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martedì 26 ottobre 2010

CARMINA (Pomponia Grecina) - Giovanni Pascoli

CARMINA
Editore Mondadori


Esiste anche un Pascoli latino.
Contro la morte che è dietro di noi e in noi stessi, nella poesia egli fa rivivere nella memoria ciò che era morto in noi e prima di noi.
La poesia è la sola, la vera vitttoria umana (e, in quanto umana, anche essa provvisoria) contro la morte.
Questa è la poetica che presuppongono i "Carmina".
Lo dice il poeta stesso nella dedica iniziale, lo dice sempre nelle sue liriche latine..., il poeta dapprima rivede come spettatore scene di vita romana, ma poi la rievocazione si interiorizza, e il Pascoli risente nel suo cuore e nel suo corpo antiche pene di schiavi.
Proprio questo interiore riemergere di un'antica sofferenza colma d'un balzo lo iato dei secoli, e distrugge ogni sospetto di compiacimento archeologico nella ricostruzione di quel mondo perduto.
I "Carmina" sono nella maggiore e migliore parte d'argomento latino: usare il latino era dunque per il Pascoli naturale e necessario, del tutto conforme alla poetica delle cose.
il suo bisogno di "libertà linguistica" poteva soddisfarsi in una "lingua morta" perchè era, in realtà, bisogno di concretezza linguistica.
Da tale punto di vista tutta l'opera del Pascoli, di questo poeta così disperso, mi appare con una meravigliosa coerenza, e il latino del "Carmina", lungi dall'essere prezioso giuoco umanistico, risponde ad una vitale esigenza dell'ispirazione pascoliana.
Ho visto la genesi dei "Carmina" nel bisogno di integrare e risanare il difetto sentimentale e religioso che il poeta avvertiva in sede critica nella letteratura latina.

Dal "Carmina" ho estrapolato il carme "Pomponia Grecina" che mi è piaciuto in modo particolare.
Non si può rimanere indifferenti alla lettura di questo carme del Pascoli.
Come non riflettere, ad ogni passo, sulla vita, sull'essere umano, sul suo destino?


POMPONIA GRECINA

Pomponia Grecina passò la vita vestita a lutto, e in atteggiamento di mestizia, da quando un delatore la accusò di seguire culti stranieri, e il marito Aulo Plauzio la obbligò ad una pubblica abiura.
Essa si occupava solo del figlio Aulo, che aveva per compagno di giochi Grecino, figlio di suo fratello.

Per costringerla a sacrificare pubblicamente agi dèi, il marito la minaccia di separarla dal figlio. Ottenuta l'abiura, le impone di non frequentare più la casa paterna, sospettata di debolezza verso culti stranieri, e di non lasciare più che il piccolo Aulo giochi con il cuginetto Grecino.

Il bambino non capisce il motivo di questa separazione, e fa continue domande; vuole che la madre gli racconti, per farlo addormentare, le parabole evangeliche, come faceva prima. Poi si rassegna, e poco per volta dimentica.

Ma la madre misura il passare degli anni, ed attende con angoscia il giorno del giudizio, in cui lei, e il figlio, moriranno.

Il giorno sembra arrivare fra le fiamme. Roma brucia; e subito dopo, innocenti vengono gettati nel circo, in pasto alle belve, crocifissi, bruciati vivi. I martiri testimoniano ciò che Grecina aveva negato; ed ora si addormentano nell'attesa del Signore.

Grecina non può resistere a questi pensieri. Segretamente esce da Roma sotto gli archi di Porta Capena. Vaga fra i sepolcri, arriva in un luogo a lei noto. Scende nei sotterranei, vede i simboli, le iscrizioni che aveva cercato di cancellare dal cuore. Sui sepolcri è scritto VIVI IN PACE. Ma gli ultimi sepolti invece di queste iscrizioni hanno una fiamma che spande profumi ed una fiala tinta di sangue recente.

Grecina avanza ancora, e sente un canto. Donne aspergono di profumi il corpo di un giovane morto da poco, lacerato dalle unghie delle belve. Grecina ha paura di riconoscerlo. Chiede: « Che ha fatto? » Le rispondono: « Ha confessato Cristo ». Avvicinatasi vede la lapide con il nome: POMPONIOS GRAEKEINOS.


COMMENTO

Non si può rimanere indifferenti alla lettura di questo carme del Pascoli.
Come non riflettere, ad ogni passo, sulla vita, sull'essere umano, sul suo destino?
Grecina, matrona, romana, da quando ha abbracciato il Cristianesimo, ha compreso il vero significato della vita.
Ma coloro che la circondano, incapaci di penetrare la fonte inesauribile dalla quale Grecina attinge la sua serenità e la sua modestia, l'accusano di seguire “la religione degli straccioni”.

Il marito, Aulo Plauzio, diventa suo giudice.

“Perché fuggi tutti e sola vivi con te stessa? Vivi?”
Ecco la domanda stupefatta che le rivolge Aulo Plauzio, incapace, l'animo della sposa.

“La, vita, risponde Grecina, io non l'amo né l'odio e solo dov'essa conduca, questo importa”.

“La vita è una via”. L'uomo, composto di materia e di spirito - di corpo e di anima - non cessa di vivere anche quando il suo corpo, corrut­tibile, si disgrega.
Lo spirito, immortale, ha una meta da raggiungere…,una meta che sorpassa, trascende la vita terrena.

Ecco perché Grecina - che in un momento di debolezza, per amore del figlio, incensa gli dei – “nel fondo dell'animo, da allora, sempre più triste, si strugge”.

Si strugge perché ha dato più valore agli affetti terreni che ai motivi soprannaturali, ha rinnegato la sua fede…, cioè la sua vera vita.
Si strugge, anche se nessuna cosa desiderata, nella ricca casa dello sposo, le manca, perché è cosciente che l'essere umano, composto di spirito e materia, camminando nella terra, intraprende la via che conduce al cielo.
E la propria meta l'uomo deve raggiungere, anche a costo del sacrificio.

Ammirevole è il fulgido esempio di coerenza e di amore profondo di Pomponio Grecino, nipote della matrona.

Nel luogo di riunione dei Cristiani, cioè nelle Catacombe, dove Grecina si reca spinta da una irresistibile forza spirituale e da un sincero bisogno di espiazione, le madri, piangenti, cospargono di profumi soavi il corpo esanime di un fanciullo.

È il corpo di Grecino.

“Che ha fatto?”

“Ha confessato il Cristo”, che è sempre stato, da quando lo ha “incon­trato”, vita della sua vita.


In questo carme scritto in latino, Giovanni Pascoli, anche dove vuole essere solenne, rimane sempre tenero...., anche questa volta la minuta osservazione lessicale è la chiave con cui noi riusciamo a penetrare nel sentimento stilistico, cioè nell'animo del poeta.
Le parole che Plauzio rivolge alla moglie dopo l'abiura terminano con un'esortazione alla serenità..., Pomponia Grecina presentisce la morte eterna a cui l'abiura ha condannato lei e il figlio: dai primi versi alla scena finale davanti al cadavere di Grecino, questo è il leitmotiv di questo poemetto latino, cioè una vita che è morte per i pagani, e una morte che è vita per i cristiani.


VEDI ANCHE . . .

GIOVANNI PASCOLI - Vita e opere

GIOVANNI PASCOLI: la poesia del "fanciullino"

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martedì 20 ottobre 2009

GIOVANNI PASCOLI: la poesia del "fanciullino"

    
Assai meno vistosa, ma più penetrante di quella dannunziana e anche più capace di collegarsi con aspetti reali della società italiana del suo tempo, è la poesia di Giovanni Pascoli.


Giovanni Pascoli (foto del 1882)
Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna nel 1855. La sua infanzia e la sua adolescenza furono funestate da una serie di lutti: l'assassinio del padre (1867), la morte della sorella Margherita (1868) e poi, a breve distanza l'uno dall'altro, quella della madre e dei fratelli Luigi, Giacomo e Ruggero.
Compiuti gli studi medi e liceali a Urbino, Rimini e Firenze, Pascoli frequentò l'Università di Bologna, dove ebbe per maestro Carducci e per compagni Severino Ferrari e il leader dell'anarchismo romagnolo, Andrea Costa. Si iscrisse, così, all'Internazionale e venne arrestato per alcuni mesi nel 1878. Abbandonata l'attività politica si laureò e insegnò per alcuni anni nei licei (a Matera, a Massa e a Livorno). Poté così chiamare con sè le due sorelle, Ida e Maria: e quest'ultima rimase con lui tutta la vita. La sua fama di latinista gli fruttò vari incarichi e la docenza universitaria. Nel 1906 venne chiamato a succedere a Carducci nella cattedra di letteratura italiana presso l'Università di Bologna. Morì nel 1912.

Le sue opere principali sono "Myricae"..., "Primi poemetti"..., "Canti di Castelvecchio"..., "Poemi conviviali"..., "Odi e Inni"..., "Canzoni di re Enzio"..., "Poemi italici"... e, postumi, "Poemi del Risorgimento" e "Poesie varie".


GLI STUDI DANTESCHI E LE PROSE

Da ricordare anche gli studi danteschi ("Minerva oscura"..., "Sotto il velame"..., "La mirabile visione") e le prose, fra le quali particolarmente importante quella dedicata all'esposizione della sua poetica, IL FANCIULLINO.

Tutta la poetica pascoliana s'indirizza in un'unica direzione: la scoperta dell'infanzia. Per lui il poeta coincide con il fanciullino che è dentro di noi: anzi l'età veramente poetica è quella infantile e nel ricordo dell'infanzia si esaurisce la poesia più autentica.
La poesia non s'inventa, ma si scopre, perché essa si trova nelle cose stesse: in essa bisogna saper vedere il particolare poetico e questo lo può fare solo chi la guarda con occhi puri, come se le vedesse per la prima volta. Ma un tal modo di guardare è proprio del fanciullo e quindi il poeta deve ricordare e ripetere le impressioni che provò da bambino.

La poesia deve dare ad ogni cosa il suo nome, come fanno i bambini.
La poesia deve essere spontanea e intuitiva, priva di sovrastrutture culturali, proprio com'è la concezione del mondo che ci si forma nell'infanzia.
La poesia conduce ad abolire l'odio, a sentirsi tutti fratelli e contentarsi di poco, come capita ai fanciulli.
La concezione tolstoiana o francescana richiama, appunto, una sorta di infanzia ideale dell'umanità. Il mondo si trova alla vigilia di una nuova bufera che rischia di travolgerlo: il ricordo dell'infanzia - reale ed ideale dell'uomo pare naturale rifugio di fronte a simili prospettive.
L'elemento più patetico (e poetico) dell'emigrazione sta in quella necessità di allontanarsi dal paese e dalla casa in cui si è nati e quindi nella nostalgia della propria terra e del mondo della propria infanzia.

Il carattere stesso del Pascoli, e in particolare la sua sensualità, ha l'eccitabilità, la scontrosità e la curiosità proprie dei temperamenti infantili.
Lo sviluppo dei temi nella sua poesia avviene attraverso due momenti distinti (uno giovanile, tardo-romantico e fantastico, l'altro realistico) che approdano, attraverso la suggestione della tragedia familiare alla poetica della memoria, del ricordo dell'infanzia.
Tutto, dunque, spinge in un'unica direzione: la scoperta dell'infanzia.
Con l'infanzia si identifica la poesia, alla memoria dell'infanzia approda il suo travaglio stilistico, all'infanzia del mondo corrisponde la sua concezione evangelica e umanitaria.
In tal modo Pascoli coglie un tratto reale della psicologia e della condizione dell'uomo moderno: il vagheggiamento di un luogo che si sottragga al caos e alle contraddizioni della società contemporanea, di un'oasi di originaria innocenza in cui non giungano gli echi delle violenze e delle brutture della nostra vita, in cui si spengano i contrasti e le lotte, in cui si vanifichino i nostri problemi.
Vagheggiamento che nasce da un desiderio naturale di evasione al predominio delle cose sugli uomini, alla frenesia della civiltà industriale, alla necessità delle guerre, all'impero del denaro.
Desiderio che l'uomo virile raffrena, considerandolo una pura e pericolosa illusione e impegnandosi, invece, nella lotta quotidiana: che, tuttavia, rimane nell' animo suo, come uno dei termini della dialettica della sua personalità, e di tanto in tanto lo affascina, e rende più drammatica la sua lotta, più umano e contrastato il suo impegno.
I simboli di questa condizione sono appunto, nella letteratura decadente, l'infanzia e la campagna, ora più ora meno esplicitamente contrapposte all'uomo adulto e alla città.
Tutte le componenti della poetica pascoliana concorrono a creare questo simbolo (e di qui la poesia), ma concorrono anche ad isolarlo e quindi a renderlo astratto rispetto alla realtà nel suo complesso (e di qui i limiti).

La scoperta dell'infanzia nel Pascoli non nasce, dunque, - e dovrebbe essere chiaro - soltanto da un moto intimo o dal ricordo della tragedia familiare o dalla natura stessa della sua sensibilità: nasce anche da quella angosciosa aspettazione di eventi che avrebbero travolto l'umanità, dal terrore per il movimento delle masse e per la reazione borghese, dalla guerra spietata fra le nazioni, dal crudele destino degli emigranti, dalla concezione evangelica che era venuta maturando in lui.
La sua infanzia è un sogno di innocenza e di pace a cui lo spinge la condizione dell'uomo moderno: e il suo modo di rappresentarsela: in essa si determina un incontro fra elementi storici reali e oggettivi, elementi ideologici ed elementi individuali e sentimentali.
Certo quanto più questi elementi sono confusi, superficiali, astratti, tanto più quella scoperta mostra i suoi limiti, quel simbolo si manifesta modesto, monotono, statico, poco nutrito di una vera esperienza storica, di un vero dramma di vita, di autentiche ragioni culturali.
Perché è vero che quella poetica ci appare meno distante dai problemi reali del superuomo dannunziano: ma è anche vero che, se la confrontiamo con la realtà, anche essa presenta un largo margine di astrazione e di retorica, si dimostra incapace di comprenderla nella sua vera assenza.


SOCIALISMO NEBULOSO E NAZIONALISMO VELLEITARIO

Pascoli ritratto dal Viganò (1908)

Vuoto e nebuloso è il suo socialismo che non sa tener dietro all'effettivo svi­luppo dei movimento operaio, delle sue istanze e delle sue idealità. Velleitario il suo nazionalismo che sorge come so­vrastruttura retorica sulla iniziale constatazione della nostra povertà e debolezza. Retorico anche il suo francesca­nesimo e tolstoismo che non è, come altrove, l'espressione ideologica di mas­se impotenti a spezzare le loro catene e liberarsi dai loro oppressori. Costru­zione in gran parte a posteriori lo choc per la tragedia familiare. Vago e generico il moto di terrore per una futura catastrofe dell'umanità. Piccolo-borghese la sua poetica dell'oggetto e delle piccole cose, ben lontana dalla carica di denunzia, di opposizione alla realtà ufficiale e di scoperta di una nuova di­mensione dell'uomo che caratterizzava­no l'autentico verismo. Esterni e intellettualistici i suoi simboli: la Morte, il Destino, il Dolore, la Poesia, e così via. Viziato tutto il suo comportamento umano, sempre perplesso, vittimistico, inibito. Il profilo di Pascoli ci si presenta così come il profilo di un lette­rato conservatore, meno chiassoso e in­tenso di quello dannunziana ma più untuoso e penetrante e forse più cor­ruttore perché più aderente alla sensi­bilità piccolo-borghese.

Proprio perchè nasce all'interno della poetica che siamo venuti illustrando, con le caratteristiche e i limiti che ab­biamo indicato, il mito dell'infanzia di Pascoli ha una sua precisa collocazione. Non può essere confuso con quello del Leopardi, contrapposizione disperata dell'illusione alla realtà, né con quello di Carducci, momentanea pausa delle eterne risse che gli ardono nel cuore e che egli non vuole e non può lenire, né con quello assai posteriore di Pave­se, tanto più ricco di fermenti intellet­tuali, tanto più torbido di inibizioni ses­suali, tanto più nutrito di appigli sto­rici. Questo mito è la prima scoperta decadente dell'infanzia nella nostra let­teratura. Decadente per il suo caratte­re di evasione dalla stretta dei proble­mi del mondo moderno, di fuga dall’alienazione dell'uomo, d'incapacità di opporsi alla realtà; e basterebbe pensa­re a quanto peso hanno nel suo formar­si gli elementi ideologici come la lotta di classe e il suo rifiuto, la lotta fra le nazioni e le prospettive di un nuovo disastro, l'ideale umanitario e le sue radici psicologiche e storiche. Decaden­te per il suo carattere di malattia, che gli toglie ogni serenità, rende più acuta la sua sensibilità, ma rende anche di­sgregate e morbose le sue impressioni. Decadente per il peso che viene ad as­sumere in essa il problema formale, quella ricerca linguistica e ritmica, su cui si è esercitata tutta la critica più re­cente. Ma è anche una scoperta pasco­liana con una sua vena di autenticità nonostante i limiti che le derivano dal­la sua cultura irrimediabilmente invec­chiata o professorale, dalla sua ristret­ta esperienza umana, dal ritardo stesso con cui i grandi problemi dell'età mo­derna (socialismo, imperialismo, indu­strialismo, urbanesimo, ecc.) venivano sorgendo in Italia. Matrice, quindi, di una poesia minore che non consente una gamma troppo larga di rilievi psi­cologici, che rivela un mondo ideale angusto su cui è difficile costruire una poesia di largo respiro, ma che, tutta­via, ci dà una poesia inequivocabile e ci porta ad alcune scoperte dell'anima mo­derna che ancora oggi risultano valide.
Varrà la pena soffermarsi un poco, a questo punto, su alcuni aspetti della na­tura, del temperamento pascoliano. Ad essi, del resto, si è rivolta con partico­lare accanimento l'attenzione di una parte della critica più recente, spietata forse nella sua ricerca, ma certo, sul piano psicologico, acutissima. Ed è in­teressante notare come lo studio dei dati biografici sia molto più importante e illuminante nel Pascoli - in questo professore piccolo-borghese; estraniato dal mondo e mai turbato da qualche grande avventura - piuttosto che nel suo « fratello maggiore e minore » che volle fare della vita stessa un'opera d'arte e che passò dalle donne ai duel­li, dai libri ai grandi quotidiani, dall’Abruzzo natio al teatro di Eleonora Duse, dalle imprese di guerra alla mar­cia su Fiume. Proprio perché la vita di D'Annunzio e il suo temperamento sono scoperti, all'aperto, in piazza e possono afferrarsi con un'occhiata, e, invece, la natura del poeta romagnolo è più chiusa e segreta e raramente si manifesta pubblicamente. E' certo, pe­rò, che la migliore documentazione sul­la vita privata di Pascoli che si è avu­ta negli ultimi anni (e più ancora pro­babilmente la “Vita” scritta da Maria e il suo epistolario quando potranno es­sere conosciuti) mette in luce un carat­tere fornito di una sensibilità così contraddittoria e capricciosa, così ricca di complessi e di umori, così simile al­la sensibilità scossa e morbosa propria del momento di passaggio dalla infan­zia alla virilità, da far sorgere il sospet­to che in lui il fanciullo metaforico coincidesse in parte con il fanciullo rea­le. Particolarmente interessante è la sensualità pascoliana che esiste ed è profonda e torbida anche se meno evi­dente di quella dannunziana. Leggete, ad esempio, alcuni dei documenti più recenti che illuminano í rapporti fra lui e le sorelle.


UNA SENSIBILITÀ CONTRADDITORIA


Vi dominano un amore e una gelo­sia morbosa che fanno pensare ad alcu­ni processi psicologici analizzati dal Freud. Egli si domanda angosciato se le sorelle possono amarlo almeno come amano le loro compagne di scuola:
« E' un mio triste pensiero, pensiero di tutti i giorni e di tutte le notti, che ì vostri baci, le vostre parole, le vostre lettere non hanno potuto distruggere in me.
Amate voi me, che ero lontano e parevo indifferente, mentre voi vivevate all'om­bra del chiostro, e gioivate poco e piangevate molto e soffrivate le scosse fred­de della febbre e i martirii dell'isolamento? Amate voi me, che sono ac­corso a voi soltanto quando escivate dal convento raggianti di mite conten­tezza, m'amate voi almeno come le gen­tili compagne delle vostre gioie e con­solatrici dei vostri dolori? ».

E quan­do la sorella Ida si fidanza egli reagi­sce come un innamorato tradito, come un fanciullo irragionevole che non sa adattarsi alle leggi della vita e della so­cietà. E particolarmente insopportabile gli riesce l'idea che essa possa divenire possesso di un altro:

« Quanta ama­rezza! Quale enorme felicità non avrei io rifiutata, pur di non far dispiacere a lei e a te! Oh! un gran torto ha la tua sorella: quella d'avere idoleggiata per sé, esclusivamente per sé, la feli­cità che avrebbe tolta a noi anche col ferro e col veleno! ... Insomma, mia dolce sorellina buona, bisogna indurla a tornarsene là; a Sogliano... Noi allora lasceremmo subito Livorno, e traspor­teremmo la nostra roba - residua - in qualche campagnina. E vivremmo tra la campagna e Roma... Ma, o mia Mariù, bada bene; tu devi andare a nozze anche tu: se io sono troppo vecchio per prendere moglie, verrò a vivere con te, angiolino mio!... Bada bene: per noi sarebbe impossibile la vita, con la no­stra sorella lontana che ci comuniche­rebbe continuamente i suoi malesseri, i suoi sospetti, il suo mal di stomaco, la sua gravidanza, i suoi parti e i suoi fi­gli... No! sopportare quelle cose è di chi o ha sperimentato o ha volontaria­mente rinunziato. Noi due non siamo né nell'uno né nell'altro caso! ».


LA GELOSIA PER LA SORELLA

La sorella del poeta, Maria - Mariù (1909)

E l'idea insopportabile della sorella in possesso di un altro, della sorella che diventa donna ed ha figli ritorna in una altra lettera dello stesso periodo, insie­me col motivo dell'amore-odio per Ida e a quello di un nuovo accesso di amo­re per Maria con cui vagheggia la vita in comune (ed anche qui, come osser­va Vicinelli, bisogna chiamare in cam­po Freud per definire questo fenome­no, classico esempio di processo di so­stituzione)...

« Mia cara Mariù adorata, ti scrivo dopo tornato qua nella Fore­steria. Sono le undici e mezza di notte. L'Ida dopo avere letta un po' distrat­tamente la tua, ti ha risposto: io non ho letta questa risposta. Me l'ha quasi levata di mano, dicendomi: " se vuoi fare un saluto... "Io ho detto che non importava e sono venuto via. Oggi è stato il suo giorno. E' venuto lo sposo: poi siamo andati a sera tarda a riaccom­pagnarlo a casa, con un fango, una neb­bia... Lei era a braccetto del suo fidan­zato, era felice e svelta. E' fatta: d'au­tunno Salvatore conta di prenderla. Così era ed è il meglio, il bene.

« O Mariù, non riconosci giustificato un mio tacito e triste lamento? non con lei, non con altri lo faccio questo lamento, ma nella mia anima c'è. Aves­si visto il cambiamento a vista! ...Ma prima, quale ossessione. E' stato chia­mato, è venuto dopo molta aspettazio­ne dell'Ida che era sempre alla fine­stra; ha parlato con me, in presenza di tutti, di tutto; ha domandato persino quante lettere al mese richiedeva l'Ida. Verrà, ha detto, a Livorno. Nessuno ha l'idea che vengono a una casa di... giovani. Io sono decrepito per loro. O Mariù mia adorata! La cosa è fatta, e l'Ida si è trasformata subito. A me ha fatto un po' senso, e sono sotto questa impressione...
« Io ti affermo, mia adorata, mio an­giolo, che, nonostante qualche ribellio­ne di nervi, io vedo, prevedo, la mia felicità. La mia felicità sta in te. Tu mi ami, io ti amo. Si tratta per noi d'un affetto che possa cedere a un altro maggiore più vivo più caldo? Io so che da parte tua non è possibile: tu devi credere che da parte mia non è possibi­le. Tu non hai le prove d'affetto ch'essa ha da me? No? Io ho messo su casa, ho portato via tutte e due, ho lavorato e vissuto... solo per te.

« Io non perdo nulla: mi resti tu... Che furore d'affetto sento a rivederti, a riabbracciarti, a consolarti, a farmi consolare da te. Aver te è aver tutto ciò che si può sperare di divino nel mondo, o mio giglio o mio angiolo! ».

Su questa base non stupiscono più gli altri episodi della biografia pascolia­na: la pistola trovata sul suo comodino il giorno delle nozze di Ida, la furia di abbandonare la casa in cui avevano vissuto insieme, i rapporti di affetto morboso con Mariù che lo resero sem­pre esitante al matrimonio (anche quan­do s'era davvero fidanzato in segreto con una cugina di Rimini). E non stu­pisce quel documento impressionante già pubblicato dal Biagini (lettera a Ugo Brilli del 13 settembre 1879):

« Mio caro Ugo, la tua lettera mi è ve­nuta opportuna in un momento del mio male, di cui ti parlerò e così cerco di distrarmi per farlo passare. Io, sono so­lo: Mariù, il mio buon angelo, è anda­ta riluttante e piangente a custodire la Nannina nostra (la figlioletta di Ida) intanto che la mamma Ida è di parto... Oh! la tristezza della lontananza! oh! la tristezza dell'addio che si dà tra i viventi! quasi più nera che quando si saluta chi muore e cede alla neces­sità! Io sono dunque solo solo. E così posso sfogarmi un poco, perchè biso­gna pur che nasconda a Maria i miei segreti dolori e presentimenti. Vedi sa­rà neurastenia, sarà autosuggestione, sarà effetto della vita forzatamente ca­sta e orribilmente mesta, ma io passo certe ore, magari certi giorni, in cui mi pare di dover morire di lì a un mi­nuto, perché il cuore mi si frange all’improvviso... Batte, batte mi pare di sentire da un momento all'altro l'ultimo scricchiolio e poi più nulla ».

Covano in lui, come negli adolescenti, fermenti ses­suali che si esauriscono in sé, nell'im­maginazione e nel desiderio, senza estrinsecarsi in un gesto o in un'azione e il fenomeno amoroso mantiene il fa­scino un po' torbido di qualcosa di proi­bito e di misterioso. E' il « tuffo al cuo­re » di cui egli talvolta ci parla, è l'atto sessuale misto di attrazione e di timore che investe tutta la natura come in “Gelsomino notturno”, è il fiore miste­rioso che spande l'alito ignoto di sua vita, a cui ci si avvicina avendo nel cuore « il languido fermento di un so­gno che notturno arse » e che dà una infinita dolcezza, tanta che si muore (“Digitale purpurea”), è il senso di ver­tigine, di venir meno, di dileguare e sprofondare in un abisso…

Il mio non sembra
che un tremore, ma è l'amore, e corre
spossa le membra!

…è l'attrazione per gli ambienti dei mo­nasteri e dei collegi così ricchi di fer­menti e desideri repressi, ma accarez­zati nella immaginazione. Una sensua­lità ancora vergine, direi, ma proprio per questo acuta e morbida, eccitata e voluttuosa. E fanciullesca è in lui quel­la facilità di pianto, il bisogno d'inte­nerirsi, il piacere di essere consolato. E' un pianto diverso da quello dell'in­fanzia ch'era fatto di nulla, perché è nutrito di qualche cosa, anzi di molte cose, ma come quello è un pianto che poi riposa, è un gran dolore che poi non duole. La stessa pietà che s'ispira agli altri è un tesoro che bisogna cu­stodire, ha un sapore acre misto di tenerezza e di dolore.
« Non voglio, Si­gnore, che scemi la vostra pietà », dice il fanciullo mendico che simboleggia il poeta: e riparte godendo a portarselo intero il suo grave fardello. Fanciulle­sca è anche la sua capacità di commuo­versi di fronte a certe parole solenni, perdono, santità, eroismo, senza un'ade­sione reale al contenuto di quelle pa­role: così che, nonostante egli pronun­zi infinite volte la parola perdono, non perdona affatto all'assassino del padre e non dimentica e ogni volta torna ad accusare e a perdonare. Fanciulleschi infine certi suoi capricci o manie, come il timore del plagio da parte di altri poeti, la vanità, la mancanza di gene­rosità (tipico il caso dei suoi rapporti con D'Annunzio); la questione delle campane di Castelvecchio e così via.


ANGOSCIA E SMARRIMENTO

Siamo tornati, dunque, anche per questa via all'infanzia, ma soprattutto abbiamo messo in luce inquietudini e morbosità caratteristiche del nostro tempo. In effetti quel tanto di poesia rintracciabile nell'opera pascoliana la troveremo nei momenti in cui l'impres­sione della realtà, del presente, e la fuga dalla realtà e dal presente nel ri­cordo e nella memoria riusciranno a raggiungere la loro fusione e non si smarrirà la consapevolezza del loro con­trasto e si saprà dare il senso di smar­rimento e di angoscia che ne deriva. Momenti rari e pure importanti per la loro autenticità, per il posto che vengono ad assumere nella storia della no­stra coscienza e della nostra poesia.

Rarissimi nelle “Myricae”: che si muo­vono quasi sempre fra gli estremi di un simbolismo tutto esterno e a tinte fo­sche, come ad esempio in “Scalpitio”...


Si sente un galoppo lontano (e là...?)
che viene, che corre nel piano
. . . . . . . . . . . .
La Morte! La Morte! La Morte!

…di un ricordo non suggerito da un'im­pressione reale e presente e quindi astratto e ricercato come in “Cavallino”...

O bel clivo fiorito Cavallino
ch'io varcai co' leggiadri eguali a schiera
al mio bel tempo...
so ch'or sembri il paese allor lontano
lontano, che dal tuo fiorito clivo
io rimirai nel limpido avvenire

...di un tono sentenzioso, concentrato e retorico...

Oh! scruta intorno gli ignorati abissi:
più ti va lungi l'occhio del pensiero,
più presso viene quello che tu fissi:
ombra e mistero.

…e quello di un impressionismo descrit­tivo, da verismo minore che non esce - pur nella sua efficacia - dall'ambi­to del bozzetto...

Al campo, dove roggio nel filare
qualche pampano brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattinal fumare,
arano...

Ma non dobbiamo dimenticare l'at­tacco di "X agosto" in cui l'impressione del cielo notturno e delle stelle cadenti si trasforma naturalmente in pianto e nel simbolo-ricordo della rondine uccisa...

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella avea nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.

E ancor più "Novembre" in cui la me­moria dei morti sorge dal contrasto fra l'illusione della primavera e la realtà del pruno secco e delle piante stec­chite...

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro senti nel cuore...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l'estate,
fredda, dei morti.

"Sogno" anticipa in qualche modo il ciclo del "Ritorno a San Mauro" e può dar­ci la misura di quanto siano distanti anche le migliori fra le "Myricae" da al­cune liriche posteriori:...

Per un attimo fui nel mio villaggio,
nella mia casa. Nulla era mutato.
Sentivo una gran gioia, una gran pena;
una dolcezza muta ed un'angoscia muta,
Mamma? - È là che ti scalda un po' di cena.
Povera mamma! e lei, non l’ho veduta.


IL PASCOLI MAGGIORE DE “I DUE CUGINI”

Mentre “I due cugini” che è, certo, la più complessa delle “Myricae” (e infatti compare solo nell'edizione del 1897), pur non essendo immune da alcuni di­fetti rilevati dal Croce, appartiene già al Pascoli maggiore. L'amore dei due cuginetti e poi lo sgomento e il pianto del bimbo morto, che rimane piccolo di fronte al crescere della sua sposa, ci fanno muovere nel motivo tipico della poesia pascoliana, il contrasto fra l'in­fanzia e la maturità...

Tu piccola sposa crescesti:
man mano intrecciavi i capelli,
man mano allungavi le vesti.

Ed il piccolo cuginetto sente ora, con la sua sensibilità di fanciullo, ora, più di quando è morto, ch'ella è diven­tata diversa, che appartiene a un mon­do che lo turba, a un mondo per lui sconosciuto e incomprensibile...

Tu l'ami, egli t'ama tuttora;
ma egli col capo non giunge
al seno tua nuovo, che ignora.
Egli esita: avanti la pura
tua fronte ricinta di un nimbo,
piangendo l'antica sventura
tentenna il suo capo di bimbo.

Nelle “Myricae” non si va molto al di là di questi esempi. Il meglio della poe­sia pascoliana dobbiamo, invece, cercar­lo nella produzione posteriore (e so­prattutto in “Primi poemetti” e nei “Canti di Castelvecchio”). Qui la poesia del ri­corda acquista ben altro respiro. È il suono delle ciaramelle...

...suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

È il ritorno nel dolce paese della sua infanzia, miracolosamente sospeso fra realtà, ne “Le rane”...

Ho visto inondata di rosso
la terra dal fior di trifoglio...

È il suo colloquio immaginario con la madre...

« Sai, dopo la disgrazia,
ci ristringemmo un po'... »
« E comprerò leggiadre
vesti alle mie fanciulle
e l'abito di tulle
alla lor dolce madre. »


IL MOTIVO DELL’INFANZIA


A castelvecchio Pascoli passò
lunghi e fecondi periodi di riposo.

In questa cappella a Castelvecchio è inumato il poeta
.
Ma soprattutto il motivo dell'infan­zia si afferma quando riesce a sottrarsi alla tentazione autobiografica e riesce ad oggettivarsi, come ne “Il Soldato di San Pietro in campo”, “La servetta di Monte”, e ancor di più in “Italy”. Questa poe­sia, su cui hanno richiamato di recente l'attenzione dei lettori sia il Getto che il Sapegno, trova nell'audace struttura linguistica (un impasto di italiano, italo-americano e inglese) l'espressione più adeguata per una situazione in cui il motivo dell'infanzia si manifesta nella sua più ampia complessità. Qui non c'è soltanto la nostalgia degli an­ni giovanili: ma il contrasto fra la civil­tà nuova, quella americana, e il modo di vivere patriarcale dei vecchi genitori contadini.

Ghita diceva: « Mamma, a che filate?
Nessuna fila in Mérica. Sono usi
d'una volta, del tempo delle fate.
Oh yes filare! Assai mi ci confusi
da bimba. Or c'è la macchina che scocca
d'un frullo solo centomila fusi;

...fra la vita avventurosa degli affari, del­la ricerca affannosa del denaro e del successo, e il bisogno di riposo...

« Molti bisini, ho yes... Non tiene fruttistendo...
Oh yes, vende checche, candi, scrima...
Conta moneta: può campar coi frutti...
Il bascheto non rende come prima
Yes, un salone che ci ha tanti bordi...
Yes, l'ho rivisto nel pigliar la stima... »
Il tramontano discendea coi sordi
brontoli. Ognuno si godeva i cari
ricordi, cari ma perché ricordi:
quando sbarcati dagli ignoti mari
scorrean le terre ignote con un grido
straniero in bocca, a guadagnar danari
per farsi un campo, per rifarsi un nido...

...fra la bimba gracile e malata, nata tra gli agi in terra straniera, e l'aria buona, la vita semplice e sana, della patria dei suoi genitori...

Quando tu sei venuta, o rondinella,
t'hanno pur salutato le campane;
ti venne incontro il nonno con l'ombrella,
ti s'è strusciato alle gambine il cane.
Pioveva; ma tu, bimba, eri coperta;
trovasti in casa il latte caldo e il pane.
Il tuo nonno ansimava su per l'erta,
a tua nonna pregava al focolare.
Brutta la casa, sì, ma era aperta,
o mia figliola nata in oltremare.

Tuttavia i momenti più alti e com­plessi della poesia pascoliana bisogna ricercarli in quelle liriche in cui il con­trasto fra presente e passato, fra im­pressione diretta e simbolo, fra matu­rità e infanzia si presenta nel modo più consapevole e dà luogo a un sentimento profondo di smarrimento, di turbamen­to e di angoscia. Si tratti del paesaggio fasciato di nebbia che nasconde « le co­se lontane » nello spazio e suscita di­rettamente il desiderio di non vedere neppure le cose lontane nel tempo, « quello ch'è morto »...


Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
un fumo che ancora rampolli su l'alba
da' lampi notturni e da' crolli d'aeree frane!
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'è morto!


IL TURBAMENTO DI FRONTE ALLA VITA

Oppure dal turbamento di fronte al concepimento di una nuova vita, che appare alla sensibilità infantile del poe­ta colmo di mistero e di fascino e sembra estendersi dalla finestra illumi­nata nella notte a tutta la natura circo­stante. Quel turbamento che ispira for­se la lirica più compiuta del Pascoli, “Gelsomino notturno”...

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso ai miei cari,
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari...
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano; s'è spento.
È l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

O si tratti ancora (ne “La mia sera”) della pace che ispira un crepuscolo se­reno dopo una giornata di burrasca e, come in Nebbia, del desiderio di ripo­so, di abbandono di evasione dai pensieri e dal dolore, di addormentarsi co­me quando si era fanciulli...

Don... Don... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era...
sentivo mia madre... poi nulla...
sul far della sera.

Oppure (ne "La tessitrice") del ricordo dell'amore passato, della donna morta che vive ormai solo nel suo cuore...

Mi son seduta sulla panchetta
come una volta... quanti anni fa?
Ella, come una volta, s'è stretta
su la panchetta.

Sono questi, mi sembra, i momenti più autentici della poesia pascoliana, quelli in cui il poeta romagnolo ha conosciuto per tutti noi, e per sempre, qualcosa che appartiene alla nostra co­scienza di uomini moderni.


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GIOVANNI PASCOLI - Vita e opere

CARMINA (Pomponia Grecina) - Giovanni Pascoli
  
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domenica 26 aprile 2009

GIOVANNI PASCOLI - Vita e opere

  
Prima di divenire famoso come "cantore delle piccole cose" era stato fervente internazionalista e del socialismo egli conservò sempre l'amore per gli umili e l'aspirazione a un mondo migliore.

Ad una di quelle riunioni che gli internazionalisti bolognesi organizzavano clandestinamente nella trattoria dell'ex garibaldino Buggini (e a cui spesso partecipavano coi più bizzarri travestimenti per eludere la sbirraglia di Nicotera) una sera d'autunno del 1876 Andrea Costa si presentò accompagnato da un giovane esile, biondo, di bell'aspetto, con due occhi celesti colmi di fanciullesco stupore. Quel giovane era "Zvani", Giovanni Pascoli, che sarebbe divenuto qualche anno più tardi uno dei più dolci poeti della lirica italiana. Ma il futuro autore delle Myricae e dei Canti di Castelvecchio, il compositore degli eruditi carmi latini a cui più volte toccherà l'alloro del concorso di Amsterdam, allora era soltanto uno studente spaesato venuto dalla Romagna con i soldi contati per le tasse e per la pensione, con un vestituccio fuori moda da piccolo borghese di campagna e con un grande bisogno di affetto e di comprensione che lo aiutassero a sperare in una vita diversa dalla sua, misurata sino a quel giorno dai lugubri rintocchi della campana funebre.
Nato l'ultimo giorno di dicembre del 1855, quarto di dieci figli, nella ricca tenuta della Torre che il padre Ruggero amministrava per conto dei principi Torlonia, si allontanò ben presto dalla vecchia casa sulle rive del Rio Salto per seguire i corsi delle scuole medie portando con sè il ricordo della sua infanzia libera e avventurosa, offuscato dalla visione di due sorelline defunte.
Il 10 agosto 1867, mentre trascorreva le vacanze nel collegio degli Scolopi ad Urbino, lo raggiunse improvvisa la notizia dell'uccisione del padre, freddato a tradimento per rivalità d'affari da un sicario sconosciuto, mentre tornava da un mercato con la sua «cavallina storna».
L'anno dopo, altre due tombe si aprivano nel cimitero di San Mauro per accogliere le spoglie della sorella Margherita, la primogenita, e della madre, Caterina Allocatelli, schiantata in breve tempo da tanti dolori.
Rimasto pressocchè privo dì mezzi, terminò alla meglio gli studi liceali tra Urbino, Rimini, Firenze e Cesena, afflitto dal lutto, per un altro fratello rapito frattanto al suo affetto.
Nel '74, con una borsa di studio vinta per concorso, si iscrisse alla facoltà di Lettere dell'Ateneo Bolognese, che Carducci soggiogava con la sua voce fascinosa di maestro e di poeta, e frequentò assiduamente le lezioni fino a quando - nel '76 - la morte non gli strappò l'ultimo fratello, Giacomo, guida e sostegno della famiglia,
Giusto in quei tempi tutta Bologna stava appassionandosi alle vicende degli internazionalisti imolesi, e più d'una volta egli dovette mescolarsi alla folla che faceva ressa nelle aule del Palazzo di Giustizia per cercare un incoraggiamento in quelle parole piene di fiducia nell'avvenire, che Costa lanciava come una sfida verso i giudici. Terminato il processo i due romagnoli si incontrarono e divennero amici. Pascoli aderì poi ufficialmente al movimento internazionalista durante un'assemblea clandestina organizzata nella casa di un popolano bolognese di Porta Mascarella. Non appena Costa riprese le pubblicazioni del Martello chiamò l'amìco nella redazione (allestita nella cucina di un sarto) e fu proprio in uno dei primi numeri di quel settimanale che lo studente di San Mauro, il quale curava abitualmente la rubrica di politica estera, pubblicò una poesia - La morte del ricco - di assai modesto valore artistico, ma che tuttavia ebbe grande popolarità per il suo contenuto aspramente polemico e quel tono melodrammatico, esasperato nel grido dell'ultima quartina...

"Venga 1'esecutor!
Dubbio, t'avanza
fissalo col tuo grande
occhio sbarrato!
Costui d'un'altra vita ha la speranza:
che muoia disperato!

Alla causa dell'Internazionale il giovane poeta si votò con tutto l'amore di cui era capace dedicandovi non soltanto delle mediocri poesie.
Allorchè Costa fu costretto a emigrare per sottrarsi a un ennesimo arresto, lui, pur tanto povero (di quegli anni scriverà: mangiavo solo nel sogno - svegliandomi al primo boccone) offrì all'amico i suoi risparmi sino all'ultimo centesimino. E sarà ancona lui che il 7 luglio del '79 ricostituirà insieme a Lolli e agli ex garibaldini Buggini e Leonessi, la sezione bolognese dell' Internazionale dispersa da una ventata di reazione poliziesca. Quelli erano í tempi in cui Zvani, scrivendo a Rimini all'amico e benefattore Domenico Francolini (marito della Contessa Lettimi e acceso internazionalista) non dimenticava mai di aggiungere in calce alla lettera quello spavaldo "Zoca e manèra" (Ceppo e mannaia) motto degli anarchici romagnoli.
Nel settembre del '79 - durante una manifestazione di protesta dei socialisti bolognesi di fronte alle prigioni ove erano stati rinchiusi altri imolesi per aver protestato contro la condanna di Passanante, l'attentatore di Umberto I - Pascoli fu arrestato e trattenuto in carcere per due mesi nell'attesa del processo. Nella solitudine della cella, la sua mente - troppo scarsamente nutrita di studi politici e, forse incapace di concepire una organica interpretazione dei fenomeni storici - fu travolta da una cupa disperazione, e Pascoli cominciò, a ripiegarsi su se stesso, lasciando che i suoi ideali di ribellione e di giustizia si stemprassero in un generico sogno umanitario e in un utopistico e ambiguo pacifismo sostenuto dalla fede, fin troppo ingenua ed inerme, di poter vincere con la bontà e la rassegnazione tutti i mali del mondo.
La sua crisi interiore, acuita dalla sofferenza e dalla mala sorte, fu la crisi di tutta la classe a cui apparteneva che, dopo aver accettato romanticamente le prime idee progressiste e le prime lotte del lavoro, si lasciò prendere al laccio dal trasformismo assuefacendosi a quelle rinunce che la condussero a intristire nel più squallido e furfantesco politicantismo.

Giovanni e Maria
Uscito dal carcere Zvani abbandonò definitivamente le lotte politiche, col rimpianto di aver perso irrimediabilmente l'amicizia degli uomini che gli erano più cari. Riprese gli studi, ottenne la laurea con la lode e, sempre accompagnato dalla sorella Maria, cominciò il suo vagabondaggio di professore governativo da Matera, a Massa, a Livorno, a Bologna, a Messina, a Pisa e, infine, ancora a Bologna sulla cattedra lasciata vacante dal Carducci e da cui egli tenne lezione sino al giorno della sua morte (6 aprile 1912).
Negli ultimi anni il pensiero di Pascoli subì una costante involuzione in senso decisamente borghese; il poeta che aveva inneggiato all'attentatore di Umberto I, non parve imbarazzato nel rivolgere espressioni di tenero ossequio a Casa Savoia, e salutò in versi le prime imprese dell'Italia in Africa.
Comunque, fra tante incertezze e tante debolezze, quel suo ideale giovanile continuò a levitargli la fantasia, e le sue pagine migliori, insieme a quell'amore per le «piccole cose» celebrato o ironizzato dalla critica, conservano intatto un riflesso del suo sincero affetto per il mondo degli uomini semplici, per la loro fatica e i loro sogni, per tutto ciò che di buono e di vero e di pulito vi è nella vita a cui si accosta con un sentimento privo della smanceria e della stucchevolezza degli ultimi scrittori romantici.
Questo è, appunto, il clima morale delle composizioni esteticamente più pregevoli, di Myricae, dei Canti di Castelvecchio e dei Primi Poemetti che si andrà affievolendo nei Nuovi poemetti e in Odi ed Inni sino a scomparire nei Poemi conviviali e nei Poemi italici, composti con un abilissimo ma artificioso accademismo sempre propenso a scivolare nella fastosa vuotaggine della retorica.
Tuttavia non sarà mai abbastanza apprezzata la silenziosa e pur radicale rivoluzione che questo provinciale ha condotto per sprovincializzare la poesia italiana, per spezzare gli arcadici o aristocratici schemi della letteratura dell'ultimo Ottocento e riportarla veristicamente in contatto con la natura, con sentimenti più umili ma anche più spontanei e sinceri.
Per raggiungere questa «verità» Pascoli riversò nelle sue pagine la lingua umile e dimessa di tutti i giorni, le cadenze del discorso familiare più comune, senza rifiutare neppure le voci del gergo popolaresco e contadino pur di conservare la fresca immediatezza del suo discorso poetico. E pur restando fedele alla tecnica delle rime, di cui conosceva tutti i riposti segreti, usò con tanta spregiudicatezza ritmi impensati e singolari strutture delle strofe, restituì una così originale libertà alla parola, che si è autorizzati a considerare Pascoli come il primo poeta della lirica italiana moderna.
Da lui presero le mosse tute le a scuole » e le mode letterarie che vennero poi, dal crepuscolarismo al futurismo, all'ermetismo al neo-realismo, anzi si può dire che persino i poeti che se ne dichiararono avversi dovettero fare, in un modo o nell'altro, i conti con l'esperienza pascoliana. (Come pensare a Gozzano senza riandare a "La servetta di monte" e a "La Piada", a certo Montale senza riudire gli asciutti nitidissimi accordi di "Lavandare" e di "Novembre", e alla stessa magica avventura della parola dannunziana senza lo scossone dato al dizionario da Zvani?).
Si pensi alle mirabili terzine de Il vischio...

"Non li ricordi più., dunque, i mattini
meravigliosi? Nuvole ai nostri occhi
rosee di peschi, bianche di susini;

...o a quell'Addio alle rondini..., o a quella chiusa di Novembre...

"Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate,
fredda, dei morti....".

... o al ...

"cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene..."

...o all'idillio de "La mia sera", e verrà spontaneo un accostamento ai celebrati poeti dei giorni nostri che hanno attinto a piene mani motivi e movenze da questo filone poetico.
Purtroppo il ricordo quasi ossessionante della tragedia familiare si sovrappone costantemente all'onda dolcissima dei suoi versi intorpidendoli con un cupo pessimismo, né il poeta riuscì quasi mai a sottrarsi alla suggestione di quella "Voce" che lo faceva ricadere in se stesso in un fondo malinconico e limaccioso senza via d'uscita e senza speranza. Ne "Il Mendico" confessa tristemente...

"Ho errato seguendo le foglie
che il vento sospinge per gioco,
sostando non più che alle soglie,
per poco
tra l'ira dei cani...
Non vidi che nero, non ebbi
che fiele, ma grato non sono:
ti lodo per ciò che non ebbi;
che non abbandono".

E' il tema della rinunzia su cui tornerà ne "L'ora di Barga"...

"Lascia che guardi dentro il mio cuore
lascia che viva nel mio passato,
se c'è sul bronco sempre quel fiore,
io trovi un bacio che non ho dato!
Nel mio cantuccio d'ombra romita
lascia ch'io pianga sulla mia vita".

Quel bacio diede mai, che mai egli ebbe il conforto stimolante di un amore di donna.
Ma il suo amore per l'umanità, seppur confuso nelle contraddizioni di un cervello più disposto alle intuizioni che al raziocinio, e d un cuore più sensibile alle tenerezze degli abbandoni che ai richiami della lotta, il suo amore per l'umanità - dicevo - non lo abbandonò un istante. E precisando che la sua poetica (già delineata nella teoria del Fanciullino che vive in ogni artista per rivelargli l'anima delle cose) scriveva...

"Così il poeta vero,senza farlo apposta... è come si dice oggi socialista, o come si avrebbe a dire, umano... Così la poesia non ad altro intonata che a poesia, è quel che la migliora e rigenera l'umanità...".

Una lezione, anche questa, che il ribelle sognatore degli anni andati - a cui non era bastato l'animo per resistere alle insidie e alle debolezze del suo tempo - ha lasciato in eredità come un messaggio ai veri poeti, agli uomini di cultura che sarebbero venuti dopo di lui.


PERCHÉ NOSTRA?

Sono queste le famose parole con cui Pascoli ricordò le persecuzioni sferrate dalla reazione contro gli internazionalisti, che venivano arrestati e condannati per associazione di malfattori
« Roma era da poco nostra. Nostra perché? Per che se non per bandire al mondo la parola della giustizia e della libertà? E si cominciava così col dichiarar sospetto di malfare o addirittura malfattori quelli che a Roma risorta chiedevano le tavole della nuova legge, la luce dei nuovi diritti da insegnare ai popoli? ».


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GIOVANNI PASCOLI: la poesia del "fanciullino"

CARMINA (Pomponia Grecina) - Giovanni Pascoli
 
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