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venerdì 10 gennaio 2014

I BARABBA - Moti mazziniani (Mazzini's revolutionary)

Fucilazione degli insorti del 6 febbraio 1853
(Illustrazione di Edoardo Matania)

I "BARABBA"

Negli anni dal 1850 al 1853 una grave crisi colpì I'economia italiana ed europea in generale e, in particolare, quella lombarda. Questa grave crisi colpì non solo le campagne, ma anche le città, e soprattutto Milano, dove era raccolta la nascente industria. Questa aveva un carattere, nel complesso, arretrato, ancora settecentesco, ma a Milano esistevano complessi industriali con diverse centinaia di operai. Ora, fra il '51 e il '53, queste industrie cittadine e, pertanto, anche gli operai furono colpiti dalla grave crisi, che provocò scarsità di lavoro e, di conseguenza, peggioramento delle loro condizioni; alla mancanza di lavoro si aggiunse il rincaro eccessivo dei generi alimentari di prima necessità.

Anche la borghesia soffriva per la crisi economica che non l'aveva affatto risparmiata. La borghesia aveva precisa coscienza di questo fatto ed i rimedi che tentava lo dimostravano chiaramente. Chiedeva, anzitutto, al governo austriaco I'allargamento del mercato con una saggia ed adeguata politica di accordi commerciali e di leghe doganali con gli altri Stati della penisola e senza posa avanzava l'esempio del vicino Piemonte, in cui una politica liberistica consentiva un fervore di opere ed uno sviluppo delle forze industriali sconosciuti alla Lombardia. 
Ma la crisi di quegli anni traeva le sue origini anche dall'eccessivo carico tributario imposto dall'Austria per sfuggire alla imminente minaccia di fallimento.
Il ceto borghese fremeva degli arbitrii dell'Austria e covava sotto sotto una sorda ribellione dovuta al fatto che il regime austriaco violava tutte le sue aspirazioni, che si riassumevano particolarmente nel desiderio di una maggior libertà di movimenti: ma, d'altra parte, motivi profondi di dissenso lo dividevano anche dalla classe lavoratrice, verso cui avrebbe voluto attuare una politica energica di repressione. Insomma agivano su di esso due esempi, quello della politica liberistica del Piemonte e l'altro della politica antioperaia di Napoleone III, esempi che riteneva adatti ad una maggiore espansione dell'attività industriale. 
Ma sia I'uno che l'altro, però, erano tali da metterlo in contrasto con gli operai e, pertanto, si può capire la sua scarsa partecipazione al moto del 6 febbraio, data la prevalenza assunta nella organizzazione clandestina e nell'insurrezione stessa dai popolani.

Più volte Giuseppe Mazzini ebbe a dichiarare che la preparazione del moto milanese del 6 febbraio 1853 era stata opera esclusivamente dei popolani, di quelli che i rapporti di polizia definirono come la più "vile feccia" della popolazione. Gli operai si raccoglievano a cospirare soprattutto nelle osterie, dove avevano sempre l'aiuto degli osti, che erano spesso anche dei capi della congiura. 
Il Pollini nel suo libro sul 6 febbraio ci dà un lungo elenco di queste osterie, alcune delle quali poi furono oggetto di particolare attenzione da parte della polizia, senza, però, che venisse scoperto nulla: le osterie dell'Iseo portofranco, del Paradiso a Porta Vigentina, della Portalunga in via Broletto, della Cassoeula a Porta Tosa, della Riviera presso Porta Comasina, ecc.
 I popolani erano divisi per compagnie, ciascuna dell'e quali comprendeva gli appartenenti ad una stessa arte, o ramo di industria: ad esempio della compagnia A facevano parte i facchini, della B i falegnami, della C i calzolai, della F i facchini ed i carbonai, i cosiddetti tencitt, e via dicendo. 
E lo stesso Pollini riferisce una canzone che i tencitt cantavano:

"Amici, alla fabbrica
allegri andiamo:
corriamo, dei popoli
la lega facciamo.
E' questo iI momento
del nostro cimento;
amici, alla fabbrica
allegri andiamo".

Una bella canzone che esprime una ingenua fiducia nell'avvenire ed anche uno spontaneo senso di solidarietà fra i popoli.


L'osteria milanese della "Cassoeula", fuori Porta Tosa, ora Porta Vittoria
(Dipinto di A. Fermini)

Ingenua fiducia nell'avvenire: ed effettivamente il continuo sviluppo dell' organizzazione e le prove sempre più ardite che gli operai avevano dato o che avevano il coraggio di tentare, erano tali da far nascere veramente quella fiducia. 
Il 25 giugno l'uccisione della spia Vandoni aveva gettato lo spavento fra gli austriaci ed i loro seguaci per la rapidità con cui eta stata eseguita, per la segretezza da cui era stata circondata. E poi ancora alcune dimostrazioni, fra cui la partecipazione di cinque o seicento persone ad una messa funebre nell'anniversario del supplizio dei fratelli Bandiera, avevano rivelato la forza notevole raggiunta dall'organizzazione operaia.

L'organizzazione, come si vede, era limitata alle classi popolari, poichè il ceto medio e l'alta borghesia si erano ritirate ed avevano rinunciato ad una decisa azione contro gli austriaci. Forse agiva su di essi il timore di rendere più aspre le rappresaglie austriache soprattutto di natura economica: confische, sequestri di beni, ecc.

Per questi ed alti motivi, di cui ho parlato sopra, la borghesia si tenne lontana dalla organizzazione clandestina rivoluzionaria operaia che, indubbiamente, si trovò di fronte ad una svolta decisiva quando il Mazzini si accorse della sua forza e decise di prendere contatto con essa per influenzarla e dirigerla verso i suoi intenti politici. 
E' il Mazzini stesso che lo dice: 

"La parte popolana [...], che nel '47 i migliori dicevano incapace di fare e che diede una solenne smentita ai ragionatori, quella parte, vuol fare. Quando mi fui convinto che non erano semplici ebollizioni di taverna, ma concetti che avevan del serio, stimai debito mio l'accostarmi e, nel caso in cui persistessero dare aiuto quanto poteva".

E più chiaramente nel suo scritto sulla insurrezione:

"S'era formata spontanea, ignota a noi tutti, nel 1852 in Milano una Fratellanza segreta di popolani, repubblicani di fede e con animo deliberato di preparare l'insurrezione e compierla. Non s'era rivolta per aiuti e consigli ad abbienti o letterati; non aveva cercato contatti con noi, aveva prima voluto essere forte".

Un'attività cui si dedicava specialmente l'associazione operaia era quella della diffusione di manifestini, che aveva condotto all'arresto ed alla condanna a morte di Amatore Sciesa: erano piccoli foglietti di carta, stampati, ma spesso scritti anche a matita che venivano incollati con la mollica sui muri e, di preferenza, sulle porte delle chiese, in quanto si sperava che potessero sfuggire all'attenzione della polizia, dato anche che, in genere, iniziavano con le parole: "Avviso sacro".

Le testimonianze sono, come abbiamo visto, concordi nel dire che l'organizzazione degli operai aveva raggiunto, agli inizi del '53, una certa consistenza ed una discreta forza.
Eppure nel pomeriggio del 6 febbraio, tra le 4,30 e le 5, quando ebbe inizio l'insurrezione, il numero dei congiurati che si riuscì a raccogliere fu di gran lunga inferiore a quelle diverse migliaia di cui si era prima parlato: in tutto qualche centinaio di uomini. 
Lo scoppio del moto era stato preceduto da un certo fermento dei popolani, e ne sentiamo un'eco in queste affermazioni che un oste fece alla polizia: 

"Anzi qui mi torna opportuno di deporre che la domenica 6 febbraio p.p. circa verso le ore due pomeridiane, entrò nel negozio una compagnia di sette od otto individui che io vedeva per la prima volta, perciò tutta gente estranea alla mia osteria, di una classe più bassa di quella che solitamente ci aveva, tutti in generale malvestiti, e questi vi vollero una stanza separata, che li venne da me fornita; poi si chiusero in quella, come perchè non venissero sentiti i loro discorsi... [corre allora ad avvertire l'ispettore di polizia, il quale, tuttavia, venuto, non trova nulla di sospetto e lascia quegli individui liberi]. Partito però l'Ispettore anche coloro se ne partirono. E fu appunto sull'atto della loro partenza che io osservai addosso ad altro di coloro un triangolo o lima di falegname, di qualche dimensione ed acuminato".

Ma, con tutto ciò, la partecipazione al moto degli operai fu piuttosto scarsa tanto che I'insurrezione dovette suddividersi in tanti episodi isolati e parziali, in cui ebbe grande rilievo il coraggio individuale dei popolani (che non esitarono, ad esempio, ad assaltare la Gran Guardia del Palazzo Reale, pur essendo soltanto una ventina di uomini), ma che non poteva avere, fin dall'inizio, alcuna probabilità di successo.

Per tutta la città fu una caccia ai soldati austriaci isolati o in pattuglia, fino a quando l'effervescenza sfociò nella costruzione di barricate, che la classe operaia sperava potessero rinnovare i miracoli del '48. 
In un Rapporto giornale del 7 febbraio del R. Commissario di Polizia del I Circondario è detto: 

"Nella impossibilità di potere in un rapporto descrivere minutamente ogni fatto, parvemi bastante I'accennare che i riottosi e loro aderenti pure l'infima classe del popolo [i barabbahanno tentato di rinnovare le scene sanguinose e rivoluzionarie del 18 marzo 1848, mentre già in alcuni luoghi furono erette barricate e si valeva anche del campanile della chiesa di S. Subino stata invasa da un branco di quei malfattori per suonare a stormo; ciò che non è riuscito, essendo fuggito il custode di detta chiesa".

Il grande coraggio di questi barabba destò ammirazione in tutti gli storici che hanno parlato dell'episodio e l'Austria si vendicò della paura che, per un momento, aveva di nuovo provato, erigendo sedici forche: sedici martiri che vennero ad aggiungersi alla lunga schiera dei morti per la Patria. 
Ma è chiaro che un problema storico molto importante ci rimane da affrontare, se possibile, da risolvere: come mai dalle diverse migliaia di congiurati del periodo precedente il 6 febbraio si passò, poi, alle poche centinaia di attivi partecipi alla insurrezione? 

"La causa principale [del fallimento], scriveva lo stesso Mazzini il 20 febbraio, è stata il fatale dissenso della classe media; la colpevole condotta dei nostri migliori repubblicani appartenenti a quella classe. Essi sostennero fino all'ultimo che il popolo non avrebbe potuto o voluto prendere l'iniziativa. E si tennero in disparte. Se vi fossero stati cinquanta del loro nucleo, pronti a mettersi a capo, anche nel caso che fallissero tutti i coups de surprise, l'iniziativa si sarebbe mutata in una regolare guerra di barricate; e ventiquattr'ore d'una guerra simile avrebbe fatto muovere tutte le città della Lombardia; e il movimento lombardo sarebbe stato il movimento italiano".


 Milano - Lapide a Giuseppe Piolti de Bianchi
   
Limpida figura di patriota, Giuseppe Piolti De' Bianchi (nato a Como il 25 ottobre 1825 - morto a Milano il 3 novembre 1890), combatté nelle Cinque Giornate di Milano, partecipò nell'anno successivo alla difesa di Roma, rientrò clandestinamente a Milano verso la fine dell'anno e fece uscire, firmando con lo pseudonimo di "Eugenio Minta", il periodico La solitudine, che lo soppresso il 20 febbraio 1850; dopo qualche mese Piolti De' Bianchi fece uscire il giornale La società (costituito dalla fusione de La solitudine con la Domenica del Cesana) e, poi, dopo la soppressione di questo,  La Fenice, a sua volta subito soppressa. 
Nel settembre del 1852, tramite Benedetto Cairoli, Giuseppe Mazzini gli affidò la direzione del Partito a Milano. Nel gennaio del '53 si incontrò con Mazzini a Lugano e tentò dissuaderlo da un'azione insurrezionale, che gli pareva intempestiva.  Decisa, invece, l'insurrezione per il 6 febbraio, egli fu attivo nel movimento preparatorio e nell'infausta giornata, tentando, inutilmente, tutto quanto fosse possibile perchè il moto non fallisse. Restò, dopo la sconfitta, nascosto a Milano, donde il 5 maggio, sospettando che il suo rifugio fosse stato scoperto, riparò a Stradella.
 La direzione del Partito a Milano rimase affidata ad Ambrogio Ronchi e Piolti De' Bianchi, da Torino, fu tramite attivissimo fra Milano e Londra, ma, scoperta la sua attività dovette, dopo un periodo di carcere, ritirarsi sul Lago Maggiore nel Canton Ticino, e di lì prosegui la sua opera.





sabato 21 dicembre 2013

SCRITTORI POLITICI DELL'800 ITALIANO - GIUSEPPE MAZZINI (Political writers of the nineteenth century Italian)


     
Trovo sia opportuno far conoscere anche scrittori più propriamente politici che, nella prima metà dell'Ottocento, agitarono il problema nazionale, o storicamente o filosoficamente; schiera copiosa e gloriosa: della quale non possiamo che ricordare pochi nomi. 
I più di questi scrittori discendono in linea retta dall'Alfieri, di cui hanno fatto propria l'italianità, e, talvolta, l'avversione alla Francia. Conquistare coscienza di popolo, era la prima condizione per la indipendenza e per la libertà. Ed era necessario che gli Italiani sentissero la grandezza del proprio passato, per poter costruire l'avvenire.

Tra i primi alfieriani si ricordano Santorre di Santarosa, torinese: che fu l'anima della rivoluzione piemontese del 1821: dopo l'esito infelice della quale emigrò in Inghilterra, e poi in Grecia; ove morì per la libertà di quel popolo, a Sfacteria, nel 1825. 
Del nobilissimo agitatore si sono pubblicate recentemente le Speranze degli Italiani.

Suo amico Cesare Balbo, anche lui torinese. Fu soldato e diplomatico; nel '21 sperò che il principe avrebbe data la costituzione: nel'48 fu presidente del Consiglio dei ministri: e si dimise dopo Novara. Morì nel 1853. Negli anni che precedettero la sua vita pubblica, egli si dette agli studi storici, che significarono per lui conoscenza dell'anima italiana e della missione
dell'Italia attraverso i secoli. 
Da quelle meditazioni uscirono i due volumi sulla Storia d'Italia, dal tempo della invasione longobardica: la Vita di Dante (1839), che è dei libri di più fervido e ragionevole ossequio a quel primo degli Italiani: il Sommario della Storia d'Italia (1846), libro di idee più che di notizie; in cui una visione soverchiamente simpatizzante per la Chiesa non consentì all'autore un'equa valutazione degli altri elementi della nostra civiltà. 
Due anni prima si erano pubblicate le Speranze d'Italia, che furono un evento nazionale. Per la prima volta il problema italiano era pubblicamente e concretamente trattato: e, al disopra delle congiure, stava, assai più efficace, la discussione.
In ciò fu l'importanza del libro, più che nelle tesi dell'autore: la prediletta delle quali era che l'Italia dovesse mirare ad ottenere dall'Austria spontaneamente la libertà e l'autonomia, per compenso degli aiuti che essa le offrirebbe in una impresa interessante la civiltà europea e cristiana: la guerra contro la Turchia.

Un altro grande torinese fu l'abate Vincenzo Gioberti, la cui altissima speculazione filosofica non perde mai di vista il problema nazionale, anzi è come il presupposto alla sua soluzione.
Esule, dal 1833, a Parigi, e poi a Bruxelles, ove insegnò in un istituto e trovò tempo e fede per comporre le più fervide sue opere, accorse nel '48 a Torino, ove fu eletto presidente della Camera, poi ministro dell'istruzione pubblica nel gabinetto Collegno. Dopo Novara, Vittorio Emanuele lo volle nuovamente al governo. Il suo atteggiamento ostile a Mazzini lo rese odioso ai repubblicani, come ai clericali l'atteggiamento liberale. 
Mori nel 1852, a Parigi, poco più che cinquantenne; né fu estraneo alla morte prematura il gigantesco lavorio mentale. 
La produzione del Gioberti coincide quasi tutta cogli anni dell'esilio. Il Primato morale e civile degli Italiani  (pubblicato nel 1843) fu l'opera che lo rese a un tratto famoso. 
E' una esaltazione dell'Italia nel suo passato e nel suo presente: come della nazione che la provvidenza ha eletto a maestra e guida per un ritorno dell'Europa alla vita dello spirito. La salute d'Italia è per I'autore in una federazione dei vari Stati, sotto la presidenza del papato, la più italiana e più universale delle potenze. Ma il clero non rispose alla chiamata del Gioberti, che lo voleva parte viva nella rinnovazione morale e politica della nazione. I Gesuiti si opposero; e contro di essi il Gioberti scrisse il Gesuita moderno (1847), e poi I'Apologia del Gesuita moderno (1848). 
Dell'anno precedente la sua morte è Il Rinnovamento civile d'Italia: un esame degli avvenimenti del '48 e del'49, il quale conclude alla necessità della unificazione d'Italia sotto lo scettro di casa Savoia, contro l'idea federale espressa nelle opere anteriori. 
In tutt'altro campo dal politico, interessa il trattato Del Bello, strettamente connesso alla filosofia idealistica del Gioberti, che egli espose in varie opere: La protologia, o Scienza prima..., l'Introduzione allo studio della filosofia..., La teoria del soprannaturale. 
La critica gli riconosce oramai uno dei posti più eminenti nel pensiero contemporaneo.

Terenzio Mamiani della Rovere, da Pesaro, esule dopo i moti di Romagna del '31, richiamato e fatto ministro da Pio IX, nel 1860, col Cavour, ministro dell'istruzione, morto nel 1885, fu autore di Inni sacri, in versi sciolti, condotti nella maniera degli inni così detti omerici: e di molte scritti filosofici; tra cui il Rinnovamento della filosofia antica italiana (1834) è una celebrazione del pensiero e della cultura italiana di fronte al pensiero e alla cultura straniera.


GIUSEPPE MAZZINI

Ma il più eloquente ed inspirato degli scrittori politici del tempo, ed insieme il maggiore agitatore della coscienza nazionale, fu Giuseppe Mazzini. 
Nacque a Genova il 18055. La madre, austeramente religiosa, contribuì non poco all'alto senso di moralità e alle tendenze mistiche del figlio. Tra passione della poesia e della letteratura prese l'adolescente: ma, più forte, la passione dell'Italia. 
Affigliato alla Carboneria, fu arrestato e condotto nel carcere di Savona: passò poi in Corsica. La conoscenza della politica francese lo persuase sempre più della necessità che l'Italia facesse da sé. Si era già staccato dai Carbonari, francesizzanti; e fondò la Giovine ltaliasocietà di fervidi patrioti, il cui periodico di battaglia, dello stesso nome, correva, nelle più diverse e ingegnose guise, per tutta l'Italia: e in tutta I'Italia sorgevano le Congreghe. 
In Piemonte si scopersero i nuovi congiurati. Molti fucilati: Jacopo Ruffini, l'intimo del Mazzini, si uccise. Il Mazzini era a Marsiglia; tentò una spedizione in Savoia, attraverso la Svizzera (1834), fallita miseramente. 
Condannato a morte dal re di Sardegna, rimase alcuni anni in Svizzera: spiato continuamente dalla allora internazionale polizia austriaca, riparò nel '37 a Londra. Provò la miseria, e l'avvilimento; ma presto si riprese. Collaborò in giornali inglesi e fondò l'Apostolato popolareE di là suscitava i vari movimenti rivoluzionari italiani; di Bologna, del '43, dei fratelli Bandiera, del '44, (benché egli cercasse invano di dissuadere i temerari giovani dal tentativo); di Rimini, del'45. 
Spesso riusciva a comparire fra noi. Fu nel '48 a Milano, ove fondò l'Italia del popolo: nel '49 a Roma, triumviro, con l'Armellini e il Saffi, della gloriosa Repubblica difesa da Garibaldi e uccisa dalle armi francesi. Allora nuovamente riparò il Inghilterra e continuò ad eccitare le congiure: miserabile quella che condusse ai processi di Mantova e al patibolo i martiri di Belfiore (1851-53).
Penetrò in Milano nel '53, a rincuorarvi una insurrezione parimente infelice: e ancora era in Italia nel'57, e fomentava sommosse.a Genova, a Livorno, a Napoli. 
Ma se le congiure esprimevano la forma eroica dell'italianità, il continuo insuccesso di quelle persuadeva altra via: quella proclamata dal Balbo, dal Gioberti e dal D'Azeglio: di affermare apertamente i diritti dell'Italia, e di raccogliere intorno ad uno stato forte, come il Piemonte, le simpatie nazionali. Così alcuni mazziniani stessi abbandonarono il maestro. 
Alle Congreghe si sostituì la Società Nazionalefondata nel 1857 dal messinese Giuseppe La Farina, storico non degli ultimi. Il Cavour segretamente approvava. 
Così si venne alla fortunata guerra del '59, alla spedizione garibaldina del '60, e alle annessioni. Il Mazzini, tenace nelle sue idee di repubblicano unitario, apprezzatore del sacrificio anche più che del successo, rimase a poco a poco solo, e circondato da oblio e da calunnie.
Deputato di Messina nel '65, la sua elezione fu annullata dal Parlamento. L'Italia ufficiale lo riguardava ormai come un pericoloso nemico. Nel '70, nell'ultima sua venuta in Italia, fu arrestato a Gaeta. Morì a Pisa nel 1872 e fu sepolto a Genova, nel camposanto di Staglieno.

Giuseppe Mazzini fu oggetto di tenaci amori e di ingenerosi odi. Oggi sta al disopra dei partiti. Si può ancora accusare come non pratica la sua politica. Non si può non ammirare !a sua rigida concezione morale, la sua fede nell'innato eroismo delle moltitudini, la sua religione del sacrificio, la sua volontà di una Italia grande innanzi tutto spiritualmente, e per la terza volta maestra di civiltà al mondo, la sua comprensione di ogni più delicato problema dello spirito, la sua religiosità. 
Gli scritti del Mazzini sono dettati in una prosa poetica, tutta fiamme di entusiasmo. Sono per lo più lunghi articoli, pubblicati nei periodici di cui fu collaboratore o direttore. Altri furono pubblicati dopo la morte, come le Note autobiografiche, interessantissime a conoscere la storia di quell'anima, i suoi propositi, i suoi entusiasmi e gli abbattimenti. 
Giovane, fu appassionato di letteratura; e lasciò saggi notevoli: quali Dell'amor patrio di Dante, ove riecheggiano le idee del Foscolo sul poeta: Della fatalità come elemento dranamatico, in cui preludia alla nuova tragedia, non più generata dal Destino, né dal Caso, ma dalla Provvidenza..., il Parallelo tra Byron e Goethe..., la Filosofia della musica
Degli scritti politici, che sono assai più, ricordiamo la Lettera di un italiano a Carlo Alberto di Savoia (1831); Lo Statuto della Giovine Italia; alcuni articoli fondamentali per la intelligenza del pensiero mazziniano, quali Dell'unità italiana (del 1833), la Lettera ai Siciliani a proposito della rivoluzione di Palermo del '48, la Lettera al Ministero francese, in difesa della Repubblica romana, I'Ammonimento ai giovani d'Italia del 1859, dopo la delusione del trattato di Villafranca, Italia e Roma..., la Questione morale..., Agli Italiani., programma dell'ultimo giornale da lui fondato, la Roma del popolo; il saggio sulla Rivoluzione francese
Tutta la sua predicazione contro il materialismo e I'individualismo, che egli considerava come i nemici maggiori del progresso e della dignità umana, e intorno alla necessità del sacrificio, egli concluse nel libretto I doveri dell'uomo, diretto agli operai. 
Le innumerevoli Lettere del Mazzini, raccolte dopo la sua morte, sono documenti di una spiritualità e di una sensibilità ricchissima.

Altri scritti e scrittori ci riconducono al Mazzini. Del Mazzini fu intimo, e collaboratore nell'Indicatore Livornese, Carlo Bini, da Livorno, morto giovane il 1842, autore del Manoscritto di un prigioniero, strano libro di tristezza e di ironia. 

Il romagnolo Felice Orsini, affigliato alla Giovine Italia, difensore di Venezia nel '48 e di Roma nel '49, fu condannato a morte a Mantova, e poi andò esule in Inghilterra, finché, in Francia, attentò alla vita di Napoleone III, perché ancora non si era mosso in aiuto dell'Italia: e fu suppliziato il 1859. Lasciò le sue Memorie politiche (1856). 

Un pio sacerdote, monsignor Luigi, Martini, che accompagnò al patibolo quasi tutti i martiri di Belfiore, narrò le ultime giornate di quei fervidi mazziniani, in un libro semplice e commovente, cui pose il nome di Confortatorio, così era chiamata la cella della fortezza, ove i condannati si preparavano alla morte. 

Ma dei martiri precedenti narrò nobilmente la vita i pistoiese Atto Vannucci, morto il 1883, nell'opera I martiri della libertà  italiana dal 17944 al 1848.


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venerdì 17 maggio 2013

I MARTIRI DI BELFIORE

I martiri di Belfiore (Edoardo Matania)
   
Il nome e la propaganda di Mazzini hanno ancora una notevole autorità dopo la caduta della Repubblica Romana, vasta è la rete di legami organizzativi che il 1848 non aveva distrutto nelle località soprattutto in cui esistevano ancora gli uomini, che avevano partecipato all'attività della Giovine Italia.
Quando, quindi, Mazzini dall'esilio cerca di riprendere le fila della cospirazione, organizzando I'Associazione Nazionale Italiana, non gli riesce difficile, soprattutto in alcune regioni, ritrovare collegamenti e punti di appoggio.

Uno dei centri del movimento mazziniano di questi anni è Mantova, la città che durante e dopo il Risorgimento, con l'organizzazione delle prime associazioni operaie e socialiste, ha avuto grande parte nella storia d'Italia. Mantova, che era stata nel periodo napoleonico centro attivo di vita politica, dopo il 1815 sente più che mai pesante la cappa di piombo dell'assolutismo austriaco. 
Dal 1821 al 1828 parecchi mantovani sono condannati allo Spielberg; altre condanne sono pronunciate dopo i moti del 1831 contro suoi cittadini che avevano tentato di far fuggire Ciro Menotti dal castello della città; e sempre dopo il '31 si iniziano i primi collegamenti con la Giovine Italia. 

Nel '48 Mantova è l'unica città della Lombardia che, dopo i moti di marzo, non riesce a liberarsi dagli Austriaci, anche per il rapido concentramento della loro resistenza nel Quadrilatero (Il Quadrilatero fu, tra il 1815 e il 1866, un sistema difensivo austriaco nel Lombardo-veneto che si dispiegava su un quadrilatero i cui vertici erano le fortezze di Peschiera del Garda, Mantova, Legnago e Verona, comprese fra il Mincio, il Po, l'Adige e, dal 1850 circa, la ferrovia Milano-Venezia, tramite la quale erano garantiti i rifornimenti. Difficilmente aggirabile, ostacolava i movimenti di truppe nemiche nella pianura padana): molti patrioti però si allontanano dalla città e costituiscono un Corpo franco di volontari, che, dopo Custoza, andrà a difendere la Repubblica Romana.

La situazione si aggrava come dovunque dopo il '49: viene allora costituito un attivo comitato diretto da don Enrico Tazzoli, professore del seminario mantovano, che nel 1851 prende contatti diretti con Mazzini.
Una delle attività più importanti è quella della vendita di cartelle del prestito nazionale, attraverso il quale si volevano raccogliere fondi per finanziare le spese cospirative e per acquistare armi per i ritenuti prossimi moti insurrezionali.
Tazzoli si dà da fare per raccogliere adesioni numerose ma, in una attività, che era per se stessa compromettente perchè non regolata dalle dovute norme cospirative, commette l'ingenuità di registrare, per motivi di onestà, in un quaderno gli incassi e le spese, sia pure con
un cifrario abbastanza elaborato., basato sulle lettere del Pater noster.

Il comitato svolge anche attività di propaganda; acquista un torchio per la stampa di manifesti e si mette in collegamento con la famosa tipografia, di Capolago presso Lugano.
All'abile polizia austriaca, che si appoggiava, come sempre accade, su una rete di confidenti e di spie, non sfugge la notizia del risorgere di centri cospirativi: cominciano i primi arresti e le prime gravi condanne a morte, alle quali il governo austriaco non era mai ricorso prima del '48, consapevole come era della loro impopolarità; ma le vicende del '48, i moti di ribellione delle molte nazionalità oppresse dal potente impero avevano spinto i suoi metodi oppressivi in una direzione diversa, che in fondo denunciava la consapevolezza della prossima fine.
  
Tito Speri, Angelo Fattori, il pittore Boldrini, Angelo Giacomelli, Antonio Lazzati, Francesco Montanari... detenuti nelle carceri di Mantova (1853) 
  
Viene arrestato in un primo momento il patriota Luigi Dottesio, che viene giustiziato nell'ottobre del '51. Quasi contemporaneamente, a Milano è arrestato, mentre incollava manifesti anti-austriaci, l'operaio Amatore Sciesa.
Nel febbraio 1853 viene arrestato don Giovanni Grioli, parroco di Cerese, sotto l'accusa di aver dato dei danari a un soldato ungherese per indurlo a disertare; in casa sua vengono scoperte alcune copie di un bollettino mazziniano che aveva ricevuto da Tazzoli; Grioli però non confessa, anche dietro la promessa della libertà, e per il momento l'episodio si chiude con la sua condanna a morte, eseguita il 5 novembre sugli spalti di Belfiore.
Ma la polizia è stata messa sul chi va là: in gennaio a Castiglione delle Stiviere viene arrestato un impiegato in possesso di una cartella del prestito: le rivelazioni da lui e da altri fatte portano all'arresto nel gennaio 1852 di Tazzoli e nel giugno di molti altri patrioti tra cui Grazioli e Poma di Mantova, Tito Speri di Brescia, Canal, Zambelli e Scarsellini di Venezia, Montanari di Verona, città i cui comitati mazziniani avevano legami diretti con Mantova.

Il cifrario, trovato in casa di Tazzoli, era stato inviato a Vienna ed era stato facilmente decifrato da esperti tecnici: ma non tanto di questa scoperta si valsero gli inquirenti per allargare le fila degli arresti e delle accuse quanto del tradimento di un cospiratore, Luigi Castellazzo, figlio di un impiegato della polizia, che denuncia nomi e fatti, anche inesistenti, come risulta dal verbale conservato nelI'Archivìo di stato di Vienna.
Le sue deposizioni rendono nulla la linea di difesa, che, per sè e per gli elencati nel registro, Tazzoli aveva preparato; esse allargano inoltre il numero degli arresti e pregiudicano gravemente la situazione di alcuni, soprattutto di Tito Speri, accusato falsamente di aver organizzato un attentato a un alto funzionario austriaco.

La situazione degli arrestati, tenuti a regime di carcere duro, è gravissima: Speri in uno scritto denuncia i tristi metodi degli austriaci, che sono simili a quelli che hanno sempre usato gli oppressori di tutti i tempi per far sì che gli uomini in loro balia tradiscano il bene più alto, la loro dignità umana.
Il processo, dopo le ultime rivelazioni, è condotto rapidamente; le condanne a morte sono già state decise a Vienna prima che le sedute siano terminate. Siccome tra i futuri condannati vi sono due sacerdoti, si iniziano trattative con la Santa Sede per ottenere la sconsacrazione, come si trattasse di colpevoli di gravi delitti comuni; in tal modo Tazzoli e Grazioli non hanno il diritto di affrontare dignitosamente la morte, indossando l'abito a loro particolarmente caro: la cerimonia, che deve servire di ammonimento a quanti volessero seguire la loro strada, viene compiuta prima della condanna.

La prima tornata del processo si chiude il 13 novembre 1852; sono chieste 10 condanne a morte che sono poi confermate per cinque patrioti.
La mattina del 7 dicembre, sugli spalti di Belfiore, un secondo gruppo di 5 martiri affronta serenamente e dignitosamente la morte: sono don Enrico Tazzoli, Carlo Poma, Giovanni Zambelli, Angelo Scarsellini, Bernardo Canal.
Ma il governo austriaco, impaurito per la sua impopolarità sempre più crescente (che si tradurrà dopo due mesi nei moti del 6 febbraio di Milano) accelera a conclusione della seconda tornata del processo: il 20 febbraio del 1853 a Belfiore per la terza volta si erigono le forche: salgono il patibolo Tito Speri, Carlo Montanari, don Bartolomeo Grazioli.

Dopo neanche un mese, con un processo rapidissimo, che si vuole concludere prima di pubblicare l'ipocrita amnistia del 19 marzo, viene per ultimo condannato e impiccato a Belfiore Pietro Frattini, un'altra vittima delle delazioni del Castellazzo.

Tutti i martiri sono sepolti nella nuda terra in una fossa scavata ai piedi delle forche, secondo un'usanza che anche i carnefici nazisti hanno seguito perchè ai cadaveri siano sottratti anche quegli onori che la pietà umana ha loro riservato da secoli .

Ma come se tutto questo sangue versato non bastasse, due anni dopo un'altra vittima delI'odio cieco dell'Austria, Pier Fortunato Calvi, viene giustiziato in questo luogo, divenuto, come dice il Carducci, da "oscura fossa d'austriache forche.... fulgente ara di martiri".
Come già i fratelli Bandi era egli ha cospirato nelle file stesse dell'esercito austriaco; nel 1848 si mette al servizio della Repubblica di Venezia, che lo manda a dirigere l'eroica resistenza partigiana del Cadore; un corpo di 500 montanari, fra queste aspre montagne, sotto la sua guida, per diversi mesi dà molto filo da torcere alle truppe austriache.

Dopo che I'insurrezione viene stroncata, Calvi riesce a fuggire in Svizzera dove accetta dai gruppi mazziniani l'incarico di ritornare nel Cadore ad organizzate una nuova resistenza.
Arrestato nel Trentino per il tradimento di una guida, ai primi di settembre del 1853 , viene portato nel triste castello di Mantova; anche per lui prima e durante il processo si rinnovano le solite minacce e lusinghe, ma dignitosamente egli afferma davanti ai giudici:

"Voi non udrete nulla da me che possa coinvolgere altri nella mia rovina. Non ho temuto le baionette, non temo le vostre misure di rigore; ponetemi alla tortura, non decamperò dalle leggi dell'onore che mi dicono essere infamia tradire i fratelli".

Alla lettura della sentenza di condanna a morte, come un eroe dantesco Calvi "non mosse collo nè piegò sua costa" e, ultimo del numeroso drappello, viene impiccato a Belfiore il 4 luglio 1855.
  
Mantova, lapide ai Martiri di Belfiore posta in Via Acerbi
     
Undici sono dunque stati i patrioti italiani che, in questo ultimò tragico periodo della dominazione austriaca, hanno dato la vita per a causa della libertà e dell'indipendenza d'Italia, sugli spalti di Belfiore: del loro eroismo testimoniano non solo la vita e l'atteggiamento di fronte alla morte ma documenti e lettere, scritti nel carcere, che ci ricordano la grandezza della loro fede e nelle cui pagine risuonano accenti, che circa cento anni dopo ritroveremo nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza.

Si possono citare alcune di queste testimonianze: 

Bernardo Canal scrive lapidariamente allo zio: "Confido che saprò morire". 

Carlo Poma nei tristi giorni del carcere cerca conforto nella lettura della Divina Commedia.

Tito Speri, afferma in una lettera ad una amica: "Io non vado alla forca ma a nozze".

A queste parole si ispirò certamente il poeta Marradi che, ricordando la sua morte (e implicitamente, direi, quella di tutti gli undici martiri), scrisse questi versi, in cui campeggia la eroica figura del patriota che diresse animosamente le Dieci Giornate di Brescia:

Ultimo nel fiore
dei suoi ventisette anni, vestito,
come a chi nozze va, meravigliando
di sua letizia esecutori e astanti,
sali la forca Tito Speri. I gioghi
di monte Baldo e le pianure e l'acque
de la dolente patria, sopita
nel velo delle nebbie mattutine,
anche una volta salutò d'un riso
di ineffabile addio. Poggiò sicuro
la bruna testa al palo e fra mille occhi
che intorno Io guardavano in silenzio
fissò con gli occhi scintillanti il cielo.
   
Piazza Martiri di Belfiore - Mantova
              

Monumento ai Martiri di Belfiore - Giardini di Belfiore - Mantova
     









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