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giovedì 12 novembre 2015

LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO (Lenin and Democracy Party)


LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO


Dieci anni dopo la rivoluzione, nel clima appassionato e teso di discussioni e di contrasti sulla piattaforma della maggioranza del Comitato Centrale (C.C.) del partito e quella del blocco delle opposizioni - definito poi blocco antipartito - capeggiato da Grigory Zinoviev e Leon Trotsky, prima durante e dopo il XV congresso dell'ottobre 1.927, circolavano nel partito, con particolare insistenza, ragionamenti come questo: chi e in quali occasioni fra i massimi esponenti del partito era stato nel passato recente o lontano in disaccordo con Lenin e chi era sempre stato d'accordo con lui. 
Al vaglio, non sempre scrupolosamente obiettivo, nessuno degli esponenti dell'opposizione si salvava. O su posizioni di destra o di sinistra, o prima della rivoluzione, o durante, o dopo tutti gli oppositori si erano sempre schierati in momenti decisivi contro Lenin. In contrapposto, gli appartenenti alla maggioranza erano coloro che meno avevano peccato contro Lenin e, taluni di essi, in primissimo luogo Joseph Stalin, erano sempre stati d'accordo con lui. Si voleva in tal modo presentare Stalin come il più fedele interprete e continuatore del pensiero e dell'opera di Lenin e, coloro che con Stalin divergevano, gli avversari incancreniti e incorreggibili del leninismo, anzi, dei nemici del leninismo, del partito, della rivoluzione e dell'Unione Sovietica. 
Era l'inizio della identificazione di Stalin con il leninismo, la rivoluzione e il socialismo.
E l'operazione riuscì abbastanza rapidamente quantunque nulla si possa immaginare di più antitetico al pensiero, allo spirito e al metodo di Lenin, il quale disistimava tra i componenti degli organismi .dirigenti del partito e dello stato massimamente coloro che sapevano dire sempre e soltanto di si, che non sapevano sbagliare perchè non ne avevano il coraggio o perchè non sapevano pensare con la propria testa. 
Dal 1924, soprattutto dal XV congresso del partito in poi, tutto quello che nell'Unione Sovietica si fece, in bene e in male, venne fatto nel nome di Lenin e del leninismo, come se gli uomini avessero cessato di avere una propria responsabilità e fossero diventati dei sacerdoti chiamati ad interpretare in modo più o meno fedele e rigoroso il verbo enunciato da Lenin. La dimostrazione della fedeltà a Lenin e al leninismo si trasformò a poco a poco in una esercitazione pedantesca di ricerca unilaterale e faziosa di brani dei suoi scritti, adatti a spiegare tutte le situazioni e a risolvere tutti i problemi. 
Il solo sacerdote veramente infallibile nella interpretazione esatta del pensiero di Lenin divenne Stalin, chi si metteva in contrasto con Stalin, si metteva automaticamente in contrasto con Lenin e commetteva non un errore, ma un crimine imperdonabile.
In conseguenza di ciò, l'opera compiuta per decenni da apologeti superficiali e unilaterali e quella dei detrattori, avversari interessati, hanno finito per imporre ad un largo pubblico una immagine falsa del pensiero di Lenin e della sua figura di uomo e di rivoluzionario. 
II teorico della natura di classe dello stato, della fase imperialistica, di sviluppo del capitalismo, della trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, della dittatura del proletariato, del terrore rosso per stroncare il terrore bianco dei nemici della rivoluzione e della costruzione della III internazionale per promuovere e dirigere la rivoluzione socialista nel mondo, non ha mai preteso di dettare la soluzione di tutti i problemi futuri dell'Unione Sovietica e dell'umanità. Egli cercava semplicemente la via migliore per risolvere i problemi immani che la storia tormentata di quegli anni poneva di fronte al partito, al giovane stato sovietico e al movimento comunista internazionale, partendo dalla concezione rivoluzionaria di Karl Marx, consapevole che la rivoluzione bolscevica aveva aperto una nuova fase della storia universale. 
Come uomo di pensiero e di azione, come rivoluzionario moderno, che aveva studiato la realtà russa e il movimento operaio internazionale dell'ultimo mezzo secolo, era la negazione assoluta delle formule e dei dogmi. La sua nota intransigenza nella difesa delle proprie posizioni e delle proprie opinioni sui problemi concreti era pari alla sua tolleranza nell'ascoltare e studiare le ragioni e le opinioni degli altri, per coglierne tutto quanto potevano contenere di giusto e di positivo, anche se giudicato complessivamente errato. 
La conoscenza più obiettiva della sua vita di uomo e di rivoluzionario, due aspetti che in lui si integrano in sommo grado e si fondono, ce lo mostra grande per le sue incomparabili doti di combattente e di dirigente e per il coraggio di riconoscere gli errori che lui stesso poteva commettere. Egli lasciò un'impronta profonda sui primi dieci anni della rivoluzione, che costituiscono il periodo più fecondo, più umano e più ricco di fermenti e di idee.
Abbracciata la causa del proletariato e degli sfruttati, di cui conosce le immense sofferenze e le condizioni storiche e sociali che le determinano, Lenin si rende perfettamente conto che la lotta di classe e il trionfo di questa causa, che è in pari tempo la causa del progresso e della liberazione dell'umanità da tutte le schiavitù, non è un idillio. Questa lotta ha le sue leggi inesorabili alle quali è giocoforza assoggettarsi, senza l'inceppo di romantici sentimentalismi, pena la disfatta, per aprire all'uomo la via verso la futura libertà integrale. 
Tutte le volte che egli ha propugnato, sul piano teorico e pratico, l'adozione di misure coercitive e repressive, lo ha sempre giustificato con la necessità di difendere la rivoluzione e le sue conquiste, contro i nemici interni ed esterni, per scongiurare alla classe operaia e al popolo catastrofi e lutti maggiori, come è accaduto dopo la Comune di Parigi e la rivoluzione del 1905; con l'esistenza in Russia di rapporti di forza sfavorevoli alla classe operaia, la sola conseguentemente rivoluzionaria, rispetto al rimanente dei cittadini. Egli sapeva che queste due condizioni erano storicamente transitorie e che, con il superamento delle quali, le forme e il grado di coercizione e di violenza contro la minoranza degli avversari e dei nemici dovevano gradualmente perdere la loro intensità. allargando via via i confini alla libera espansione della personalità umana per tutti. 
La tesi secondo la quale più progredisce la costruzione socialista, più si inasprisce la lotta delle classi e più pericoloso diventa il nemico di classe, dalla quale è derivata nella pratica la repressione spietata di qualsiasi pur timido dissenso, l'attribuzione della responsabilità di qualsiasi difficoltà e di ogni insuccesso al sabotaggio del nemico e all'opera della controrivoluzione, con tutte le luttuose conseguenze che hanno coperto un lungo periodo storico, non è assolutamente di Lenin. Essa è anzi la negazione delle sue concezioni. 
Lenin prevedeva, al contrario, che si dovesse compiere una svolta nell'adozione dei metodi repressivi quando la controrivoluzione e lo intervento armato straniero fossero stati definitivamente sconfitti. 
In questo senso egli si esprimeva in una lettera diretta a Felix Dzerzhinsky, ricordata da Palmiro Togliatti nella sua nota intervista a "Nuovi Argomenti" del 1956.
Lenin concepisce il partito come un'associazione volontaria di combattenti consapevoli per il socialismo. Il partito deve essere la parte più cosciente della classe operaia, la sola classe conseguentemente rivoluzionaria, e questa qualità del partito deve riflettersi anche nella composizione delle sue file e dei suoi organi dirigenti, che deve essere prevalentemente operaia. L'ideologia cui si ispira il partito deve essere il marxismo inteso come pensiero rivoluzionario vivo, non corrotto dal revisionismo, che ha compiuto scoperte fondamentali di valore rivoluzionario universale, senza esaurire il campo del conoscibile, e di cui nessuno possiede il monopolio.

"Nulla sarebbe a noi più gradita di una critica marxista data dal di fuori della nostra analisi, - scriveva egli in polemica con Karl Kautsky, - Invece di scrivere frasi assurde (e in Kautzki ve ne sono molte), secondo le quali si pretende che qualcuno impedisca di criticare il bolscevismo, Kautzki avrebbe dovuto dedicarsi ad una simile critica". 
(La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautzki).

Quale strumento insostituibile, e non necessariamente isolato, di lotta per la conquista del potere e la costruzione del socialismo, il partito deve essere unito nell'azione sulla base di una piattaforma politica fissata, corretta e sviluppata dai congressi, che sono la manifestazione suprema della volontà collettiva, democraticamente espressa. I congressi devono essere tenuti regolarmente e con frequenza, perchè possano essere essi e non altri organismi delegati a decidere su tutte le questioni più importanti. 
Durante i difficili anni della rivoluzione e della guerra civile, nelle situazioni più drammatiche e pericolose, e fino a quando l'infermità non ha staccato Lenin dal lavoro regolare, i congressi sono stati tenuti tutti gli anni. Inoltre, nell'intervallo tra i congressi venivano tenute delle conferenze. 
Allora non si era ancora scoperto che i congressi fanno perdere del tempo. Lo statuto del partito stabiliva che le organizzazioni del partito, rappresentanti un terzo degli iscritti, che erano stati rappresentati al precedente congresso, potevano in qualsiasi momento chiedere la convocazione di un congresso straordinario. E se il C.C. avesse respinto la richiesta, le organizzazioni richiedenti potevano assumere tutti i poteri del C.C. per la convocazione e l'organizzazione del nuovo congresso.
Congressi e conferenze erano occasioni per mettere in discussione tutta la politica del partito. Quando la Aleksandra Michajlovna Kollontaj sostenne al congresso, a nome della "Opposizione operaia", che essa intendeva modificare la linea politica del partito, Lenin rispose che tutti hanno il diritto di volere modificare la linea politica del partito, e che tale possibilità era stata concessa anche alla "Opposizione operaia". 
La stessa larghezza di vedute si trova in Lenin in tutte le questioni della vita interna del partito.
Il concetto di monolitismo, sviluppato e applicato al partito negli anni successivi al 1927, è estraneo a Lenin. Egli parla della necessità di coesione, di compattezza, di unità, di lavoro unanime e di volontà unica nella direzione dell'azione del partito. Ma come obiettivi da raggiungere in ogni concreta situazione, in ogni fase della lotta. La disciplina del partito non è, secondo lui, semplice costrizione esterna. Essa deve fondarsi sulla coscienza dell'avanguardia proletaria, sulla sua fedeltà alla causa della rivoluzione, sulla capacità di autocontrollo, sul suo spirito di sacrificio e sul suo eroismo; essa deve basarsi sulla attitudine ad avvicinarsi alle masse proletarie in primo luogo, come pure alle masse lavoratrici non proletarie, sulla capacità di legarsi e, in una certa misura, fondersi con queste masse; sulla linea politica sicura dell'avanguardia, sulla giustezza della sua tattica e della sua strategia, con il presupposto, sempre, che le masse si convincano per esperienza propria della loro giustezza. 
Senza queste condizioni, dice Lenin, "ogni tentativo di creare una tale disciplina si trasforma inevitabilmente in frasi sconclusionate, in verbalismo e in caricatura". 
Tutte queste condizioni non sono sempre conseguibili nello stesso tempo, nella misura necessaria e una volta per tutte. Bisogna sapere mettere in moto e spingere avanti un processo in tale direzione; nel corso di tale processo si incontrano delle difficoltà, degli ostacoli che bisogna sapere affrontare, superare e vincere, anche con urti, possibilmente senza rotture. L'unità del partito si ottiene con la convinzione, con la consapevolezza di tutti i militanti, sulla base della più ampia libertà di espressione del pensiero e di critica. 
La disciplina nel senso di coercizione ha i suoi limiti e non può mai diventare imposizione amministrativa. Unità e disciplina devono essere combinate, ma nel partito rivoluzionario del proletariato l'elemento determinante e decisivo deve sempre essere la convinzione. 
La coercizione è una esigenza esterna, imposta dalla necessità di presentarsi uniti e compatti di fronte all'avversario, si seguire nella pratica una e non due o tre politiche contrastanti, pena la sconfitta. La necessità di ricorrere alla disciplina è sempre indice di debolezza. Perché la libertà di critica non risponde a considerazioni di democrazia pura, astratta, per la quale Lenin ha sempre manifestato il più altro disprezzo, ma alla necessità che ogni comunista sia un cervello pensante, per raccogliere in una sintesi generale il contributo dell'esperienza, delle riflessioni critiche e dei ragionamenti di tutti i militanti. Quando non è possibile, a queste condizioni, ottenere l'unità nell'azione, unità nell'azione si badi bene e non accettazione di posizioni della cui giustezza non si è convinti, - non si risolve il problema impedendo a chi dissente di esprimersi. 
Quando il dissenso non si può comporre, o contenere nei limiti della critica e del dibattito, e l'unità nell'azione viene irrimediabilmente compromessa, Lenin non esita ad affermare che è preferibile "una onesta e aperta scissione" del partito, anche nelle condizioni più difficili e pericolose (16 novembre 1917).
Quante cose ingiuste sono state dette e fatte dal 1924 al 1953 per tutelare il carattere monolitico del partito, avvalendosi dello schermo del centralismo democratico! La norma del centralismo democratico è diventata lo strumento per omogeneizzare gli organismi dirigenti e i cervelli, per impedire la manifestazione del dissenso, soffocare la critica e lo stimolo del pensiero, fino alla pratica sbrigativa di impedire a chi dissente di parlare e di scrivere, per fare credere che chi detiene le leve del comando del partito e dello stato, qualunque cosa faccia o dica non sbaglia mai e ha sempre ragione .
L'essenza del pensiero e dell'azione pratica di Lenin in questo campo sono chiari: la maggioranza decide in ultima istanza, dopo la libera e ampia discussione, ma non basta essere maggioranza per avere necessariamente ragione. Anche la maggioranza può sbagliare. La critica di chi è rimasto minoranza è perciò legittima e necessaria€ al partito. 
Quando David Riazanov propose al X congresso del partito un'aggiunta alla famosa risoluzione detta dell'Unità del partito, - usata poi in seguito per liquidare ogni opposizione e ogni divergenza, - nel senso di vietare che fossero portate a conoscenza del patito eventuali divergenze, Lenin si oppose decisamente, perchè:
"Non possiamo privare il partito e i membri del C.C. del diritto di rivolgersi al partito nel caso in cui sorga un dissenso su una questione fondamentale. Non riesco a figurarmi, - esclama egli, - come potremmo fare questo!" 
Così egli respinse la proposta ancora di Riazanov di impedire che nei congressi si potesse votare sulla base di distinte mozioni. 
"Se le circostanze faranno sorgere dissensi fondamentali, - argomenta Lenin - possiamo noi proibire che vengano sottoposti al giudizio del partito? No! Questa è una pretesa soverchia, non attuabile e propongo di respingerla".

Lenin riconosce persino una specie di diritto alla immunità per il membro del C.C. dissenziente, perchè quando un oppositore sostenne, sempre al X congresso, che il 7° paragrafo della risoluzione sull'unità del partito relativo alle misure disciplinari contro i membri del C.C., era inutile perchè lo Statuto dava ugualmente al C.C. il diritto di procedere, Lenin rispose che il proponente non conosceva nè lo Statuto, nè i principi del centralismo democratico, nè quelli del centralismo, e proseguiva: 
"Nessuna democrazia, nessun centralismo consentirà mai al C.C., eletto dal congresso, di destituire qualcuno dei suoi membri. Il C.C, viene eletto dal congresso e con ciò il congresso gli trasmette la direzione. E il nostro partito in nessun luogo ha mai concesso al C.C. un tale diritto nei confronti di un proprio membro".

Vivente Lenin si è tentato una sola volta di applicare i rigori del paragrafo 7° della risoluzione sull'unità del partito. Istruttivo è I'esito. 
Dopo il X congresso la "Opposizione operaia" non disarmò. Mantenne una propria organizzazione semiclandestina, ramificata nel partito e nel Paese, si concertava sul comportamento da assumere nelle varie istanze, tentò di conquistare con uomini di propria fiducia la direzione di alcuni sindacati tra i quali quello dei metallurgici, dei Soviet della provincia, e così via. Tante ne fece I'opposizione che la maggioranza del C.C. propose di espellere il proprio membro Aleksandr G. Scliapnikov. 
Il 9 agosto 1921 si tenne la riunione congiunta del C.C. e della C.C.C. prevista in questi casi dalla risoluzione sull'unità del partito. L'espulsione non potè effettuarsi perchè mancò un voto al raggiungimento dei due terzi prescritti.
La questione ebbe una coda all'Xl congresso del partito del marzo-aprile 1922. L'opposizione non si era sciolta dopo la mancata sanzione disciplnare. Il congresso nominò una commissione composta da 19 delegati per fare una richiesta e riferire. La commissione potè accertare: 

1 - Che gli oppositori avevano mantenuto una posizione equivoca verso approcci indiretti di elementi che in Occidente volevano dare vita ad una IV internazionale.

2 - Che la Kollontai aveva tenuto un discorso contro la politica del partito al congresso dell'Internazionale. 

3 - Che l'opposizione teneva riunioni di frazione, e la Kallontai non lo negò, ma si rammaricò soltanto perchè erano state poche. 

4 - Scliapnikov e Miedviediev non avevano fatto conoscere al partito lettere contro il partito medesimo a loro dirette.

5 - Gli oppositori avevano compilato in una riunione clandestina e alla presenza di un espulso dal Partito, e inoltrato al Comintern, un appello contenente accuse gratuite infondate contro il partito, la sua politica ed i suoi dirigenti, ed altri atti della medesima natura. 

A proposito dell'ultimo punto Lenin non contestò agli oppositori il diritto di rivolgersi direttamente al Comintern, ma condannò il modo e la sede dove l'appello eta stato compilato, e il suo contenuto calunnioso.

Dopo tutto questo, dopo il X congresso e la risoluzione sull'unità del partito, l'XI congresso concluse dando mandato al nuovo C.C. di espellere la Kollontai, Scliapnikov e Miedviediev, con la procedura prevista dal famoso 7° paragrafo... "nel caso in cui essi non desistessero dall'azione frazionistica!"
Venne invece espulso un tale Mitin, per la sua azione disgregatrice nel Donbass, e un tale Kuznietzov, per avere celato al partito il suo passato di borghese e di avversario.

Questo era Lenin e questo era il partito bolscevico all'epoca sua. Già allora il suo metodo, che era l'indice della sua forza ed espressione delle sue concezioni, a tutti non garbava.
Al X congresso Ossinski e Riazanov lo accusarono di fare del politicantismo per le sue insistenze di includere gli oppositori negli organismi dirigenti del partito e dello stato, talvolta contro la volontà dei medesimi.
Ma lui, Lenin, rispondeva serenamente che non era politicantismo, che si trattava della politica "che il C.Cl conduceva e avrebbe condotto". Perchè, "quando esistono gruppi e tendenze malsane, dobbiamo rivolgere ad essi un'attenzione triplicata. Se esiste anche soltanto un qualche cosa di sano in questa opposizione, bisogna compiere ogni sforzo per separare il sano dal guasto". 
Egli sapeva perfettamente che le divergenze sono sempre anche il riflesso di condizioni che esistono nella realtà politica e sociale.
Per cui, non con le misure amministrative bisogna reagire, - alle quali misure si deve ricorrere con moltissima prudenza e soltanto nei casi estremi, - ma con l'azione intelligente e paziente, per modificare gli elementi soggettivi e obiettivi della realtà.
Uno schema dei suoi appunti, sulla base dei quali egli trattò il problema dell'unità del partito, indicano nelle misure per contrastare il frazionismo, in primo luogo, la pubblicazione permanente della "Tribuna di discussioni", e la più ampia libertà di critica.
Tra le cause del frazionismo metteva il distacco dalle masse da parte del partito e citava tra i meriti dell'opposizione l'avere segnalato la necessità di migliorare le condizioni degli operai, di lottare contro il burocratismo, di sviluppare la democrazia e l'iniziativa autonoma.
Quando Lenin venne a mancare, e quando questi suoi insegnamenti vennero abbandonati o distorti, le conseguenze negative furono incalcolabili.
Soltanto le energie incommensurabili che la rivoluzione aveva sprigionato nel partito, nella classe operaia e nel popolo, permisero, malgrado tutti gli errori e immensi sacrifici, al socialismo di affermarsi e di avanzare.


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sabato 10 gennaio 2015

ADELAIDE AGLIETTA - Parlamentare italiana (Italian parliamentary)



Maria Adelaide Aglietta (Torino, 4 giugno 1940 – Roma, 20 maggio 2000) è stata una politica italiana, esponente prima del Partito Radicale e poi dei Verdi Arcobaleno e della Federazione dei Verdi, nonché parlamentare italiana ed europea.

Perché una giovane signora della buona borghesia torinese (forse la borghesia che con più convinzione ha incarnato il proprio ruolo e con più tenacia ha difeso le proprie tradizioni) decide un giorno di lasciare la bella casa in collina con vista sulla città, una sicura e protetta vita matrimoniale, un'invidiabile posizione sociale, per dedicarsi anima e corpo alla politica? E nemmeno scegliendo un vero partito, un luogo rispettabile capace di offrire qualche prospettiva di carriera, ma l'allora impresentabile Partito Radicale, sparuto gruppo di diversi ("di froci e di puttane" ripeteva con un pizzico di compiacimento Marco Pannella) al seguito di un leader decisamente anomalo.

Si potrebbe ipotizzare la noia dell'essere moglie, il fascino indiscreto della trasgressione, il traino di un amore o di un'amicizia, oppure un'attualizzazione di quella voglia di impegno sociale che in altri tempi avrebbe spinto la nostra eroina verso le Dame di San Vincenzo. Invece fu, pare, la visione di un film di Autant-Lara, Non uccidere, storia di una problematica obiezione di coscienza, a sollecitare la spinta, dunque erica prima che civile, che nel '74 la portò ad affacciarsi nella sede radicale di via Bonafous. 
La nonviolenza - da non confondersi con il pacifismo - era la singolare caratteristica di un partito che con gli scioperi della fame, la disobbedienza civile e la resistenza passiva riusciva a costituire I'unica vera alternativa a una sinistra extraparlamentare tetramente affascinata dal marxismo-leninismo e dalle scorciatoie rivoluzionarie. 
Nel Pr torinese Adelaide troverà compagni come Angelo Pezzana, storico fondatore del Fuori, e Giovanni Negri, che sarà poi, anche lui, segretario nazionale del partito.

Adelaide aveva un naturale understatement estetico, una sobrietà contraddetta dallo sguardo scuro e intenso, da un aspetto da Anna Magnani dei quartieri alti. Il volto affilato sembrava esprimere un'interiore sofferenza, una passionalità appena trattenuta. 
Si trovò subito in prima linea nelle campagne per il divorzio e I'aborto, diventando segretaria regionale, più che altro perché, come candidamente ammetteva anche lei, non dovendo lavorare aveva molto tempo libero. Ignorava quasi tutto della politica e dei suoi trucchi, ma scoprì in fretta lo straordinario tempismo radicale, la capacità di sfruttare gli interstizi della comunicazione mediatica e degli appuntamenti politici. 
Raccontano gli amici che rimase assai sorpresa dall'arrivo in sede, qualche giorno prima del voto referendario sul divorzio, di un gran pacco di copie del quotidiano radicale, Liberazione, con un titolo gigantesco: "Il no ha vinto!". 
Non potendo entrare in gara con i giornali a diffusione nazionale, Pannella aveva investito tutto sulla vittoria divorzista, facendo stampare e distribuire in anticipo il giornale. Così, Liberazione fu il primo quotidiano a riportare i risultati del voto, battendo ogni concorrenza di mercato; Adelaide stupiva, ma imparava.

Nel '76, in piena ondata femminista, il partito decise di puntare sulle donne, inserendole in testa alle liste elettorali. Lei fu eletta, ma si dimise in favore di un compagno che aveva un'esperienza politica più antica e che era stato recluso a lungo nelle carceri militari perché obiettore. 
Intanto il suo matrimonio con Marco Rocca, già in crisi, era finito. La separazione, traumatica come tutte le separazioni, sfocerà però in una lunga amicizia, in una solidarietà che porterà l'ex marito a diventare attivo sostenitore, anche lui, del partito che gli aveva "rovinato" la famiglia. 
Eppure gli inizi erano stati duri, anche perché Adelaide aveva preso una decisione drastica, lasciando le due amate figlie a Torino con il padre, e stabilendosi a Roma. Il trasferimento si era reso necessario perché nel frattempo, al congresso di Napoli del '76, era stata eletta segretaria nazionale: la prima, e finora l'unica segretaria di partito in Italia, se si eccettua la recente parentesi di Grazia Francescato come portavoce dei Verdi.

La segreteria Aglietta copre uno dei periodi più cupi e turbolenti del nostro paese, dall'uccisione di Giorgiana Masi al rapimento di Aldo Moro, e il Pr si trovò in scomodissima posizione, nel cuore della turbolenza. 
I radicali lanciarono un grande attacco contro il compromesso storico e i governi di unità nazionale, con la raccolta di firme per otto referendum. I quesiti referendari individuavano punti molto delicati per il sistema partitocratico e consociativo, come la legge Reale sull'ordine pubblico e il finanziamento pubblico dei partiti, e spostavano il confronto fuori dalle mediazioni politiche, direttamente nel paese. Perché le firme valide fossero sufficienti era necessario raccoglierne quasi un milione per ciascun referendum: il compito, per un partito "leggero", poco strutturato, implicava uno sforzo organizzativo enorme, che venne condotto miracolosamente in porto. 
In quegli anni la giustizia si andava trasformando in una frontiera politica, e si cominciò a delineare una netta divisione tra chi difendeva ad ogni costo il garantismo liberale e chi confondeva la fermezza con il giustizialismo, le leggi speciali, I'uso dei cosiddetti pentiti. 
Adelaide Aglietta, in piena coerenza con la motivazione profonda dei suoi esordi - le garanzie per gli obiettori di coscienza - assunse quindi il tema della giustizia, in tutti i suoi aspetti, come prioritario. 
Cito, alla rinfusa, alcune delle sue battaglie: il lungo digiuno per la vivibilità delle carceri, a favore degli agenti di custodia; lo scontro, assai duro, con l'allora ministro degli Interni, Cossiga, sulle responsabilità della polizia nella morte di Giorgiana Masi; la pressione in favore della trattativa durante il sequestro di Mario D'Urso da parte delle Brigate Rosse (sequestro che grazie all'impegno radicale, in particolare di Leonardo Sciascia e Lino Jannuzzi dai microfoni della radio, ebbe come esito la liberazione del prigioniero); e soprattutto, come una ciliegina sulla torta, l'incarico di giurata popolare al primo processo contro le Brigate Rosse, a Torino. 
"Non so come il sorteggio dei giurati avvenga [...]; fatto sta che era proprio un bel caso il venir fuori del nome di Adelaide Aglietta" scrive Sciascia, avanzando, fra le righe, qualche dubbio circa l'effettiva casualità di quell'indicazione. Comunque, la segretaria del Pr accetta, dopo che più di cento cittadini hanno rifiutato, permettendo la celebrazione del processo. 
Tra gi involontari primati di Adelaide c'è anche questo, di essere stata la sola segretaria di partito a far parte di una giuria popolare così significativa dal punto di vista etico, civile e politico.

È il 1978. Durante il processo, in cui sono imputati i capi storici delle BR, tra cui Renato Curcio, il clima a Torino è di concreta e tangibile paura. I giornalisti si asserragliano in albergo, evitando di uscire di sera. La città è blindata, a fatica riesce ad esprimere una giuria popolare e a fornire i difensori d'ufficio, necessari a far andare avanti regolarmente le udienze: pochi mesi prima i terroristi hanno assassinato anche il presidente dell'Ordine degli avvocati, Fulvio Croce, e gli agguati mortali si susseguono a ritmo impressionante. 
Tenendo sotto scacco Torino le BR mirano a dare di sé un'immagine di vero e proprio contropotere, in grado di paralizzare le istituzioni e la democrazia. Adelaide, nonostante le ricorrenti minacce di morte, rifiuta, con grande coraggio, la scorta: è, per lei, l'unica possibile politica della fermezza, quella che richiede che in gioco ci sia la propria pelle e non quella altrui. D'altra parte la militanza nonviolenza le ha insegnato proprio questo: la necessità di "dare corpo" (il proprio) alle idee, con i digiuni, le autodenunce, la disobbedienza civile, e soprattutto la capacità di attribuire al gesto non solo un valore simbolico o di testimonianza, ma il peso e il significato di un atto politico.

In questa impostazione rientra anche una iniziativa di Adelaide in apparenza assai più frivola: per dare una mano alle finanze del partito, perennemente in crisi, accetta di offrire la sua immagine per la pubblicità di un'azienda di moda. 
"Né strega né madonna, solo donna" è la frase chiave della campagna, che echeggia gli slogan femministi urlati nelle piazze. 
Molto prima che gli stilisti diventassero personaggi di culto e che la politica fosse costretta a bazzicare sfilate e a pubblicizzare le firme del made in Italy, Adelaide sorrideva dai rotocalchi posando in tailleur.

Eppure, niente è stato più lontano da lei della voglia di protagonismo, dell'ambizione di apparire, frequentare, occupare la scena. Fino alla fine le è rimasto appiccicato addosso qualcosa di schivo, un velo di riservatezza con cui ha vissuto ogni privata trasgressione - per esempio il lungo legame con Giovanni Negri, di molti anni più giovane di lei - e anche la responsabilità del suoi ruoli, sempre giocati con una punta di timidezza, anche se sgridava, litigava, comandava. La tenacia, e una certa rigidità di modi, si alternava alla lacrima facile (difetto che non era ancora diventato virtù, in politica, e per cui gli amici talvolta la prendevano bonariamente in giro).

Adelaide più di molte altre ha incarnato la contraddizione invisibile tra I'essere donna - e "signora" - e la vita politica. O forse era solo colpa dei suoi lineamenti scavati, delle parentesi che le segnavano gli angoli della bocca, se nella sua caparbietà a buttarsi nella mischia leggevi anche una forzatura, una tensione irrisolta ad altro. 
Si era, appena possibile, ripresa le figlie, ma certo il partito radicale era un mondo a parte, con accentuate tendenze endogamiche e una solida coesione comunitaria all'interno del nucleo storico: tutti insieme dalla mattina alla sera e oltre, uniti da motivazioni fortissime e da uno stile di vita assai libero ma a modo suo disciplinato, condiviso solo dai membri del gruppo. 
Chissà se Francesca e Alberta hanno davvero accettato quello strano "gruppo di famiglia", o hanno rimpianto la casa in collina e la rassicurante banalità del quotidiano.

Le elezioni del '79 - un grande successo per i radicali, che eleggono 18 deputati - portano Adelaide in Parlamento, dove continua a occuparsi prevalentemente di giustizia, in particolare con la lunga vicenda di Enzo Tortora, ma anche con le iniziative contro le carceri speciali, o il referendum per la responsabilità civile dei magistrati. 
Diventata capogruppo, ha buoni rapporti con Bettino Craxi, pessimi con Nilde Jotti, allora presidente della Camera e incontrastata prima donna della politica italiana. Poi la dispersione del Pr in più liste elettorali, voluta da Pannella, la farà approdare nell'88 nei Verdi Arcobaleno, e quindi al Parlamento europeo. Il Partito Radicale si sgretola, diventa altro da sé, seguendo I'imperscrutabile volontà politica del suo leader. 
"Adelaide non è mai stata un'ambientalista di quelle fissate con la foca monaca - commenta Giovanni Negri - piuttosto è rimasta se stessa, una radicale traslata nei Verdi, dove ha continuato le antiche battaglie; sempre con grande nostalgia del partito che fu".

L'ultima battaglia di Adelaide è quella contro il tumore al seno. Anche questa è vissuta con sobrietà e con coraggio, come una delle tante lotte politiche combattute a fianco degli amici di sempre. 
È, però, una lotta perdente: Adelaide muore il 00 magio 2000, a Roma. 
Lascia un'eredità apparentemente esemplare (esiste anche una associazione radicale a suo nome) ma nel fondo contraddittoria, ambigua come il suo sguardo tormentato di donna vera. Neanche la sua esperienza ci dice fino in fondo se un destino femminile si può davvero conciliare con la politica così come la cultura maschile l'ha costruita, o se per viverla da protagoniste non sia necessario operare tagli troppo costosi, interpretare ruoli in cui resta, da qualche parte, un inconfessato disagio.


domenica 12 ottobre 2014

ANTONIO AMATORE SCIESA - Patriota italiano (Italian patriot)

Sciesa condotto alla fucilazione (illustrazione di Edoardo Matania)

ANTONIO AMATORE SCIESA

Amatore Sciesa, comunemente conosciuto col nome di Antonio, nacque a Milano nel 1814. 
Umile popolano, di condizione tappezziere, professò sentimenti patriottici e liberali e cospirò contro il governo austriaco. In relazione con comitati segreti e particolarmente col "Comitato dell'Olona", accettò, insieme ad altri popolani animosi, l'incarico di affiggere e diffondere manifesti incendiari, anche dopo il proclama del generale Radetzky del 21 febbraio 1851 che comminava la pena di morte contro chiunque risultasse convinto di diffusione e comunicazione di simili scritti. 
Ma nella notte tra il 30 e il 31 luglio di quello stesso anno suscitò sospetti in una pattuglia di ronda. Fermato e perquisito gli furono trovate indosso sedici copie di un manifesto del "Comitato dell'Olona", che era stato scritto da G. B. Carta, patriota e cospiratore modenese, stabilito a Milano, e stampato dal tipografo Amodeo, senza naturalmente che apparisse il nome dell'autore e quello dello stampatore. 


L'esecuzione di Amatore Antonio Sciesa
G. Previati - Museo del Risorgimento - Milano

Condotto al circondario di polizia e sottoposto ad interrogatori, dichiarò di nulla sapere, solo affermando che quei manifesti, da lui creduti un giornaletto piegato, gli erano stati dati da persona che conosceva solo di vista perchè lo leggesse. Insistendo il commissario per sapere di più e per conoscere i nomi dei complici, rispose fieramente: 
"Mi parli no, mi soo nagott"... e nulla si lasciò più sfuggire di bocca. 
Istituito in fretta un processo sommario, la mattina del 2 agosto, nel cortile del Castello, formato il quadrato di esecuzione, venne giudicato colpevole di diffusione di scritti rivoluzionari dal Giudizio Statario è condannato alla pena di morte con la forca. Due ore dopo venne invece fucilato, non già per mancanza di giustiziere, come fu scritto nella sentenza, ma per l'imperfezione della macchina e per la mancanza del necessario ad una impiccagione regolare. 
Fino ai momenti estremi I'eroico popolano diede prova di grande fermezza e coraggio e col suo silenzio salvò la vita ad altri patrioti e cospiratori. 
Dopo la fucilazione si disse che mentre lo si conduceva al luogo del supplizio ad un gendarme che gli offriva la vita rispondesse laconicamente: tiremm innanz.


La sentenza stataria di morte contro Amatore Sciesa




mercoledì 23 aprile 2014

CHE GUEVARA - Figlio del sogno - Son of the dream (Jean Cormier)

      
 FIGLIO DEL SOGNO

"Un sogno senza stella è un sogno dimenticato", dice Eluard. Un sogno con una stella è un sogno destato, si potrebbe rispondere. Teniamo gli occhi aperti, il Che non li ha mai chiusi...". 

Termina così la lunga cronistoria di Jean Cormier: 
Le battaglie non si perdono, si vincono sempre.

La purezza del Che e la sua morte tragica lasciano spalancate le porte del sogno. Il suo fascino, che emana dalla celebre foto di Korda, ha destato la gioventù della vecchia Europa e l'ha spinta a salire sulle barricate del maggio '68. 
"Sotto il pavé la sabbia e sopra la sabbia il Che, sole della rivoluzione", proclamava uno striscione. A lungo nascosto dalla propria leggenda, l'uomo Ernesto Guevara torna oggi alla ribalta, invocato più o meno coscientemente da una gioventù in cerca di una guida, di una stella da seguire.

 Il tedesco naturalizzato svedese Peter Weiss asserisce: 
"Il dramma del cristianesimo è di non avere cristianizzato il mondo intero. Il Che ha galvanizzato i giovani della terra, forse perché hanno cessato di credere nel Cristo".

Ma non accostiamo l'ateo Ernesto Guevara al barbuto di Palestina, anche se la definizione di Cristo marxista potrebbe essere calzante.
O anche quella di Don Chisciotte dell'America Latina.

Per Antoine Blondin, "L'uomo è figlio del sogno". 
Quando il comandante scrive seduto sul suo albero, nella macchia boliviana, parole di presentimento della propria fine terrena, egli comincia a risalire al sogno. Stretto fra la Pachamama dei grandi antenati e la propria stella che ormai non tarderà a raggiungere, il  Che termina la propria settima vita da gatto.
Che vede da lassù? L'Urss che implode, il comunismo che esplode.
Cuba la bella che resiste pateticamente al blocco dello Zio Sam, il cui rancore è tenace. 
Il  vecchio compagno Fidel Castro sempre più testardo, che si ostina a voler restare l'Ultimo Comunista contro i venti e le maree che allontanano dall'isola i balseros.
Il suo uomo nuovo che, anche lui, si allontana dalla linea che gli aveva tracciato così rigorosamente. 
Un mondo costituito unicamente di piccoli Che Guevara sarebbe senz'altro utopistico. 
Questo non toglie nulla alla sua generosità conquistatrice, al suo amore per il prossimo, senza distinzione alcuna. Contrariamente a quanti devono quotidianamente apportare correzioni per tenersi in equilibrio, il Che non ha mai dovuto farlo, perché non è mai stato dissociato nel proprio intimo. In lui la tenerezza e la durezza si sono amalgamate in un monolite di generosità.
Divorante di giorno e tormentosa di notte, l'asma fu un diavolo che gli vagava in petto, che egli trasformò in pungolo a fare bene. 
Questo idealista che ha scelto di essere per gli altri ricorda il "Tutto è in tutto" di Pascal. 
Medico, guerrigliero, scrittore, poeta, comandante, ambasciatore, ministro, padre di famiglia (un po'), il Che è molta parte di quel tutto che viene chiamato l'Umano. Il suo profondo umanesimo l'ha condotto a lottare e a dare la morte, per tentare di riequilibrare la vita fra i troppo ricchi e i troppo poveri. 
Con un desiderio: "Una nuova società in cui l'uomo sia al centro della vita pubblica, e non alla mercé del potere che fa le leggi". 
E una certezza: "Il terrorismo è una forma negativa che non produce in alcun modo gli effetti desiderati e che può incitare un popolo a reagire contro un movimento rivoluzionario".

In risposta a Strindberg, "Solo la verità è sfrontata", parole che aderiscono al Che come una seconda pelle, queste tre frasi di suo padre:

"Ernesto era un fanatico della verità. Era il suo sogno. Tanto era freddo nella battaglia, inflessibile in tutto ciò che riguardava la Rivoluzione, tanto la sua tenerezza era immensa e il suo umorismo colmo di cordialità".

Il Che non era un vagabondo anarchico, come talvolta è stato descritto, era un viaggiatore dell'anima, che avanzava con la speranza inchiodata al cuore, che posava il suo sguardo magnetico sulle cose della vita degli altri con la volontà esasperata di migliorarle.
Per questo ebbe il coraggio di scegliere la lotta. 
Quando afferma ... "Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato ad un altro", ciò significa condividere.

Il Che ha condiviso tutto ciò che gli passava tra le mani, compreso il dolore degli altri. E un apostolo dell'umanesimo quale deve essere concepito all'alba del terzo millennio, ponendo più che mai l'uomo al  servizio dell'uomo.

"Un sogno senza stella è un sogno dimenticato", dice Eluard. 
Un sogno con una stella è un sogno destato, si potrebbe rispondere. 
Teniamo gli occhi aperti, il Che non li ha mai chiusi......
   


"Tornerà, lo conosco. Come un frammento di stella, tornerà" 
(Omar Gonzales)
     


venerdì 10 gennaio 2014

I BARABBA - Moti mazziniani (Mazzini's revolutionary)

Fucilazione degli insorti del 6 febbraio 1853
(Illustrazione di Edoardo Matania)

I "BARABBA"

Negli anni dal 1850 al 1853 una grave crisi colpì I'economia italiana ed europea in generale e, in particolare, quella lombarda. Questa grave crisi colpì non solo le campagne, ma anche le città, e soprattutto Milano, dove era raccolta la nascente industria. Questa aveva un carattere, nel complesso, arretrato, ancora settecentesco, ma a Milano esistevano complessi industriali con diverse centinaia di operai. Ora, fra il '51 e il '53, queste industrie cittadine e, pertanto, anche gli operai furono colpiti dalla grave crisi, che provocò scarsità di lavoro e, di conseguenza, peggioramento delle loro condizioni; alla mancanza di lavoro si aggiunse il rincaro eccessivo dei generi alimentari di prima necessità.

Anche la borghesia soffriva per la crisi economica che non l'aveva affatto risparmiata. La borghesia aveva precisa coscienza di questo fatto ed i rimedi che tentava lo dimostravano chiaramente. Chiedeva, anzitutto, al governo austriaco I'allargamento del mercato con una saggia ed adeguata politica di accordi commerciali e di leghe doganali con gli altri Stati della penisola e senza posa avanzava l'esempio del vicino Piemonte, in cui una politica liberistica consentiva un fervore di opere ed uno sviluppo delle forze industriali sconosciuti alla Lombardia. 
Ma la crisi di quegli anni traeva le sue origini anche dall'eccessivo carico tributario imposto dall'Austria per sfuggire alla imminente minaccia di fallimento.
Il ceto borghese fremeva degli arbitrii dell'Austria e covava sotto sotto una sorda ribellione dovuta al fatto che il regime austriaco violava tutte le sue aspirazioni, che si riassumevano particolarmente nel desiderio di una maggior libertà di movimenti: ma, d'altra parte, motivi profondi di dissenso lo dividevano anche dalla classe lavoratrice, verso cui avrebbe voluto attuare una politica energica di repressione. Insomma agivano su di esso due esempi, quello della politica liberistica del Piemonte e l'altro della politica antioperaia di Napoleone III, esempi che riteneva adatti ad una maggiore espansione dell'attività industriale. 
Ma sia I'uno che l'altro, però, erano tali da metterlo in contrasto con gli operai e, pertanto, si può capire la sua scarsa partecipazione al moto del 6 febbraio, data la prevalenza assunta nella organizzazione clandestina e nell'insurrezione stessa dai popolani.

Più volte Giuseppe Mazzini ebbe a dichiarare che la preparazione del moto milanese del 6 febbraio 1853 era stata opera esclusivamente dei popolani, di quelli che i rapporti di polizia definirono come la più "vile feccia" della popolazione. Gli operai si raccoglievano a cospirare soprattutto nelle osterie, dove avevano sempre l'aiuto degli osti, che erano spesso anche dei capi della congiura. 
Il Pollini nel suo libro sul 6 febbraio ci dà un lungo elenco di queste osterie, alcune delle quali poi furono oggetto di particolare attenzione da parte della polizia, senza, però, che venisse scoperto nulla: le osterie dell'Iseo portofranco, del Paradiso a Porta Vigentina, della Portalunga in via Broletto, della Cassoeula a Porta Tosa, della Riviera presso Porta Comasina, ecc.
 I popolani erano divisi per compagnie, ciascuna dell'e quali comprendeva gli appartenenti ad una stessa arte, o ramo di industria: ad esempio della compagnia A facevano parte i facchini, della B i falegnami, della C i calzolai, della F i facchini ed i carbonai, i cosiddetti tencitt, e via dicendo. 
E lo stesso Pollini riferisce una canzone che i tencitt cantavano:

"Amici, alla fabbrica
allegri andiamo:
corriamo, dei popoli
la lega facciamo.
E' questo iI momento
del nostro cimento;
amici, alla fabbrica
allegri andiamo".

Una bella canzone che esprime una ingenua fiducia nell'avvenire ed anche uno spontaneo senso di solidarietà fra i popoli.


L'osteria milanese della "Cassoeula", fuori Porta Tosa, ora Porta Vittoria
(Dipinto di A. Fermini)

Ingenua fiducia nell'avvenire: ed effettivamente il continuo sviluppo dell' organizzazione e le prove sempre più ardite che gli operai avevano dato o che avevano il coraggio di tentare, erano tali da far nascere veramente quella fiducia. 
Il 25 giugno l'uccisione della spia Vandoni aveva gettato lo spavento fra gli austriaci ed i loro seguaci per la rapidità con cui eta stata eseguita, per la segretezza da cui era stata circondata. E poi ancora alcune dimostrazioni, fra cui la partecipazione di cinque o seicento persone ad una messa funebre nell'anniversario del supplizio dei fratelli Bandiera, avevano rivelato la forza notevole raggiunta dall'organizzazione operaia.

L'organizzazione, come si vede, era limitata alle classi popolari, poichè il ceto medio e l'alta borghesia si erano ritirate ed avevano rinunciato ad una decisa azione contro gli austriaci. Forse agiva su di essi il timore di rendere più aspre le rappresaglie austriache soprattutto di natura economica: confische, sequestri di beni, ecc.

Per questi ed alti motivi, di cui ho parlato sopra, la borghesia si tenne lontana dalla organizzazione clandestina rivoluzionaria operaia che, indubbiamente, si trovò di fronte ad una svolta decisiva quando il Mazzini si accorse della sua forza e decise di prendere contatto con essa per influenzarla e dirigerla verso i suoi intenti politici. 
E' il Mazzini stesso che lo dice: 

"La parte popolana [...], che nel '47 i migliori dicevano incapace di fare e che diede una solenne smentita ai ragionatori, quella parte, vuol fare. Quando mi fui convinto che non erano semplici ebollizioni di taverna, ma concetti che avevan del serio, stimai debito mio l'accostarmi e, nel caso in cui persistessero dare aiuto quanto poteva".

E più chiaramente nel suo scritto sulla insurrezione:

"S'era formata spontanea, ignota a noi tutti, nel 1852 in Milano una Fratellanza segreta di popolani, repubblicani di fede e con animo deliberato di preparare l'insurrezione e compierla. Non s'era rivolta per aiuti e consigli ad abbienti o letterati; non aveva cercato contatti con noi, aveva prima voluto essere forte".

Un'attività cui si dedicava specialmente l'associazione operaia era quella della diffusione di manifestini, che aveva condotto all'arresto ed alla condanna a morte di Amatore Sciesa: erano piccoli foglietti di carta, stampati, ma spesso scritti anche a matita che venivano incollati con la mollica sui muri e, di preferenza, sulle porte delle chiese, in quanto si sperava che potessero sfuggire all'attenzione della polizia, dato anche che, in genere, iniziavano con le parole: "Avviso sacro".

Le testimonianze sono, come abbiamo visto, concordi nel dire che l'organizzazione degli operai aveva raggiunto, agli inizi del '53, una certa consistenza ed una discreta forza.
Eppure nel pomeriggio del 6 febbraio, tra le 4,30 e le 5, quando ebbe inizio l'insurrezione, il numero dei congiurati che si riuscì a raccogliere fu di gran lunga inferiore a quelle diverse migliaia di cui si era prima parlato: in tutto qualche centinaio di uomini. 
Lo scoppio del moto era stato preceduto da un certo fermento dei popolani, e ne sentiamo un'eco in queste affermazioni che un oste fece alla polizia: 

"Anzi qui mi torna opportuno di deporre che la domenica 6 febbraio p.p. circa verso le ore due pomeridiane, entrò nel negozio una compagnia di sette od otto individui che io vedeva per la prima volta, perciò tutta gente estranea alla mia osteria, di una classe più bassa di quella che solitamente ci aveva, tutti in generale malvestiti, e questi vi vollero una stanza separata, che li venne da me fornita; poi si chiusero in quella, come perchè non venissero sentiti i loro discorsi... [corre allora ad avvertire l'ispettore di polizia, il quale, tuttavia, venuto, non trova nulla di sospetto e lascia quegli individui liberi]. Partito però l'Ispettore anche coloro se ne partirono. E fu appunto sull'atto della loro partenza che io osservai addosso ad altro di coloro un triangolo o lima di falegname, di qualche dimensione ed acuminato".

Ma, con tutto ciò, la partecipazione al moto degli operai fu piuttosto scarsa tanto che I'insurrezione dovette suddividersi in tanti episodi isolati e parziali, in cui ebbe grande rilievo il coraggio individuale dei popolani (che non esitarono, ad esempio, ad assaltare la Gran Guardia del Palazzo Reale, pur essendo soltanto una ventina di uomini), ma che non poteva avere, fin dall'inizio, alcuna probabilità di successo.

Per tutta la città fu una caccia ai soldati austriaci isolati o in pattuglia, fino a quando l'effervescenza sfociò nella costruzione di barricate, che la classe operaia sperava potessero rinnovare i miracoli del '48. 
In un Rapporto giornale del 7 febbraio del R. Commissario di Polizia del I Circondario è detto: 

"Nella impossibilità di potere in un rapporto descrivere minutamente ogni fatto, parvemi bastante I'accennare che i riottosi e loro aderenti pure l'infima classe del popolo [i barabbahanno tentato di rinnovare le scene sanguinose e rivoluzionarie del 18 marzo 1848, mentre già in alcuni luoghi furono erette barricate e si valeva anche del campanile della chiesa di S. Subino stata invasa da un branco di quei malfattori per suonare a stormo; ciò che non è riuscito, essendo fuggito il custode di detta chiesa".

Il grande coraggio di questi barabba destò ammirazione in tutti gli storici che hanno parlato dell'episodio e l'Austria si vendicò della paura che, per un momento, aveva di nuovo provato, erigendo sedici forche: sedici martiri che vennero ad aggiungersi alla lunga schiera dei morti per la Patria. 
Ma è chiaro che un problema storico molto importante ci rimane da affrontare, se possibile, da risolvere: come mai dalle diverse migliaia di congiurati del periodo precedente il 6 febbraio si passò, poi, alle poche centinaia di attivi partecipi alla insurrezione? 

"La causa principale [del fallimento], scriveva lo stesso Mazzini il 20 febbraio, è stata il fatale dissenso della classe media; la colpevole condotta dei nostri migliori repubblicani appartenenti a quella classe. Essi sostennero fino all'ultimo che il popolo non avrebbe potuto o voluto prendere l'iniziativa. E si tennero in disparte. Se vi fossero stati cinquanta del loro nucleo, pronti a mettersi a capo, anche nel caso che fallissero tutti i coups de surprise, l'iniziativa si sarebbe mutata in una regolare guerra di barricate; e ventiquattr'ore d'una guerra simile avrebbe fatto muovere tutte le città della Lombardia; e il movimento lombardo sarebbe stato il movimento italiano".


 Milano - Lapide a Giuseppe Piolti de Bianchi
   
Limpida figura di patriota, Giuseppe Piolti De' Bianchi (nato a Como il 25 ottobre 1825 - morto a Milano il 3 novembre 1890), combatté nelle Cinque Giornate di Milano, partecipò nell'anno successivo alla difesa di Roma, rientrò clandestinamente a Milano verso la fine dell'anno e fece uscire, firmando con lo pseudonimo di "Eugenio Minta", il periodico La solitudine, che lo soppresso il 20 febbraio 1850; dopo qualche mese Piolti De' Bianchi fece uscire il giornale La società (costituito dalla fusione de La solitudine con la Domenica del Cesana) e, poi, dopo la soppressione di questo,  La Fenice, a sua volta subito soppressa. 
Nel settembre del 1852, tramite Benedetto Cairoli, Giuseppe Mazzini gli affidò la direzione del Partito a Milano. Nel gennaio del '53 si incontrò con Mazzini a Lugano e tentò dissuaderlo da un'azione insurrezionale, che gli pareva intempestiva.  Decisa, invece, l'insurrezione per il 6 febbraio, egli fu attivo nel movimento preparatorio e nell'infausta giornata, tentando, inutilmente, tutto quanto fosse possibile perchè il moto non fallisse. Restò, dopo la sconfitta, nascosto a Milano, donde il 5 maggio, sospettando che il suo rifugio fosse stato scoperto, riparò a Stradella.
 La direzione del Partito a Milano rimase affidata ad Ambrogio Ronchi e Piolti De' Bianchi, da Torino, fu tramite attivissimo fra Milano e Londra, ma, scoperta la sua attività dovette, dopo un periodo di carcere, ritirarsi sul Lago Maggiore nel Canton Ticino, e di lì prosegui la sua opera.





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