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venerdì 1 maggio 2009

LUIGI PIRANDELLO - Vita e opere

   

LUIGI PIRANDELLO

Nato a Girgenti il 26 giugno 1867

Morto a Roma il 10 dicembre 1936

Premio Nobel per la letterata nel 1934









Giunto al successo tardi lo scrittore seppe meritare il riconoscimento del Nobel. Autore tra i più moderni del secolo egli riesce a darci sempre una rappresentazione grandiosa e cosciente dell'alienazione umana

La vicenda di Pirandello è certamente fra le più singolari della nostra letteratura. Egli, che era nato il 28 giugno del 1867, dovette aspettare il periodo successivo alla prima guerra mondiale per raggiungere quel successo che aveva inseguito per oltre cinquant'anni. Ma c'è di più. Egli che doveva essere considerato uno degli scrittori più moderni del nostro secolo, fu, per tutta la vita, sostanzialmente un isolato. E' facile nelle scarse recensioni dedicategli nel periodo che precedette 1'esplosione del suo successo teatrale trovare il nome del futuro premio Nobel accanto a quello di Luciano Zuccoli, di Nino Martoglio e di qualche naturalista minore. Benedetto Croce poteva scrivere che a lui mancava "originalità di sentimento e di stile" e che le sue opere potevano considerarsi "una prosecuzione alquanto in ritardo della scuola veristica italiana".
I suoi amici si trovavano più nel raggio dei letterati tradizionali, che in quello dei nuovi gruppi di intellettuali che allora si venivano formando (e che obiettivamente avrebbero dovuto essergli più vicini): erano i Fleres, gli Ojetti, i Mantica, i Cesareo, i Romagnoli, i Martoglio. E prima Capuana e solo più tardi Bontempelli.
La sua carriera letteraria lo aveva visto passare dalla poesia e dalla filologia della prima giovinezza, cioè da interessi culturali tipicamente carducciani, alla novella e al romanzo: e solo intorno ai cinquant'anni si era accostato al teatro, alla sua vera vocazione. Ma aveva dovuto per anni tenere le sue opere nei cassetti e poi gli si erano aperte le porte delle riviste meno d'avanguardia, o esclusivamente letterarie o eccessivamente conservatrici: alludo alla "Vita Nuova" o al "Marzocco", alla "Nuova Antologia" e al "Corriere della Sera". Pirandello, insomma, era uno sconosciuto o quasi, estraneo a quel fermento d'idee, a quel moto di rinnovamento, a quel raggrupparsi di intellettuali intorno a tendenze e a giornali che caratterizza il primo decennio del secolo.
L'arco del suo sviluppo - come narratore prima, come drammaturgo poi - non dà luogo ad equivoci: è lo sviluppo dal verismo al decadentismo, dal regionalismo al cosmopolitismo che caratterizza in quel periodo tutta la nostra letteratura, tutta la nostra cultura. Ma egli non può essere assimilato a nessuna delle correnti ideali che allora si manifestavano. Passa silenziosamente e quasi ignoto, per un trentennio, in mezzo a quel fermento: finché, già alle soglie della vecchiaia e sull'onda del successo conseguito anche all'estero, il suo teatro non lo rende famoso.


L'ISOLAMENTO DI PIRANDELLO

Le ragioni di tale isolamento sono molteplici. Una delle principali va cercata nel fatto che, durante gli stessi trent'anni - dall'ultimo decennio dell'Ottocento sino alla conclusione della prima guerra mondiale - l'Italia era stata dominata dalla prestigiosa avventura letteraria di Gabriele D'Annunzio, del tutto repugnante dagli orientamenti ideali e di gusto di Pirandello... "Là uno stile di parole" - si potrebbe dire con le stesse espressioni che il nostro scrittore usava per indicare la differenza fra D'Annunzio e Verga - ..."qua uno stile di cose. Li abbiamo fin dagli inizi della nostra letteratura questi due stili opposti: Dante e Petrarca, e possiamo seguirli a mano a mano fino a noi, Machiavelli e Guicciardini, l'Ariosto e il Tasso, il Manzoni e il Monti, il Verga e il d'Annunzio. Negli uni la parola che pone la cosa e per parola non può valere se non in quanto esprime la cosa... Negli altri, la cosa che non vale tanto per sé, quanto per com'è detta".

Tuttavia l'isolamento di Pirandello non può essere spiegato soltanto con la sua opposizione netta e senza compromessi all'arte dannunziana; egli non era il solo, anche in quegli anni, a rifiutarla almeno nei suoi aspetti più pacchiani e provinciali, chiassosi e nazionalistici. Il fatto è che egli si trova all'opposizione dello stesso movimento intellettuale che costituisce l'episodio culturale più cospicuo di quegli anni e che attraverso la liquidazione del positivismo approdava a un idealismo ottimistico, a uno spiritualismo sospiroso e dolciastro, o a uno scetticismo e pessimismo di maniera, ovattato e crepuscolare. Egli partecipa certamente alla dissoluzione del positivismo e all'affermarsi di esigenze spiritualistiche ed idealistiche. Ma ripugna profondamente dal modo come l'idealismo e lo spiritualismo venivano affermandosi in Italia, persino nella forma che apparve più valida e suggestiva: quella dello storicismo crociano. Non solo, evidentemente, per ragioni di polemica sulla propria arte (egli in un'intervista, definì il Croce il più imbecille dei suoi critici), e nemmeno per il modo diverso di concepire l'arte. Ma io credo che in Croce era un gusto classico, di composizione esteriore e interiore, di accordo logicamente ordinato e in Pirandello è un gusto umoristico e quindi un gusto che "per lo specialissimo contrasto essenziale in esso, inevitabilmente scompone, disordina, discorda". E per la concezione generale del mondo, ottimistica nel Croce, fondata sulla fiducia nel pensiero, sulla creatività dello spirito, e su una considerazione positiva e soddisfatta della società liberale e borghese, pessimistica in Pirandello, priva di ogni fiducia, sostanzialmente irrazionalistica nella sua apparente razionalità.
Irrazionalistica, ho detto: e forse conviene indirizzare la ricerca verso quelle correnti di pensiero che, in nome anch'esse di una rivolta idealistica contro il positivismo, aprivano le porte del nostro Paese alle esperienze europee più vivaci e moderne. Con cautela però. Perché come è troppo semplice far risalire la problematica intellettuale di Pirandello alla sua giovanile residenza in Germania e quindi al suo incontro con la filosofia tedesca (quella residenza durò solo due anni e fu dedicata essenzialmente agli studi di filologia e alla poesia), così può essere avventato l'accostamento ai futuristi o all'attività culturale del gruppo fiorentino di Papini e di Prezzolini e del Leonardo e della Voce. Può darsi che la loro problematica e soprattutto gli autori da essi introdotti in Italia abbiano avuto una qualche influenza su Pirandello: anche se non ne abbiamo una documentazione diretta. Ma è certo che Pirandello non ebbe nessun collegamento con il gruppo fiorentino ed è certo che i nomi di James, Bergson, Blondel, Sorel sono stati fatti dai critici in mode del tutto superficiale.


L'ESPERIENZA RELIGIOSA

Non è dunque nell'ambiente culturale che dobbiamo ricercare le ragioni della modernità di Pirandello (abbiamo visto, infatti, che è un isolato), ma in una concordanza di esperienze personali, storiche e poetiche che gli permettono di raggiungere con le sue sole forze le posizioni più avanzate della cultura europea: e in questo consiste la singolarità della sua vicenda cui facevamo cenno all'inizio. Vi sono alcuni episodi della sua biografia che certamente rivelano un tratto fondamentale della sua personalità. Alludo, innanzi tutto, al distacco giovanile dalla religione e al modo di quel distacco. La famiglia di Luigi non frequentava la Chiesa (come ogni buona famiglia liberale dell'epoca) ma la cameriera Maria Stella riuscì a persuadere il ragazzo ad assistere a una funzione. Luigi ne provò una grande impressione e fu preso da una sorta d'infatuazione, per cui, di nascosto del padre, ogni mattina prestissimo si recava in chiesa. Questo fervore mistico fu stroncato per sempre dal parroco, per eccesso di zelo. Lo stesso Pirandello ci racconta l'episodio in una novella "La Madonnina" (cambiando naturalmente i nomi)...

"Guiduccio andò ogni giorno alla canonica, avido dei racconti della storia sacra. E il padre beneficiale Fiorica, vedendosi davanti spalancati e intenti quegli occhioni fervidi nel visetto pallido e ardito, tremava di commozione per la grazia che Dio gli concedeva di bearsi di quel meraviglioso fiorire della fede in quella candida anima infantile...
Nel mese di maggio, dedicate alla Vergine, si faceva il sorteggio fra i divoti d'una Madonnina di cera custodita in una campana di cristallo... Le polizzine della riffa costavano un soldo l'una... [Il padre beneficiale] avrebbe voluto che per un miracolo le sue dita indovinassero la polizzina che conteneva il nome [del fanciullo]. E quasi quasi era scontento della generosità del fanciullo, il quale potendo prendere dieci polizze con la mezza lira che ogni domenica gli dava la mamma, si contentava d'una sola per non avere alcun vantaggio sugli altri ragazzi, a cui anzi lui stesso con gli altri nove soldi comperava le polizzine... Così il diavolo tentava il padre beneficiale... e gli suggerì di leggere nella polizzina estratta il nome di Guiduccio Greli. Allo scoppio d'esultanza di tutti i divoti Guiduccio però, diventato in prima di bragia, si fece subito pallido pallido, aggrottò 1e ciglia sugli occhioni intorbidati, cominciò a tremar tutto convulso, nascose il volto tra le braccia e, guizzando per divincolarsi dalla ressa delle donne che volevano baciarlo per congratularsi, scappò via dalla chiesa, via, via, a rifugiarsi in casa, si buttò nelle braccia della madre e proruppe in un pianto frenetico.
... E difatti, perché a lui quella Madonnina, se nessuna polizza recava il suo nome, quell'ultima domenica?"

Il secondo episodio riguarda, invece, la scoperta dell'amore e il modo di quella scoperta.

L'episodio è raccontato da un biografo, sulla scorta di una conversazione avuta con Pirandello....

"Luigi a quel tempo non aveva ancora mai veduto un morto. Un giorno udì dalle chiacchere altrui che nella torre adibita a morgue c'era un tale... Un irragionevole desiderio d'entrar nel mistero colse il Nostro ch'era sulla via delle Falde, tutto solo. E benché quasi bambino, ardì saltar giù dal ciglio e premere colle sue piccole braccia la gran porta grigia. Passato nell'interno e guidandosi sopra la lista azzurra della feritoia venne avanti fino a inciampare nella panca funebre. E vide all'improvviso i1 corpo giacente. Portava due grosse scarpacce. Dimostrava, all'aspetto, forse quarant'anni... Nel tacito della chiusa atmosfera tuttavia Luigi percepì un piccolo rumore, quasi un frullo... Trattenne il respiro. Quel frullo tornò a farsi udire, non d'ali, non d'aria. Un frullo strambo, continuo e vivo... In quei tempi e in quelle regioni le donne portavano sotto la gonna una sottoveste abbondante, terminata da un ricciolo insaldato coll'amido... Infatti, una donna. Gli occhi del piccolo abituati a1 buio distinguevano i corpi a poco a paco. Una donna. E un altro. Erano allacciati insieme ".

Il terzo episodio riguarda i rapporti con il padre, sempre difficili, fin dalla più tenera infanzia, per la completa diversità di carattere esistente fra questi e il figlio, ma che cessarono del tutto dopo che Luigi, nel cavalleresco intento di difendere la madre, lo sorprese con la sua amante...

"Era andato a sorprenderli - è sempre Pirandello che racconta nella novella "Ritorno" - una di quelle domeniche.
Il padre aveva fatto a tempo a nascondersi dietro una tenda verde che riparava a destra un usciolo; ma la tenda era corta, e sotto i péneri ancora mossi si vedevano bene le due grosse scarpe di coppale lisce e lustre; ella era rimasta a sedere davanti ai tavolino, col bicchierino ancora tra le dita, in atto di bere.
Le era andato di fronte e s'era tirato un po' indietro col busto per scagliarle con più forza in faccia lo sputo. Il padre non s'era mosso dalla tenda. E a lui, poi, a casa, non aveva torto un capello né detto nulla".

Se si guarda bene, al fondo di questi tre episodi vi è una caratteristica comune, una costante si potrebbe dire. E cioè il contrasto fra un modello ideale costruito dentro di sé da Pirandello e una realtà brutale che lo smentisce e lo manda in frantumi, fra una tendenza alla perfezione nutrita dal nostro scrittore e i mille compromessi della vita quotidiana che la avviliscono e la deturpano. Ideale e perfetto è il suo modello di religione, ideale e perfetto il suo concetto dell'amore, ideale e perfetta la sua immagine del padre: e brusco e doloroso il risveglio alla realtà con i1 piccolo imbroglio del parroco, l'accoppiamento sessuale realizzato in un luogo così sinistro dalla coppia clandestina, il tradimento paterno.


IL CONTRASTO CON LA REALTA'

Del resto tale contrasto fra ideale e reale non veniva sperimentato da Pirandello soltanto nella sua vita privata, ma era una caratteristica anche dell'orientamento degli intellettuali nel periodo della sua formazione. Nel quale orientamento predominava la consapevolezza di tre fallimenti collettivi: quello del Risorgimento come mota generale di rinnovamento del nostro Paese, quello dell'unità come strumento di liberazione e di sviluppo delle zone più arretrate e in particolare della Sicilia e dell'Italia meridionale, quello del socialismo che avrebbe potuto essere la ripresa del movimento risorgimentale, e invece si era perduto nelle secche della irresponsabile leggerezza dei dirigenti e della ignoranza e arretratezza delle masse.
Certo nel decennio fra il 1900 e la guerra di Libia poté sorgere la superficiale soddisfazione e l'ottimismo dell'Italia ufficiale giolittiana che offriva all'opinione pubblica un quadro idillico dell'epoca. Ma a contrasto sorgeva anche grandezza, per la sensazione d'impotenza, per i problemi gravissimi irrisolti. Di qui l'opposizione nazionalistica. nelle sue varie forme, l'opposizione cattolica, l'opposizione radicale. Di qui anche la polemica meridionalistica, il motivo del Mezzogiorno tradito, che rappresenta certamente uno degli elementi caratteristici della battaglia de]le idee e degli orientamenti delle coscienze in quel periodo.

In realtà all'idea che i1 Mezzogiorno fosse una terra barbara da civilizzare, con i mezzi tipici delle potenze coloniali in quegli anni si contrapponeva sempre di più la consapevolezza dei torti subiti dal Mezzogiorno dopo l'unità e della vera e propria spogliazione a cui era stato sottoposto. La formula di Giustino Fortunato che qualunque sacrificio, da parte del Mezzogiorno, "valeva bene il prezzo d'entrata nel mondo della civiltà" veniva respinta e si cercava di calcolare, invece, la reale entità di quel sacrificio e di quel prezzo. Per questo nel Mezzogiorno assumeva un carattere particolarmente netto e polemico il contrasto fra la generazione risorgimentale, cioè "una classe politica ideologicamente democratica e fanaticamente unitaria che si era mostrata generalmente estranea alle concrete questioni economiche", e la generazione successiva, "che nutriva la propria mente di studi economici e finanziari e l'anima di aspirazioni di. progresso materiale, attraverso una azione atta a scavalcare le distanze che si frapponevano fra le reali condizioni del Mezzogiorno e le loro aspirazioni".
Ugualmente caratteristico in quel periodo è il passaggio dell'opinione pubblica da una simpatia abbastanza spiccata verso il movimento socialista ad atteggiamenti del tutto diversi. Anche il motivo del fallimento del socialismo faceva parte del patrimonio comune almeno dei ceti intellettuali italiani, dopo i primi anni dell'esperienza giolittiana, sì che essi passarono dagli ideali di umanità, di giustizia e di libertà, dallo slancio verso le riforme più audaci, dalla comprensione per i bisogni e la miseria delle classi più umili, alla polemica antioperaia, all'esaltazione della rivincita borghese, all'ideale della forza e del prestigio della nazione, allo spirito di espansione, alla difesa dell'ordine costituito e ai sogni di grandi avventure guerresche.

Che Pirandello partecipi di tale orientamento degli intellettuali non può esservi dubbio perché nel romanzo "I vecchi e i giovani" egli rappresenta proprio quei tre fallimenti collettivi. Solo che Pirandello si differenzia sia dall'ottimismo ufficiale, sia dall'inquietudine e dall'insoddisfazione delle nuove generazioni. Con queste egli ha in comune i motivi del Risorgimento e della unità traditi e la delusione per il socialismo, ma di esse non condivide il tono fervido, l'attivismo frenetico e, nei migliori, la tensione intellettuale e lo slancio ideale. Il fallimento di quei tre miti in lui lascia un vuoto senza speranza: la rappresentazione del presente è cupa ed amara, senza luce ideale, senza possibilità di riscossa. Non a caso lo scrittore che Pirandello mostra di sentire particolarmente congeniale, tanto da porlo al di sopra degli altri, uguagliato soltanto da Machiavelli, è l'autore del Don Chisciotte. E Don Chisciotte, per lui, è lo stesso Miguel Cervantes de Saavedra il quale aveva imparato a sue spese l'inanità del segno di gloria, la vanità dei nobili ideali.


IL SENTIMENTO DELLA TRAGEDIA UMANA

E riso amaro del Don Chisciotte è quello che egli teorizza nel trattato "Sull'Umorismo" e che realizza poeticamente nelle sue opere. L'umorismo, infatti, scompone le illusioni di cui si nutrono gli uomini e scopre il gioco reale. Così ci fa constare che noi ci vediamo non quali siamo, ma quali vorremmo essere; che le convenzioni sociali non sono ispirate da sentimenti autentici ma sono invece "considerazioni di calcolo"; che al1a base della convivenza sociale c'è l'ipocrisia perché è più facile attraverso una comune menzogna conciliare tendenze contrastanti; che chi è debole cerca di simulare la forza; che la nostra stessa personalità è molteplice e sfuggente; che la logica apparentemente più rigorosa serve spesso a mascherare un impulso affettivo o un sentimento interessato; che la vita è un flusso continuo e noi ci fissiamo sempre in una forma che contraddice quel flusso; che gli avvenimenti della vita non hanno cause logiche, ma "la vita nuda, la materia senza ordine apparente, irta di contraddizioni, pare all'umorista lontanissima dal congegno ideale delle comuni concezioni artistiche, in cui tutti gli elementi, visibilmente, si tengono a vicenda e a vicenda cooperano". Di qui l'amara consapevolezza della contradditorietà del mondo che lo circonda e della stessa persona umana, del caotico intrecciarsi di forze e volontà individuali che finiscono per determinarsi fra loro in modo del tutto casuale. Vana è la veste organica e apparentemente logica di cui si copre la società, nella quale si celano le stesse singole individualità quando vengono in contatto con altre.
Il ritmo stesso della vita apre mille strappi in quella veste e ne mostra il contenuto caotico e irrazionale. Di qui, anche, l'elemento più importante del processo di creazione artistica del Pirandello: la scelta della vicenda, della situazione delle novelle o del dramma. Perché un sentimento del mondo così disgregato e contradditorio, una visione della vita in cui domina il caotico, il casuale e l'irrazionale, non può che cogliere nella realtà che lo circonda tutti gli aspetti più assurdi e contradditori e metterli a confronto con i dati del senso comune, della società costituita.
La vicenda narrativa o drammatica è, dunque, la caratteristica essenziale del suo stile: la vicenda che è poi uno dei mille casi che avvengono nella vita di ogni giorno e che non si presenta più come straordinario, eccezionale o inverosimile, ma come assolutamente normale in un mondo senza leggi né razionalità. Insomma al fondo delle esperienze pirandelliane (biografiche, storiche e stilistiche) c'è il sentimento della condizione anarchica in cui viene a vivere l'uomo moderno, della mancanza di un tessuto sociale organico che lo sostenga e lo colleghi agli altri uomini, del dominio sull'uomo delle cose che sono estranee alla sua volontà, della inevitabile sconfitta a cui è condannato l'uomo nella società in cui si trova a vivere. E, di riflesso, compare l'altro motivo, quello della natura, come luogo e condizione di vita che si contrappone alla società: quanto questa è caotica tanto quella è organica, quanto l'una è angosciata dalla propria consapevolezza, tanto l'altra è semplice ignara e felice. Vale a dire che si trovano in lui i due termini tra i quali si dibatte la crisi della coscienza contemporanea.

Da questo punto di vista bisogna guardare il complesso imponente della sua opera.
E verrà alla luce, certo, tutta la melma che un fiume così copioso di acqua si porta dietro: verrà alla luce il meccanismo di certe situazioni, la fretta con cui altre sono sviluppate, il mestiere di cui Pirandello spesso troppo si fida.
Ma verrà alla luce anche una umanità dolente, una pena sincera, una visione lucidamente disperata degli uomini delle cose.
Verranno alla luce le figure e le situazioni tragiche che animano le pagine dei romanzi e delle novelle e che s'incarnano nei grandi temi del suo teatro. Figure e situazioni che ritornano tenacemente, con mutate sembianze, nel complesso della sua opera come motivi di una sinfonia e che ci danno una rappresentazione grandiosa e cosciente (forse la più cosciente della nostra letteratura del Novecento) della alienazione umana nella società a noi contemporanea.


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mercoledì 16 gennaio 2008

IL FU MATTIA PASCAL - Luigi Pirandello

   

IL FU MATTIA PASCAL


Luigi Pirandello






LA TRAMA


La signora Pascal, madre di Roberto e di Mattia, era una santa donna, di carattere fin troppo placido, di una ingenuità quasi infantile. Perfino a vederla parlare, con quella vocetta nasale, sembrava una bambina. Quando rimase vedova Roberto aveva sei anni e Mattia quattro; ella si dedicò ai due figli, per i quali aveva una tenerezza morbosa.Il marito l'aveva lasciata ricca, padrona di terre e di case. La giovane vedova, sempre malaticcia, del tutto incapace di amministrare, si affidò ciecamente a Batta Malagna, uno del paese, che aveva ricevuto tanti favori dal suo povero marito e proprio per questo avrebbe dovuto, secondo lei, amministrare onestamente, almeno per debito di riconoscenza.

Altro che riconoscenza ! Batta Malagna, sebbene largamente remunerato per i suoi servigi, rubava a man salva, senza incertezze, senza rimorsi. Così la famiglia Pascal si impoverì, mentre Batta Malagna, il ladro, diventava sempre più ricco.
Quando Roberto e Mattia furono cresciuti, qualcosa si sarebbe potuto ancora salvare dalle grinfie del Malagna, solo che i due ragazzi fossero stati meno spensierati e la loro madre meno inetta. Invece, né Roberto né Mattia si curavano dei beni, paghi di vivere agiatamente, senza pensieri.
L'amministratore ebbe l'arte di non farli mancare di nulla, almeno finché visse la madre…., quel benessere serviva a nascondere l'abisso che ben presto li avrebbe ingoiati. Roberto riuscì a sfuggire alla miseria sposandosi giovanissimo con una ragazza molto ricca…, così il povero Mattia dovette sopportare tutto il peso della sfortuna familiare.
Mattia Pascal non era un bel ragazzo, ma il carattere gioviale e spensierato e l'intelligenza brillante facevano dimenticare la sua scarsa avvenenza.
Le donne erano attratte dalla sua estrosa parlantina, dalla sua impetuosa vivacità che sembrava rendere tutto più facile. Così, quando il timido Pomino, grande amico di Mattia, si innamorò della bella Romilda, supplicò Mattia di aiutarlo, di parlare per lui alla ragazza, i cui verdi occhi intensi e cupi gli avevano tolto la pace. Romilda era bella e giovane, ma aveva una madre perfida che le rendeva la vita impossibile.Mattia consolava la povera ragazza, le parlava di Pomino, che era tanto innamorato e la voleva sposare, ed ella lo ascoltava affascinata, quasi rapita.
Finché un bel giorno Mattia, davanti a Romilda che lo scongiurava di aiutarla a liberarsi dalla tirannia della madre, mentre le lacrime rendevano ancora più splendenti i suoi occhi verdi, si dimenticò del tutto dell'amico Pomino, tanto fiducioso, e un mese dopo si trovò costretto a sposarsela lui, la bella Romilda.
La vedova Pescatore, madre della ragazza, accettò a denti stretti il matrimonio della figlia con quel …discolo buono a nulla, ricco soltanto di debiti… che era Mattia Pascal. Non perdeva occasione di parlare male a Romilda, di aizzarla contro il marito; la vita in comune diventò ben presto per i due sposi un vero inferno.
Romilda inoltre attendeva un bimbo e i disturbi inerenti al suo stato ne avevano inasprito il carattere.
Mattia intanto era riuscito a ottenere un posticino di bibliotecario comunale e guadagnava appena appena da vivere, per lui e la moglie. Marianna, la suocera, aveva una piccola pensione, di cui non mollava un soldo.Una sera, appena arrivato sulla porta di casa, Mattia si sente afferrare per le spalle dalla vedova, che gli urlò in faccia :- Un medico presto ! Romilda muore !
Mattia sentì che gli mancavano le forze per l'emozione e l'ansia, ma corse come un pazzo in cerca del dottore. Infine, Romilda mise al mondo due gemelle e non morì. Pochi giorni dopo invece morì una delle due piccine, la più gracile.
L'altra, un amore di bimbetta, rosea, bionda, affettuosissima, visse meno di un anno.
Diede a Mattia il tempo di affezionarsi a lei, con tutto l'ardore di un padre che, non avendo più altro al mondo, vedeva nella propria creaturina lo scopo della sua vita, poi morì.
Le scenate familiari continuarono anche dopo la morte della piccina… la vedova Pescatore pareva si fosse messa d'impegno per rendere sempre più intollerabile l'esistenza al povero Mattia.
Finché il disgraziato, non potendo più resistere oltre, decise di fuggire dal paese natio.
Ed ecco che un giorno se ne va senza dir nulla, col poco denaro che ha in tasca e l'abito consunto dei giorni di lavoro. Pensa di imbarcarsi per l'America, così… alla ventura. Che può capitargli di peggio di quello che ha sofferto a casa sua? Il rischio di un incerto futuro gli sembra nullo in confronto all'oppressione che da troppi mesi lo soffoca, anzi in un certo senso il rischio lo attrae.
Salta sul primo treno per la Francia e scende a Nizza, quasi spinto da una forza ignota…, Montecarlo è lì a due passi, splendida e invitante. La tentazione di sfidare la sorte al gioco è troppo forte…, Mattia scende che "deve" provare. Pallido e sudato per l'emozione, entra nel grande palazzo, che sembra un tempio eretto alla dea Fortuna. Nella prima sala, così a casaccio, punta sul venticinque. Con gli occhi fissi sulla pallina della roulette, mentre uno strano senso di eccitazione lo assale, sente gridare un numero :- Venticinque ! Ha vinto ! Punta ancora, su numeri diversi, e continua a vincere.
Il giorno dopo torna a giocare…, ci torna per dodici giorni di fila…, vive come in un sogno, gioca alla disperata, vincendo e perdendo con alterna fortuna. Tornato finalmente in se dopo quella follia durata dodici giorni, Mattia Pascal si trova in tasca una bella sommetta…, è quasi ricco.
Decide allora di ritornare al paese…, sul treno fa e disfa progetti, sogna un avvenire tranquillo, una vita nuova, serena, al riparo dalla miseria. Potrebbe pagare i debiti, riscattare una parte delle terre, ritirarsi a vivere in campagna e fare io contadino. Chissà come rimarranno stupite la moglie e la suocera ! Gli pare di vederle, con gli occhi e la bocca spalancati, quando si metterà a contare tutti quei bigliettoni di banca…. - Dove li hai rubati ?… gli chiederanno. E lui lì, zitto, mentre la bile della vedova Pescatore salirà a farle scoppiare il fegato.
Così fantasticando Mattia Pascal non può fare a meno di ridacchiare tra sé, e i compagni di viaggio lo guardano stupiti, giudicandolo un po' matto. Alla stazione italiana Mattia compra un giornale e subito gli vanno gli occhi su un titolo in grassetto :- Suicidio - . Alla prossima riga si arresta sorpreso : qualcuno si è suicidato a Mirano, il suo paese. Chi mai…. Il cuore gli balza in gola : sì, il suicida è proprio lui, Mattia Pascal!
Allibito, con gli occhi che sembrano schizzargli fuori dalle orbite, Mattia legge e rilegge il trafiletto stampato in minutissimi caratteri, poi lo ripete tra se, quasi sillabando, fermandosi ad ogni parola .
- Nella gola del mulino, a Mirano, è stato ripescato un cadavere, subito riconosciuto dalla moglie disperata e dalla suocera per quello di Mattia Pascal, scomparso da parecchi giorni dal nostro paese. Si suppone che causa del suicidio siano i dissesti finanziari.
Mattia ha dapprima un moto di sgomento, quasi di terrore…, poi una strana e ironica esultanza si impadronisce di lui. Ecco finalmente la liberazione ! E' morto, Mattia Pascal morto ! Non ha più moglie, non ha più suocera, non ha più creditori…, nessuno ! E' libero! Libero! Libero! Tutti i pesi e i guai della sua vita precedente se li ha portati via quel poveraccio, trovato morto nella gora del mulino e così prontamente riconosciuto da Romilda e dalla vedova Pescatore. Ogni ricordo della vita di prima deve essere cancellato…, Mattia si sente colmo di una fresca letizia infantile. Sarà per lui una nuova vita….Mattia decide che d'ora in poi si chiamerà Adriano Meis. Con qualche accorgimento anche il suo aspetto fisico muta, e ben pochi ora potrebbero riconoscere in lui il fu Mattia Pascal, compianto bibliotecario di Mirano.
Tra viaggi e letture, per qualche mese Adriano Meis gode profondamente la sua libertà senza limiti.
Infine, stanco di vagabondare, decide di prendere stabile dimora a Roma e affitta una stanza affacciata sul Tevere.
La figlia del padrone di casa è giovane, graziosa e di dolcissimo carattere…, si chiama Adriana e questo sembra ad Adriano Meis un segno del destino. La ragazza gli ispira subito simpatia…, una simpatia ricambiata, che in pochi giorni si trasforma in un sentimento più profondo, ma come può Adriano Meis godere di questo amore? Egli non è nessuno…, non ha stato civile, non può offrire nulla alla donna che ama. A che cosa si è ridotta allora la libertà felice e spensierata del fu Mattia Pascal?
Adriano Meis non esiste…, non ha nessuno dei diritti che hanno i cittadini iscritti all'anagrafe. Se lo derubano non può denunciare il furto…, se lo minacciano non può reagire nel timore di venir scoperto. Ora ama una buona e bella ragazza, ma non la può sposare.
Che vita è mai la sua? Il fu Mattia Pascal deve confessare amaramente a sé stesso che la sua condizione di fantasma, di uomo-ombra gli è divenuta intollerabile.
La sua libertà è sinonimo di solitudine, e poi di che libertà si tratta, se egli non può vivere di una vita qualsiasi uomo normale? Non gli resta che"risuscitare", ritornare al paese e riprendersi i suoi diritti di cittadino. Ma perché Mattia Pascal possa resuscitare, deve morire Adriano Meis, l'uomo solitario e un po' misterioso che la dolce Adriana vorrebbe sposare.
Ecco che un giorno, su un ponte del Tevere, Mattia abbandona il bastone e il cappello, col nome e l'indirizzo di Adriano Meis, e se ne va per sempre. Adriana, suo padre e tutti quelli che l'hanno conosciuto, volontariamente annegato nel fiume, e mai troveranno una soluzione al mistero di quel suicidio.
Sono passati soltanto due anni e due mesi dalla supposta morte di Mattia Pascal, ma sembrano un'eternità, per i casi straordinari che in quel tempo sono accaduti. Al paese Romilda è rimasta vedova ben poco…, sposato il suo ex spasimante Pomino, ne ha avuto una figlia. Mattia torna in quella che era la sua famiglia e che ora è una famiglia di un altro. Romilda, Marianna, Pomino lo guardano stupefatti, allucinati, come si guarda un fantasma o qualcuno che viene dall'altro mondo.E allora egli capisce…. ha voluto essere morto? Sia, ma la vita è andata avanti senza di lui…., e i morti non hanno più diritti, ma soltanto il dovere di non risuscitare, per non creare fastidio ai vivi.
A Mattia Pascal non resta che lasciare la moglie a Pomino e tornare a fare il bibliotecario nell'umida chiesa sconsacrata e adibita a biblioteca comunale. Ogni anno fa una passeggiatina al cimitero…, dalla tomba del povero suicida del mulino nessuno ha ancora provveduto a togliere la lapide che vi era stata posta due anni prima a spese del comune….

COLPITO DA AVVERSI FATTI
MATTIA PASCAL
BIBLIOTECARIO
CUOR GENEROSO
ANIMA APERTA
QUI VOLONTARIO RIPOSA
LA PIETA' DEI CONCITTADINI
QUESTA LAPIDE POSE

Mattia legge compunto, con gli occhi socchiusi, a testa bassa…, depone i suoi fiori e rilegge ancora una volta la "sua" lapide. Un giorno, un curioso che lo osservava da qualche tempo, gli pone infine una domanda precisa :- Ma voi, insomma, chi siete?….. - Stringendosi nelle spalle egli risponde con rassegnazione :- Io sono il fu Mattia Pascal…!


COMMENTO

Ciò che colpisce nella prosa di Pirandello è il tono discorsivo, quel raccontare vivacemente, naturalmente, come si fa in una naturale conversazione.
La naturalezza è accentuata dalla narrazione in prima persona…, qui il protagonista del romanzo che racconta le sue esperienze , in un lungo monologo, ora doloroso ora ironico. Pirandello non cerca preziosità e raffinatezze letterarie, che riuscirebbero di rallentare il ritmo incalzante della narrazione.
Egli bada a rendere vivi i personaggi e l'ambiente in cui si muovono, con uno stile secco, scarno, sarcastico.
Il suo metodo di lavoro era singolare…, valendosi di una memoria portentosa, dapprima immaginava tutto il racconto, poi si metteva al tavolino e scriveva di getto, senza interrompersi.
Proprio da questa spontaneità deriva l'efficacia del suo stile, così colorito, anche se qualche volta un po' trasandato.
Lo stile vuol dire individualità, modo proprio di pensare, di sentire, di esprimersi…., ha stile chi ha proprie cose da dire e sa dirle in modo proprio, con un atteggiamento, con una maniera affatto personale, che può anche essere bella.


VALORE DELL'OPERA

Il romanzo "Il fu Mattia Pascal" uscì nel 1904 e rappresentò il primo successo europeo di Pirandello.
Inesauribile nell'inventare trame ora comiche, ora pietose, ora grottesche e insieme drammatiche, talvolta narra storie così assurde da sembrare inconcepibili. Ne "Il fu Mattia Pascal" la trovata, cioè la situazione chiave, sta nella falsa morte di Mattia.
Fino a quel momento sembra una storia come tante altre…, quella di un uomo le cui vicende sono avvenute per caso, non per sua scelta o sua volontà (per caso, si è innamorato di Romilda, è sceso a Montecarlo, ha vinto al gioco).
Ma ad un tratto, ecco la trovata che cambia il corso della vicenda semplice e lineare…, Mattia Pascal, creduto morto, si trova improvvisamente tagliato fuori dal mondo che aveva tentato di abbandonare.
E' una libertà nuova, tutta da gustare, quella che si presenta ad Adriano Meis, ma in realtà essa si rivela ben preso un'illusione. Ancora una volta caso interviene e si fa beffe di lui…, lo ha reso libero per fargli desiderare subito di riacquistare la no-libertà che gli dà modo di vivere almeno come un vero uomo. Sembra un'avventura inverosimile, ma è proprio nella vita, dice Pirandello, che si verificano le avventure più straordinarie, quali nessuna fantasia riuscirebbe a concepire. Conclusa la sua avventura, Mattia Pascal dovrà accettare con rassegnazione ciò che un saggio dice :- Fuori della legge e fuori delle particolarità, liete o tristi che siano, per cui noi siamo noi… non è possibile vivere….
Attraverso Mattia Pascal e tanti altri suoi personaggi, Pirandello esprime la sofferenza dell'uomo, angosciato dall'impossibilità di sfuggire alle convenzioni e ai vincoli della società, che sono insieme una catena ed un modo di esistere, e oppresso, nello stesso tempo, dall'impossibilità di farsi capire dagli altri, che come lui appartengono a questa società. Inutile illudersi di poter evadere, come Mattia Pascal ha tentato di fare, rompendo ogni legame. E' meglio restare nel posto in cui ci troviamo…, anche se continueremo a chiederci perché siamo lì piuttosto che altrove, perché siamo nati, perché amiamo, perché moriamo….. Il volto dei personaggi pirandelliani non può essere lieto…, è un volto senza maschera, quello che gli uomini non mostrano mai nella società cui vivono.
Pirandello non era ottimista…, egli aveva una visione triste della vita e nessuna fiducia nelle illusorie felicità che gli uomini inseguono in mille modi, peccando continuamente di ipocrisia.
Però lo scrittore non si mette mai nei panni del giudicante severo…., anzi, si china con profonda pietà a considerare le dolenti figure e i drammatici casi che animano le molte pagine della sua opera.
I primi romanzi di Pirandello furono di chiara ispirazione verista, ma di verismo assai diverso da quello di Verga e di Capuana. Nelle sue opere, infatti, non è tanto la condizione umana di una classe di diseredati, all'interno di una società dura e ingiusta, a sollecitare la sensibilità e la riflessione dell'artista, quanto uomo, il singolo e il contrasto che in lui si manifesta tra realtà e illusione.
Una realtà ora meschina ora tragica che si scontra drammaticamente con l'illusione che qualcosa di diverso sia possibile…, illusione che inevitabilmente si rivela come una sorte di penoso autoinganno.
Anche quando l'arte di Pirandello si distaccherà più nettamente dalle origini veriste, questo tema permarrà a caratterizzare la sua più importante e famosa produzione teatrale. Accanto al conflitto tra realtà e illusione si pongono, da un lato, quello che Pirandello definisce il "sentimento del contrario" (ovvero la capacità critica di ogni uomo di capire, di cogliere la vanità dell'illusione) e, dall'altro, il sentimento che le vicende di un individuo, degli uomini, non sono altro che eventi casuali e imprevedibili, capaci di sorprendere ogni volta, anche perché parziale ed effimera ogni volta, anche perché parziale ed effimera è la conoscenza che ogni essere ha di se stesso. Tanto che al limite, possiamo illuderci di essere un'altra persona, una sola anima mentre la realtà può disconoscerci, ad ogni momento, il contrario.
Il contrario, dunque, tra reale e illusorio, tra ciò che può apparire e ciò che invece è, sta, per Pirandello, alla base dell'arte umoristica, la quale trova nella delusione, …cioè nel risultato ultimo di tale contrasto, la sconfitta…, la chiave per giungere alla deformazione delle cose e dei personaggi.
In questa concezione è veramente segnata la separazione tra Ottocento e Novecento e si delinea la condizione dell'uomo nella società del XX secolo.
Si spiega in tal modo il peso che Pirandello ha avuto e continua ad avere nella narrativa europea e americana dei nostri tempi…, egli ha affrontato, infatti, il grande, doloroso problema dell'alienazione, della solitudine e delle sconfitte dell'uomo, in una società che non è fatta a sua misura.


LA VITA DI PIRANDELLO in breve

Luigi Pirandello nacque ad Agrigento nel 1867. Dopo aver studiato a Palermo e Roma, si trasferì in Germania, a Bonn. Qui si laureò, discutendo una tesi sui problemi linguistici dei dialetti greco-siculi, ai quali aveva rivolto sin dagli inizi il suo interesse di studioso. Rientrato in Italia, si stabilì a Roma, cominciando un'intensa collaborazione con giornali e riviste.In questo periodo, tuttavia, dovette affrontare dolorose vicende familiari, a causa del tracollo delle attività finanziarie paterne…, che lo privò d'ogni risorsa materiale, e della grave malattia mentale che aveva colpito sua moglie. Si avviò, così, alla carriera dell'insegnamento, ottenendo nel 1897 la cattedra di stilistica presso l'Istituto superiore di magistero di Roma.
Col successo, si acuì in lui in maniera determinante il conflitto fra le soddisfazioni e la responsabilità che gli venivano dall'essere un personaggio pubblico di rilievo, e le tensioni e i drammi della sua vita privata.
I temi, ricorrenti nelle sue opere, della pazzia, dell'essere e dell'apparire, nascevano sia dalla vita quotidiana ( sua moglie Antonietta, donna inquieta e legata ai modi di comportamento più tradizionalmente isolani, sposata in gioventù per un accordo tra famiglie, non si abituò mai alla dimensione pubblica di suo marito ) che dall'evoluzione di quel ribollente periodo storico, pieno di aspirazioni, velleità e mascalzonate, risoltosi con l'affermazione del fascismo. Pirandello aderì in un primo momento alle tensioni innovative della politica mussoliniana, ma poi se ne distaccò quando si scoprì il fondo retorico. Morì a Roma nel 1936, ormai autore di fama mondiale, dopo che nel 1934 aveva vinto il Nobel per la letteratura.





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