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lunedì 26 agosto 2013

LA BATTAGLIA DI ABUKIR (The Battle of Aboukir) - Antoine-Jean Gros

MURAT NELLA BATTAGLIA DI ABUKIR (1807)
Antoine-Jean Gros (1771-1835)
Musée National du Chateau - Versailles
Olio su tela cm 578 x 986

In occasione del suo incontro con Gros, nel 1796, Napoleone incaricò il pittore di ritrarre alcuni fra i più significativi episodi delle battaglie napoleoniche. Ricordiamo Gli appestati di Jaffa e Napoleone alla battaglia di Eylau
Queste opere a carattere storico rivelano la volontà dell'artista di attualizzare il tema epico. In questo contesto va inserito questo dipinto, richiesto a Gros per commemorare la vittoria delle truppe napoleoniche, guidate dal generale Murat, ad Abukir il 25 fuglio 1799.

La battaglia si svolge in primo piano dove isolato, tra i corpi ammassati dei civili massacrati dai militari, emerge la figura a cavallo del barone Murat; sul fondo il paesaggio marittimo che si apre oltre la scena della battaglia è popolato da un fortino dall'architettura mediorientale e da alcuni velieri che solcano Ie acque.

I decisi toni cromatici rivelano quanto Gros nella sua formazione artistica abbia avuto in mente Rubens, la cui opera è molto rappresentata al Louvre. Il senso dinamico del movimento, la vitalità della composizione, la padronanza dei valori spaziali, la libertà tecnica e cromatica sono elementi costanti nella nascente pittura romantica. La scena, infatti, mostra precisi richiami alla pittura di David tralasciandone però il severo controllo sentimentale. 
Questo aspetto, così vivace, è quello su cui puntarono I'attenzione i giovani artisti che videro in Gros l'anticipatore della pittura romantica e realista.



Il dipinto, firmato e datato 1807, venne commissionato da Gioacchino Murat a Gros per la Galleria del Palazzo Reale di Napoli nel 1806.
Della fase progettuale rimangono alcuni disegni preparatori relativi alle figure in piedi.

L'opera ancora nel 1824 faceva parte della collezione del re di Napoli, ma poi passò a Versailles e attualmente si trova conservata nel Museo della città insieme ad altri dipinti dello stesso artista come: Battaglia delle Piramidi 21 luglio 1798..., Capitolazione di Madrid 4 dicembre 1808..., il Ritratto di Claude Victor Perrin..., La contessa Legrand...,  e l'Apotheoses de Saint Germain.


I temi del Romanticismo

I pittori romantici anteponevano le cose inconsuete a quelle normali,l e vicende eccezionali a quelle comuni. Sorge il gusto per le scene di violenza o di esaltazione della forza fisica.

Il cavallo è uno dei temi preferiti da Géricault o da Delacroix. Ma mentre il primo vi vedeva il simbolo dell'eroismo militare, il secondo pone l'accento sul dramma della forza dell'animale dove l'uomo non ha nessuna partecipazione.
Un'altra fonte di interesse è per gli aspetti più orrendi della morte e per le campagne napoleoniche, che con la loro commistione di grandezza e miseria erano le più adatte a scatenare la fantasia degli artisti romantici. Anche la violenza della natura stessa è una fra le più tipiche manifestazioni degli ideali romantici, ed il suo fluire rappresenta metaforicamente il dramma del destino dell'uomo.

Il desiderio di raffigurare qualcosa di straordinario, spinse alcuni pittori verso temi esotici: scene di vita orientale che evocano mondi lontani, costumi e luoghi geograficamente distanti.
L'orientalismo è una delle facce del Romanticismo di cui Jean Auguste Dominique Ingres Eugéne Delacroix furono fra i maggiori esponenti.


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domenica 25 agosto 2013

NAPOLEONE - PROCLAMI E ORDINI DEL GIORNO (Proclamations and orders of the day)



UN INVITO AL SACCHEGGIO

Al momento di assumere il comando dell'annata d'Italia, Napoleone deve riprendere in mano un esercito poco numeroso, indisciplinato e demoralizzato che manca di tutto. Il suo primo proclama (27 marzo 1796), un vero e proprio invito al saccheggio, è estremamente importante per comprendere questo generale di ventisette anni, nervoso e autoritario:

"Soldati! Siete nudi, affamati; il governo vi deve molto ma non può darvi nulla. La vostra pazienza, il coraggio che dimostrate in mezzo a queste montagne, sono degni di ammirazione, ma non vi procurano alcuna gloria, nessuna luce si riverbera su di voi. Vi voglio condurre nelle più fertili pianure del mondo. Province ricche, grandi città cadranno nelle vostre mani, vi troverete onore, gloria, ricchezza. Soldati d'Italia, mancherete forse di coraggio o di costanza?"
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IL COLPO DI STATO DEL 18 BRUMAIO

Alla vigilia del colpo di Stato del 18 brumaio (9 novembre 1799) il generale Bonaparte fa appello alle sue truppe:

"Soldati, il decreto straordinario del consiglio degli anziani è conforme agli articoli 102 e 103 dell'atto costituzionale. Il consiglio mi ha affidato il comando della città e dell'esercito, che ho accettato per assecondare le misure che esso sta per prendere e che sono completamente favorevoli al popolo. Da due anni la Repubblica è governata male. Avete sperato che il mio ritorno avrebbe messo fine a tanti mali; questo ritorno lo avete festeggiato con un'unione che mi impone degli obblighi che io assolvo; voi assolverete i vostri, e appoggerete il vostro generale con l'energia, la fermezza e la fiducia che ho sempre visto in voi. La libertà, la vittoria e la pace rimetteranno la Repubblica francese al rango che occupava in Europa e che l'inettitudine o il tradimento le hanno fatto perdere".


L'INIZIO DELLA FINE

Dopo essere divenuto vero e proprio padrone d'Europa, Napoleone si avventurò nelle sconfinate steppe russe nel disperato tentativo di distruggere l'impero zarista. Conquistata Mosca, l'imperatore fu ben presto costretto a prendere la via del ritorno che si tramutò rapidamente in un enorme e disastro. La conclusione del 29° bollettino della Grande Armata (3 dicembre 1812) rivela la portata del disastro:

"La nostra cavalleria era appiedata al punto che si sono dovuti riunire gli ufficiali ai quali restava un cavallo per costituirne quattro compagnie di 150 uomini ciascuna. I generali vi assolvevano le funzioni di capitani, e i colonnelli quelle di sottufficiali. Questo squadrone sacro, comandato dal generale Grouchy, e sorto gli ordini del re di Napoli, non perdeva mai di vista l'Imperatore in tutti i suoi movimenti".


L'ULTIMO ATTO

Sconfitto a Waterloo Napoleone si rivolge per l'ultima volta ai suoi soldati (25 giugno 1815):

"Voi ed io siamo stati calunniati. Uomini indegni di apprezzare i vostri sforzi hanno visto, nei segni di attaccamento che mi avete dimostrato, uno zelo di cui sarei stato l'unico destinatario: che i vostri successi futuri dimostrino a costoro che obbedendomi voi servivate sopra di ogni altra cosa la patria, e che, se ho una qualche parte nel vostro affetto, lo devo al mio ardente amore per la Francia, nostra madre comune. Soldati, ancora pochi sforzi e Ia coalizione si dissolverà. Napoleone saprà riconoscervi dai colpi che state per infliggere. Salvate I'onore, I'indipendenza dei francesi, siate fino alla fine quali siete stati per vent'anni, e sarete invincibili".


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LA BATTAGLIA DI EYLAU (Battle of Eylau) - Antoine-Jean Gros


LA BATTAGLIA DI EYLAU (1808)
Antoine-Jean Gros (1771-1835)
Museo del Louvre - Parigi
Olio su tela cm 53,3 x 80
            
Già molto tempo è trascorso dall'infuriare della battaglia e sul campo regna ormai un macabro e doloroso silenzio.
Napoleone e i suoi compagni sono scesi a visitare il luogo nel quale il giorno prima hanno combattuto accanitamente contro l' armata russa vincendo l'acerrima sfida. 
Lo spettacolo che si offre ai loro occhi è terribile: il suolo è disseminato di cadaveri e di feriti che si trascinano implorando pietà.
L'imperatore, pur conscio degli orrori insiti nella guerra, è sconcertato di quanto male abbia potuto provocare il suo intervento armato e con un gesto della mano comanda ai suoi soldati di soccorrere i russi.
Nel paesaggio che si dispiega alle spalle dei soldati e che, silenzioso e totalmente privo di vegetazione, costituisce un vero e proprio sfondo psicologico alla scena fiarrala, le truppe della Grande Armata si rimettono coscienziosamente nell'ordine prestabilito, pronte a muoversi ad un nuovo comando.

Su precisa disposizione di Napoleone, Gros non ha rappresentato né l'empito della battaglia né il fulgore della vittoria, bensì la grande magnanimità e profonda bontà di chi, pur abituato a combattere, a vincere e a uccidere, non ha perduto i valori più importanti e più veri propri dell'essere umano.
L'opera trasmette dunque una visione fortemente idealizzante della sovranità in generale e, in particolare, delle doti militari ed umane di Napoleone Bonaparte.


E Il quadro, firmato e datato - Gros 1808 -  fu realizzato a seguito di un concorso apertosi l'anno precedente.
Esposto al Salon del 1808 fu acquistato dalla Direzione Generale dei Musei francesi in quell'occasione e fu collocato nel Musée Napoléon (attuale Louvre).


L'incontro di Gros con Napoleone Bonaparte

La fortuna di Gros - se fortunato può dirsi un uomo che risponde alle critiche mosse alla sua arte annegandosi nella Senna dopo una vita di sostanziale successo - si gioca a Genova dove, nel 1796, conosce Giuseppina Bonaparte giunta in Liguria per incontrare il marito impegnato nella campagna d'Italia.
Alla richiesta di eseguire il ritratto di Napoleone, Giuseppina invitò Gros a seguirla a Milano.
La timidezza con la quale I'artista fece la propria richiesta conquistò Napoleone che, soddisfatto di suscitare imbarazzate emozioni, si lasciò ritrarre. 
Da quel momento Gros divenne il suo pittore personale. Tuttavia il modello non era dei più pazienti tanto che Gros se ne lamentò in più occasioni.


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GLI APPESTATI DI JAFFA (Plague victims of Jaffa) - Antoine-Jean Gros

GLI APPESTATI DI JAFFA (1504)
Antoine-Jean Gros (1771-1835)
Museo dell'Ouvre - Parigi
Olio su tela cm 525 x 715

Il dipinto celebra il generoso atto compiuto da Napoleone nel corso della Campagna d'Egitto, quando l'11 marzo 1799 visitò i malati di peste a Jaffa. 
L'intrepido imperatore è raffigurato mentre sfiora il bubbone di un appestato, bloccato da due ufficiali che coprendosi il volto con il fazzoletto tentano di allontanarlo. 
Dalle testimonianze delI'epoca sappiamo che in realtà Napoleone non toccò nessun malato, limitandosi ad attraversare rapidamente le sale prendendo per un attimo in braccio il corpo di una vittima.

Attraverso la rappresentazione di Gros, sembra quasi che il tocco di Napoleone abbia un potere risanatorio. L'intento dell'artista è chiaramente quello di celebrare la generosità di Napoleone, a costo di non rispettare la realtà storica. Il compito di alludere al luogo dove avvenne il fatto è affidato ai costumi orientali dalle fogge variopinte che hanno poi influenzato artisti quali Delacroix, che con Il massacro di Scio pare voglia rendere omaggio al quadro di Gros.

Il capolavoro di Gros presenta una composizione molto articolata, dove prevale una drammaticità formale sostenuta da una forte violenza cromatica. Sappiamo che gli artisti del tempo erano spesso impegnati a diffondere attraverso la loro pittura le gesta di Napoleone.
  
NAPOLEONE RITORNA ALL'ISOLA DI LOBAU - Charlse Meynier
Musée du Chateau - Versailles
  
Esemplare è il caso di Charles Meynier che ritrae I'imperatore in veste di guaritore durante la visita ai feriti del suo reggimento a Lobau il 23 maggio 1809.

A differenza di Gros, Meynier adotta una composizione molto più semplice ma sicuramente più carica di retorica commemorativa.

Gli appestati di Jaffa, opera firmata da Gros, fu presentata dall'artista al Salon del 1804. 
Appartiene alla collezione del Museo del Louvre dove attualmente si trova esposta.
Dello stesso autore, sempre al Louvre, è possibile ammirare: il Ritratto di Cristina Boyer e Napoleone sul campo di Eylau.


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sabato 24 agosto 2013

RITRATTO DI NAPOLEONE (Portrait of Napoleon) - Georges Fefebvre


Piccolo, di gambe corte, abbastanza muscoloso, sanguigno e ancora magro a trent'anni, ha un corpo resistente e sempre pronto, una sensibilità e una resistenza di nervi meravigliose, reazioni d'una prontezza fulminea, illimitata capacità di lavoro; il sonno gli viene a comando.
Ma ecco il rovescio: il freddo umido gli provoca oppressione, tosse, disuria; la contrarietà gli suscita collere spaventose; lo strapazzo, nonostante i bagni caldi e prolungati, e nonostante l'estrema sobrietà e l'uso moderato ma costante del caffè e del tabacco, gli produce talvolta brevi languori che arrivano fino al pianto. Il cervello è uno dei più perfetti che siano mai esistiti: l'attenzione, sempre sveglia, afferra a volo infaticabilmente i fatti e le idee; la memoria li registra e li classifica; l'immaginazione li rielabora liberamente e, con una tensione permanente e segreta, inventa, senza stancarsi, i temi politici e strategici che si manifestano in improvvisi lampi, paragonabili a quelli del matematico e del poeta - di preferenza la notte, in un improvviso risveglio, ciò che lui stesso chiama "la scintilla morale", "la prontezza di spirito di dopo la rnezzanotte". 
Attraverso gli occhi folgoranti codesto ardore spirituale illumina il viso - un viso ancora "sulfureo" quando il "Corso dai capelli lisci" sale al potere. E' questo ardore a renderlo insocievole, e non già, come volle far credere Taine, una non si sa quale brutalità di condottiero un po' tarato, selvaggiamente scatenato per il mondo. 
Egli si rendeva giustizia: "Sono anche abbastanza bonaccione"; ed è vero: si mostrò generoso e perfino amabile con coloro che gli stavano vicini. Ma fra gli uomini ordinari, che sbrigano al più presto il loro compito per abbandonarsi al riposo e allo svago, e Napoleone Bonaparte, che era tutto tensione e concentrazione, non esisteva metro comune né alcun vero rapporto. Una costituzione fisica e cerebrale, la sua, onde scaturisce quell'irresistibile impulso all'azione e alla potenza che si chiama ambizione. 
Egli vide chiaro in se stesso: "Si dice che io sia ambizioso, ma è un errore: non lo sono o, almeno, la mia ambizione è così intimamente unita al mio essere, da non potersene distinguere".
Come si poteva dir meglio?
Anzitutto, Napoleone è un temperamento.

Sin da Brienne, ancora ragazzo, straniero povero e deriso, ardente e timido, egli si appoggiò sull'orgoglio di sé e il disprezzo degli altri. Ma facendo di lui un ufficiale, il destino favorì meravigliosamente il suo istinto, che era di comandare senza dovere discutere. 
Se il capo militare può farsi illuminare o perfino può cercare consigli, è lui a volerlo, ed è sempre lui a decidere. 
L'inclinazione naturale di Bonaparte per la dittatura divenne un'abitudine del mestiere. In Italia e
in Egitto questa abitudine egli la trasportò nella maniera di governate.
In Francia, volle spacciarsi per un civile; ma l'impronta era incancellabile: se è vero che consultò molto gli altri, non poté tuttavia sopportare una franca opposizione; per meglio dire, davanti a un gruppo di uomini abituati alla discussione, si smarriva, e perciò perseguitò gli "ideologi" con odio tanto feroce; la folla, confusa e indisciplinata, e nondimeno temibile, gli ispirò sempre tanto timore quanto disprezzo. 
Fu il generale Bonaparte a conquistare il potere, e come tale lo esercitò: i costumi e i titoli non mutarono nulla.

Un uomo del XVIII secolo

Giovane ufficiale, era un lettore e un raccoglitore di notizie infaticabile, e anche scrittore, ed è chiaro che, se non fosse passato per Brienne, avrebbe potuto diventare un letterato. Entrato nella vita d'azione, restò un cerebrale; quest'uomo di guerra non sarà mai tanto felice come nel silenzio del suo studio, in mezzo alle sue schede e alle sue cartelle. 
Il tratto s'è addolcito, il pensiero è divenuto pratico ed egli si vanta di avere studiato "l'ideologia"; nondimeno egli è rimasto I'uomo del XVIII secolo razionalista e philosophe
Lungi dall'affidarsi all'intuizione, fa assegnamento sul sapere e sullo sforzo metodico. 

"Ho l'abitudine di prevedere tre o quattro mesi prima ciò che devo fare, e faccio calcolo del peggio"...,  "ogni operazione deve essere fatta secondo un sistema, perché il caso non fa riuscir nulla"..., nei suoi lampi di genio, vede il frutto naturale della sua pazienza. 
E' perfettamente classico nella sua concezione dello Stato unitario, fatto tutto d'un pezzo, secondo un piano semplice è simmetrico. In rari momenti, si rivela anche in lui l'intellettualismo con la sua caratteristica più spiccata: lo sdoppiamento della personalità, la capacità di guardarsi vivere e di riflettere malinconicamente sul proprio destino.

Napoleone e gli ideologi

Soldato venuto su dal nulla, discepolo dei philosophes, detestò il regime feudale, I'ineguaglianza civile, l'intolleranza religiosa; vedendo nel dispotismo illuminato una conciliazione tra l'autorità e la riforma politica e sociale, se ne fece l'ultimo e più illustre rappresentante: in questo senso egli fu l'uomo della Rivoluzione.
Il suo sfrenato individualismo non accettò tuttavia mai la democrazia e ripudiò quella grande speranza del XVIII secolo, che vivificava I'idealismo rivoluzionario: la speranza d'una umanità tanto incivilita da poter essere un giorno padrona di se stessa.
Neppure il pensiero della propria sicurezza lo richiamò alla prudenza, come accade agli altri uomini, poiché, nel significato volgare dell'espressione, egli era disinteressato, non sognando che la grandezza eroica e pericolosa.
Restava il freno morale; ma i suoi rapporti con gli altri uomini non si svolgevano sul piano della vita spirituale: s'egli bene conosceva le loro passioni e le volgeva meravigliosamente ai propri fini, faceva conto unicamente di quelle che permettono di asservirli e spregiò tutto ciò che li eleva al sacrificio: la fede religiosa, la virtù civica, I'amore della libertà, perché in queste sentiva degli ostacoli per sé. Non che fosse impenetrabile a codesti sentimenti, almeno al tempo della sua giovinezza, poiché essi si confanno benissimo all'azione eroica; ma le circostanze lo orientarono diversamente e lo murarono in se stesso. 
Nello splendido e terribile isolamento della volontà di potenza, la misura non ha senso.

Gli ideologi lo credevano dei loro e non sospettavano in lui I'impulso romantico. Il solo modo forse di frenare tale impulso sarebbe stato di tenerlo in una posizione subordinata, al servizio di un governo forte. Spingendolo al supremo potere, gli uomini di brumaio avevano appunto scartato ogni precauzione del genere,


venerdì 23 agosto 2013

BATTAGLIA DI NAZARETH ( Battle of Nazareth) - Antoine-Jean Gros

BATTAGLIA DI NAZARETH (1801)
Antoine-Jean Gros
Musée Des Beaux-Arts - Nantes
Olio su tela cm 135 x 195

Il quadro celebra la vittoria condotta brillantemente dal generale Junot a Nazareth, dove l'8 aprile 1799 sconfisse i turchi sulle pendici del monte Thabor. Napoleone stesso aveva voluto quest'opera, richiedendola al giovane Gros, allievo prediletto del grande Jacques-Louis David.

Gros aveva conosciuto Napoleone nel 1796 e per breve tempo fu al suo seguito durante la campagna d'Italia, come componente della commissione che sceglieva le opere d'arte da trasferire in Francia. 
L'artista, appena ricevuto I'incarico, si apprestò immediatamente all'esecuzione del bozzetto preparatorio, unica testimonianza della commissione in quanto il dipinto per motivi sconosciuti, non venne mai portato a termine.
Lo splendido bozzetto testimonia l'impegno di Gros nel raffigurare I'episodio mettendo in evidenza la drammaticità della battaglia. 

L'azione si svolge soprattutto sulla destra del quadro, resa in tutta la sua violenza. Gruppi di soldati francesi a cavallo si confondono soprattutto sullo sfondo con i soldati turchi che si distinguono per le fogge variopinte dei loro copricapo. 
In primo piano I'artista ha volutamente isolato le azioni più cruente come il soldato francese in piedi che con una mano tiene alta la bandiera e con I'altra sta per affondare la spada nel collo del nemico turco, appena disarcionato da cavallo.


La Battaglia di Nazareth è firmato in basso a destra su una roccia: GROS AN IX. 
Fu terminato da Antoine-Jean nel 1801 ed è rimasto solo in fase di bozzetto. 
Nel 1854 apparteneva a Urvoy de Saint-Bedan che lo ha donato al Musée des Beaux-Arts di Nantes dove si trova attualmente.


La poetica di Gros

Per meglio capire la poetica di Gros e quanto questa differisse da quella del suo stimatissimo maestro David, è importante riferire questa sua dichiarazione di principio:

"Bisogna guardare all'insieme, l'insieme dei movimenti, delle dimensioni, delle luci e delle ombre, I'insieme degli effetti. Non dovete preoccuparvi di una singola parte senza tener presente il tutto. Tracciate la testa? Guardate i piedi".

Sicuramente uno dei maggiori estimatori di Gros fu Delacroix che si esprimeva nei suoi confronti con queste parole: 

"Gros ha sollevato i soggetti attuali fino all'ideale...ha saputo dipingere il costume, le abitudini, le passioni del nostro tempo senza cadere nel meschino e nel triviale". 

E ancora, riferendosi al dipinto la battaglia di Abukir: "...tutte queste immagini vigorose, sconvolgenti, affliggono gli occhi dello spirito".


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