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sabato 6 dicembre 2014

IL SIMBOLISMO DELLE FORME (The symbolism of the forms)




Le forme come simboli


CERCHIO


Simbolo perfetto della totalità. La sua forma esprime infatti una pienezza, un'armonia senza pari. Nel suo centro, tutti i raggi coesistono in una sola unità; la sua periferia, chiusa su sé stessa, forma una ruota che evoca un'idea di movimento e di perfezione: è il segno dell'assoluto, anche quello della creazione divina. 
Simbolo di protezione che si ritrova nei nostri ornamenti-amuleti come anelli, collane, è anche la rappresentazione ideale del tempo, del cielo dei giorni, delle notti, dell'anno, dell'eterno ritorno. 
Rispetto al quadrato, considerato come l'immagine della terra, emana dal cerchio I'infinito del cielo, I'eternità.
È anche il numera zero, che esprime il tutto, il vuoto, I'universo.



IL QUADRATO


Mentre il cerchio porta una vibrazione dinamica, il quadrato invece è come ancorato dai quattro lati e dai suoi angoli: è il sostegno stabile e la manifestazione della materia. 
Fu considerato dai maghi e dai gerofanti come una forma magica, occulta, divina, anche se terrestre: il quadrato delimita lo spazio sacro e molti templi e altari sono costruiti sul suo modello, su questa tetraktide cara a Pitagora. 
Il cubo, la pietra cubica, si ritrovano in tutte le tradizioni, vero supporto del rito religioso. 
Nella tradizione cristiana, il quadrato simboleggia il cosmo, e i suoi quattro lati, gli elementi e anche i quattro Vangeli. 
Seconda Santa lldegarda, I'uomo a piedi giunti e a braccia tese è fatto di cinque misure uguali nel senso della lunghezza e della larghezza, tutte rappresentate da quadrati. 
Si è potuto paragonare anche la chiesa a un organismo umano, la travata centrale è paragonabile a un corpo di cui i transetti formerebbero te braccia: si ritrova evidentemente in questa analogia la forma della croce e quella del rettangolo che, nelle tradizioni massoniche, è chiamato "quadrato lungo": la proporzione rettangolare 1 x 1,618 è del resto considerata come quella del numero aureo e chiamata "quadrato-sole"; essa simboleggia, tra l'altro, la perfezione dei rapporti tra cielo e terra e la volontà degli esseri umani coscienti di partecipare, di unire in sé stessi, di realizzare questa completezza. 
Risolvere, vivendola, la quadratura del cerchio.


LA CROCE


Altra grande forma simbolica. L'origine della croce non è cristiana, poiché la si ritrova, risalendo alla più alta antichità, in Egitto, a Creta, e perfino in Cina.
Essa si iscrive nel cerchio, può generare quadrati e triangoli quando le sue estremità vengono unite da linee. Diretta verso i quattro punti cardinali, diventa, nel mondo intero, la base di tutti i sistemi di orientamento. Quando è eretta, la sua verticalità e la sua orizzontalità legano cielo e terra, intrecciando lo spazio-tempo al centro. 
Il cristianesimo ha ovviamente magnificato il suo senso, dal momento che la crocifissione e la passione di Gesù Cristo simboleggiano il sacrificio di uno per tutti, nel tentativo di rendere
I'umanità migliore e più cosciente dei suoi rapporti con la vita, con il sacro e il mistero.



LA FALCE


È la forma che descrive meglio il movimento della Luna,  che a noi appare crescente e decrescente, immagine stessa del movimento perpetuo, del cambiamento, dell'impermanenza. 
Artemide (la Diana dei Romani), dea notturna, astrale e protettrice dei boschi e delle foreste, era spesso rappresentata con una falce di luna nei capelli o in mano. 
Anche la Vergine Maria viene spesso assimilata alla Luna, all'energia lunare che ritma i flussi e i riflussi delle maree sulle coste del mare che è la madre, fonte di ogni vita su questa terra).



LA STELLA


Particella di luce appesa alla volta celeste, mondo lontano che affascina l'immaginazione degli uomini e favorisce la meditazione sull'universo, sull'infinito e le sue leggi, sui suoi cicli.
La forma della stella ha sempre suscitato un'immagine poetica e misti€ca, nell'inconscio umano. 
Nei tarocchi è il diciassettesimo arcano, segna il risveglio della coscienza alle verità cosmiche.  E il pentagono stellato è diventato un talismano. È conosciuto anche come "stella di Davide".



IL TRIANGOLO


È alchimisticamente il simbolo del fuoco. I massoni vi annettono molti valori: per il "triangolo sublime", un vertice di 36° e due angoli di base di 72°. Perché il numero 36 e i suoi derivati sono quelli della "solidarietà cosmica", che manifestano le relazioni della triade: cielo, terra, uomo. 
Un altro triangolo viene chiamato il "Delta luminoso": isoscele, più largo alla base, con 108° al vertice e 36° ai due angoli di base, corrisponderebbe al numero aureo.


LA PIRAMIDE


Immagine della sintesi, la piramide ritrova oggi stesso il suo potere magico con la scoperta delle sue strane proprietà che provano la potenza delle onde di forma. Infatti, una piramide con le proporzioni di quella di Cheope, anche se costruita con il cartone, avrebbe il potere, abbastanza insolito, di conservare la materia vivente: così un ortaggio posto al suo centro non dovrebbe marcire (provare per credere). 
Tali proprietà sono ancora al centro di attenti studi.


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SIGNIFICATO DEI COLORI (Meaning of colors)

  
Significato, simbologia e proprietà dei colori

Forme e colori ci parlano a ogni istante e I'ambiente che ci circonda influisce sull'evolversi dei nostri stati d'animo. In un mondo triste, grigio, dalle forme squallide, I'angoscia e la nevrastenia si manifestano molto più facilmente di quanto non accada se ci si trova immersi in un universo naturale in cui alberi, piante, rocce, acque correnti concorrono a creare un sentimento di gioia di vivere, un'espansione della coscienza, un reale stato di benessere. 
Lo stesso avviene con i nostri umori che cambiano secondo il tempo, e anche con la nostra "nicchia ambientale", come la chiama un illustre professore: casa, ufficio, luoghi di svago respireranno e ci aiuteranno a esistere più pienamente, con le vibrazioni colorate, le forme, i disegni, gli oggetti che avremo saputo inserirvi, come specchi della nostra anima. 
Questo perché ogni colore, ogni contorno possiedono un magnetismo particolare che risveglia inconsciamente reazioni nervose e psichiche diverse, benefiche o nefaste. 
Esoterici, sacerdoti e gerofanti vari hanno sempre saputo fare uso di questa magia, e hanno cosi potuto creare un simbolismo dei colori e delle forme.


BIANCO


Colore della purezza originaria, il bianco venne tradizionalmente impiegato in tutti i riti di iniziazione. L' adepto, che si eleva di un gradino sulla via reale del risveglio interiore e della comprensione dei misteri spirituali ed esoterici, indossa una veste bianca per sottolineare la purezza ritrovata e il "limpido sguardo" che dovrà ormai portare sul mondo. 
Il bianco riflette, sempre, un ideale di chiarezza e di trasparenza.


NERO


Diametralmente opposto al bianco, gli è sempre stata ovviamente attribuita una vibrazione negativa. Tuttavia, notte e giorno, vita e morte, bene e male, sono aspetti della stessa realtà. Senza le tenebre, non è possibile la luce. E le religioni lo sanno tanto bene che si sono sempre servite di questo colare, nel loro abbigliamento. 
Il nero, infatti, favorisce anche la concentrazione, aiuta a prolungare la coscienza in un vuoto assoluto che è morte dell'ego, abbandono dell'io superficiale ed evoluzione della ricerca interiore nella oscurità dovuta all'oblio delle nostre origini, delle nostre radici. 
Il nero è la terra fertile dell inconscio.


ROSSO


In alchimia, la trasmutazione dovrebbe passare dall'opera al nero, che è morte e ritorno al caos primordiale, poi dall'opera al bianco, purificazione, per giungere all'opera al rosso, in cui fusione e metamorfosi avvengono. 
Colore fondamentalmente legato al principio della vita animale e umana, dal momento che il
nostro liquido vitale, il sangue, è rosso. 
Colore del fuoco, del calore, del cuore. 
È anche il colore esoterico che deve essere dispensato soltanto a chi la cerca.
Rosso della matrice, a doppia polarità: infatti, il sangue è la condizione della vita, ma anche della morte. 
Rosso guerriero, fiammeggiante, che occorre saper controllare, come i propri istinti che possono diventare pericolosi se sono passionali ed esasperati.


ARANCIONE


A mezza strada tra il rosso e il giallo, questo colore allegro, stimolante, sta tra il sangue vitale e la luce celeste. Si ritiene che Dioniso portasse vesti arancione, lui, il dio della vite, ebbro della sostanza del mondo.


GIALLO


L'oro, la luce del sole diffondono questo colore ricco. 
È il più caldo di tutti i colori e anche quello che tende verso il bianco smagliante, accecante. 
Tra le mele d'ora del giardino delle Esperidi, segni di pace e di amore, troviamo anche il pomo della discordia, perché l'oro crea la felicità, ma anche l'orgoglio, la gelosia e la cupidigia. Nello stesso modo, il sole risveglia i germogli della vita, fa crescere e maturare, ma può bruciare. 
È il vello d'oro di Giasone rimane il più perfetto simbolo della ricerca dell'assoluto che è sempre "avanti", inaccessibile verità che dona se stessa, si insegna, ma resta sempre da scoprire.


BRUNO


Colore della terra e del legno.
Presso i Romani e i cattolici, rappresenta l'umiltà, (humus significa "terra"), la semplicità e anche la natura riproduttrice, anno dopo anno. 
Colore dell'autunno che risveglia la coscienza delle radici dell'essere e delle forze vive da ritrovare continuamente. 
L'uomo stesso, secondo il libro della Genesi, nell'Antico Testamento, non fu forse foggiata con un pugno di creta?
Il bruno porta tutte le premesse della Madre Terra e di quell'altra specie viva che ci accompagna durante il nostro percorso: l'albero.


VIOLA


È un colore investito di magia cerimoniale: tutti i gerofanti lo rispettano, perché è carico di un mistero simile a quello della creazione. 
Per i cattolici, colore di lutto e di penitenza.


AZZURRO


Il più profondo dei colori, perché è vero che lo sguardo vi penetra, ma vi si perde anche come nello spazio del cielo. 
Rappresenta l'equilibrio, riposante, immateriale, serio o gioiosa. 
L'azzurro crea un clima di irrealtà, di trasparenza; è sempre stato sacralizzato perché è cielo. Simboleggia il volo dell'anima liberata verso le alte sfere spirituali, e anche la libertà creativa, della mente. 
Noi respiriamo I'azzurro del cielo, che alito di vita.


VERDE


In esso vibra il calore vegetale e anche I'acqua. 
Goethe diceva che "l'occhio e I'anima riposano in quella miscela come sopra un elemento semplice. Non si desidera andare oltre....". 
Esso porta infatti una necessità rinfrescante, crea  un'atmosfera calmante, ma anche piena di vita come la vegetazione con le sue foglie, le sue piante. le sue erbe... 
Colore della comunicazione, perché la natura comunica con noi, il verde ha meravigliose qualità che nascondono un segreto: quello della generazione e della rigenerazione.


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IL SIMBOLISMO DELLE FORME


lunedì 1 dicembre 2014

LA STELLA DI BETLEMME (The star of Bethlehem)


LA STELLA DI BETLEMME

Una cometa, una supernova o un oroscopo?

La stella di Betlemme che, secondo il Nuovo Testamento, guidò i tre Re Magi al luogo di nascita di Gesù Cristo, ha messo in imbarazzo gli studiosi per secoli e secoli.
Che tipo di fenomeno poteva essere apparso in Oriente ed essersi spostato via via, davanti ai tre Magi, fino a fermarsi "sopra il luogo dov'era il Bambino?".
Una teoria molto diffusa vuole che si trattasse della cometa di Halley, apparsa in Terra Santa intorno all'epoca della nascita del Cristo, ma contro questa interpretazione ci sono diverse obiezioni. Oggi ormai si sa che la cometa di Halley apparve sul Medio Oriente nel 12 a.C., e che era all'apogeo del suo splendore alla latitudine di Betlemme.
Essendo giunti dall'Oriente dopo aver visto la stella, come dice Matteo, i Magi si recarono da Erode, il quale li pregò di trovare il bambino. Ma che bisogno aveva Erode di domandare ai tre viaggiatori di trovargli il Bambino se la stella indicava chiaramente a tutti dove si trovava il figlio di Maria?
Inoltre la cometa di Halley, o qualunque altra cometa, non può essersi comportata in modo così anormale, cioè spostandosi in avanti e fermandosi poi su un dato luogo.


Era una supernova?

In ogni caso, si pensa che Cristo sia nato al tempo del censimento imperiale romano che, secondo la maggioranza degli storici, dovette aver luogo nell'anno quarto prima della nostra era. E non si hanno testimonianze di comete apparse nel mondo, a quell'epoca.
Un'altra teoria avanzata a proposito della stella di Betlemme è che potesse trattarsi di una supernova, una di quelle stelle che esplodono e che brillano di luce eccezionale, tanto da essere visibili per alcuni mesi persino alla luce del giorno. Ma non si hanno prove che una supernova sia stata vista intorno all'epoca della nascita del Cristo.
Probabilmente, se si fosse verificato uno spettacolo celeste del genere, non solo altri storici contemporanei e personaggi di quel periodo l'avrebbero visto, incluso Erode, ma anche i Romani e i Cinesi ne avrebbero parlato nelle loro cronache, che pure hanno registrato quasi tutti i fenomeni del genere.
Si trattò forse di una grande meteora o di un gruppo di meteore? È improbabile, perché le meteore appaiono solo per la durata di pochi secondi, e sono certamente incapaci di "fermarsi" o anche di darne I'impressione.
La più probabile spiegazione è che i Magi fossero astrologi, e che avessero calcolato che una particolare stella fosse in ascesa, o sul punto di sorgere in Oriente, e annunciasse la nascita di un Messia.


Principe di luce

I Manoscritti del Mar Morto (una raccolta di antiche scritture appartenenti a una setta religiosa poco conosciuta e ritrovate in caverne nei pressi della sponda nord-occidentale del Mar Morto, nel 1947) offrono un appiglio a questa teoria.
Tra i frammenti dei manoscritti vi è un documento che riporta i segni dello zodiaco, e un altro che delinea gli influssi delle stelle e dei pianeti sulle persone nate sotto i vari segni.
I manoscritti si riferiscono anche a un "maestro di giustizia" o "principe di luce" che è stato variamente identificato dagli studiosi in Giovanni Battista o in Gesù stesso.
Potrebbe darsi, pertanto, che gli astrologi contemporanei spiassero i cieli e cercassero di calcolare le necessarie congiunzioni planetarie che avrebbero annunciato la tanto attesa nascita del Messia.


L'opinione del cardinale

Il defunto cardinal Daniélou, un dotto gesuita, era convinto che la famosa stella facesse parte di un oroscopo messianico.
Daniélou riteneva che le parole dei Magi "Abbiamo visto la sua stella in Oriente" alludessero ad una stella nascente, o in ascendenza: il fattore più importante nel determinare un oroscopo.
"Negli ambienti ebraici dell'epoca" ha scritto Daniélou, "l'astrologia era molto diffusa. Si sperava nella venuta del Messia e dovevano essere state avanzate varie ipotesi circa la stella sotto la quale Egli sarebbe nato. Appare evidente che, una volta realizzata la congiunzione preannunciata in uno di questi oroscopi, la gente avrebbe cominciato a credere che il Messia era nato, e si sarebbe subito messa a cercare il luogo della sua nascita".
Ecco forse quello che i re Magi, o astrologi, stavano facendo quando si recarono a visitare Erode.


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giovedì 13 novembre 2014

IL BRIGANTE MUSOLINO, PAPA' DELLA 'NDRANGHETA (The father of the 'Ndrangheta)



Giuseppe Musolino, conosciuto come U re dell'Asprumunti (il Re dell'Aspromonte), o meglio ancora come il brigante Musolino (Santo Stefano in Aspromonte, 24 settembre 1874 – Reggio Calabria, 22 gennaio 1956).

Gli storici lo considerano il papà della 'ndrangheta, la mafia calabrese, e dicono che è stato il primo a imboccare quella via, lastricata di sequestri, taglieggiamenti e omicidi, che adesso è diventata l'autostrada del crimine dei più temuti boss della piana di Gioia Tauro. 
Ma la gente dell'Aspromonte rifiuta di credere a queste storie, e lo definisce semplicemente "un uomo d'onore".

"Giuseppe Musolino?".... brontolano i compaesani. "Ha ammazzato sette persone e ne ha ferite altrettante, ma non era cattivo. Ha dovuto imbracciare la lupara per non perdere la faccia che, da noi, è un bene prezioso quanto la vita. Cli avevano fatto uno sgarbo..."

C'è chi lo venera come si venerano i santi, e chi si preoccupa di non far mai mancare fiori freschi sulla sua tomba.

"Sono soprattutto le donne a portarglieli , dice il custode del cimitero dov'è sepolto, alimentando la sua fama di bandito rubacuori. " Vengono da tutti i paesi del circondario e sono le nipoti di quelle ragazze che, quando lui era latitante, cantavano: 

"Si Musolino sopra la montagna 
pi sorta qualche volta 'ncuntraria 
sento sarria più bella la campagna 
e ci vurria donà I'anima mia...".


Sulle montagne dai mille segreti


Benché siano passati circa sessant'anni dalla sua morte, il mito di Giuseppe Musolino continua a resistere inalterato su queste montagne dai mille segreti, da sempre prigione di sequestrati e rifugio di sequestratori. Non c'è picciotto che non si sia sentito raccontare le sue gesta decine di volte, o che non abbia ascoltato le ballate che gli hanno dedicato i più famosi cantastorie, da Orazio Strano a Otello Profazio.

Alto, magro, con l'aria sofferta da intellettuale impegnato (da vecchio gli trovarono perfino una vaga somiglianza con Pirandello, per via del pizzetto candido e delle folte sopracciglia bianche), Musolino si vantava di discendere da una famiglia di nobile lignaggio francese. In realtà (a parte la "o" tronca del cognome della madre, che si chiamava Filastò), era calabrese puro sangue e si guadagnava da vivere facendo il "segantino", cioè maneggiando la scure nei boschi.
Suo padre gestiva l'unica osteria di Santo Stefano d'Aspromonte, il paese in cui lui era nato nel 1874. Fu proprio in quel luogo che, nel 1897, cominciarono le sue disavventure. 
Era una afosa serata di fine agosto e Giuseppe, che stava tornando dai campi, venne invitato a giocare a carte da alcuni conoscenti. Benché la posta fosse fissata in dieci lire, Musolino iniziò distrattamente. Perse la prima mano, poi la seconda. Dopo 10 minuti era già "sotto" di cento lire, una fortuna per quell'epoca.
Allora prestò più attenzione al gioco e, quando scoprì che i compagni stavano barando, si alzò gettando le carte sul tavolo.

"Non vorrai mica accusarci di averti truffato" gli urlo minaccioso un certo Vincenzo Zoccali, facendo seguire alle parole un tremendo ceffone. Toccadosi la guancia arrossata, Musolino indietreggiò: 
"Sei un ladro" disse e mise mano al coltello, che portava sempre con sé, costringendo l'avversario ad andarsene precipitosamente.
"D'ora in avanti guardati le spalle, perché quella carogna tornerà a cercarti" sentenziò un vecchio che aveva assistito alla scena. 
Due mesi dopo la previsione si avverò. Giuseppe fu aggredito dal rivale e venne ferito gravemente alle mani a colpi di "perciabarba", il micidiale pugnale adoperato dai briganti. 
"Se non muoio saprò vendicarmi" si limitò a commentare.


Tradito dalla nostalgia di casa

F. Manara ricostruì così l'arresto del brigante Musolino,
avvenuto il 9 ottobre del 1901
  
Di solito la vendetta è un piatto che si consuma freddo, ma stavolta passarono solo due giorni e Vincenzo Zoccali cadde in un'imboscata. Qualcuno gli sparò a tradimento senza colpirlo e la colpa venne attribuita a Musolino. I carabinieri cominciarono a dargli la caccia, ma lui era troppo pratico di quelle montagne e riuscì a filarsela. La nostalgia di casa, però, non gli dava tregua e una sera commise l'imprudenza di scendere a valle per fare visita alla vecchia zia che adorava. Cosi fu catturato.

Al processo protestò la propria innocenza e si scagliò contro i testimoni dell'accusa, ma non fu creduto e, alla fine, venne condannato a 21 anni di reclusione. 
"Ventun anni ho avuto" tuonò da dietro le sbarre rivolgendosi al rivale" ma ricordati, o Zoccali, che quando uscirò ti mangerò il cuore. E se sposerai, e se avrai dei figli, mi magerò anche la carne dei tuoi figli".

Le autorità lo mandarono al carcere di Gerace, ma lui aveva già un piano per evadere. Per 8 giorni scavò un foro nel muro della cella e, all'alba del 9 gennaio 1899, si calò attraverso I'apertura con le lenzuola annodate. Cinque ore dopo, quando la fuga venne scoperta, aveva già riguadagnato I'Aspromonte. Lì diede subito inizio alle proprie vendette. 
Poiché Vincenzo Zoccali, terrorizzato, era sparito dalla circolazione, prese di mira tutti coloro che lo avevano aiutato. Ferì Stefano Crea (che aveva tenuto bordone allo Zoccali testimoniando contro di lui) e ammazzò la sua donna, Francesca Sibari. Poi sparò a Stefano Zerilli, Nicola Romeo, Pasquale Saraceno e Carmine D'Agostino.
Il 7 agosto, uccise Stefano Zoccali, poi ''giustiziò" Pasquale Marte, infine, andò a cercare Alessio Chirigò, la guardia giurata che lo aveva arrestato. Lo sorprese mentre passeggiava col figlioletto. 
"Preparati a morire" gli disse e premette il grilletto. Nel giro di poche settimane le sue vittime salirono a sei e, di conseguenza, sali anche la taglia.


Brigante rubacuori

Il brigante Musolino - Amedeo Nazzari 
  
I giornalisti iniziarono a narrare le sue gesta. Quando un avventuroso reporter del Secolo lo intervistò nel suo rifugio segreto, attribuendogli la frase:
"Sono nato per uccidere i malvagi e ''amare le donne", l'ufficio postale di Santo Stefano d'Aspromonte fu sommerso da una valanga dl lettere profumate. Nacque cosi la sua fama di brigante rubacuori e qualcuno gli attribuì perfino un flirt con la principessa Luisa di Sassonia. 
In realtà, Musolino aveva amori molto più proletari. Fedele a quel proverbio che dice "Donne e buoi dei paesi tuoi", si divideva equamente fra tre contadine della zona.
Seguendo la sorella Ippolita, che andava a portargli i rifornimenti, gli investigatori individuarono il suo rifugio.
Per evitare uno scontro a fuoco, il delegato di polizia Umberto Wenzel provò a tendergli una trappola. Convinse uno dei suoi gregari, tale Antonio Princi, a mettergli una manciata di oppio nei maccheroni per prenderlo nel sonno.
Ma qualcosa nel piano non funzionò, qualcuno, forse, sbagliò, e Musolino - che era sveglissimo - fuggì guadando a nuoto un torrente, dopo aver assassinato il carabiniere Pietro Ritrovato.
Da quel giorno, sequestri ed estorsioni si infittirono, tanto che il governo fu costretto a mandare un contingente di 1.000 uomini per dargli la caccia.
Quando si rese conto che l'aria stava facendosi irrespirabile, Musolino prese la decisione che doveva essergli fatale.
Partì per Urbino e da li spedì una lettera al fratello Antonio invitandolo ad accendere, a suo nome, un cero alla Madonna. Ma ormai neanche un miracolo avrebbe potuto salvarlo.
Il 9 ottobre del 1901, infatti, incappò in un posto di blocco dei carabinieri dalle parti di Acqualagna. La notizia della sua cattura destò ovunque notevole scalpore. 
Una ragazza di Reggio Calabria, Caterina Arrigò, impazzì di dolore. Nel delirio, diceva che Giuseppe era suo marito, e giurava che sarebbe andata a liberarlo con un manipolo di picciotti. 
Il processo fu celebrato a Lucca per "legittima suspicione" e durò due mesi, dal 15 aprile al 15 giugno 1902. 
Musolino, che Cesare Lombroso aveva definito "delinquente nato e folle di eccezionale intelligenza", non disilluse le proprie ammiratrici. Destò sensazione rifiutando di presentarsi in aula con la casacca a strisce ("Non sono un brigante" disse, "ma un buono che si è fatto giustizia da solo") e contestò apertamente i giudici e quegli "spergiuri" che lo avevano fatto condannare la prima volta.

Il carcere-manicomio e la morte


Giuseppe Musolino, negli ultimi anni della sua vita

Malgrado la sua appassionata autodifesa, venne condannato all'ergastolo, da scontare a Portolongone. Qui imparò a leggere e a scrivere (aveva frequentato solo la seconda elementare), ma, col passare del tempo, le sue condizioni mentali si aggravarono e cominciò a proclamarsi "Signore dell'universo". 

"Credi in Dio?" gli chiese un giornalista. 
"Ci mancherebbe altro" rispose. "E io chi sono?".

Passava le giornate riempiendo quadernetti di appunti incomprensibili e parlava di strane costruzioni che chiamava "le mie navi alate", con le quali si proponeva di bombardare i nemici, una volta fuori da lì. 
A 69 anni, vecchio e malato, venne graziato dall'allora ministro della giustizia Palmiro Togliatti e fu "spedito" al manicomio di Reggio Calabria. Qui fu raggiunto dalla notizia che Amedeo Nazzari avrebbe interpretato un film sulla sua vita. Ma ormai più nulla poteva scuoterlo e, nel 1956, morì senza poter rivedere il suo paese.



ADALGISA MIA!
Ovvero
Gli amori del bandito Musolino

Non più l'imprese mie voglio narrare
solo rammenterò, il mio primo amore.
Dal dì che io la venni abbandonare
resto colpito il misero mio cuore.

Passò le notti e i giorni alla foresta
fra la pianura, il monte e la collina
per te Adalgisa il mio pensier si desta,
al canto degli augelli la mattina.

Canta la capinera e il rosignolo,
e nel silenzio del lieto mattino,
su te posa la mia mente e mi consolo,
mi sembra di vederti a me vicino"!

Mi trovo in queste valli abbandonato
prendo coraggio: pensando al tuo nome
Adalgisa quante volte t'ho chiamato
piangendo stò baciando le tue chiome.

Ricordo il primo bacio che t'ho dato,
ricompensato fu dai tuoi capelli,
l'ultimo bacio che tu mi hai donato,
chi mi strappò dagli occhi tuoi sì belli.

Il tuo ritratto tengo per memoria.
Conforto mi sarà fino alla morte,
sarai sempre mia fida, per mia gloria
in questa sventurata e triste sorte.

Ricordati che io fui il tuo Beppino,
il primo amator della tua vita,
così lo volle il mio fatal destino,
doverti abbandonar, ma no tradita.

Potessi rivederti un sol momento,
sfidar vorrei  il cielo e la natura,
per dirti: oh mia Adalgisa son contento
ti cedo l'arme con la mia cintura.

Mi sento in cuore le pungenti pene,
che tormentando vanno la mia vita,
perchè non vidi più il mio amato bene,
mi sembra che dal mondo sia rapita.

Sopra di questa pietra, il piede poso
sto contemplando l'infinito cielo,
entra la notte, prendo qui riposo,
ti sognerò Adalgisa in bianco velo.

Presso di me sta un masso memoriale
il nome inciderò della mia bella,
dirò che al par di te non v'è l'eguale,
tu sei la guida mia, la mia stella.

Lo foste il sogno della mia vittoria
ed io lo fui per te su tante imprese
portandoti Adalgidsa; alla mia gloria 
come bandito qui ne fò palese.

Se un giorno ti diranno sarò morto,
non so la morte mia dove si espetta,
se per perirò lontano in altro porto,
una visione avrai o mia diletta.

L'aria si oscura e la nascente luna,
si và inalzando al misterioso cielo,
saluto solitario in notte bruna
lontano amor che sempre io me rilevò.


Adalgisa, una delle contadine che Musolino amò


* Quando Musolino fu arrestato, Giovanni Pascoli gli dedica un'ode incompiuta dal titolo: Musolino, edita da S.Bottari e ripubblicata da G. Villaroel Musolino. 
Lirica inedita di Giovanni Pascoli

MUSOLINO
Giovanni Pascoli

Nel monastero ove coi morti frati
dormono gravi salmodie sepolte,
curvo passò tra uno squillar d'armati.
Intorno ai lombi le catene avvolte,
come serpi di ferro: era per quelle
tratto a mano: le mani erano molte.
Eran perete agli occhi del ribelle
umane terga. Era decreto umano
che ormai la notte fosse senza stelle
per lui,che azzurro fosse il cielo invano
per lui,che a lui di tutto ciò che luce
sol giungesse il baglior dell'uragano.
Quando tra tutti i neri omeri truce
vide levando gli occhi e non la fronte
ciò che vietato gli era ormai: la luce.
E vide i monti: non i suoi: te, monte
Nerone, te, gibbo del Catria. O torre
d'Asdrubale! o lontano Ermo di fonte
Avellana! o fragor d'acqua che scorre
buia, e che gemeva ai piedi d'un errante
piccolo e solo, mentre per forre
silenziose, sotto rupi infrante,
lungo gli abissi

saliva ai monti, a dare pace o.... 





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