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venerdì 19 aprile 2013

LE SPIGOLATRICI (The Gleaners) - Jean-François Millet


Le spigolatrici (1857) Jean-François Millet
Parigi, Musée d’Orsay
Olio su tela, cm 83 x 111

Nel grande campo, illuminato dalla calda e intensa luce del sole estivo, tre donne con movimenti misurati e pazienti stanno spigolando. I loro gesti sembrano seguire i ritmi lenti di una preghiera.

Molti critici vedono nelle opere di Millet una contrapposizione tra la semplice vita contadina e la frenesia nevrotica della borghesia parigina

Jean-François Millet, allievo di Paul Delaroche, esordisce al Salon nel 1840: in gioventù ritrae prevalentemente soggetti mitologici e ricorda nello stile Eustache Le Soeur e Nicolas Poussin.

A causa di un’epidemia di colera scoppiata a Parigi tra il 1848 e il 1849, Millet va a vivere a Barbizon, in una casa vicina a quella di Théodore Rousseau, dove passa gran parte della sua esistenza a contatto col gruppo di paesaggisti che amano dipingere nella vicina foresta di Fontainebleau.

Nel 1848 presenta al Salon “Lo spulatore e da allora il pittore si dedica quasi unicamente ai temi rurali in cui rivive l’infanzia felice trascorsa in campagna coi genitori.

Incurante delle aspre considerazioni dei critici che lo tacciano di essere “Peintre de l’ignoble”, egli continua per la propria strada e sceglie di dedicare i suoi dipinti alla vita e al lavoro dei contadini, che descrive con grande partecipazione umana ed emotiva.

La sua caparbietà gli da ragione e a poco a poco i suoi quadri vengono capiti e rivalutati , nel 1867 è invitato all’Esposizione Universale di Parigi; l’anno seguente è membro onorario della Società delle Belle Arti di Bruxelles e viene nominato cavaliere della Legion d’Onore.

Al contrario di Honoré Daumier, il cui impegno sociale viene manifestato in opere dai contenuti politici, Millet non ama i toni critici e sprezzanti, egli preferisce le atmosfere semplici ma allo stesso tempo profondamente suggestive.

Il suo naturalismo così simile al realismo di Corbert è scarno ed essenziale e si manifesta attraverso forme elementari, dal disegno appena accennato e da un sapiente dosaggio della luce e dei colori, alla ricerca di armonici e delicati accordi cromatici che nel corso degli anni verranno attentamente studiati da molti impressionisti, in particolar modo da Pissarro e Monet.
  

   
Nel 1867 questo quadro è presentato, con grande successo, all’Esposizione Mondiale. Il dipinto è fonte di ispirazione per numerosi artisti, da Vincent Van Gogh a Salvador Dalì che lo usa come modello per varie reinterpretazioni in chiave surrealista.

L’opera raffigura la preghiera serale alla fine di una lunga giornata di lavoro. La donna, assorta dalla preghiera, esprime nella posizione tutta la sua devozione. L’uomo sembra invece meno concentrato e coinvolto.

Lo stello Millet, pur credente, non è particolarmente osservante, si sposa in chiesa poco prima di morire e i suoi figli vengono battezzati alcuni anni dopo la nascita.
  
Il recinto delle pecore. Chiaro di luna (1861) Jean- François Millet
Parigi, Musée d’Orsay - Olio su tela, cm 39,5 x 57








   
La luna che illumina questo paesaggio notturno diffonde la sua luce con un movimento ondulatorio che pare pulsare ritmicamente.

Una sensazione di quiete e pace pervadono la composizione: il pastore è solo una sagoma scura i cui gesti lenti e misurati, sono silenziosi e insieme maestosi.

Anche le sagome delle pecore strette le une alle altre, sono quasi indistinte, appena illuminate dal chiarore lunare.




martedì 22 settembre 2009

LE LAVANDAIE (The Washerwomen) - Jean-François MILLET

LE LAVANDAIE (1853-1855)
Jean-François MILLET (1814-1875)
MUSEUM OF FINE ARTS di BOSTON
Pittore francese del XIX secolo
Tela cm. 42 x 52

CLICCA IMMAGINE alta risoluzione

Pixel 2500 - 1760 - Mb 1,71


Nonostante la grande qualità, "Le lavandaie" è uno fra i dipinti di Millet tra i meno conosciuti dal pubblico.

La scena si svolge al tramonto, in primo piano sono delle figure di donne il cui significato non si esprime nei dettagli, nemmeno nell'espressione dei volti, ma nell'estrema esattezza delle loro silhouettes, nelle quali Millet ha colto l'essenza del loro lavoro.

La luce sottile del tramonto gioca un ruolo di grande importanza.

Domina il colore rosa che quasi abbaglia le figure sulla destra.

Il blu-grigio della riva si affievolisce degradando verso l'altra sponda.

Sulla destra, dove il sole sta tramontando, la luce ha così tale forza che la terza figura è parzialmente dissolta.

Sembra quasi che fattività umana venga spinta fuori dalla cornice del dipinto dall'intromissione del sopraggiungere della notte.

Alla metà del secolo scorso 1'emarginazione della classe contadina toccò gli artisti più sensibili ai problemi sociali: mentre i contadini di Courbet assumono un forte ruolo sociale..., quelli di Millet sono rassegnati e conservatori, attaccati alla tradizione e sottomessi alla volontà di coloro i quali li hanno intenzionalmente posti ai margini della società.

La fatica dei lavori umili dei ceti sociali dimenticati affascinò anche Daumier, che forse più di ogni altro artista riuscì a elevarli a più alta dignità, senza mai cedere alla facile retorica.


L'OPERA

Il dipinto, firmato e databile al 1853-1855, fu acquistato nel 1857 da M. Martin Brimmer.

La moglie di questi lo donò nel 1906 al Museo di Boston.

Nel 1950 fu esposto alla mostra "The Nineteenth-century Heritage" a New York.

Del dipinto esiste uno schizzo su cartone databile intorno a11851, conservato nel Museo Mohammed Mahmoud Khalil del Cairo.


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BERGÈRE GARDANT SES MOUTONS (1864) - Jean-François MILLET

L'ANGELUS (1858-1859) Jean-François MILLET


lunedì 21 settembre 2009

L'ANGELUS (1858-1859) Jean-François MILLET

L'ANGELUS (1858-1859)
Jean-François MILLET (1814-1875)
Pittore francese del XIX secolo
MUSEO D'ORSAY di PARIGI
Olio su tela cm. 55 x 66


Nel L'ANGELUS due contadini, un uomo e una donna, sospendono per un attimo il duro lavoro dei campi per dedicarsi ad una pausa di raccoglimento, forse richiamati alla preghiera dal campanile che si scorge in lontananza, sulla linea dell'orizzonte.

Il dipinto è di una semplicità sconcertante: i due personaggi resi con fare sintetico e con proporzioni monumentali, statici, immobili come i poveri attrezzi da lavoro che li circondano (un rastrello, una cesta, una carriola) dominano sull'immenso sconfinato paesaggio.

Quest'ultimo elemento è sempre presente nei quadri di Millet il quale, come gli artisti della cosiddetta Scuola di Barbizon, con cui era in contatto, aveva frequentato la foresta di Fontainebleau per dipingere la natura dal vero.

Tuttavia in Millet i quadri di soggetto agreste assumono un valore simbolico ed etico, in quanto la fatica dei contadini è trasportata su un piano rituale e religioso.

Millet esprime nei suoi dipinti la nostalgia per l'antica moralità di un mondo rurale che vedeva declinare, in seguito alla migrazione di molti contadini verso le città che stavano diventando centri industriali.

L'amore per la campagna di Millet derivava inoltre dalle sue origini contadine, nella terra di Normandia.

Per lo spirito con cui è solito rappresentare il mondo rurale e i suoi dignitosi personaggi Millet è giustamente considerato un artista sospeso tra la pittura realista e il romanticismo.

Il tono sentimentale di un quadro come "L'Angelus" è infatti molto marcato e deriva in parte dal fatto che Millet non ritrae i suoi contadini dal vero, ma con gli occhi nostalgici della memoria e quindi con una sorta di idealizzazione.

Si veda a questo proposito il confronto con un dipinto fortemente realistico come "Gli spaccapietre" di Courbet, eseguito pochi anni prima.


L'OPERA

"L'Angelus", dipinto da Millet negli anni 1858-1859, fu acquistato dal collezionista parigino Alfred Chauchard nel 1890.

Chauchard aveva costituito fin dal 1885 una grande raccolta di opere d'arte, privilegiando soprattutto i pittori francesi dell'Ottocento, e in particolare Millet e i paesaggisti della Scuola di Barbizon.

"L'Angelus" fu la prima opera importante acquistata dal collezionista, che la disputò con alcuni amatori americani.
Il dipinto pervenne al Museo del Louvre nel 1909, insieme alle altre opere della Collezione Chauchard, e da qui è passato recentemente al Museo d'Orsay.

Alla sua pubblicazione il quadro riscosse un grande successo, e acquistò ben presto una enorme popolarità, grazie anche alle innumerevoli copie, riproduzioni, caricature che ne furono tratte.


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PASTORELLA CON IL SUO GREGGE (Shepherdess with Her Flock - Bergère avec son troupeau ) - Jean-François MILLET

BERGÈRE GARDANT SES MOUTONS (1864)
Jean-François MILLET (1814-1875)
Pittore francese
MUSEO D'ORSAY a Parigi
Tela cm. 81 x 146

CLICCA IMMAGINE alta risoluzione



Quest'opera, conosciuta anche come "La grande bergère", risale al periodo di Barbizon (piccolo villaggio ai bordi della foresta di Fointainebleau), dove l'artista si trasferì definitivamente nel 1849.
Il dipinto, pur distinguendosi dagli altri eseguiti in questo periodo, ne è affine per il gusto della rappresentazione naturalista.
La figura solitaria della pecoraia, solidamente costruita in primo piano per larghe masse di colore, nettamente delineata e ridotta a motivi essenziali, è sorprendente per il vigore plastico.
Questa semplificazione delle forme e della composizione comparve nell'opera di Millet dagli inizi degli anni 1860, grazie alla conoscenza delle stampe giapponesi riprodotte dal periodico "Magasin pittoresque".
L'atteggiamento della pastorella, con la testa inclinata e lo sguardo fisso, esprime una profonda rassegnazione al suo modesto ceto, che ben rivela le intenzioni dell'artista che nel 1851 scriveva al suo amico Sensier...

"Voglio che gli esseri che rappresento abbiano l'aria di essere radicati nel loro stato in modo che sia impossibile immaginare che pensino di essere una cosa diversa da quella che sono".

Questa condizione umana trova ugualmente la sua connotazione nella grande pianura spoglia che si estende, dietro il gregge, fino all'orizzonte.
Lo stesso sfondo si ritrova in molti altri dipinti di Millet come nello "Angélus" e in "Hiver aux corbeaux"..., il suo paesaggio è "spoglio, essenziale, livellato, ridotto quasi ai cespugli e alla linea dell'orizzonte [...] e ciò per mettere in primo piano [...] l'uomo dei campi [...] che la terra condanna a vivere in un mondo in cui tutto cambia eccetto lui". (André Fermigier).


L'OPERA

Quest'opera, commissionata da Paul Tesse nel 1863 ed esposta l'anno seguente al Salon, fu il primo successo pubblico di Millet.
Il Governo avrebbe voluto acquistarla, ma ciò non fu possibile perché si trattava di una commissione privata.
In una lettera del 1° giugno 1864, il suo agente Sensier così scriveva all'artista...

"Questo dipinto ha realmente affascinato tutti".

La tela fu esposta insieme al suo pendant "La naissance du veau", su cui Millet aveva riposto tutte le sue speranze, ma che suscitò critiche feroci: Ernest Chesneau l'accusò di aver rappresentato "il tipico sempliciotto di campagna", Théophile Gautier (fino a quel momento strenuo difensore delle opere di Millet) sottolineò l'esagerata solennità dei contadini, simili a sacerdoti egizi intenti a trasportare il futuro Bue Api.


MILLET E LA CRITICA

La critica romantica ha accusato Millet di essere un artista grossolano, non soltanto per la scelta dei soggetti legati alla tema e alla vita dei campi, ma soprattutto a causa dell'estrema semplificazione delle forme.
Il pittore si difendeva da queste accuse dichiarando...

"Vorrei solamente richiamare l'attenzione sull'uomo condannato a guadagnarsi da vivere col sudore della fronte.
Io sono un contadino [...] e per ciò che riguarda la mia maniera di dipingere [...] essa deriva dal modo di comprendere le difficoltà della vita".

Théòphile Gautier, uno dei critici più interessanti dell'epoca, scriveva di lui...

"Millet è un indipendente e non pensa di sicuro a seguire qualcuno.
Tra le sue opere, solo quelle che vogliono esprimere qualcosa gli piacciono [...] e tutto ciò fa sì che la sua pittura turbi il sonno delle persone fortunate [...] quest'uomo non può essere influenzato da nessuno e non può camminare nel solco tracciato dà un altro".


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