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sabato 31 agosto 2013

LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA - Il neorealismo (Italian literature of the post-war period - Neorealism)

Foto di Giulia Rossi Ferrini 

Se si guarda bene il panorama del
la letteratura italiana durante il ventennio fascista si vedrà che esso presenta, in tutti i suoi aspetti, un volto ambiguo, o, se si preferisce, ambivalente nei confronti del regime. Un'arte fascista voleva il movimento di Strapaesema nello stesso tempo con il richiamo alla nostra tradizione plebea e alle squadre d'azione, contraddiceva il programma mussoliniano di assorbire i quadri della vecchia classe dirigente borghese e l'ambizione del regime di conquistare una propria egemonia anche culturale. Un'arte fascista proclamava di volere il movimento di 900ma nello stesso tempo, con il suo cosmopolitismo contraddiceva l'esigenza del regime fascista di richiamarsi alla tradizione italiana, di esaltare un primato italiano, di seguire una politica autarchica anche nel campo letterario.

L'autonomia del fenomeno artistico veniva affermata, invece, dagli scrittori della prosa d'arte e, in questo senso, essi opponevano una linea di resistenza al tentativo del fascismo di asservire la letteratura ai propri fini propagandistici. Ma, d'altra parte, il rifugio nella bella pagina e la fuga dalla realtà, poteva far comodo a un regime che proprio sulla deformazione della realtà fondava gran parte del suo potere. 

Voglio dire che in tutte queste manifestazioni letterarie - sia pure in misura diversa a seconda dei casi - s'intrecciano elementi di appoggio o di fiancheggiamento del regime fascista a elementi di opposizione. Tanto che la politica culturale nel fascismo ondeggiò spesso fra i due poli della richiesta di un'arte fascista (che esaltasse le imprese del regime) e del favoreggiamento di un'arte pura, che per  lo meno non desse fastidio al regime. 
Dopo il 1928, invece (quando, cioè, crollarono definitivamente i miti, le illusioni e gli equivoci che avevano accompagnato il sorgere e l'affermarsi del fascismo e che avevano potuto ingannare o rendere perplessi gruppi notevoli di intellettuali), cominciò a manifestarsi e ad affermarsi una letteratura chiaramente d'opposizione e di orientamento realistico.

Questa letteratura faceva propri gli aspetti più positivi della prosa d'arte (e molti di quegli scrittori faranno le loro prime prove proprio in Solaria), si richiamava alle grandi esperienze europee in polemica con la cultura ufficiale, cercava i suoi modelli italiani in Verga e in Svevo, scopriva nella letteratura americana un grande esempio di arte realistica e democratica, ma, soprattutto, s'impegnava a conoscere e a rappresentare la realtà italiana nelle sue più stridenti contraddizioni.

Vengono subito alla mente i nomi di Corrado Alvaro, Carlo Bernari, Alberto Moravia, Elio Vittorini, Cesare Pavese i quali, proprio nell'ultimo decennio della dittatura fascista, prepararono il terreno per I'esplosione neorealistica che verrà prodotta dalla seconda guerra mondiale e dalla lotta di liberazione. E' appunto il dramma degli anni 1941-45 che sconvolge fino alle radici la società e insieme la cultura italiana: il movimento artistico che cerca di riflettere tale nuova situazione storica viene definito neorealismo.
 Il neorealismo si nutrì, innanzitutto di un nuovo modo di guardare il mondo, di una morale e di una ideologia nuove che erano proprie della rivoluzione antifascista. In esse vi era la consapevolezza del fallimento della vecchia classe dirigente e del posto che, per la prima volta nella nostra storia, si erano conquistate sulla scena della società civile le masse popolari. Vi era I'esigenza della scoperto dell'Italia reale, nella sua arretratezza, nella sua miseria, nelle sue assurde contraddizioni e insieme una fiducia schietta e rivoluzionaria nelle nostre possibilità di rinnovamento e nel progresso dell'intera umanità. Il tono poteva variare dall'epico al narrativo o aI lirico, ma la posizione ideale rimaneva la stessa. 
E' evidente che un movimento di questo tipo si presentava
come un autentico movimento di avanguardia, rispetto ad altre cosiddette avanguardie che avevano proposto riforme soltanto formali, che non rompevano il cerchio della cultura della classe dominante, e che, qualche volta, compivano rivoluzioni canonizzate nell'Accademia d'Italia. Autentica avanguardia, perchè tendeva a riflettere i punti di vista, le esigenze, le denunce, la morale di un movimento rivoluzionario reale e non soltanto culturale. 
E dell'avanguardia il neorealismo ebbe il piglio aggressivo e polemico, la volontà di caratterizzarsi e di distinguersi nettamente dalla cultura tradizionale, accademica, arretrata, staccata dalla realtà..
Si presentò così come arte impegnata contro I'arte che tendeva ad eludere i problemi reali del nostro Paese; contrappose polemicamente nuovi contenuti (partigiani, operai, scioperi, bombardamenti, fucilazioni, occupazione di terre, baraccati, sciuscià), all'arte della pura forma e della morbida memoria (ma non fece mai, almeno nei migliori, di questi contenuti una precettistica); cercò un mutamento radicale delle forme espressive che sottolineasse la rottura con l'arte precedente e potesse esprimere più adeguatamente i nuovi sentimenti; si pose il problema di una tradizione di arte autenticamente realistica e rivoluzionaria a cui riferirsi, scavalcando le esperienze decadenti dell'arte moderna. 
Naturalmente un simile processo avvenne in modi e in tempi diversi a seconda del carattere specifico delle varie arti. E in letteratura (al contrario che nel cinema) avvenne con una certa difficoltà e in modo sempre incerto e caotico.
Si cominciò col documento nella ricerca di un massimo di concretezza e di oggettività. Basterà ricordare quelli pubblicati nelle prime annate della rivista Società curati da Bilenchi, oppure le opere più notevoli che, nei limiti del documento, si ebbero in quegli anni, da 16 Ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti a Campo degli ufficiali di Giampiero Carocci, al Sergente nella neve di Rigoni-Stern e, soprattutto, a Se questo è un uomo di Primo Levi.

Tentò l'esperienza narrativo-saggistica, il cui esempio più cospicuo fu dato dal Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi; cercò di trasformare la memoria autobiografica in memoria storica e si ebbero le Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini. 
Ma si orientò soprattutto verso la cronaca come la forma narrativa che le garantisce il massimo di presa sulla realtà o di immunizzazione da ogni tentazione lirica. Per il linguaggio la strada era obbligata: bisognava innestare i dialetti nella lingua tradizionale. Bisognava però farlo accompagnando o anticipando il processo di formazione di una comunità linguistica che si era iniziato con la caduta del fascismo e corrispondeva sul piano della lingua alla rottura dei limiti regionali e corporativi, alla conquista da parte di grandi masse di una coscienza nazionale, all'affermarsi nella società civile delle classi popolari. 
Vanno comunque ricordati, accanto agli scrittori già citati, Francesco Jovine, Vasco Patolini, Italo Calvino, Domenico Rea, Mario Tobino per limitarmi solo ad alcuni nomi.

La debolezza ideologica del neorealismo si manifestò quando esso non venne più sorretto dall'ondata ascendente della rivoluzione democratica italiana. La crisi del movimento, iniziatasi grosso modo nel 1950 in coincidenza con la restaurazione capitalistica del nostro Paese, ha come aspetti più appariscenti la perdita della capacità espansiva, la riduzione della carica combattiva, la minore fiducia nella realtà, un certo ripiegamento su toni più intimi e smorzati. Esso, cioè, presenta alla sua base la restaurazione ideologica della sfiducia, dello scetticismo, dell'intimismo, del lirismo.
In effetti il neorealismo aveva troppo puntato su una presa diretta sulla realtà italiana e troppo aveva trascurato quegli approfondimenti storici, economici, sociologici ed ideologici con i quali doveva nutrirsi una nuova letteratura, aveva troppo presunto di poter arrivare a una conoscenza letteraria del nostro mondo e ci aveva offerto una sorte di Sturm und Drang mentre avevamo bisogno dei lumi dell'Enciclopedia
Comunque la crisi del neorealismo favorisce da una parte il risorgere di una letteratura intimistica e lirica la quale proprio nella simiglianza con la letteratura tradizionale deve cercare le ragioni prime del suo successo: e basterà pensare a Cassola, Bassani e Tomasi di Lampedusa; dall'altra spinge la nuova generazione di scrittori alla ricerca di nuove strade, non sempre chiare nel loro tracciato, che tuttavia hanno approdato in taluni, casi a risultati di grande interesse. 
Sperimentale si potrebbe definire tutta I'area di questa letteratura (anche se a tale definizione da molte parti si vuol dare una portata assai più ristretta) che va dalle esperienze di linguaggio e dalla scoperta del sottoproletariato di Pier Paolo Pasolini alle posizioni neoavanguardistiche del gruppo 63dalla ricerca di una letteratura della ragione, a ispirazione illuministica, di Leonardo Sciascia a quella non meno interessante di un gruppo di scrittori meridionali (Prisco, Incoronato, Pomilio) e alle più recenti, felici prove di Volponi. 

Un posto a parte spetta a Carlo Emilio Gadda, uno scrittore già maturo prima della seconda guerra mondiale, ma che nel dopoguerra ha raggiunto la piena affermazione tanto da costituire con Joyce il punto di riferimento quasi d'obbligo della giovane letteratura. 
La cosa che più colpisce nella prosa di Gadda è il momento linguistico, e stilistico, la ricerca, cioè, di un nuovo linguaggio narrativo che investe il lessico più che la sintassi ed utilizza come elementi fondamentali il dialetto, il linguaggio tecnico e, sia pure in misura minore, il richiamo dotto (il latino o altre lingue straniere, la figura etimologica ecc.). 
Va detto subito che all'origine di tale ricerca di linguaggio, non c'è una preoccupazione formalistica, ma un'esigenza profonda di verità, un bisogno di realtà. 
Gadda (e con lui, almeno all'inizio, tutti coloro che lo hanno seguito o fiancheggiato) parte dalle parole per raggiungere le cose e sente I'esigenza di frantumare il linguaggio letterario tradizionale proprio perchè trova quel linguaggio generico e retorico e desiderava mezzi espressivi che gli permettano davvero di conoscere la realtà. Il furore con cui Gadda aggredisce la lingua letteraria tradizionale e la lingua convenzionale della piccola-borghesia è animato da un desiderio irresistibile di raggiungere la realtà. Per questo lo affascina il modo di scrivere dei tecnici (notai, ingegneri, avvocati, spedizionieri, direttori di banca): perchè "ciascuno manovra nel suo campo feroce e diritto e, ciò che importa, secondo un'idea: e riesce come vuole l'idea: e non è, il girovagare prolisso dello pseudo-scrittore che par I'onda lunga di cert'uggia oceanica; uggia dell'infinito, dell'informe". 
Proprio, dunque, attraverso la ricerca di un linguaggio che stabilisca una presa diretta sulle cose, Gadda può compiere quel processo di demistificazione dei costumi piccolo borghesi e dei miti retorici del fascismo, e, nello stesso tempo, quel processo di enucleazione di sentimenti autentici dal velo di pudore che sempre li accompagna, che caratterizzano la spietata ironia e la coperta commozione di molte sue pagine indimenticabili.


VEDI ANCHE . . .

LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA

FRANCESCO JOVINE

Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi

Cronache di poveri amanti - Vasco Pratolini

Se questo è un uomo - Pimo Levi

LE COSMICOMICHE - Italo Calvino

LA LUNA E I FALO' - Cesare Pavese

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana - Carlo Emilio Gadda

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Versione Sauvage)

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Versione Gramigna)

Accattone - Pier Paolo Pasolini



lunedì 8 aprile 2013

PAESI TUOI - Cesare Pavese


PAESI TUOI

Cesare Pavese - 1908- 1950

Prima edizione - 1941 Einaudi (Torino)

Riconoscimenti - Istituzione del Premio letterario Cesare Pavese, 1984

Paesi tuoi, è un romanzo dalla trama intensamente abitata dalla natura, il caldo opprimente interrotto da violenti temporali e le giornate di sole accecante sono seguite da notti sinistre.

 Sulle colline bruciate dalla calura estiva della ricca campagna dell'Italia settentrionale si può percepire la sensazione diffusa che il paese sia una realtà naturale, solida ed eterna in un mondo mutevole segnato da pericolo, passione e morte.

 La storia di Pavese inizia subito dopo la liberazione di Talino e Berto da un carcere dove erano rinchiusi.

 Talino convince Berto ad accompagnarlo alla sua fattoria a Monticello per aiutarlo nella manutenzione dei mezzi agricoli. Lì Berto trova un mondo estraneo alla sua Torino, un luogo dove la moralità è confusa e nulla è come appare.

 L'intreccio si dipana tra mezze verità e ipocrisie, storie interrotte o mai cominciate che Berto l'outsider, riesce a malapena a comprendere.

 La numerosa famiglia di Talino è povera e abbruttita, ma Berto è attirato da Gisella, una delle quattro sorelle dell'amico. I due hanno una breve relazione, ma quando Berto comincia a interrogarsi sullo strano rapporto tra Gisella e il suo amico Talino, la tragedia si abbatte improvvisa e brutale sulla fattoria....


Cesare Pavese
  
Pur aderendo ai circoli antifascisti, Pavese fu sempre indeciso tra il desiderio di combattere e l'incapacità di farlo.

 I suoi lavori esprimono questo conflitto interiore e riflettono anche i contrasti ideologici dell'Italia dell'epoca.

 Celebrato oggi come un'esemplare opera neorealistica, questo libro, appena pubblicato, suscitò varie e contrastanti opinioni, chi lo trovava entusiasmante e chi lo riteneva scandaloso perché osava toccare argomenti, tra i quali l'inceso e la violenza fisica e verbale, fino a quel momento considerati tabù.

Sicuramente fu il libro che decretò la nascita di un grande scrittore.
Un romanzo brutale e violento raccontato con linguaggio immediato

domenica 27 gennaio 2008

LA LUNA E I FALO' - Cesare Pavese


LA TRAMA

E' tornato, ma in paese non c'è più nessuno di quelli di un tempo.Virginia e Padrino, ai quali egli può dire grazie se è cresciuto in quel paese e non in un altro, sono morti da molti anni.
L'avevano allevato insieme con i loro figli, ma non sapevano chi fosse il piccolo per il quale ricevevano ogni mese cinque lire dal brefotrofio di Alessandria.
In quegli anni qualche compagno di scuola dispettoso o maligno lo chiamava "bastardo"…, ed egli rispondeva per le rime perché per lui quella era una parola come vigliacco o vagabondo. Neppure lo sfiorava il pensiero di non essere nato lì, in Gaminella, tra quelle colline e quei grandi prati che si arrampicano verso le cime.
La campagna, le vigne, le cascine sparse, l'acqua del Belbo erano stati tutto il suo mondo e mai, da ragazzo, si era chiesto se poteva essercene uno diverso. Ora che di mondo ne ha visto tanto, ha voluto tornare. Alloggia all'Albergo dell'Angelo, sulla piazza grande del paese…, tutti sanno che ha fatto fortuna…, gli offrono i loro poderi da comprare e le figlie per spose.
Non lo chiamano più bastardo o Anguilla, come quando serviva alla fattoria della Mora…, lo chiamano l'Americano e stentano a riconoscere in lui il ragazzetto scalzo d'un tempo. Tutto è cambiato…, anche Nuto, il falegname del Salto, suo maestro e modello, l'allegro complice delle prime scappate, s'è fatto un uomo maturo…, ha abbandonato il clarino, con cui per dieci anni allietava le feste dei dintorni, s'è sposato e ha continuato il mestiere del padre, in quella sua casa che ha sempre un odore di gerani e di trucioli.
E' lì che l'Americano torna più volentieri, a parlare con Nuto, a ricercare insieme con lui il tempo perduto dell'infanzia e della giovinezza.
Più spesso il discorso torna alla famiglia del signor Matteo, il ricco proprietario della Mora. Di loro non c'è più nessuno…, tutti finiti, trascinati da un oscuro destino di rovina e di morte.
Com'era grande e bella la Mora, col suo enorme cortile vicino allo stradone e quel giardino pieno di fiori, che Irene e Silvia, le figlie grandi del signor Matteo, coglievano ogni mattina. In mezzo a quei fiori splendeva la testa bionda della più piccola, Santa, bellissima ma bizzosa da far ammattire tutti quanti.
Irene, la maggiore, era tutta bionda e bianca e a lei, così dolce e fragile, non si poteva pensare come un ragazzo, le prime volte, pensa a una donna.
A Silvia, invece, si poteva pensare anche in quel modo. Anguilla non era allora che un servitorello della Mora, ma poteva guardare Silvia e ripensarla poi in solitudine, rivedersela davanti, coi capelli che le scendevano sugli occhi, tutta rossa e accaldata durante la vendemmia.
Quando Silvia morì, furono recisi tutti i fiori del giardino per il suo funerale e in quel mese di giugno di fiori ce n'erano tanti. Non molto tempo dopo, i maltrattamenti e la vita stentata uccisero anche Irene, sposata controvoglia a un giovane che se l'era presa soltanto per la dote.
E Santa ? Quando Anguilla serviva alla Mora, Santa era una bambina…, ma poi… Nuto, mentre parla di Santa, sembra sfuggire con gli occhi tristi un ricordo che si ostina a tornare.
"Tu Santa a venti anni non l'hai vista. Era più bella di Irene, aveva gli occhi come il cuore del papavero…" - Nuto sa com'è morta Santa, l'ha vista morire. Aveva fatto la spia per i fascisti e i partigiani l'avevano condannata a morte…, una scarica di mitra che non finiva più. Poi l'avevano coperta di sterpi, inondata di benzina e lasciata bruciare, finché non era rimasto altro che cenere… come i falò il giorno di San Giovanni. Non si poteva risparmiarla…, troppi ragazzi erano morti per causa sua. Morta Santa, alla Mora non c'era rimasto più nessuno di quelli d'un tempo.
Lui ora è tornato, è ricco…, ma di tanta gente che era stata viva, che aveva goduto e sofferto, non restano che lui e Nuto…, e anche Nuto non è più quello di un tempo… è un uomo ormai, col suo fardello di esperienze amare. Quante volte, in America, aveva fantasticato di tornare, di ripercorrere quello stradone, di suonare a quel cancello e farsi riconoscere…, la voglia di tornare lo faceva star male, ma ora sa che non ne valeva la pena...
Quelli che avrebbero dovuto riconoscerlo, guardarlo stupiti, fargli festa, non ci sono più. Sono tutti morti. E' come arrivare in una vigna dopo la vendemmia, quando tutti ormai se ne sono andati e i canti e le risa non risuonano più. La misera casa di Gaminella, dove era vissuto bambino, con Padrino, Virginia e le loro figlie, ora è abitata dalla famiglia del Valino, che è forse ancora più povera di quanto loro fossero mai stati. Nella casa vi è anche un ragazzetto di nome Cinto, scalzo e sbrindellato com'era lui, ma più infelice, perché sciancato e rachitico, terrorizzato dal padre, quel Valino, sempre rabbioso per la stanchezza e la miseria. L'Americano trascorre con Cinto molte ore, ama parlare con lui, intuirne i pensieri. In Cinto riconosce se stesso com'era un tempo…, gli stessi desideri inespressi, gli stessi dolori, la stessa fame, naturale come l'aria.
Una notte il padre di Cinto. Improvvisamente impazzito, uccide le donne della famiglia, dà fuoco alla casa e s'impicca. Cinto sfugge per miracolo alla carneficina e si trova da un'ora all'altra solo al mondo. Lo accoglie Nuto nella sua casa, dove Cinto potrà anche imparare un mestiere…, anche Anguilla, tanti anni prima, era entrato alla Mora e aveva incominciato ad imparare il mestiere di vivere.
Trovato il rifugio a Cinto e promesso il suo aiuto per il futuro, l'Americano sente che non gli resta più nulla da fare al suo paese. Non può rimettervi radici. Questo non è il "suo paese"…, appartiene ad Anguilla, a quei suoi sogni lontani. E' il paese di Cinto, di Nuto, che non ha mai abbandonato la sua casa del Salto. Ritornerà a Genova, ripasserà il mare chissà quante volte ancora. Ogni tanto di nuovo qui, a parlare con Nuto, a cercare se stesso e l'infanzia perduta, tra le vigne e l'acqua del Bembo.


UNA PAGINA - Capitolo XXVI

..." Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io, non sapevo bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano. Magari c'è una casa, delle ragazze, dei vecchi, una bambina - e un Nuto, un Canelli, una stazione, c'è uno come me che vuole andarsene via a far fortuna - e nell'estate battono il grano, vendemmiano, nell'inverno vanno a caccia, c'è un terrazzo - tutto succede come a noi. Dev'essere per forza così. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, danno grano all'ammasso, le ragazze fumano - eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte della guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, prima ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d'erbe secche e che la gente ricominci. In America si faceva così - quando eri stufo di una cosa, di un lavoro, di un posto, cambiavi. Laggiù perfino dei paesi intieri con l'osteria, il municipio e i negozi adesso sono vuoti, come un camposanto."


COMMENTO ALLA PAGINA

Per me questa è una bellissima pagina, così accorata, scritta quasi con un nodo alla gola. La forma è sobria, il linguaggio volutamente dimesso, perché nel romanzo scritto in prima persona, è il protagonista che parla, usando le parole semplici, familiari a lui e alla gente del suo paese. Qua e là compare il gergo dialettale (…"quella vita di noialtri"…, "andare in festa"…), che Cesare Pavese usa sempre volentieri, anche negli altri suoi racconti…, ma non disturba affatto, perché rende il discorso più vivo, immediato e sincero. L'interesse dello scrittore sembra rivolgersi più al modo di raccontare che ai fatti narrati. Con quel suo stile scattante nelle frasi brevi ed espressive, coordinate fra loro senza ricercatezza, egli svolge il suo pensiero e ci offre una visione della realtà tutta intima e particolare.
La sua prosa ha spesso la cadenza di un ritmo ripetuto fin quasi all'ossessione, ed è proprio con questo mezzo che egli riesce a comunicarci la sua profonda angoscia e la sua esasperata ansia di chiarezza e di verità.


VALORE DELL'OPERA

La maggior parte dei temi cari a Pavese li troviamo in questo romanzo "La luna e i falò", l'opera della sua maturità artistica e certamente quella più riuscita.
E' questo il suo testamento spirituale, il risultato e la sintesi di tutte le sue passate esperienze, ma anche il suo libro più ricco di poesia.
Il personaggio simbolico è colui che è stato strappato dal suo paese d'origine, lo sradicato, l'emigrato trasportato violentemente lontano dai luoghi natii. Prevale così il ricordo nostalgico dell'infanzia, tempo mitico in cui l'uomo forma la sua personalità e da cui rimane profondamente influenzato. L'impossibilità di recuperare quel mondo, anche tornandoci, segna l'individuo, che ormai si sente privato di una collocazione autentica. Il bastardo Anguilla è l'esempio più significativo dello sradicato, nel quale Pavese narra se stesso e racconta il dramma del suo vivere…, ha disertato i suoi campi, le colline dell'infanzia e dell'adolescenza, ed è espatriato verso luoghi remoti, nell'America favolosa, dove a furia di lavoro ha realizzato una fortuna, impossibile al suo paese…, ha cercato lontano nuovi orizzonti di realtà, senza però mai recidere gli intimi legami con la realtà della memoria e del cuore…, e ora, più solo che mai, cedendo al richiamo nostalgico della terra, torna al suo paese in cerca dell'infanzia perduta e delle radici simboliche del suo destino. Quasi ogni pagina, nel commosso ritratto della vita semplice, rivela l'amore di Pavese per la propria terra, la Langa piemontese. Un magico mondo, in cui tutte le favole avevano la possibilità di nascere e diventare credibili…, terra "d'infanzia, di falò, di scappate, di giochi". Entro quei confini è circoscritto il mondo delle cose che "non passano mai", perché ciò che "sapevamo fin da bambini" rimarrà per sempre vero, anche quando, coi capelli bianchi, non sapremo più ritrovare nella nostra memoria i tanti avvenimenti trascorsi.
Questo è un tema che ricorre spesso nelle opere di Cesare Pavese, il quale, nel tempo e nei luoghi che videro la sua infanzia, cerca di scoprire le radici di tutta la sua vita. Al suo ritorno il paesaggio è immutato e sembra a Pavese lo specchio di una società senza avvenire…, ma mutato è lui, maturo di esperienza e d'anni, mutato è il corso dei destini individuali, nel crogiuolo della guerra civile. Quanti volti scomparsi, miti distrutti…, è passata la guerra e ha lasciato i suoi morti…, sono scomparse le belle sorelle della Mora, illuse e deluse nelle loro passioni disordinate e nelle loro ambizioni, inquiete, ardenti, travolte dal loro destino. Solo Nuto rimane al suo posto, sulla sua terra, con l'esile speranza di poter cambiare qualcosa…, il protagonista invece diserterà ancora, tornerà a cercare lontano, in solitudine, un "avvenire". Un presagio della tragica diserzione di Pavese, che sente il suo passato oramai anch'èsso bruciato per sempre, come in un grande falò.
Tutti i personaggi di Pavese conoscono una profonda solitudine spirituale che li rende estranei alla società in cui vivono…, dietro di loro c'è lo scrittore, con la sua amarezza, i suoi dubbi, la sua ricerca ansiosa di verità. Anche le figure femminili che incontriamo nel romanzo "La luna e i falò" hanno la caratteristica in comune con le altre donne dei romanzi di Pavese…, di loro si può sognare, si può sperare di averle, ma non le si ottiene mai veramente. Pavese non ha potuto credere nell'amore, perché ogni donna l'ha deluso e ferito nel profondo dell'animo…, e i personaggi dei suoi romanzi ripropongono l'angoscia di questo fallimento e di questa delusione.
"La luna e i falò" ci trasporta verso un finale sempre in crescendo, con una narrazione di tale liricità da stupire in profondo, per fermezza, rigore, ed insieme capacità di languore e d'abbandono.
In questo romanzo si sposano felicemente realismo e simbolismo, che si fondono in un perfetto equilibrio che esalta la filosofia "pavesiana" e rende il libro uno dei capolavori della letteratura italiana del dopoguerra.


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BREVE BIOGRAFIA DI CESARE PAVESE

Era il 27 agosto 1950 quando Cesare Pavese, nella stanza di un albergo di Torino, si tolse la vita. Sul tavolino accanto al letto trovano il suo libro "Dialoghi con Leucò", l'opera che egli forse amò sopra le tutte…, sulla prima pagina, ha scritto di suo pugno……"Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi."
.Il giorno dopo i giornali stampano con la notizia il suo ritratto…, un volto lungo e ossuto, lo sguardo assorto e lontano dietro le lenti spesse. Ci si chiede angosciati perché l'ha fatto. Due mesi prima aveva ricevuto il Premio Strega, battendo autorevoli concorrenti…, aveva ottenuto anche l'agiatezza.
Era crudelmente deluso in amore, ma nulla del suo atteggiamento esteriore lasciava supporre una decisione così disperata. La spiegazione la troveremo percorrendo passo passo le tappe della sua breve vita, intellettualmente troppo intensa e spiritualmente troppo travagliata.
E' nato a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe piemontesi , il 9 settembre 1908. Poiché la famiglia risiede a Torino, Santo Stefano è solo il paese delle vacanze. A Torino compie gli studi, con ottimi risultati. Rimane solo nel 1931, l'anno della sua laurea in lettere. Vive con la famiglia della sorella Maria, ma è come se vivesse solo, sempre di poche parole, di scarsa confidenza, chiuso in se stesso. Non può insegnare nelle scuole di Stato perché non aveva accettato la tessera fascista…, ripiega allora sull'insegnamento privato e le scuole serali.
Nel maggio del 1935 Pavese viene arrestato perché gravitante intorno alla rivista "Cultura" considerata antifascista e viene condannato dal tribunale politico a tre anni di confino a Brancaleone Calabro, (l'editore Giulio Einaudi sarà prosciolto in istruttoria). Graziato dopo un anno, fa ritorno a Torino, e apprende d'aver perduto la donna che ama, sposatasi con un altro durante la sua lontananza. E' un colpo troppo forte, da cui lo scrittore non si riavrà mai più.Poiché vuole "valere alla penna", si dedicherà allo scrivere con l'impegno totale di tutte le sue forze. Riuscirà a diventare un "grosso nome", ma questo non varrà a salvargli la vita.


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ALCUNE OPERE

LAVORARE STANCA - E' una raccolta di poesie e contiene tutti i temi che via via appassioneranno lo scrittore. In quest'opera sono rappresentate non soltanto le tradizioni paesane e l'infanzia cercata nelle vecchie storie di famiglia, ma anche Torino con le sue colline e le lunghe ore incantate trascorse sul Po, il mondo operaio della periferia, la solitudine spirituale di chi è incapace di comunicare con gli altri e si sente tra la gente come "una foglia battuta".
In questa sua opera sono inserite anche tre poesie ispirate a Fernanda Pivano, che era stata allieva di Pavese al D'Azeglio, che in seguito se ne innamora, e riconosce che "per la seconda volta nella sua vita si è cacciato in una prigione…"

FERIA D' AGOSTO - E' il titolo di un volume di racconti in cui Cesare Pavese, toccando con nostalgia il fondo dei suoi racconti d'infanzia, interpreta mirabilmente il mondo umano e naturale della collina piemontese a lui tanto cara.

IL COMPAGNO - E' il romanzo della vita cittadina e della vocazione politica…, l'autore, pur non indugiando in descrizioni, ci dà una schietta immagine della sua Torino, di cui con rapidi scorci ricrea la particolare atmosfera. Al centro del racconto è la figura di Pablo, il giovanotto spensierato che a poco a poco si renderà conto della sua responsabilità di uomo e di cittadino.

TRA DONNE SOLE - E' un romanzo breve, facente parte de "La bella estate" (Premio Strega 1950) insieme al racconto omonimo e con "Il diavolo sulle colline". Fra le altre figure femminili felicemente tratteggiate dalle mani dello scrittore, spicca quello della giovane Rosetta, la ragazza dal tragico destino. Il regista Michelangelo Antonioni trasse da "Tra le donne sole" il film "Le amiche".

IL MESTIERE DI VIVERE - E' il diario di Pavese, pubblicato dopo la sua morte. Egli stesso aveva dato questo titolo alle pagine a cui da molti anni confidava i propri dubbi, le lotte intime con se stesso. Sono pagine sincere, talvolta spietate, in cui è manifestata la sua solitudine spirituale.


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<> Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti <>

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LUNA E I FALO' fa parte della collana - CESARE PAVESE - Romanzi e Racconti1997 - Edizione Euroclub - Mondolibri S.p.A.
Su licenza di Giulio Einaudi Editore - Torino
Edizione a cura di Lorenzo Mondo


Piano dell'opera

- VOLUME PRIMO - Il carcere - Paesi tuoi - La bella estate
- VOLUME SECONDO - La spiaggia - Il compagno - La casa in collina
- VOLUME TERZO - Il diavolo sulle colline - Tra donne sole - La luna e i falò
- VOLUME QUARTO - Notte di festa (Racconti)
- VOLUME QUINTO - Feria d'agosto (Racconti)


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