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sabato 9 ottobre 2010

MASCHERONIANA - Vincenzo Monti

 
 Vincenzo Monti


MASCHERONIANA

La "Mascheroniana", composta a Parigi, riprende il metro e la maniera dantesca della "Bassvilliana", della quale vi ho parlato precedentemente.

Ritrae prima la morte del poeta e matematico Mascheroni: compianto dalle Virtù morali e civili, e dalle Muse.
L'estinto sale quindi attraverso i cieli: ché tutti sono desiderosi di accoglierlo.
Ma egli cerca gli dei già amici suoi in terra.
Ed ecco venirgli incontro il matematico francese Borda, che lo guida nella costellazione di Orfeo, dove dimorano i poeti.
Qui vi incontra Giuseppe Parini, che deplora, con parole fierissime, quel trionfo della demagogia, che egli vide a Milano, e dal quale la morte benigna lo liberò.
Il Borda assicura il Mascheroni che l'Italia è salva: Bonaparte.... E qui le lodi iperboliche del Bonaparte: dell'impresa d'Egitto, del colpo di Stato, di Marengo..., la libertà è ritornata.
Ma il Parini continua a dubitare: non vorrebbe la libertà già veduta da lui.
Ed ecco venire a confermarlo nei suoi dubbi due concittadini: Pietro Verri e Cesare Beccaria.
Pietro Verri è reduce da un viaggio fatto in spirito nelle repubbliche italiane: a Milano, a Ferrara, a Bologna..., dappertutto ha trovato degradazione morale e civile..., e innalzata la plebe e cacciati i buoni e i valenti.
Ma una voce annunzia che nel mondo, per virtù del Bonaparte, è ritornata la pace e la giustizia.
Allora di giustizia si accinge a parlare il Beccaria: il più adatto, come autore del libro "Dei delitti e delle pene".
Ma qui, alla fine del canto quinto, il poema si interrompe.
Il quale si riduce, nel suo motivo fondamentale e nelle pagine più eloquenti, ad un atto di accusa contro duella demagogia, che tanto travagliò il poeta nei suoi anni di Milano: e, per la costituzione, ad una serie di declamazioni, interrotte da alcuni episodi spettacolosi: come, tra il canto secondo e il terzo, l'apparizione del trono dell'Eterno: e, nel canto quinto, la vigorosa descrizione di un turbine, che devastò il territorio bolognese.

Gli Italiani si accorsero assai presto che Napoleone Bonaparte aveva tolto loro assai più di quanto avesse dato.
Lo videro fare dell'Italia un dipartimento della Francia.
Sorse contro di lui, in Italia e in Europa, una reazione, che, passando dagli effetti alle cause, si tradusse in ostilità contro il materialismo e la violenza, che erano a base non meno del governo rivoluzionario che dell'impero napoleonico.
Solo il cittadino Monti restò il cortigiano Monti.
Allora iniziò la non breve serie dei poemi e dei componimenti in lode di Napoleone, che il suo mondo vedeva in questo personaggio un restauratore.
In quel periodo si trovava a Parigi, ma la vittoria di Marengo riaprì al Monti le porte d'Italia.
Egli salutò la patria con un'ode piena di impeto e di tenerezza, che terminava con l'apoteosi del vincitore.
Mentre il mondo cambiava, Vincenzo Monti rimase sempre un classicista.


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BASSVILLIANA - Vincenzo Monti

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sabato 25 settembre 2010

BASSVILLIANA - Vincenzo Monti

   
    

 
BASSVILLIANA

Vincenzo Monti, più che nelle liriche, si trovò a suo agio nel poemetto narrativo, che domanda meno impeto e offre più espedienti.
Tocco, in ordine cronologico, dei più significativi componimenti del genere..., incominciando dalla Bassvilliana.

Ugo Bassville (più esattamente de Bassville), segretario di legazione a Napoli, era venuto a Roma per diffondervi le idee rivoluzionarie.
La plebe lo trucidò, nel gennaio del 1793: e solo la protezione del pontefice impedì che fossero uccisi la moglie e il figlio.
Vincenzo Monti era amico dell'agitatore e anche per questo fu opportuno che egli, a sviare i sospetti, scrivesse il poema contro la rivoluzione francese.
Immagina però, con un pensiero gentile e cristiano, che il Bassville muoia perdonato da Dio.
Ma, guidato da un angelo, dovrà per penitenza vedere coi propri occhi: delitti e le enormità di quella rivoluzione, della quale egli era stato uno dei promotori.
Nell'intenzione dell'autore, il poema avrebbe dovuto seguire via via il gigantesco avvenimento, essere come la cronistoria poetica della Rivoluzione; cantata da uno spirito ostile e religioso..., e avrebbe dovuto comparire un canto ogni mese.
Ma l'opera non andò oltre il quarto canto.

I due spiriti assistono alle stragi di Marsiglia e alle empietà di Avignone.
Quindi arrivano a Parigi, circondata da figure allegoriche: il Pianto, la Cura, la Follia, la Fame, la Discordia, la Guerra, l'Ateismo.
Qui sono spettatori del supplizio di Luigi XVI: tratto sul patibolo da quattro famosi regicidi della storia di Francia.
L'ombra di Ugo s'inginocchia all'anima del suo re, e gli chiede perdono, e le narra di sé, della sua morte, della potenza invitta della Chiesa.
Il re perdona, e sale in cielo.
Ombre sinistre vorrebbero - se un Cherubino non lo impedisse - bere nel sangue del suppliziato.
Tra quelle ombre sono il Voltaire, il Diderot, l'Elvezio, il Rousseau, il D'Alembert, creduto autore del "Systeme de la Nature", il libro dell'ateismo.
Con la minacciata vendetta di Dio, e la resistenza che alla Francia si apparecchiano ad opporre le nazioni europee: l'Inghilterra, la Spagna, il Piemonte, si arresta il racconto.

Le terzine della Bassvilliana parvero dantesche: anzi il poeta fu chiamato Dante ingentilito..., certo la Bassvilliana ha potenza di immagini, magnificenza di suoni..., e passi oratoriamente eloquenti, come quello che celebra la maestà di Roma cattolica di fronte alla Rivoluzione.


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MASCHERONIANA - Vincenzo Monti

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venerdì 24 aprile 2009

VINCENZO MONTI


VINCENZO MONTI...

PROFESSORE
CAVALIERE
POETA DI CORTE

Cantó con lo stesso entusiasmo e lo stesso candore reazione, rivoluzione, restaurazione.



Il 13 gennaio 1793 veniva ucciso a Roma Ugo di Basséville, rappresentante della Francia rivoluzionaria nella capitale dello Stato Pontificio: la plebaglia sanfedista, spinta dalle autorità ecclesiastiche, presumeva così di fare giustizia di quell'inviato del demonio, di quell'uomo che osava a Roma portare sulla sua carrozza i simboli della Repubblica Francese sorta dalla rovina di ciò che era così sacro a Dio e al papa, l'ancien régime.
Qualche tempo dopo, presso l'editore Luigi Perego Salvioni, usciva un libro intitolato "In morte di Ugo Basséville, seguita in Roma il di' XIV Gennaio MDCCXCIII". Il lettore vi assisteva al prelevamento del defunto Basséville dall'Inferno da parte di un angelo, che lo portava verso il Purgatorio, passando prima per la Francia, affinché prendesse visione di ciò che vi stava avvenendo: le stragi rivoluzionarie, le persecuzioni ai nobili, le violenze, eccetera eccetera.
Il massimo dell'orrore era raggiunto al momento dell'esecuzione di Luigi XVI...

"In quel punto al feral palco di morte
giunge Luigi. Ei v'alza il guardo e viene
fermo alla scala, imperturbato e forte.
Alla caduta dell'acciar tagliente
s'aprì tornando il cielo, e la vermiglia
terra si scosse, e il mare orribilmente.

Sei anni dopo, il 21 gennaio 1799, nel Teatro alla Scala gremitissimo di pubblico, un coro intonava questo canto...

"Il tiranno è caduto. Sorgete
genti oppresse; natura respira:
re superbi, tremate, scendete;
il più grande dei troni crollò.
Lo percosse co' fulmini invitti
libertade, primiero de' dritti:
lo percosse del vile Capeto
lo spergiuro, che il cielo stancò...

Il vile Capeto era Luigi XVI. Niente di strano che nella giacobina Milano si parlasse dell'ultimo re di Francia, in occasione dell'anniversario della sua morte sul patibolo, in termini ben diversi da quelli usati sei anni prima a Roma. Ma la cosa che stupisce, un poco è il fatto che entrambe le composizioni poetiche fossero opera dello stesso autore, a Roma nel 1793, a Milano nel 1799, popolarissimo, vate ufficiale del regime nell'un caso e nell'altro: VINCENZO MONTI.

La sua vita fu tutto un'adattarsi alle situazioni, cercando di trarne vantaggio, o per lo meno, di accomodarcisi alla meno peggio. Certo che se fosse vissuto mezzo secolo prima, non sarebbe stato altro che un facitore di versi arcadici, un esponente della pastorelleria, esperto negli amori delle ninfe, sempre pronto a stender epitalami od epinici. Visse invece nel turbinoso periodo napoleonico, e dovette in un certo senso impegnarsi, prender partito, fare la sua scelta, mettersi o con gli uni o con gli altri: poetare per la reazione, poi per la rivoluzione, poi per la restaurazione; e lo fece con un opportunismo ingenuamente sfacciato. Nato due secoli e mezzo fa, grazie alla bravura con cui componeva versi a Ferrara, ottenne amicizie e protezioni a Roma, dove si recò nel 1778. Qui salì rapidamente agli onori di poeta acclamatissimo, una specie di divo dell'epoca, ripetendo, forse con meno frivolezza, ma certo con gli stessi vantaggi, i successi del Metastasio.

Roma era allora tutto un fervore d'arte e di studi: non in senso progressivo, s'intende - la cosa sarebbe stata impossibile, naturalmente, nella roccaforte cattolica: nessun posto per le idee illuministiche nello stato più reazionario d?Europa, l'unico che non aveva messo in cantiere alcuna riforma (e che l'Alfieri chiamava "vasta insalubre region - che Stato ti vai nomando"). Ma stanchi del barocchismo che aveva dominato per quasi due secoli, artisti e intellettuali (pur sempre legati alla vita della corte pontificia) cercavano un nuovo modello nell'arte classica greca e romana: fu in questo periodo che ebbero inizio scavi archeologici, che ci si mise a studiare i resti delle romanità sepolti sotto stratificazioni secolari. Venne così di moda un'arte più semplice, lineare, tutta armonia di belle forme. II suo contenuto era di maniera, nessun sentimento nuovo o profondo vi si trovava: ma quello che c'era (fosse il ritratto di qualche personaggio o il palazzo per qualche prelato) era presentato in una forma che voleva concretare, per sé sola, l'ideale della bellezza. Fu questa moda, detta del 'neoclassicismo': essa, di origine italiana, dilagò per tutta l'Europa, e trovò terreno fertilissimo per svilupparsi e dare anche grandi frutti, per improntare di sé, addirittura l'intero periodo napoleonico (lo stile "primo impero" nella classica semplicità delle sue forme, era appunto neoclassico).

Ebbene: il Monti, a Rama, fece rapidamente sua questa moda, e ne divenne, anzi, nella letteratura, il massimo esponente. Il barocchismo dei poeti del Seicento, il gingillarsi con scipite immagini pastorali di quelli del Settecento, sono completamente superati e dimenticati; e, d'altra parte, nel Monti non trovi il verso rotto e duro del Parini, o quello aspro, sferzante dell'Alfieri. Trovi una musicalità distesa, lineare, un po' fredda, adattata con grande maestria a tutte le occasioni. Così, in seguito al ritrovamento di un busto greco a Tivoli, il Monti scrive la "Prosopopea di Pericle" (1779); nell'1784, dopo un esperimento di volo aerostatico, l'ode "Al signor di Montgolfier", con una sincera, per quanto goffa, esaltazione del progresso...

"Che più ti resta? Infrangere
anche alta Morte il telo,
e della vita il nettare
libar con Giove in cielo.

Per le nozze del suo protettore Braschi scrive le terzine della "Bellezza dell'Universo", per la morte del Basséville il poema di cui ho citato all'inizio alcune strofe.
Nel 1796 calunnie e mene segrete di rivali cercano di farlo cadere in disgrazia presso il Braschi, e presso le autorità: e il Monti s'affretta a scrivere una lettera in cui riafferma la sua fedeltà di buon suddito...

"La calunnia e l'invidia mi fanno da molto tempo l'onore di lacerare il mio nome su questo punto; e non potendo attaccare le mie azioni, attaccano i miei pensieri, attribuendomi delle massime, l'iniquità delle quali è stata sempre smentita dall'onestà del mio carattere... ".

Era sincera questa sua dichiarazione di obbedienza? Essa porta la data del 24 ottobre 1796; qualche mese dopo, il 16 febbraio 1797, il Monti scrive ad un amico...

"Noi siamo alla vigi1ia della nostra redenzione, o di veder rotto un giogo che da diciotto secoli opprime la terra... Son mesi e mesi che il mio cuore non prova più che i palpiti del terrore, e mi scoppia in petto per allargarsi a quelli della libertà, che mi costa tanti sospiri".

La lettera era addirittura accompagnata da un sonetto, che il Monti pregava l'amico di pubblicare anonimo; un sonetto anticlericale "per uccidere la superstizione della moltitudine".

Nel 1797, ecco il gran passo. Basta con la Roma dei preti, addio all'abate Monti (egli era, infatti, abate: vecchia, modesta carica para-ecclesiastica che permetteva ai letterati di usufruire di prebende e di sinecure). Ecco, invece, il cittadino Monti, che si reca a Bologna, poi a Milano, mettendosi a disposizione della Repubblica Cisalpina. Incomincia la esaltazione del nuovo regime e, in particolare, di Napoleone ("Il Prometeo", 1797), la condanna dei reazionari italiani ("Il fanatismo"..., "La superstizione"..., "Il pericolo"), la celebrazione della libertà d'Italia ("Per il Congresso di Udine": ...voi cadrete, o troni...).
Messosi così apertamente dalla parte dei "rivoluzionari", quando sopravvenne la breve eclissi napoleonica, il Monti dovette battersela alla svelta e riparare a Parigi. Ne tornò nel 1801...e scrisse quei famosi versetti orecchiabili tanto popolari...

"Bella Italia, amate sponde
pur vi torno a riveder!
Trema in petto, e si confonde
l'alma oppressa dai piacer)

... e fino al 1814 la sua tranquillità non fu più turbata: incensato e lautamente pagato, fu il cantore ufficiale del Regno Italico.
Ecco alcuni titoli: "Il Bardo della Selva Nera", adulatorio di Napoleone: il Monti ne ricavò duemila zecchini, una tabacchiera d'oro e il titolo di istoriografo del Regno..., "La Jerogamia di Creta" per le nozze di Napoleone con Maria Luigia..., "La palingenesi politica" in occasione delle guerre in Spagna.., ecc.
Di questo periodo è anche la traduzione dell'ILIADE (1810).

Al crollo dell'impero napoleonico, nuovi guai per il nostro poeta, che si affanna a sistemarsi coi nuovi padroni. Per i quali scrive tre cantate ("Mistico omaggio"..., "Ritorno d'Astrea..., "Invito a Pallade") piene di lodi agli austriaci e di vituperi a Napoleone. Ma ormai la sua vena si è spenta quasi del tutto; egli si occupa di questioni linguistiche, scrive un poema sulle bonifiche dell'Agro Pontino fatte da Pio VI, e si schiera contro la nuova corrente letteraria, il romanticismo (che chiama audace scuola boreal: boreale perché di origine nordica, tedesca).

Morì a Milano, dimenticato e solitario, il 13 ottobre 1828.
La sua influenza letteraria si prolungò per tutto il secolo XIX, e favorì il risorgere di modi neoclassici verso la fine dell'Ottocento (Il Carducci guardò a lui come ad un maestro). Fu, indiscutibilmente, rappresentativo di tutto un periodo. Assumere nei confronti della sua figura di uomo un atteggiamento severo, di riprovazione e condanna, è certo giusto: ma, in nome di questa condanna estendere il giudizio negativo su tutta la sua opera, sarebbe sbagliato. Non è possibile ripensare a quel tormentato periodo della storia italiana, a quel momento della cultura e dell'arte nostra, in quella fase di transizione, senza pensare insieme alla "presenza" che vi ebbe Vincenzo Monti, letterato alla maniera tradizionale italiana, legato alla vecchia generazione "che se ne andava al suono dei poemi lirici di Vincenzo Monti, professore, cavaliere, poeta di corte" - come diceva il De Sanctis -, ma, dopo tutto, creatore di un patrimonio di belle forme poetiche, alle quali ci si può, dilettandoci, rivolgere con indulgenza. Né si può dimenticare che è a lui che la letteratura italiana deve la traduzione artisticamente pregevolissima dell'Iliade....

"Cantami o diva del Pelide Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei... "

... intere generazioni di studenti italiani hanno conosciuto Omero così.


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