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sabato 25 luglio 2015

L'INVIATO DI ALLAH - MAOMETTO (Mohammed - The envoy of Allah)

Maometto seduto tra gli altri profeti

L'INVIATO DI ALLAH - MAOMETTO 

Maometto ha quarant'anni. Da un po' di tempo usa ritirarsi per notti intere in una caverna del monte Hira, a qualche chilometro dalla Mecca, lungo la strada per Taif. Arido e spoglio, il monte Hira è un luogo propizio alla meditazione, dove nulla può distrarre lo spirito.


Gabriele, Gibril in arabo, l' "uomo di Dio", nella Bibbia è un arcangelo inviato sulla terra per rivelare la visione del profeta Daniele. Nella tradizione islamica gli angeli sono stati creati dall'aria, dall'acqua e dal fuoco: non mangiano e non bevono, non si sposano e non muoiono.

Una notte dell'anno 611, Maometto è sdraiato in una grotta avvolto nel suo mantello, la burda. Nonostante il freddo, si è addormentato. All'improvviso, una figura splendente, avvolta in un alone di luce, lo sveglia con queste parole: "Tu sei l'inviato di Dio, il profeta di Allah!"
Atterrito, tremando violentemente, Maometto scende con passo incerto il monte Hira. Un sudore freddo gli cola sulla fronte, stretta nella fascia che avvolge il viso sconvolto. Gli occhi scuri brillano di febbre, le spalle sono scosse da brividi convulsi. Il suo smarrimento è tale che per un momento pensa di gettarsi dall'alto della montagna. Si sente oppresso, costretto, soffocato.
Eppure è un uomo maturo, temprato dalla vita. Cosa ha visto per essere così sconvolto? Forse Satana, o forse l'angelo Gabriele, il messaggero di Dio, venuto per annunciargli iI suo destino? Ci vorranno altre apparizioni per convincerlo.
Quella notte, Maometto trova solo la sua donna, Khadigia, cui confidare il suo sgomento. A lungo lei sarà la sua unica confidente. E lo sosterrà sempre.


Maometto e l'Angelo Gabriele 


La Rivelazione: una prova terrribile che lascia Maometto sfinito, profondamente turbato

Khadigia, che ha ora cinquantacinque anni, è materna, rassicurante. Maometto, invece, teme di essere preda di quei ginn che turbano la mente degli uomini, condannandoli a errare impazziti nel deserto. Khadigia decide allora di chiedere consiglio a suo nipote, Waraqa ibn Naufal, che conosce bene le scritture ebraiche e cristiane.
Questi rassicura Maometto e aI tempo stesso lo inquieta. Lo rassicura, paragonando l'esperienza che Maometto vive a quella dei profeti, come Mosè, ma lo spaventa prevedendo che il suo popolo lo scaccerà, perché l'uomo che annuncia la Rivelazione necessariamente suscita l'ostilità della gente.
Le rivelazioni si ripetono e, a poco a poco, Maometto si abitua. Ma sono pur sempre una prova dolorosa, faticosa. Resta per ore e ore incosciente, come ebbro, sudato e scosso da brividi. Sente strani rumori, catene, suoni di campane, battiti d'ali.
"Sempre, a ogni Rivelazione, mi sembrava che mi strappassero l'anima."


Maometto, l'eletto di Allah, ha una missione: "recitare" agli uomini ciò che il Cielo gli detta

Quando l'Essere glorioso smette di manifestarsi a lui, Maometto prova quel senso di vuoto e di angoscia ben noto ai mistici. Si crede abbandonato, viene colto dal dubbio. Ma Maometto non è un mistico: non è un'esperienza personale e intima quella che lui vive, tesa all'incontro e alla simbiosi con Allah. Maometto si convince ben presto di essere stato scelto come Profeta, vale a dire come intermediario, come la voce di cui Allah si serve per trasmettere agli uomini la sua volontà.
Allah non parla mai direttamente agli uomini. In tutti i tempi le leggi promulgate dai profeti come Adamo, Abramo, Mosè, Gesù sono state trascritte dall'uomo. Maometto non fa che "recitare" quello che Ia voce divina gli ordina di trasmettere.
La recitazione orale, solenne, davanti a un uditorio, si esprime in arabo con Ia parola quran, da cui deriva Corano, il libro sacro dei musulmani.
La novità è che il messaggio viene rivelato a Maometto in lingua araba, la lingua parlata dai poeti dello Higiaz, compresa in tutta l'Arabia. Cosi l'arabo è elevato al rango di lingua sacra, la lingua del Corano.
La parola IsIàm significa "sottomissione alla volontà di Dio". È un sostantivo che deriva dal verbo aslama, "sottomettersi". Il participio di questo verbo, muslim, da cui deriva l'italiano "musulmano", designa colui che si sottomette, che obbedisce.
Sottomettersi ad Allah e obbedirgli, ecco il principio fondamentale del messaggio ricevuto da Maometto. Predicherà sempre che la saggezza sta nell'obbedire ad Allah, unico Dio, onnipotente, capace di resuscitare i morti e di annientare i miscredenti. Allah, che nell'ora del Giudizio prernìerà i buoni e punirà i cattivi.
Il messaggio è semplice. Come sarà accolto?


Maometto tenta innanzitutto di convertire i membri del suo clan. Ma trova soltanto indifferenza, disprezzo, ostilità

I suoi primi discepoli sono i parenti prossimi e gli amici: Khadigia, sua moglie, Ali e Zayd, i suoi figli adottivi. Il primo convertito che non fa parte della famiglia è un mercante agiato, Abu Bakr. È un uomo deciso, coraggioso ed equilibrato, stimato da tutti. Di tre anni più giovane del Profeta diventerà il suo fedele amico. Altri convertiti, molto più giovani, provengono da ricche famiglie appartenenti a clan influenti della Mecca, come un certo Uthman ibn Affan, bel ragazzo elegante, preoccupato più del proprio aspetto che della religione. I maligni della Mecca sostengono che la sua conversione è frutto soltanto della sua infatuazione per Ruqayya, una figlia di Maometto.
Le conversioni si fanno strada anche tra la povera gente, come il fabbro Khabbab ibn al-Aratt, figlio di una donna che effettua le circoncisioni, o come lo schiavo affrancato Sohayb ibn Sinan, detto il Rumi, cioè il bizantino, per i suoi capelli biondi. Infine, al livello più basso della scala sociale si convertono alcuni schiavi, come Bilal, un nero che Abu Bakr salverà dalla morte.
Maometto ha ricevuto l'ordine di convertire all'Islàm innanzitutto i suoi parenti cioè i figli di Abd al-Muttalib. L'attuale capo del clan degli Hashim è Abu Talib, lo zio che l'aveva accolto bambino. Ma Maometto sa già che le sue esortazioni saranno inutili. I figli di Abd al-Muttalib non si convertiranno mai.
Quanto ad Abu Talib, certo è un uomo onesto, ma è anche debole, un po' vile, e non avrà mai il coraggio di abbandonare la religione dei suoi antenati.
Il secondo uomo del clan è Abu Lahab, fratello di Abu Talib, un uomo ricchissimo, che tiene molto all'usanza del pellegrinaggio alla Mecca, poiché ne ricava profitti notevoli, come dal suo commercio. Religione e affari sono strettamente intrecciati, e le divagazioni di Maometto sul Dio unico minacciano la sua prosperità.
Il terzo è Hamza, un cavaliere del deserto che crede al codice d'onore beduino. Per lui la vita è una lotta, una dimostrazione di coraggio e di forza. La religione non lo preoccupa poi tanto.
Il quarto, Abbas, anch'egli membro ragguardevole del clan, è un usuraio, un uomo che fa affari alla Mecca, a Medina e a Taif. Non gli impotta nulla dell'unico Dio di cui gli parla il nipote.


I Qaurayshiti usano ogni possibile mezzo per ridurre Maometto al silenzio

È una delusione terribile per Maometto. Lui, che pensava di conquistare facilmente i fieri Qurayshiti, essendo uno di loro e per di più ricco, ottiene soltanto ostilità e disprezzo. Come può essere così presuntuoso da chiedere che abbandonino la religione degli antenati per credere aI suo messaggio come all'unica verità? Certo, Maometto è diventato pazzo, magnun in arabo. Farebbe meglio a tornare alle sue pecore e ai suoi cammelli.
Intanto, Ie sue parole fanno nascere una certa inquietudine.
Questo Allah di cui parla Maometto, questo Dio unico, nato dal nulla e che non ha figli, tollererà le altre divinità e i ginn? E se Maometto predicasse l'abbandono del santuario della Kaaba e la soppressione dei pellegrinaggi? Si perderebbe certamente un'enorme fonte di guadagni!
La vita di Maometto è nelle mani di Abu Talib, il capo del clan. Finché il Profeta fa parte del clan, tutti i membri gli devono aiuto e protezione. Ma se ne venisse escluso, non gli dovrebbero più nulla, e potrebbero ucciderlo impunemente. Così i Qurayshiti inviano degli emissari da Abu Talib, per convincerlo a escludere Maometto dal clan. Abu Talib non si è convertito, ma rifiuta di abbandonare il nipote. Anzi, lo protegge, come gli impone la legge del clan. I Qurayshiti sono delusi, ma non desistono, e si rivolgono direttamente a Maometto, inviandogli una delegazione, guidata da Utba, uomo freddo e deciso, per tentare una riconciliazione. Utba parla a Maometto:
"Sappiamo che sei un uomo ragionevole, quindi già conosci l'agitazione e il disordine che la tua predicazione ha provocato in città. QuaI è il tuo scopo? Se vuoi del denaro, te lo daremo. Se vuoi il potere e comandare sulla città, siamo pronti a sceglierti come capo. Ma per favore non dire più che le nostre divinità e quelli che le adorano sono condannati alle fiamme eterne delf inferno. Se sei soltanto malato, cercheremo per te i migliori guaritori del corpo e dell'anima".
Maometto ascolta con amarezza. No, i mercanti della Mecca non hanno capito nulla. Non vogliono credere, sono degli "infedeli". Per credere, gli chiedono miracoli: far scorrere nel deserto fiumi azzurri come in Siria, tagliare in due la luna, quasi fosse una focaccia. Desolato da tanta incredulità, triste per no nessere riuscito a riconciliarsi con il suo clan, Maometto afferma di non adorare le loro divinità, e recita loro un frammento di ciò che Allah gli ha ordinato di proclamare:
"Che ne pensate voi di al-Lat, di al-Uzza e di al-Manat, il terzo idolo? Voi dunque avreste i maschi e Lui le femmine? Divisione sarebbe iniqua! Esse non sono che nomi dati da voi e da' padri vostri, pei quali Iddio non v'inviò autorità alcuna" (Sura LIII).
L'affronto è gravissimo: non si possono insultare impunemente Ie divinità della Kaaba. Cominciano le persecuzioni.


Maometto è braccato, ma la solidarietà tribale lo salva: Hamza lo aiuta a rifugiarsi in casa di al-Arqam

Da tutte le parti Maometto viene contestato e deriso. La Resurrezione dei corpi, il Giorno del
Giudizio, elementi essenziali del messaggio di Allah, vengono ridicolizzati.
Quatre sarebbe la data del Giudizio? E anche gli antenati saranno condannati al fuoco eterno per aver adorato gli idoli della Mecca?
Non sono più neanche domande, ma insulti. Maometto è considerato un indovino, uno stregone, un poeta, peggio, un uomo pagato dai cristiani e dagli ebrei della città. Il suo avversario più feroce è Abu Jahl, potente capo del clan dei Makhzum.
Per fortuna, Maometto trova un sostegno insperato in suo zio Hamza, un uomo povero e collerico, amante del vino, ma energico e coraggioso. Un giomo, tornando dalla caccia nel deserto, Hamza sente da una comare che Abu Jahl ha insultato Maometto. Non può tollerare quell'affronto. Le questioni religiose lo interessano poco, anzi è piuttosto ostile alla predicazione di Maometto, che non rispetta le tradizioni. Ma insultare suo nipote è come ferire lui personalmente. Hamza ha la tipica reazione di un beduino: ciò che offende un membro del clan, offende tutto il clan. La solidarietà tribale lo lega a Maometto. Furibondo, armato, corre alla ricerca del colpevole e lo ferisce. Alla fine dello scontro, AbuJahl ammette di aver sbagliato, e Hamza, per solidarietà con il nipote, si fa musulmano.
Questa solidarietà tribale preserva Maometto da persecuzioni più gravi, ma i suoi seguaci sono vittime di continue pressioni morali e fisiche. Anche camminare per strada è diventato pericoloso: spesso vengono presi a sassate.
Maometto riesce a organizzarsi per resistere alle persecuzioni, aiutato proprio da un membro del clan dei Makhzum, il clan Qurayshita che più degli altri lo tormenta: al-Arqam ibn Abd Manaf, il quale gli offre rifugio nella sua grande casa. È significativo che Maometto abbia trovato asilo presio un estraneo: ormai il Profeta è solo, è un uomo senza clan. La vita alla Mecca è sempre più difficile, il commercio di Khadigia rovinato, la situazione economica dei seguaci insostenibile.


Le persecuzioni continuano senza tregua. I discepoli di Maometto non hanno scelta: sono obbligati ad andare in esilio

NeI 615, il Profeta consiglia ad alcuni musulmani di fuggire in Abissinia. Guidato da un cugino di Maometto, Giafar, figlio di Abu Talib e fratello di Alì, un piccolo gruppo, composto dall'elegante Uthman ibn Affan, da sua moglie Ruqayya e da pochi altri, si mette in marcia, attraversa il mar Rosso e giunge nell'attuale Etiopia, dove viene ben accolto dal Negus, un re cristiano la cui saggia amministrazione ha dato ricchezza e prosperità al suo paese.
Molti aspetti restano oscuri in questa vicenda. Forse Maometto li ha esortati a fuggire perché la loro fede gli sembrava fragile. O forse alla Mecca c'era rivalità tra I'elegante Uthman e il pacato commmerciante Abu Bakr, di cui il Profeta apprezzava molto i consigli.
Alcuni storici hanno visto in questa emigrazione una soluzione per placare i conflitti nascenti, o anche un pretesto per allontanare alcuni credenti le cui opinioni differivano da quelle di Maometto. Certamente, questa prima emigrazione rivela la nascente simpatia tra musulmani e cristiani.
Le relazioni con gli abissini sono così cordiali che alcuni arabi, impressionati dalle chiese e dal culto cristiano, si convertono al cristianesimo. È il caso di Sukran ibn Amr, ma sua moglie Sauda non lo segue, anzi, torna alla Mecca e si rifugia nella casa di Maometto.
Ben presto, altri emigrati si riuniranno ai musulmani rimasti in Arabia.


La conversione di Omar, feroce nemico dell'Islàm, infonde coraggio ai credenti

Mentre un gruppo fugge in Abissinia, un altro, formato da circa quaranta uomini e venti donne, cerca di resistere chiuso nella casa di al-Arqam. Vengono organizzati dei tumi di guardia per proteggersi dagli attacchi improvvisi. I Qurayshiti, esasperati dall'aumento delle conversioni, diventano sempre più aggressivi, finché uno di loro, Omar ibn al-Khattab, decide che sarà lui a uccidere Maometto.
Omar è un uomo pericoloso, violentissimo, orgoglioso, forte, così alto che deve piegarsi per entrare in una casa. Con la spada sguainata, Omar s'incammina deciso per la strada che porta a casa di al-Arqam. Ma ecco che incontra qualcuno a cui rivela il suo progetto e che gli dà un consiglio sorprendente. Farebbe meglio a guardare nella sua famiglia, dove sua sorella Fatima e il marito Said si sono convertiti alla religione islamica. Allora, Omar torna indietro, a casa sua, dove in quel momento l'umile fabbro Khabbab sta leggendo il Corano alla sorella e al cognato. Sentendo il rumore dei passi, Khabbab si nasconde in un'altra stanza. Ma Omar ha sentito delle voci. Vuole sapere chi c'era in casa. La sorella è imbarazzata, ma rifiuta di rispondere. Omar la colpisce e la ferisce alla testa. La vista del sangue gli fa capire di essere stato troppo violento. Profondamente pentito, chiede di poter leggere quello che aveva sentito. Il testo lo conquista, gli sembra sublime.
Corre ancora verso la casa di àl-Arqam, ma questa volta per convertirsi.
Nessuno immagina allora che, dopo Ia morte di Maometto, Omar diventerà uno dei più famosi califfi dell'Islàm. In quel momento, l'importante è che Ia sua conversione dà nuovo vigore alla giovane comunità. L'adesione di quell'uomo, fiero e appassionato nell'odio come nell'amore, rende i discepoli più arditi, spingendoli a pregare pubblicamente, vicino alla Kaaba.
I musulmani si distinguono dagli altri abitanti della Mecca per la pratica della preghiera, ma non sono ancora organizzati in comunità.


Nel 619, l'anno del lutto, Maometto, nonostante il dolore, proibisce a se stesso di piangere la morte di Khadigia e di Abu Talib

Khadigia muore a sessantacinque anni. Da venticinque era la moglie di Maometto, ed era stata per lui consigliera, amministratrice, compagna. Per prima ha creduto alle sue parole.
Maometto è inconsolabile, prostrato. Ma deve continuare a vivere e allevare le figlie. Sposa
allora Sauda, la donna che si era rifugiata da lui quando il marito si era convertito al cristianesimo.
I testi non dicono chiaramente se lei è vedova o divorziata. Certamente è una brava donna di casa, non molto bella, che saprà senz'altro occuparsi della famiglia.
Due giorni dopo Khadigia, muore anche Abu Talib, che ha quasi novant'anni. La sua scomparsa è un colpo terribile per Maometto: non solo ha perso il suo protettore, ma la carica di capoclan passa al fratello del defunto, Abu Lahab, accanito nemico del Profeta.
Abu Lahab lo odia, lui che ha affermato che Abd al-Muttalib e Abu Talib si trovano nelle fiamme dell'inferno insieme agli idolatri.
Per gli arabi, condannare gli antenati all'inferno è un crimine contro la stirpe, il peggiore dei crimini. Maometto non ha rispettato la legge del clan: quindi è una pecora nera, un escluso, un fuorilegge, un uomo socialmente morto. Chiunque può impunemente ucciderlo, venderlo come schiavo, torturarlo, tanto nessuno lo difenderà o vendicherà la sua morte.
La situazione diventa intollerabile. I suoi nemici non hanno più limiti, i vicini gli tirano addosso frattaglie di pecora mentre prega, un mascalzone gli getta della sabbia in testa...
Bisogna decidersi a lasciare la città maledetta.


Perseguitato a Taif e isolato alla Mecca, Maometto predica ai pellegrini. 
La provvidenza gli fa incontrare quelli di Jathrib

Nell'estate del 620, i pellegrini sono più numerosi del solito intorno alla Kaaba. Mentre cerca di convertire qualche straniero, Maometto incontra sei abitanti della città di Yathrib. Impressionati dalla sua personalità, essi pensano che forse lui potrebbe risolvere i numerosi conflitti che turbano la loro città.
L'anno dopo, cinque di quei pellegrini tornano, accompagnati da altri sette. Sono dunque dodici, come gli apostoli di Gesù. Si riuniscono vicino alla Mecca, presso le montagne di Aqaba, e prestano iI cosiddetto Primo Giuramento di Aqaba.
Maometto chiede agli abitanti di Yathrib di proteggerlo come farebbero con le loro figlie e le loro donne. È la formula classica per coloro che vogliono entrare a lar parte di un clan. Per questo il giuramento di Aqaba si chiama anche "giuramento delle donne".
La sua importanza è enorme. Nella società araba del deserto, in cui un individuo senza antenati e senza albero genealogico non è concepibile, Maometto taglia volontariamente ogni legame con la propria famiglia. Afferma così che la legge del clan è superata: non sono i legami del sangue che contano, ma i patti di alleanza, un'alleanza fondata su un ideale comune. Alla tribù succede la comunità, la umma.
Nel 622, settantacinque pellegrini giungono da Yathrib - settantatré uomini e due donne - e giurano a Maometto che combatteranno per lui.
È il "giuramento di guerra", il Secondo Giuramento di Aqaba. Maometto è diventato un capo: non un capo tribù, ma il capo di un popolo, come Mosè.


Dilaniata dalle rivalità fra le tribù, Yathrib ha bisogno di un capo al di sopra delle parti

Trecentocinquanta chilometri a nord-ovest della Mecca, Yathrib è una città molto antica, di cui si parla già in un testo babilonese del VI secolo a.C.
Conta circa tremila abitanti. Ci sono tre tribù ebraiche - i Qorayza, i Nadhir e i Qaynoqa, che hanno adottato in gran parte i costumi arabi e parlano un dialetto arabo - e due tribù arabe dominanti, gli Aws e i Khazrag.
Le continue lotte intestine convincono gli abitanti più pacifici a chiedere l'aiuto di Maometto. Per il momento sono gli Aws ad avere la meglio. Ma che cosa accadrà domani? La città teme nuovi combattimenti, nuove razzie, la spirale della violenza fratricida.


Yathrib è un'oasi ricca, ma minacciata

A Yathrib l'abbondanza di acque sotterranee permette un'agricoltura fiorente, che sarebbe impossibile alla Mecca. L'oasi è ricca di magnifici palmizi e frutteti e gli abitanti vivono soprattutto della coltura dei datteri e dei cereali. Sono, insomma, prevalentemente dei contadini.
Ma la minaccia dei beduini del deserto, che disprezzano profondamente chi lavora la terra, pesa sulla popolazione, e inoltre le relazioni tra i vari clan e tribù diventano sempre più tese.
Tra faide, vendette e controvendette, la vita è ormai insopportabile.
La prosperità della città è in pericolo: solo Maometto forse può ristabilire la pace.


sabato 13 dicembre 2014

MARXISMO E RELIGIONE - Stato confessionale e Stato laico (Marxism and Religion - Confessional state and secular state) - Karl Marx


MARXISMO E RELIGIONE

Sulla questione ebraica
 Stato confessionale e stato laico

Sempre nella Questione ebraica Marx chiarisce come il passaggio dallo Stato confessionale (Stato cristiano) allo Stato laico (democratico-borghese) realizza al fondamento umano del cristianesimo.


L'uomo si emancipa politicamente dalla religione confinandola dal diritto pubblico al diritto privato. Essa non è più lo spirito dello Stato, dove l'uomo - anche se in modo limitato, sotto forma particolar€ e in una particolare sfera - si comporta come specie, in comunità con altri uomini; essa è divenuta lo spirito della società civile, della sfera dell'egoismo, del bellum omnium contra omnes ( * ).
Essa non è più l'essenza della comunità, ma I'essenza della distinzione. Essa è divenuta l'espressione della separazione dell'uomo dalla sua comunità, da sè e dagli altri uomini, ciò che essa era originariamente. Essa è ancora soltanto il riconoscimento astratto dell'assurdità particolare, del capriccio privato, dell'arbitrio. 
L'infinito frazionamento della religione nell'America del Nord, ad esempio, già esternamente le conferisce la forma di una faccenda puramente individuale. Essa è stata relegata nel novero degli interessi privati, e in quanto ente comune esiliata dalla comunità. 
Ma non ci si inganni circa i limiti della emancipazione politica. La scissione dell'uomo nell'uomo pubblico e nell'uomo privato, il trasferimento della religione dallo Stato alla società civile, non sono un gradino, sono il compimento dell'emancipazione politica, che pertanto sopprime la religiosità reale dell'uomo tanto poco quanto poco tende a sopprimerla.

La scomposizione dell'uomo nell'ebreo e nel cittadino, nel protestante e nel cittadino, nell'uomo religioso e nel cittadino, questa scomposizione non è una menzogna contro la qualità di cittadino, non è un modo di eludere I'emancipazione politica, essa è l'emancipazione politica stessa, è il modo politico di emanciparsi dalla religione. 
Certamente: in epoche in cui Io Stato politico in quanto Stato politico viene generato con violenza dalla società civile, in cui l'auto-liberazione umana tende a compiersi sotto la forma dell'auto-liberazione politica, lo Stato può e deve procedere fino alla soppressione della religione, fino all'annientamento della religione, ma solo così come procede alla soppressione della proprietà privata, al massimo, con la confisca, con l'imposta progressiva, come procede alla soppressione della vita con la ghigliottina. 
Nei momenti del suo particolare sentimento di sè, la vita politica cerca di soffocare il suo presupposto, la società civile e i suoi elementi, e di costituirsi come la reale e non contraddittoria vita dell'uomo come specie. Essa può questo, nondimeno, solo attraverso una violenta contraddizione con le sue proprie condizioni di vita, solo dichiarando permanente la rivoluzione, e il dramma politico finisce perciò altrettanto necessariamente con la restaurazione della religione, della proprietà privata, di tutti gli elementi della società civile, così come la guerra finisce con la pace.

Di più, non il cosiddetto Stato cristiano, che riconosce il cristianesimo come proprio fondamento, come religione di Stato e si comporta perciò in modo esclusivo verso le altre religioni, è lo Stato cristiano perfetto, ma lo è piuttosto lo Stato ateo, lo Stato democratico, lo Stato che confina la religione tra gli elementi della società civile. Lo Stato che è ancora teologo, che fa ancora in forma ufficiale professione di fede cristiana, che non osa ancora proclamarsi Stato, non è ancora riuscito a esprimere in forma mondana, umana nella sua realtà in quanto Stato, il fondamento umano, la cui espressione esagerata è il cristianesimo. 
Il cosiddetto Stato cristiano è semplicemente il non-Stato, poichè non il cristianesimo come religione, ma soltanto lo sfondo amaro della religione cristiana può attuarsi in creazioni realmente umane.

Il cosiddetto Stato cristiano è la negazione cristiana dello Stato, e per nulla affatto la realizzazione statale del cristianesimo. Lo Stato che riconosce ancora il cristianesimo nella forma della religione, non lo riconosce ancora nella forma dello Stato perchè si comporta ancora religiosamente verso la religione, cioè esso non è l'attuazione reale del fondamento umano della religione, poichè ancora si richiama alla irrealtà, alla figura immaginaria di questo nocciolo umano. 
Il cosiddetto Stato cristiano è lo Stato incompiuto, e la religione cristiana gli vale come integrazione e come santificazione della sua incompiutezza. 
La religione diviene quindi per esso necessariamente un mezzo, ed esso è lo Stato della ipocrisia.
E' cosa diversa se lo Stato perfetto, a causa del difetto insito nell'essenza universale dello Stato, annovera la religione tra i propri presupposti, ovvero se lo Stato imperfetto, a causa del difetto insito nella sua esistenza particolare, in quanto Stato difettoso, dichiara proprio fondamento la religione. 
Nell'ultimo caso la religione diviene politica incompiuta. Nel primo caso nella religione si mostra la stessa incompiutezza della politica perfetta. 
Il cosiddetto Stato cristiano ha bisogno della religione cristiana per potersi completare come Stato. 
Lo Stato democratico, lo Stato reale, non ha bisogno della religione per il proprio completamento politico. Esso può anzi astrarre dalla religione poichè in esso il fondamento umano della religione è attuato mondanamente. 
Il cosiddetto Stato cristiano, viceversa, si comporta politicamente verso la religione e religiosamente verso la politica. Se abbassa ad apparenza le forme statali, abbassa tuttavia parimenti ad apparenza la religione.

Nello Stato cristiano-germanico il dominio della religione è la religione del dominio.
La separazione dello "spirito del Vangelo" dalla "lettera del Vangelo" è un atto irreligioso. Lo Stato che fa parlare il Vangelo con la lettera della politica, cioè con altra lettera che la lettera dello Spirito Santo, compie un sacrilegio, se non di fronte agli occhi degli uomini, per lo meno di fronte ai suoi stessi occhi religiosi. 
A quello Stato che riconosce il cristianesimo come sua norma suprema, la Bibbia come usa Carta, si devono contrapporre le parole della Sacra Scrittura, perchè la Scrittura è sacra fin nella parola. 
Questo Stato, come pure l'immondizia umana sulla quale esso si basa, dal punto di vista della coscienza religiosa cade in una contraddizione insormontabile se lo si rimanda a quei precetti del Vangelo che esso "non solo non segue, ma eppure può seguire, se non vuole, in quanto Stato dissolversi completamente". 
E perchè non vuole dissolversi completamente? Esso stesso non può rispondere a questa domanda, nè a sè nè ad altri. Dinnanzi alla sua propria coscienza, lo Stato cristiano ufficiale è un dovere, la cui realizzazione è irraggiungibile, e soltanto mentendo a se stesso, esso può constatare la realtà della propria esistenza, e rimane perciò sempre per se stesso un oggetto di dubbio, un oggetto ambiguo, problematico. 
La critica dunque si trova nel pieno diritto di costringere lo Stato che si richiama alla Bibbia, alla follia della coscienza, in cui esso stesso non sa più se è una fantasia  una realtà, in cui I'infamia dei suoi scopi mondani, ai quali la religione serve da mascheratura, entra in conflitto insolubile con l'onestà della sua coscienza religiosa, cui la religione appare come lo scopo del mondo. 
Questo Stato può riscattarsi dal suo tormento interiore soltanto divenendo lo sbirro della Chiesa cattolica. Di fronte ad essa, che dichiara proprio corpo servente il potere mondano, lo Stato è impotente, impotente il potere mondano che asserisce di essere l'autorità dello spirito religioso.


* ) Guerra di tatti contro tutti. E' il principio egoistico e individualistico della società capitalistico-borghese. Già Hobbes aveva illustrato nel suo Leviatano, che nella società civile l'uomo si comporta da lupo nei confronti degli altri uomini (Homo homini lupus).

mercoledì 10 dicembre 2014

MARXISMO E RELIGIONE - Sulla questione ebraica (Marxism and Religion - On the Jewish Question) - Karl Marx

  
MARXISMO E RELIGIONE

Sulla questione ebraica

Nello stesso fascicolo degli Annali franco-tedeschi in cui apparve l'lntroduzione al Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, Karl Marx pubblicò un altro suo saggio, Sulla questione ebraica, che è particolarmente importante per Io sviluppo della sua concezione. In realtà l'argomento trattato è molto più vasto di quello che il titolo dello scritto potrebbe lasciar supporre. 
Discutendo alcune tesi di Bruno Bauer (il maggiore esponente della sinistra hegeliana) sul problema della emancipazione degli Ebrei, Marx imposta la questione del rapporto tra emancipazione politica ed emancipazione umana. In questo quadro si colloca anche il problema del rapporto tra Stato e religione. Il fatto che il moderno Stato laico si emancipi dalla religione non solo non esclude ma anzi presuppone l'esistenza della religione nell'attuale società capitalistico-borghese, che Marx definisce qui con la espressione società civile. La scissione tra società politica e società civile, tra l'uomo come cittadino e l'uomo come individuo privato, è infatti una caratteristica fondamentale della moderna società borghese, ed è il limite insuperabile dell'emancipazione puramente politica. 
Si tratta di un limite che potrà essere superato solo con una completa emancipazione umana, cioè con il superamento della società borghese: e soltanto ciò renderà possibile il superamento della limitatezza religiosa.


Riproduco il testo della traduzione italiana, compreso nel volume già citato di Marx, Un carteggio del 1843 e altri scritti giovanili.


* Solo là dove lo Stato politico esiste nella sua formulazione compiuta, il rapporto dell'ebreo e in generale dell'uomo religioso, con lo Stato politico, vale a dire il rapporto della religione con lo Stato, può presentarsi nella sua peculiarità, nella sua purezza. La critica di questo rapporto cessa di essere teologica non appena lo Stato cessi di comportarsi in modo teologico nei riguardi della religione, non appena esso si comporti verso la religione da Stato, cioè politicamente. La critica diviene allora critica dello Stato politico.

La questione è: come si comporta I'emancipazione politica compiuta nei riguardi della religione. Se perfino nel paese dell'emancipazione politica compiuta ( 1 ) noi troviamo non soltanto l'esistenza, ma I'esistenza vivace e vitale della religione, questo fatto testimonia che l'esistenza della religione non contraddice alla perfezione dello Stato. Ma poichè l'esistenza della religione è l'esistenza di un difetto, la fonte di tale difetto può ancora essere ricercata soltanto nell'essenza dello Stato stesso. La religione per noi non costituisce più il fondamento, bensì ormai soltanto il fenomeno della limitatezza mondana 
Per questo, noi spieghiamo la soggezione religiosa dei liberi cittadini con la loro soggezione terrena. Non riteniamo che essi dovrebbero sopprimere la loro limitatezza religiosa, per poter sopprimere i loro limiti terreni. Affermiamo che essi sopprimeranno la loro limitatezza religiosa non appena avranno soppresso i loto limiti terreni. 
Noi non trasformiamo tre questioni terrene in questioni teologiche. Trasformiamo le questioni teologiche in questioni terrene. Dopo che per lungo tempo la storia è stata risolta in superstizione, noi risolviamo la superstizione in storia. 
La questione del rapporto tra I'emancipazione politica e la religione, diviene per noi la questione del rapporto tra l'emancipazione politica e l'emancipazione umana.
Noi critichiamo la debolezza religiosa dello Stato politico, in quanto critichiamo lo Stato politico, facendo astrazione dalle debolezze religiose nella sua costruzione terrena. 
Noi umanizziamo il contrasto tra lo Stato e una determinata religione, ad esempio il giudaismo, nel contrasto tra lo Stato e determinati elementi terreni, il contrasto dello Stato con la religione in generale nel contrasto tra lo Stato e le sue premesse.

L' emancipazione politica dell'ebreo, del cristiano, dell'uomo religioso in generale, è l'emancipazione dello Stato dal giudaismo, dal cristianesimo, dalla religione in generale. 
Nella sua forma, nel modo proprio alla sua essenza, in quanto Stato, lo Stato si emancipa dalla religione emancipandosi dalla religione di Stato, cioè quando lo Stato come Stato non professa religione alcuna, quando Io Stato riconosce piuttosto se stesso come stato.
L'emancipazione politica dalla religione non è emancipazione compiuta, senza contraddizioni, dalla religione, perchè l'emancipazione politica non è il modo compiuto, senza contraddizioni, dell'emancipazione umana.

Il limite dell'emancipazione politica appare immediatamente nel fatto che lo Stato può liberarsi da un limite senza che l'uomo ne sia realmente libero, che lo Stato può essere un libero Stato senza che l'uomo sia un uomo libero. 
Bauer stesso ammette ciò implicitamente, allorchè pone all'emancipazione politica la seguente condizione: 
"Ogni privilegio religioso in generale, quindi anche il monopolio di una Chiesa dotata di prerogative dovrebbe essere abolito, e se alcuni, o parecchi, o anche la stragrande maggioranza, ritenessero di dover assolvere a doveri religiosi, tale adempimento dovrebbe essere loro concesso come una cosa meramente privata". 
Lo Stato può dunque essersi emancipato dalla religione anche se la stragrande maggioranza è ancora religiosa. E la stragrande maggioranza non cessa di essere religiosa per il fatto di essere religiosa privatim (privatamente).

Ma il comportamento dello Stato verso la religione, e particolarmente dello Stato libero, non è tuttavia altro che il comportamento degli uomini che formano lo Stato, verso la religione. Ne consegue che l'uomo per mezzo dello Stato, politicamente, si libera di un limite, innalzandosi oltre tale limite in contrasto con se stesso, si libera attraverso un mezzo, anche se un mezzo necessario. 
Ne consegue infine che l'uomo, anche se con la mediazione dello Stato si proclama ateo, cioè se proclama ateo lo Stato, rimane ancor sempre implicato religiosamente, appunto perchè conduce se stesso solo per via indiretta, solo attraverso un mezzo. 
La religione è appunto il riconoscersi dell'uomo per via indiretta. Attraverso un mediatore. 
Lo Stato è il mediatore tra l'uomo e la libertà dell'uomo. Come Cristo è il mediatore che I'uomo carica di tutta la sua divinità, di tutto il suo pregiudizio religioso, così Io Stato è il mediatore nel quale egli trasferisce tutta la sua mondanità, tutta la sua spregiudicatezza umana.

L'elevazione politica dell'uomo al di sopra della religione partecipa di tutti i difetti e i pregi dell'elevazione politica in generale. Lo Stato in quanto Stato annulla, ad esempio, la proprietà privata, I'uomo dichiara soppressa politicamente la proprietà privata non appena esso abolisce il censo per I'eleggibilità attiva e passiva, come è avvenuto in molti Stati nordamericani.
Hamilton interpreta assai giustamente questo fatto dal punto di vista politico: 
"La grande massa ha trionfato sopra i proprietari e la ricchezza monetaria". 
Non è forse idealmente soppressa la proprietà privata, dacchè il nullatenente diviene legislatore del proprietario? Il censo è l'ultima forma politica di riconoscimento della proprietà privata.

Tuttavia, con l'annullamento politico della proprietà privata non solo non viene soppressa la proprietà privata, ma essa viene addirittura presupposta. Lo Stato sopprime nel suo modo le differenze di nascita, di condizione, di educazione, di occupazione, dichiarando che nascita, condizione, educazione, occupazione non sono differenze politiche, proclamando ciascun membro del popolo partecipe in egual misura della sovranità popolare, senza riguardo a tali differenze, trattando tutti gli elementi della vita reale del popolo dal punto di vista dello Stato. 
Nondimeno lo Stato lascia che la proprietà privata, l'educazione, l'occupazione operino nel loro modo, cioè come proprietà privata, come educazione, come occupazione, e facciano valere la loro particolare essenza. 
Ben lungi d.al sopprimere queste differenze di fatto, lo Stato esiste piuttosto soltanto in quanto le presuppone, sente se stesso come Stato politico, e fa valere la propria universalità solo in opposizione con questi  suoi elementi. 
Hegel definisce perciò molto esattamente il rapporto dello Stato politico con la religione, quando dice: 
"Affinchè lo Stato giunga ad esistere come realtà etica dello spirito consapevole di sè, è necessario che esso si distingua dalla forma dell'autorità e della fede; questa distinzione, però, si presenta soltanto in quanto l'aspetto della Chiesa viene a separarsi in se stesso; soltanto così, al di sopra delle Chiese particolari lo Stato ha ottenuto l'universalità del pensiero, il principio della sua forma, e dà loro esistenza" ( 2 ). 
Certamente! Solo così, al di sopra degli elementi particolari, lo Stato si costituisce come universalità.

Lo Stato politico perfetto è per sua essenza la vita dell'uomo come specie, in opposizione alla sua vita materiale. Tutti i presupposti di questa vita egoistica continuano a sussistere al di fuori della sfera dello Stato, nella società civile, ma come caratteristiche della società civile. Là dove Io Stato politico ha raggiunto il suo vero sviluppo, l'uomo conduce non soltanto nel pensiero, nella coscienza, bensì nella realtà, nella vita, una doppia vita, una celeste e una terrena, la vita nella comunità politica nella quale egli si afferma come comunità, e la vita nella società civile nella quale agisce come uomo privato, che considera gli altri uomini come mezzo, degrada se stesso a mezzo e diviene trastullo di forze estranee. 
Lo Stato politico si comporta nei confronti della società civile in modo altrettanto spiritualistico come il cielo nei confronti della terra. Rispetto ad essa si trova nel medesimo contrasto, e la vince nel medesimo modo in cui la religione vince la limitatezza del mondo profano, cioè dovendo insieme riconoscerla, restaurarla e lasciarsi da essa dominare. 
Nella sua realtà più immediata, nella società civile, l'uomo è un essere profano. Qui, dove per sè e per gli altri vale come individuo reale, egli è un fenomeno non vero.
Viceversa, nello Stato, dove l'uomo vale come specie, egli è il membro immaginario di una sovranità fantastica, è spogliato della sua reale vita individuale e riempito di una universalità irreale.

Il conflitto nel quale si uova I'uomo come seguace di una religione particolare, con se stesso in quanto cittadino, con gli altri uomini in quanto membri della comunità, si riduce alla scissione mondana tra lo Stato politico e la società civile. 
Per I'uomo in quanto bourgeois (borghese), "la vita dello Stato è soltanto apparenza o una momentanea eccezione contro l'essenza e la regola". 
Certamente il bourgeois, come l'ebreo, rimane nella vita solo sofisticamente, così come solo sofisticamente il citoyen (cittadino) rimane ebreo o bourgeois; ma tale sofistica non è personale. Essa è la sofistica dello Stato politico stesso. 
La differenza tra I'uomo religioso e il cittadino è la differenza tra il commerciante e il cittadino, tra il salariato giornaliero e il cittadino, tra il proprietario fondiario e il cittadino, tra l'individuo vivente  e il cittadino. 
La contraddizione nella quale si trova I'uomo religioso con I'uomo politico, è la medesima contraddizione nella quale si trova il bourgeois con il citoyen, nella quale si trova il membro della società civile con il suo travestimento politico.


1Marx si riferisce qui agli Stati Uniti del nord America che nel 1843 avevano già quasi universalmente codificato la rigorosa separazione tra Stato e Chiesa.

2G. G. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto
Precedentemente Hegel aveva dimostrato che dove, come nel despotismo orientale, esiste l'unità della Chiesa e dello Stato, lo Stato, come tale, non esiste. Nella sua Critica della filosofia del diritto di Hegel, affrontando l'esame di questo paragrafo molto importante, Marx si era proposto una più diffusa trattazione del rapporto di Stato e Chiesa. Purtroppo questa nota non è stata scritta o è andata perduta con la parte mancante del manoscritto.

martedì 9 dicembre 2014

MARXISMO E RELIGIONE - I limiti della riforma protestante (Marxism and Religion - The limits of the Protestant Reformation) - Karl Marx

Martin Lutero

Anche questo passo fa parte dello stesso scritto di Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione.



L'arme della critica non può certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale dev'essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse. La teoria è capace di impadronirsi delle masse non appena dimostra ad hominen (per l'uomo), ed essa dimostra ad horninem, non appena diviene radicale. 
Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l'uomo, è l'uomo stesso. La prova evidente del radicalismo della teoria tedesca, dunque della sua energia pratica, è il suo partire dalla decisa eliminazione positiva della religione. La critica della religione finisce con la dottrina per cui I'uomo è per l'uomo l'essere supremodunque con I'imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l'uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole, rapporti che non si possono meglio raffigurare che con l'esclamazione di un francese di fronte ad una progettata tassa sui cani: 
"Poveri cani! Vi si vuole trattate come uomini!".

Anche storicamente, l'emancipazione teorica ha una importanza specificamente pratica per la Germania. Il passato rivoluzionario della Germania è infatti teorico, è la Riforma.
Come allora fu il monaco, così oggi è il filosofo colui nel cui cervello ha inizio la rivoluzione.
Martin Lutero, in verità vinse la servitù per devozione mettendo al suo posto la servitù per convinzione. Egli ha spezzato la fede nell'autorità, restaurando I'autorità della fede. Egli ha trasformato i preti in laici, trasformando i laici in preti. Egli ha liberato I'uomo dalla religiosità esteriore, facendo della religiosità l'interiorità dell'uomo. Egli ha emancipato il corpo dalle catene, ponendo in catene il cuore.

Ma se il protestantesimo non fu la vera soluzione, fu tuttavia la vera impostazione del problema. Adesso bisognava non più che il laico lottasse contro il prete al di fuori di lui, ma contro il suo proprio prete interiore, contro la sua natura pretesca
E se la trasformazione protestante dei laici tedeschi in preti emancipò i papi laici, cioè i principi insieme con il loro clero, i privilegiati e i filistei, la trasformazione filosofica dei preteschi tedeschi in uomini emanciperà il popolo
Ma come l'emancipazione non si fermò ai principi, così la secolarizzazione dei beni non si fermerà alla spoliazione delle Chiese, che prima di tutti l'ipocrita Prussia pose in opera. Allora, la guerra dei contadini, il fatto più radicale della storia tedesca, fece naufragio contro la teologia. 
Oggi che la stessa teologia ha fatto naufragio, il fatto più illiberale della storia tedesca, il nostro status quo (lo stato di cose esistente), si infrangerà contro la filosofia. 
Il giorno prima della Riforma, la Germania ufficiale era il più incondizionato servo di Roma. Il giorno prima della sua rivoluzione, essa è il servo incondizionato di qualcosa di meno di Roma: della Prussia e dell'Austria, dei nobilucci di campagna e dei filistei.




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