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domenica 19 settembre 2010

I NEMICI DI MUSSOLINI - Charles F. Delzell

  

I NEMICI DI MUSSOLINI
Charles F. Delzell
Einaudi Editore



Alla letteratura storiografica sul fascismo e la lotta antifascista, letteratura che per me è tuttora in via di elaborazione ed alla quale hanno dato finora il loro contributo le opere di Chabod, Alatri, Zangrandi, Salvatorelli e Mira, De Felice ecc., oltre le varie raccolte di "lezioni" e testimonianze, si è aggiunto (anche se il titolo non mi sembra il più adatto..., perchè non di nemici di Mussolini si tratta ma di nemici del fascismo) quest'opera di Charles F. Delzell, pubblicata da Einaudi), che, dal delitto Matteotti alla Resistenza, mette particolarmente in luce i fatti e gli uomini dell'antifascismo italiano.

Il libro è di uno studioso americano che, arrivato in Italia, con l'esercito americano, nel 1943, ebbe occasione di avvicinare capi notevoli dell'antifascismo e da essi attingere testimonianze sul ventennio.

Scrisse Luigi Longo che la Resistenza italiana deve considerarsi nata col fascismo stesso..., inizia, quindi la storia dell'antifascismo dal delitto Matteotti (quando si portò su piú larga base l'opposizione, fino ad allora limitata al campo socialista e comunista)..., coglie un momento cruciale e propulsivo dell'opposizione antifascista: il colpo di Stato del gennaio 1925 apriva la via alla fase piú acuta di quel fosco periodo della storia d'Italia, caratterizzata dall'imperversare del Tribunale speciale e dalla soppressione d'ogni libertà..., quindi l'emigrazione antifascista e, nel tempo stesso, l'attività clandestina in Italia del Partito Comunista (non esattamente, quindi, a mio avviso, il Delzell definisce "isolamento" dei comunisti questa loro particolare combattività, che si manifestò prima e dopo dell'epoca del Fronte Popolare).

Emergono da queste pagine le grandi figure dell'antifascismo, l'eroismo degli oscuri, la tenacia e l'audacia dei propagandisti, il sacrificio degli attentatori, il contributo eroico alla guerra in difesa della libertà della Spagna, la resistenza armata nella guerra di liberazione.

Attraverso questo libro, che offre un ricchissimo materiale informativo, emerge, almeno nelle sue linee essenziali, un quadro vivo degli sforzi compiuti dalla parte più avanzata del popolo italiano per la riconquista della libertà. 
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sabato 6 febbraio 2010

SATIRE - Ludovico Ariosto


Ludovico Ariosto nacque nel 1474 a Reggio Emilia, sede della famiglia degli Estensi, che egli servì fedelmente, dopo la morte del padre, per provvedere alle necessità dei suoi fratelli.
Le tristi condizioni familiari non gli permisero di dedicarsi liberamente agli studi umanistici e lo costrinsero ad allontanarsi spesso da Ferrara, sua patria d'adozione, per assolvere delicati incarichi affidatigli dai duchi d'Este.
Fu commissario in Garfagnana, montuosa e selvaggia regione dell'Appennino settentrionale, e svolse molte missioni diplomatiche. Nonostante queste difficoltà pratiche fu un autore molto fecondo: scrisse liriche latine, poesie in lingua italiana, sette satire sul modello di quelle oraziane e alcune commedie.
Interessante è il suo epistolario, composto di 200 lettere.
Nel 1525, stanco e pieno di nostalgia, decise di tornare a Ferrara per attendere agli studi preferiti e alla stesura e correzione del suo capolavoro, l'Orlando Furioso".
Trascorse così serenamente gli ultimi anni della sua vita, che si concluse nel 1533.



LE SATIRE

Nella terzina, che da Dante in poi era rimasta tipica per la poesia autobiografica e moraleggiante, e che perdurò poi, fino all'età romantica, caratteristica del genere satirico, Ludovico Ariosto scrisse, secondo che l'occasione gli si offriva, sette SATIRE: pubblicate dopo la sua morte.
Vivo, non avrebbe potuto stamparle senza pericoli, giacché esse toccano spesso a cose e personaggi non immaginari, e non generalizzano innocue, come accadde per la tanta produzione satirica che seguì.

Sono lettere a parenti, o ad amici, ove il poeta narra se stesso..., e da queste SATIRE si desumono infatti le notizie più significative sulla vita del poeta, e sul suo carattere.
Ma dagli avvenimenti singoli il poeta osservatore trapassa a rappresentazioni più generali della vita del tempo, ad osservazioni morali, a racconti e a favole argute, nella maniera delle SATIRE e anche più delle EPISTOLE oraziane, che egli ebbe presenti..., ma il mondo del poeta latino è troppo più vasto e vario: e l'ironia più signorile.


  • I – Il ruolo dell'intellettuale, la vita di corte; rifiuto di seguire il cardinale Ippolito ad Agria (Ungheria)
  • II – Polemica contro la corte papale
  • III – Ideale di vita semplice e privo di ambizioni mondane, vanità del potere e della ricchezza; apologo della gazza
  • IV – Soggiorno in Garfagnana. Descrive la propria vita difficile e la nostalgia verso Ferrara e la donna amata
  • V – Consigli sulla scelta di una buona moglie; umore misogino
  • VI – (Indirizzata a Pietro Bembo) rievoca gli studi umanistici compiuti, consigli per l'educazione del figlio virginio
  • VII – Motivi che lo hanno indotto a rifiutare la carica di ambasciatore a Roma; l'amore per Ferrara.



COMMENTO

Le SATIRE ariostesche sono rudi anche più che efficaci, e l'uomo vi si rivela alquanto querulo e angusto ed amante dei suoi comodi, più che profondo e sereno esploratore "delli vizi umani e del valore".
Né tutte le SATIRE sono egualmente belle, cioè egualmente significative.

La quinta, per esempio, si riduce ad una divagazione punto peregrina e molto grossolana sul matrimonio.

Né ha molta importanza la quarta, dove il poeta narra la sua vita tribolata nella Garfagnana.

Ma una vivace figura degli adulatori, peste delle corti, è nella satira seconda, scritta al fratello Alessandro, al seguito del cardinale in Ungheria..., ed è qui dove il poeta afferma che la sua libertà vale più dei venticinque scudi, che ogni quattro mesi gli erano, sì e no, fatti pagare dal cardinale.

Nella terza scrive al fratello Galazio a Roma, che gli procuri un alloggio, perché anche egli dovrà venire colà.
Ed ecco una pittura vivamente satirica della lunga attesa, che egli dovrà fare nell'anticamera di qualche prelato.
Quella è la dura via per chi vuole salire..., ma, a quel patto, egli non salirà mai.
E se, di beneficio in beneficio, di dignità in dignità, uno diventasse anche papa, quel papa avrà da proteggere i figli e i nipoti, da opprimere i principi cristiani per far posto al suo sangue bastardo, e colle scomuniche ai nemici e le indulgenze ai suoi metterà a rovina l'Italia..., pagina dantescamente possente, dove domina forse ancora l'orrore per il pontificato di Alessandro VI.

Importante, a mio avviso, la satira sesta, al grande letterato dell'età, il cardinale Pietro Bembo: a cui raccomanda il figliuolo Virginio, che vorrebbe educato sotto gli occhi di lui, e tenuto lontano dai troppi vizi del tempo: pagina interessante, e per la conoscenza della vita giovanile del poeta, che vi è animatamente riassunta, e per la storia dei costumi e del mal costume del tempo.


Dell'Ariosto restano anche Cinque canti, forse episodio da includere nella terza edizione del Furioso, forse anche inizio di un nuovo poema epico sulla casa d'Este.
Negli anni giovanili, egli scrisse una cicalata (come si dicevano le dissertazioni, fatte un po' per mostra di dottrina, un po' per burla) dal titolo l'ERBOBOLATO..., ove parla uno spacciatore di semplici, cioè di erbe medicinali, esaltando la vita naturale contro le perversioni della vita civile e gli inganni della medicina.


VEDI ANCHE . . .

RIME - Ludovico Ariosto

COMMEDIE - Ludovico Ariosto

ORLANDO FURIOSO - Ludovico Ariosto

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domenica 5 luglio 2009

Il problema della guerra e le vie della pace - Norberto Bobbio


Il problema della guerra e le vie della pace

NORBERTO BOBBIO

1984 - Il Mulino - Bologna


Questa antologia di saggi concepiti da Norberto Bobbio tra il 1966 e il 1977 ripropone al lettore, immutata nel titolo e nella sostanza, salvo che per una breve introduzione attualizzante, l'edizione del '79 nella quale il filosofo torinese aveva raccolto la riflessione sviluppata nell'arco di un decennio sul tema della pace e della guerra.
Il nodo decisivo attorno al quale Bobbio focalizza le sue considerazioni è la rottura epocale nella storia dell'umanità, che è sostanzialmente storia di guerre, rappresentata dalla dimensione nucleare del conflitto... "la consapevolezza della novità assoluta della guerra nucleare rispetto a tutte le guerre del passato".
Ciò apre, infatti, tutta una gamma di inattese soluzioni di continuità nell'ambito di quella che era la cultura politica classica dell'Europa moderna (e poi del mondo), oltre che sollevare inauditi interrogativi d'ordine assiologico che riconnettono quanto la nascita del diritto e della scienza politica aveva separato: e cioè il rapporto tra morale e agire politico.
Com'è noto, almeno a partire dalla magistrale rilettura delle vicende del moderno proposta da Carl Schmitt nel "Il Nomos della terra" (1950), pubblicata da Adelphi a cura di Emanuele Castrucci), esiste un nesso inscindibile tra "ius et bellum", tra diritto e guerra, tanto che, e questa è un'ipotesi di lettura alla quale sostanzialmente Bobbio aderisce, una delle due funzioni decisive legate alla nascita, nel XVII secolo, dei moderni Stati sovrani fu appunto quella di 'regolare' la guerra, di darle forma. Dunque pacificazione al proprio interno e regolazione di quell'estrema forma di relazione interstatale che è la guerra. Il paradosso consisteva nel fatto che il moderno Stato nazionale aveva una delle sue logiche costitutive proprio in quello "spirito di potenza" che spinge contemporaneamente alla guerra interstatale, e cioè tra soggetti sovrani, e dunque al reciproco riconoscimento della legittimità: di qui la possibilità di regolare la guerra, cosa invece del tutto insensata e impossibile nel caso della guerra civile, la cui logica spinge a far coincidere la pace con la fine delle ostilità come liquidazione fisica del nemico.
Questa costellazione per così dire classica tra guerra e diritto (che per Schmitt era finita con la proclamazione dello iuxtum bellum) secondo Bobbio salta irrimediabilmente con la nascita dell'età nucleare...
"Ormai, anche il ius belli è stato scardinato dalla guerra moderna. Con la guerra combattuta con armi termonucleari viene definitivamente soppresso".
E questo comporta la necessità di elevare il tasso del nostro pessimismo intellettuale in parallelo con quello dell'impegno morale in difesa della pace. Proviamo allora solo ad indicare due direttrici di ricerca di fatto presenti nello scritto di Bobbio rinviando, per brevità, alle sacrosante considerazioni sviluppate nella presentazione contro quelle che sembrano essere divenute, particolarmente tra certi intellettuali francesi, frenesie eroicizzanti sul tema libertà e/o guerra.
II primo ordine di considerazioni è quello connesso ad una disincantata considerazione della tensione tra "blocco della guerra" imposta dall'esterno dal fattore nucleare e spirito di potenza immanente alla dinamica dell'agire politico dello Stato. Fino ad oggi a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale la soluzione è stata quella dell'equilibrio del terrore: dell'innalzamento contemporaneo da parte delle superpotenze delle potenzialità distruttive come forma di ritualizzazione della guerra (salvo poi ricorrere, ben poco ritualmente, ai conflitti locali). In certo qual modo, dunque, continuando ad agire nonostante la "novità" rappresentata dal fatto che per la prima volta nella sua storia dell'umanità aveva a disposizione potenzialità tecnologiche tali da distruggere il pianeta, e quindi da porre fine alla catena di eventi aperti metaforicamente dalla Genesi, secondo il vecchio adagio "si vis pacem para bellum" (e in questo consiste la 'contiguità' ma non la coincidenza tra movimento pacifista e coscienza ecologico-ambientalista).

Il secondo campo tematico è quello relativo al versante interno della vita statale che 'clausewitzianamente' vede nella guerra la prosecuzione della politica "con altri mezzi". Se la guerra diviene impossibile o, meglio, è moralmente e, mi si scusi il bisticcio, politicamente non desiderabile: che fine fa la politica? Si entrerà in una glaciale era della totale neutralizzazione o c possibile pensare a disgiungere politica e guerra?
Non c'è dubbio che tutte le letture volte a proporre "categorie del politico" (come paradigmaticamente fece lo Schmitt), ricalcandole letteralmente sulle figure della guerra, e a riportare nella logica interna alla vita politica le modalità delle relazioni internazionali (l'essenza della politica è la distinzione amico-nemico attraverso la definizione del nemico), trovano in questa situazione uno scacco irrimediabile.
Probabilmente bisognerà tentare, allora, un percorso inverso, come mi pare suggerisca. sia pure con sobrio pessimismo, Bobbio. Sondare la possibilità - analogamente a quanto è di fatto storicamente avvenuto nelle relazioni interne allo Stato - se non sempre e non necessariamente i processi di innovazione-emancipazione, come anche larga parte della tradizione del movimento operaio ha troppo a lungo creduto, debbano passare attraverso "la porta stretta della guerra civile".
E se è, dunque, possibile far funzionare una logica diversa nelle relazioni internazionali, guidata dal principio , "si vis pacem para pacem".

Conclusione - Scopo della vita è rimanere vivi....e sani...
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domenica 21 giugno 2009

IL CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR' (Slovo o Polku Igoreve) - A cura di Renato Poggioli


IL CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR'

ПЕСНЯ Игорь

(Slovo o Polku Igoreve)

Anonimo

Testo russo a fronte

Traduzione di Renato Poggioli

Editore - RIZZOLI

Anno pubblicazione - 1991

Pagine 192






Il più antico poema di Russia esalta le imprese del principe Igor'

La maggiore opera della letteratura russa antica, potrei dire il primo documento di essa, è IL CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR' (in russo: ПЕСНЯ Игорь...circa).
Si tratta di un grande poema epico, simile per molti aspetti ai poemi epici che fioriscono pressappoco nello stesso periodo nel resto d'Europa (per esempio: le Canzoni di gesta..., i Cicli cavallereschi, ecc. ecc.).
Esso vede ora la luce in lingua italiana, nella traduzione di Renato Poggioli, in una bella veste editoriale del gruppo Rizzoli.

Il mondo che rivive nel CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR' è quello della Russia feudale della fine del Dodicesimo secolo.
E' un periodo assai triste: i vari principi si combattono l'un l'altro, e l loro discordia dà modo alle varie tribù di nomadi e ai khan turchi, numerosi a sud e ad est della Russia, di fare continue scorrerie, di devastare le terre russe, di condurre prigionieri i guerrieri e i contadini russi.
L'autore anonimo del CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR'
Lamenta questa situazione e ritiene che fu appunto la discordia dei principi una delle cause della sconfitta di Igor'...

"Allora, ai tempi di Olèg rampollo di Malagloria, di discordie si fece semina e crescita; la dovizia del nipote di Dazbòg andò in rovina; e nelle contese dei principi si accorciò la vita degli uomini.
Di rado si richiamavano per la terra russa i bifolchi, ma spesso i corvi gracchiavano spartendo fra loro i cadaveri, e le cornacchie ciarlavano nella loro favella: volevano volare al festino!
Così fu un quelle pugne e in quelle campagne, ma d'una pugna cotale non s'era mai udito: dall'alba del vespro, dal vespro all'aurora volano le saette di buona tempra, le sciabole rintronan sugli elmi, scrosciano le lance d'acciaio franco.
Nell'estrania pianura, nel cuore della contrada cumana, il terreno annerito sotto gli zoccoli fu seminato d'ossa e irrigato di sangue: e in malanno germogliarono su per la terra di Russia".

Lo spunto da cui parte il poeta è un piccolo episodio di guerra, avvenuto nell'anno 1185.
Igor è principe di Novgorod Seversk e decide di compiere una spedizione contro i Polòvzi (o Cumani), tribù turche che da secoli erano nemiche dei Russi.
Dopo un successo iniziale, la schiera di Igor' e degli altri capi russi che l'avevano accompagnato - il fratello di Igor', Svjatoslav - viene sconfitta dai Cumani e i quattro principi vengono tutti fatti prigionieri.
Igor' però riesce a fuggire, con l'aiuto di un cumano la cui madre era russa.
Del resto la stessa madre di Igor' era cumana.

Su questo episodio, l'anonimo poeta, poco dopo lo svolgersi del fatto, creò la sua opera, nella quale le diverse influenze letterarie e popolari che vi si avvertono non oscurano, anzi mettono in luce, l'autentica virtù dell'autore, che doveva essere forse un "voin", un guerriero, il membro di una "druzina" (cioè "compagnia militare del principe").

Dal punto di vista del racconto, i temi centrali dello SLOVO (questa parola vuol dire, ad un tempo: "parola"..., "detto"..., "cantare"..., "sermone"... e si incontra frequentemente nei testi russi antichi) sono nove: introduzione, raccolta dei guerrieri per la spedizione, le truppe di Igor' nella steppa cumana, la prima vittoria sui Cumani, la seconda battaglia con la sconfitta dei russi e la cattura di Igor', il sogno infausto e le rampogne di Svjatoslav - padre di Igor' con l'appello ai principi per la guerra contro i Cumani, il "pianto" di Jaroslàvna - la moglie di Igor', la fuga di Igor', il ritorno di Igor', e l'esaltazione dei principi russi da parte dell'autore del canto.

Lo SLOVO non finisce tragicamente, come la CANZONE DI ORLANDO; anzi, il protagonista riesce a fuggire, e la sua fuga viene considerata un successo.
Inoltre, dal punto di vista delle idee dell'autore dello SLOVO e del suo mondo , bisogna dire che non si sente quell'atmosfera di religiosità cristiana che si sente nella CANZONE DI ORLANDO.
Anche qui la lotta è fra Russi cristiani e Cumani pagani, ma, prima di tutto, i rapporti fra i due popoli non sono sempre di guerra (si sposano spesso tra di loro!) e anche il cristianesimo dei Russi, che pure è professato, rivela spesso sentimenti e ricordi pagani.
Dio interviene una sola volta nello SLOVO per indicare la via della salvezza a Igor, ma sono presenti anche gli dei pagani, in una curiosa e anche poetica mescolanza.
Così il fiume Donetz viene personificato e divinizzato, e l'autore lo elogia per aver portato in salvo il principe Igor'.
In questo carattere sta anche l'originalità del poema, che è, in sostanza, un fatto unico nella storia delle epopee cristiane.

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IL MITO DELLA GRANDE GUERRA - Mario Isnenghi



IL MITO DELLA GRANDE GUERRA

Mario Isnenghi

*2002 - Editore Il Mulino

Collana - Biblioteca Storica

Pag. 467









"Le riviste degli anni di guerra e d'anteguerra, i fogli interventisti, i diari di trincea e la letteratura sulla guerra: rileggendo questa sterminata produzione Isnenghi ha ricostruito in questo studio l'atteggiamento nei confronti dell'intervento e poi dell'esperienza bellica di una intera generazione di intellettuali italiani: da Marinetti a Papini, da Prezzolini a Gadda, da Soffici a Jahier, Serra, Malaparte, Borgese, d'Annunzio. Dalla guerra come occasione rigeneratrice per l'individuo e la società alla guerra come veicolo di protesta o, al contrario, antidoto alla lotta di classe".


UNA VOCE D'OLTRETOMBA

Una pubblicazione del saggio di Mario Isnenghi su "Il mito della grande guerra: da Marinetti a Malatesta", ha fornito l'occasione a Giuseppe Prezzolini per una sortita estemporanea sui problemi del valore dei marxismo e sul significato dell'interventismo di certi gruppi di intellettuali al tempo della prima guerra mondiale. Dopo aver riconosciuto alla ricerca di Isnenghi il pregio della documentazione e della precisione, il Prezzolini lo accusa di avere l'ingegno distorto e di essere incapace di scrivere "una storia".

La stortura, argomenta quello che già Gramsci aveva definito un "chierichetto", deriva dal marxismo adoperato come metodo d'interpretazione della storia.
"Non so - dice - quanto durerà ancora la libertà di espressione che ci permette di manifestare il nostro pensiero..., ma se dura, non passerà un paio di generazioni che il marxismo storico sarà considerato come una delle più grossolane barbarie che sia calata a coprire gli occhi delle gente. La mania di vedere da per tutto la divisione delle classi, come se gli uomini di genio e d'ingegno e di carattere obbedissero alle distinzioni di classi, porta i fautori del marxismo storico [e che, c'è forse un marxismo non storico?] alla cecità assoluta sui fatti umani. Gli uomini, che si muovono secondo la propria fantasia e secondo il proprio coraggio, e non perchè appartengano ad una classe piuttosto che ad un'altra, hanno creato le cattedrali, scritto i poemi, fatto le guerre, distrutto o confermato i poteri delle loro classi dirigenti senza pensare agli interessi delle loro classi".

Non so se il Prezzolini, che in fatto di grossolana barbarie fosse un testimone esemplare essendo stato uomo di sentimenti fascisti e reazionari, abbia mai letto Marx. E' chiaro comunque che se lo ha letto non lo ha capito. Quella che lui presenta come la tesi fondamentale del marxismo ne è infatti la grossolana e grottesca caricatura, e del
resto da Prezzolini non ci si poteva attendere altro.

II nostro "amico" non si limita però ad esprimere giudizi generali sulla validità o meno del marxismo come strumento di interpretazione storica, egli va ben oltre negando che gli intellettuali italiani che vollero la guerra fossero dei "servitori della borghesia". Certo non tutti se ne rendevano conto (molti però lo sapevano bene, se è vero che molti interventisti sostennero prima l'intervento al fianco delle potenze centrali e solo in un secondo tempo si fecero - spinti da stimoli molto concreti - propagandisti dell'alleanza con l'intesa). Resta comunque il fatto che gli interventisti dei 1915 servirono convenientemente, anche al di là delle intenzioni, i disegni della borghesia italiana (o, meglio, di quei gruppi di essa che nella guerra vedevano una fonte eccezionale di guadagni e la possibilità di uscire da una crisi che li minacciava fortemente). Quel che importa non è infatti la motivazione cosciente delle azioni umane, quanto piuttosto fa foro destinazione e i condizionamenti che hanno determinato tanto la motivazione quanto le azioni.

Ma il Prezzolini era un po' come quel famoso personaggio che faceva della filosofia senza saperlo. Egli non era da meno: senza saperlo faceva del materialismo storico tanto vituperato.

Scrive infatti... "II professor Isnenghi, che è tutt'altro che uno stupido, dovrebbe lasciar dire nei caffè che, gli intellettuali italiani fecero da ruffiani alla borghesia per persuadere il popolo alla guerra. Ci furono nel 1915 molte chiacchere, come per tutte le guerre e per tutte le rivoluzioni, tanto dei paesi comunisti quanto di quelli capitalisti..., ma non furono le nostre chiacchere che decisero gli Stati e mossero i popoli. Le ragioni della guerra sono lontane e inaccessibili a intellettuali del tipo di Isnenghi e Cassola. Derivano prima di tutto dall'istinto aggressivo che l'uomo porta entro di sè. Sono poi eccitate dalla fantasia: dalla cupidigia, dalla rivalità statale e dall'odio dei popoli e delle razze. Gli interessi c'entrano poco. Le classi ancor meno".

Molta preziosa appare l'ammissione che l'entrata dell'Italia in guerra non fu certo determinata dai clamori interventisti (chiacchere, li definisce Prezzolini) bensì fu decisa altrove e per ben precisi motivi. Solo che il Prezzolini, perso nel suo delirio reazionario, rifiuta di chiamare le cose col loro nome.

Per mettere le cose a posto basterebbe infatti leggere profitto capitalistico invece di cupidigia, imperialismo invece di rivalità statale, trasferimento della lotta di classe ai popoli e alle razze invece di odio dei popoli e delle razze.
Ma allora il Prezzolini sarebbe costretto ad ammettere la piena validità del tanto vituperato marxismo, e la sua cesserebbe di essere quella voce d'oltretomba che è in realtà.

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LE OPPOSIZIONI A FRANCO - Sergio Vilar


LE OPPOSIZIONI A FRANCO
Sergio Vilar

*1970 - Editore DENOE

Collana - Les lettres nouvelles



La dittatura fascista di Mussolini è durata in Italia venti anni..., quella nazista di Hitler in Germania dodici anni..., quella franchista di Franco in Spagna, instaurata con il determinante appoggio del fascismo italiano e dei nazismo tedesco, si è retta in piedi, in un mondo che nonostante tutto andava avanti, per oltre trenta anni.

In questi trent'anni la Spagna ha pagato caramente le conseguenze della guerra civile scatenata dalle forze di destra che hanno voluto opporsi con la forza delle armi alla spinta rinnovatrice e progressista delle grandi masse popolari. Le ha pagate in termini di arretramento e degradazione civile, sociale, politica ed economica.

Dopo la vittoria nella guerra civile, che ha provocato centinaia di migliaia di vittime, il franchismo trionfante ha scatenato nel paese una barbara e sanguinosa repressione (nel dicembre del 1939 erano rinchiusi nelle carceri spagnole oltre 300 mila prigionieri politici..., ancora nel 1963, ventiquattro anni, cioè, dopo la guerra civile, Julian Grimau è stato condannato a morte e barbaramente trucidato per aver partecipato alla difesa della Repubblica..., e nel 1965 è stato formato un tribunale militare speciale per giudicare Justo Lopez de la Fuente, responsabile di aver comandato la 36° Brigata Mista durante la guerra civile).

Francisco Franco
I trent'anni che sono trascorsi dalla caduta di Madrid sono stati trenta anni di violenta repressione fascista ma sono stati anche trent'anni di resistenza, che hanno dimostrato l'incrollabile volontà popolare di opposizione alla tirannia fascista del caudillo Francisco Franco.

A questa opposizione ha dedicato una inchiesta di eccezionale interesse il sociologo e giornalista spagnolo Sergio Vilar (Contro Franco. I protagonisti dell'opposizione alla dittatura, 1936-1970, edito in Italia da Feltrinelli, Milano 1970, pagg. 552). Sergio Vilar, che è studioso di formazione marxista, ha voluto tracciare il bilancio di trent'anni di opposizione alla dittatura, raccogliendo tutti i dati sulle forze che si battono per il rovesciamento del regime franchista. Egli si è recato a più riprese in Spagna (dalla Francia, dove vive per raccogliere dalla viva voce dei protagonisti della resistenza la testimonianza diretta della lotta che a tutti i livelli è ingaggiata per provocare nel paese una radicale trasformazione delle strutture politiche, economiche e sociali. Vilar ha ascoltato e raccolto le voci dei più significativi rappresentanti di questa opposizione in un arco politico che va dai comunisti, ai socialisti, ai cattolici progressisti, ai democristiani, agli inarco-sindacalisti, agli autonomisti baschi, fino all'esponente della destra José Maria Gil Robles, vecchio leader della CEDA (Confederaciòn Espanola de Derechas Autònomas), che nel 1936 fu uno degli ispiratori e dei promotori del complotto che sarebbe sfociato nel 'pronunciamiento' dei generali fascisti.

Questi protagonisti - operai e intellettuali, dirigenti politici e sacerdoti, sindacalisti - Vilar è andato a cercarli nelle principali regioni del paese, a Madrid, in Catalogna, in Andalusia, in Galizia, nel Paese Basco. II panorama che egli presenta al lettore è, quindi, quanto più possibile vasto, completo e rappresentativo, ed offre un quadro per certi aspetti inatteso dell'ampiezza e della profondità della opposizione al regime. Nelle grandi linee questa opposizione può essere suddivisa in tre periodi.

II primo periodo è quello degli anni successivi all'instaurazione della dittatura. Esso è caratterizzato dalla presenza sul suolo spagnolo di gruppi di guerriglieri contro i quali il regime procede ad una repressione spietata. La svolta nella seconda guerra mondiale fa sorgere l'illusione che le potenze della coalizione antifascista favoriranno il rovesciamento del regime di Franco. Ma le potenze occidentali (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) si affrettano a precisare congiuntamente che gli spagnoli dovranno liberarsi 'pacificamente'. Come nota il Vilar, la nota tripartita del 1946 "significa, in realtà, che queste potenze occidentali sono contro le azioni di guerriglia e che, in cambio, propongono di giungere ad un patto con la monarchia e con le destre liberali". Una svolta si ha nel 1948: le continue campagne di annientamento contro i guerriglieri consigliano i dirigenti a rifugiarsi in Francia. Ma, e questo è il fenomeno più interessante, altri nuclei della guerriglia si vanno reintegrando nella vita normale della società spagnola, allo scopo di mutare strategia e cominciare il lavoro di mobilitazione politica.

II secondo periodo è caratterizzato dall'azione dei gruppi antifascisti, che rappresentano ancora una minoranza attiva, per portare alla lotta la grande maggioranza della popolazione, che indubbiamente è contraria al regime fascista ma che è rimasta passiva per molti e comprensibili motivi. In questo periodo ai vecchi combattenti repubblicani si affiancano forze nuove, giovani che non hanno partecipato alla guerra civile e la cui crescente opposizione rappresenta la più bruciante condanna per il regime clerico-militare di Franco. Nonostante la durezza della repressione si diffondono gli scioperi, gli atti di boicottaggio, le manifestazioni studentesche e operaie. In prima fila nella lotta troviamo ancora una volta gli eroici minatori delle Asturie. Fatto nuovo della situazione spagnola è il progressivo passaggio su posizioni di opposizione di gruppi sempre più numerosi e rappresentativi del clero cattolico.

II terzo periodo, che è caratterizzato dalla saldatura delle vecchie e delle nuove generazioni, ha inizio nel 1962. Dalla seconda metà del 1961 cominciano i nuovi e grandi movimenti operai spagnoli..., sin dai primi mesi del '62 questi movimenti di sciopero diventano quasi permanenti ed è così fino agli anni settanta. Le forze sociali - scrive Vilar -, soprattutto quelle operaie, studentesche, intellettuali e altre che hanno origine dalle professioni libere, si sono legate alle attività politiche democratiche, sono riuscite ad aprire le prime brecce nel monolito della dittatura. A queste forze sociali fondamentali si sono unite recentemente quelle di alcuni settori borghesi, i quali, spinti dai loro interessi, hanno compreso che il buon andamento dei loro affari si registrerebbe di più in un regime democratico che, come è stato per tanti anni, all'interno del sistema autoritario.

"Siamo giunti ad un punto in cui l'inevitabile evoluzione politica della Spagna verso un regime democratico tende ogni giorno di più a realizzarsi. L'evoluzione è inevitabile per diversi motivi. Bisogna porre soprattutto in rilievo tre di queste cause...

a) l'inquietudine sociale ed economica, e direttamente o indirettamente politica, presente in tutte le classi della nostra società.

b) il graduale smembramento della dittatura, dovuto alla decomposizione e ai contrasti interni di alcuni gruppi di pressione che prima ne hanno reso possibile l'avvento e ora hanno cominciato ad abbandonarla.

c) la mobilitazione di massa portata avanti dai sindacati operai e dai partiti politici democratici.

"Lo sbandamento dei settori reazionari è un fatto ogni giorno più evidente. Da un paio d'anni è risaputo che in questi ambienti è diffusa una certa preoccupazione per il futuro. Naturalmente, tale inquietudine ha un valore ben diverso da quella che pervade l'opposizione".

II regime si regge solo sulla forza bruta. II processo di accelerato disfacimento, sempre più avvertibile in quegli anni, ha indotto le classi dominanti a cercare una soluzione di ricambio, a cambiare spalla ai loro fucile. Lo stesso caudillo si è dimostrato preoccupato di preparare il "dopo Franco", restaurando la monarchia e scegliendo il futuro re.

Gil Robles (1898-1980)
II ritorno sulla scena, in funzione di 'oppositori', di vecchi arnesi fascisti come Gil Robles e Ruiz-Gimenez, dimostra gli sforzi della borghesia di perpetuare il suo dominio in un mutato contesto istituzionale. Illuminanti a questo proposito le ammissioni di Gil Robles, uno degli uomini di fiducia del Vaticano, il quale riconosce che non è più possibile "tacitare le richieste di giustizia [delle masse lavoratrici] con ripetuti ricorsi alle forze armate" e sostiene perciò la necessità di radunare gli "uomini che pensano da democratici cristiani, per avere domani, se possibile, dei quadri pronti per la crisi del sistema attuale, che inevitabilmente si verificherà". Gil Robles è anche esplicito sulla politica da sostituire al franchismo... "una politica di centro è necessaria. Tale politica di centro deve giungere ad una coalizione di tutti gli elementi che lavorano in campo operaio, che organizzano il campo operaio, con la sola condizione che non abbiano la pretesa di far trionfare i principi della lotta di classe né del materialismo storico. Io sono disposto a intendermi con tutti coloro che rifuggono da questi due estremi". (Il che vuoi dire, come nota il Vilar, che "Gil Robles continua a presentarsi come democratico, ma a condizione che non si tocchino gli interessi della borghesia. Cosa vuole che facciano gli operai, se non progettare la lotta di classe? Oppure vuole che i lavoratori restino così, "ammaestrati"?").

In altre parole esisteva la minaccia rappresentata dall'estremo tentativo delle forze più retrive della società spagnola di compiere una manovra trasformista sotto il manto dell'Opus Dei e della sua nuova ideologia tecnocratica ed europeista.

Contro queste manovre conservatrici le avanguardie dei comunisti, socialisti e cattolici rivoluzionari dovevano stimolare le masse degli operai, prepararli a nuove forme di lotta in base a ogni situazione particolare. Il compito fondamentale era quello di preparare un'offensiva generale e di coordinare tutte le forze per lo sciopero politico generale di tutta la nazione che nella presente situazione avrebbe provocato il tracollo del regime franchista e opusdeista.

Gli obiettivi della lotta sono obiettivi democratici, che non porteranno il proletariato a deviare dal cammino verso il socialismo. A conclusione del suo stimolante lavoro Sergio Vilar ricorda molto opportunamente le parole di Lenin...

"Sarebbe un errore fondamentale pensare che la lotta per la democrazia possa sviare il proletariato dalla rivoluzione socialista o ostacolare e oscurare questa, ecc. Al contrario: così come non può esistere vittoria del socialismo se questo non realizza la piena democrazia, il proletariato non può prepararsi alla vittoria sulla borghesia, se non scatena una lotta in tutti gli aspetti, una lotta conseguente e rivoluzionaria per la democrazia".

E' un insegnamento di grande attualità, soprattutto per la Spagna, giunta finalmente alla stretta finale, alla vera libertà.



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domenica 7 giugno 2009

MUSSOLINI IL RIVOLUZIONARIO - Renzo De Felice


Il volume "Mussolini il rivoluzionario" di Renzo De Felice può essere considerata la migliore biografia dei dittatore, del quale tratteggia i primi anni di carriera politica. Benché infarcito di elementi socialisti, il pensiero del futuro 'duce' non fu mai rivoluzionario.


L'infanzia e l'adolescenza di Mussolini in periodo fascista furono mitizzate in misura assai notevole: l'origine popolare del duce diventò un importante elemento nella costruzione dei miti con cui si cercava di coprire i reali contenuti di classe dei fascismo. Ma, a parte i motivi propagandistici, resta aperta la questione dell'effettiva influenza che le sue origini poterono avere sul pensiero e sull'attività di Mussolini, e nello studio di questo problema una particolare importanza assume la figura del padre, Alessandra, Il De Felice, autore di quella che, anche se è solo alla sua prima parte, può essere considerata di gran lunga la migliore biografia di Mussolini (R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi, 1965, pag. 773), ha scritto, a questo proposito... "Il fine l'anarchia, i mezzi il socialismo: questa, in sostanza, l'idea del socialismo di Alessandro Mussolini che egli, pratica, trasmise al figlio Benito con tutta il sua bagaglio di componenti e di contraddizioni".
Elementi socialisti, anarchici, sindacalisti sono certo assai numerosi nella attività giovanile di Mussolini, che il De Felice, prende in esame in questo primo volume. Ma la sostanza del pensiero di Mussolini non fu in realtà mai rivoluzionaria: in gioventù egli fu soprattutto un 'ribelle', in lotta contro il mondo che lo circondava. Le tumultuose esperienze di quegli anni, dal soggiorno in Svizzera a quella nel Trentino alla prima attività socialista, mi sembrano caratterizzate, più che da un progressivo accostamento al pensiero socialista (anche non marxista) dalla ricerca di un'affermazione personale (come tutti i premier nani). In quegli anni, certo, egli tentava di conciliare questa ricerca con gli elementi ideologici che aveva assorbito dall'ambiente in cui era nato e vissuto, ma nemmeno allora mancarono oscillazioni ed incertezze, soprattutto nei momenti difficili. L'acceso antimilitarista, per esempio, quando dovette prestare il servizio di leva, si mostrò un disciplinato soldato, tanto da far pensare, scrive il De Felice "nonostante le sue capacità (col tempo via via sempre più camaleontiche) di adeguarsi alle situazioni - ad un piano deliberato por fare cadere ogni sospetto nei suoi confronti e per non avere grane". Dal gennaio 1905 al settembre 1906 egli scrisse un solo articolo per L'Avanti! Ed anche quando riprese l'attività socialista continuò ad avere dubbi, tanto da scrivere... "Sono stanco di stare a Forlì, sono stanco di stare in Romagna, sono stanco di stare in Italia, sono stanco di stare al mondo (intendasi l'antico, non il lacrimorum valle). Voglio andarmene nel nuovo". La sua irrequietezza sembrò poi placarsi con i primi successi riportati in campa politico.

A Forlì ed in Romagna egli sì affermò rapidamente. L'attività svolta allora da Mussolini è divisa dal De Felice in due periodi: fino al 1810 egli lottò per divenire il leader del partito nella sua provincia mettendo "un'ipoteca sulla direzione del movimento socialista di tutta la Romagna..., nel secondo si affermò "come uno degli esponenti della frazione rivoluzionaria su scala nazionale". Ma anche in quegli anni, Mussolini voleva veramente una 'rivoluzione'.
A me pare che egli avesse idee sufficientemente chiare sulla azione politica che doveva condurre per affermarsi decisamente all'interno del partito, mentre le sue idee erano poi assai confuse non solo a proposito della società futura che, sarebbe dovuta nascere dalla rivoluzione, ma anche sullo stesso contenuto della propaganda rivoluzionaria che si sarebbe dovuta svolgere tra le masse. La sua attività sembra quasi essersi svolta su due piani: quello dell'affermazione personale, su cui si muoveva in modo lucido ed abile... e quello dell'azione di partito, contradditoria e confusa.
Mussolini, ricorda il De Felice, voleva diffondere il socialismo puntando "sulla suggestione idealistica e volontaristica di autori e pubblicazioni che trovavano la loro origine e la loro collocazione ai margini o addirittura fuori della sfera socialista ufficiale, fra i sindacalisti rivoluzionari, gli inarco-sindacalisti, i crociani".
La commistione delle ideologie, l'assorbimento nella sfera propagandistica di elementi diversi, che sarebbero state poi delle costanti dell'attività di Mussolini, apparivano già evidenti.

In realtà Mussolini era assai abile nel dare un'espressione, giornalistica, immediata (ed efficace, appunto, sul piano della tattica e della propaganda) ai problemi più urgenti del momento. In questo, egli aveva un notevole istinto politico. Al tempo dell'impresa di Libia, per esempio, si fece interprete dei sentimenti pacifisti, del senso di ribellione che la guerra suscitava tra le masse. "Se la patria" - scriveva - "menzognera finzione che ormai ha fatto il suo tempo, chiederà nuovi sacrifici di denaro e di sangue, il proletariato che segue le direttive socialiste risponderà collo sciopero generale. La guerra fra le nazioni diventerà allora una guerra alle guerre" . Ma queste parole rivelavano soltanto un atteggiamento demagogico. In realtà i socialisti non svolgevano nessuna azione diretta a fare insorgere il proletariato in caso di guerra ed affermazioni del genere non avevano nessun peso effettivo: facevano soltanto parte del bagaglio propagandistico comune in quegli anni ai gruppi della sinistra.

A Mussolini, questo tipo di agitazione serviva per affermarsi nel partito. A Reggio Emilia, infatti, egli riportò una grossa vittoria: i riformisti furono sconfitti, e Mussolini, che aveva anche portato la federazione forlivese fuori del partito, per poter manovrare meglio, conquistò in esso posizioni di forza. A Reggio Emilia, secondo Mussolini, il riformismo doveva scomparire e questo suo obbiettivo era condiviso da gran parte del partito. Ma per sostituirvi che cosa? A quest'ultimo riguardo le idee erano confuse nell'intero partito e proprio questa mancanza di chiarezza permise l'affermazione di Mussolini. Questi aveva in realtà una concezione piuttosto elementare del marxismo e soltanto esteriormente poteva sembrare avvicinarsi "al filone più dinamico del marxismo internazionale". La sua critica del riformismo infatti era puramente negativa, giacché egli non vi sostituiva altro che un disordinato attivismo ed una nebulosa concezione della 'rivoluzione'. Il proletariato doveva assumere il potere contro lo stato borghese: da ciò la lotta, accettata, come ho già detto, dalla grande maggioranza del partito, contro ogni forma di riformismo. Ma questo non significava svolgere una politica effettivamente rivoluzionaria e se ne accorse Serrati che nel 1913 mosse, da sinistra, un serio attacco a Mussolini... "L'opera che Mussolini chiama e crede rivoluzionaria"... egli scrisse "non è che - absit iniuria verbis-paradossale, iperbolica, ridicola non per se stessa ma per il contrasto che essa pone in evidenza fra la predicazione rivoluzionaria e la pratica possibilistica del partito".

Mussolini, inoltre, non mirava alla formazione di un nuovo gruppo dirigente, ma soltanto ad un suo successo personale, anche se per un certo periodo la sua attività non si distinse da quella dell'estrema sinistra.
"Dal novembre 1913 all'aprile 1914" - ricorda il De Felice - "tutta l'azione di Mussolini fu in funzione del congresso nazionale socialista di Ancona (...). In questi sei mesi si può dire che ogni atto di Mussolini fu dettato dall'esigenza di portare ad Ancona il gruppo rivoluzionario intransigente che faceva capo a Lazzari e a lui in una posizione di forza (..)". Ma appena apparve evidente la gravità della crisi provocata dalla guerra si ebbe il distacco di Mussolini dalla sinistra, e da Lazzari.
"Non ne posso più di tutta quella gente" - scrisse Mussolini. - "Vorrei guidare il partito in modo intelligente, pilotandolo come si deve fra i grandi avvenimenti che stanno maturando..., ma che si può fare con Lazzari? E' ignorante ed é anche ammalato di fegato".
Si trattava di un dissenso ideologico, dovuto alle divergenze sulla linea politica da seguire, o non c'era piuttosto in Mussolini la consapevolezza del fallimento dell'avventura personale in campo socialista ed una nuova ricerca di successo, orientata in altre direzioni, ancora confuse, ma che si andavano ad ogni modo allontanando da ogni linea socialista?

Il 1914 aprì, com'è noto, una profonda crisi nel movimento internazionalista. Fino a che punto essa investì, anche sentimentalmente, Mussolini? A giudicare dai suoi atteggiamenti non sembra in realtà che egli ne sia stato colpito. Mussolini, in quel periodo, appare piuttosto vicino a coloro che constatavano il fallimento dell'internazionalismo socialista non per trarne elementi critici utili all'azione futura, ma per respingere lo stesso socialismo. Mussolini ormai voleva fare una 'sua' politica, e per questo ebbe bisogno di un suo giornale, ed accettò, per esso, i finanziamenti della borghesia. Non importa che, per il momento, non gli si chiedessero prese di posizioni esplicite: in realtà tutta la lotta antisocialista condotta in nome dell'interventismo era sufficiente a ricompensare gli ambienti borghesi degli aiuti dati a Mussolini. Ma il partito socialista, nella grande maggioranza, non seguì Mussolini ed anche nel campo interventista egli non riuscì, per il momento, ad occupare una posizione di rilievo: l'intervento fu determinato, ricorda il De Felice, più dal "Corriere della sera" che dal "Popolo d'Italia". Non era facile per Mussolini conquistarsi uno spazio politico ed egli cercò di muoversi con prudenza, senza impegnarsi a tondo, temendo di isolarsi. Anche nel dopoguerra assunse in un primo momento atteggiamenti in certi e confusi: si avvicinò al futurismo, all'interventismo, accentuò la propaganda antisocialista, ma per qualche tempo rimase politicamente assai debole. La lotta era ancora in corsa e Mussolini non sapeva chi ne sarebbe stato il vincitore (ancora durante l'occupazione delle fabbriche egli non prese un atteggiamento nettamente antiproletario). Ma ormai, nonostante il camuffamento demagogico, le sue scelte di fondo erano sufficientemente chiare. Al secondo congresso dei fasci egli disse...
"Noi non rappresentiamo un punto di reazione. Diciamo alle masse di non andare oltre e di non pretendere di trasformare la società attraversa un figurino che non conoscono. Se trasformazioni devono verificarsi, devono avvenire tenendo conto degli elementi storici e psicologici della nostra civiltà".
Quando cominciò il riflusso del movimento proletario e la borghesia agraria, industriale e commerciale formarono un fronte unico, Mussolini era ormai pronto ad offrire ad esse lo strumento di repressione di cui avevano bisogno: il fascismo.


VEDI ANCHE ...

MUSSOLINI IL FASCISTA . La conquista del potere (1921-1925) - Renzo de Felice
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mercoledì 3 giugno 2009

POPULORUM PROGRESSIO - Paolo VI


Papa Paolo VI


Carta Enciclica


"Populorum Progressio"

Paolo VI

Edizioni Paoline




UNA LETTURA ATTUALE


L'ENCICLICA E IL PIANO

L'enciclica "Pupulorum progressio" si è classificata, subito, fra i best sellers del 1967. Soltanto in Italia, la prima tiratura di 200.000 copie si è esaurita in due settimane scavalcando di molto le tirature modeste dei saggi sociologici destinati a spiegare al pubblico la decisiva importanza delle nuove frontiere cui l'umanità potrà attingere muovendosi dietro certe fumose e provinciali teorizzazioni che vogliono mettere d'accordo tutto, capitale e lavoro, imperialismo e socialismo, ricchi e poveri, bianchi e neri.

Il successo della "Pupulorum progressio" di Paolo VI, la sua esplosività che ha interrotto i pacifici sonni sociali di molte persone, è innanzitutto nel fatto che per la prima volta, in essa, la Chiesa cattolica non si limita a dire che al mondo c'è un Male esorcizzabile con il Bene, ma indica, in modo abbastanza preciso, dov'è il Male e dov'è il Bene.
Il male, se non ho frainteso l'Enciclica, consiste nel nefasto sistema del capitalismo: il bene non si trova nella sua correzione evangelica, ma nel suo superamento integrale: e non per via evangelica ma per via politica e sociale.

Certo, l'Enciclica non indica nella ristrutturazione socialista del mondo la garanzia della sua rinascita e dell'avvento di una "libertà che non sia parola vana". E alcuni osservatori hanno preso spunto da questa non indicazione per costatare che, in fondo, l'Enciclica non è che la consacrazione del "Piano Pieraccini" del centro-sinistra. Il fatto è, tuttavia, che se l'Enciclica papale avesse contenuto anche l'indicazione esplicita della risposta socialista al nefasto sistema capitalista, non sarebbe più stata un'Enciclica ma un Manifesto. Il che, indubbiamente, non è: e non poteva essere, data la distanza immensa, nei mezzi e nei fini, che separa la concezione cristiana e cattolica del mondo da quella marxista e materialista. Il problema, dunque, non ci sembra quello di cercare nell'Enciclica se un certo metodo di analisi sulle strutture, che in essa troviamo, ne ha fatto - come ha goffamente, e timorosamente, scritto il New York Times a suo tempo - un "documento quasi marxista". Il problema - quello che scotta - è di vedere se le denuncie dell'Enciclica hanno colto nel segno e con quali altre denuncie hanno collimato.
E a questo punto non c'è alcun dubbio che le denuncie della "Pupulorum progressio" - anche se l'Osservatore Romano ne ha fornito una reinterpretazione accomodante, sono di tipo anticapitalistico. E non si tratta di un rifarsi generico allo slogan sul Cristo "primo socialista" del mondo. Si tratta di analisi dettagliate, e spietate, dei guasti immensi - ma del tutto logici nell'ambito di un "sistema nefasto" - che il capitalismo, e la sua versione imperialista, ha apportato al mondo dividendolo, in linea di principio, in mondo sviluppato e sottosviluppato: organizzando cioè le cose in modo tale per cui, tanto per andare ad esempi popolari (il benessere britannico era pagato dal malessere di centinaia di milioni di affamati indiani: e il benessere americano, altro esempio, era pagato dalla colonizzazione cui i grandi 'trust' degli Stati Uniti sottoponevano e sottopongono tutta l'America Latina).

A questo punto, dopo aver letto l'Enciclica, scatta l'interrogativo che si leva dopo ogni lettura di testi che partano dall'analisi di dati oggettivi, statistici, sull'attuale collocazione non solo della ricchezza, ma delle sue fonti e della sua distribuzione: perché conservare un sistema 'nefasto', che colloca e distribuisce la ricchezza mondiale in modo da riprodurre, ininterrottamente, la divisione della società in scompartimenti sviluppati e sottosviluppati?
Perché conservare un sistema 'nefasto' che consacra la divisione fra gli uomini sulla base di un criterio-base che li separa in ricchi e poveri?

Si tratta di interrogativi semplici: ma terribili. Si tratta, in sostanza, di un interrogativo al quale Marx dette risposte che sono talmente nuove da risultare tuttora esaltanti. E si tratta, d'altra parte, di interrogativi che, solo a porli, illuminano di forza immensa milioni di cervelli e di cuori, sospingendoli verso risposte altrettanto semplici e precise. Né gli interrogativi né le risposte sul 'perché' del capitalismo e dell'ineluttabilità della sua scomparsa sono più, del resto, interrogativi e risposte da "sfera filosofica". I punti di riferimento politici, da cinquant'anni a questa parte, sono del tutto nuovi rispetto ai punti di riferimento anteriori al 1917. Sicché ogni discorso sul mutamento del "sistema nefasto" è discorso che si svolge in un quadro che comprende centinaia di milioni di uomini: i quali vi partecipano avendo già in mente - seppure con le sfumature e le differenze profonde che distinguono le diverse storie - che la risposta, la mia, del secolo, l'alternativa al "nefasto sistema", è il socialismo.
Nasce quindi, largo, difficile ma inevitabile, il discorso della nostra epoca. Ciò che spaventa i lettori conservatori della Enciclica, ciò che ha fatto gridare molti di essi allo 'scandalo' è che il documento papale entra in questo discorso nel momento stesso in cui nega al "nefasto sistema" la possibilità di rigenerarsi da solo, non concedendogli l'assoluzione, neppure "in articulo mortis".


PAOLO VI ERA MARXISTA ?

E allora? Il Papa è diventato 'marxista', scrivevano tremanti alcuni. La Chiesa "svolta a sinistra"? si interrogavano terrificati altri. E già, all'italiana, correvano battute, certo irriverenti, su Paolo VI.
Ma i temi sollevati e ripresi dall'Enciclica, non si risolvono né con i pasticci ideologici e le facili commistioni (poiché una Enciclica è una Enciclica, come ho già detto, e non un Manifesto), né con le paure teologiche di veder sparire per sempre certi facili proverbi sulla fatalità, quasi divina, di un mondo che ha da essere diviso in eterno in ricchi e poveri.
L'Enciclica, fuori da ogni equivoco, può servire a tutti per comprendere, sempre meglio, le radici non divine ma sociali del "nefasto sistema". E di qui partire per lottare, ciascuno nella sua sfera e ciascuno dando ciò che il suo pensiero gli consente, l'opera necessaria per superarlo e abbatterlo. Sotto accusa, ancora una volta, è dunque il "nefasto sistema" che sporca, avvilisce e insanguina il mondo. L'appello a cambiarlo è diretto a tutti "gli uomini di buona volontà". Lo raccolgano gli uomini, ciascuno con le proprie idee.
E chi ha più filo tesserà.


LA STRATEGIA DELLA CHIESA

A questo punto c'è da chiedersi, però, quali siano le ragioni profonde che hanno spinto la Chiesa ad una denuncia così chiara e ad una condanna così radicale del sistema capitalistico. Nessuno può credere, infatti, che sia solo il messaggio evangelico o lo spirito di carità o l'umana commozione di fronte alle sofferenze dei popoli affamati che abbiano ispirato Paolo VI. Da troppo tempo queste cose esistono senza che abbiano determinato una modifica sostanziale nell'atteggiamento della Chiesa. E nemmeno, ci sembra, la "Pupulorum progressio" può essere paragonata alla "Rerum novarum". In questa enciclica Leone XIII superava definitivamente la frattura risorgimentale tra la Chiesa e la civiltà borghese e dava una risposta nel complesso borghese ai problemi posti dallo sviluppo iniziale del movimento operaio. Nella "Pupulorum progressio" Paolo VI non compie - come ho detto - un altro passo avanti superando la frattura fra la Chiesa e il movimento socialista. Modifica, invece, radicalmente la strategia del Vaticano, rivolgendo tutte le sue attenzioni ai paesi sottosviluppati, facendosi interprete delle loro esigenze e delle loro miserie, come se considerasse ormai marginale la situazione europea e irrecuperabili le masse operaie dei grandi paesi industriali.
Nuove strategie che spiegano la struttura dell'Enciclica e anche i recenti atteggiamenti politici del attuale Papa nei confronti della Cina e dello stesso movimento delle guardie rosse. Il futuro ci dirà se questa interpretazione è esatta e ci dirà anche quali frutti potrà portare alla Chiesa la nuova strategia. Resta il fatto che la borghesia italiana, ancora una volta, oltre al comico sgomento di alcuni e gl'impacciati 'arrangiamenti' di altri, non ha saputo dare una valutazione seria e approfondita dì un documento di tale eccezionale rilevanza.



domenica 29 marzo 2009

ANNA BOLENA - Carolly Erickson


Anna Bolena
Il carnefice di Calais non era un volgare boia come tutti gli altri. Era, a modo suo, un vero artista: si era allenato pazientemente per anni, ed era arrivato a poter offrire il meglio della sua professione a chiunque ne facesse cortese (e ben remunerata) richiesta. In quei tempi poi, e cioè nella prima metà del '500; il lavoro non mancava: ce ne erano diverse, di teste, da far volare via con un solo colpo ben assestato, in nome della giustizia e a edificazione del popolo adunato.
Perciò, il carnefice di Calais non trovò affatto strano che lo si convocasse in tutta fretta, nella seconda metà di maggio del 1536, per un lavoro da sbrigare a Londra. Affilò per bene il suo spadone, fece i suoi pachi bagagli, e si imbarcò. Giunto a Londra si presentò alla Torre e senza convenevoli fu alloggiato: l'esecuzione avrebbe avuto luogo di lì a poche are, all'alba, nel cortile. Solo la mattina dopo, seppe che la vittima era una donna: una bella donna. La vide venire avanti tranquilla, con indosso un vestito un po' scollato e con i capelli avvolti in una preziosa rete di perle. Chissà che diavolo aveva combinato: faccende di corte, senza dubbio. Aveva colto a volo, nei corridoi, il nor.1e bisbigliato del re, e non c'era da meravigliarsi, dato che gli intrighi di donne alla corte di Enrico VIII erano giunti fino all'orecchio del popolino.
Ai lati del cortile un po' di folla se ne stava silenziosa. Alcuni nobili assistevano, impassibili. Tutto si svolse rapidamente: preghiere, mormorii, poi quel momento di silenzio che c'era sempre. Un gentiluomo fece un cenno. Tutto finito.
L'essere "artisticamente" decapitata da uno dei più abili carnefíci d'Europa, invece d'essere affidata a un volgare "mastro d'ascia", della Torre di Londra, fu l'ultima concessione che riuscì a ottenere la donna giustiziata quel giorno. L'ultima di una lunga serie, che aveva portato lei, Anna Bolena, dalla condizione di piccola borghese al fasto del trono di Inghilterra.


UNA FAMIGLIA DI ARRIVISTI

Jane Seymou

Quando nel 1526 Anna Bolena era stata accolta alla corte d'Inghilterra, come damigella della regina, la cosa aveva destato un certo stupore: essa non apparteneva infatti a un nobile casato, né vantava particolari meriti oltre a quello di una bellezza singolare. In realtà, la fanciulla doveva questo onore all'abilità diplomatica del padre Tommaso e ai successi mondani della sorella Maria. Suo padre era di origine borghese, ma grazie al patrimonio accumulato dagli avi nei commerci era riuscito a conquistarsi un posto a corte. Quanto a Maria, sposa di un compiacente cortigiano, era diventata una delle favorite del re. Anna, che aveva ereditato dal padre un carattere ambizioso e privo di scrupoli, non era ancora giunta alla posizione della sorella, ma mirava più in alto.
Giovanissima era stata ospite alla corte di Francia, dove aveva brillato per il suo spirito, la sua grazia e anche per una certa libertà di costumi.
Aveva già rifiutato alcuni brillanti partiti, tra cui il giovane cugino Tomaso Wyatt, che le dedicava teneri versi d'amore. Una sola sconfitta vi era da registrare nella sua scalata al successo: avrebbe desiderato sposare Henry Percy, erede del conte di Northumberland, ma in ciò fu decisamente avversata dallo zio del giovane, il potente Cardinale Wolsey, primo ministro di Enrico VIII.
Anna non dimenticherà un simile affronto e saprà aspettare pazientemente l'occasione di vendicarsi.


IL GIOCO DEL GATTO COL TOPO

Anna di Clèves
Enrico VIII non tardò ad accorgersi che Anna era più desiderabile di Maria. Le due sorelle avevano temperamenti diversissimi: Maria era una bellezza pacata, un'amante tranquilla; Anna, più intelligente e più scaltra, sapeva legare a sé il sovrano con un sottile gioco di seduzione, che lo lusingava e lo irritava nello stesso tempo. Alternava atteggiamenti ingenui ad altri carichi di promesse. Ben presto il re fu conquistato.
Anna intuiva di avere davanti a sé un traguardo ambizioso e affascinante: diventare regina. E diede fondo a tutte le proprie risorse. Incominciò a giocare col re al "gioco del gatto col topo". Dapprima respinse le sue profferte, poi ammise di ricambiare i sentimenti del sovrano, ma si guardò bene dal cedere alle sue insistenze. Il gioco si prolungava: lunghe, appassionate lettere del re, risposte enigmatiche da parte di Anna, appuntamenti più o meno segreti. La corte assisteva sbigottita a queste manovre: Enrico VIII, il cinico libertino, in balìa di una piccola avventuriera: era incredibile.
La regina, la nobile e pia Caterina d'Aragona, sopportava con regale dignità quella che riteneva un'ennesima avventura extra-coniugale del suo turbolento marito. Certo era ber, lontana dal prevedere che quell'oscura borghesuccia mirasse al trono.
Enrico, esasperato dal gioco di Anna, fu il primo a parlare di matrimonio. Anna era trionfante: già si vedeva regina d'Inghilterra. Tra lei e il sovrano ormai c'era solo un ostacolo: Caterina. Ma per Caterina ci si poteva rivolgere al Vaticano. Il papa non avrebbe negato nulla al "difensore della fede", al sovrano che era stato il più fedele paladino del cattolicesimo contro la minaccia protestante. E avrebbe annullato il matrimonio di Enrico e Caterina. Tanto più che, da qualche tempo, il re aveva manifestato qualche dubbio sulla validità di questa unione. Prima di passare a nozze con lui, Caterina d'Aragona era stata moglie di Arturo, fratello del re. Ragioni dinastiche avevano consigliato questo matrimonio che, si diceva, non era stato nemmeno consumato. Arturo aveva allora solo 15 anni ed era malaticcio. Caterina, rimasta prematuramente vedova, era passata a seconde nozze con Enrico VIII, dopo aver ottenuto la dispensa papale. Ma poteva considerarsi valida tale dispensa? Enrico e Caterina non si trovavano forse in peccato mortale? Questi i dubbi che il re, molto astutamente, sollevava in vista del suo ricorso al pontefice


ANNA SI VENDICA

Caterina Howard
La battaglia sulla validità del matrimonio si scatenò improvvisa. Toccò proprio a Wolsey, il nemico di Anna, che aveva ostacolato le sue nozze con un pari d'Inghilterra, assumersi l'ingrato compito di spianare la via al trono alla piccola borghese.
Scongiurò, si gettò ai piedi del sovrano, ma tutto fu inutile! Enrico non cedette e volle, anzi, che il caso fosse sottoposto senza indugio al papa.
Due messi partirono alla volta di Roma. Clemente VII si trovò in grande imbarazzo: infatti, se Enrico vantava il titolo di "difensore della fede", dall'altra parte Caterina, oltre a essere la figlia dei cattolicissimi sovrani di Spagna, era anche zia dell'imperatore Carlo V. E Carlo V esercitava una forte influenza sulla Chiesa. Perciò il pontefice preferì guadagnare tempo, e inviò a Londra un messo papale, con il compito di esaminare la questione sul posto.
Intanto l'amore di Enrico divampava sempre più. Era una passione alimentata più dalle ripulse di lei che da una vera profondità di sentimento...
"Vostra amante, mai; vostra moglie, se voi lo vorrete".
È questo il ritornello che fa impazzire il re ed esasperare il suo desiderio.
Il messo pontificio però si faceva attendere: a quell'epoca i viaggi erano lunghi e disagiati. Ma per Enrico l'attesa non fu completamente vana: mentre il messo viaggiava, Anna cedette e divenne l'amante ufficiale del sovrano.
Finalmente, nel giugno del 1529, il prelato arrivò a Londra. Ma la questione, invece di chiarirsi, si complica. Era stato consumato il matrimonio con Arturo? Le testimonianze sono discordanti e il rappresentante del papa non sa come cavarsi d'impaccio. Enrico è furente. Ci vuole un capro espiatorio: istigato da Anna, il sovrano accusa Wolsey, il suo fedele ministro, di non aver saputo condurre a buon fine le trattative. E Wolsey viene dispensato dall'incarico e privato di tutti i suoi beni. La morte lo coglierà, quasi prigioniero e povero, nell'Abbazia di Leicester.
Anna ha avuto la sua vendetta.


IL CAPOLAVORO DI CRANMER

Caterina d'Aragona
Il sovrano e Anna erano ormai chiusi in un vicolo cieco. A nulla era servito l'oro sparso a piene mani dagli emissari inglesi, a nulla erano servite le argomentazioni teologiche (più o meno convincenti) di Enrico.
Ma a questo punto ecco comparire all'orizzonte l'uomo del destino: Tommaso Cranmer, una strana figura di ecclesiastico, che non nasconde le sue simpatie per i luterani e che, nonostante i voti sacerdotali, si è sposato in segreto. "Che bisogno c'è del consenso di Roma? - egli dice - Basta rivolgersi ai più illustri teologi d'Europa e sentire il loro parere".
In altri momenti, Enrico VITI sarebbe insorto contro questa tesi che metteva in dubbio l'infallibilità del pontefice. Ma in quelle condizioni non guardò troppo per il sottile. Seguendo perciò tale consiglio, chiese il parere delle più note facoltà di teologia, sborsando, naturalmente, un bel pomo d'oro...
Le conclusioni furono favorevoli alla nullità del matrimonio. Non c'era tempo da perdere anche perché Anna, alla quale il re aveva nel frattempo accordato il titolo di marchesa di Pembroke, era in attesa di un bimbo. Tutti a Corte sapevano del prossimo lieto evento, poiché Anna, astutamente, si era ben guardata dal tenerlo nascosto.
La storia non precisa la data delle nozze, celebrate da un monaco compiacente, nel segreto del palazzo reale,
Anna Bolena aveva dunque vinto.
Caterina venne esiliata in un remoto castello. Ma ben presto a corte si formarono due partiti: i fautori di Anna, tutti amici e parenti suoi, e quelli della ex-regina.
Intanto il pontefice decide di agire con severità, ed emana la
scomunica contro Enrico. E qui si rivela la diabolica abilità di Cranmer. Il pontefice ha scomunicato Enrico? Ebbene, - dice Cranmer - d'ora in avanti Enrico VIII e l'Inghilterra non riconosceranno la superiorità della Chiesa di Roma: la Chiesa d'Inghilterra sarà autonoma. Cranmer viene nominato, per meriti eccezionali, arcivescovo di Canterbury e benedice le nozze già contratte in segreto. L'Inghilterra ha così una nuova regina.
Ma già su questa unione si addensano le prime nubi: nasce l'erede tanto atteso, ma è una femminuccia. Questo fatto fa sorgere subito una difficile questione dinastica: chi salirà un giorno sul trono d'Inghilterra? Maria, figlia di Caterina, o Elisabetta, figlia di Anna Bolena? Certo il futuro sarebbe più roseo se Anna potesse mettere al mondo un erede maschio. E Anna spera.


LA FINE DI UN SOGNO

Caterina Parr
Il 6 gennaio 1536 muore Caterina. I cortigiani, che sperano di cogliere una qualsiasi traccia di emozione sul volto del re, rimangano delusi. Qualcosa però sta mutando in lui: la bella Anna non lo interessa più. I suoi atteggiamenti così poco 'regali' hanno finito per infastidirlo. Anche la speranza di un erede maschio viene nuovamente delusa.
A fianco del re appare sempre più spesso una nuova amica: è Jeanne Seymour, una dolce, serena creatura, che sa placare l'inquietudine del sovrano. Enrico è volubile, è l'uomo dei contrasti.
A Caterina, modesta e riservata, era seguita Anna, vivace e capricciosa. Ad Anna seguirà Jeanne.
Intanto le condizioni politiche erano mutate. A Wolsey, come primo ministro, era seguito Tommaso More, uomo di grande fede e di specchiata onestà. Enrico sperava di farne un alleato da aggiogare al suo carro. Ma Tommaso More non volle mai riconoscere la nuova Chiesa e per tale colpa finì sul patibolo (la Chiesa cattolica lo beatificherà nel 1935). A More succedette Cromwell, ambizioso e senza scrupoli. Egli possedeva un finissimo intuito politico, perciò si rese conto che era necessario riavvicinarsi alla Spagna; alla Spagna di Carlo V, che era stata mortalmente offesa dal ripudio di Caterina. Cromwell sapeva che avrebbe reso un gran servigio all'Inghilterra e al re allontanando Anna; avrebbe ottenuto cioè il riavvicinamento alla Spagna e la fine di un matrimonio assurdo.
La fine di Anna è segnata. Cromwell tesse il suo intrigo: un musicista di corte, Marco Smeaton, viene portato alla presenza del ministro e, sotto tortura, ammette di aver avuto una relazione illecita con Anna. L'accusa è gravissima. A colmare la misura, si aggiunge un altro episodio: durante un torneo, la regina fa cadere il proprio fazzoletto nell'arena; Norris, gentiluomo di corte, lo raccoglie con la punta della lancia e, prima di restituirlo, lo bacia, sotto gli occhi dei re. Il giorno dopo, Norris, Smeaton e altri due gentiluomini, tra cui il visconte di Rochfort, fratello della regina, vengono arrestati. Oltre a far apparire Anna come una Messalina, la si vuol accusare anche di incesto.
E, poco dopo, anche Anna viene rinchiusa nella Torre, il sinistro carcere che ospitava tutti i nemici del Regno.
Questa volta Anna aveva fatto male i suoi calcoli; non si era resa conto di essere divenuta, a sua volta, lo strumento di mire segrete. Era stata solo un pretesto di cui la Corte si era servita per giungere a quel distacco da Roma che maturava da anni.
Il processo fu breve, le accuse terribili. Anna Bolena fu condannata a morte, e con lei i quattro gentiluomini. Tra i suoi giudici, si trovava anche il padre. Ma l'unico che non votò per la sua morte non fu suo padre: fu Percy Northumberland, il suo primo amore.
Il 19 maggio 1536 Anna affrontò, serena e dignitosa, il patibolo.


NOTE

Enrico VIII d'Inghilterra
Ritratto da Hans Holbein il Giovane

Caterina d'Aragona, prima moglie di Enrico VIII (ne ebbe sei in tutto) era figlia di Ferdinando il Cattolico e di Isabella di Castiglia, sorella di Giovanna la Pazza che fu la madre di Carlo V imperatore. Secondo l'uso del tempo, aveva sposato a sedici anni, nel 1501, il fratello maggiore di Enrico, Arturo, presunto erede al trono di Inghilterra. Ma il ragazzo era malaticcio e, a pochi mesi dal matrimonio, morì. Le nozze non erano state consumate; ecco perché il Pontefice concesse la dispensa per un nuovo matrimonio tra Enrico e Caterina, che avvenne nel 1509. Caterina ebbe sei figli, di cui cinque maschi che morirono appena nati. Sopravvisse solo la figlia Maria, che passerà alla storia col nome di Maria la Cattolica.







LO SCISMA D'INGHILTERRA

Apparentemente, lo scisma d'Inghilterra fu originato dalla ritrosia del pontefice a sciogliere il matrimonio tra Enrico VIII e Caterina d'Aragona. In realtà, questo episodio fu l'occasione ma non la causa dello scisma. La lotta fra la Chiesa di Roma e la Corte di Londra, che raggiunse la fase più critica tra il 1528 e il 1533 (anno del matrimonio di Enrico VIII e Anna Bolena), fu il coronamento della tendenza assolutistica del re d'Inghilterra, deciso a sottrarsi a ogni controllo, anche a quello religioso. In ciò fu appoggiato dai sentimenti anticattolici sviluppatisi nel paese. Il distacco definitivo avvenne nel 1539, con l'approvazione dello "Statuto dei 6 articoli", secondo i quali il re veniva riconosciuto "capo visibile della chiesa anglicana".

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martedì 24 marzo 2009

L'incendio del Reichstag - La provocazione politica (The burning of the Reichstag -The political provocation)

La provocazione politica


  
II clima di torbida tensione che negli anni '70 gravava sulla vita del nostro paese, clima reso ancora più pesante e più torbido dalle ricorrenti voci di colpi di Stato reazionari, favoriva una vera e propria proliferazione di provocazioni politiche che, a tutti i livelli, tendevano ad aggravare le tensioni sociali e a colpire le conquiste dei lavoratori e delle forze democratiche. II sinistro fragore delle bombe di piazza Fontana a Milano, era troppo recente perché non si doveva prendere atto che in Italia operavano gruppi che avevano tutto l'interesse ad aggravare le tensioni e ad addossare alla classe operaia la responsabilità di atti 'criminali' che colpivano i sentimenti dell'opinione pubblica nazionale e favorivano il costituirsi di "blocchi d'ordine" reazionari.
II processo di queste provocazioni era, si può dire, classico. Si infiltravano agenti provocatori in questa o quella organizzazione di sinistra (e le continue rivelazioni sulla presenza nei gruppetti anarchici o in quelli della cosiddetta sinistra extraparlamentare di poliziotti travestiti o di vecchi fascisti 'convertitisi' agli ideali della 'rivoluzione' avevano un valore davvero emblematico) e si cercava di spingerla a compiere atti tali da provocare un aggravamento della tensione e un riflusso a destra della vita politica nazionale. Quando non si riusciva a coinvolgere direttamente qualche esponente delle organizzazioni prese di mira, allora si procedeva direttamente e si attribuiva il colpo, sulla base di prove e testimonianze prefabbricate, all'organizzazione presa di mira.

La storia è piena di provocazioni del genere. Basterà ricordare, per quanto si riferisce all'Italia, l'attentato del Diana che venne attribuito agli anarchici ma i cui retroscena non sono mai stati chiariti, e "l'attentato" del 31 ottobre 1926 contro Mussolini in visita a Bologna. L'attentato servì a far sopprimere tutte le organizzazioni politiche e sindacali che ancora restavano in vita, a far dichiarare la decadenza dal mandato di tutti i parlamentari dell'opposizione, e a far promulgare le "leggi eccezionali per la difesa dello Stato" che, fatto significativo, erano già pronte prima dell'attentato.
La più clamorosa e classica provocazione politica, quella che è stata più densa di conseguenze, è stata senz'altro l'incendio del Reichstag di Berlino il 27 febbraio 1933. Molto opportunamente, quindi, mentre non sono ancora del tutto svaniti i fragori delle bombe di Milano, l'editore Feltrinelli ha pubblicato l'eccellente libro che Edouard Calic ha dedicato, appunto, all'incendio del Reichstag e alle vicende che da quella provocazione presero le mosse e portarono alla instaurazione della dittatura nazista (EDOUARD CALIC, L'incendio del Reichstag, Milano, Feltrinelli, 1970, pag. 280).
II Calic ha realizzato una ricerca eccezionale per la sua ampiezza e profondità: ha studiato oltre 30.000 pagine di documenti e di verbali del processo e una bibliografia considerevole; ha consultato centinaia di testimoni ed esperti ancora viventi; ha incontrato i familiari di Marinus van der Lubbe, il cosiddetto "incendiario del Reichstag", e Blagoi Popov che, insieme a Vassili Tanev e a Georgi Dimitrov, venne accusato dell'incendio e fu uno dei protagonisti del processo di Lipsia. II risultato è una ricostruzione dettagliata della provocazione nazista che elimina ogni possibile dubbio sulla diretta e personale responsabilità nell'ideazione, nell'organizzazione e attuazione del crimine di Hitler, Göring, Goebbels, e delle S. A.
"Basandomi su documenti e testimonianze dirette incontestabili - ha scritto il Calic -, io consegno tutto al pubblico: spetta al lettore farsi una opinione oggettiva sui veri criminali, gli istigatori dell'incendio, gli esecutori dei preparativi, gli oscuri complici che hanno acceso simultaneamente i focolai che in pochi minuti dovevano trasformare il Reichstag in un gigantesco braciere".
Tanto più necessaria appare un'opera come questa, in quanto, ancora nel maggio 1968, un tribunale di Berlino Ovest ha inflitto una condanna postuma al cosiddetto "incendiario del Reichstag" Marinus van der Lubbe, basandosi esclusivamente su elementi dell'inchiesta poliziesca e della istruzione giudiziaria fabbricati e deposti negli archivi dagli agenti e dai giudici del III Reich.
« "Ancora oggi alcuni storici si sforzano di dimostrare come il Reichstagbrand fu solo il gesto temerario di un piromane e che i giudici di Lipsia non potevano emettere una sentenza diversa. E' dunque un dovere nei confronti del popolo tedesco, ingannato, illuso, rivelare tutto sul crimine che, se all'indomani dell'incendio ha dato 5,5 milioni di voti al Führer (elezioni del 5 marzo 1933) è costato in seguito altrettanti morti. I loro cadaveri, che costellarono la terra dalla Normandia ai pendii del Caucaso, dai ghiacci del Grande Nord alle sabbie del Sahara, reclamano ancora, implacati: "Non vogliamo che la nostra morte sia stata inutile! La verità! Noi esigiamo la verità!"».
Ma non meno necessaria è quest'opera, perché, al di là del preciso episodio storico, essa offre una testimonianza di eccezionale valore, sulla tecnica della provocazione politica, sui risvolti tenebrosi di espisodi come quello delle bombe di Milano, sulla necessità di far sempre luce sulle provocazioni, per impedire che i criminali le sfruttino per vincere le elezioni (come nel caso di Hitler) o per ricomporre formule di governo logorate dal moderatismo e dall'inettitudine.
II 30 gennaio 1933, a conclusione di una nuova crisi di governo, il presidente della Repubblica di Weimar, maresciallo von Hindenburg, conferiva l'incarico di presiedere il governo al Führer del Partito nazionalsocialista, Adolf Hitler.
Hitler giungeva al potere in condizioni non certo ideali. II governo che era stato chiamato a presiedere, era un governo di coalizione che non poteva contare su una sicura maggioranza parlamentare. Nelle elezioni del novembre 1932, il Partito nazionalsocialista aveva perso 2 milioni di voti e, anche insieme ai conservatori, non era riuscito a superare il 45 per cento dei suffragi. In queste condizioni Hitler avrebbe potuto governare solo facendo ricorso a decreti presidenziali, il che lo avrebbe trasformato in uno strumento del presidente Hindenburg.
Per conquistare il potere assoluto i nazisti avrebbero dovuto eliminare l'opposizione parlamentare. Dal momento che non era ancora possibile ottenere questo risultato con la violenza (troppo forti erano ancora le organizzazioni della classe operaia, mentre l'esercito non dava garanzia di affidamento) era indispensabile assicurarsi una solida maggioranza parlamentare. Perciò il neo cancelliere decise di sciogliere il Reichstag e di indire nuove elezioni per il successivo 5 marzo. Per ottenere questo risultato - visto il livello raggiunto dalle fortune elettorali del nazismo, Hitler aveva bisogno di qualcosa che galvanizzasse i suoi uomini, intimorisse l'elettorato moderato facendolo votare per i nazisti, e consentisse una offensiva 'legale' contro il sempre temibile Partito comunista tedesco e contro i socialdemocratici.
"La politica anticomunista condotta con i metodi classici non aveva portato a risultati tangibili. Al contrario, i comunisti avevano aumentato i loro voti fra il luglio e il novembre 1932. Bisognava quindi a qualsiasi prezzo squalificare i capi comunisti accusandoli davanti alla nazione di aver deciso un'insurrezione armata contro il sistema democratico e così intimidire una parte degli elettori comunisti e socialisti".
L'incendio dei Reichstag, divampato nella serata del 27 febbraio 1933, proprio alla vigilia delle elezioni del 5 marzo, fornì il pretesto per accusare i comunisti del crimine e per presentare all'opinione pubblica moderata i nazisti come unico baluardo contro il 'terrore' comunista.
L'incendio era appena divampato che già Göring, accusava i comunisti di esserne i responsabili e 'rivelava' che l'incendio della sede del Parlamento doveva servire come segnale per lo scatenamento di un'insurrezione comunista. In tutta la Germania vennero arrestate migliaia di persone, comunisti, socialisti, intellettuali di sinistra. Nella sola Berlino ne vennero arrestati oltre 1.200. All'interno stesso del palazzo in fiamme venne fermato un uomo, un muratore olandese, Marinus van der Lubbe, che venne accusato di essere responsabile dell'incendio. Nei giorni successivi vennero arrestati il deputato comunista tedesco Torgler, e tre comunisti bulgari Blagoî Popov, Vassili Tanev e Georgi Dimitrov.
L'emozione sollevata dall'incendio del Reichstag fu enorme. Tuttavia i nazisti non ottennero i risultati che avevano sperato. Le elezioni del 6 marzo diedero loro il 44 per cento dei voti con un aumento del 10 per cento rispetto alle elezioni precedenti. II Partito nazionalista tedesco di Hugenberg ottenne dal canto suo l'8 per cento dei voti. II blocco nazisti-nazionalisti poteva quindi contare sul 52 per cento degli elettori e sulla maggioranza nel Reichstag. Tuttavia i risultati erano stati assolutamente insoddisfacenti nella capitale, Berlino, dove comunisti e socialdemocratici, nonostante il terrore scatenato contro di loro e l'accusa di aver incendiato il Reichstag, riportarono una schiacciante vittoria con il 53 per cento dei voti. I nazisti avevano ottenuto solo il 31 per cento dei voti. Come ha notato il Calic "anche con i conservatori Hitler non raggiungeva che il 40 per cento. I berlinesi si erano quindi pronunciati per il 60 per cento contro il governo di coalizione, e il 69 per cento aveva votato no al nazionalsocialismo". Inoltre i nazisti, pur potendo contare sulla maggioranza assoluta, insieme ai nazionalisti, restavano pur sempre condizionati dall'atteggiamento di questi ultimi e non avevano la maggioranza necessaria per poter modificare la costituzione. La soluzione a quest'ultimo problema venne trovata impedendo ai deputati comunisti di partecipare ai lavori del Reichstag e dichiarandoli decaduti dal loro mandato.
Sostanzialmente, quindi, l'incendio del Reichstag aveva risposto alle aspettative dei nazisti. Parlando in consiglio dei ministri la mattina successiva all'incendio Hitler aveva dichiarato apertamente, secondo quanto riporta il verbale, che "il momento psicologico del confronto è giunto. Non c'è ragione di attendere oltre. II Partito comunista si è dimostrato deciso all'estremismo. La lotta contro di esso non dovrebbe dipendere da motivazioni giuridiche. Dopo l'incendio del Reichstag egli [Hitler] non dubita più che il governo del Reich raggiungerà ora il 51 per cento alle elezioni".
II primo risultato, quello di conquistare la maggioranza parlamentare e di mettere fuori legge il Partito comunista era raggiunto. Ora si trattava di consolidare il successo infierendo contro il Partito comunista, che si andava riorganizzando nella clandestinità, con un processo clamoroso che avrebbe dovuto rivelarne la natura criminale e i fini terroristici. Questo processo avrebbe dovuto anche servire a combattere le e 'calunnie' dell'estero. Dal momento che nessuno aveva mostrato di essere convinto che gli incendiari erano stati i comunisti, un clamoroso processo avrebbe dimostrato la colpevolezza dei comunisti.
Questo secondo obiettivo venne tentato con il processo di Lipsia contro van der Lubbe, Torgler, Dimitrov, Popov e Tanev. Tuttavia questa volta le cose non si svolsero secondo i disegni dei nazisti. Se processare con successo van der Lubbe e Torgler era cosa possibile, non era certo possibile ottenere lo stesso risultato contro Georgi Dimitrov e i suoi compagni bulgari. I nazisti che fino ad allora avevano dimostrato una notevole abilità nel portare avanti la loro provocazione, commettevano ora l'errore di far venire alla luce del sole la loro macchinazione.
II processo di Lipsia rappresenta un modello di processo politico che, come disse Dimitrov in uno dei suoi interventi, avrebbe dovuto rappresentare un esempio per tutti i militanti rivoluzionari. Da un capo all'altro esso fu dominato dalla personalità eccezionale di Georgi Dimitrov che implacabilmente e con coraggio estremo seppe denunziare il carattere provocatorio e dell'incendio del Reichstag e del processo stesso.
Lo stesso giornale nazista "Leipziger Neueste Nachrichten" fu costretto ad ammettere che "Dimitrov si dimostra, in ogni circostanza, un notevole psicologo. Per venire a capo di questo imputato vulcanico, che salta sui microfoni posti davanti a lui, e ne abusa, il dottor Búnger ha il suo daffare. Senza sosta Dimitrov, prendendo a testimoni i corrispondenti stranieri, cerca in questi una eco alle sue parole. Per poco che si getti un'occhiata sulla stampa estera, ci si accorge che ne ha trovata".
L'incendio dei Reichstag è servito ai nazisti per realizzare i loro torbidi progetti e per colpire il Partito comunista; i beneficiari ne sono i nazisti ed è fra di loro che vanno ricercati i responsabili: questa la linea difensiva adottata da Dimitrov. Per smantellare il fragile castello dell'accusa, Dimitrov concentra la sua attenzione sulla personalità del presunto incendiario...
"Chi è van Lubbe? Un comunista? Assolutamente no! Un anarchico? No! E' un operaio declassato, è un relitto ribelle della società, una creatura di cui si è abusato, che è stata utilizzata contro la classe operaia. No, non è comunista! Non è anarchico! Non un solo comunista al mondo, non un solo anarchico si comporterebbe davanti alla corte come ha fatto van der Lubbe. Gli anarchici commettono spesso degli atti insensati ma, davanti ai giudici, rivendicano sempre le proprie responsabilità e spiegano i loro scopi. Se un comunista facesse qualcosa dì simile, non tacerebbe davanti alla corte quando quattro innocenti sono sul banco degli accusati al suo fianco. No, van der Lubbe non è un comunista, né un anarchico - è lo strumento di cui ha abusato il fascismo! Certo, il disgraziato di cui si è abusato, che è stato utilizzato a scapito dei comunismo, non può aver niente in comune né con il presidente della frazione comunista al Reichstag né con i comunisti bulgari".
Van der Lubbe è solo il miserabile Faust, che è stato manovrato a suo piacere da un Mefistofele che è riuscito a scomparire dopo aver perpetrato il crimine. Ma questo Mefistofele se non ha ancora un nome, ha delle precise connotazioni politiche: non può essere che un fascista.
II momento culminante del processo si ha con il confronto tra Göring, presidente e ministro degli interni del governo prussiano, e Dimitrov, il rivoluzionario comunista. Dimitrov riuscì a smantellare il castello di accuse del suo avversario, lo mise con le spalle al muro, e lo costrinse a perdere il controllo dei propri nervi.
Dimitrov e i suoi compagni bulgari vennero assolti, van der Lubbe fu invece condannato a morte e ucciso. II processo di Lipsia rappresentò però una grandissima sconfitta per il nazismo. Certo, la provocazione fatta con l'incendio dei Reichstag era riuscita: Hitler aveva conquistato il potere assoluto e i comunisti erano stati posti fuori legge. Ma il processo di Lipsia servì a smascherare la provocazione nazista e a denunciare i veri responsabili dell'incendio.
Quello di Lipsia è stato un processo esemplare. Ad una provocazione studiata nei minimi particolari, i comunisti hanno saputo opporre una coraggiosa denuncia che ha costretto i loro nemici a chiudere in sordina, al più presto, la partita.
Recenti avvenimenti italiani, presentano strane rassomiglianze con l'incendio del Reichstag.
II libro di Edouard Calic, rappresenta quindi uno strumento di grande importanza per comprendere a fondo la tecnica della provocazione politica e per indicare quale via bisogna seguire per smascherare e sconfiggere ogni forma di provocazione reazionaria.


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L'INCENDI DEL REICHSTAG - Un pretesto per colpire i comunisti


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