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lunedì 1 dicembre 2014

GABRIELE MUCCHI E IL REALISMO (The Realism)

Sulla questione di una ''crisi'' del realismo in arte vi sono stati pareri contrastanti, ma direi nel campo critico più che in quello dei pittori. I pittori, forse perchè più dei critici sanno quali sono le possibilità dell'arte; loro, sono ottimisti e danno un significato di progresso alla crisi.

E questo è anche il parere di Gabriele Mucchi (Torino, 25 giugno 1899 – Milano, 10 maggio 2002) che è stato un architetto e pittore italiano.



Gabriele Mucchi 

""Se c'è una crisi è certamente una crisi di crescenza, nel senso che i più responsabili e attenti pittori realisti in quegli ultimi anni Cinquanta del secolo scorso si pongono problemi d'espressione che non si ponevano anni prima, quando l'importante era di prendere posizione di fronte alla realtà in qualsiasi modo e con qualunque mezzo espressivo.
"La caratterizzazione di un volto, di una mano, I'ambizione di dipingere un paesaggio nuovo,
cioè nè impressionista nè metafisico, e di conseguenza la riscoperta di un colore e di un disegno adeguati"..., come dice Zigaina, sono alcuni fra molti di questi problemi.
Come risolverti? Qui è il punto delicato.
Poichè noi riconosciamo che il cammino dell'arte, già svoltosi attraverso i secoli secondo una direzione pressochè costante, tra la fine dell'800 e la prima metà del '900, insieme alla fase di estremo sviluppo della società capitalista e alla formazione dell'imperialismo con le sue terribili contraddizioni, ha subito rotture e involuzioni. Di rottura in rottura, di evasione in evasione, di contraddizione in contraddizione, il cammino dell'arte è giunto fino all'astrattismo a quella forma, cioè, che in quanto non soltanto rifiuta i contenuti della realtà, ma attribuisce valore di contenuto alla forma stessa è all'opposto degli intenti del realismo.

E' dunque questa la strada da seguire? No, evidentemente. Non intende cosi Zigaina quando parla della necessità di 'riscoprire' (quindi cercare qualche cosa che è già stato e che non è più) il disegno e il colore adeguati a caratterizzare un volto o una mano) o un paesaggio realista? Non intende anche che non sia in Kandinski o in Klee che si 'riscopre' il linguaggio del realismo, ma cercando fuori di loro, fuori anche da Matisse e Picasso dove essi sono responsabili, anche se con opere d'eccezione, proprio delle rivoluzioni antirealistiche dell'arte moderna?
Ecco perchè alcuni realisti, anche se per un certo periodo del loro lavoro si erano serviti dei modi della pittura 'moderna' (per essersi essi stessi formati nel clima di quell'arte) a un certo momento hanno sentito che non era possibile continuare ad usare linguaggi storicamente e criticamente antirealisti per esprimere i contenuti del realismo. 
Ecco quindi il presentarsi della necessità di quelle 'riscoperte'. Esse, appena intraprese, portarono l'espressione artistica realistica a forme così diverse da quelle a cui il gusto del pubblico e quello dei critici stessi era abituato, che non meraviglia affatto lo scandalo da parte degli avversari e anche una certa incomprensione da parte degli stessi amici del realismo. Sembra infatti che non tutti siano d'accordo sulla necessità stessa, o almeno sulI'ampiezza di queste 'riscoperte'. 
Ecco il punto in discussione, che si collega direttamente con I'altro problema: sul modo di intendere il concetto di "tradizione nazionale".
Che cosa significa "tradizione nazionale"? Per i realisti italiani significa ritrovare, per le opere realiste e per tutta l'arte contemporanea, il grande filone dell'arte figurativa, contro le tendenze del cosmopolitismo, contro quelle tendenze cioè, che si sviluppano in molti paesi del mondo ma sono I'espressione del modo di pensare e degli interessi di ristretti cerchi culturali e sociali, anzichè del modo di pensare e degli interessi di tutti gli uomini di ogni paese. Incapaci quindi di essere l'espressione del genio nazionale di quei paesi.

Ma qualcuno ha creduto di dover suonare un campanello d'allarme, sembrando che alcuni realisti interpretassero troppo rigidamente, oppure, come per polemica forse un po' affrettata fu lasciato intendere, troppo comodamente questo richiamo alla tradizione nazionale: nel senso che invece di inserirsi nella tradizione attraverso I'elaborazione degli apporti delle varie tendenze dell'arte moderna, alcuni realisti si adagiassero sulla facile ripresa di schemi dell'arte antica o addirittura sulla ripetizione di forme ottocentesche. 
Ora, se si parla di interpretazione più o meno rigida del concetto di tradizione nazionale, si parla di qualche cosa sulla quale tutti possono essere d'accordo e di cui bisogna soltanto valutare i limiti, ma se si parla di "banale ripetizione dell'illustrativismo ottocentesco", come ha fatto il critico Trombadori in un suo articolo, esaminando la Difesa di Venezia di Pizzinato esposta alla Biennale nel 1954, è ovvio che Pizzinato difenda il suo modo di intendere il problema della tradizione nazionale: poichè è questo ciò che egli fa quando parla di una "visione classica delle cose".
"Io stesso"... dice Mucchi... " non accetto I'interpretazione di Trombadori al piccolo quadro di Pizzinato, mentre accetto, e chi non lo farebbe?, il suo avvertimento sul pericolo di schematismi, ripreso anche da Treccani". 

Ma ci possono essere schematismi e schematismi. Chi può essere in disaccordo quando Treccani dice che si tende "alla formazione di un uomo nuovo e quindi di un artista nuovo"?
Ma quando si lasciano le parole e si sta con la tavolozza davanti alla tela, le faccende assumono aspetti diversi.
Allora può darsi che diventi schematismo I'idea che essere nuovi significhi ripetere quelle 'novità' di cui si sono nutriti in un determinato periodo della "nostra formazione" (è sempre Mucchi che parla), ma che sono d'impedimento anzichè d'aiuto allo sviluppo del realismo (per esempio certi modi picassiani, o certa esasperazione espressionistica, o certo pittoricismo, certo decadentismo ecc. - e perfino certa ripresa di modi della pittura francese dell'800), equivalente alla criticata ripresa di modi nella pittura italiana dello stesso periodo...).

Mentre forse non è schematismo il voler uscire determinatamente dalle facilità, dalle approssimazioni, dalle tortuosità delle "esperienze" moderne, per ritrovare la grande strada maestra in punti più sicuri e aperti e anche più italiani.
E del resto si nota che, se anche vi sono punti di vista differenti da un artista all'altro, questo è ciò che un po' tutti hanno fatto in questi ultimi anni, Renato Guttuso passando dalle Cucitrici del 1947 alla Battaglia del '52 e al Boogie Woogie...., Zigaina dall'Occupazione delle terre del '50 a Erba ai conigli del '54..., Pizzinato dal Contadino ucciso del '49 alla Fucilazione di patrioti del '54..., Treccani dalla Morte di Maria Margotti dei '50 al Ritorno a Fraga del '53 e lo stesso dal Bombardamento di Gorla del '49 al Partigiano assetato dl 1954, - per citare soltanto opere di alcuni artisti.

Ma per finire bene non posso non ricordare che qualunque siano i diversi punti di vista bisognerà almeno che ogni realista resti fedele ad alcuni principi essenziali del realismo fra i
quali questi, che sono accolti da tutti, e cioè: primo, che i contenuti del realismo si trovano nella realtà che nasce e si sviluppa e non in quella che deperisce e muore, il che implica una certa tematica del realismo: secondo, che il linguaggio del realismo deve essere il più chiaro, il più esplicito, il più lineare, il più sano possibile - il meno incerto, il meno allusivo, il meno involuto, il meno decadente possibile.

Ciò anche perchè il realismo sia capace, come dice Treccani, di farsi intendere dalla classe operaia, e, aggiungo io, da tutti.


martedì 18 novembre 2014

AVANGUARDIE - IL REALISMO ITALIANO (Avant-gardes - Italian Realism)

Renato Guttuso (1912-1987), legato a tematiche politico-sociali,
denota una violenza espressionista nel colore e nella prospettiva.
Qui vediamo
Boscaiolo (1950) 

IL REALISMO

Il panorama artistico internazionale dopo il 1945 appare frantumato in una molteplicità di movimenti, correnti e orientamenti di ricerca, che non è facile ridurre ad unità e coerenza sia per quanto riguarda le loro linee di sviluppo interno sia per l'intreccio dei loro reciproci rapporti.
La situazione italiana riflette questo groviglio contraddittorio di posizioni, che spingono la ricerca su vari sentieri di sperimentazione, che si diramano, si sovrappongono e si interrompono sulla base di impulsi e sollecitazioni diverse che vanno dall'adesione alla grande lezione di Picasso, all'inserimento nel solco delle avanguardie, al riferimento al primato dell'arte francese. 
Va comunque sottolineato il fatto che il dibattito artistico in Italia si giocava sostanzialmente sul rapporto tra i due grandi poli dell'impostazione realistica da un lato, e, dall'altro, della più libera sperimentazione formale svolta all'insegna della ricerca astratta. 
Le esperienze del realismo trovavano il loro grande modello nell'opera di Picasso a partire dalla svolta rappresentata da Guernicadi cui si esalta la coraggiosa aderenza alle più scabrose evenienze della storia contemporanea, I'impegno sul piano civile per una rifondazione della società mondiale e l'intento di rivolgere il discorso dell'arte alle masse affinché si traducesse in un incitamento ad una presa di posizione morale e politica. 
Questi elementi di impegno concreto non sono però mai disgiunti da un ardito proposito di rottura formale. 
Il massimo esponente italiano di questo orientamento è Renato Guttuso, in cui la dimensione della militanza politica e dell'appassionata partecipazione al dibattito ideologico marxista si traducono in un intento di esplorazione delle condizioni di vita del proletariato, improntato sì ad una ricerca di rigoroso realismo, ma anche aperto ai contributi linguistici delle grandi esperienze di rinnovamento della pittura novecentesca europea. 
Va però detto che nel complesso questo orientamento scade in una preoccupazione di inerte ritrascrizione realistica, di scrupolo descrittivistico e di costringente allineamento ideologico che, pur nel proposito lodevole di istituire un efficace rapporto comunicativo con le masse, approda a risultati espressivi banali e conformisti. 
Dal Fronte Nuovo delle Arti, costituitosi alla fine del 1946 con la partecipazione di artisti quali Birolli, Morlotti, Pizzinato, Turcato, Vedova, Fazzini, Corpora e altri, si staccarono nel 1952 alcuni componenti che confluirono in un nuovo gruppo, presentatosi alla Biennale con il sostegno teorico del critico Lionello Venturi, che ne espose tra l'altro anche le linee programmatiche. La formulazione del Venturi inquadra il neonato gruppo degli Otto pittori italiani in una dimensione di superamento tanto del realismo, logorato da un assoggettamento alle direttive di partito che ne inibisce anche il lato propriamente creativo, quanto della ricerca condotta in nome dell'astrattismo, ormai anche troppo protesa verso esiti espressivi di ardua difficoltà. 
Ma in realtà anche questa nuova posizione non sfugge a una certa genericità e superficialità, evidenti nella trascuratezza dei fondamentali contributi provenienti dall'espressionismo e dal surrealismo, e nella totale indifferenza mostrata verso l'unico evento autenticamente innovativo sul piano del pensiero e del linguaggio figurativo di questo periodo: I'informale con Dubuffet, Fautrier, Wols.



mercoledì 29 ottobre 2014

RENATO GUTTUSO - ARTE REALISTICA (Realistic art)

Profilo, 1956 (Fondazione Cariplo)

Renato Guttuso: la necessità di un'arte realistica

Negli anni trenta in Italia alcuni artisti cominciarono a reagire al clima dominante, troppo legato al passato sia per i temi sia per lo stile, e proposero opere più direttamente partecipi dell'attualità e dipinte con una tecnica meno convenzionale. Tra questi il siciliano Renato Guttuso, all'anagrafe Aldo Renato Guttuso (Bagheria, 26 dicembre 1911 – Roma, 18 gennaio 1987), che allora viveva tra Roma e Milano, svolgendo un prezioso ruolo di collegamento fra gli artisti più giovani e anticonformisti della capitale e quelli che, nella metropoli lombarda, si riunivano nel raggruppamento di Corrente. 
Già allora Guttuso era un artista impegnato: rifiutava la pittura astratta, senza alcun riferimento con il reale, che allora si stava diffondendo anche in Italia, in nome di un'arte capace di affrontare i più drammatici e importanti temi dell'attualità. Così nel 1937 dipinse una Fucilazione in campagna, nel '41 una Crocifissione moderna che rifletteva il dramma della guerra e, terminato il conflitto, sostenne la necessità di un'arte realistica, considerata l'unica capace di contribuire alla soluzione dei concreti problemi della società. E fino alla morte, avvenuta nel 1987, Guttuso continuò a partecipare al dibattito del suo tempo, con le opere e gli scritti.


L'occupazione delle terre incolte in Sicilia - Renato Guttuso

Un'opera che dimostro I'impegno politico di Guttuso, L'occupazione delle terre incolte in Sicilia, presentata alla Biennale di Venezia del 1950 in mezzo alle polemiche di chi rifiutava un'arte troppo legata all'attualità. Nella stessa sede Giuseppe Zigaina presentava tre tele dedicate ai braccianti del Friuli e Gabriele Mucchi una Legittima difesa in cui si vedevano degli operai reagire, davanti alla loro fabbrica, alle forze dell'ordine.


Boogie-woogie - Renato Guttuso

L'occhio attento di Guttuso non trascura la condizione dei giovani, ne scruta le mode e i divertimenti, come si vede in questo Boogie-woogie.


Crocifissione - Renato Guttuso

La famosa Crocifissione dipinta da Guttuso nel 1941, che suscitò molte polemiche per il trattamento ben poco convenzionale del tema sacro: lo stile risente soprattutto del linguaggio modernissimo di Guernica, che Picasso aveva dipinto qualche anno prima. In
particolare, la Crocifissione attualizza I'evento sacro, che si svolge sullo sfondo di un mondo disperato e sconvolto; come scrive Guttuso: 
"Questo è tempo di guerra e di massacri: Abissinia, gas, forche, decapitazioni, Spagna, altrove. Voglio dipingere questo supplizio di Cristo come una scena d'oggi".


VEDI ANCHE . . .

Artisti per la Libertà. Disegni della Resistenza (1941-1945)



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