ATALANTA E IPPOMENE (1615-1620)
Guido Reni (1575-1642)
Pittore italiano
Museo di Capodimonte – Napoli
Olio su tela cm. 299 x 191
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La leggenda di Atalanta e Ippomene
Il brano è tratto dalle “Metamorfosi” di Ovidio, Atalanta era una bellissima cacciatrice abituata a sfidare alla corsa i suoi pretendenti.
Coloro i quali perdevano venivano condannati a morte.
La fanciulla rimase imbattuta, e di conseguenza mantenne intatta la propria verginità, fino a quando non gareggiò con Ippomene.
Questi durante la corsa fece cadere ai piedi della cacciatrice tre pomi d’oro avuti in dono da Venere, e la fanciulla non resistendo alla voglia di raccoglierli, perse la gara.
I due giovani si unirono in un tempio dedicato alla dea Cibale, che offesa per l’onta li tramutò in leoni.
L’opera
L’opera è probabilmente identificabile con quella citata nell’inventario seicentesco della Galleria Gonzaga a Mantova, immediatamente prima della dispersione della consistente collezione, in parte emigrata in Inghilterra, acquistata da Carlo I.
Guido reni nel 1617 era stato chiamato a Mantova da Ferdinando Gonzaga, invito rifiutato a causa della sua paura di trattare di pittura a fresco.
Il rapporto non si concluse certo per questo banale motivo, e all’artista venne commissionata una serie di quattro dipinti raffiguranti le fatiche di Ercole, e di cui al duca venne inviato “Ercole sul rogo” (Parigi, Louvre).
Il dipinto oggi conservato nelle Gallerie Nazionali di Capodimonte a Napoli, nel XVIII secolo era nella Collezione Pertusati di Milano, quindi passò a quella Cafferoni di Roma, fino al 1802, quando venne acquistato per la Galleria Nazionale di Capodimonte.
La tela raffigura una scena tratta da Ovidio: il momento in cui Atalanta si china a raccogliere uno dei pomi lasciati cadere furbamente da Ippomene, che approfitta dell’occasione per superarla e quindi vincere l’ambito premio: la verginità della fanciulla.
Le bellissime figure dei due giovani, abilmente sottolineate grazie ad una misteriosa luce che mette in risalto la freschezza dei corpi, sono ascritte diagonalmente dentro la composizione.
La corsa che avrebbe dovuto sfiancarli stranamente non ha lasciato alcun segno sui loro volti.
La fresca naturalezza e l’elegante raffinatezza formale riporta Guido Reni al suo primo periodo, quando agiva a contatto con la cultura dell’Accademia degli Incamminati a Bologna.
C’è in questo dipinto una sensibilità assai lontana dalla produzione legata alla committenza religiosa, che si caratterizza per il tono idilliaco che contribuì alla popolarità di Reni, in particolar modo negli ambienti controriformati: non a caso si diceva che le sue opere venivano dipinte da un angelo.
Nel Seicento nelle collezioni reali spagnole è citato un dipinto raffigurate “Atalanta e Ippomene”, ritenuto opera del Reni.
Nel 1881 Madrazzo, allora direttore del Museo del Prado di Madrid, giudicò l’opera una copia, confermando, per evidenti motivazioni personali, l’autografia di una replica in suo possesso e di cui oggi si sono perse le tracce.
La critica contemporanea ha rivalutato il dipinto conservato in Spagna, mettendo in discussione l’autografia dell’opera di Napoli.
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