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domenica 10 maggio 2009

IL GIORNO - Giuseppe Parini

Questo poema è una delle opere di umanità e di arte più cospicue che abbia il secondo Settecento. Il poeta vi assume la parte di precettore di un nobile signore: che era stata tante volte la sua nella realtà; e insegna al suo alunno come passare la giornata (da qui il titolo del poema, che sa di parodia di quello del poema esiodeo "Le opere e i giorni"): e lo accompagna in tutti i momenti di essa, è presente a tutte le sue vanità e vigliaccherie. Si intende che il poeta-maestro è in un costante atteggiamento ironico, e parla con una calma, che perde poche volte, e con una solennità precettistica ed epica, che meglio fa risaltare la futilità di quel mondo; mentre la squisita fattura del verso sciolto, le frequenti immagini e gli episodi mitologici si intonano perfettamente alla signorilità e all'eleganza dell'ambiente aristocratico, dove, idealmente, vive il singolare precettore. Il quale mostra di conoscere a fondo, e di volere impeccabilmente eseguite tutte le regole dell'alta società; e più sono sciocche o inique, più egli se ne mostra zelatore; fingendo di far suo il disprezzo che per le leggi della morale e delle più venerande tradizioni ostentavano i belli spiriti del tempo.

Il poema si divide in quattro parti. Il Mattino, pubblicato nel 1763, il Mezzogiorno, nel 1765, completi; la Sera (o il Vespro) e la Notte, frammentari.

Nel Mattino il maestro vigila su tutto ciò che ha riferimento alle prime ore del giorno del giovane signore. Il quale si sveglia a mezzodì, pende incerto fra il caffè e la cioccolata, riceve a letto le prime visite - tra cui i maestri di ballo, di francese, di musica - e poi procede alla funzione più grave della giornata, che è quella dell'abbigliarsi; durante la quale, e sotto le mani e i ferri del parrucchiere, legge o scorre i suoi libri prediletti: per esempio la "Pucelle" di Voltaire o i "Contes" licenziosissimi di La Fontaine. Finalmente, nella sala degli antenati, che furono uomini utili alla società, e lo guardano ora duramente dai quadri, cinge la spada, e scende tra due file di servi e balza accigliato nella carrozza che lo attende. Il cocchiere sferzerà i cavalli, nulla importandogli di schiacciare i pedoni, e di macchiare di sangue plebeo la strada; le leggi vi sono; ma il suo padrone saprà ben difenderlo contro tutte le leggi. Con quella immagine di sangue termina il Mattino.

Nel Mezzogiorno il giovane è arrivato alla meta della sua passeggiata: alla casa della dama, di cui egli è il cavaliere servente riconosciuto. In questo costume - così diffuso tra i patrizi - il Parini vedeva l'ultima degradazione morale di una classe, che egli avrebbe pur voluto ricondurre alla dignità del suo passato; e sul motivo ritorna più volte, e con gli accenti più satirici. Il giovane signore è, dunque, ammesso nel cerchio dei giovani eroi, che fanno corona alla dama; non senza prima esser ricevuto sulla soglia dal marito. Dopo di aver rappresentato con essa la commedia dell'amore e della gelosia (ché la mancanza assoluta di passioni vere, anche malvagie, è ciò che rende ripugnanti questi inetti personaggi pariniani e fa di essi i documenti di una società morta), l'eroe conduce la dama al pranzo, in cui consiste la scena principale del Mezzogiorno; e le si siede vicino; a meno che, quel giorno, non vi sia qualche illustre invitato, qualche patrizio avventuriero cinico e ributtante; perché allora il posto di onore sarebbe per l'ospite.
Il poeta non ci parla neppure, o ci parla appena, dei cibi: l'argomento sarebbe triviale; bensì nota i vari tipi dei commensali: tra cui il mangiatore e, curiosa antitesi, il vegetariano; che disdegna di assaggiare le carni, per umanitarismo, e per apparire filosofo. Il quale declamando contro le barbarie dell'ammazzare le bestie, desta un ricordo funesto nella dama: il ricordo del giorno che un servo osò dare una pedata alla sua cagnetta, alla sua "vergine cuccia". Ma l'empio fu cacciato: da quella e da ogni altra casa; e terminò chiedendo l'elemosina sulla strada. Tra un uomo e la cagnetta, la cagnetta valeva troppo più di un uomo, per il cuore umanitario della signora! Nemmeno interessano gli altri discorsi che si fanno a mensa. Filosofia atea, commercio, esaltazione della Francia e dell'Inghilterra contro la stupidità italiana sono alcuni degli argomenti: ai quali partecipa la dama saputa; giacché c'era oramai una scienza anche per le dame, e sino la matematica aveva perduto per esse ogni astrusità. Poi si passa nella sala del caffè. I mendicanti, i vinti della vita, che una volta solevano venire alle porte ospitali, a ricevere gli avanzi delle mense, ora si accontentino di odorare da lontano: - immaginazione tremenda, piena di presagi e di minacce. Col rumoroso gioco del tric-trac, già inventato da Mercurio, per consentire a due amanti che si dicessero l'animo loro, senza che il marito geloso intendesse, termina il Mezzogiorno: più vivace, più agile, più pienamente satirico del Mattino. Si sente che il poeta è forte oramai della fiducia in sé e nel suo pubblico.

Della Sera, non abbiamo che un lungo frammento. Vi si rappresenta il Corso, ossia la passeggiata in carrozza del giovane signore e della dama: pittura animata da vari tipi di nobiltà antica e recente; e le visite: che ci introducono sempre meglio nella ipocrisia e nella falsità del mondo flagellato dal poeta.

Anche della Notte, che doveva rappresentare il protagonista al gioco al teatro, non restano che frammenti. Meraviglioso quello che ritrae la cupa e paurosa notte dei ferrei tempi andati, in antitesi con le notti luminose e gioconde del Settecento.

Perché il Parini lasciò incomplete né pubblicò mai queste parti del "Giorno", è difficile spiegare. Che fosse incontentabilità di artista, non si può escludere; sapendosi quanto egli travagliasse i suoi versi; tanto che anche delle parti pubblicate del poema restano parecchie redazioni. Ma forse prevalsero ragioni morali. Negli ultimi anni dell'attività del poeta, quando avrebbe dovuto uscire il rimanente del "Giorno", poteva sembrare crudeltà inutile perseguire una classe sociale, che nell'esilio, nelle carceri e sui patiboli di Francia espiava duramente i suoi misfatti e la sua dappocaggine.


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Giuseppe Parini

Nato a Bosisio, in Brianza, il 1729, da un filatore di seta, questo figlio del popolo, della classe lavoratrice e allora dispregiata, non smentì mai la sua origine, anzi da essa trasse le più profonde ispirazioni alla sua poesia di battaglia democratica, nel miglior senso della parola. Costretto da necessità domestiche a diventare prete, non fece mai nulla che disonorasse il suo abito; visse tutta la sua vita a Milano, amico del Passeroni, collaboratore del CAFFE', aperta l'anima a quanto di nuovo e di nobile aveva colto nella capitale lombarda, la povertà lo portò ad accettare l'ufficio di precettore di famiglie illustri; e a soffrirvi le umiliazioni inerenti allora a quell'ufficio. Così conobbe nella sua verità quel mondo aristocratico, di cui avrebbe nel suo poema fatto così allegra e lunga vendetta. Questo poema, "Il Giorno", lo rese celebre e temuto. Il conte di Firmian, ministro del governo austriaco per Maria Teresa, al quale importava di liberare il governo riforrnatore dagli impacci di una classe parassitaria e reazionaria, quale la vecchia nobiltà, prese a proteggere il poeta ardimentoso. Gli affidò la redazione della Gazzetta di Milano; ottenne da lui vari consulti riguardanti la riforma delle scuole, che il Parini voleva tolte agli ecclesiastici, incapaci, egli credeva, di intendere l'ufficio civile delle lettere; lo elesse professore di letteratura nelle scuole palatine; e, quando furono soppressi i gesuiti, nel ginnasio di Brera; dove il Parini poté bandire, con grande concorso di uditori, i suoi principi di letteratura e di critica. La morte del Firmian significò per il Parini la perdita di ogni protezione. Non gli fu tolta la cattedra; ma fu lasciato vivere, sciancato e mezzo cieco com'era, in gravi angustie: le quali non piegarono però mai il suo animo, e gli accrebbero l'amicizia dei buoni. Venuti a Milano i Francesi, il poeta della libertà, che s'era rifiutato di far l'elogio di Maria Teresa, fu assunto nel consiglio della municipalità della nuova repubblica. Ma non era quella la libertà che il Parini vagheggiava. Al disopra di ogni rivoluzione politica, c'era per lui una legge morale, un diritto umano, che bisognava rispettare. Lasciò quell'ufficio. La morte lo colpì, settantenne, nel 1799, quando gli Austro-russi avevano restaurato - ma fu solo per un anno, prima di Marengo - il vecchio governo austriaco. Gli ultimi suoi versi furono un sonetto di saluto e di ammonimento a quei feroci restauratori.


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Giuseppe Parini

Il temperamento di Giuseppe Parini, fatto più di riflessione che di entusiasmo, trovò nell'amara ed elegante ironia del "Giorno" la sua espressione perfetta.
Meno felice egli è nelle "Odi", in molte delle quali combatte per gli stessi ideali civili e umanitari che nel poema.

"La vita rustica", esaltazione della vita non servile, che il poeta si augura di condurre nei campi...
"La salubrità dell'aria" antitesi tra la sanità della Brianza, e le condizioni allora antiigieniche di Milano...
"L'Impostura", in stile tra burlesco e satirico, contro questa sempre fortunata divinità: o si riveli nelle figure di Numa Pompilio, di Alessandro, di Maometto, o in quelle più tipiche, dell'età del poeta... il medico e il Tartufo...
"L'Educazione", per il nobile allievo Carlo Imbonati, dove si insegna che la nobiltà è dalla virtù e non dal sangue...
"L'innesto del vaiuolo", a sostegno dell'allora nuovo e molto contrastato rimedio contro quell'epidemia frequentissima...
"Il Bisogno", vivace affermazione del principio che le leggi dovrebbero prevenire più che castigare i delitti, molte volte commessi per dura necessità...
"La Musica", contro l'orribile consuetudine di mutilare i bambini, per farne dei cantanti.

Queste sono tra quelle che si potrebbero chiamare odi sociali del Parini..., nelle quali si sente lo studio più che l'impeto, e l'arte forse più che la poesia; ma per la serietà del contenuto, per il vigore dell'espressione, per quello stesso parlare più all'intelletto che all'orecchio spiccano alto sulla lirica del tempo, futile e facile e melodica.
Più eloquente è l'autore, dove tocca la corda morale...
Come nella possente ode "La caduta", dove, a un cittadino che lo consiglia a far fruttare la sua poesia, prostituendola ai bassi istinti dei potenti, risponde con fierezza di poeta e di uomo offeso nel più profondo dei sentimenti: la dignità.
Né meno significativa, anche se meno bella è l'altra ode "A Silvia", dove, a proposito di una moda molto libera venuta dalla Francia; e che si chiamava "alla ghigliottina", ammonisce quanto in una donna sia necessaria la decenza, e come dalla licenza, essa trascorra rapidamente alla più spaventevole corruzione.
Né mancano liriche, se non proprio d'amore, di devozione fervida e appassionata alla bellezza: e sono del poeta già molto avanzato negli armi, e pure delle più spontanee.
Come "Il dono", a proposito delle tragedie dell'Alfieri regalategli da una signora, dove il poeta ritrae il contrasto fra le immagini di letizia suscitategli dalla bella donatrice del libro, e quelle tetre che accompagnano la lettura delle tragedie alfieriane.
Anche più tenera è l'ode "Il messaggio", a proposito di un'altra bella signora, che mandava a chiedergli notizie della malferma salute.
Artista squisito si rivela nell'ultima delle sue odi, la saffica "Alla Musa".
Nella chiusa di essa esalta sé come "Italo cigno, Che, ai buoni amici, alto disdegna il vile Volgo maligno": nei quali versi è il carattere saliente del poeta, così democratico nei suoi spiriti, così austero nella sua coscienza, così aristocratico nella sua arte.


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GOLDONI, PARINI, ALFIERI - I tre grandi del Settecento

domenica 6 gennaio 2008

GOLDONI, PARINI, ALFIERI - I tre grandi del Settecento (The big three of the Eighteenth Century)


Goldoni, Parini, Alfieri…, un borghese, un popolano, un nobile contro le "ridicolezze, gli abusi, i vizi" dell'aristocrazia del settecento.

In un punto delle sue "Memorie" Carlo Goldoni racconta un episodio assai gustoso, che vale la pena di rileggere.

Non è soltanto una scena squisitamente goldoniana…, essa può ben fungere da introduzione al discorso che mi accingo a fare. Narra dunque il Goldoni che, dopo l'allegro viaggio sulla famosa "barca dei comici" arrivato a Chioggia e andato da sua madre, dovette affrontare il burbero padre che lo sapeva fuggito dal collegio di Rimini.
- "Uscite", disse mio padre alla moglie e alla sorella, "lasciatemi con questo poco di buono". Esse escono…, io mi avvicino tremando.. "Ah, padre mio!…" - "Come mai, signore mio bello? Qual caso vi ha portato qui?"… "Padre mio, vi avranno detto…" - "Sì, mi hanno detto che voi, nonostante le rimostranze e i buoni consigli, a dispetto di tutti, avete avuto la sfacciataggine di lasciare Rimini improvvisamente" - "Che avrei io fatto a Rimini, padre mio? Era tutto tempo perduto per me" - "Che dite, tempo perduto?! Lo studio della filosoga, tempo perduto?" - "Ahi, la filosofia scolastica, i sillogismi, gli entimemi, i sofismi, i nego, probo, concedo, ve ne ricordate ancora, padre mio?".
"Egli non può dissimulare un piccolo moto delle labbra, da cui trapelava la gran voglia che aveva di ridere…, ed io ero abbastanza accorto per non notarlo, e però mi feci animo. "Ah, padre mio", continuai, "fatemi imparare la filosofia dell'uomo, la buona morale, la fisica sperimentale".
Il colloquio tra padre e figlio continua poi sul tema dei comici coi quali Carlo è arrivato fino a Chioggia, e il buon burbero padre finisce molto volentieri col perdonare al figlio la sua scappatella. E anzi, afferma che andrà lui stesso a ringraziare gli attori per la loro cortesia verso Carlo. Non molto tempo dopo, sarà proprio lui che si servirà degli attori, del fascino da loro esercitato sul figlio, dell'attrazione che provava per il loro teatro, per cacciar via dal suo animo insani propositi di farsi prete.
Nessuna scuola allora avrebbe potuto insegnare al Goldoni giovanetto ciò che egli cercava, ciò che egli chiedeva al suo secolo. Vi dominava l'aborrita scolastica…, essa era ancora nelle mani dei gesuiti. Quanto alla cultura ufficiale, vi spadroneggiavano gli Arcadi, vi dominavano gli Accademici di tutte le risme. Poi, man mano che il secolo s'inoltrerà, e Goldoni se lo visse quasi tutto, dal 1707 al 1793, le cose cambieranno, e anche in Italia fiorirà l'età dei lumi. Ma lui avrà camminato per la sua strada, e ciò che dalla scuola non aveva avuto, lo trarrà dalla vita, dall'esperienza, dalla gente simile a lui.
La filosofia dell'uomo, la buona morale. Una richiesta come quella di Carlo Goldoni l'avrebbe sottoscritta certamente anche un altro poeta, qualche decennio dopo di lui. Lombardo, questi… Giuseppe Parini. Due mondi completamente diversi, quello del Goldoni e quello del Parini…, una vita agiata e pacifica, un successo mondano e fastoso, viaggi per l'Italia e lunghi soggiorni all'estero, per l'uno…, un'esistenza grama per la sua gran parte, una condizione quasi sempre di sottomissione ora presso le famiglie, in cui faceva il precettore, ora sulle cattedre degli istituti scolastici a lui affidati, una ritrosa vecchiaia dopo una vita sedentaria in città, con lo sguardo pieno di nostalgia rivolto verso i "colli ameni" del "vago Eupili", il dolce laghetto di Pusiano dove aveva avuto i natali, nel 1729, per l'altro.
E tuttavia, nonostante queste differenze, e altre cose che indicherò più avanti, lo spirito della sua opera è proprio questo…, un uomo nuovo, una morale nuova. Anch'egli cerca…, e neanche per lui sarà la scuola che servirà. Parini studia da prete, e lo diventa. Ma di religioso in lui non c'era nulla…, della fede cattolica, nemmeno l'ombra. La sua filosofia dell'uomo, la sua buona morale egli la troverà nei suoi rapporti umani, a contatto con gente che aborre e che condanna, a contatto con l'altra gente di cui si fa portavoce.
L'avrebbe sottoscritta anche Vittorio Alfieri la richiesta espressa dal Goldoni a suo padre? Tra l'avvocato veneziano e il nobile piemontese c'è, evidentemente, un abisso. Ma anche lui, come il Goldoni scrive la sua autobiografia, se la prende con gli studi pedanteschi, si ribella ai "vergognosissimi perdigiorno", alle "idee p circoscritte o false o confuse". E proprio in questo punto l'Alfieri aggiunge che egli aveva "una certa naturale pendenza alla giustizia, all'eguaglianza, e alla generosità d'animo che mi paiono gli elementi d'un ente libero, o degno di esserlo".
Più o meno, dunque, Goldoni, Parini e Alfieri cercavano la stessa cosa. Era il loro secolo che li spingeva a questo…, e più che la sua cultura che si andava rinnovando, più che la sua ideologia illuminista, era propria la situazione reale della società in cui vivevano. Com'è che essi vi cercano qualcosa di nuovo e di diverso, pur partendo da posizioni assolutamente eterogenee tra loro?
Il fatto è che nella società in cui essi vivevano c'era qualcosa da cui tutti e tre aborrivano, qualcosa che essi avevano davanti a sé e guardavano con ostilità, quel qualcosa, appunto, che impediva quel rinnovamento che essi auspicavano, e che Goldoni così bene aveva sintetizzato nell'espressione "filosofia dell'uomo, buona morale".
Essi avevano davanti a sé una classe decaduta e corrotta…, l'obiettivo comune della loro polemica, e uso pure questa parola, anche se non corrisponde egualmente bene per tutti e tre all'essenza della loro opera, .. Era l'aristocrazia, quella nobiltà di cui l'Alfieri, come lui stesso dice all'inizio della sua autobiografia, voleva "svelarne le ridicolezze, gli abusi e i vizi".
In fondo, gran parte del teatro di Goldoni, fa proprio quello che si proponeva l'Alfieri. Per Goldoni l'uomo vero, assennato, sereno, operoso, è il borghese… uno dei personaggi da lui preferiti è Pantalone… sì, l'antica maschera, ma nobilitata dal buon senso tipico della classe agiata dei mercanti, dalla dignità del suo lavoro. Di contro alla simpatia con cui Goldoni tratteggia lui, e tanti altri suoi personaggi, che magari portano ancora il nome di una maschera della Commedia dell'arte, ma sono degli uomini o delle donne nuove (dalla Rosaura della "Vedova scalza" alla Mirandolina della "Locandiera"…, da Lucietta e Filippetto dei "Rusteghi" al Guglielmo de "L'avventuriero onorato"), sta la decisa messa in ridicolo della nobiltà.
L'aristocratico viene sempre presentato in modo che le sue parole, il suo modo di ragionare e di agire appaiono superati, di un'altra età, e come tali, appunto, ridicoli. Di fronte alla naturalezza, alla semplicità, alla franchezza dei suoi personaggi borghesi, sta la ricercatezza, la stravaganza, la leggerezza, il parassitarismo dei suoi personaggi aristocratici. Una delle commedie meno rappresentate, e per pour cause, ma più interessanti da questo punto di vista è il "Feudatario" (che è del 1752) in cui c'è proprio la contrapposizione tra l'antico rapporto sociale che sussiste nel feudo e la più libera, colorita, felice vita dei contadini.

Poeta del terzo stato, il Goldoni, De Sanctis lo chiama addirittura il Galileo della nuova letteratura. E aggiunge … "Il suo telescopio fu l'intuizione netta e pronta del reale, guidata dal buon senso. Come Galileo proscrisse dalla scienza le forze occulte, l'ipotetico, il congetturale, il soprannaturale, così egli voleva proscrivere dall'arte il fantastico, il gigantesco, il declamatorio e il retorico".

E di fronte all'altra gente che non stava al di sopra della borghesia nella scala sociale, ma al di sotto, quale fu l'atteggiamento del Goldoni? La plebe dei pescatori, dei gondolieri, dei contadini, le cameriere spiritose e i servi astuti, sono tutti visti con simpatia. Si pensi alla gente del popolo che figura nelle "Baruffe Chiozzotte" o nel "Campiello"…, quanta felicità di descrizione, quanta vivezza di linguaggio, così vicino al discorso comune degli umili, dei poveri, dei lavoratori più modesti ! !Mentre a Venezia Goldoni all'attacco sferrato contro di lui dai nemici del suo nuovo teatro - il reazionario Carlo Gozzi in testa - rispondeva con una serie di capolavori, come, nell'ordine, "Il campiello" (1756), la "Casa Nova, le "Baruffe chiozzotte" e i "Rusteghi", a Milano un prete che da poco aveva ricevuto gli ordini, scriveva un "Dialogo sopra la nobiltà". La conosceva bene, lui, la nobiltà, perché nelle sue case serviva da precettore e nulla gli sfuggiva al suo attento occhio di campagnolo sbattuto dal bisogno in un mondo così diverso da quello in cui aveva tratto origine. Così egli immaginò che un poeta povero ed un aristocratico si vengano a trovare gomito a gomito nella fossa, per uno strano accidente. "Fatti in là, mascalzone… " dice il nobile…, …e il poeta … "Tem' ella forse che i suoi vermi l'abbandonino per venire a me? Oh ! Le so dir io ch'è vorrebbon fare il lauto banchetto sulle ossa spolpate d'un poeta"… Lì dove essi sono, "tutti riescon pari, ned ecci altra differenza se non che, chi più grasso ci giunge, così anco più vermi sel mangiano". Il poeta dimostra al nobile che gli uomini sono tutti uguali, e che la nobiltà, spogliata della virtù, della ricchezza e dei talenti, è ben misera cosa.


Dall'affermazione di quest'eguaglianza alla rivolta contro la disuguaglianza che tuttavia esiste, e che scava un abisso tra il giorno del nobile e il giorno del lavoratore, il passo è breve. Questo senso di rivolta nasce nell'animo di un figlio delle classi subalterne, più derelitte e misere. Fornitrice di masse d'uomini intesi al duro lavoro dei campi o delle prime industrie, fornitrici di servi e di precettori, fornitrici di preti, per il basso clero sfruttato e straccione.
Questo era il Parini…, un forte carattere, e la versatilità nella poesia lo trassero dalla massa servile, e lo elevarono al rango di poeta accusatore. La sua accusa assume la forma della satira. Ancora una volta il modo di vita dell'aristocrazia, moralmente ormai anacronistico, si presta al ridicolo. Descrivere la giornata di un nobile era già di per sé fonte di comicità, con tutte le sue cerimonie, i suoi vezzi, le toilettes e le passeggiate, i discorsi e gli amori…, ma il Parini vi aggiunse il profondo risentimento contro questa ingiustizia, la ribellione contro quell'assurda sopravvivenza di un passato ormai morto. E scrisse un'opera piena di una potente ironia. Ricordo i momenti più belli del suo "Giorno"…, l'inizio, dove c'è la contrapposizione del mattino del povero e del mattino del ricco, la scena della levata, della pettinatura, dell'uscita in cocchio, del pranzo - e qui, come non rileggere quei versi sferzanti……

Tumultuosa, ignuda folla

di tronche membra e di squallide facce

e di bare e di grucce, ora da lunge

vi confortate…, e per le aperte nari

del divin pranzo il nettare beete

che favorevol aura a voi conduce…

Anche nelle "Odi" il Parini è sempre il poeta dell'umile volgo, pur nella forma più compassata ed artisticamente tradizionale. A questo proposito va detto anche questo… che venuto fuori dall'umile vulgo, dalle classi subalterne, il Parini presenta sì nel suo poemetto e nelle sue "Odi" un contenuto nuovo, il contenuto di quella rivolta morale contro la nobiltà. Ma egli accetta le vecchie forme della poesia…, il "Giorno" segue, in versi sciolti, lo schema del vecchio poemetto didascalico. Le "Odi" non si discostano dalle vecchie poesie d'occasione (La caduta, l'Educazione, il Bisogno, ecc.ecc.). Egli rimane più legato, insomma, alla tradizione…, anche come uomo, è fondamentalmente un moderato…, guarda con simpatia alla Rivoluzione francese, e saluta i nuovi istituti creati a Milano dopo l'arrivo della Repubblica, ma teme gli eccessi ed ha paura del "troppo nuovo", con quel tipico atteggiamento delle classi subalterne che aiutano e appoggiano la borghesia nella sua opera di abbattimento dei residui feudali, ma non si sentono di aderire del tutto alla sua azione, che nella realtà non modifica di gran che il loro stato di subordinazione assoluta.


Ed ecco, infine, contro la nobiltà un suo stesso figlio… il conte Vittorio Alfieri. Fin da giovane egli sente tutta l'inutilità, l'assurdità della vita che la sua condizione gli prepara, e vi si ribella rifugiandosi nella sua solitudine, che egli non fa depressa e ripiegata su se stessa, ma eroica e sublime. Egli non si declassa, non si mette a vivere come i borghesi o come i popolani, ma esce dalla sua classe e fa parte a se solo. Assume atteggiamenti di odiator di tiranni, di amante della libertà…, e in effetti, lo si può ben considerare sincero. E tuttavia i suoi tiranni sono del tutto libreschi, astratti…, così come astratto e libresco è il suo amore per la libertà che non fa certo un giacobino, ma un libertario ben lontano dalla situazione reale del suo tempo, della sua società. Anche il suo buttarsi negli studi e nel lavoro delle tragedie ha il sapore del grande gesto, clamoroso, fatto per far vedere ai suoi simili, agli aristocratici intenti alle cure dei cavalli o delle donne, che quella era la vita vera, che poteva lasciare un segno, un'impronta…, quella era la missione di uno spirito veramente nobile, elevato, ed egli la intraprendeva facendosi legare alla sedia, gridando, gesticolando, col gusto di rinfacciare agli altri questa sua ribellione. Che, evidentemente, non poteva trovare eco in brevi poesie e nemmeno in poemi, troppo lunghi per corrispondere efficacemente ad un'ispirazione fatta di lampi, di grida. Che aveva bisogno di esprimersi attraverso degli antagonisti, nel conflitto di personaggi…, di qui la forma della tragedia.
Che cosa fosse il teatro tragico alla fine del Settecento è presto detto… , tragedie esotiche e meravigliose da un lato, lo sdolcinato melodramma dall'altro. Ebbene… le tragedie alfieriane, nella loro nudità, portarono un clima del tutto nuovo…, asciutte, dure, senza sdolcinature, contribuirono a ripulire il teatro italiano dal vecchiume settecentesco, e vi fecero risuonare parole inusitate… morte alla tirannide, amore alla libertà. Questo è, in effetti, l'unico tema delle tragedie alfieriane, dal "Filippo" alla "Virginia", da l' "Agamennone" al "Saul". Questo il tema dominante anche nelle sue altre opere, dal saggio "Della Tirannide" a quello "Del Principe e delle lettere".

Quando l'Alfieri morì, nel 1803, Goldoni era morto da dieci anni, e il Parini da quattro. Con la loro opera, in modi diversi ma nella comune avversione alla classe che impersonava il passato, essi avevano contribuito a seppellire il secolo in cui erano vissuti.


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I TRE GRANDI DEL SETTECENTO - GOLDONI, PARINI E ALFIERI


   
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