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lunedì 25 novembre 2013

IL PETRARCA LATINO (Petrarch Latin)


L'ERUDITO E IL FILOSOFO

Il Petrarca è considerato come un precursore di quegli umanisti del Quattrocento, per cui la letteratura antica fu un culto. Nei suoi viaggi, egli scoprì parecchi libri gloriosi e dimenticati: come il De Gloria di Cicerone, che andò poi nuovamente smarrito, le Lettere di Cicerone ad Atticole commedie di Terenzio. 
Il Petrarca, però, non partecipa ancora dello spirito critico degli umanisti, né fu un pensatore nuovo, ma piuttosto un erudito, che amò di ostentare, troppo talvolta, la sua dottrina.

La storia antica lo sedusse particolarmente: e accompagnata da riflessioni o illuminata da intenti morali, come era l'uso dei tempi. Tentò una specie di storia universale, per biografie, dal titolo De viris illustribus (Degli uomini illustri), che da Romolo doveva arrivare sino a Tito; ma si fermò a Cesare. 
Un'altra opera intitolata Rerum memorandum libri (Delle cose memorabili), anch'essa incompleta, è una raccolta di esempi desunti non solo dalla storia romana, ma dalla contemporanea: miranti a dimostrare il potere della Fortuna nelle cose umane, ad ammonire gli uomini alla indifferenza di fronte ad essa.

Da questi scritti storico-morali non è difficile il passaggio agli scritti di filosofia pratica: che non sono pochi. Basterà sapere quelli principali. 
Il  trattato De vita solitaria è tutto una esaltazione della solitudine, necessaria per la vita contemplativa non meno degli uomini religiosi (quali Mosè e Geremia e San Silvestro e Sant'Ambrogio e Sant'Agostino, e quel papa Celestino V, che Dante pose tra i codardi) come dei filosofi e pensatori, quali i gimnosofisti indiani, Anassagora, e i due autori antichi prediletti dal Petrarca, Cicerone e Seneca.

I dialoghi De remediis utriusque fortunae (Dei rimedi dell'una e dell'altra sorte) mirano a dimostrare che l'uomo saggio trova un freno alla gioia, e un conforto nei dolori, purché pensi che ogni gioia reca in sé il suo dolore, che ogni dolore reca in sé la sua gioia. 
Ti sorride la gloria? Pensa agli invidiosi, che la gloria ti suscita contro. 
Hai perduto un figlio? Pensa quante possibili noie sono scomparse con esso. 
La povera saggezza, che qui il filosofo predica, non sarebbe, in verità, che la più antiumana apatia. 
Più importanti i dialoghi De contemptu mundi. (Del disprezzo del mondo), che si immagina abbiano luogo tra il Petrarca e quel Sant'Agostino, che provò, pacificandoli finalmente nella fede, i travagli di spirito, che ben conobbe il poeta. 
Ai dialoghi assiste la Verità; ma non parla. Il Santo legge nel cuore dell'uomo, e lo accusa via via di orgoglio, di avarizia, di troppo amare la donna e la gloria. L'uomo si difende, e, quanto all'amore, insiste che per esso egli si sente innalzato a Dio. 
Ma chi dei due, se l'uomo o il Santo, abbia ragione, non appare chiaro; e il libretto resta testimonio di uno stato d.'animo penoso di incertezza e di perplessità. Perciò esso ebbe anche il titolo di De secreto confictu curarum mearum (Dell'intima battaglia dei miei pensieri) e di Secretum, essendo come una confessione del poeta, più a se stesso, che agli altri.
Certo Sant'Agostino non aveva torto di rimproverare l'uomo per la sua vanagloria. 
Con tutta la sua filosofia, il Petrarca non sopportava nessuna offesa al suo amor proprio. Per questo non mancano cli lui vivaci ed aggressivi scritti polemici. 
Lanciò una Invectiva in medicum (Contro un medico), in ben quattro libri; nei medici egli vedeva degli empirici e dei ciarlatani; e consigliava Clemente VI ammalato a liberarsi da essi, se voleva guarire. 
Un'altra volta, a Venezia, seppe che alcuni dubitavano del suo valore come filosofo; ed ecco contro quei detrattori ii libello De sui ipsius et multorum ignorantia (Dell'ignoranza sua e di molti). 
Un anonimo scrittore francese lo accusò di aver consigliato Urbano V a lasciar Avignone per Roma. Il Petrarca rispose con l'Apologia contra cuiusdam anonimi Galli calumnias (Difesa contro le calunnie di un francese anonimo). 
È, per le note di fiero amor patrio, una delle più nobili scritture del Petrarca.




martedì 18 maggio 2010

FRANCESCO PETRARCA (Francis   Petrarch) - La vita



FRANCESCO PETRARCA

Il padre del poeta, Petraccolo di ser Parenzo (il figlio cambierà l'ingrato nome, in quello più armonico di Petrarca), era un notaio fiorentino di parte bianca, condannato al taglio della mano e a mille lire d'ammenda l'anno stesso della condanna di Dante: e fuggito in tempo ad Arezzo, dove, il 20 luglio 1304, gli nacque Francesco.
Il bambino fu portato alla villa dell'Ancisa; e vi dimorò per parecchi anni: e qui vi nacque al notaio un secondo figlio, Gherardo.
Caduta poi, per la morte di Arrigo VII, ogni speranza di ritorno in Firenze, il notaio pensò di recarsi in Avignone, dove era allora la sede del pontefice, e poteva avere probabilità di guadagni. Infatti fu nominato scriba alla corte pontificia, e prese dimora nel villaggio di Carpentras.

Così il Petrarca fu sin dal principio, e rimase poi sempre, un senza patria: il che non ebbe poca importanza per certi caratteri della sua poesia e della produzione letteraria, che ha perduto ogni contenuto e ogni spirito municipale e regionale.
Il padre voleva di lui fare un giurista; e lo mandò, ancora fanciullo, all'Università di Montpellier; ma la passione dello studente era per Cicerone e per i poeti antichi; e forse in quella città incominciò ad avere conoscenza della poesia d'amore provenzale, ancor viva nella tradizione.
La letteratura era il domani, e la giurisprudenza, quella giurisprudenza, il passato.
Da Montpellier passò il giovine nella dotta Bologna.
Qui badò più ai divertimenti che agli studi; né forse seppe che tra quei professori di diritto era uno dei suoi futuri maestri di poesia: Cino da Pistoia.
Però a Bologna annodò alcune delle amicizie, che egli coltivò numerose per tutta la vita: come quella con il principe romano Giacomo Colonna.
Ma la morte del padre richiamò Francesco - e il fratello Gherardo, che era con lui - ad Avignone.
Gherardo entrò poi nell'ordine dei Certosini.
Francesco, giovine, vanitoso, elegante, bello, non povero, si dette a una vita di piaceri.
Il venerdì santo del 1327, nella chiesa di Santa Chiara, in Avignone, vide la donna che sarebbe stata la sua ispiratrice, e viva e morta: Laura: moglie, dal 1325, di Ugo De Sade, morta poi nel 1348, avendo lasciato ben undici figli.
Senonché il poeta ha talmente soppresso intorno alla sua donna ogni nota di realtà prosaica; l'ha talmente trasfigurata nel cielo della bellezza, che il problema sulla identificazione di Laura, come forse di ogni altra donna cantata dai poeti, è poco meno che ozioso.
Intanto le non molte sostanze lasciategli dal padre si andarono consumando; e il Petrarca fu costretto a vincere la sua natura, che lo portava all'ozio contemplativo e agli studi, e ad attendere, per vivere, a qualche determinata occupazione.
Giacomo Colonna, divenuto vescovo di Lombez, nella Guascogna, volle con sé, nella nuova sede, l'amico.
Poi lo raccomandò al cardinale Giovanni e agli altri della sua potente famiglia.
Così, verso la fine del 1330, il Petrarca entrò al servizio e nella famigliarità del cardinale; e nella casa di lui conobbe non pochi dei più illustri. uomini di lettere del tempo.

Ma i viaggi per i paesi lontani ed ignoti non erano meno cari della comoda dimora al nostro poeta.
Nel 1333 ne imprese una assai lungo per Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia.
Viaggiava con piena coscienza orgogliosa di latino, e considerava quelle città come poco meno che barbare.
Traversò poi solo, a cavallo, la selva Ardenna, famosa nelle leggende del re Artù, e venne a Lione, poi ritornò ad Avignone.
Il nuovo pontefice Benedetto XII, celebrato dal Petrarca in una epistola poetica, nella quale lo esortava a restituire la sede pontificia in Roma, gli conferì il beneficio di un canonicato in Lombez.
Ma il poeta non era contento.
La lettura delle "Confessioni" di Sant'Agostino lo perturbò profondamente.
Dalla vetta del monte Ventoso - il Petrarca fu dei primi a provare il desiderio delle altezze - sentì la vanità della vita degli uomini: e propose (era il 1336) di convertirsi a Dio.
Un viaggio a Roma, nella città santa, fatto sulla fine di quello stesso anno, dove rivide i suoi Colonna, lo avrebbe rafforzato nel suo proposito, se gli avanzi della Roma antica non lo avessero sedotto non meno delle reliquie della cristiana.
Ritornato ad Avignone, costruì in Valchiusa, alle sorgenti del Sorga (un affluente del Rodano), una villetta, dove rimase poi, con molte interruzioni, per quindici anni e compose la più parte dei suoi scritti.

Ma la vanità lo turbava anche lì, come e più dell'amore.
L'uomo era celebre, e voleva che fosse solennemente sancita la sua celebrità.
Il primo di settembre del 1340 gli giunsero contemporaneamente lettere dal Senato di Roma e dall'Università di Parigi, che lo invitavano alla incoronazione poetica: funzione quasi del tutto caduta in disuso dopo il primo secolo dell'età imperiale.
È certo, o almeno probabilissimo, che il Petrarca stesso abbia brigato per ottenere l'alto onore.
Scelse Roma: gli sorrideva l'idea di essere incoronato sulla tomba degli eroi.
E si imbarcò per l'Italia.
Ma, prima che a Roma, si recò dal re Roberto d'Angiò a Napoli, che a Dante pareva "re da sermone" e a lui uno dei più grandi principi.
Il re lo esaminò solennemente, per tre giorni; lo voleva incoronare a Napoli.
Ma il Petrarca insistendo per Roma, Roberto gli regalò una veste di porpora, e lo fece accompagnare dai suoi dignitari pel viaggio glorioso; e a Roma, la domenica di Pasqua del 1341, nel palazzo del Campidoglio, dopo aver pronunciato una orazione in lode della poesia, dinanzi a gran popolo, Francesco Petrarca fu da uno dei due senatori, il conte Orso dell'Anguillara, insignito della corona di alloro, dichiarato poeta e storico e cittadino romano.
Si conserva ancora il testo del singolare documento, dove invano si cercherebbe un'allusione a ciò, per cui il Petrarca è vivo per noi: cioè ai suoi meriti di poeta volgare.
Ma la onorificenza destò nel poeta, per reazione, un senso profondo di umiltà.
Si recò in San Pietro, offrì all'altare il suo serto.
Non senza difficoltà arrivò quindi a Pisa, dove, anziché proseguire per la Provenza, deviò a Parma: invitatovi da Azzo di Correggio.
Proprio in quel giorno i Correggio cacciavano da Parma il presidio dell'usurpatore Mastino della Scala da Verona, e riprendevano la signoria della città.
Il Petrarca dimorò a Selvapiana sull'Enza: in quelle solitudini riprese a lavorare con entusiasmo all'Africa; ma lo venne a turbare la notizia della morte del vescovo Giacomo Colonna.
E ritornò ad Avignone, ove era stato appena nominato il nuovo papa Clemente VI.

Anche a lui il Petrarca scrisse una epistola in versi sul dovere di ritornare a Roma, e il papa gli conferì il beneficio di un altro canonicato nella diocesi di Pisa.
L'anno seguente, il 1343, una commissione romana, di tredici buoni uomini, venne ad Avignone, a ripetere al papa la preghiera.
Era oratore Cola di Rienzo: il popolano di Roma, che vagheggiava un governo di giustizia e la restaurazione dell'antica repubblica.
Il Petrarca lo conobbe, lo ammirò.
Dopo di che, morto il suo Roberto, egli venne a Napoli, con la missione diplomatica di affermare i diritti della Santa Sede sul Regno, finché durasse la minorità della nuova regina, là troppo famosa Giovanna.
L'accoglienza a Napoli fu assai cordiale, e la dimora intramezzata da viaggi nei dintorni.
Ma il Petrarca rimase inorridito della corruzione di quel popolo, che arrivava persino a rinnovare i ludi gladiatori, in uno dei quali vide egli stesso perire trafitte un giovinetto.
Anche la natura gli mostrò le sue collere, in uno spaventevole uragano, che si scatenò nel golfo.
Per la sua missione diplomatica non pare concludesse nulla.
Porse non gli sembrò vero di riparare un'altra volta presso i Correggio a Parma.

L'idea era di rimanere; tanto che il poeta acquistò una casetta nelle vicinanze della città.
Ma i tempi non erano sereni.
Azzo da Correggio, sentendo di non poter sostenere la città contro Mastino della Scala, la vendette ad Obizzo d'Este, signore di Ferrara; e i Gonzaga da Mantova, e i Visconti da Milano, e da Verona gli Scaligeri cinsero allora d'assedio la città, che non volevano lasciare al Ferrarese.
Il poeta, dopo una non breve dimora riuscì, non senza gravi pericoli, a fuggire, e ritornò alla sua Valchiusa, dove rifiutò l'alto ufficio di segretario apostolico, se pure non è più vero che a quell'ufficio egli non fu reputato troppo idoneo.
Ma nel 1347 venne la notizia della rivoluzione di Cola.
Il Petrarca manda una lettera al tribuno, una al popolo romano, sul riprendere la libertà.
Non ha nessun riguardo più ai suoi Colonna, contro la cui famiglia, e degli altri patrizi, è diretta l'opera di Cola.
E corre verso Roma: presso il nuovo Bruto.
Ma, giunto a Genova, ha notizia del cattivo successo della rivoluzione.
Il tribuno si è fatto capo della plebaglia, non difensore della libertà.
Il Petrarca gli manda una lettera ammonitrice; e devia a Parma.
Sa della strage che il tribuno ha fatto a Roma dei Colonnesi; ne scrive una lettera di condoglianze al cardinale Giovanni.
Ma a Parma, nel 1348, l'anno della pestilenza, lo sorprende la notizia della morte di Laura.
Egli notò l'avvenimento sulla guardia di un codice di Virgilio, che si conserva tutt'ora all'Ambrosiana; affinché avesse continuo nella mente il ricordo della morte di lei e della fugacità di tutte le cose terrene.
Alcuni mesi dopo, in quello stesso anno 1348, morì anche il cardinale.

La Provenza non aveva oramai più, per il poeta, nessuna attrattiva, ed egli stabilì di fermare in Panna il suo domicilio, se non la costante residenza.
Ma un anno dopo era a Padova, ospite di un amico a lui carissimo, Jacopo II da Carrara, signore di quella città.
Nel 1350 intraprese un viaggio a Roma, per il Giubileo.
Da Roma ripartì presto; e nel viaggio sostò brevemente ad Arezzo.
Quando, nel 1351, ritornò in Padova, trovò che il suo Jacopo era morto assassinato.

Il Boccaccio (che lo conosceva dall'anno precedente) venne ad invitarlo a stabilirsi a Firenze e a insegnare quale più gli piacesse disciplina nello Studio fiorentino, che la Signoria voleva fondare.
Era un compenso della dimenticanza, in cui il poeta si lagnava di essere lasciato da quella città.
Il Petrarca rispose grato, ma tergiversando.
Un lavoro regolare non era per lui; e lo rivoleva la Valchiusa della sua giovinezza.
Quando vi fu ritornato, trovò che il suo mondo non c'era più; e già ripensava all'Italia: a Napoli, alla cui corte era potente il suo connazionale Niccolò Acciaiuoli.
Desiderò questa volta l'ufficio di segretario apostolico; ma invano.
Aveva nemici molti cardinali, e più il nuovo papa Innocenzo VI, che lo credeva - per il suo amore grande alla solitudine, e la vita errante e la cultura antica - un mago.
E il Petrarca, nel 1353, ritornò in Italia.

Dimorò lungamente a Milano, presso l'arcivescovo Giovanni Visconti; l'avversario di Firenze: egli figlio di fiorentini; egli odiatore di tiranni!
In quella splendida corte si trovava bene.
Si adoperò, perché Genova e Venezia ritornassero in pace.
Alla pace vennero le due potenti repubbliche, non per la intercessione del poeta, ma per la forza delle cose: quando i Veneziani furono sconfitti.
Intanto, morto l'arcivescovo Giovanni, gli succedevano nella signoria di Milano i pronipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo.
Il Petrarca continuò a rimanere al loro servizio; né mancò di celebrare la nascita di Marco, il figlio di Barnabò.
Quando poi l'imbelle imperatore Carlo IV re d 'Boemia, eletto re dei Romani fino dal 1346, discese tra noi, riprendendo la tradizione ghibellina, il poeta, che già da tempo gli aveva scritto esortandolo a venire in Italia, e a pacificarla, gli mandò ora una lettera esultante.
L'imperatore lo volle presso di sé a Mantova: lo trattenne benevolmente: lo invitò a seguirlo a Roma.
Il Petrarca non poté accettare; così bene cercò di guadagnare al Cesare l'anima ostile dei Milanesi.
Carlo IV cinse in Sant'Ambrogio la corona ferrea, e proseguì per Roma.
Fu incoronato imperatore la domenica di Pasqua: e ripartì la sera stessa; gli bastava il titolo, e i danari raccolti nel suo viaggio.
E il Petrarca lo inseguì con lettere di biasimo.
Fu poi mandato ambasciatore a lui, quando l'imperatore, alleato col duca d'Austria e col re di Ungheria, pensava, con l'aiuto dei signori italiani nemici dei Visconti, di distruggere la loro signoria.

Il Petrarca fu ricevuto a Praga con molti onori, e meritò da Carlo IV il diploma di conte palatino.
Ma l'Italia non gli apparve mai così bella, come allora che ne era tanto lontano.
E ritornò a Milano, al servizio dei suoi Visconti: servizio antipatico qualche volta; come quando fu obbligato di scrivere ingiuriose lettere contro il frate Jacopo Bussolari da Pavia, che aveva sollevato la città contro i signori Beccaria.
E a Milano venne a trovarlo l'ormai carissimo Boccaccio, che gli parlò di Dante; e più tardi gli mandò, trascritta di suo pugno, la "Divina Commedia", che il Petrarca affermava di non aver mai avuto tra mano.
Al libero fiorentino spiaceva che l'amico rimanesse al servizio del tiranno visconteo.
E forse la cupa efferatezza di Barnabò conturbava o impauriva il cortigiano.
Ma quei tiranni facevano troppo alto conto di lui.
Glielo dimostrarono, mandandolo ambasciatore a Parigi, nell'occasione che si strinsero nozze fra la casa di Francia e quella dei Visconti.
La nuova comparsa della peste, nel 1361, che spense, a 24 anni, un figlio naturale del poeta, Giovanni, indusse il Petrarca a fuggire a Padova, donde passò poi a Venezia.
Offrì alla repubblica la sua biblioteca (che fu il nucleo primo della biblioteca di San Marco)..., e la repubblica gli regalò un bel palazzo sulla riva degli Schiavoni.
A Venezia dimorò alcuni anni, con l'amata figlia Francesca e il genero Franceschino da Brossano, e due nipotini: Eletta (il nome della madre del poeta) e Francesco: che morì, di appena due anni, con grande dolore del nonno.
Non gli mancarono commissioni onorifiche e segni di altissima considerazione.
Era ormai considerato il più illustre letterato vivente.
E venne ancora a trovarlo il Boccaccio, in compagnia di uno strano e superbo greco di Calabria, Leonzio Pilato, che il Boccaccio aveva chiamato a Firenze, a leggervi Omero in quello Studio.
Da un altro calabrese, il monaco Barlaam, il Petrarca aveva già appreso gli elementi, non più, del greco; ora poté addentrarsi alquanto meglio in quella lingua; ed ebbe da Leonzio regalato un testo di Omero, che però non intese mai.
Finalmente il Petrarca cedette alle istanze di Francesco da Carrara, figlio di Jacopo, e si stabilì a Padova.
Oui lo raggiunse l'invito del nuovo Papa, Urbano V, che aveva rimesso - per breve tempo - la sede pontificia in Roma.
E il Petrarca si mosse; benché vecchio: e prima di partire, fece il testamento (aprile 1370) che ancora si conserva.
Vuole essere sepolto nella chiesa di Sant' Agostino, presso il suo Jacopo da Carrara; a vari amici lega varie cose care; al Boccaccio cinquanta fiorini d'oro, perché si provveda di una zimarra da passare le fredde notti studiando.
Ma giunto a Ferrara fu colto da una sincope e ricondotto, disfatto, a Padova.
Di là si fece portare sui colli Euganei, ad Arquà, ove si era costruita una bella casa.
Ma in una affannosa notte di luglio il poeta si spense; la leggenda vuole che fosse trovato morto con la testa reclinata su un libro.

Fu sepolto per cura del genero, erede della sua non trascurabile sostanza, in un'arca di marmo rosso, che ancora si vede sulla piazzetta di Arquà, dinanzi alla chiesa: con tre distici latini, forse del poeta.
L'ultimo di quei versi "l'anima stanca ormai della vita possa riposare in cielo" esprime tutto il carattere dell'uomo: errante perpetuo in cerca di pace.
Giacché il Petrarca visse in una perpetua discordia fra la ragione e il sentimento, fra i dettami cristiani e l'ammirazione per l'uomo antico, fra Sant'Agostino e Cicerone.
In quelle contraddizioni sono alcuni aspetti meno simpatici dell'umanità del Petrarca, ma anche le note della sua modernità.
Egli fu un pensiero poco profondo, ma un cuore tormentato e ammalato.
Fu un abile retore o un grande poeta, a seconda che espresse quel pensiero o quel cuore.



IL PETRARCA LATINO

Francesco Petrarca è considerato come un precursore di quegli umanisti del Quattrocento, per cui la letteratura antica fu un culto.
Nei suoi viaggi, egli scoprì parecchi libri gloriosi e dimenticati: come il "De Gloria" di Cicerone, che andò poi nuovamente smarrito,,,, le "Lettere di Cicerone ad Attico",,,, le commedie di Terenzio.
Il Petrarca, però, non partecipa ancora dello spirito critico degli umanisti, né fu un pensatore nuovo, ma piuttosto un erudito, che amò di ostentare, troppo talvolta, la sua dottrina.

La storia antica lo sedusse particolarmente: e accompagnata da riflessioni o illuminata da intenti morali, come era l'uso dei tempi.
Tentò una specie di storia universale, per biografie, dal titolo "De viris illustribus" (Degli uomini illustri), che da Romolo doveva arrivare sino a Tito; ma si fermò a Cesare.
Un'altra opera intitolata "Rerum memorandarum libri" (Delle cose memorabili), anch'essa incompleta, è una raccolta di esempi desunti noli solo dalla storia romana, ma dalla contemporanea: miranti a dimostrare il potere della Fortuna nelle cose umane, ad ammonire gli uomini alla indifferenza di fronte ad essa.

Da questi scritti storico-morali non è difficile il passaggio agli scritti di filosofia pratica: che non sono pochi.
Porto notizia dei principali.

Il trattato "De vita solitaria" è tutto una esaltazione della solitudine, necessaria per la vita contemplativa non meno degli uomini religiosi (quali Mosè e Geremia e San Silvestro e Sant'Ambrogio e Sant'Agostino, e quel papa Celestino V, che Dante pose tra i codardi) come dei filosofi e pensatori, quali i gimnosofisti indiani, Anassagora, e i due autori antichi prediletti dal Petrarca, Cicerone e Seneca.

I dialoghi "De vemediis utriusque fortunae" (Dei rimedi dell'una e dell'altra sorte) mirano a dimostrare che l'uomo saggio trova un freno alla gioia, e un conforto nei dolori, purché pensi che ogni gioia reca in sé il suo dolore, che ogni dolore reca in sé la sua gioia.
Ti sorride la gloria? Pensa agli invidiosi, che la gloria ti suscita contro.
Hai perduto un figlio? Pensa quante possibili noie sono scomparse con esso.
La povera saggezza, che qui il filosofo predica, non sarebbe, in verità, che la più antiumana apatia.

Più importanti i dialoghi "De contemptu mundi" (Del disprezzo del mondo), che si immagina abbiano luogo tra il Petrarca e quel Sant'Agostino, che provò, pacificandoli finalmente nella fede, i travagli di spirito, che ben conobbe il poeta.
Ai dialoghi assiste la Verità; ma non parla.
Il Santo legge nel cuore dell'uomo, e lo accusa via via di orgoglio, di avarizia, di troppo amare la donna e la gloria.
L'uomo si difende, e, quanto all'amore, insiste che per esso egli si sente innalzato a Dio.
Ma chi dei due, se l'uomo o il Santo, abbia ragione, non apparisce chiaro; e il libretto resta testimone di uno stato d'animo penoso di incertezza e di perplessità.
Perciò esso ebbe anche il titola di "De secreto conflictu curarum mearum" (Dell'intima battaglia dei miei pensieri) e di "Secretum", essendo come una confessione del poeta, più a se medesimo, che agli altri.
Certo Sant'Agostino non aveva torto di rimproverare l'uomo per la sua vanagloria.

Con tutta la sua filosofia, il Petrarca non sopportava nessuna offesa al suo amor proprio.
Quindi non mancano di lui vivaci ed aggressivi scritti polemici.

Lanciò una "Invectiva in medium" (Contro un medico), in ben quattro libri; nei medici egli vedeva degli empirici e dei ciarlatani, e consigliava Clemente VI ammalato a liberarsi da essi, se voleva guarire.

Un'altra volta, a Venezia, seppe che alcuni dubitavano del suo valore come filosofo; ed ecco contro quei detrattori il libello "De sui ipsius et multorum ignorantia" (Dell'ignoranza sua e di molti).

Un anonimo scrittore francese lo accusò di aver consigliato Urbano V a lasciar Avignone per Roma.
Il Petrarca rispose con la "Apologia contra cuiusdam anonimi Galli calumnias" (Difesa contro le calunnie di un francese anonimo).
È, per le note di fiero amor patrio, una delle più nobili scritture del Petrarca.



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venerdì 16 aprile 2010

TRIONFI (The Triumphs)- Petrarca

TRIONFI

Francesco Petrarca







Il Petrarca volle tentare anche in volgare una vasta opera organica, che forse nella sua mente doveva emulare la "Divina Commedia"..., i "Trionfi", a cui attese nell'età matura.
Sono in capitoli, il cui ordinamento è più probabile che sicuro..., in terzine, come la "Commedia", e rappresentano, come la "Commedia", una visione, anzi una serie di visioni.



Il primo di essi è il Trionfo dell'AMORE: in quattro capitoli.

Il poeta narra che, di primavera, a Valchiusa, si addormentò, e vide, in sogno, passare Amore sul carro trionfale, con al seguito una infinita schiera di vinti.
Un amico indica al poeta chi sono coloro : i personaggi più illustri della storia o della leggenda, e anche i Numi antichi, persino Giove: tutti servi del terribile Iddio.
Né mancano i personaggi biblici, e gli eroi e le eroine dei romanzi medioevali, e i poeti antichi, e i trovatori.
Anche il poeta entra nel corteo, avendo prima all'amico narrato freddamente ciò che nel "Canzoniere" esprime con tanta spontaneità: la storia del suo amore.
Di tanti personaggi nessuno parla: salvo Massinissa, che narra la sua passione per Sofonisba: argomento che il Petrarca aveva già trattato nella sua "Africa": e che doveva gareggiare - come può la retorica con la passione - con il racconto dantesco di Francesca da Rimini.
Il corteo termina a Cipro, l'isola di Venere.


Il secondo è il Trionfo di una virtù che, almeno sull'esempio di Laura, è più forte dell'Amore: la CASTITA'..., in un capitolo.

Protagonista è Laura, antagonista l'Amore, a cui Laura porta via molte illustri donne, greche, romane, ebree, compresa Didone, che si sarebbe uccisa non più per amore di Enea, ma per serbarsi pura al primo estinto marito Sicheo.
Il corteo delle caste donne si scioglie a Roma, nel tempio della Pudicizia.
Ma pure sulle donne caste domina la Morte.


Il Trionfo della MORTE, in due capitoli.

E' una evocazione, declamatoria, di popoli ed eroi scomparsi, e una pittura, squisita e famosa, dell'estinguersi di Laura: tanto sereno che "Morte bella parea nel suo bel viso".


Se non che più potente della MORTE è la FAMA.

Il Trionfo della Fama, in tre capitoli.

E', più che gli altri Trionfi, una congerie di nomi: sono capitani e re (tra cui Roberto d'Angiò) e donne illustri e storici e poeti e oratori e filosofi: il maggior dei quali non è più, come per Dante, Aristotile, ma Platone.
Il poeta che amò tanto la gloria, e in tanti campi, dovette sentirsi in questo Trionfo..., ma anche sentì la tristezza del Tempo, il cui Trionfo viene a distruggere i nomi che la Fama levò in alto, ed a coprire d'oblio i popoli e le nazioni.


Il Trionfo del TEMPO, in un capitolo.

E' un'alta elegia sulla fugacità dei giorni, e sul trapassare di tutte le cose: ed è animato dagli accenti più commossi e suggestivi e religiosi.


E da esso si trapassa naturalmente all'ultimo dei Trionfi, in un solo capitolo, quello della DIVINITA'.

Il Trionfo della Divinità, che è un rifugio dell'uomo sbigottito in Dio, e la visione di un mondo, a differenza del nostro, stabile ed eterno.

Il ricordo di Laura beata in cielo chiude l'opera.

I "Trionfi" sono l'espressione di quanto era stato più vivo, ed era ancora, nell'animo del poeta: l'amore, il sentimento della gloria, il terrore della morte, la religiosità..., dove, di quando in quando, si hanno ancora mirabili frammenti poetici.
Ma la stessa intenzione di comporre quei frammenti in un tutto organico, e l'erudizione inanimata, e l'incapacità di far vivere uno solo degli innumerevoli personaggi, rendono i "Trionfi" troppo inferiori alle "Rime": anche se in essi si leggono forse i versi più belli e più celebri del poeta, e vi si ammirano le immagini più vigorose e finite.


VEDI ANCHE . . .

FRANCESCO PETRARCA - La vita

IL PETRARCA LATINO

TRIONFI - Petrarca


domenica 11 aprile 2010

IL CANZONIERE (The songbook) - Petrarca

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IL POETA DELL'AMORE

Il Petrarca fu poeta, disse spontaneamente l'anima sua e mostrò insieme la squisitezza della sua arte, nei versi volgari, d'amore i più, che gli caddero sparsamente dalla penna, principalmente negli anni della giovinezza.
Vero che egli apprezzò molto le sue opere latine, e che affettò un grande disprezzo per le rime volgari..., ma non è questa la prima volta che i poeti scambiano per più belle le opere che loro costarono più fatica.
Richiesto da qualche illustre amico, Francesco Petrarca raccolse tardi le sue rime, che egli chiamò "Rerum vulgarium fragmenta" (frammenti in volgare) e che si conservano, in parte autografe, in un prezioso manoscritto della Vaticana.
Aggiunse alcuni sonetti introduttivi, nel primo dei quali deplora le sue passioni giovanili..., conservò approssimativamente alle rime il loro ordine cronologico, le ritoccò, le raffinò.
Il "Canzoniere" (come gli editori chiamarono poi le sue rime) del Petrarca è il più copioso del Trecento: ed è, dopo la "Divina Commedia", la maggior opera di poesia che abbia quel secolo.

Come l'amore dei poeti del "Dolce stil nuovo", anche quello del Petrarca è per una creatura che passa tra gli uomini illuminata da una luce di cielo.
È amore non corrisposto, o corrisposto più di lusinghe che di affetto.
È l'amore aspirazione e desiderio. Ma Laura non è più un angelo, come Beatrice..., è una donna..., l'amore per lei non è più soltanto beatitudine celeste, come è l'amore per Beatrice, ma continuo travaglio interiore, e sentimento malinconico.
E se il poeta tante volte dichiara che nella contemplazione delle bellezze di Laura egli s'innalza alle bellezze divine, pure è spesso sorpreso dal pensiero che egli era fatto per altro che per consumarsi in quella passione..., ed ha sbigottimenti e rimorsi, dai quali si rifugia, con fervida religiosità, in Dio.
Il "Canzoniere" è la espressione ingenua di tutti quei movimenti profondi e vari, di tutti quegli stati d'animo, talora indefiniti e indefinibili, che accompagnano la passione fondamentale dell'amore: gioie e rapimenti brevi (come nel sonetto "Stiamo, Amore, a veder la gloria nostra"), ricordi e rimpianti (come nella canzone "Chiare, fresche e dolci acque"), soliloqui e meditazioni (come in quella "Di pensiero in Pensier, di monte in monte"), lamenti sconsolati (come nell'altra "Nella stagion che il sol rapido inchina"), disperazioni (come nel sonetto in morte di Laura "0imè il bel viso, oimè il soave sguardo"): e gridi supplichevoli a Dio..., come in vari sonetti, e nella Canzone "Vergine bella", che chiude il "Canzoniere", ed è tutta una confessione che l'uomo fa della sua miseria, della sua incapacità di sollevarsi dalla terra.

La poesia del Petrarca è più di sentimento che di immagini..., ripete, variandoli e approfondendoli sempre più, non molti motivi..., richiede lettori disposti alla meditazione, e non comuni.
L'espressione nel "Canzoniere" è squisita, come è profondo il sentimento.
La consuetudine dei classici porta nelle rime del Petrarca un senso di nobiltà formale, che la poesia lirica italiana conserverà poi per più secoli. Nessun vocabolo o costrutto plebeo, o irregolare, o che risenta troppo del dialetto materno: nessuna parola che non sia ancor viva e fresca oggi. Cospicua è la dolcezza dei suoni, la musicalità dei ritmi..., ora tenui e leggeri, ora, e più spesso, solenni e gravi..., musicalità che esprime essa stessa ciò che la parola non sempre può dire. Vero che nel Canzoniere non sono infrequenti certe artificiosità (come i giuochi sulla parola Laura, e le antitesi, troppo volute, e le protratte allegorie)..., le quali sono da considerare come un'eco della poesia dei Trovatori, e si spiegano nel poeta che cantò in Provenza, e per una provenzale.
Purtroppo gli innumerevoli imitatori del Petrarca si fermarono - come accade a tutti gli imitatori - su queste esteriorità: e le riprodussero fino al fastidio..., e petrarchista significò poeta falso e artificioso.
Ma il Petrarca è troppo più alto dei suoi imitatori..., e i maggiori critici moderni, a incominciare dal Foscolo, hanno ben saputo distinguerlo da essi.

L'amore per Laura, considerato come un pretesto, o meglio come uno strumento di indagine e di approfondimento dell'esperienza spirituale, ha ispirano i 317 sonetti e le 29 canzoni di questa raccolta.
La sofferenza per il rifiuto della donna amata, il dolore per la morte di Laura, il malinconico ricordo dei pochi momenti trascorsi insieme, servono al Petrarca per guardare a fondo nel proprio animo, per tracciarne in certo senso la storia, per conoscerne meglio i dubbi e le debolezze.
Il Petrarca ci offre un completo ritratto autobiografico: sono presenti in questa opera i sentimenti, le aspirazioni, le incertezze della sua vita di uomo e di poeta, di studioso e di filosofo..., tutti i problemi della sua esistenza di testimone attivo ed acuto degli sviluppi sociali e politici del tempo, di partecipe e costruttore di una civiltà nuova, l'Umanesimo, di cui fu iniziatore e poeta.
In quasi tutto il "Canzoniere" è il sentimento melanconico della brevità e caducità delle cose umane, e un dolore dolce che nasce dall'impossibilità di staccarsi dagli affanni del cuore, dal desiderio di gloria e di successo, per vivere nella solitudine pensosa del saggio.

Da qui il suo terrore umano della morte, l'angoscia del distacco da tutte le cose terrene: questo sentimento pervade dolorosamente tutta l'opera e ne costituisce, forse più dell'amore per Laura, il motivo unificatore e lo aspetto più vicino alla nostra sensibilità moderna.


Particolarmente piacevole mi è il sonetto "Voi che ascoltate in rime sparse il suono".
Questo sonetto, composto dal Petrarca negli ultimi anni della sua vita, è il proemio, cioè l'introduzione, del "Canzoniere". Il poeta è ormai pienamente consapevole del fatto che l'amore con le sue lusinghe è lontano, e tutte le cose terrene sono caduche, troppo brevi, inutili. Egli, stanco e indifferente di fronte a ciò che un tempo lo ha fatto soffrire, si rivolge a coloro che ascoltano le sue poesie frammentarie ispirate dai sentimenti amorosi che nutrivano il suo cuore negli anni della prima follia giovanile, quando era un uomo diverso da quello che è ora.
Egli spera di trovare tra coloro che odono i diversi modi in cui esprime il suo dolore e le sue riflessioni, combattuto tra le vane speranze e l'inutile sofferenza, non so l perdono ma anche pietà, soprattutto se qualcuno tra loro ha provato l'amore per propria esperienza.
Ora egli si accorge di essere stato per molto tempo oggetto di chiacchiere e di riso per molte persone..., perciò spesso si vergogna di se stesso. Il risultato del suo interesse per le cose inutili è la vergogna e il pentimento e il comprendere con chiarezza che tutte le cose che danno piacere in questa terra sono soltanto un breve sogno.


Un altro sonetto che mi giunge gradevole è "Solo e pensoso".
Questo sonetto, pervaso da una profonda tristezza, esprime in modo misurato e senza alcuna ostentazione, il tormento e la sofferenza dell'animo del poeta che, solo e in preda a pensieri tristi, cammina lentamente per i campi deserti, desideroso soltanto di evitare ogni luogo in cui appaiano segni della presenza umana.
Soltanto in questo modo può evitare la curiosità degli altri..., infatti dai suoi gesti privi di allegria si comprende facilmente quanto sia sconvolto e turbato. E' ormai con vinto che i monti e le spiagge, i fiumi e le selve conoscano le intime sofferenze che nasconde agli altri.
Purtroppo non riesce a trovare un luogo tanto aspro e selvaggio da impedire che l'Amore con le sue sofferenze gli sia sempre, quasi materialmente, accanto.


SOLO E PENSOSO

Solo e pensoso i più deserti campi vo
mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman l'arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perché negli atti d'allegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avvampi:

sì ch'io mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch'è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch' Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io con lui.


È difficile trovare un sonetto così pieno di cose, e che con così poca ostentazione di passione sia più appassionato. Nella misura lenta e grave dei due primi versi io sento il suono monotono e triste del passo..., quegli occhi spaventati che fuggono ogni vestigio di piede umano, mi rivelano con una immagine che illumina tutta la faccia, l'amarezza dell'anima ferita, sazia e disgustata del mondo..., e vedo che in quegli atti d'allegrezza spenti, frase così originale, così energica di costruzione, non si nasconde più dolore che in tutta una notte di Young.
Ma quest'uomo ha abbracciato la solitudine per disperazione, vi ha portato tutti i pensieri del mondo, e l'amore, attaccatosegli dietro, ve lo persegue.
E tutto questo detto con tranquillità, sotto cui giace la tempesta.
Mai il poeta non si è tanto avvicinato alla nudità antica, vale a dire a quello stile tutto cose, recisa ogni espressione di sentimento, a quello stile di marmo, che tanto mi spaventa nel Machiavelli.
Nel Petrarca, poeta della forma, è un momento passeggero, che esprime un dolore concentrato, di cui non sa assegnare la causa, una desolazione muta, senza sfogo.
Confesso che di tutti i suoi sonetti nessuno mi commuove tanto profondamente quanto questo sonetto senza lacrima, cupo e fosco.
Ma la sua anima tenera non poteva lungamente reggere in questa silenziosa consunzione..., succede l'alleviamento, lo scoppio delle lacrime, il prorompere di lamenti.... "o cameretta! o letticciuolo...".

Forse questo è il sonetto più poeticamente valido del Petrarca..., con parole semplici, e senza veemenza, egli riesce ad esprimere tutta la sofferenza e il dolore di un animo ferito, stanco e disgustato dal mondo.
Ancora una volta il poeta esprime dolorosamente l'incapacità di trova re nella solitudine, abbracciata per disperazione, la pace dello spirito.



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IL PETRARCA LATINO

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