Il poeta del gruppo toscano che più risentì del gusto e della maniera popolare fu Luigi Pulci.
Appartenne ad una famiglia di poeti e di mercanti.
Nato a Firenze il 1432, dovette alla amichevole protezione di Lorenzo il Magnifico se non terminò, come il fratello maggiore Luca, in carcere per debiti.
Lorenzo gli affidò anche vari incarichi, a Napoli, a Bologna, a Milano.
Morì verso 1'84, a Padova.
Luigi Pulci fu poeta fecondo.
Imitò la “Nencia del Barberino” del suo Lorenzo il Magnifico nella “Beca di Dicomano”, una serie di rispetti, che esagerano la maniera popolare.
Ma egli è noto per il “Morgante”.
Principalmente da un poema anonimo del Trecento, forse intitolato “Orlando”, il Pulci trasse la materia del suo racconto, in vent’otto canti.
Si narra in esso come Orlando, il principale dei paladini, è sbandito dalla Francia per i mali uffici di un traditore: Gano, a cui aveva dato, meritamente, uno schiaffo.
Gano appartiene alla famiglia dei Maganzesi, che nella leggenda carolingica è quella dei traditori per eccellenza…, come Rinaldo appartiene alla stirpe insigne per lealtà e franchezza, quella dei Chiaramonte.
Orlando, dunque, se ne va in Pagania (come si chiamano, nei poemi carolingici, i paesi non cristiani)…, laggiù lo raggiunse il cugino Rinaldo, indignato che il vecchio e rimbambito Carlo Magno si lasci raggirare da quel traditore.
Scudiero di Orlando si è fatto uno strano gigante, Morgante, il quale era già un tristo, che con altri suoi compagni dava noia a un convento.
Così enorme com'è, diventa il braccio destro dei due paladini.
Sua arma consueta è un battaglio di campana.
Più tardi offre i suoi servigi ai paladini anche un insigne maestro di ladrerie e di imbrogli: Margutte…, il quale, a differenza di Morgante, non si converte affatto a Cristo…, anzi non esita a fare una professione di fede religiosa delle più sfacciate e ribalde.
Le più singolari imprese compiono Orlando e Rinaldo in Pagania: dissipano incanti…, vincono mostri, re, regine…, convertono i vinti al cristianesimo.
E qualche figlia di re, come Meridiana, si innamora di Orlando.
Ma Carlo Magno ha bisogno dei due paladini…, giacché i Pagani (cioè i Mori) minacciano dalla Spagna la Francia.
Un diavolo, Astarotte, entra nel cavallo di Rinaldo che così, rapido come fulmine, è trasportato in Francia.
Anche Orlando ritorna.
Morgante e Margutte erano già morti…, quegli, per il morso di un granchiolino, nell'occasione che, in una tempesta di mare, egli era entrato in acqua, per tirar in salvo la nave…, Margutte scoppiando dal ridere, al vedere una bertuccia che si voleva infilare gli stivali di Morgante.
Orlando e i paladini vanno a colpire i Pagani nella loro propria sede: in Spagna…,e riportano trionfi.
Ma l'invidioso Gano macchina allora con Marsilio, re di Spagna, un orribile tradimento.
Carlo Magno ha già ripassato, vincitore, i Pirenei, in fronte al suo numeroso esercito.
Orlando e i paladini più illustri ne proteggono le spalle, nella retroguardia.
Ma al passo di Roncisvalle, all'improvviso, i Pagani irrompono sulla retroguardia, secondo che aveva loro indicato Gano.
Tutti i paladini, dopo la più eroica resistenza, periscono sopraffatti dal numero dei nemici.
Vedendosi vicino a morte, Orlando si umilia finalmente a suonare il suo corno per chiamare al soccorso,
Carlo Magno ode il tuono sinistro, ritorna e trova tutti i paladini estinti.
Allora si scopre il tradimento di Gallo.
Il ribaldo è preso, portato a Parigi, giudicato e squartato a coda di cavallo.
Il poema, come i poemi popolari carolingici, manca di organismo e di unità.
La seconda parte (che deriva da un altro vecchio poema sulla “Entrata in Ispagna”, o spedizione dei paladini in Spagna) è male innestata sulla prima.
Orlando, giovine al principio del racconto, appare vecchio alla fine.
I motivi sono quelli che più interessano o interessavano nell'epica popolare: prove di forza e di bravura…, torti patiti e vendicati…, punizione dei traditori.
Pochissima parte ha l'amore.
Molta ne ha il buffonesco, perciò il poema prende il nome di “Morgante”, che pure è un personaggio minore nell'azione, ma che più che altri muove il grosso riso.
Né meno grottesco di lui è il mariuolo Margutte: il tipo del faccendiere spregiudicato e cinico.
Ma il buffonesco invade tutto il racconto…, e nuoce nei momenti che dovrebbero essere i più seri…, così è deformata la scena della morte dei paladini a Roncisvalle, tanto grandiosa e solenne nella più antica delle canzoni di gesta francesi…, nell'autore è l'incapacità di sentire la vita eroica.
Non mancano per altro nel “Morgante” le pagine erudite e ammaestrative…, il diavolo Astarotte, per esempio, discute sottilmente di teologia, e preannunzia la scoperta delle terre oltre l'Atlantico.
E dovete influire molto sul Pulci il culto ingegno letterario del suo grande amico, il Poliziano.
Ma i pochi passi dottrinari nulla aggiungono, e talvolta nocciono all'indole gioconda del poema.
Il cui pregio, quello che lo rende ancora accetto, è lo straordinario vigore del raccontare e del descrivere.
Si direbbe che l'autore avesse veduto con gli occhi corporei quello che passò nella sua fantasia.
A cotesto vigore rappresentativo contribuiscono non poco certe peculiarità sintattiche: per esempio il frequente uso del presente e del passato prossimo., i periodi brevi, di non più che due versi…, e una mirabile lingua, ricchissima, viva, pronta, commossa, idiomatica.
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Angiolo Ambrogini detto IL POLIZIANO (1454 - 1494)
GIOVANNI PONTANO - Umanista napoletano
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