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giovedì 12 febbraio 2015

GAE AULENTI - Architetta italiana - La vita (Italian architect - The life)



GAE AULENTI

Gaetana "Gae" Aulenti (Palazzolo dello Stella, 4 dicembre 1927 – Milano, 31 ottobre 2012 è stata un architetto e designer italiana, particolarmente dedita al tema dell'allestimento e del restauro architettonico.

Alla femminilità, quanto meno ai suoi canoni estetici più usuali, Gae Aulenti non ha mai concesso molto. I capelli tagliati corti, I'abito severo, i colori sobri, sembrano respingere ogni
scorciatoia decorativa. Difficile capire se questo rigore sia un lascito del linguaggio progettuale degli inizi, o solo il frutto di un'educazione austera: in una delle rarissime interviste in cui parla di sé, confessa un padre "esigente e severo" che mal tollerava trucchi e frivolezze, ed era capace di prendere a schiaffi la figlia adolescente per un'ombra di rimmel verde sugli occhi. 
"Avrebbe voluto che fossi un ragazzo", è la conclusione. 
Nella famiglia, di origini calabresi, era sottoposta a regole precise anche l'espansività: 
"Il bacio della sera, l'abbraccio del mattino. Ma niente di spontaneo, di improvvisato. La spontaneità era repressa a casa nostra".

Nata nel 1927 a Palazzolo della Stella, in provincia di Udine, Gae esce di casa presto, dimostrando una precoce volontà di autonomia. Dichiara di voler frequentare il liceo artistico a Firenze, ma resta in Toscana solo un anno. Si iscriverà, invece, al Politecnico di Milano. Sono gli anni '50; la Aulenti fa in tempo a frequentare la generazione di Franco Albini, Giò Ponti, Ignazio Gardella, quella che ha saputo dare all'architettura italiana una dignità e qualità europea, a un livello forse mai più raggiunto, se non in sporadici casi individuali. 
La città lombarda è una fucina, e Gae ne apprezza appieno le potenzialità: 
"Diciamo che Milano la sento come mia, è la città dove ho studiato. Io che venivo dal Friuli, e mi considero apolide, avevo l'impressione che qui succedesse di tutto, tanta cultura, tanti incontri possibili"
.
Laureata nel '54, per qualche anno resta nell'università, prima collaborando con Giuseppe Samonà, a Venezia, poi con Ernesto Rogers, a Milano, ma l'esperienza accademica si conclude verso la fine degli anni Sessanta. 
Questa interruzione provoca probabilmente due conseguenze. La prima, che la Aulenti non ha prodotto una scuola, una linea di continuità; la seconda, che si è distaccata dal gruppo a cui, sia per motivi generazionali e ambientali che per predisposizione culturale, era omogenea, cioè quello degli Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Carlo Aymonino. Di quel gruppo ha condiviso solo inizialmente le rigidità ideologiche ed espressive, restando fortunatamente estranea alle derive morfo-tipologiche che hanno contribuito in larga  misura a ingessare la ricerca architettonica italiana nell'ultima parte del Novecento.

Ciò che ha differenziato Gae Aulenti dai colleghi con cui ha vissuto il clima intellettuale della Milano degli anni Settanta (ha fatto parte, tra l'altro, della redazione della Casabella di Rogers) è stato un approccio alla disciplina fortemente, forse completamente, mediato dalla professione. Nella professione, esercitata con ferma vocazione internazionale (dall'estero le verranno i maggiori riconoscimenti, come la Legion d'Honneur conferitale da Mitterand nell'87), i rigori man mano si stemperano, i progetti acquistano flessibilità, ricchezza di soluzioni articolate e diversificate; affiora sempre più evidente quel particolare segno eclettico che ne contraddistingue lo stile compositivo.


Tavolo in cristallo con ruote di Fontana Arte
   
L'ha aiutata senz'altro il fatto di non aver mai perso i contatti con la sua attività di designer (è autrice di alcuni pezzi evergreen, come il tavolo in cristallo con ruote di Fontana Arte) sperimentando materiali e indagando con insistenza le possibilità espressive della luce. 
L'abitudine a considerare quella del design come un'esperienza formativa, e non collaterale, per l'architetto, si legge anche nella cura, mai approssimativa o distratta, del dettaglio esecutivo. Le architetture di Gae Aulenti sono disegnate per essere costruite; grazie all'attenzione per I'aspetto realizzativo e tecnologico (vedi per esempio l'uso sempre adeguato dei materiali, l'impiego delle strutture metalliche) schivano la trappola del formalismo neoaccademico, la prevalenza dell'immagine, tipica di buona parte della cultura architettonica contemporanea.

Come scenografa, ha lavorato più che mai da architetto. Con Luca Ronconi ha messo in scena Euripide, Ibsen, Hofmannsthal, Pasolini, e numerose opere liriche; per il Rossini Opera Festival ha anche firmato la regia della Donna del Lago. Le sue scenografie sono vere visioni architettoniche più che semplici installazioni, e appare evidente come la riflessione specifica sui nessi tra spazio scenico e testo venga ricollocata all'interno di quella più generale su costruzione e significato.

Ma Gae Aulenti ha espresso al meglio il suo talento nella costante attività di ricerca sugli spazi espositivi, dagli allestimenti (moltissimi), alla progettazione di musei, come il Museo d'arte Catalana di Barcellona, il New Asian Art Museum di San Francisco, oltre ai più noti (ma forse meno innovativi) progetti per il Museo  d'Orsay di Parigi e Palazzo Grassi a Venezia. Nei primi due le espansioni sono connesse alle parti preesistenti da strutture leggere, aeree, che introducono la luce come elemento di mediazione tra vecchio e nuovo.

La biografia personale della Aulenti (si sa di un breve matrimonio con un collega e di un lungo sodalizio con Carlo Ripa di Meana) appare ininfluente, messa in ombra dalla sua figura professionale. Attraverso l'eccezionale impegno speso nella costruzione della sua carriera di progettista, nel mare aperto della competizione e del dibattito internazionale (un caso isolato tra le donne architetto della sua generazione, che hanno in genere scelto il più rassicurante approdo del mondo accademico), la Aulenti ha maturato una capacità quasi mimetica di interpretare temi e luoghi cosmopoliti, in cui si esprime l'eclettismo a cui abbiamo accennato. 
"Uno dei complimenti più belli che si possa fare ad una architettura - ha affermato - è dire che sembra sia sempre esistita in quel contesto".


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giovedì 5 febbraio 2015

TINA MODOTTI - Fotografa italiana (Italian Photographer )



Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, meglio conosciuta come Tina Modotti (Udine, 17 agosto 1896 – Città del Messico, 5 gennaio 1942), è stata una fotografa e attrice italiana.


Siamo all'inizio degli anni Settanta a New York. Tina Modotti è l'unico autore italiano presente con alcune sue immagini nella neonata collezione fotografica del Museum of Modern Art: primi piani intensi di fiori e di volti, dettagli di oggetti comuni tesi verso I'astrazione, donne e bambini poveri tra povere cose in contrasti di bianco e nero raccolti dalla luce naturale... Era stato il sofferto legame sentimentale con il celebre fotografo americano Edward Weston a riportare quelle fotografie negli Stati Uniti. 
Ma di lei, in questi anni, non si conosce quasi nulla, se non la straordinaria bellezza del suo volto e del suo corpo immortalati nelle sapienti e seducenti fotografie del suo amante. Difficile sottrarsi al loro dispotico fascino, che senza dubbio ha alimentato un'attenzione anche pruriginosa nei confronti di una donna la cui vita rivela un percorso individuale fatto di
ricerca espressiva, amori e scelte militanti all'interno del movimento rivoluzionario internazionale, intrecciato con i più intensi e drammatici momenti della storia del suo tempo. 
Dopo vent'anni di oblio, Tina viene così riscoperta, come modella, amante e allieva di Weston, eppure le sue fotografie rivelano un'autonomia e una personalità "altra". 
Nel 1991 la delicata e sensuale fotografia Roses (da lei stessa stampata nel 1926) viene battuta all'asta da Sotheby alla cifra record di 165.000 dollari. A questa incredibile valutazione hanno contribuito biografie avvincenti che fanno di Tina una vera e propria leggenda (fotografa e rivoluzionaria), anche se vittima di stereotipi. 
Ma Tina a questo era già abituata in vita: in Messico era stata spesso oggetto della stampa sensazionalistica o di operazioni propagandistiche denigratorie.


Roses by Tina Modotti 
   
La notizia stessa della sua morte improvvisa (di infarto, in un taxi che la riportava a casa dopo una cena da Hannes Meyer il celebre architetto della Bauhaus, la notte del 5 gennaio 1942),se da un lato scuote gli ambienti intellettuali dove era conosciuta e amata, mette immediatamente in moto la stampa scandalistica di Città del Messico, che grida all'omicidio e vede nel suo ultimo compagno il mandante del delitto. 
La realtà è ben altra: la bella Tina, tornata in Messico da tre anni, dopo esserne stata espulsa nel 1930, era logorata da una vita vissuta troppo intensamente.


Tina Modotti, Chitarra, falce e cartucciera, 1927
    
Chi l'ha conosciuta la descrive donna gentile, sensibile, semplice, tenace e coraggiosa: 
"Ma non posso accettare la vita così com'è, troppo caotica, troppo inconscia. Ecco la ragione della mia resistenza, della mia lotta contro di essa. Cerco sempre di lottare per modellare la vita secondo il mio temperamento e le mie necessità, in altre parole metto troppa arte nella mia vita, troppa energia...". (lettera a Edward Weston, 7 luglio 1925). 
Un coinvolgimento ideale, utopico, totale verso la vita, unito ad una forte consapevolezza della propria personalità e ad un lacerante nomadismo che nasce dalla sua identità di emigrante. Temperamento e modestia: la sua militanza non sarà quella della leader, della pasionaria, ma quella - in prima linea - della quotidiana partecipazione ai rischi e ai sacrifici.


Foto by Tina Modotti
   
La sua ricerca fotografica, che interromperà bruscamente lasciando il Messico nel 1929, attinge forza, astrazione e poesia proprio dal suo travaglio interiore e dalla sua passione politica e artistica:
"Accetto il tragico conflitto tra la vita che cambia continuamente e la forma che la fissa immutabile".

Ripartirà da Udine - sua terra natale - solo negli anni Settanta, la riscoperta e la valorizzazione della sua fotografia, unita ad attenti studi per una ricostruzione più rispettosa della sua vita e della sua personalità. Qui Assunta Adelaide Luigia Modotti detta Tina era nata nel 1896 da una famiglia operaia e socialista, segnata da fame, miseria e debiti: il padre, come tanti friulani è costretto ad emigrare, come stagionale in Austria e quindi definitivamente in America, dove la sua numerosa famiglia lo raggiungerà nel 1913. 
Già in Italia Tina si era avvicinata alla fotografia frequentando lo studio dello zio, alla politica per averla respirata in casa, alla durezza del lavoro come operaia in una filanda dall'età di dodici anni.


Foto by Tina Modotti
  
A San Francisco condivide le difficoltà e il lento riscatto della sua famiglia, lavora e frequenta le filodrammatiche della comunità italiana. Il suo destino di operaia tessile si interrompe con l'incontro ad una mostra del giovane poeta e pittore franco-canadese Roubaix de l'Abrie Richey (Robo). Lo sposerà nel 1917 e trasferita a Los Angeles vivrà questo breve matrimonio tra frequentazioni bohémiennes e intellettuali nell'amore per l'arte. 
Di quel periodo rimane una fotografia che ritrae una giovane e bella coppia sullo sfondo di uno studio dall'atmosfera liberty: lei, in ginocchio su di uno sgabello, indossa un originale abito dipinto con motivi moderni e cuce un prezioso tessuto; lui, in una ampia camicia bianca da pittore, dipinge, su stoffa per l'appunto. 
Tina non sa stare senza far niente. Da vera autodidatta, non le manca lo spirito d'iniziativa per assecondare le sue tensioni artistiche: altre foto di questo periodo, questa volta di scena, la vedono attrice del cinema dl Hollywood, un'esperienza transitoria perché da lei ritenuta troppo commerciale. 
In questo ambiente conoscerà il già noto fotografo Edward Weston, presumibilmente subito affascinato da lei e forse ricambiato. Fatto sta che Robo morì improvvisamente di vaiolo nel 1922, durante un viaggio in Messico e Tina, che l'avrebbe dovuto raggiungere, si ritrovò per l'estremo saluto in un paese appena uscito da una rivoluzione, carico di aspettative e contraddizioni, di emigrati politici, di artisti impegnati. Lì deciderà di stabilirsi, lasciando così per sempre l'America nel 1923, in compagnia di Edward Weston e di suo figlio.


Foto by Tina Modotti (1927)

Altra svolta altro amore, vitale ma tormentato già nei presupposti. Weston infatti, che lascia la famiglia per lei, del Messico amerà il paesaggio è la luce, ma il progressivo coinvolgimento di Tina nella politica e nell'ambiente intellettuale del partito comunista messicano contribuisce al loro definitivo allontanamento nell'estate del 1926, quando il californiano torna a casa. In quei tre anni hanno però condiviso l'amore per la fotografia ed esposto insieme più volte: se l'attenzione alla luce e alle inquadrature sono comuni (e a lui deve i rudimenti tecnici), la scelta dei soggetti rivela differenze culturali profonde. 
Tina continuerà da sola a vivere della sua fotografia (ritratti, riproduzioni d'arte, fotografia sociale), aiutata dalla stima di artisti come Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros, Clemente Orozco, mentre nella collaborazione con El Machete, organo ufficiale dei rivoluzionari, svilupperà quella adesione politica che segnerà tutto il resto della sua vita. Deve però affrontare le avversità della vita e la povertà, mentre la sua fama di fotografa cresce anche all'estero, negli Stati Uniti e in Europa.


Foto by Tina Modotti
   
Ancora amori, questa volta militanti come lei: lascerà il pittore comunista Xavier Guerrero ("questa è la lettera più difficile, più dolorosa e terribile che abbia mai scritto in tutta la mia vita") per Julio Antonio Mella, giovane intellettuale cubano e dirigente rivoluzionario. 
Riparato da pochi mesi in Messico, non sfuggirà alla morte ad opera di sicari del dittatore Gerardo Machado, complice il governo messicano che da tempo contrasta pesantemente I'attività dei comunisti. 
È la sera del 10 gennaio del 1929 e Tina è presente all'agguato: risponderà al lutto con l'indignazione, esponendosi in prima persona. Rifiuta compromessi e persino l'offerta di diventare la fotografa ufficiale del Museo Nazionale, perché per lei la fotografia è una forma di militanza e di denuncia. 
Sempre in quell'anno scrive a Weston: "Sento che, se devo lasciare il paese, gli devo almeno questo, mostrare quello che può essere fatto, senza dover risalire alle chiese coloniali, ai charros o alle chicas poplanas e robaccia del genere su cui la maggior parte dei fotografi indugia".
Ma a causa di manovre denigratorie viene ingiustamente accusata di aver partecipato ad un attentato contro il capo di Stato. 
"Chi l'avrebbe mai pensato eh? Una ragazza così gentile che faceva fotografie così carine di fiori e di bambini" (lettera a Weston, marzo 1930). 
Di lì a poco verrà espulsa dal paese e imbarcata su di una nave diretta in Europa.


Foto by Tina Modotti
  
Viaggio e destino saranno condivisi con Vittorio Vidali, un internazionalista di origine triestina, sebbene le loro strade si dividano temporaneamente una volta arrivati a Rotterdam. Tina prova infatti a stabilirsi a Berlino e a coniugare I'impegno politico e il lavoro di fotografa: ha portato con sé la sua macchina di grande formato, ma il mondo dell'informazione e della fotografia in Germania è ad una svolta, per l'avvento di una tecnologia più rapida. 
Nonostante una rete di contatti solidale qualcosa non funziona, il contesto è difficile: il vecchio continente, già ferito dalla prima guerra mondiale, si troverà presto ad affrontare le altre tragiche prove del secolo.
Durante la sua permanenza in Europa Tina non fotografa più (vende anche l'amata Graflex), mentre la sua partecipazione al movimento comunista la porta in pochi mesi a Mosca, dove raggiunge Vidali ed entra nelle fila del Soccorso Rosso Internazionale, che le affida diverse missioni all'estero (in Polonia, a Parigi). 
Nel frattempo il legame con Vidali, che diventerà il comandante Carlos del V Reggimento dei repubblicani in Spagna, diventa sentimentale, ma sarà un amore sottoposto ai continui rischi di una vita clandestina e della guerra civile in Spagna. Qui Tina è conosciuta con il nome di Maria e ricopre, tra il 1936 e il 1939 un ruolo di sostegno ed assistenza sanitaria nelle retrovie, infaticabile.


Foto by Tina Modotti
  
La disfatta le porta un nuovo destino di profuga, che cercherà di contrastare con la decisione di rientrare in Messico assieme al suo compagno. Il paese ora è diverso e più ospitale, l'emigrazione politica forte, il denaro poco. 
Sono questi gli ultimi anni di Tina, che torna ad essere un punto di riferimento e cerca anche di recuperare quel suo lavoro di fotografa che nessuno dei suoi vecchi compagni aveva dimenticato. 
La notizia della sua morte commuove sia gli ambienti intellettuali di tutta I'America Latina che la gente semplice: organizzazioni sindacali prendono il suo nome, lavoratori tessili danno il nome di Tina ai loro telai, a Città del Messico viene allestita una grande mostra retrospettiva delle sue fotografie.


Foto by Tina Modotti
    
Tina Modotti morì a Città del Messico il 5 gennaio 1942, secondo alcuni in circostanze sospette. Dopo aver avuto la notizia della sua morte, Rivera affermò che fosse stato Vidali ad aver organizzato l'omicidio. Tina poteva "sapere troppo" delle attività di Vidali in Spagna, incluse le voci riguardanti 400 esecuzioni. Più probabilmente quella notte Tina, dopo aver cenato con amici in casa dell'architetto Hannes Meyer, fu colpita da infarto, e morì nel taxi che la stava riportando a casa. La sua tomba è nel grande Pantheòn de Dolores a Città del Messico. Il poeta Pablo Neruda, indignato dalle accuse fatte a Vittorio Vidali, compose il suo epitaffio in cui è indicato anche lo sciacallaggio riferibile a quelle infamie; di questo componimento una parte può essere trovata sulla lapide della Modotti, che include anche un suo ritratto in bassorilievo fatto dall'incisore Leopoldo Méndez:

Tina Modotti hermana,
no duermes no, no duermes
tal vez tu corazon
oye crecer la rosa
de ayer la ultima rosa
de ayer la nueva rosa
descansa dulcemente hermana.

Puro es tu dulce nombre
pura es tu fragil vida
de abeja sombra fuego
nieve silencio espuma
de acero linea polen
se construyo tu ferrea
tu delgada estructura 

(Pablo Neruda, epitaffio dedicato a Tina Modotti)

"Tina Modotti, sorella non dormi, no, non dormi: forse il tuo cuore sente crescere la rosa di ieri, l'ultima rosa di ieri, la nuova rosa. Riposa dolcemente sorella. 
Puro è il tuo dolce nome, pura è la tua fragile vita di ape sopra il fuoco. Neve, silenzio, schiuma di polline d'acciaio  è stata costruita la tua ferrovia, la tua struttura sottile"



  
"Sul gioiello del tuo corpo addormentato ancora protende la penna e l'anima insanguinata come se tu potessi, sorella, risollevarti e sorridere sopra il fango". (Pablo Neruda)


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TINA MODOTTI (Fotografa)

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giovedì 18 luglio 2013

LEONARDO ANDERVOLTI - Condottiero friulano nel Risorgimento - Lotta per la libertà (Fight for freedom)


LEONARDO ANDERVOLTI 1805-1867 


Il cognome pare di origine germanica, ma Leonardo Andervolti nacque a Gaio, una piccola frazione del comune di Spilimbergo in provincia di Pordenone, da una casata di sicure possibilità economiche che gli permisero di frequentare, senza vantaggio, l'Accademia di Venezia. 

E del periodo che precede l'insurrezione del "Quarantevot" ('48), di lui si sa ben poco e quello che lui dice di sè non è credibile. 

Forse fu il tempo della spensieratezza e del suo entrare nella Massoneria, in cui arrivò ad alti gradi. 

Il suo nome è legato al comando dell'artiglieria della fortezza di Osoppo: aveva a disposizione ventotto bocche da fuoco con ventitremila proiettili e cento quintali di polvere da cannone. 

La storia di quei mesi di resistenza agli austriaci - aprile, ottobre 1848 - è nota: meno note le esperienze interne di quella "fortezza" e del comportamento di quella truppa. 
  
Fortezza di Osoppo
   
Ed è proprio dai diari tenuti dal capitano Andervolti che si viene a conoscere che il vero protagonista di quella "guerra" è stato lui stesso: sia per la sua amabilità di carattere che lo rese accetto alle "truppe" non sempre regolari dei difensori del Forte, sia per la sua preparazione tecnica che gli permise di adoperare mezzi e materiali diversi per costruire un minimo di capacità difensiva contro il nemico austriaco. 

Leale e disinteressato, seppe far da mediatore tra comandanti e soldati, fino ad assumersi la responsabilità della resa, dopo la quale si recò a Venezia e ritirarsi quindi a Gaio di Spilimbergo. 

Lo si ritrova nel 1860, a Messina come provveditore delle truppe garibaldine e fu tra i pochi ufficiali che ottennero l'ingresso nell'esercito piemontese. 

Morì a Gaio, quando già l'Italia era fatta.


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mercoledì 17 luglio 2013

MICHELANGELO GRIGOLETTI - Pittore friulano (Friulian painter)

    
Girolamo Michelangelo Grigoletti (Rorai Grande di Pordenone, 29 agosto 1801 – Venezia, 11 febbraio 1870) è stato un pittore italiano.

Di estrazione popolare, da una povera famiglia di Rorai Grande di Pordenone, fece il contadino fino a vent'anni. 

Solo la comprensione intelligente di alcuni parenti, tra cui uno zio prete, gli permise di studiare all'Accademia di Venezia: e fu un discepolo scrupoloso, tormentato dalla preoccupazione di ricambiare i suoi benefattori, che, attraverso la Deputazione Comunale di Pordenone, ancora una volta gli servirono per l'esenzione dal servizio militare austriaco (otto anni di ferma). 

Licenziatosi da Venezia nel 1830, cominciò a lavorare per clienti privati e, con la fama che andava meritandosi, si aggiudicò commesse importanti, fino ad entrare nell'Accademia, dove gli fu affidata la cattedra di pittura che tenne fino alla morte. 

Della sua produzione rimangono oltre quaranta pale d'altare, altrettanti ritratti e un centinaio fra bozzetti, studi, paesaggi e copie. 
  
 La pala d'altare della Basilica di Esztergom dipinta da Michelangelo Grigoletti. 
E' la più grande pala d'altare nel mondo dipinta su un'unica tela.
   
Dal momento che la sua predilezione è andata a soggetti sacri, la critica lo ha classificato come ripetitivo e freddo: ma il suo successo non si limitò al suo tempo o alle dimensioni dei suoi lavori (l'Assunzione della pala d'altare della Basilica di Esztergom in Ungheria, per esempio, alta tredici metri). 
  
Tancredi e Clorinda - Michelangelo Grigoletti 
Galleria Nuova Arcadia - Padova
   
Grigoletti fallì come pittore italiano del suo tempo fin quando stette nello schema dettati dall'Accademia: le sue narrazioni religiose, tanto ammirate e lodate quando videro la luce perché stavano nella regola ufficiale, gli hanno fruttato l'ombra in cui rimase completamente avvolto fino al secolo scorso..., ma i ritratti danno a lui la statura di artista eminente e questa statura non è ancora riconosciuta come meriterebbe dalla storiografia nazionale. 
  
Ritratto di una signora con il cappuccio e libro di preghiere  
Michelangelo Grigoletti - Olio su tavola cm  86,5 x 62 

Il genere che anche oggi lo mette tra gli artisti notevoli dell'Ottocento friulano è come già detto il ritratto: una mano, quella del Grigoletti, che ha saputo assimilare le esperienze di varie scuole, con un'impronta che è tutta sua, inconfondibile e, dicono i suoi critici, rivelatrice di una piena padronanza dei mezzi, in una sintesi di morbidezza e di grande capacità espressiva. 



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martedì 16 luglio 2013

PIETRO ZORUTTI - Poeta friulano (Friulian poet)


PIETRO ZORUTTI (1792-1867) 


Mediocre amministratore di una eredità patrimoniale già compromessa dal padre, Pietro Zorutti fu, per il suo tempo e oltre mezzo secolo dopo la morte il massimo poeta friulano, con una produzione sconcertante. 

Nato a Lonzano sui Colli, in comune di Dolegna, il 27 dicembre 1792, non raggiunse titoli accademici: impiegato di pretura, militare a Verona e Milano, dovette accontentarsi, dopo fortunose vicende familiari, del podere di Bolzano al Natisone. 


Sposato, si stabilì a Udine e promosso "cancellista" dimenticò ogni tristezza e nostalgia del passato. 

Cominciò con il primo "Stroligh furlan" nel 1821 che fu accolto con entusiasmo: lo ripubblicò ogni tre anni e poi annualmente fino al 1866. 

Ventitre annate di continua e indiscussa vitalità e validità: nelle sue pagine, in una naturale evoluzione, resta senza dubbio la traccia di un'intelligente interpretazione dell'anima popolare friulana e qualche volta anche umana nel senso più vasto. 

Non conobbe rivali: e molto gli giovò una personalità conformista disimpegnata, con ottime qualità di versaiolo satirico e burlone, anche se con una cultura limitata. 

Pur ridimensionato da una critica impietosa da studiosi e letterati, "sior Pieri" (signor Pietro) rimane una delle voci più rappresentative della poesia vernacola friulana e di quel linguaggio tutto suo, tra il latino, l'italiano e il veneto. 

Impareggiabile nei suoi epigrammi brevissimi, gli si deve riconoscere un contributo deciso per l'affermazione della lingua friulana. 


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CATERINA PERCOTO - Scrittrice di novelle e racconti in lingua friulana)

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VALENTINO OSTERMANN (Il primo folclorista friulano)

GRAZIADIO ISAIA ASCOLI (Linguista friulano)

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ANTONIO ANDREUZZI (Patriota friulano)

GIACOMO CECONI (Architetto friulano)

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MICHELANGELO GRIGOLETTI (Pittore friulano)

LEONARDO ANDERVOLTI - Condottiero friulano nel Risorgimento - Lotta per la libertà

TINA MODOTTI (Fotografa)


GAE AULENTI (Architetta)



venerdì 21 gennaio 2011

ANTONIO BATTISTELLA - Storiografo friulano (Historian Friulian)



ANTONIO BATTISTELLA nacque a Udine il 1 febbraio del 1852 e morì a Firenze l'11 maggio del 1936.

Usciva da un modesto negozio di Udine, ma la madre era sorella di Vincenzo Joppi e uno zio medico e ingegnere, poi storico di buona levatura.

Antonio Battistella, dopo essersi laureato alla Normale di Pisa in lettere e filosofia , insegnò a Treviso, Catanzaro, Rovigo, Pavia e Genova nei licei di Stato.

Ottenne la libera docenza, ma rimase nei licei e poi provveditore a Chieti, Udine, Treviso, Bologna e Venezia.

Fedelissimo al suo dovere di responsabile scolastico trovò il tempo per approfondire gli studi storici, con una meticolosa e sistematica esplorazione di archivi che gli diedero il materiale per le sue principali e più originali pubblicazioni storiche.

Ritiratosi dalla scuola nel 1921, si stabilì a Udine, facendo della Biblioteca Civica il suo campo di lavoro favorito, divenendone sovrintendente.

Trascorse dieci anni tranquilli di ricerche tra manoscritti, prima di ritirarsi con il genero a Firenze, dove morì.

I suoi lavori pubblicati contano ben centosettanta titoli, tra i quali vanno segnalati per novità e per assoluta scoperta lo "Studio sulla giustizia veneta della repubblica Veneta" (1896) composta di ben sedici volumi , diversi saggi sull'attività dei Tribunali dell'Inquisizione in Friuli, il fondamentale lavoro sui "Toscani in Friuli" (1898), la riscoperta storica dell'Abbazia di Moggio, condotta su materiale quasi del tutto inedito, una serie di studi su Giovanni da Udine, un ampio saggio su "Il Comune di Udine nel secolo XVI" (e, nel 1927, "Il comune di Udine durante l'occupazione nemica" - 28 ottobre 1917 - 4 novembre 1918), e quella che viene stimata la sua opera di maggior impegno: "La Repubblica di Venezia nei suoi undici secoli di storia" (1921).

Leggendo varie biografie di personaggi celebri della mia regione, stranamente, Antonio Battistella godette sempre stima e ammirazione anche in Friuli, come pochissimi altri studiosi locali... , e io aggiungo e dico: magari ce ne fossero anche oggi personaggi così.



ALCUNI TITOLI DELLE SUE OPERE


Studio sulla giustizia veneta della repubblica Veneta" - 1896

I Toscani in Friuli - 1898

Bullettino della civica biblioteca e museo" - 1910

I Lombardi in Friuli - 1910

La Repubblica di Venezia nei suoi undici secoli di storia" - 1921

Tarvisio e la Val Canale - 1924

Udine nel secolo XVI - Udine 1924, 1932

Il Comune di Udine durante l'anno dell'occupazione nemica (28 ottobre 1917 - 4 novembre 1918) - 1927

Il Comune di Udine durante l'invasione nemica - Udine 1927

Brevi note e giudizi sui luogotenenti generali di Venezia nella Patria del Friuli - 1935


Antonio Battistella fu direttore delle "Memorie storiche forogiuliesi"..., delle "Pagine friulane"...., del "Bullettino" del Museo civico di Udine ..., e di "La panarie".


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DOMENICO PECILE 1852 - 1924
Paola Ferraris
La Nuova Base Editrice

Premessa dell'autrice

"Domenico Pecile fu uno dei rappresentanti di maggior rilievo sia per i ruoli istituzionali che assunse all'interno degli organismi rappresentativi degli interessi agrari, sia per la cospicua produzione pubblicistica costituita da circa duecento articoli, saggi e opuscoli. "



Secondo dei tre figli di Gabriele Luigi, Domenico nacque a Udine e si laureò in chimica a Torino, dove l'aveva portato un suo professore, allora in grande auge.

Nelle pagine di questo volume lo troviamo nel 1876 a Monaco di Baviera per seguire i corsi di chimica applicata all'agricoltura, che continuò poi al centro di sperimentazione dell'Università di Heidelberg, nel 1877.

Dopo alcuni viaggi in Ungheria e in Francia, cominciò la sua carriera dì insegnante a Catania: smise subito per una malattia agli occhi che cambiò la sua vita.

Nel 1887 si fa carico delle proprietà terriere paterne a San Giorgio della Richinvelda: preso dalla coscienza di una specie di dovere verso la miseria di quella gente, introdusse nuove colture foraggere, costruì nuove case coloniche e spazi per l'allevamento dei bachi, rinnovò i vigneti e i sistemi di vinificazione.

A contatto quotidiano con i suoi coloni, si preoccupò della loro istruzione, collaborando con scritti di argomento tecnico agricolo al Bollettino dell'Associazione Agraria Friulana.

A lui si deve la creazione, nei 1902, della fabbrica di Perfosfati di Portogruaro e l'impianto di uno zuccherificio a San Vito al Tagliamento, senza trascurare la promozione del Comitato Acquisti (il primo in Italia) e delle cooperative e casse rurali.




Dal novembre 1904 al 1920 fu ininterrottamente sindaco di Udine: a lui si devono l'ambulatorio antitubercolare, la costruzione di case popolari, il miglioramento dell'ospedale contumaciale, dell'asilo notturno, di un rifugio per bambini abbandonati, la riparazione di molte vecchie case, il potenziamento dell'acquedotto, l'istituzione del giardino d'infanzia e della scuola popolare d'Arte e Mestieri (oggi è il Malignani).

Restaurò il castello di Udine con la sistemazione del museo civico e delle gallerie d'arte.


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BONALDO STRINGHER 1854-1930


E con Bonaldo Stringher continuo la passeggiata tra i personaggi che hanno reso famoso e importante il mio Friuli.

Di modesta origine udinese, per quasi un trentennio fu il principale protagonista dell'economia italiana: diplomatosi ragioniere, frequentò i corsi superiori di Economia e Commercio a Venezia e vinse un concorso della Direzione Generale della Statistica presso il Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio.

A Roma nel 1875 vinse due promozioni e nel 1881 scavalcò colleghi più anziani e finì subito come segretario della Commissione ministeriale per le dogane, alle Finanze.

Si preparò in questi anni con profondità di conoscenze, partecipazione a congressi internazionali e con pubblicazioni di temi di grande interesse.

Nel 1892 è ispettore Generale al ministero del Tesoro: nel 1893, in seguito al famoso scandalo della Banca Romana, veniva istituita la Banca d'Italia e lo «Atto Bancario» fu quasi interamente opera dello Stringher.

Nel 1900 è deputato per il collegio di Gemona-Tarcento e sottosegretario al Tesoro: nell'autunno sì dimetteva da tale responsabilità per assumere la direzione della Banca d'Italia.

Lavorò duramente per liquidare la passività dell'Istituto e nel 1908 ne presentò il bilancio in positivo.

Nel 1906 creò un sindacato tra i maggiori istituti di credito italiani e diede vita a rapporti bancari internazionali.

Gli studiosi affermano che il miglioramento dell'economia nazionale nei primi quindici anni del Novecento è dovuto alla politica bancaria di Bonaldo Stringher.




Anche durante il primo conflitto mondiale salvò l'economia più di quanto i generali avessero salvato l'Italia e nel 1919 fu ministro del Tesoro, ritornò alla Banca d'Italia (dove non era stato sostituito) e nel 1928 ne divenne Governatore.

Nel 1930 si trovava tra le mani una Banca d'Italia sana e collaudata, ma alla fine dell'anno, dopo un'esistenza fortunata e gratificante, partito da Martignacco dove aveva trascorso una convalescenza, scompariva a Roma.

Bonaldo Stringher è stato, a mio avviso, il più importante bancario italiano.


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