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giovedì 23 ottobre 2014

M - STORIA DELL'ARTE- I grandi artisti (M - Art History - The great artists)

Grande nudo disteso (1917) - Amedeo Modigliani

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(In costruzione)


MANET Edouard (Vedi biografia)

Pittore francese (Parigi, 23 gennaio 1832 – Parigi, 30 aprile 1883).
Manet fu il precursore del movimento impressionista. Con due suoi grandi capolavori (La colazione sull'erba e Olympia, del 1863) inizia infatti la pittura moderna.
In questi quadri Manet abolisce prospettiva, chiaroscuro, sfumature tonali e ricerca plastica del volume.
Il motivo di Olympia è ripreso da La Venere di Urbino di Tiziano, ma la stesura del colore è piatta, il contorno del corpo è messo in forte risalto, quasi ripassato (tecnica che poi sfrutterà abilmente Paul Gauguin).
Anche il soggetto de La colazione sull'erba (una donna nuda conversa, in un bosco, con due signori riccamente vestiti) è ripreso da un quadro veneto del' 500 (Il Concerto Campestre di Giorgione) e dal disegno Il giudizio di Paride di Raffaello.
Il motivo dominante del quadro è la trasparenza dell'acqua nell'ombra umida del bosco, cui si aggiunge la suggestione mitologica della ninfa che rappresenterebbe l'origine della creazione e della vita. Il quadro è estremamente luminoso, ma la luce non è un raggio che colpisce i corpi, bensì un chiarore che emana dalla qualità dei colori.


MANTEGNA Andrea (Vedi biografia)

Pittore italiano (Isola di Carturo, Padova 1431 - Mantova 1506).
Di umile origine, della sua vita non si sa quasi nulla all'infuori di qualche rara notizia, come il suo matrimonio con Niccolosa, figlia di Jacopo Bellini, che gli diede due figli, dei quali Francesco fu pure pittore. 
Accolto tredicenne come discepolo e figlio adottivo dallo Squarcione, cominciò a segnalarsi fin da giovane con i suoi dipinti, lavorando per lo più a Padova. 
Nel 1460 Mantegna lasciò il Veneto e si trasferì a Mantova, presso gli Estensi, decorandone il Palazzo. Dopo un brevissimo soggiorno a Roma, ritornò a Mantova, dove morì.


MARTINI Simone (Vedi biografia)

Pittore italiano (Siena 1283 - Avignone 1344).
Le notizie relative alla sua vita sono piuttosto scarse. Dopo aver lavorato durante gli anni giovanili a Siena, si trasferì a Napoli, al servizio di Roberto d'Angiò, quindi a Orvieto e ad Assisi. Successivamente si stabilì ad Avignone dove eseguì per il Petrarca un ritratto di Laura e dove esercitò una profonda influenza sull'arte provenzale.


MASACCIO, Tommaso di ser Giovanni di Monte Cassai (Vedi biografia)

Pittore italiano (S. Giovanni Valdarno 1401 - Roma 1428 circa).
Le prime notizie certe di questo artista riguardano la sua iscrizione all'Arte dei medici e degli speziali nel 1422 e alla Compagnia di S. Luca due anni dopo; ebbe un fratello minore, Giovanni, detto lo Scheggia, anch'egli pittore. 
Fu stretto collaboratore di Masolino da Panicale, con cui lavorò agli affreschi della cappella Brancacci a Santa Maria del Carmine di Firenze. 
Tra il 1425 e il 1428, a Roma, decorò la cappella di San Clemente e dipinse il trittico a doppia facciata per Santa Maria Maggiore.


MODIGLIANI Amedeo (Vedi biografia) 

Pittore e scultore italiano (Livorno 1884 - Parigi 1920)
Dopo aver studiato a Livorno, Firenze, Roma e Venezia, nel 1906 raggiunse Parigi, dove entrò in contatto con le esperienze pittoriche dei cubisti; ben presto però il giovane artista si staccò da questi modi pittorici per esprimersi in una forma completamente personale. Modigliani trascorse una tragica esistenza, tormentata dalla malattia, dalla disperazione e dedita all'alcool.


MONET Claude (Vedi biografia) 

Pittore francese (Parigi, 14 novembre 1840 – Giverny, 6 dicembre 1926)
Monet fu l'artista che, sia pure indirettamente, fornì, con il suo quadro Impression, soleil levant (1872), l'ispirazione per la coniazione del nome del movimento impressionista.
Monet studiò le leggi dei colori complementari, al fine di ottenere la resa della sensazione visiva nella sua assoluta immediatezza.
Sono un affascinante esempio di questa ricerca le Cattedrali di Rouen (1892-1894) in cui Monet rese la mutevolezza degli effetti di luce nel corso della giornata anche in relazione alle diverse condizioni dell'atmosfera.
Il tema delle composizioni è la facciata della Cattedrale della città francese.

Negli ultimi quadri del pittore l'atmosfera diventò vaporosa, quasi inconsistente: l'impressione visiva, da cui Monet era partito, si trasformò quasi in visione poetica.


MORANDI Giorgio (Vedi biografia)

Pittore ed incisore italiano (Bologna 1890 - 1964).
Allievo dell'Accademia di belle arti a Bologna, vi svolse più tardi I'attività di insegnante d'incisione. 
Nelle sue prime opere denota un evidente rapporto con il futurismo, alla cui Esposizione romana del 1914 prese parte. Si distinse nel campo pittorico per le sue rappresentazioni di nature morte e per i suoi paesaggi.


mercoledì 25 settembre 2013

RAFFAELLO, FANCIULLO (Raphael child)

        
Raffaello Sanzio di Urbino (1483-1520), pittore armonioso e sereno, misurato ed elegante, fu avviato al cammino dell'arte dal padre, pittore lui pure, e dal Perugino che ebbe come maestro. Superbi lavori egli lasciò a Roma, a Firenze, a Milano; la Madonna della Seggiola, del Cardellino, del Granduca, Lo sposalizio della Vergine, per non citare che i più famosi insieme ai ritratti di gentildonne, Papi (Giulio lI e Leone X), letterati (il Castiglione) ed agli affreschi che ornano le Stanze vaticane e le Logge vaticane.

Andrea Mantegna (1431-1506) di Padova, pittore ed affrescatore noto per i lavori dal vigoroso rilievo e dagli splendidi colori.

Nel maggio del 493, in una giornata piena di luce, Giovanni Santi fece varcare al figlio - tremante d'emozione- la casa del sommo Mantegna, il quale era un uomo alto, quadrato della persona, dal volto nobilissimo, gli occhi azzurri pieni di dolce gravità e i capelli d'argento. L'artista, che stava dipingendo la "Madonna della Vittoria", accolse cordialmente il vecchio pittore urbinate; ma, quando vide Raffaello, non potè trattenere un moto di commossa meravigli a dinanzi alla bellezza e all'espressione del fanciullo. 
Sapeva, il Mantegna, delle sue attitudini artistiche e dei maestri che queste attitudini educavano. Lo accarezzò affettuosamente, lo fece sedere accanto, gli domandò con affabilità: 

- Mi avrai portato qualche tuo lavoro da mostrarmi e, ne son certo, da farmi ammirare!
- Sì, messere, - rispose trepidando Raffaello, mentre i suoi occhi risplendevano di timorosa speranza e sembravano ingrandirsi nella contemplazione del grande. - L'ho portato. Così ha voluto il babbo, ma voi riderete dei miei scarabocchi...
- Se codesti scarabocchi hanno la grazia delle tue parole e della tua voce, saranno qualche cosa di meglio che scarabocchi. Vediamoli.
  
Madonna Solly (1500-1504) Raffaello Sanzio
Gemäldegalerie, Berlino
Olio su tavola cm 52 × 38
  
Sorridendo, Giovanni sciolse dalle cordicelle che li tenevano uniti due grandi rettangoli di spesso cartone, li aprì e mise su un ampio tavolo i disegni e i dipinti del figlio.
Andrea Mantegna li guardò ad uno ad uno, lungamente, senza parlare. Ma quando si trovò fra le mani un dipinto di Madonna e di Bambino adorante, non potè fare a meno di balzare dal seggiolone quattrocentesco dove stava seduto; mandò un piccolo grido di stupore, fissò Raffaello, gli prese il volto fra le mani, lo baciò e chiese al fanciullo: 

- Tu! Tu hai fatto questo? Non è possibile.
- Sì messere, - rispose fiero e gioioso il figlio del Santi. - Io stesso lo disegnai sotto la guida del mio maestro, messer Timoteo Viti da Urbino, e poi gli detti il colore, di mio, senza consiglio.
- E allora le tue mani le guidano gli angeli, benedetto, poichè non ho mai veduto compiere miracoli simili alla tua età.

Ricontemplò ancora a lungo il dipinto, e disse: 
- È evidente in questo lavoro l'influsso del bolognese Raibolini (Francesco Raibolini, detto il Francia, 1450-1517, fu il maggior pittore bolognese del Rinascimento), ma la grazia del bambino, la soavità del volto della Madonna e soprattutto il colore... il colore!

Poi s'interruppe, forse temendo di dire cose inopportune, ma fra sè pensò: 

- Dio mi perdoni... Se io non ho le traveggole, codesto Santi ha già un senso istintivo del colore che sbalordisce!.
- Vieni! - gli disse, chinandosi un po' e, tenendogli le mani sulle spalle. - Vieni, perchè ora ti voglio far vedere qualcosa di mio.
   
MADONNA DELLA VITTORIA (1496) - Andrea Mantegna
Museo del Louvre, Parigi
Tempera su tela cm 280 × 166 

Fece cenno anche a Giovanni di seguirlo, attraversò un lungo corridoio ed entrò con gli ospiti nella sala dove egli lavorava. Su di un cavalletto si delineava la forma di un quadro ricoperto da una tela scura. Il Mantegna, con un gesto delicato e deciso ad un  tempo, tolse dal cavalletto la tela. Raffaello, alla vista della "Madonna della Vittoria", non disse nulla; ma, di fronte a quella divina pittura che lo rapiva, congiunse istintivamente le mani, come di fronte alla vera Madre del Cielo, mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime. Poi rimase lì, immobile, come se fosse di marmo...
Quel viaggio lasciò un solco indelebile nell'anima di Raffaello.
Egli cominciò da quell'istante a provare uno straordinario bisogno di evadere dalla sua città, di conoscere luoghi nuovi, paesaggi nuovi, e soprattutto le cose prodigiose dei grandi artisti della pittura e gli artisti medesimi. La conoscenza del Mantegna lo aveva esaltato. Troppi erano i capolavori che Raffaello ancora non conosceva e che doveva conoscere. E intanto si rimise al lavoro con rinnovato fervore.
Il padre, che già si sentiva presso alla fine, lo portò da Pietro Vannucchi, (1446-1524), detto il Perugino, perchè visse molto a Perugia, fu artista sobrio e misurato, ricco di fascino; lasciò nelle sue pitture un tipo personalissimo di bellezza religiosa).
 Rimasero nella casa del Vannucchi per ben dieci giorni, dieci giorni durante i quali egli visse in paradiso, rimanendo ore ed ore a veder disegnare e dipingere il maestro. E il maestro gli mise spesso in mano matite e pennelli e lo fece lavorare guardandolo con occhi larghi di meraviglia.

Adorazione dei Magi (1517-1519) Raffaello
Musei Vaticani-Città del Vaticano, Loggia di Raffaello
(III Loggia, Palazzo Apostolico) 
   
Non era facile che si accontentasse, il Perugino. Eppure nessuno seppe mai dare a Raffaello fanciullo la gioia, la speranza, la fiducia in se stesso che un giorno quel maestro seppe dargli. Lavorava da tempo e molto lentamente a un suo quadro, divenuto poi celebre, la "Adorazione dei Magi". 
Una mattina, stava dipingendo il mantello del secondo re, quello che porta l'incenso, e non era soddisfatto. Quel turchino del mantello non gli riusciva. Troppo carico, poco morbido, troppo leggero, troppo pesante... Il Perugino cominciò a stizzirsi; depose il pennello, tirò una tela sul quadro e si disse: 

- Non c'è fretta. Voglio andare a vedere intanto cosa fa quel ragazzo.
- Buongiorno, maestro, - lo salutò Raffaello andando da lui appena lo vide.
- E anche a te, bello. Vieni un momento con me.

Lo condusse nel suo studio e gli chiese in tono di celia: - Quanti erano i re magi, cosa portavano in dono a Gesù Bambino? Il re che portava I'incenso sfoggiava un mantello azzurro che era una bellezza. Sei capace di immaginartelo quel mantello? Sì? E allora provati a dipingerlo. Io vado a far quattro chiacchiere col tuo babbo.

Raffaello sorrise e, rimasto solo, cominciò ad armeggiare fra i colori.
Quando il Vannucchi ritornò nella stanza col Santi si meravigliò di vedere il ragazzo con i gomiti appoggiati al davanzale della finestra.

- Oh, Raffaellino!...-È così che tu lavori?

Raffaellino si ritirò di scatto dalla finestra e rispose: 

- Ho terminato.

Allora il Perugino andò ad osservare cosa avesse fatto; poi disse serio serio: 

- Da un pezzo in qua andavo cercando il colore giusto per uno dei re magi senza che mi riuscisse di azzeccarlo. E quel miracolo vivente di marmocchio ha saputo fare le cose meglio di me. Guardate!

L'azzurro di quel mantello aveva del fiordaliso e dell'ireos, con una certa tonalità leggermente più cupa. Sembrava vederlo aleggiare, tanto era sciolto e ad un tempo maestoso.

- Vieni qui! - gli ordinò il Perugino. - Tieni: questo è un bacio che ti do come se fossi un altro babbo per te. E ricordati che a Perugia, da Pietrino Vannucchi, tu dovrai tornare un giorno o l'altro, perchè vorrò essere io il primo a farti spiccare il grande volo. Hai inteso? 




domenica 1 settembre 2013

IL PARNASO - MARTE E VENERE (The Parnassus - Mars and Venus) - Andrea Mantegna

IL PARNASO (1497) Andrea Mantegna
Museo del Louvre - Parigi
Tempera a colla e oro su tela cm 192 x 159

È il primo dei dipinti voluti da Isabella d'Este, marchesa di Mantova, per decorare il suo studiolo.Il programma iconografico, dettato dal letterato di corte Paride Ceresara, è particolarmente congeniale a Mantegna, che ha modo di dispiegare con finezza di particolari il suo gusto per l'antichità e la mitologia, espresso in termini di colto umanesimo.

Al centro, le nove Muse ballano al suono della cetra suonata, da Apollo; sulla destra il dio Mercurio conduce il cavallo alato Pegaso; sulle alture alle spalle delle Muse Venere e Marte s'abbracciano, mentre Amore sbeffeggia Vulcano, il marito di Venere, rimasto nella sua fucina.

Nonostante il suo astruso simbolismo, sul quale si sono esercitati i discordanti pareri degli interpreti,  Il Parnaso è una delle più fresche e nuove opere che il Mantegna abbia creato in questo periodo. Qualunque sia il significato simbolico della scena, essa è valida poeticamente per quel senso musicale del ritmo e della proporzione che lega le immagini I'una all'altra nella serena dolcezza del paesaggio. È l'ultimo sogno classico dell'artista ispirato ad un'estetica che già anticipa Raffaello; una visione olimpica ideale della bellezza, nella quale la luce e il colore assumono un ruolo di primo piano, precorrendo i rapporti cromatici della pittura del Cinquecento. 

Mentre a Venezia il cognato di Andrea, Giovanni Bellini, sta realizzando la fondamentale svolta in senso luministico e tonale, che caratterizzerà tutto il corso della pittura veneta del Cinquecento, e mentre a Milano Leonardo sta studiando con cura la riproduzione degli effetti naturali e atmosferici nei dipinti (Leonardo stesso sarà ospite dei Gonzaga nell'anno 1500), Mantegna non abbandona una maniera essenzialmente grafica, incisiva, ricca di dettagli ornamentali e di preziosità paesaggistiche. È una tecnica che si avvia ad avere un sapore quasi nostalgico, e che tuttavia sostiene il maestro nei suoi ultimi capolavori, che potrebbero essere presi a simbolo della fase conclusiva dell'umanesimo nelle corti italiane. 

La rappresentazione del Parnaso è incentrata sull'elegante danza delle Muse al suono della cetra di Apollo, mentre, tutt'intorno, le immagini di Vulcano, di Marte, Venere, Amore, Mercurio e del cavallo alato Pegaso rivelano la convinta adesione di Mantegna a un mondo mitico e impossibile, al quale allude anche la stravagante forma delle rocce e delle montagne.




sabato 17 agosto 2013

LA CAMERA DEGLI SPOSI (Wedding Chamber) - Andrea Mantegna

LA CAMERA DEGLI SPOSI (?-1474) Mantegna
Castello di San Giorgio (Palazzo Ducale) Mantova
  
Non si conosce con esattezza la cronologia dell'esecuzione degli affreschi, eseguiti nel corso di alcuni anni e terminati nel 1474. Mantegna che qui raggiunge la più piena espressione della sa maturità di artista, ha concepito in modo unitario la sala, chiamata "Camera Picta" negli antichi documenti: due lati sono ricoperti da un finto tendaggio, che si scosta sulle pareti in cui
compaiono i membri della famiglia Gonzaga. 
All'ingresso, su un muro scandito da pilastri dipinti a motivi classici, un paesaggio ricco di riferimenti a monumenti romani ospita l'Incontro tra il marchese Ludovico e il figlio cardinaleaccompagnati da un sontuoso corteo di paggi con cavalli agghindati e cani di razza; segue, sulla parete accanto, la Corte dei Gonzaga, in cui Mantegna dimostra notevoli capacità di ritrattista, variando la propria tecnica per riprodurre le fresche guance delle ragazze, i volti severi delle persone mature, il sorriso della nana. Sovrasta tutto un oculo prospettico al centro della volta, una finta
balaustra circolare dalla quale si affacciano alcune figure, in ripida, virtuosistica prospettiva.
Le altre parti del soffitto simulano una partizione in riquadri decorati in stucco con busti di imperatori romani.
   
Camera degli Sposi - Incontro tra il marchese Ludovico e il figlio cardinale
  
Probabilmente intorno al 1471, Andrea Mantegna avvia la decorazione della cosiddetta "Camera degli Sposi",  modello per la pittura profana del  Rinascimento, in cui il pittore abbandona le preziose minuzie del gotico cortese per scene sostenute da un robusto senso prospettico e, insieme, da un'accurata ripresa dell'osservazione naturale. 
Lungo le pareti principali si svolgono due scene: il "ritratto di gruppo" della famiglia del marchese Ludovico III Gonzaga, attorniato dai cortigiani, e l'incontro del marchese con il secondogenito, il cardinale Francesco Gonzaga. 
Nella volta, fra lacunari dipinti in chiaroscuro con motivi classici, si apre un famoso oculo circolare, con una balconata da cui si affacciano figure e animali, aperta con una vertiginosa prospettiva verso il cielo. Questo "sfondato" illusionistico servirà da esempio per gli artisti delle generazioni successive, e in particolare per il Correggio.
  
Camera degli Sposi - Incontro tra il marchese Ludovico e il figlio cardinale  
        

Camera degli Sposi - Corte dei Gonzaga
  
La Camera degli Sposi viene completata con ogni probabilità nel 1474: il decennio successivo è decisamente poco felice per Mantegna e per lo stato mantovano.
L'artista, che da tempo intrattiene con i marchesi un fitto carteggio - prova di un carattere permaloso e di rapporti non sempre facili con gli altri cortigiani - vede morire un proprio figlio, poi il marchese Ludovico, la marchesa Barbara, infine il successore di Ludovico, Federico. 
Solo con la salita al potere del giovane Francesco II Gonzaga (marchese dal 1484) le committenze artistiche mantovane conoscono una significativa e duratura ripresa.
  
La volta della Camera degli Sposi
   
I valori illusionistici trovano nella Camera degli Sposi il massimo vertice, il culmine mai più raggiunto o meglio mai più perseguito da Mantegna con sistema prospettico lineare. Tali valori illusionistici sono tuttavia una caratteristica permanente della sua opera e sono presenti fin dagli anni giovanili, quando la sua formazione avviene in quell'ambiente patavino permeato da varie esperienze prospettiche. 
L'originalità della prospettiva mantegnesca consiste nella particolare interpretazione di quella toscana che subordinò sempre a esigenze espressive drammatiche e liriche, coinvolgendo lo spettatore con ipnotici apparati prospettico-illusionistici. La sua concezione spaziale è strettamente legata all'ambiente a cui I'opera è destinata e al soggetto da rappresentare ed è direttamente funzionale al movimento dello spettatore.



mercoledì 27 ottobre 2010

LA SCUOLA PADOVANA (The school of Padua) – Andrea Mantegna

LA SCUOLA PADOVANA – Andrea Mantegna


San Giacomo battezza Ermogene (1447-1456)
Andrea Mantegna e altri
Affresco Cappella Ovetari - Padova


La critica più recente annulla l’efficacia dell’insegnamento di FRANCESCO SQUARCIONE
(1397-1468c.), il quale si deve credere un impresario di pittura e un collezionista ghiotto di guadagni.
Le sue raccolte di disegni e gessi erano accessibili ai giovani volenterosi, e però l'artista che dipinge con stento e durezza due soli quadri (il polittico Lazzara del Museo Civico di Padova e la Madonna del Museo di Berlino), e che riunisce nella sua bottega centotrentasette allievi - DARIO DA TREVISO, MARCO ZOPPO e GIORGIO SCHIAVONE sono i più noti - ha il merito di far propaganda dell’antico e d'incitare agli studi, compiuti con altro e più alto indirizzo, un uomo di genio.
Andrea Mantegna, nato a Isola di Carturo (nel padovano), non ignora i realisti toscani - Paolo Uccello, Filippo Lippi e Andrea del Castagno -, ma si esercita intensamente sulle forme plastiche di Donatello e sulle statue classiche.
A ventun anni finisce d'affrescare la Cappella Ovetari (Padova, Eremitani) in concorrenza di altri squarcioneschi, ma la vittoria rimane a lui, assicurandogli la fama.

Il “Battesimo d’Ermogene” mostra la severità dello stile con la compostezza sovrumana delle figure ben distribuite nello spazio…, e la “Condanna di San Giacomo” esprime la romanità dell'umanista che non si chiude nella calcolata freddezza dell'archeologo.
Erode Agrippa siede sul trono fregiato di sfingi donatelliane e coperto di baldacchino…, un arco di trionfo si leva compatto a destra…, intorno al cancello di marmo stanno pochi soldati di guardia al martire ed un fanciullo reggistemma…, a sinistra, una torva sentinella romana bilancia la composizione.
     
Andata di San Giacomo al supplizio (1447-1456)
Andrea Mantegna e altri
Affresco Cappella Ovetari - Padova
    
Nella “Andata di San Giacomo al supplizio”, gli effetti prevalenti dell'immobilità sculturale cercano l'energia dinamica con la figura mossa diagonalmente a linee prospettiche si abbassano verso una strada interna, esagerando l'illusione di chi guardi un proscenio dal sotto in su.
Il santo che risana il paralitico fa stupire un armato di scorta, e nel giovane senz'elmo, che, nel mezzo, sostiene lo scudo, è palese il ricordo del S. Giorgio di Donatello.

L'amicizia e la parentela con Jacopo Bellini modificano il languido colorito d'Andrea che, nel 1459, è a Mantova, e vi decora la “Camera degli Sposi” (1465-1474).
Alla balaustrata circolare del soffitto, aperto sul cielo, la scienza del prospettivista affaccia le gentildonne, i genietti, una negra, un pavone, e supera gli accorgimenti di Me1ozzo da Forlí con l'annunzio del Correggio e quasi con la divinazione di Paolo Veronese e del Tiepolo.
Sulle pareti è rappresentata la famiglia e la corte del marchese Lodovico Gonzaga…, notevole sopra gli altri episodi “La designazione di Francesco a cardinale”.
L'intuito del ritrattista, che non subisce più il tormento della pura plasticità, e che si affida anche alle prime risorse del colore, può riuscire monotono nel preparare i gruppi, ma i tipi "immortalallo nella pronta sicurezza de' tratti e negli sguardi imperterriti".
   
TRIONFI DI CESARE (1486 circa) - Hampton Court Palace - Londra

  
Il “Trionfo di Cesare” (Hampton Court, Palazzo Reale), colorito a tempera su nove tele, per il teatro del castello mantovano, è una processione eroica d'insegne, di stendardi, di trofei d'armi, di soldati vittoriosi e di prigionieri, di cavalli, di bovi e d'elefanti…, da ultimo Cesare, incoronato dalla Vittoria, legge sullo scudo portogli da un paggio: «Veni, vidi, vici».
I quadri d'altare sono degni dei dipinti murali: dalla “Madonna e Santi” di San Zeno in Verona al “San Giorgio” della Galleria dell'Accademia di Venezia, e dalla “Madonna della Vittoria” (Parigi, Louvre), in una nicchia di verzura, alla “Madonna in gloria e Santi” (Milano - Raccolta Trivulzio), vera costellazione di teste angeliche.

Poche scuole dell'Italia settentrionale si sottraggono al naturalismo del Mantegna, che si diffonde a Venezia con i VIVARINI ed i CRIVELLI, a Verona coli FRANCESCO BENAGLIO ed i MORONE, nel Friuli con i DA TOLMEZZO, e nella Lombardia con GIROLAMO DA CREMONA e FRANCESCO MANTEGNA, figlio di Andrea.



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