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giovedì 15 gennaio 2015

FRATELLI - Giuseppe Ungaretti


FRATELLI

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

Giuseppe Ungaretti
Mariano il 15 luglio 1916


La poesia è la versione definitiva di Fratelli, che troviamo nella raccolta L'allegria del 1943: precedentemente, ne Il porto sepolto, il titolo di questo componimento era Soldato.

La parola-chiave della lirica, fratelli, è simmetricamente presente in apertura e chiusura ed esprime il senso di solidarietà e fraternità che spontaneamente nasce di fronte allo scatenarsi della violenza. È un legame fragile, precario, continuamente minacciato dalla morte (parola tremante, foglia appena nata). Ma nell'angoscia e nel dolore (nell'aria spasimante) I'uomo, cosciente della sua precarietà, istintivamente afferma il suo legame con gli altri, quasi ad esprimere con questo la sua ribellione (involontaria in quanto spontanea, non frutto della ragione) contro la violenza che divide e oppone gli uomini fra loro. 
È questa l'ultima redazione di un testo che il poeta ha sottoposto a numerose varianti, attraverso le quali egli ha teso a raggiungere l'effetto della massima essenzialità e concentrazione espressiva su alcune parole e immagini (fratelli, parola tremante, foglia appena nata, fragilità) isolate e messe in rilievo dalle numerose pause, rappresentate dogli spazi bianchi che separano i versi. 
L'accostamento concettuale fra la parola fratelli e la parola fragilità, che esprime la precarietà del legame di fratellanza in mezzo alla distruzione della guerra, è sottolineato anche da un elemento fonetico, lo stesso suono iniziale fr
Nel verso 5, la fraternità è paragonata per analogia ad una foglia appena nata, indifesa contro la furia degli elementi.
E il paragone non è esplicitato attraverso l'uso della parola come, ma implicitamente suggerito e concentrato al massimo attraverso l'eliminazione di ogni parola superflua.


Schema metrico: versi liberi.

Di che reggimento siete, fratelli?: la domanda, per sé banale, fa subito sorgere il sentimento della fratellanza che si crea in guerra tra uomini, indipendentemente dalle suddivisioni interne all'esercito.

Parola tremante nella notte: la pausa sottolinea il valore di precarietà della parola fratelli e del profondo significato che essa esprime, quando venga pronunciata nella notte, nel buio della guerra e della morte che la minaccia.

Foglia appena nata: è un'analogia, creata fra la parola fratelli e la foglia appena nata, entrambe fragili ed esposte alla violenza esterna.

Nell'aria spasimante: è l'atmosfera piena di angoscia e di dolore nella quale i soldati vivono.

involontaria rivolta: il pronunciare la parola fratelli è un gesto spontaneo di rivolta, un rifiuto della realtà assurda della guerra ed essa perde ogni valore sentimentalistico e quotidiano.

fragilità: il concerto della fragilità, della precarietà della vita umana e degli affetti è messo in rilievo attraverso I'isolamento della parola nel verso.

Fratelli: la poesia si chiude con l'affermazione lapidaria del sentimento di fratellanza, simmetrica rispetto al titolo.



lunedì 24 novembre 2014

ENEIDE - Virgilio (Aeneid - Virgil)


ENEIDE

Publio Virgilio Marone

ANTEFATTO

Troia è caduta nelle mani dei Greci ed è messa a ferro e fuoco: tutti i suoi difensori sono stati uccisi, lo stesso Priamo è perito per mano di Pirro, figlio di Achille. Solo Enea, avvertito in sogno dall'ombra di Ettore che l'esorta a salvarsi con i suoi cari e "le cose sacre", passando incolume tra le schiere dei baldanzosi vincitori e gli incendi, raggiunge la propria casa e prende il vecchio padre Anchise, il figlioletto Ascanio, la moglie Creusa, i patrii Penati, che deve portare in salvo in un'altra terra, e si avvia verso l'esilio.
Gli Dei sono benevoli verso di lui, saggio e valoroso, pio e devoto, destinato a fondare una nuova città da cui trarrà origine un fortissimo popolo che dominerà il mondo.


ARGOMENTO

Dopo aver peregrinato per sette anni e aver affrontato mille peripezie Enea ha finalmente lasciato la Sicilia e naviga felicemente verso il Lazio, quando Giunone, memore del troiano Paride che favori Venere, si reca da Eolo e lo convince a liberare i suoi venti e a suscitare una tempesta che impedisca ad Enea di raggiungere la nuova patria assegnatagli dal destino. Allora i venti, impetuosi si precipitano sul mare, affondano, arenano, sconvolgono, sconquassano le navi dei Troiani, che a stento approdano in Libia. Appena toccata terra, Enea in compagnia del fido Acate esplora la regione, quando si imbatte in una giovane cacciatrice e da lei apprende che v'è una città vicina, Cartagine, la cui fondatrice è Didone, fuggita da Tiro dopo la morte del marito Sicheo.
Quando la cacciatrice si allontana, Enea riconosce in lei, dal suo celeste profumo, Venere, sua madre. Con Acate si avvia allora verso la città, dove si sta costruendo un magnifico tempio a Giunone. Quivi sono istoriate le pareti del tempio con episodi della guerra di Troia.
Didone, cui Enea si presenta con i suoi compagni, invita l'eroe al banchetto nel suo palazzo. Enea manda a chiamare il figlio Ascanio, perché venga e porti doni alla regina. Ma Venere, che teme la perfidia cartaginese, sostituisce il giovinetto addormentato con Cupido, reso simile ad Ascanio. Didone, già presa d'amore, grazie a Cupido, prega l'ospite che narri della caduta di Troia e della sua vita errabonda. (Libro I)

Enea comincia il racconto dal giorno che precede la rovina: i Greci, costruito un enorme cavallo di legno lo riempiono di eroi, e, simulando il ritorno, si nascondono dietro l'isola di Tenedo. Ai Troiani stupiti un Greco prigioniero, Sinone, che si finge perseguitato da Ulisse, dichiara che gli assedianti si sono decisi per il ritorno, dopo aver costruito il cavallo per propiziare Pallade crucciata, e così grande perché i Troiani non lo possano introdurre dalle porte. Il sacerdote Laocoonte, mentre consiglia di non accogliere il cavallo, è ucciso da due serpenti ed è creduto vittima della sua empietà.
Vengono dunque abbattute le mura della città per far passare il cavallo che è collocato sulla rocca. Quando tutti sono immersi nel sonno, escono dalla costruzione gli eroi achivi. Enea, cui compar€e in sogno Ettore, si sveglia quando già bruciano le case di Troia; egli raduna un manipolo di prodi che, assaliti e uccisi alcuni Greci, indossano le armi dei caduti per fare strage di nemici. Sopraffatti dal gran numero soccombono. 
Enea, rimasto solo, corre alla reggia di Priamo, dove vede morire il vecchio re; a tal vista si ricorda del padre suo, vecchio come il re, della moglie Creusa senza difesa, del figlio Iulo. Li raggiunge e col padre sulle spalle, reggendo Iulo per mano, seguito da Creusa che presto scompare nel tumulto, si avvia nella notte. Al sorgere del mattino Enea prende la via dei monti. (Libro II).

Abbandonata la spiaggia troiana, approda poi in Tracia, ma poiché fa fu assassinato un figlio di Priamo, Polidoro, deve lasciare la terra maledetta. A Delo, I'oracolo di Apollo, interrogato, risponde che si cerchi la terra degli avi. Anchise suppone che questa sia Creta, dove i profughi fondano una città, Pergamea; ma la peste li caccia da quel luogo. 
Enea ha una visione: gli appaiono i Penati e gli dicono che la madre antica è la terra Ausonia, donde venne Dardano. Approdano quindi alle isole Strofadi: le Arpie predicono che Enea fonderà la sua città in Italia, ma dopo aver mangiato per fame le mense. 
Arrivano ad Azio, donde approdano a Butroto. Andromaca, la vedova di Ettore che ha sposato l'indovino Eleno, appena vede Enea e le armi troiane, sviene per la commozione. 
Dopo un patetico colloquio, Enea, ripreso il viaggio, sbarca nel porto di Venere, che è il primo approdo sul suolo italico. Arrivato in vista di Scilla e Cariddi, volge a sinistra e prende terra presso I'Etna, nel luogo dei Ciclopi; costeggiata quindi la Sicilia, entra nel porto di Drepano. Qui muore Anchise e così finisce il racconto di Enea. (Libro III)

La regina non sa ormai più dominare la sua fiamma: le nozze si compiono in una grotta, ma la felicità è breve. Giove manda ad Enea Mercurio a rimproverargli la sua inerzia e a ricordargli il regno d'Italia. Enea, obbediente, ordina di preparare nascostamente la flotta e rimane inflessibile alle preghiere della disperata Didone. AI mattino, mentre la flotta troiana si allontana, la regina si trafigge su un rogo dopo aver maledetto i Troiani e predetto loro la vendetta di Annibale. (Libro IV)

Enea, giunto ad Erice nel primo anniversario della morte di Anchise, offre libagioni e vuole che la data sia celebrata con gare. Ma Giunone manda Iride che persuade le donne a dar fuoco alla flotta per porre fine ai disagi della lunga peregrinazione. Tizzi ardenti sono gettati sulle navi che vengono salvate da un acquazzone provvidenziale. 
Enea, fondata la città di Aceste, dove restano le donne e gli invalidi, parte per l'Italia con i migliori Troiani.
Quando è già in vista dell'Italia, Palinuro, il timoniere della nave, vinto dal sonno, precipita in mare col timone. Enea, preso il governo della nave, si avvicina all'Italia. (Libro V)

Approda a Cuma, presso la spelonca della Sibilla, scende nell'antro dove il dio profetico annuncia nuovi pericoli e nuove sventure, e, dopo essersi munito di un ramoscello sacro dalle foglie d'oro, fatti sacrifici a Proserpina e a Plutone, va per il regno sotterraneo delle ombre, finché giunge alla palude Stigia. Là sono Caronte e Cerbero, il cane trifauce. 
Nel Limbo trova i bambini e i suicidi; più oltre, nei campi del pianto, le anime dei morti per amore, fra le quali Didone che lo respinge; più avanti i guerrieri caduti sui campi di battaglia. 
Enea depone il ramoscello d'oro alla reggia di Plutone e nei Campi Elisi incontra Anchise che gli mostra le anime dei discendenti: i re Albani, Romolo, la gente Giulia. Ed anche i grandi cittadini della repubblica: Cesare, Pompeo, i due Marcelli, Claudio e il giovane Marcello nipote di Augusto. Enea torna infine fra i compagni. (Libro VI)

Arrivato alle foci del Tevere, l'eroe manda ambasciatori al re Latino che li accoglie benignamente riconoscendo in Enea il genero straniero annunciatogli dagli oracoli. Ma Giunone chiama a sé Aletto perché susciti la discordia e faccia sì che Amata, la moglie di Latino, non voglia che la figlia sposi uno straniero, quando già è stata promessa a Turno, re dei Rutuli. Questi, infatti, raduna i suoi. Tutto il Lazio è in armi e passano in rassegna i guerrieri italici: Mezenzio, Lauso, Catillo, Cora, Messapo, Clauso, Ufente, Umbrone, Virbio, Turno e da ultimo Camilla, la vergine guerriera. (Libro VII)

Secondo il consiglio del Dio Tiberino Enea risale il corso del Tevere finché giunge a Pallanteo, una povera città di pastori, dove si presenta al re Evandro che gli concede ospitalità e stringe con lui alleanza: Pallante, figlio del re, lo seguirà. 
Durante il banchetto Enea ascolta la narrazione delle imprese di Ercole che ivi uccise Caco, onde nacque il culto dell'eroe. Accompagnato dal re, visita quei luoghi che un giorno saranno famosi: I'ara massima, la selva, asilo di Romolo, il Lupercale, il monte Tarpeio. 
Intanto Venere, che ha ottenuto da Vulcano le armi per il figlio, gliele porta, bellissime, istoriate con i principali fatti della storia romana. (Libro VIII)

Turno, approfittando dell'assenza di Enea, assale il campo dei Troiani cercando di incendiare le navi che Giove trasforma in ninfe del mare. Durante l'assedio al campo Niso volontariamente si offre di andare ad avvisare Enea del pericolo che stanno correndo i Troiani: fedele amico gli si aggiunge Eurialo. 
Ottenuto I'ambito incarico, escono di notte, attraversando il campo dei nemici immersi nel sonno e ne I'anno strage. Ma, sorpresi da una pattuglia nemica che li insegue, Eurialo è preso: Niso, sentendo perduto l'amico, ritorna indietro a vendicarne la morte: ma cade sul corpo di Eurialo. Le teste dei due giovani, infitte su picche, sono esposte agli occhi dei Troiani. 
I Rutuli, esultanti, attaccano con tale audacia da riuscire a forzare la porta per la quale irrompe Turno che, tuttavia, separato dai suoi, deve fuggire per il fiume. (Libro IX)

Giove aduna il concilio degli Dei e lamentandosi che i numi si siano occupati della guerra, protesta che si deve lasciare libero corso al destino. Enea con l'alleato Tarconte, capo degli Etruschi, è già in cammino con le loro forze riunite. 
La sua nave avanza per prima, seguita da tutta la flotta, finché giunge in vista del campo troiano. Turno, appena vede Enea, si precipita ad impedire lo sbarco e nella zuffa affronta e uccide Pallante, fregiandosi poi del balteo cesellato del caduto. 
Enea, che vuol vendicare la morte dell'amico, cerca invano Turno trasportato da Giunone lontano dal campo. Ecco allora entrare in azione Mezenzio, che semina la strage fra le schiere troiane e alleate. Enea muove contro di lui e lo ferisce da lontano con l'asta e già Io minaccia con la spada quando Lauso, il giovinetto figlio di Mezenzio, interponendosi, riceve il colpo diretto al padre e muore. Mezenzio, che si era ritirato presso il fiume, ritorna, benché ferito, in battaglia ed affronta irato e dolente Enea, galoppandogli intorno tre volte senza riuscire a ferirlo, finché Enea con un colpo di lancia gli uccide il cavallo e poi con la spada uccide anche lui. (Libro X)

All'alba avviene la solenne sepoltura di Pallante che in funebre corteo è accompagnato dal padre Evandro. Si pattuisce una tregua per seppellire i caduti. Da una parte e dall'altra si celebrano i funerali degli innumerevoli morti mentre in Laurento si vorrebbe far decidere la guerra da un duello fra Turno ed Enea.
Affidato il comando della cavalleria alla vergine Camilla, Turno si apposta in un'imboscata. Ma Camilla è uccisa da Arunte e con la sua morte costringe Turno ad uscire in campo aperto nella pianura per accorrere alla difesa di Laurento. 
Il sopraggiungere della notte fra sospendere le operazioni. (Libro XI)

Per evitare inutile spargimento di sangue il Rutulo offre di battersi in duello con Enea: chi vincerà avrà come consorte Lavinia. Si giurano i patti, ma la ninfa Giuturna, troppo temendo per il proprio fratello, mescolandosi alla folla dei Rutuli, riesce a suscitare disordini e a far sì che una freccia ferisca un alleato di Enea. Anche Enea rimane ferito: ma prontamente risanato ritorna in campo terrorizzando i nemici che si danno alla fuga. 
La regina Amata si uccide; i Rutuli ormai non hanno più speranza.
Turno, compresa la gravità del momento, vuole una morte degna della sua nobiltà: accorso alle mura, invita Enea a battaglia. I due si scontrano con indicibile furore, ma Turno, infranta la sua spada sull'armatura di Enea, è costretto alla fuga, inseguito dalI'eroe. 
Gli Dei decidono che i Troiani vincano.
Turno è perduto; atterrato e ferito chiede grazia ad Enea il quale, impietosito, sta per donargli la vita, quando, vistogli indosso il balteo di Pallante, ricorda il giuramento di vendetta e trafigge Turno col colpo mortale. (Libro XII)



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giovedì 21 agosto 2014

CANTO D'AMORE DEI LIRICI GRECI (Song of Love)


Squisite variazioni sul tema dell'amore nel canto umanissimo dei lirici greci

Di Manara Valgimigli (San Piero in Bagno, 9 luglio 1876 – Vilminore di Scalve, 28 agosto 1965,  filologo, grecista, poeta e scrittore italiano.), è uscita la ristampa di una famosa versione, Saffo e altri lirici greci.

I lirici greci qui presenti sono Saffo, Anacreonte, Archiloco, Ipponatte, Alcmane e Alceo, vissuti tra l'VIII e il VI secolo a.C.: poesia antichissima dunque, che testimonia di una civiltà, di una sensibilità e di un gusto raffinati e che succede alla grande poesia epica.

La poesia epica, l'epopea eroica era fiorita sul rigoglio di alcune forti e prosperose monarchie greche; tra cui quelle della Tessaglia, della Beozia, del Peloponneso (Argo e Micene), fino al 1000 a.C. e cioè fino alla discesa dei Dori. 
Massimo poeta epico fu Omero, nei cui poemi Iliade e Odissea agiscono dei re ed eroi nazionali.

Due secoli dopo le condizioni politiche ed economiche della Grecia erano profondamente mutate: decadute le dinastie, sviluppate le industrie e i commerci, attiva la colonizzazione. Sul terreno sociale infuriano le lotte fra democrazia e aristocrazia, e appaiono le figure dei tiranni, governanti dispotici che peraltro incoraggiano l'arte e la cultura contro i quali ci restano testimonianze anche poetiche di odi violenti (tutta la vita di Alceo è una lotta politica contro i tiranni di Lesbo).

L'apparizione della poesia lirica in questo periodo della storia greca riflette appunto il decadere dei grandi miti eroici e solenni della poesia epica, e il sostituirsi di suggestioni individuali e interiori.  Particolare interessante è che la lirica greca non andava letta, ma cantata e accompagnata da strumenti musicali.

La tematica della poesia lirica è soprattutto quella amorosa, ora passionale e squisita come in Saffo, ora giocosa come in Anacreonte: le variazioni sul tema dell'amore vanno dalla preghiera a Venere, al festoso imeneo, al pulsare tormentoso del sangue; dal dolore per un distacco alle immagini malinconiche e composte della solitudine notturna o della riviera d'Acheronte.

Saffo ha il dono particolare di intuire pudori e abbandoni, di notare teneri paesaggi, oggetti raffinati. 
"Portava nel cielo della poesia - osserva Valgimigli - illuminate e trasfigurate, anche queste minute cose di eleganza, di mollezza e di lusso del suo vivere quotidiano. E qui è, in questa effusione affettiva, in questa sottile e celere sensibilità, in questo abbandono gioioso alle cose belle, l'accento fondamentale e costante e coerente del suo poetare".

Voglio ricordare una delle più celebri saffiche, che riecheggerà, molti secoli più tardi, in un'altra celebre lirica del poeta latino Catullo, e che è una stupefacente, aperta confessione e analisi d'amore:

"Subito mi sobbalza, appena 
ti guardo, dentro nel petto il cuore  
e voce più non mi viene, 
e mi si spezza la lingua, e una fiamma sottile
mi corre sotto la pelle, 
con gli occhi più niente vedo,
rombo mi fanno gli orecchi, sudore mi bagna, 
e tremore tutta mi prende,
e più verde dell'erba divento, 
e quasi mi sento,
o Agàllide, vicina a morire".


Di Alcmane ritrovo. in questa bella traduzione italiana, la calda vena elegiaca; di lpponatte il vigore popolaresco.... 

"Tenetemi il mantello: voglio dare 
un pugno a Bùpalo nell'occhio,  
Io sono bravo, i colpi non li sbaglio"... 


Di Alceo la virile e incisiva poesia...

"Ora bisogna bere; 
ubriacarsi bisogna; 
ora che Mirsilo è morto".


Valgimigli ricorda che questi versi, ispirati alla morte di un tiranno, venivano ripetuti fra amici nel 1942, quando apparvero nella prima versione ed edizione, come un augurio.

La traduzione di Manara Valgimigli, condotta sui testi filologicamente più attendibili, è essa stessa opera di poesia: basterebbe citare i versi bellissimi di "Cèrilo" (cèrilo è I'alcione vecchio):

"...Oh, se cèrilo cèrilo fossi, 
che sopra il fiore dell'onda marina 
vola tra mezzo le alcioni,
cuore tranquillo, penne
cangianti al colore dell'acqua,
nunzio di primavera".


Dopo l'epopea omerica ed esiodea e prima dell'apparizione dei tragici, queste testimonianze poetiche, che derivano direttamente dalle canzoni popolari di antichissima tradizione, vanno considerate soprattutto come un discendere del canto nel cuore dell'uomo, per liberarne e rivelarne le vicende liete e tristi, pubbliche e private, i sentimenti, i voti: nuovo protagonista nella letteratura appare l'uomo, sullo sfondo ormai lontano di superuomini, dei, semidei, sovrani.



venerdì 28 marzo 2014

LA PREGHIERA DEI BIMBI (The prayer of the childrens) - Ceccardo Roccatagliata Ceccardi


LA PREGHIERA DEI BIMBI
Da Sonetti e Poemi
Ceccardo Roccatagliata Ceccardi 

I bimbi pregano il Signore
ogni sera. I buoni col cuore,
gli stolti coi labbri. Il Signore

dorme in una casa lontana, *
una casa perduta in fondo
al deserto dei cieli. Angioli

e Santi la occultan tra loro
con un meraviglioso lavoro
di nubi e di lucciole d'oro.

Le preghiere dei bimbi cattivi
si smarriscono dietro il bagliore
de le lucciole; ma quelle dei buoni

trovan la via de I'uscio lontano
a cui bussan lieve con la mano
discreta; ed entrate pian piano

pel buco de la chiave, ne' nidi
de gli uccelli s'ascondon, com'essi
aspettando che Iddio si risvegli.


Le preghiere.che i bimbi innalzano a sera prima di dormire -  i buoni col cuore, i cattivi con le labbra - salgono tutte in cielo, dove nella più remota lontananza è la casa dei Signore, che Angeli e Santi nascondono entro una cortina di nubi trapunte di stelle d'oro. In questa vaporosa luminosità si smarriscono le preghiere dei bimbi cattivi, ma quelle dei buoni sanno trovare la via che conduce alla casa di Dio. Bussano lievi alla porta ed entrati per il buco della serratura, aspettano nei nidi degli uccellini che il Signore si desti.

* II Poeta immagina la vita di Dio simile a quella degli uomini. Dunque anche Egli dorme.
E la sua casa è lontana lontana, in fondo alle sconfinate distese (al deserto) del cielo,


Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (Genova, 6 gennaio 1871 – Genova, 3 agosto 1919) è stato un poeta italiano. È stato un precursore della poesia ligure del Novecento che va da Camillo Sbarbaro a Eugenio Montale, ma nella sua formazione s'incrociano anche residui carducciani e inquietudini decadenti che rinviano a Pascoli, a D'Annunzio e ai simbolisti francesi. Nelle sue composizioni migliori s'avverte un teso lirismo che si placa a tratti in eleganti movenze elegiache o in dense evocazioni del paesaggio ligure. Genova lo ha ricordato nel novantesimo dalla sua morte con la deposizione di una corona del Comune nella via a lui dedicata il 3 agosto 2009 promossa dall'Associazione Culturale "Conoscere Genova" Onlus.




lunedì 25 novembre 2013

ED È SUBITO SERA (Is now evening) - Salvatore Quasimodo


SALVATORE QUASIMODO

Salvatore Quasimodo (Modica, 20 agosto 1901 – Napoli, 14 giugno 1968) è stato un poeta italiano, esponente di rilievo dell'ermetismo, ha contribuito alla traduzione di testi classici e soprattutto dei lirici greci, e stato vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1959.

Un poeta che modernissimo più che per la scarsa cantabilità del verso (è l'aspetto più grossolano del suo distacco dalle melodie accentuative e strofiche, così numerose nella storia della nostra poesia), per l'essenzialità del contenuto, mai disperso in divagazioni e distrazioni.
La sua è in generale una lirica che nasce dal dolore, ma non affranta, anzi coraggiosa.
E inoltre traduttore limpidissimo, e specialmente dal greco: e anche qui, dello spirito più che della forma. 
Traduce anche Shakespeare. 
Le raccolte più importanti di liriche sono:
Poesie..., Oboe sommerso...., Ed è subito sera

Siciliano, visse a Milano dove insegnò letteratura italiana al Conservatorio musicale e amò assai il paesaggio lombardo e la città.
   


ED È SUBITO SERA

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.


Breve durata della felicità umana, paragonata a un raggio di sole che subito si spegne per il sopraggiungere della sera. 
Nel giro di tre versi è malinconicamente riassunta una vita.
Questa breve lirica offre il titolo a ad un volume di poesie del Quasimodo, e serve a intendere tutta la poesia di questo moderno del Novecento, soffusa di malinconia, di rimpianti per una bellezza irrevocabilmente perduta, quella della sua terra lontana: felicità intravista e subito smarrita.



mercoledì 28 agosto 2013

GIUSEPPE UNGARETTI - La poesia ermetica (The hermetic poetry)

    
Giuseppe UNGARETTI  (1888-1970), poeta. Nato ad Alessandria d'Egitto da famiglia toscana emigrata per lavoro, vi trascorse l'infanzia e I'adolescenza. Fu per molti anni a Parigi, a contatto con le avanguardie del '900, il simbolismo e la "poesia pura".
Le prime prove poetiche escono sulla Voce e su Lacerba
Durante e dopo la guerra del '15-18 combattuta in Italia e in Francia, pubblica Il porto sepolto (1916) e Allegria di naufragi (1919). 
Ha insegnato letteratura italiana all'Università di Roma. 
E' stato uno del maestri dell'ermetismo e rimane una delle maggiori figure della lirica italiana del '900.


 Una coscienza critica 

L'intreccio complesso di problemi posti dalla guerra e dal dopoguerra viene sofferto e interpretato - sul piano poetico - da Giuseppe Ungaretti.
Egli nacque ad Alessandria d'Egitto nel 1888. Da giovane frequentò gli ambienti anarchici e socialisti dell'emigrazione italiana in Egitto. Nel 1912 si trasferì in Francia. 
Interventista, partecipò come semplice fante alla prima guerra mondiale. Dopo la guerra si stabilì a Roma. Ma poi accettò di recarsi in Brasile per insegnare Letteratura italiana all'Università di San Paolo. 
Rientrato in Italia allo scoppio della guerra, ottenne la cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso I'Università di Roma. E' morto nel 1970.

Le sue opere principali sono: Il porto sepolto (1916)..., Allegria di naufragi (1919)..., L'Allegria (1931)..., Sentimento del tempo (1933)..., Poesie disperse (1945)..., Il dolore (1947)..., La terra promessa (1950)...,  e Il taccuino del vecchio (1960). 

Nella poesia di Ungaretti vengono davvero bruciate senza residui le esperienze crepuscolari, dei futuristi e dei vociani dai quali, per altro, egli prese le mosse. Come giustamente è stato detto, "egli avvertì - e l'estrema nudità a cui la guerra obbliga I'animo umano lo aiutò - che la parola oratoria o decorativa ed estetizzante, pittorescamente bozzettistica o malinconica e sensuale falliva al suo scopo poetico"; la parola poetica è parola "soggettiva e universale", portata ad una tensione estrema che la colmi della presenza del suo significato.
Il significato e la portata di questa polemica contro il linguaggio poetico anche dei poeti del primo Novecento, ci vengono chiariti dallo stesso Ungaretti nell'introduzione all'Allegria

"Ci repugnava fino alle radici del sangue, il Decadentismo (1),quella scuola i cui maestri, e i ridicoli epigoni, si consideravano come gli ultimi superstiti d'una società da esaltare, come la stessa vita, con atteggiamenti neroniani (2). Ci si renda ben conto di questo: era giusto che allora i giovani sentissero che il discorso fosse da riprendere dall'abbiccì, e che tutto fosse da recuperare.
I futuristi in un certo senso avrebbero potuto non ingannarsi se non avessero rivolto l'attenzione ai mezzi forniti all'uomo dal suo progresso scientifico, invece che alla coscienza dell'uomo che quei mezzi avrebbe dovuto moralmente dominare. S'ingannavano soprattutto perché avevano fatto proprie le più assurde illusioni derivate dal Decadentismo, immaginando che dalla guerra e dalla distruzione potesse scaturire qualche forza e qualche dignità. Così immaginarono che anche la lingua fosse da mandare in rovina, per restituirle qualche attività e qualche gloria (3)".

"La parola che fosse travolta nelle pompose vuotaggini da un'onda oratoria o che si gingillasse in vagheggiamenti decorativi ed estetizzanti, o che fosse prevalentemente presa dal pittoresco bozzettistico o da malinconie sensuali (4), o da scopi non puramente soggettivi e universali (5) mi pareva che fallisse al suo scopo poetico. Ma fu durante la guerra, fu la vita mescolata all'enorme sofferenza della guerra, fu quel primitivismo (6) o sentimento immediato e senza veli; spavento della natura e cordialità rifatta istintiva dalla natura; spontanea e inquieta immedesimazione nell'essenza cosmica delle cose - fu quanto, d'ogni soldato alle prese con la cecità delle cose, con il caos e con la morte, faceva un essere che in un lampo si ricapitolava dalle origini (7) stretto a risollevarsi nella solitudine e nella fragilità della sorte umana; faceva un essere sconvolto a provare per i suoi simili uno sgomento e un'ansia smisurati e una solidarietà paterna, - fu quello stato d'estrema lucidità e d'estrema passione a precisare nel mio animo la bontà della missione già intravista, se una missione avessi dovuto attribuirmi e fossi stato atto a compiere, nelle lettere nostre".

"Se la parola fu nuda, se si fermava a ogni cadenza del ritmo, a ogni battito del cuore, se si isolava momento per momento nella sua verità, era perchè in primo luogo I'uomo si sentiva uomo, religiosamente uomo, e quella gli sembrava la rivoluzione che necessariamente dovesse in quelle circostanze storiche muoversi dalle parole. Le condizioni della poesia nostra e degli altri paesi allora, non reclamavano del resto altre riforme se non questa fondamentale".

La guerra, dunque, mettendo I'uomo senza protezione e senza diaframmi di fronte al suo destino, lo rivela nella sua nudità primordiale, nella sua fragilità, nella sua innocenza. E la parola nuda e scavata per ritrovare una propria verginità è I'espressione di questa condizione umana.
E questo, certamente. il momento in cui Ungaretti compie una rivoluzione nel linguaggio poetico italiano - portandolo al livello delle grandi esperienze europee - e nello stesso tempo interpreta la condizione umana di milioni e milioni di uomini costretti ad uccidersi senza una ragione, se non quella delle ambizioni imperialistiche delle varie potenze europee. 
Si hanno così le sue liriche più felici, intense e commosse, quelle dell'Allegria:

Sono una creatura

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede.
La morte
si sconta
vivendo.

Metro: versi liberi.
* S. Michele: altura del Carso.
* prosciugata: priva di acqua. 
* refrattaria: insensibile alle variazioni del tempo, ma anche ostile. 
* disanimata: priva di vita. 
* La morte ecc.: in ogni attimo di vita un poco si muore.


San Martino del Carso

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.
Ma nel cuore
nessuna croce manca. 
E' il mio cuore
il paese più straziato.

Metro: versi liberi.
* Dì tanti ecc.: di tanti compagni che corrispondevano con il loro affetto al mio. 
* neppure tanto: neppure qualche brandello.


Nel dopoguerra la preoccupazione di trovare un "ordine" prese anche Ungaretti: e si propose così il problema del rinnovamento metrico, il ritrovamento del "canto della lingua italiana" anche attraverso il metro, e in specie la ricostruzione dell'endecasillabo. Mentre si va precisando la dottrina della poesia come forza sintetica, come analogia: 
"Se il carattere dell'Ottocento era stato quello di stabilire legami a furia di rotaie e di ponti... il poeta di oggi cercherà di mettere a contatto immagini lontane, senza filo. Dalla memoria all'innocenza quante lontananze da varcare. Ma in un baleno" (1923-33).

Non bisogna confondere questa di Ungaretti con l'immaginazione "senza fili" dei futuristi; anche la tecnica è diversa, come ci spiega lo stesso poeta: 

"Trapassi bruschi dalla realtà al sogno; uso ambiguo di parole nel loro senso concreto e astratto; trasporto inopinato d'un soggetto alla funzione d'oggetto, e viceversa..." (1929)..., così: "Nell'ordine della fantasia, spezzato al demone dell'analogia i ceppi s'è cercato di scegliere quella analogia, che fosse, il più possibile illuminazione favolosa, nell'ordine della psicologia s'è dato avvio a quella sfumatura propensa a parere fantasma o mito; nell'ordine del visivo s'è cercato di scoprire la combinazione di oggetti che meglio evocano una divinazione metafisica". (1929).

Tuttavia, come è stato osservato, il sogno di un paese innocente è alla base di un'energica aspirazione verso la parola innocente, verso una nuova verginità espressiva, capace di spezzare ogni vincolo rettorico, e di fondarsi come voce essenziale. Ma nel recupero della patria era implicato sia pure in germe, il recupero di quella stessa tradizione così energicamente violentata alle radici... In armonia con il dominante riflusso europeo tra le due guerre, un nuovo classicismo parve esito naturale
Abbiamo allora Sentimento del tempo e poi, con un ripiegamento sempre più vistoso verso esigenze religiose, Il dolore
Così, la parola essenziale si riduceva a illuminazione favolosa, a fantasma, a mito, e I'asse Petrarca-Leopardi era riportato a dominare I'orizzonte della cultura lirica, con tutta la mediazione del barocco europeo, con I'ossessione angosciata della memoria demente, e infine con tutte quelle armoniche religiose che potevano esservi implicate. 
Oggi, rimane ovviamente decisivo il momento inaugurale della carriera poetica di Ungaretti.


1) Decadentismo: qui per decandentismo s'intendono soprattutto gli atteggiamenti estetizzanti e superoministici. Il dannunzianesimo, insomma, con I suoi derivati.

2) neroniani: estetizzanti e superoministici, come s'è detto.

3) Cosi... gloria: la critica ai futuristi è, in primo luogo, una critica ideologica: annullamento dell'uomo di fronte alla macchina, esaltazione della guerra e della violenza. Di qui i limiti anche nella loro rivoluzione formale.

4) La parola... sensuali: qui si allude, evidentemente a D'Annunzio, a Pascoli e ai crepuscolari.

5) Soggettivi e universali: la parola poetica, per Ungaretti, proprio perché vuole esprimere gli aspetti più interni ed autentici dell'animo umano è, nello stesso tempo, soggettiva e universale.

6) Primitivismo: ritorno al sentimenti elementari dl fronte alla morte sempre incombente.

7) in un... origini: nei momenti supremi ci sembra di ripercorrere la nostra intera esistenza in pochi secondi.


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SOLDATI - Giuseppe Ungaretti


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