| Martirio delle Sante Rufina e Seconda (Quadro delle Tre Mani) 1622-1625 circa Pinacoteca di Brera - MilanoOlio su tela cm 192×192 |
Il Martirio delle Sante Rufina e Seconda, un quadro tra i più particolari della pittura lombarda del Seicento, è detto anche Quadro delle Tre Mani perché realizzato da tre maestri diversi: Giulio Cesare Procaccini, Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone e Giovan Battista Crespi, detto il Cerano.
Il dipinto, di forma quadrata dalle considerevoli dimensioni ( cm 192 x 192 ), illustra la fine di Rufina e Seconda, due giovani fanciulle cristiane fidanzate con due soldati romani. Quando gli uomini rinnegarono la loro fede cristiana denunciarono le ragazze ad Archesilao, cavaliere sotto l’impero di Valeriano e Gallieno, che le fece assassinare mentre tentavano di fuggire dall’Urbe.
Il progetto alla base dell’opera era quello di fare in modo che i tre più grandi rappresentanti della pittura lombarda del momento generassero un’opera a cui ognuno partecipasse con un saggio delle proprie caratteristiche espressive.
Morazzone: che coi suo toni drammatici, giocati sui contrasti concettuali fra luce e ombra come fra anima e carne, si trova del tutto a suo agio.
Procaccini: il bolognese che porta nella Lombardia mistica di quegli anni un rinnovato senso dell’eleganza formale.
Cerano: il più conosciuto dei tre, il prediletto dai Borromeo, primo maestro dell’Accademia Ambrosiana è un artista di grandi passioni intime che tutto determinano.
Nato dunque per confermare la grandiosità dei tre, il dipinto dimostra limiti che sono insiti nella stesso lavoro, ovvero un’eccedenza di affettazione in cui la capacità di ognuno non riesce a dare al quadro un senso di armonia.
Osservando l’opera:
La parte sinistra del quadro è opera del Cerano che in virtù delle sue indubbie capacità nella rappresentazione degli animali, spetta il compito di dipingere il cavaliere col suo destriero e il cane che un angioletto pietoso ferma per impedirgli di avventarsi sulla già decapitata Santa Rufina
Tocca al Morazzone, esperto pittore di battaglie, dipingere il carnefice al centro. Un boia dalla pelle olivastra che si prepara per dare il colpo finale al collo di Santa Seconda, la cui testa viene tenuta ferma da un altro uomo alle sue spalle.
Santa Seconda, sulla parte destra della grande tela, è opera di Giulio Cesare Procaccini, che la ritrae mentre in estasi attende il supplizio volgendo il volto verso la luce divina che percorre diagonalmente la scena.
L'opera è esposta a Milano alla Pinacoteca di Brera