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lunedì 24 agosto 2015

ANNA KULISCIOFF

Anna Kulišëva, italianizzato in Anna Kuliscioff (Anna Moiseevna Rozenštejn)
Sinferopoli, 9 gennaio 1855 – Milano, 29 dicembre 1925




 Anna Kuliscioff fu un'anarchica, rivoluzionaria e medico italo-russa, tra i principali esponenti e fondatori del Partito Socialista Italiano.


Anna Kuliscioff visse più di quarant'anni in Italia da straniera, come persona "tollerata dalla polizia", sotto la spada di Damocle di un mai revocato provvedimento di espulsione.
Nonostante questa condizione di apparente precarietà, fu tra i maggiori protagonisti del socialismo italiano, priva di cariche ufficiali ma dotata di una autorevolezza senza confronti: una vera madre, tra tanti padri, del partito che contribuì a fondare nel 1892 e poi a guidare, dal retroscena, ma tuttavia in modo assolutamente pubblico e indiscusso.
Non fu, insomma, una influente ninfa Egeria, ma una dirigente politica, il cui incerto status personale faceva parte della sua identità d'eccezione: populista russa, militante anarchica, rivoluzionaria internazionale.
Bellissima e dolce, la lunga treccia bionda, gli occhi cerulei che sembravano investigare l'anima dell'interlocutore, la figura minuta ed elegante, sempre vestita con cura, tra cappelli piumati e pizzi neri, sin dall'inizio della sua bruciante vicenda politica la giovane russa somigliava, più che ad una severa nichilista, all'eroina di un romanzo di Tolstoj. 
E in effetti aveva qualcosa di profondo in comune con la sua infelice omonima, la Karenina. Come lei - sebbene così diversa negli interessi, nelle attività, nelle scelte - malata d'amore, affetta da una nevrosi sentimentale che le dettava un bisogno d'affetto incolmabile, irrimediabile, che neanche la passione politica potè mai alleviare. E anche lei incontrò il suo Vronskij, nella persona di Andrea Costa, socialista romagnolo, che I'amava sì ma in modo troppo prosaico e tradizionale per poter rispondere alla sua richiesta di amore assoluto, di totale e completa appartenenza delle anime, e insieme di intimo rispetto. La storia di questo amore e del suo torrnentoso tramonto è consegnata ad alcune lettere che sono tra i più toccanti documenti del rapporto uomo-donna e della sua modema nevrosi. Costa le fece l'offesa, per lei intollerabile, di comportarsi da maschio tradizionale, chiedendole di non dare scandalo, di non frequentare i compagni di lotta senza di lui. E forse non seppe reagire in modo sufficientemente maturo alla patemità, alla nascita di quella figlia che lei aveva voluto come compimento del loro amore, suscitando lo stupore, e financo la disapprovazione, di un'amica russa, compagna di cospirazione, che non voleva credere ad un sentimento così convenzionale, così contraddittorio con la scelta cospirativa e con la vita illegale. 
Ma Anna Kuliscioffnon aveva bisogno di difendersi dai propri sentimenti per paura di diventare una donnetta. La sua forza fu proprio nel non negarsi alla vita e all'amore, e tuttavia conservare, a prezzo di grandi sofferenze e difficoltà, la sua identità di rivoluzionaria e di donna emancipata.

Poi (talvolta la vita può essere meno crudele di un romanzo) incontrò il suo Levin, ovvero Filippo Turati, che seppe amarla come lei voleva, proteggerla, accudirla, rispettarla come una sua pari, avvolgerla sempre di attenzione e di ammirazione, così che lei poté pensare - quando non cadeva in accessi di gelosia e di insoddisfazione - che davvero fossero un'anima sola. E anche di questo amore felice e maturo resta la traccia in un bellissimo epistolario, di grande importanza per la storia politica dell'epoca che i due condivisero e soffrirono insieme.

Anna conosce Andrea Costa nel 1877, tra Lugano e un congresso socialista a Verviers. Ha già una storia di cospirazione. Nata in Crimea da un facoltoso e illuminato mercante ebreo (il suo vero nome è Anna Rozenštejn), è arrivata diciassettenne a Zurigo per frequentare l'università, che in Russia è vietata alle donne. Viene subito attirata nel|'ambiente anarchico, di cui porterà il segno a lungo, prima di passare al socialismo legalitario. 
Ben presto deve tomare in Russia, insieme ad un compagno di lotta che è diventato suo marito, perché gli studenti russi all'estero sono richiamati in patria dallo zar. In patria si unisce ad un gruppo di populisti vicini a Bakunin; in questi anni incontra Vera Zasulic, futura dirigente del partito socialdemocratico russo, che sarà tra le sue amicizie più durature. 
Coinvolta in un processo, nell'aprile 1877 riesce a fuggire e a riparare in Svizzera. Cambia nome e comincia la sua "carriera" di rivoluzionaria professionale. 
Dopo un viaggio a Londra con Kropotkin, la troviamo a Parigi con Costa, dove per i due inizia l'avvicinamento al marxismo. Arrestati entrambi, Anna viene liberata ed espulsa dopo un mese e mezzo di prigione, mentre Andrea resta dentro. 
Tomata a Ginevra, si sposta in Italia nel 1878, per iniziare il suo lavoro politico nel paese di Andrea. Arrestata nell'ottobre a Firenze, resterà in carcere sino al processo, che si svolge nel novembre del 1879 e le dà un'immediata, e mai più spenta, notorietà: la stampa parla a lungo di lei, e L'Illustrazione italiana pubblica il suo ritratto di "Madonna slava". 
Assolta, uscirà il 6 gennaio del 1880, accompagnara dal primo provvedimento di espulsione. 
Risale probabilmente a questo lungo soggiorno in carcere la tisi che la affliggerà tutta la vita. Pochi mesi dopo viene di nuovo arrestata e, dopo vari mesi di detenzione, di nuovo prosciolta e di nuovo espulsa. 
Nei mesi successivi è a Lugano, dove incontra Carlo Cafiero, col quale stringe un rapporto forse ambiguo, che certo fa innamorare l'anarchico pugliese e molto ingelosire Costa. 
"Io alla fine vedo una cosa: agli uomini come sempre è permesso tutto, la donna deve essere la loro proprietà", protesta Anna ai suoi rimbrotti. 
Tra un congresso e I'altro, tra un arresto e l'altro, Anna e Andrea riescono a ricavarsi un periodo di convivenza a Imola, città natale di lui, che vi è condannato al soggiomo obbligato, dal febbraio 1881, sino al gennaio successivo. È l'anno della gravidanza di Anna, che vive in casa con la famiglia di Andrea, fa la "sposa romagnola", lavora di cucito, e si prepara alla prossima matemità. 
Forse scopre che vivere con Andrea non è il paradiso? Certo è che alla metà di gennaio Anna è a Ginevra, con la bambina di un mese, per riprendere gli studi universitari. Inizia a Bema gli studi di medicina, che proseguirà poi a Napoli, a partire dal 1884, in cerca di un clima migliore per la sua malattia polmonare. La sua vicenda universitaria sarà un calvario: senza soldi, sola con la bambina, ostacolata in tutti i modi dalle università perché donna, riuscirà infine a laurearsi nel 1886 o 1887.

Gli anni del rapporto con Costa sono anche gli anni del complicato passaggio di entrambi dal primitivo anarchismo al socialismo più o meno marxista. È difficile determinare le primogeniture e le reciproche influenze tra i due. Sembra probabile che sia stato Costa, anche per influsso del soggiorno parigino, a iniziare l'allontanamento dall'anarchismo, e il progetto di un vero e proprio movimento socialista, che espliciterà nella celebre Lettera ai miei amici di Romagna, dell'agosto 1878. 
Anna segue con alcune perplessità; rinforzate dal rapporto con Cafiero; ma, mentre il romagnolo è più rapido e più pragmatico nella sua evoluzione politica, lei segue una via più teorica, venendo in contatto, per il tramite dei suoi connazionali esuli, con il pensiero di Marx, nella versione datale dal russo Plechanov. Si forma così una base teorica - che ha al suo centro l'evoluzione storica della lotta delle classi - che non abbandonerà più, e che le consentirà di svolgere un ruolo importante nel socialismo italiano, poco incline alla teoria. 
Nel frattempo il rapporto con Costa va definitivamente in crisi; con grande dolore Anna decide di troncarlo, anche se conserverà per tutta la vita una speciale tenerezza per l'uomo che ha amato e che è il padre di sua figlia. 
Nel 1885, a Napoli, incontra Filippo Turati, impegnato insieme a lei nell'organizzazione di una sottoscrizione per gli esuli russi. Inizia un sodalizio che durerà sino alla morte di lei, e che, grazie alla devozione di Turati, le darà una pace costante e profonda.

Laureatasi e specializzatasi in ginecologia, Anna si stabilisce a Milano con Turati e con la figlia Andreina, e inizia una nuova fase della sua vita. Respinta dall'Ospedale Maggiore di Milano perché donna, inizia la professione privata come "dottora dei poveri": 
"Molte povere case della vecchia Milano la vedevano spesso salire, gracile e leggiera, fino a lassù in alto, al terzo o quarto piano", leggiamo in una testimonianza. Ma non poté praticare a lungo la professione medica. La tisi si era tramutata in tubercolosi ossea; quei piani di scale erano troppo pesanti per lei, che comincia ad avere problemi di deambulazione e che passerà gli ultimi anni della sua vita senza più uscire di casa. Del resto, la medicina ha svolto la sua funzione essenziale, che era quella di allontanarla da Costa e di renderla indipendente da lui. Ora, finalmente sicura accanto a Turati, con una nuova maturità di pensiero, Anna può tomare a pieno tempo all'impegno politico. Che del resto non è più quello della cospirazione.

Nel 1892 nasce il Partito dei lavoratori, poi Partito socialista; nel 1891 Turati e la Kuliscioff hanno assunto insieme la direzione della Critica sociale, rivista che si propone di dare spessore culturale al socialismo e di attrarre gli intellettuali democratici. La rivista, che nelle lettere Anna chiama "la nostra figlia di carta", diventa il suo lavoro principale. 
Mentre Turati è spesso a Roma per impegni parlamentari, Anna si dedica alla rivista, scrive, traduce, cura gli aspetti editoriali; legge cumuli di giornali nelle sue cinque lingue, dando un contributo incalcolabile a sprovincializzare il giovane socialismo italiano. Direttamente scrive poco, più che altro sulle questioni russe e su quelle femminili. Ma molti articoli compaiono con la duplice sigla TK, e dall'epistolario sappiamo come Anna influisca sui discorsi e gli scritti di Turati.
La Critica sociale vivrà la vita di Anna e morirà con lei.

Complice il lavoro editoriale, e ancor più la salute precocemente declinante, Anna passa sempre più tempo nell'appartamento in galleria, che divide con Turati, e che diventa un luogo celebre del socialismo europeo. Mentre nel partito italiano prosegue senza mai veramente concludersi la lotta tra massimalismo e riformismo, Turati e la Kuliscioff sono in rapporto politico con i maggiori esponenti della socialdemocrazia europea, da Engels a Kautsky, da Bebel alla Zetkin. 
Chiunque venga a Milano, va a trovarla nel suo salotto sotto le guglie del Duomo. Così anche i giovani socialisti e le donne. La sua vita matura è ricca di amicizie, di affetti, di rapporti politici e personali.
Tra tutti, centrale quello con la figlia Andreina, ragazza fragile, forse segnata dall'infanzia difficile, che, disinteressata al socialismo e all'emancipazione femminile, ha idee e desideri tutti diversi dai suoi. Quando Andreina deciderà per amore e anche per convinzione, di fare un matrimonio religioso con un giovane della buona e cattolica borghesia milanese, Anna la difenderà dal padre, irritato e deluso: 
"Sì, hai ragione è una gran malinconia di dover convincersi che noi non siamo i nostri figli, e che essi vogliono far la loro vita, astrazione fatta dai genitori, come I'abbiamo fatta noi ai nostri tempi [...]. D'altronde come buoni e convinti socialisti dobbiamo rispettare anche la volontà e l'individualità dei nostri figli"
Il matrimonio, scandaloso alla rovescia, tanto da finire sui giomali, fu in verità un sollievo per Anna, che era tormentata dai sensi di colpa, per aver esposto la figlia, a causa delle proprie scelte, ad essere rifiutata dalla società.

Il segno politico lasciato dalla Kuliscioff è relativo alla questione femminile; anzi al legame tra questione femminile e movimento socialista. Rispetto a questo problema aveva una netta impostazione teorica, e una strategia politica conseguente. 
Con ispirazione marxista ortodossa, pensava che la questione femminile fosse un aspetto di quella sociale, che si sarebbe risolta con I'emancipazione del proletariato. Il suo pensiero è espresso in una conferenza tenuta nel 1890 al Circolo filosofico di Milano, e intitolata Il monopolio dell'uomo, e in numerosi altri scritti. Le donne sono, nella società moderna, gli ultimi paria, tenuti in uno stato di dipendenza che provoca un parassitismo morale. L'indipendenza economica è l'unica via per superare questa situazione e per conquistare libertà, dignità, rispetto. Senza di essa anche i diritti resterebbero lettera morta. 
Con ciò la Kuliscioff rifiuta la priorità della lotta per i diritti, differenziandosi dal femminismo "borghese": 
"La questione femminile non è antagonismo dei sessi, ma questione ancor essa essenzialmente economico-sociale"; l'emancipazione femminile è quindi da assimilare alla rivoluzione proletaria, che, "sopprimendo le differenze di classe, porrà un termine eziandio alle leggi eccezionali contro la donna". 
Coerentemente, fu polemica con il femminismo, che poteva essere inteso solo come un sintomo di una nuova fase della questione sociale:
"Socialismo e feminismo [sic], se possono essere correnti sociali parallele, non faranno però mai una causa sola". Il socialismo infatti, "pur ammettendo l'inferiorità sociale di tutte le donne, non può far propria la loro causa astraendo da ogni distinzione e antagonismo di classi".
Alla questione teorica delle classi si accompagnava però una motivazione del tutto politica. La Kuliscioff pensava che le donne avessero un enorme potenziale di lotta: il Partito doveva legarle a sé inserendo i loro obiettivi nel suo programma. E su questo criticava ferocemente il Partito socialista italiano, che a differenza di quello tedesco tardava a capire che le donne erano la metà del proletariato. 
Emblematica la "polemica in famiglia" che la oppone a Turati nel 1910, a proposito del voto alle donne. E in corso il dibattito che porterà alla legge istitutiva del suffragio universale maschile, nel 1912. La Kuliscioff sostiene che il Partito socialista deve avere come obiettivo il suffragio universale dei due sessi ("il voto è la difesa del lavoro e il lavoro non ha sesso" è la sua lapidaria affermazione); ma Turati non è convinto, obietta che le donne tacciono, non sono politicamente attive, e che agitare una prospettiva del genere potrebbe indebolire e ritardare il suffragio maschile. Anna risponde che il Partito, rinunciando alla mobilitazione delle donne per il suffragio, dimezza da solo le sue forze, e si priva di una iniezione di giovinezza che potrebbe venirgli da una campagna di massa tra le donne. Inoltre, teme che scegliendo un approccio gradualista piuttosto che di principio si dia spazio a soluzioni inaccettabili, come quella di un voto limitato ad alcune fasce di donne. 
Infine, al congresso di Modena nel 1911 riesce a fare inserire nel programma del Partito il voto alle donne, conquistando finalmente l'appoggio dl alcuni importanti dirigenti. 
È la sua più importante vittoria politica.
L'epistolario ci mostra una dirigente convinta nella sua adesione al riformismo, ma insieme poco propensa a vedere assorbita la politica nella tattica parlamentare, e pronta a rimproverare per questo Turati (che fu per molti anni presidente del gruppo socialista alla Camera).
Sempre autonoma nelle sue idee e spesso più rapida a cogliere i punti essenziali, Anna scriveva, rimproverava, consigliava, talvolta ordinava. E non solo Turati era l'oggetto di questa intensissima attività, ma anche gli altri leader riformisti: Treves, Bissolati, Bonomi. Poco portata ai giochi di potere o di corridoio, non approvò mai i cedimenti del gruppo riformista, che lo portarono in una posizione di debolezza e infine all'espulsione dal Partito. 
Consigliava una linea politica più chiara e più flessibile insieme. Si batteva per un maggiore impegno culturale e dell'organiziazrone di massa. 
Era molto sensibile - più di quanto mediamente fosse il gruppo riformista - agli specifici problemi della società italiana: la debolezza delle classi dirigenti, la presenza di una massa di contadini in condizioni di grande arretratezza. 
ll massimo della sua sensibilità politica - ma anche la sua sostanziale impotenza - si manifestò in occasione della guerra. Senza essere proprio interventista (non avrebbe mai potuto prendere una posizione così dirompente), Anna non approvò il neutralismo socialista, sentendo la necessità di uno schieramento a favore dell'lntesa, e sentendo vivamente la necessità di sostenere, anche da socialisti, la difesa della patria. La irritavano le acrobazie parlamentari dei socialisti, stretti tra la destra di Bissolati (e di Giolitti) e la sinistra rivoluzionaria, pacifista senza riserve: 
"Mentre sul confine francese si decide forse della sorte stessa della guerra, come vuoi che possano non dico appassionare, ma interessare, le vostre scaramucce pro e contro Salandra?".
Dopo la rivoluzione del febbraio 1917, che eliminava l'imbarazzante presenza dell'autocrazia russa nel campo delle democrazie, la sua convinzione fu ancora più forte, e tentò, invano, di portare i riformisti ad appoggiare i quattordici punti di Wilson.

Ma era ormai la stagione del declino: per lei, per il socialismo, per la libertà degli italiani. I suoi ultimi anni furono amareggiati dalle scissioni del Partito, dall'avvento del fascismo, dalla morte di Giacomo Matteotti, uno dei "suoi giovani". 
Il suo funerale, il 30 dicembre del 1925, fu una delle ultime manifestazioni politiche socialiste. Non mancò, tra la commozione degli amici, degli operai, delle donne, I'attacco squadrista dei fascisti, che strapparono nastri e corone e fecero ondeggiare la bara, portata a spalle al Cimitero monumentale.


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sabato 13 dicembre 2014

MARXISMO E RELIGIONE - Stato confessionale e Stato laico (Marxism and Religion - Confessional state and secular state) - Karl Marx


MARXISMO E RELIGIONE

Sulla questione ebraica
 Stato confessionale e stato laico

Sempre nella Questione ebraica Marx chiarisce come il passaggio dallo Stato confessionale (Stato cristiano) allo Stato laico (democratico-borghese) realizza al fondamento umano del cristianesimo.


L'uomo si emancipa politicamente dalla religione confinandola dal diritto pubblico al diritto privato. Essa non è più lo spirito dello Stato, dove l'uomo - anche se in modo limitato, sotto forma particolar€ e in una particolare sfera - si comporta come specie, in comunità con altri uomini; essa è divenuta lo spirito della società civile, della sfera dell'egoismo, del bellum omnium contra omnes ( * ).
Essa non è più l'essenza della comunità, ma I'essenza della distinzione. Essa è divenuta l'espressione della separazione dell'uomo dalla sua comunità, da sè e dagli altri uomini, ciò che essa era originariamente. Essa è ancora soltanto il riconoscimento astratto dell'assurdità particolare, del capriccio privato, dell'arbitrio. 
L'infinito frazionamento della religione nell'America del Nord, ad esempio, già esternamente le conferisce la forma di una faccenda puramente individuale. Essa è stata relegata nel novero degli interessi privati, e in quanto ente comune esiliata dalla comunità. 
Ma non ci si inganni circa i limiti della emancipazione politica. La scissione dell'uomo nell'uomo pubblico e nell'uomo privato, il trasferimento della religione dallo Stato alla società civile, non sono un gradino, sono il compimento dell'emancipazione politica, che pertanto sopprime la religiosità reale dell'uomo tanto poco quanto poco tende a sopprimerla.

La scomposizione dell'uomo nell'ebreo e nel cittadino, nel protestante e nel cittadino, nell'uomo religioso e nel cittadino, questa scomposizione non è una menzogna contro la qualità di cittadino, non è un modo di eludere I'emancipazione politica, essa è l'emancipazione politica stessa, è il modo politico di emanciparsi dalla religione. 
Certamente: in epoche in cui Io Stato politico in quanto Stato politico viene generato con violenza dalla società civile, in cui l'auto-liberazione umana tende a compiersi sotto la forma dell'auto-liberazione politica, lo Stato può e deve procedere fino alla soppressione della religione, fino all'annientamento della religione, ma solo così come procede alla soppressione della proprietà privata, al massimo, con la confisca, con l'imposta progressiva, come procede alla soppressione della vita con la ghigliottina. 
Nei momenti del suo particolare sentimento di sè, la vita politica cerca di soffocare il suo presupposto, la società civile e i suoi elementi, e di costituirsi come la reale e non contraddittoria vita dell'uomo come specie. Essa può questo, nondimeno, solo attraverso una violenta contraddizione con le sue proprie condizioni di vita, solo dichiarando permanente la rivoluzione, e il dramma politico finisce perciò altrettanto necessariamente con la restaurazione della religione, della proprietà privata, di tutti gli elementi della società civile, così come la guerra finisce con la pace.

Di più, non il cosiddetto Stato cristiano, che riconosce il cristianesimo come proprio fondamento, come religione di Stato e si comporta perciò in modo esclusivo verso le altre religioni, è lo Stato cristiano perfetto, ma lo è piuttosto lo Stato ateo, lo Stato democratico, lo Stato che confina la religione tra gli elementi della società civile. Lo Stato che è ancora teologo, che fa ancora in forma ufficiale professione di fede cristiana, che non osa ancora proclamarsi Stato, non è ancora riuscito a esprimere in forma mondana, umana nella sua realtà in quanto Stato, il fondamento umano, la cui espressione esagerata è il cristianesimo. 
Il cosiddetto Stato cristiano è semplicemente il non-Stato, poichè non il cristianesimo come religione, ma soltanto lo sfondo amaro della religione cristiana può attuarsi in creazioni realmente umane.

Il cosiddetto Stato cristiano è la negazione cristiana dello Stato, e per nulla affatto la realizzazione statale del cristianesimo. Lo Stato che riconosce ancora il cristianesimo nella forma della religione, non lo riconosce ancora nella forma dello Stato perchè si comporta ancora religiosamente verso la religione, cioè esso non è l'attuazione reale del fondamento umano della religione, poichè ancora si richiama alla irrealtà, alla figura immaginaria di questo nocciolo umano. 
Il cosiddetto Stato cristiano è lo Stato incompiuto, e la religione cristiana gli vale come integrazione e come santificazione della sua incompiutezza. 
La religione diviene quindi per esso necessariamente un mezzo, ed esso è lo Stato della ipocrisia.
E' cosa diversa se lo Stato perfetto, a causa del difetto insito nell'essenza universale dello Stato, annovera la religione tra i propri presupposti, ovvero se lo Stato imperfetto, a causa del difetto insito nella sua esistenza particolare, in quanto Stato difettoso, dichiara proprio fondamento la religione. 
Nell'ultimo caso la religione diviene politica incompiuta. Nel primo caso nella religione si mostra la stessa incompiutezza della politica perfetta. 
Il cosiddetto Stato cristiano ha bisogno della religione cristiana per potersi completare come Stato. 
Lo Stato democratico, lo Stato reale, non ha bisogno della religione per il proprio completamento politico. Esso può anzi astrarre dalla religione poichè in esso il fondamento umano della religione è attuato mondanamente. 
Il cosiddetto Stato cristiano, viceversa, si comporta politicamente verso la religione e religiosamente verso la politica. Se abbassa ad apparenza le forme statali, abbassa tuttavia parimenti ad apparenza la religione.

Nello Stato cristiano-germanico il dominio della religione è la religione del dominio.
La separazione dello "spirito del Vangelo" dalla "lettera del Vangelo" è un atto irreligioso. Lo Stato che fa parlare il Vangelo con la lettera della politica, cioè con altra lettera che la lettera dello Spirito Santo, compie un sacrilegio, se non di fronte agli occhi degli uomini, per lo meno di fronte ai suoi stessi occhi religiosi. 
A quello Stato che riconosce il cristianesimo come sua norma suprema, la Bibbia come usa Carta, si devono contrapporre le parole della Sacra Scrittura, perchè la Scrittura è sacra fin nella parola. 
Questo Stato, come pure l'immondizia umana sulla quale esso si basa, dal punto di vista della coscienza religiosa cade in una contraddizione insormontabile se lo si rimanda a quei precetti del Vangelo che esso "non solo non segue, ma eppure può seguire, se non vuole, in quanto Stato dissolversi completamente". 
E perchè non vuole dissolversi completamente? Esso stesso non può rispondere a questa domanda, nè a sè nè ad altri. Dinnanzi alla sua propria coscienza, lo Stato cristiano ufficiale è un dovere, la cui realizzazione è irraggiungibile, e soltanto mentendo a se stesso, esso può constatare la realtà della propria esistenza, e rimane perciò sempre per se stesso un oggetto di dubbio, un oggetto ambiguo, problematico. 
La critica dunque si trova nel pieno diritto di costringere lo Stato che si richiama alla Bibbia, alla follia della coscienza, in cui esso stesso non sa più se è una fantasia  una realtà, in cui I'infamia dei suoi scopi mondani, ai quali la religione serve da mascheratura, entra in conflitto insolubile con l'onestà della sua coscienza religiosa, cui la religione appare come lo scopo del mondo. 
Questo Stato può riscattarsi dal suo tormento interiore soltanto divenendo lo sbirro della Chiesa cattolica. Di fronte ad essa, che dichiara proprio corpo servente il potere mondano, lo Stato è impotente, impotente il potere mondano che asserisce di essere l'autorità dello spirito religioso.


* ) Guerra di tatti contro tutti. E' il principio egoistico e individualistico della società capitalistico-borghese. Già Hobbes aveva illustrato nel suo Leviatano, che nella società civile l'uomo si comporta da lupo nei confronti degli altri uomini (Homo homini lupus).

mercoledì 10 dicembre 2014

MARXISMO E RELIGIONE - Sulla questione ebraica (Marxism and Religion - On the Jewish Question) - Karl Marx

  
MARXISMO E RELIGIONE

Sulla questione ebraica

Nello stesso fascicolo degli Annali franco-tedeschi in cui apparve l'lntroduzione al Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, Karl Marx pubblicò un altro suo saggio, Sulla questione ebraica, che è particolarmente importante per Io sviluppo della sua concezione. In realtà l'argomento trattato è molto più vasto di quello che il titolo dello scritto potrebbe lasciar supporre. 
Discutendo alcune tesi di Bruno Bauer (il maggiore esponente della sinistra hegeliana) sul problema della emancipazione degli Ebrei, Marx imposta la questione del rapporto tra emancipazione politica ed emancipazione umana. In questo quadro si colloca anche il problema del rapporto tra Stato e religione. Il fatto che il moderno Stato laico si emancipi dalla religione non solo non esclude ma anzi presuppone l'esistenza della religione nell'attuale società capitalistico-borghese, che Marx definisce qui con la espressione società civile. La scissione tra società politica e società civile, tra l'uomo come cittadino e l'uomo come individuo privato, è infatti una caratteristica fondamentale della moderna società borghese, ed è il limite insuperabile dell'emancipazione puramente politica. 
Si tratta di un limite che potrà essere superato solo con una completa emancipazione umana, cioè con il superamento della società borghese: e soltanto ciò renderà possibile il superamento della limitatezza religiosa.


Riproduco il testo della traduzione italiana, compreso nel volume già citato di Marx, Un carteggio del 1843 e altri scritti giovanili.


* Solo là dove lo Stato politico esiste nella sua formulazione compiuta, il rapporto dell'ebreo e in generale dell'uomo religioso, con lo Stato politico, vale a dire il rapporto della religione con lo Stato, può presentarsi nella sua peculiarità, nella sua purezza. La critica di questo rapporto cessa di essere teologica non appena lo Stato cessi di comportarsi in modo teologico nei riguardi della religione, non appena esso si comporti verso la religione da Stato, cioè politicamente. La critica diviene allora critica dello Stato politico.

La questione è: come si comporta I'emancipazione politica compiuta nei riguardi della religione. Se perfino nel paese dell'emancipazione politica compiuta ( 1 ) noi troviamo non soltanto l'esistenza, ma I'esistenza vivace e vitale della religione, questo fatto testimonia che l'esistenza della religione non contraddice alla perfezione dello Stato. Ma poichè l'esistenza della religione è l'esistenza di un difetto, la fonte di tale difetto può ancora essere ricercata soltanto nell'essenza dello Stato stesso. La religione per noi non costituisce più il fondamento, bensì ormai soltanto il fenomeno della limitatezza mondana 
Per questo, noi spieghiamo la soggezione religiosa dei liberi cittadini con la loro soggezione terrena. Non riteniamo che essi dovrebbero sopprimere la loro limitatezza religiosa, per poter sopprimere i loro limiti terreni. Affermiamo che essi sopprimeranno la loro limitatezza religiosa non appena avranno soppresso i loto limiti terreni. 
Noi non trasformiamo tre questioni terrene in questioni teologiche. Trasformiamo le questioni teologiche in questioni terrene. Dopo che per lungo tempo la storia è stata risolta in superstizione, noi risolviamo la superstizione in storia. 
La questione del rapporto tra I'emancipazione politica e la religione, diviene per noi la questione del rapporto tra l'emancipazione politica e l'emancipazione umana.
Noi critichiamo la debolezza religiosa dello Stato politico, in quanto critichiamo lo Stato politico, facendo astrazione dalle debolezze religiose nella sua costruzione terrena. 
Noi umanizziamo il contrasto tra lo Stato e una determinata religione, ad esempio il giudaismo, nel contrasto tra lo Stato e determinati elementi terreni, il contrasto dello Stato con la religione in generale nel contrasto tra lo Stato e le sue premesse.

L' emancipazione politica dell'ebreo, del cristiano, dell'uomo religioso in generale, è l'emancipazione dello Stato dal giudaismo, dal cristianesimo, dalla religione in generale. 
Nella sua forma, nel modo proprio alla sua essenza, in quanto Stato, lo Stato si emancipa dalla religione emancipandosi dalla religione di Stato, cioè quando lo Stato come Stato non professa religione alcuna, quando Io Stato riconosce piuttosto se stesso come stato.
L'emancipazione politica dalla religione non è emancipazione compiuta, senza contraddizioni, dalla religione, perchè l'emancipazione politica non è il modo compiuto, senza contraddizioni, dell'emancipazione umana.

Il limite dell'emancipazione politica appare immediatamente nel fatto che lo Stato può liberarsi da un limite senza che l'uomo ne sia realmente libero, che lo Stato può essere un libero Stato senza che l'uomo sia un uomo libero. 
Bauer stesso ammette ciò implicitamente, allorchè pone all'emancipazione politica la seguente condizione: 
"Ogni privilegio religioso in generale, quindi anche il monopolio di una Chiesa dotata di prerogative dovrebbe essere abolito, e se alcuni, o parecchi, o anche la stragrande maggioranza, ritenessero di dover assolvere a doveri religiosi, tale adempimento dovrebbe essere loro concesso come una cosa meramente privata". 
Lo Stato può dunque essersi emancipato dalla religione anche se la stragrande maggioranza è ancora religiosa. E la stragrande maggioranza non cessa di essere religiosa per il fatto di essere religiosa privatim (privatamente).

Ma il comportamento dello Stato verso la religione, e particolarmente dello Stato libero, non è tuttavia altro che il comportamento degli uomini che formano lo Stato, verso la religione. Ne consegue che l'uomo per mezzo dello Stato, politicamente, si libera di un limite, innalzandosi oltre tale limite in contrasto con se stesso, si libera attraverso un mezzo, anche se un mezzo necessario. 
Ne consegue infine che l'uomo, anche se con la mediazione dello Stato si proclama ateo, cioè se proclama ateo lo Stato, rimane ancor sempre implicato religiosamente, appunto perchè conduce se stesso solo per via indiretta, solo attraverso un mezzo. 
La religione è appunto il riconoscersi dell'uomo per via indiretta. Attraverso un mediatore. 
Lo Stato è il mediatore tra l'uomo e la libertà dell'uomo. Come Cristo è il mediatore che I'uomo carica di tutta la sua divinità, di tutto il suo pregiudizio religioso, così Io Stato è il mediatore nel quale egli trasferisce tutta la sua mondanità, tutta la sua spregiudicatezza umana.

L'elevazione politica dell'uomo al di sopra della religione partecipa di tutti i difetti e i pregi dell'elevazione politica in generale. Lo Stato in quanto Stato annulla, ad esempio, la proprietà privata, I'uomo dichiara soppressa politicamente la proprietà privata non appena esso abolisce il censo per I'eleggibilità attiva e passiva, come è avvenuto in molti Stati nordamericani.
Hamilton interpreta assai giustamente questo fatto dal punto di vista politico: 
"La grande massa ha trionfato sopra i proprietari e la ricchezza monetaria". 
Non è forse idealmente soppressa la proprietà privata, dacchè il nullatenente diviene legislatore del proprietario? Il censo è l'ultima forma politica di riconoscimento della proprietà privata.

Tuttavia, con l'annullamento politico della proprietà privata non solo non viene soppressa la proprietà privata, ma essa viene addirittura presupposta. Lo Stato sopprime nel suo modo le differenze di nascita, di condizione, di educazione, di occupazione, dichiarando che nascita, condizione, educazione, occupazione non sono differenze politiche, proclamando ciascun membro del popolo partecipe in egual misura della sovranità popolare, senza riguardo a tali differenze, trattando tutti gli elementi della vita reale del popolo dal punto di vista dello Stato. 
Nondimeno lo Stato lascia che la proprietà privata, l'educazione, l'occupazione operino nel loro modo, cioè come proprietà privata, come educazione, come occupazione, e facciano valere la loro particolare essenza. 
Ben lungi d.al sopprimere queste differenze di fatto, lo Stato esiste piuttosto soltanto in quanto le presuppone, sente se stesso come Stato politico, e fa valere la propria universalità solo in opposizione con questi  suoi elementi. 
Hegel definisce perciò molto esattamente il rapporto dello Stato politico con la religione, quando dice: 
"Affinchè lo Stato giunga ad esistere come realtà etica dello spirito consapevole di sè, è necessario che esso si distingua dalla forma dell'autorità e della fede; questa distinzione, però, si presenta soltanto in quanto l'aspetto della Chiesa viene a separarsi in se stesso; soltanto così, al di sopra delle Chiese particolari lo Stato ha ottenuto l'universalità del pensiero, il principio della sua forma, e dà loro esistenza" ( 2 ). 
Certamente! Solo così, al di sopra degli elementi particolari, lo Stato si costituisce come universalità.

Lo Stato politico perfetto è per sua essenza la vita dell'uomo come specie, in opposizione alla sua vita materiale. Tutti i presupposti di questa vita egoistica continuano a sussistere al di fuori della sfera dello Stato, nella società civile, ma come caratteristiche della società civile. Là dove Io Stato politico ha raggiunto il suo vero sviluppo, l'uomo conduce non soltanto nel pensiero, nella coscienza, bensì nella realtà, nella vita, una doppia vita, una celeste e una terrena, la vita nella comunità politica nella quale egli si afferma come comunità, e la vita nella società civile nella quale agisce come uomo privato, che considera gli altri uomini come mezzo, degrada se stesso a mezzo e diviene trastullo di forze estranee. 
Lo Stato politico si comporta nei confronti della società civile in modo altrettanto spiritualistico come il cielo nei confronti della terra. Rispetto ad essa si trova nel medesimo contrasto, e la vince nel medesimo modo in cui la religione vince la limitatezza del mondo profano, cioè dovendo insieme riconoscerla, restaurarla e lasciarsi da essa dominare. 
Nella sua realtà più immediata, nella società civile, l'uomo è un essere profano. Qui, dove per sè e per gli altri vale come individuo reale, egli è un fenomeno non vero.
Viceversa, nello Stato, dove l'uomo vale come specie, egli è il membro immaginario di una sovranità fantastica, è spogliato della sua reale vita individuale e riempito di una universalità irreale.

Il conflitto nel quale si uova I'uomo come seguace di una religione particolare, con se stesso in quanto cittadino, con gli altri uomini in quanto membri della comunità, si riduce alla scissione mondana tra lo Stato politico e la società civile. 
Per I'uomo in quanto bourgeois (borghese), "la vita dello Stato è soltanto apparenza o una momentanea eccezione contro l'essenza e la regola". 
Certamente il bourgeois, come l'ebreo, rimane nella vita solo sofisticamente, così come solo sofisticamente il citoyen (cittadino) rimane ebreo o bourgeois; ma tale sofistica non è personale. Essa è la sofistica dello Stato politico stesso. 
La differenza tra I'uomo religioso e il cittadino è la differenza tra il commerciante e il cittadino, tra il salariato giornaliero e il cittadino, tra il proprietario fondiario e il cittadino, tra l'individuo vivente  e il cittadino. 
La contraddizione nella quale si trova I'uomo religioso con I'uomo politico, è la medesima contraddizione nella quale si trova il bourgeois con il citoyen, nella quale si trova il membro della società civile con il suo travestimento politico.


1Marx si riferisce qui agli Stati Uniti del nord America che nel 1843 avevano già quasi universalmente codificato la rigorosa separazione tra Stato e Chiesa.

2G. G. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto
Precedentemente Hegel aveva dimostrato che dove, come nel despotismo orientale, esiste l'unità della Chiesa e dello Stato, lo Stato, come tale, non esiste. Nella sua Critica della filosofia del diritto di Hegel, affrontando l'esame di questo paragrafo molto importante, Marx si era proposto una più diffusa trattazione del rapporto di Stato e Chiesa. Purtroppo questa nota non è stata scritta o è andata perduta con la parte mancante del manoscritto.

martedì 9 dicembre 2014

MARXISMO E RELIGIONE - I limiti della riforma protestante (Marxism and Religion - The limits of the Protestant Reformation) - Karl Marx

Martin Lutero

Anche questo passo fa parte dello stesso scritto di Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione.



L'arme della critica non può certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale dev'essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse. La teoria è capace di impadronirsi delle masse non appena dimostra ad hominen (per l'uomo), ed essa dimostra ad horninem, non appena diviene radicale. 
Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l'uomo, è l'uomo stesso. La prova evidente del radicalismo della teoria tedesca, dunque della sua energia pratica, è il suo partire dalla decisa eliminazione positiva della religione. La critica della religione finisce con la dottrina per cui I'uomo è per l'uomo l'essere supremodunque con I'imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l'uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole, rapporti che non si possono meglio raffigurare che con l'esclamazione di un francese di fronte ad una progettata tassa sui cani: 
"Poveri cani! Vi si vuole trattate come uomini!".

Anche storicamente, l'emancipazione teorica ha una importanza specificamente pratica per la Germania. Il passato rivoluzionario della Germania è infatti teorico, è la Riforma.
Come allora fu il monaco, così oggi è il filosofo colui nel cui cervello ha inizio la rivoluzione.
Martin Lutero, in verità vinse la servitù per devozione mettendo al suo posto la servitù per convinzione. Egli ha spezzato la fede nell'autorità, restaurando I'autorità della fede. Egli ha trasformato i preti in laici, trasformando i laici in preti. Egli ha liberato I'uomo dalla religiosità esteriore, facendo della religiosità l'interiorità dell'uomo. Egli ha emancipato il corpo dalle catene, ponendo in catene il cuore.

Ma se il protestantesimo non fu la vera soluzione, fu tuttavia la vera impostazione del problema. Adesso bisognava non più che il laico lottasse contro il prete al di fuori di lui, ma contro il suo proprio prete interiore, contro la sua natura pretesca
E se la trasformazione protestante dei laici tedeschi in preti emancipò i papi laici, cioè i principi insieme con il loro clero, i privilegiati e i filistei, la trasformazione filosofica dei preteschi tedeschi in uomini emanciperà il popolo
Ma come l'emancipazione non si fermò ai principi, così la secolarizzazione dei beni non si fermerà alla spoliazione delle Chiese, che prima di tutti l'ipocrita Prussia pose in opera. Allora, la guerra dei contadini, il fatto più radicale della storia tedesca, fece naufragio contro la teologia. 
Oggi che la stessa teologia ha fatto naufragio, il fatto più illiberale della storia tedesca, il nostro status quo (lo stato di cose esistente), si infrangerà contro la filosofia. 
Il giorno prima della Riforma, la Germania ufficiale era il più incondizionato servo di Roma. Il giorno prima della sua rivoluzione, essa è il servo incondizionato di qualcosa di meno di Roma: della Prussia e dell'Austria, dei nobilucci di campagna e dei filistei.




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