra il mio cuore?

O bruit doux de la pluie_________Che dolce il rumore della pioggia

Par terre et sur les toits!_________in terra e sopra i tetti!

Pour un coeur qui s'ennuie_______per un cuore annoiato,

O le chant de la pluie!__________Oh, il canto della pioggia!

Il pleure sans raison____________Piange senza ragione

Dans ce coeur qui s'écoeure______questo cuore in nausea.

Quoi! Nulle trahison?___________Che! Nessun tradimento?

Ce deuil est sans raison_________ E' un dolore senza ragione.

C'est bien la pire peine__________E' la pena più grande

De ne savoir pourquoi___________non conoscere il motivo,

Sans amour et sans haine________senza amore e senza odio

Mon coeur a tant de peine!_______il mio cuore ha tanta pena!


LACRIME DEL MIO CUORE - Identità tra paesaggio e spirito: tristezza dell'anima, dentro.
Non fa paura il dolore al poeta, ma è l'accoramento di non sapere perchè egli soffra, che aumenta la sofferenza.
Non è questa però condizione straordinaria di un uomo...., anche noi ci troviamo a volte a farci la stessa domanda: che cos'è questo languore che mi penetra il cuore?
Non sappiamo rispondere...., e l'angoscia aumenta...



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I FIORI DEL MALE - Charles Baudelaire






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