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lunedì 16 novembre 2015

I PROMESSI SPOSI - Alessandro Manzoni (Versione scolastica)

Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873)

Alessandro Manzoni fu sommo poeta e romanziere. Nato a Milano, educato dai Padri Somaschi a Merate e Lugano, e dai Barnabiti del Collegio Longone a Milano, visse fino al 1804 a Milano e Venezia: nel periodo 1805-10 fu a Parigi (assieme alla madre Giulia Manzoni, con Carlo Imbonati); frequentò I'ambiente degli studiosi, legandosi specialmente allo storico Fauriel, che ebbe notevole influenza sulle concezioni storiche del Manzoni, specie su quelle espresse nell'Adelchi. 
Fino al 1809 si dedicò a una produzione letteraria prevalentemente neoclassica: Trionfo della Libertà, poemetto in 4 canti, in terzine 11801); Adda, epistola in versi sciolti (1803), In morte di Carlo Imbonati (1806), Urania (1809). 
Nel 1808 si unì in matrimonio con la ginevrina Enrichetta Blondel, che, passata dal calvinismo al cattolicismo, influì, col prete Eustachio Degola, sulla conversione dello scrittore (1810). 
Dal 1810 alla morte visse quasi costantemente a Milano, dove, nel 1837, passò a seconde nozze con Teresa Borri Stampa; aderì al moto del Risorgimento, firmando nel 1848 I'indirizzo che chiedeva I'intervento di Carlo Alberto in Lombardia contro I'Austria. 
Fu eletto senatore (1861) e cittadino onorario di Roma (1870). 
Come letterato, il Manzoni è il caposcuola del romanticismo italiano (Lettre à Monsieur Chavet, 1820; Lettera sul Romanticismo, 1823; Discorso del romanzo storico, 1815; Dialogo dell'invenzione, 1850). 
Tra le sue opere poetiche si annoverano anzitutto gli Inni sacri (1512-22); poi il frammento di canzone Il proclama di Rimini (1815), I'ode Marzo 1821, pubblicata nel 1848, e il Cinque Maggio (1821). 
Opere drammatiche: Il conte di Carmagnola (1820) e l'Adelchi (1822). 
Tra le opere storiche, linguistiche, apologeti.che spiccano il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822), il Saggio comparativo fra la rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859; la Lettera a G. Carena sulla lingua italiana (1850); la relazione Dell'unità della lingua italiana e dei mezzi di diffonderla (1868); la lettera Intorno al libro De vulgari eloquio di Dante; le Osservazioni sulla morale cattolica (1819). 
Ma la grandezza del Manzoni si lega soprattutto al suo capolavoro narrativo, I promessi sposi (1823, 1827,1841), dove una trama semplicissima permette allo scrittore di presentarci un vasto quadro di vita secentesca italiane.
Il suo romanzo storico, il primo ed il migliore di una serie che ebbe fortuna in Italia, lo innalzò a massimo scrittore del secolo XIX e a creatore della prosa moderna, limpida, svelta in sostituzione del linguaggio accademico. Fedele alla verità, su personaggi e fatti storici (il cardinale Federico Borromeo, la dominazione spagnola in Italia, la carestia, la calata dei Lanzichenecchi, la sommossa di Milano, la peste) innestò figure di sua invenzione, trascurando però la nota romanzesca, caratteristica prima dei lavori di Walter Scott al quale si era ispirato.
Ma il Manzoni è grande, oltre che per la felice vivacità  di alcune figure che basterebbero da sole a fare grande uno scrittore (don Abbondio, Perpetua, Azzeccagarbugli), soprattutto per I'umanità della sua visione d'insieme. Egli, fu il primo a vedere nel romanzo storico la realtà dell'uomo e a sentirvi il dramma che è nella creatura umana. E in questo dramma scorse una consolazione e una salvezza: la provvidenza divina, che segue sempre le vicende dell'uomo e le illumina quando sembra che stiano per cadere nella notte.




I PROMESSI SPOSI

La sera del 7 novembre 1628, don Abbondio, curato di un paesino sul lago di Lecco (quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno...) torna tranquillamente a casa leggendo il breviario quando è fermato da due "bravi " di don Rodrigo che I'aspettano al bivio di una stradicciola per imporgli di non celebrare l'indomani il matrimonio fra Lucia Mondella e Renzo Tramaglino. II poveretto, sorpreso, confuso e terrorizzato, ritorna come può alla sua casetta dove, circuito dalla curiosità della governante, Perpetua, che tenta di carpirgli il segreto del suo turbamento, e teso alla ricerca di un pretesto per rimandar le nozze già da tempo stabilite, trascorre una notte inquieta.
Renzo, la mattina seguente, vestito a festa, gli si presenta per prendere gli ultimi accordi sull'ora della cerimonia. Il giovane, allontanato con pretesti dal parroco che nel timore di incorrere nell'ira di don Rodrigo non vuole unirlo in matrimonio con la promessa, si reca alla casa di questa, pronta ed abbigliata secondo il costume del luogo: qui Lucia gli rivela la capricciosa passione di don Rodrigo per lei. Agnese, la madre della fanciulla, consiglia Renzo di consultare il dottor Azzeccagarbugli che poi, quando sente pronunciare il nome del riverito e temuto don Rodrigo, congeda bruscamente il povero giovane restituendogli anche i capponi che I'esperta Agnese gli aveva consegnato per il dottore. I poveretti ricorrono all'aiuto di padre Cristoforo del convento di Pescarenico che coraggiosamente si reca da don Rodrigo a chiedergli ragione del suo atteggiamento: ma il drammatico e tempestoso colloquio non approda a nulla. Allora, una sera, per consiglio di Agnese, i giovani tentano di sposarsi clandestinamente davanti al riluttante don Abbondio: ma il tentativo fallisce per l'impacciata timidezza di Lucia cui il curato impedisce di pronunciare la formula, mettendo poi a soqquadro il paese urlando e strepitando: il sagrestano, senza sapere cos'è successo, suona le campane a martello che fanno fuggire anche i bravi mandati da don Rodrigo a rapire Lucia.
Agnese, Renzo e Lucia si rifugiano nel convento di Pescarenico dove frate Cristoforo li consiglia di partire per Monza: Gertrude, la "monaca di Monza " figlia del potente principe di Leyva ed entrata in convento per forza, prenderà Lucia sotto la sua protezione. Renzo, invece, salutate le donne, si dirige verso Milano: cena in un'osteria, beve un po' troppo e la mattina, al risveglio, trova vicino al suo letto un notaio con gli sbirri chiamati tempestivamente dall'oste che l'ha denunciato alla PoIizia. Renzo comincia a seguirli docilmente, ma per via, approfittando dell'eccitazione che regna in città, sfugge alle guardie e si reca a Bergamo dove è fraternamente accolto dal cugino Bortolo che gli offre anche lavoro nella sua filanda. Don Rodrigo ha capito quanto i poveretti stiano a cuore a frate Cristoforo, e sospetta il buon padre di aver contribuito a far fallire il rapimento di Lucia: per mezzo del cugino Attilio riesce a metterlo in cattiva luce presso il conte zio, personaggio influente alla corte di Madrid, che molto diplomaticamente convince il superiore dei Cappuccini a trasferire Cristoforo da Pescarenico a Rimini. Don Rodrigo, però, che ha fatto la puntigliosa scommessa col conte Attilio - Lucia dovrà essere nel suo palazzo per San Martino, I'11 novembre - ricorre ad un potente amico, l'Innominato, per rapire Lucia dal convento di Monza. Quando la monaca con un pretesto fa uscire di casa Lucia, i bravi dell'Innominato la mettono a forza nella carrozza e la portano al castello del loro signore dove è affidata ad una vecchia megera.
L'Innominato che ha voluto vedere Lucia ed è stato toccato dal suo aspetto desolato e da alcune parole rivoltegli dalla poverina - ella, nel frattempo, spaurita e tremante, fa voto di rinunciare a Renzo se sarà liberata - durante la notte insonne è assalito da tormentosi pensieri che fanno vacillare la sua antica baldanza e lo spingono il mattino seguente, mentre le campane suonano a distesa in onore del cardinale Federico Borromeo in visita pastorale, a scendere dal castello ed a chiedere un colloquio con lui per riceverne una parola buona. L'incontro fra i due personaggi, dignitoso e cordiale e vivido di fraterna comprensiva carità da parte del prelato che sa trovare le espressioni adatte per acquietare il tormento dell'Innominato, si conclude con la conversione del signore che promette di liberare subito Lucia. Proprio don Abbondio che conosce la tremenda fama di lui deve accompagnarlo al minaccioso castello per incontrare la sua parrocchiana. Don Rodrigo, deluso per il secondo fallito tentativo e timoroso dello scherno del paese, parte per Milano: Agnese e Lucia si ritrovano nella casa di donna Prassede, moglie di don Ferrante. 
Intanto la calata dei Lanzichenecchi, la carestia, la peste sconvolgono la Lombardia ed Agnese, Perpetua, don Abbondio, in fuga davanti alle schiere delle soldatesche che attraversano il territorio di Lecco, trovano rifugio e generosa accoglienza nel castello dell'Innominato che ha mutato vita ed ha preparato la sua sicura dimora per ospitare i profughi. Passato il pericolo, i tre ritornano al paese che trovano devastato e saccheggiato. La peste portata dalle milizie infuria a Milano dove miete numerose vittime: anche don Rodrigo è colpito dal male e muore al Lazzaretto assistito da padre Cristoforo che esorta Renzo, venuto a Milano a cercare Lucia, a perdonargli. Renzo è giunto al Lazzaretto sul carro dei monatti fortunatamente incontrato quando era inseguito dalla folla inferocita che, vistolo battere alla porta della casa di don Ferrante per avere notizie di Lucia, l'aveva scambiato per un "untore", un diffusore di peste: vi trova Lucia e padre Cristoforo che poco prima di morire di peste la scioglie dal voto formulato quand'era prigioniera dell'Innominato. 
Cessata la pestilenza che ha portato via anche Perpetua, i due promessi, finalmente sposati da don Abbondio, abbandonano il loro paesino per andare a vivere la loro nuova vita nel bergamasco.


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venerdì 25 aprile 2008

5 MAGGIO – Alessandro Manzoni



5 maggio 1821: Napoleone Bonaparte, che aveva sconvolto l’Europa con le sue guerre vittoriose, muore nella piccola isola di Sant’Elena sperduta nell’Oceano Atlantico sconfinato. Quando Manzoni ne apprende la notizia resta così commosso che compone quest’ode di getto, in soli tre giorni, dal 17 al 19 giugno, mentre la moglie, pregata dal poeta, suonava al piano musica eroica. In quei tre giorni egli rivive l’epopea napoleonica e rappresenta, in sintesi potente e serrata, il dramma angoscioso del dominatore che conobbe la fuga e la vittoria, le sconfitte e l’altare, il trono e l’esilio. Le strofe più poetiche e commosse dell’ode sono quelle che rievocano il grande Còrso nella “breve sponda" di Sant’Elena, quando travolto dall’onda dei ricordi, si sente oppresso dalla disperazione; ed è allora che Dio conforta la sua lenta agonia, aprendogli il cuore alla fede e alla speranza.
Anche quest’ode è ispirata alla concezione cristiana che della storia ebbe il Manzoni: i grandi eventi e le più umili vicende, la peste e le carestie, le gioie e i dolori, il dramma di Lucia e quello di Napoleone sono il segno sulla terra della volontà di Dio, che li permette per un suo fine imperscrutabile di giustizia e di bene. Anche il superbo Imperatore f strumento della Provvidenza divina che volle, servendosi di lui, stampare sulla terra un’orma più vasta della sua potenza. E fu la stessa Provvidenza, poi, che dal solitario letto di morte lo avviò alla felicità dei cieli “dov’è silenzio e tenebre – la gloria che passò”.

5 maggio

Ei fu. Siccome immobile
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,

muta, pensando all’ultima
ora dell’uom fatale; *

* Egli è morto (“ei fu”…in tutta l’ode Napoleone non viene mai nominato; sarebbe stato inutile perché tutto il mondo non parlava che di lui). Come la salma, dopo che ebbe emesso l’ultimo respiro, rimase immobile e dimentica di tutto (“immemore”), priva (“orba”) di un’anima così grande (“di tanto spiro”), così il mondo (“la terra”) colpito da tanta notizia rimane sgomento e muto, riflettendo sull’ultima ora di un uomo cui il destino ha riservato un compito tanto importante nella storia (“uomo fatal”).

né sa quando una simile
orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà. *

* né sa immaginarsi, il mondo, quando un uomo così grande tornerà a calpestare (“orma di piè mortale”) la polvere sanguinosa della terra.

Lui folgorante in solìo
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sonito
mista la sua non ha. *

* Il mio estro poetico lo vide, splendente di gloria, sul trono (“in solìo”) e tacque; quando, con alterna vicenda (“vede assidua”) cadde (battaglia di Lipsia, 1813), risorse (ritorno dall’isola d’Elba, nel marzo del 1815) e giacque (Waterloo, 18 giugno 1815), il mio genio non ha mescolato la sua voce al suon (“sonito”) di mille altre.
Vergin di servizio encomio
E di codardo oltraggio, *
* (il mio genio) non macchiato da servile adulazione (quando Napoleone era nel pieno della gloria) né da un vile oltraggio (come quello di coloro che si scagliarono su di lui, dopo ch’era stato sconfitto)

sorge or commosso al subito
sparir di tanto raggio:
e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà. *

* si leva ora commosso, di fronte alla scomparsa di una così vivida luce (“di tanto raggio”) e scioglie alla tomba (“urna”) un canto che forse non morirà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar. *

* Dalle Alpi (allusione alle due campagne d’Italia condotte da Napoleone nel 1796 e nel 1800) alle Piramidi (campagna d’Egitto, 1798-1799), dal Manzanarre (campagna di Spagna: il Manzanarre è il fiume che bagna Madrid) al Reno (le diverse imprese in Germania. Il Reno è un fiume tedesco), l’azione fulminea (“il fulmine”) di quell’uomo sicuro di sé, seguiva immediatamente il pensiero (“baleno”) che l’aveva progettata, scoppiando (il “fulmine”, cioè l’azione) da Scilla (località all’estrema punta d’Italia, di fronte a Messina) al Tanai (il fiume Don in Russia), da un mare all’altro.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza; nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar. *

* Fu vera gloria? La difficile risposta (“ardua sentenza”) la daranno le generazioni future(i “posteri”), noi (“NUI”) inchiniamo la fronte a Dio (“Massimo Fattor”) che volle imprimere in lui un più vasto segno (“più vasta orma stampar”) della sua potenza creatrice (“del creator suo spirito).

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno;
l’ansia d’un cor che indocile
serve, pensando al regno,
e il giunge, e tiene un premio
ch’era follia sperar; *

* Egli sperimentò tutto (“tutto ei provò”): la gioia tempestosa (“procellosa”) e trepidante di chi medita grandi progetti; l’ansia di uno spirito che si adatta, insofferente, a servire, mentre sogna di dominare. E questo sogno realizza (“e il giunge” e conquista un premio che era follia sperare di ottenere;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il perielio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il triste esiglio:
due volte nella polvere,
due volte sull’altar. *
* (tutto sperimentò): la gloria, tanto più grande perché ottenuta col pericolo, la fuga e la vittoria, la reggia e l’esilio; due volte sconfitto (“nella polvere”), due volte al massimo della potenza (“sull’altar”: riferimento alle vicende precedenti e successive alla battaglia di Lipsia).

Ei si nomò: due secoli,
l’un contro l’altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe’ silenzio, ed arbitro
s’assise in mezzo a lor. *

* Egli pronunziò il suo nome (come in atto di comando) e due secoli (il ‘700 illuminista e l’800 romantico) avversi l’uno all’altro si sottomisero a lui, attendendo, dalle sue decisioni, la propria sorte. (Napoleone è qui rappresentato arbitro di una intera fase storica).

E sparve; e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia,
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e l’indomato amor. *

* Eppure quest’uomo è scomparso; i suoi giorni si sono conclusi nell’ozio forzato dell’esilio in una piccola isola (“sì breve sponda”) mentre egli era fatto segno di invidia immensa e di profonda pietà, di odio inestinguibile e di amore indomato.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
l’onda, su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan; *

* Come l’onda turbina (“s’avvolve”) e si abbatte (“pesa”) sul capo del naufrago, l’onda sulla quale fino a pochi momenti prima (“pur dianzi”) si stendeva lo sguardo del misero nel vano tentativo di scorgere (“tesa…a scernere…invan”) una terra lontana (“prode remote”);

tal su quell’alma il cumulo
delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
e sull’eterne pagine
cadde la stanca man! *

* così su quell’anima (Napoleone) scese il cumulo dei ricordi. Quante volte cominciò (“imprese”) a narrare la sua vita (“se stesso”) ai posteri, e sulle pagine che sarebbero dovute restare immortali (er la grandezza delle vicende narrate) cadde la mano stanca!

Oh! Quante volte, al tacito
morir d’un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l’assalse il sovvenir. *

* Quante volte, chinati gli occhi lampeggianti, stette immobile, le braccia conserte, dinanzi al silenzioso tramonto di un giorno inerte e lo assalì il ricordo dei giorni passati (“dei dì che furono”).

E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo dei manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio,
e il celere ubbidir. *

* E ripensò agli accampamenti (“le mobili tende”) e alle fortificazioni nemiche battute dalle artiglierie ((“percossi valli”), al lampeggiare delle armi dei suoi reparti, alla cavalleria lanciata, come un’onda, all’assalto; ai suoi ordini imperiosi e concitati e alla pronta ubbidienza dei suoi.

Ah! Forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò; *

* Forse l’animo angosciato (“lo spirto anelo”) si abbattè (“cadde”) a così straziati ricordi, finendo nella disperazione; ma venne una mano dal cielo a soccorrerlo e lo trasportò in una atmosfera più respirabile;

e l’avviò per floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio,
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò. *

* e lo avviò, per i fioriti sentieri della speranza, al regno dei cieli (“ai campi eterni”), a quel premio che supera (“avanza”) ogni umano desiderio, dove la gloria terrena (“la gloria che passò”) altro non è che silenzio e tenebra, cioè non è più nulla.

Bella Immortal! benefica
fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allègrati:
ché più superba altezza
al disonor del Golgota
giammai non si chinò. *

* Bella, immortale fede, benefica, abituata a trionfare, aggiungi anche questo ai tuoi trionfi, rallegrati: perché nessun uomo mortale più grande (“più superba altezza”) di Napoleone si chinò alla Croce (“disonor del Golgota”: la croce rappresentava per gli ebrei un supplizio infante).

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
il Dio, che attera e suscita,
che affanna e consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò. *

* Tu (o fede) allontana ora dalle ceneri di quell’animo tanto provato dalla sorte (“stanche”) ogni parola d’odio: Dio, che dà e toglie la potenza (“atterra e suscita”), che dà affanno e consolazione, stette accanto a lui morente, quando tutti gli uomini lo avevano abbandonato, solo, sul letto di morte (“sulla deserta coltrice”).


CONCLUSIONI

L’ode si compone di diverse parti: incomincia col voler dare l’impressione di sbigottimento che si diffonde all’annuncio della morte di Napoleone. Il poeta che mai si era abbassato a adulare il trionfatore vivo, né mai si era macchiato di viltà condannandolo dopo la caduta, si sente ora tutto commosso dalla notizia della morte, e soprattutto della morte cristiana di quel grande. E da questa commozione nasce un canto che è pieno di simpatia, in parte anche per la figura dell’eroe, ma più per quella del vinto e, specialmente, dell’infelice, che attraverso la sofferenza, trova la via della salvezza eterna.
Cosciente il Manzoni del fascino che sopra di lui esercitava la singolare figura, non la giudica da storico; ma vede in essa, più che in ogni altra, un’orma della grandezza del Creatore. Dopo la descrizione delle fulminee imprese militari e dopo aver investigato l’anima di questo grande e averlo indicato all’apice della gloria, arbitro del destino di due secoli, improvvisamente il Manzoni ricorre al significativo: e sparve.
Nonostante questa gloria, di colpo, non fu più nulla; la strofa, che è tutta un contrasto con le precedenti, rivela nel poeta un profondissimo conoscitore dell’anima umana, la quale scende all’abiezione dell’invidia come si nobilita nella pietà della sventura; che odia e ama con indomabile forza.
Non è molto felice nel tono un po’ macchinoso la similitudine dell’onda: ricordo che è fatto perché si senta, attraverso il peso dell’acqua che seppellisce il naufrago, il peso delle memorie che grava sull’anima di Napoleone; un peso invincibile, superiore alle sue forze e nel “tacito morir di un giorno inerte”, avvertì la condanna dell’inerzia che è la più terribile per un uomo di azione; si avverte l’amarezza di un silenzio che è dato dall’infinita distesa di mare che circonda l’isola e crea un distacco insormontabile fra il condannato e tutto il resto del mondo. E’ logico che in tanta desolazione il ricordo assalisse l’uomo con una forza soverchiante, travolgente: è quello che il Manzoni ti fa sentire nei suoi versi che sono i più concitati di tutta l’ode e che con ritmo celerissimo accresciuto dal polisindeto (un legame di parole e frasi) rendono perfettamente l’idea di un fulmineo incalzare dei fatti. Tanta concitazione prepara la situazione seguente: la furia dei ricordi soffoca l’anima umanamente incapace di sostenerli e la getta sull’orlo di un abisso: la disperazione.
Da qui fino alla fine, l’ode è più manzoniana che mai: il concetto cristiano di una fede che purifica attraverso la sofferenza è espresso in modo perfetto; la potenza di una grazia che viene dal cielo è tutta presente in quel “valida mano” e in quel “pietosa”, che suona contrastante con l’immensa invidia degli uomini. Nell’”avviò” si sente il paziente lavoro di tanta grazia che a poco a poco distoglie l’animo dalle terrene meditazioni, sterili di consolazione, e lo incammina per i sentieri della speranza, verso serene visioni soprannaturali (i campi eterni), verso la certezza di un premio che supera l’umana attesa perché sarà infinitamente più bello di tutte le umane glorie.
A questi concetti così rispondenti alle convinzioni religiose del Manzoni, si aggiunge la pietà dell’uomo per l’infelice che soffre: da questa pietà esce la preghiera con la quale l’ode si chiude: nessuno insulti un infelice che si è purificato nella sofferenza e ha meritato così la presenza di Dio accanto a sé in un trapasso che, senza questo Dio, sarebbe stato disperato, in una disperata solitudine.



L'esplorazione dei meccanismi politici che governano il mondo, accanto alla meditazione sul destino ultraterreno dell'uomo, è l'interesse fondamentale di Manzoni. In questa ode, che egli scrisse nel luglio del 1821 dopo essere venuto a conoscenza della morte di Napoleone, domina il tema del potere visto nella sua prospettiva storica e soprattutto in quella teologica. Dapprima il poeta rappresenta la fulminea vicenda di Napoleone vittorioso e non la giudica, ma si astiene anzi da quella condanna del potere terreno, inevitabilmente iniquo, che aveva pronunciato nelle tragedie. La riflessione storico-teologica è qui ancora incentrata sulla figura dell'uomo singolo che domina gli eventi (così come nel caso di Carmagnola, Adelchi, Desiderio e Carlo Magno). Solo più avanti, con il romanzo, Manzoni individuerà, come veri soggetti della storia, le masse.
Nella seconda parte della poesia, la storia di Napoleone assume significato esemplare, dimostrando come la gloria umana sia fragile e caduca rispetto a quella divina. Il sogno di potere del grande condottiero infatti crolla e solo attraverso la fede egli recupera la speranza dell'eternità, invano attesa dalla gloria terrena. Infine può trovare la pace fra le braccia di Dio, unico arbitro dell'operare umano, il solo che può veramente consolare l'uomo delle sue cadute e delle sue sofferenze.
Anche in questo caso vi è un confronto tra realtà e ideale. La realtà è quella della storia, in cui Napoleone viene sconfitto; l'ideale è il premio divino nell'aldilà: un obiettivo difficile, ma - secondo Manzoni - raggiungibile attraverso la fede.

In questa poesia di Manzoni, il contrasto romantico tra ideale e reale viene composto in una concezione cristiana del mondo.
Nel periodo successivo alla conversione, Manzoni scrisse oltre agli "Inni sacri", le due liriche: “Marzo 1821”, dedicata ai moti piemontesi e "5 maggio", in morte di Napoleone Bonaparte.
Manzoni apprese solo il 17 luglio del ‘21, dalla "Gaz­zetta", della scomparsa di Napoleone, avvenuta oltre due mesi prima nell'Isola di Sant’Elena, e ne fu profondamente emozionato. Significativo il suo commento…

"Che volete? era un uomo che bisognava ammirare senza poterlo amare; il maggior tattico, il più infaticabile conquistatore, colla maggior qualità dell'uomo po­litico, il saper aspettare, il saper operare. La sua morte mi scosse, come al mondo venisse a mancare qual­che elemento essenziale; fui preso da smania di parlar ne e dovetti buttar giù quest'ode, l'unica che, si può dire, improvvisassi in men di tre giorni. Ne vedevo i difetti ma sentivo tale agitazione, e tal bisogno di uscir ne, di metterla via, che la mandai al censore. Questi mi consigliò di non pubblicarla, ma dal suo stesso uffizio ne uscirono le prime copie a mano''.

Parole illuminanti circa l'ispirazione dell'ode, il suo significato. In un impianto grandioso - come grandiosa è la vicenda cui si riferisce - la lirica ha un andamento insieme solenne e stringato, meditativo e di azione, tanto da far parlare di "taglio cinematografico" dei versi, per la vigoria e la capacità di sintesi con le quali i fatti so­no delineati. Alcuni critici hanno definito il "5 maggio" un esempio del "barocco" manzoniano, confortati in questo dalla osservazione di Francesco De Sanctis che, riferendo­si all'ode, affermava appunto…

“Si tratta di fare con la parola quello che fa il pittore: non rompere le distanze, sopprimere i tempi, togliere la successione degli avve­nimenti, fonderli, aggrupparli, e di tanti avvenimenti, diversi per tempi e per luoghi, formarne uno solo che pro duca impressione istantanea".




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mercoledì 23 gennaio 2008

ALESSANDRO MANZONI - Vita e opere (Life and Work)

REALISMO DEL MANZONI


Alessandro Manzoni è certamente qualcosa di più che un eccelso scrittore, egli può essere considerato l'interprete, sul piano della cultura, del carattere e delle aspirazioni delle classi borghesi - e non soltanto lombarde - che si muovono, dopo una difficile esperienza storica e politica, verso l'obiettivo dell'unità d'Italia e della democrazia.
Poche sono le date che segnano momenti decisivi nella vita di Alessandro Manzoni. E sono tutte, si può dire, concentrate nei primi tre decenni dell'800.
Eppure la sua presenza, lungo il secolo, si prolungò ben oltre la metà di esso e fu contemporanea ad avvenimenti che trasformarono completamente il volto della penisola italiana, che diedero finalmente una patria agli italiani.
Nato a Milano il 7 marzo 1785, quattro anni prima che scoppiasse la Rivoluzione Francese, vide l'Impero napoleonico e il suo crollo, la Restaurazione e la Santa Alleanza, i primi moti carbonari, su su fino alle insurrezioni del '48 alla guerra del '59, alla proclamazione del Regno.
Se non proprio di spettatore distaccato, il suo tuttavia fu sempre un atteggiamento estremamente moderato…, egli non si impegnò mai nell'azione, la sua fu… anche se circondata dall'ammirazione, dall'affetto, dalla venerazione di molti… una vita solitaria e modesta, nella quale ciò che accadeva fuori dalla sua villa di Brusuglio nella Brianza, o dalla sua casa di via Morone a Milano lasciava soltanto una eco.
Ed eccole, dunque, queste date del primo triennio del secolo. Nel 1801 Alessandro sedicenne lascia il collegio Longone.
Figlio di una famiglia nobile… suo padre, Pietro, era un proprietario terriero oriundo della Valsassina, sua madre, Giulia Beccaria, era figlia di Cesare Beccaria (l'autore del celebre saggio "Dei delitti e delle pene")… aveva avuto una educazione letteraria raffinata…, anche se impartita in Istituti tenuti da religiosi, piena delle idee illuministiche.
Come stupirsi quindi se… ammiratore del Parini, dell'Alfieri e del Monti, nel campo della poesia, e dei giacobini in politica, a quell'età si mette a scrivere un poema che narra il "Trionfo della Libertà" esaltando la Rivoluzione Francese ?
Riporto qualche verso. Brutto, magari, ma interessante per renderci conto dell'influenza che il giacobinismo poteva esercitare persino su un giovinetto allievo dei padri Comaschi e dei Barnabitj.


Ecco che si fa avanti la Libertà, con due
bandiere spiegate, sulle quali sta scritto…
- Pace a le genti, guerra ai tiranni.
Quinci è colei, che del comun diritto
Vindice, a l'ima plebe i grandi agguaglia,
Sol disuguai per merito o per delitto…
E se ne vede che un capo in alto saglia
E sdegni assoggettarsi alla sua libra
Alza la scure adeguatrice, e taglia.
Evvi una cruda, che uno stile innalza
E 'l caccia in mano all'uomo e dice… "scanna"
E forsennata va di balza in balza
Nera coppa di sangue ella tracanna
E lacerando umane membra a brani
Le spinge dentro a l'insaziabil canne…
Sapete chi è questa "cruda" che tracanna da nere coppe? La religione.
Ma Alessandro non s'accontenta, e aggiunge…
Langue il popolo per fame, e grida "pane"
E gozzoviglia stansi e in esultanza
Le Frini e i Duci, turba che di vane
Larve di fasto gonfie e di burbanza
Spregia il volgo, onde nacque, e a cui comanda.

Dall'ateismo al grido di ribellione contro Frini e Duci, c'è proprio tutto nel "Trionfo della Libertà".
Gli anni giovanili rappresentano un periodo non molto importante ma pieno di fervore nella vita di Manzoni.
Oltre al già ricordato poemetto "Il trionfo della libertà", scrisse "L'autoritratto", un sonnetto ispirato a quello omonimo dell'Alfieri, le odi "Qual su le cinzie cime" e " "Nove fanciulle d'immortal bellezza", di impronta neoclassica e nelle quali evidente appare l'influenza del Monti. A queste poesie vanno ancora aggiunti i quattro "Sermoni", una denuncia "alla Parini" del malcostume del tempo e del lusso sfrenato delle classi ricche.
Passeranno quindici anni, e Manzoni scriverà gli "Inni sacri". Tuttavia mai egli rinnegherà quei versi giovanili…
" Li riconosco per miei, come follia di giovanile impegno, come dote di puro e virile animo".


Negli anni successivi, tra il 1801 e il 1805, stringe rapporti di amicizia con numerosi intellettuali milanesi e con gli esuli napoletani, primo fra tutti Vincenzo Cuoco. Da questi è indotto a riflettere sul valore delle opere di Vico e delMacchiavelli, cosa che lo porta a mitigare notevolmente i suoi giovanili entusiasmi per le idee illuministiche e a considerare l'unità e l'indipendenza della patria come il problema di fondo che si pone alle coscienze e all'azione degli italiani.
Nel 1805, mentre il regime napoleonico è al suo apice, ecco Manzoni a Parigi. Ha raggiunto sua madre, che fin dal 1795 aveva abbandonato il padre, per seguire il suo amante Carlo Imbonati.
Questi, quando Alessandro arriva nella capitale francese, è già morto… Lasciando Giulia sua erede universale. Madre e figlio iniziano un percorso di viaggi. Il soggiorno nella capitale francese, che si protrarrà per circa cinque anni, è importantissimo per la sua maturazione culturale.
Entra in rapporto con la scrittrice M.me De Staèl, con lo storico Fauriel, di cui sarà molto amico, con le moderne correnti ideologiche europee. Studia le letterature del '600 e del '700, dà ampio respiro alla sua preparazione e alle sue conoscenze.
In questo ambiente inizia in lui un processo di costante evoluzione che approderà, nel 1801, nel ritorno alla fede religiosa.
Sulla sua "conversione" influiscono, senza dubbio, episodi particolari e importanti della sua vita, come il matrimoniocontratto, nel 1808, con Enrichetta Blondel, una ragazza svizzera di Ginevra cresciuta in una famiglia calvinista ma anch'essa convertitasi al Cattolicesimo, e come l'amicizia che lo lega al sacerdote genovese Eustachio Degola.
Dall'indifferenza giovanile… a contatto con gli ambienti cattolici parigini e, più genericamente, con quelli dove ormai regna il romanticismo… Alessandro si avvicina al cattolicesimo. Ma un cattolicesimo filtrato attraverso il Giansenismo, carico di elementi culturali, pieno di fermenti "liberali". Non è certo, il suo, cattolicesimo di Controriforma…, non è oscurantista, teocratico, temporalistico.
Esso si basa su colloquio diretto del credente con la divinità, intesa non teologicamente, ma nel modo più immediato, sincero, diretto, simile a quello della gente semplice ed umile.
A Parigi compose la più importante delle sue opere giovanili, il "Carme in morte di Carlo Imbonati". E' un colloquio che Manzoni s'immagina di condurre con l'Imbonati stesso cui fa esprimere una serie di osservazioni e consigli sul modo di condurre l'esistenza. Il "Carme" rappresenta una sorta di severo e doloroso programma di vita che Manzoni traccia per se stesso, tutto basato sull'impegno morale.
Sempre a Parigi scrisse, mel 1809, un poemetto a carattere mitologico, "Urania", di cui però si dichiarò ben presto scontentissimo.
Ricelebrato con rito cattolico il matrimonio con Enrichetta, nel 1810 Manzoni lascia Parigi, e si stabilisce nella villa di Brusuglio.
Nel 1815 vedono la luce gli "Inni sacri", "La Resurrezione", "Il nome di Maria", "Il Natale", "La Passione", sono componimenti poetici in cui i temi più ardui del cristianesimo vengono assunti come motivo di poesia, di una poesia semplice, immediata, senza disquisizioni teologiche, con un tono familiare, dimesso. A questi quattro inni, seguirà più tardi, quello dedicato alla "Pentecoste"… in cui il cristianesimo è sentito e presentato come parola di fraternità, di uguaglianza e di giustizia per tutti gli uomini.
L'apparizione degli "inni sacri" fu un avvenimento importante per la storia del romanticismo italiano. Nell'itinerario spirituale manzoniano, essi sono altrettanto importanti perché la avvicinano al suo mondo, chiarendo con lui stesso la sua concezione del cristianesimo che poi sarà materia di dramma e di romanzo più avanti.
Quando, nel 1821, Carlo Alberto accetta la costituzione, e la gente si aspetta la guerra all'Austria, il Manzoni scrive l'ode "Marzo 1821".
La libertà della patria, la lotta per l'indipendenza sono sentite come atti di solenne giustizia cristiana.
Altro avvenimento importante dell'anno, la morte di Napoleone. Manzoni apprese solo il 17 luglio del 1821, dalla "Gazzetta", della scomparsa di Napoleone, avvenuta oltre due mesi prima nell'isola di Sant'Elena, e ne fu profondamente emozionato. Significativo il suo commento…
"Che volete ? Era un uomo che bisognava ammirare senza poterlo amare…, il maggior tattico, il più infaticabile conquistatore, colla maggior qualità dell'uomo politico, il saper aspettare, il saper operare. La sua morte mi scosse, come al mondo venisse a mancare qualche elemento essenziale…, fui preso da smania di parlarne e dovetti buttar giù quest'ode, l'unica che, si può dire, improvvisassi in men di tre giorni. Ne vedevo i difetti ma sentivo tal agitazione, e tal bisogno di uscirne, di metterla via, che la mandai al censore.
Questi mi consigliò di non pubblicarla, ma dal suo stesso uffizio ne uscirono le prime copie a mano".
Parole illuminanti circa l'ispirazione dell'ode, il suo significato. In un impianto grandioso, come grandiosa è la vicenda cui si riferisce, la lirica ha un andamento insieme solenne e stringato, meditativo e di azione, tanto da far parlare di "taglio cinematografico" dei versi, per a loro vigoria e la capacità di sintesi con le quali i fatti sono delineati.
Alcuni critici hanno definito il "5 maggio" un esempio di "barocco" manzoniano, confortati in questo dalla osservazione di Francesco de Sanctis che, riferendosi all'ode, affermava appunto…
"Si tratta di fare con la parola quello che fa il pittore…non rompere le distanze, sopprimere i tempi, togliere le successione degli avvenimenti, fonderli, aggrupparli, e di tanti avvenimenti, diversi per tempi e per luoghi, formare uno solo che produca impressione istantanea".
Un ciclo storico si chiude… "5 maggio 1821". E il poeta Manzoni guarda ad esso con gli occhi della gente semplice, degli umili per i quali è cosa che lascia sbigottiti e pensierosi l'ascesa e il fulgore nella gloria dei potenti, e poi il loro crollo, la loro condanna a cadere nella polvere. Già qui si intravede quello che è il motivo dominante delle sue tragedie, e poi dei "Promessi Sposi"… la nemesi della storia.
Cresciuto in pieno clima romantico, il Manzoni sente profondamente il problema della storia…, che senso abbia la lunga serie di eventi in cui gli uomini, attraverso i secoli si agitano, lottano, costruiscono, si dilaniano, peccano, si redimono,scontano le loro colpe, questo lo preoccupa a fondo. In tutto ciò egli sente la presenza di qualcosa che tutto dirige e sovrasta… la mano di Dio, la provvidenza. Ed ecco che, in due tragedie, ci mostra come essa agisca.
La prima delle tragedie tratta di Francesco Bussone , detto il "Il Conte di Carmagnola"(1380-1432) e narra le vicende del famoso condottiero , capitano di ventura che fu prima al soldo del milanese Filippo Maria Visconti e poi, angustiato dall'ingratitudine di questi, al servizio della Repubblica di Venezia. E sotto le bandiere veneziane sconfisse il suo vecchio padrone, nella battaglia di Maclodio (17 ottobre 1427)..senonché, i veneziani lo accusarono di non aver saputo trarre dalla vittoria tutti i vantaggi possibili e lo sospettarono ingiustamente di una segreta intesa col Visconti, e per questo venne arrestato e fatto decapitare.
Accecato dalla fortuna, salito in alto per gloria e potenza, il Conte di Carmagnola finisce… come Napoleone… con il crollare miseramente…, ed è una grande lezione, poi, che di tante cose colpevole, egli muoia ucciso per una colpa che non ha, per un sospetto di tradimento.
La tragedia, teatralmente non molto riuscita, va anche famosa per il coro dedicato appunto alla battaglia di Maclodioe che inizia con i celeberrimi versi… "S'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo…" , versi in cui ci sono accenni di patriottismo che non sfuggirono allora.
Come la storia sia una inesorabile giustiziera il Manzoni ce lo dimostra anche e soprattutto con "L"Adelchi".
Qui è il mondo dell'alto medioevo che viene ripreso, il clima dei tempi di ferro della storia italiana. Il grande conflitto tra il papato e i Franchi (chiamati in Italia dalla corte romana) da un lato, e i longobardi dall'altro, travolge colpevoli e innocenti…, la giovane e dolce Ermengarda, il forte, leale e coraggioso Adelchi pagheranno con la vita il passato di violenze, di guerre, di usurpazioni della loro gente.
"L'Adelchi" è del 1822. In quegli anni, intanto, oltre ad altri scritti in prosa, scritti teorici come "La morale cattolica", il Manzoni ha già messo mano al suo romanzo, esemplificando qui, meglio che in ogni altra forma letteraria, le sue concezioni sulla storia e sugli uomini, in una narrazione distesa, dal respiro ampio e solenne.
Nel 1824 il primo tomo del romanzo passa in censura, nel 1825 comincia la stampa, col titolo di "Fermo e Lucia"…, l'opera completa è pronta nel 1827.
Da quell'anno, sarà, fino al 1840-1842, un continuo lavoro di rifinitura, di perfezionamento. Il titolo definitivo diventerà "I promessi sposi"…, la lingua si affinerà dopo un soggiorno fiorentino (a Firenze, il Manzoni conoscerà tra gli altri intellettuali locali, anche il Leopardi, che in una sua lettera esprimerà il suo parere favorevole sull'opera dello scrittore lombardo), le edizioni, in mille formati diversi, a dispense, in tomi illustrati, in tirature anche illegali.
Dei "Promessi sposi" ho fatto un'opinione a parte collegata a questa pagina.
Consegnata alle generazioni che stavano facendo il Risorgimento la sua grande opera… e il suo pubblico fu soprattutto fatto di lettori appartenenti ai ceti medi, alla borghesia liberale…, il Manzoni si ritirò sempre più nella sua vita solitaria e non produsse più nulla di importante.
La vena si inaridisce, il poeta decade, l'uomo è provato..., la vita del Manzoni viene colpita, con impressionante frequenza, da vicende dolorose, come la morte della moglie Enrichetta nel 1833, della madre nel 1841, della seconda moglie Teresa Borri Stampa nel 1861 e, infine, di ben sei figli, spentisi nel volgere di non molti anni.
Dopo i "promessi sposi" Manzoni cessa del tutto di occuparsi di poesia e di narrativa e rivolge i suoi interessi alla storia.
Infatti nel discorso "Del romanzo ed in genere de' componimenti misti di storia e d'invenzione" (pubblicato nel 1845) egli giunge a negare la validità del romanzo storico, ritenendo che non vi sia bisogno di ricorrere all'invenzione per apprendere ciò che solo la storia, in quanto tale, può farci apprendere nei suoi termini reali. E a questi convincimenti sono ispirate le opere si può dire conclusive della sua attività… "Storia della colonna infame" e il "Saggio comparativo sulla rivoluzione francese del 1789 e sulla rivoluzione italiana del 1859".
La "Storia della colonna infame" - il più interessante dei due scritti _ è dedicata al processo intentato contro gli "untori" (cioè i presunti propagatori della peste che colpì Milano nel 1630) in seguito al quale vennero condannati e crudelmente giustiziati i due supposti capi della congiura ("infame" venne chiamata appunto la colonna eretta sul luogo dove era stata abbattuta la casa di uno dei due, a ricordo dell'infamia da questi commessa e della giusta condanna). Manzoni, rivedendogli atti del processo, cercò di dimostrare l'innocenza dei due "untori", vittime dell'ignoranza, della superstizione popolare, della viltà dei giudici.
A questi scritti sono ancora da aggiungere gli appunti per un saggio mai portato a termine, dal titolo "Della lingua italiana" e una serie di dissertazioni, come le lettera a Giacinto Carena "Sulla lingua italiana" e la relazione al ministro Broglio sul tema "Dell'unità della lingua e dei mezzi per diffonderla" (1868).
Di lui rimase nella gente l'immagine bonaria e serena, quella eternata dal pittore Hayez nel famoso quadro.
Nel 1848 vide con sollievo l'insurrezione contro gli Austriaci, e parteggiò per i patrioti (il suo più giovane figlio fu fatto prigioniero, la mattina del 19 marzo, a Milano, e tradotto in carcere nel forte di Kufstein…, fu poi liberato in uno scambio di prigionieri)…, nel 1858, essendo gravemente ammalato, rifiutò di ricevere l'arciduca Massimiliano d'Austria recatosi da lui a chiedere personalmente sue notizie.Di idee liberali e ammiratore di Cavour, si dichiara contro il potere temporale della Chiesa e a favore di Roma capitale d'Italia.
Nominato senatore nel 1860, nel 1868 ebbe un incarico dal ministro Broglio per studiare provvedimenti atti "a rendere più universale in tutti gli ordini del popolo la notizia della buona lingua".
La sua lunga vita si conclude a Milano, il 22 maggio del 1873.
Cattolico liberale, Alessandro Manzoni fu il più insigne rappresentante della cultura italiana uscita dagli anni della rivoluzione e dell'età napoleonica…, egli, nella sua opera rappresenta il momento più alto raggiunto dalla coscienza della borghesia italiana nei confronti del problema nazionale che cessa di vedere in modo astratto e teorico, ma concepisce concretamente…, coi suoi scritti questa borghesia finisce con il rendersi conto delle condizioni di secolare arretratezza del paese. E tuttavia, appunto per le sue condizioni di classe, il Manzoni non riesce a dire una parola che sia il segno di una volontà e di una capacità di portare fino in fondo la rivoluzione intrapresa.
Sussiste in lui la diffidenza nei confronti delle forze popolari, di fronte alla cui iniziativa mantiene un atteggiamento paternalistico, allo scopo di conservare la propria posizione di superiorità. Per rendersi conto di questo, basta guardare al modo come è narrata la storia di Renzo e Lucia, come nel grande romanzo sono visti gli umili, come il distacco "paternalistico e padreternale" si senta continuamente , di pagina in pagina.



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