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sabato 12 settembre 2015

ADA GOBETTI - Una comunista italiana (A Communist Italian)

Ada Gobetti nata Prospero, successivamente coniugata Marchesini
(Torino, 14 luglio 1902 – 14 marzo 1968)
Insegnante, traduttrice e giornalista italiana


Un ragazzo quattordicenne appassionato lettore de La Vita Nova nota una bambina dalle trecce sulle spalle e i grandi occhi pieni di fuoco e ne fa la sua Beatrice. ll rugazzo si chiama Piero Gobetti, la bambina Ada Prospero, figlia unica di un'agiata famiglia di commercianti. 
I due cominceranno a frequentarsi tre anni dopo, nel 1918, quando Piero, ormai diciassettenne, le scrive per la prima volta per coinvolgerla nel suo progetto di fondazione del suo giornale, Energie Nove
Poche serrimane dopo, i due ragazzi sono già fidanzati. E Ada si butterà senza esitazioni in quel rapporto intensissimo, fatto di amore e politica, letture, citazioni e caste tenerezze, abbandonandovisi con una passione assai più accesa e totale di quella sublimata e razionale di Piero. Docilmente, Ada legge i libri che Piero le propone, discute con lui le sue idee, lascia sul suo esempio la scuola, dove frequenta la seconda liceo, per dare gli esami di maturità come privatista ed abbreviare il tempo di quelle scuole che vede come inutili, anzi "scellerate". Si lascia plasmare dal carisma e dall'intelligenza di quel giovanissimo intellettuale, ed entra completamente a far parte del suo progetto, un progetto al tempo stesso di cultura e di politica e di vita. Da lui si lascia perfino allontanare dagli amatissimi studi di musica, per iscriversi nel 1920 alla facoltà di Lettere e Filosofia.

Rieducata, ricreata, ma anche in qualche modo fagocitata da Piero, Ada mantiene tuttavia il suo carattere, grazie alla sua innata forza, alla sua intelligenza vivace. Le lettere di quegli anni, fino al 1923, data del loro matrimonio, ce la mostrano anche nella sua diversità da Piero, e mostrano un Piero che combatte e critica il suo sentimentalismo, la sua praticità, in qualche modo, forse, la sua vitalità. Ma insieme, i due costruiscono un amore che tende alla perfezione, fondato sulla crescita intellettuale e sulla continua risposta, evitando I'annullamento e la cancellazione tipici di ogni simbiosi. Un amore del genere esige che, quando Piero, nel 1925, già gravemente ammalato dalle conseguenze della violenta aggressione subìta da parte dei fascisti e dopo aver visto chiudersi tutte le possibilità di esercitare il pubblico esercizio del suo pensiero, decide di trasferirsi a Parigi, Ada non lo contrasti in nessun modo: in attesa di poterlo raggiungere, resta sola a Torino, con il bambino appena nato, Paolo, e a Torino la raggiunge, nel febbraio del 1926, la notizia della sua morte, lontano da lei. Se lo rimprovererà, lo scriverà nei suoi Diari, pur consapevole di avere fatto l'unica scelta degna del loro rapporto.

La giovanissima vedova regge, pur immersa in un dolore straziante. 
Il suo percorso intellettuale si approfondisce sulle linee tracciate nell'affinità con il marito, ed emergono libere le sue forze autonome, la sua grande capacità creativa. Ma, pur senza vivere di rendita sull'mmagine del marito, Ada resta nell'orbita ideale tracciata in quei primi anni con Piero e ne prosegue il percorso.  
Vive a Torino, nella sua casa di via Fabro, cresce il suo bambino, frequenta il mondo già suo degli intellettuali torinesi antifascisti. Presto, si lega da un'intensa amicizia intellettuale con un grande maestro, alle cui opere Piero l'aveva iniziata, Benedetto Croce
Laureata in filosofia, inizia ad insegnare inglese, a tradurre, a scrivere. 
Nel 1937, sposa Ettore Marchesini, anch'egli legato ai gruppi antifascisti di "Giustizia e Libertà", un uomo pratico e concreto. 
Dopo l'8 settembre del 1943, si butta nella lotta partigiana, in montagna, insieme al figlio Paolo, allora diciottenne. 


Ada Gobetti partigiana

A Torino, la sua casa di via Fabro, sfuggita quasi miracolosamente all'attenzione di fascisti e nazisri, diventa il centro della vita clandestina dei gruppi di "Giustizia e Libertà". Di questi diciotto mesi restano le pagine ironiche e calde del suo Diario partigiano, scritto nel dopoguerra, in una rielaborazione degli appunti presi in quel periodo, per spiegare a Benedetto Croce, che diceva di non averlo troppo chiaro, il senso della Resistenza. Con molto affetto, Croce risponderà, dopo averlo letto, di continuare a non capire. 
Diversa la reazione di Italo Calvino, che esclamerà con invidia: 
"Ma come vi siete divertiti!!"
Sono pagine che tuttora appaiono diverse e più vivaci del resto della memorialistica di quegli anni, segnate come sono dalla prevalenza degli affetti sulla politica, dalla lotta vista come passione etica e civile, dalle lacrime versate per i morti, per gli amici perduti, dall'ansia matema per i pericoli corsi da Paolo. Senza rinunciare alla sua carica di emozioni, la giovinetta degli anni Venti, tutta devozione e amore, è diventata una donna forte e saldissima, un pilastro su cui in molti si appoggiano.

Nell'immediato dopoguerra, il suo Partito, il Partito d'Azione, la fa vicesindaco di Torino, accanto al comunista Roveda. Ma la sua carriera politica si ferma lì. In un mondo affollato di padri della patria, non c'è spazio per una madre della patria.
Eppure, quel ruolo si sarebbe adattato benissimo ad Ada, che lo avrebbe anche stemperato con la sua straordinaria ironia.

Negli anni Sessanra, la casa di via Fabro diventa un centro dl Studi intitolato a Gobetti, una biblioteca. Ma ad occuparsene sono soprattutto il figlio Paolo e la nuora Carla. 
Ada si volge verso la pedagogia, l'educazione infantile. Scrive dei libri per bambini, tra cui il delizioso e anticonformista Storia del gallo Sebastiano, un libro di consigli ai genitori, Non lasciamoli soli, e soprattutto fonda nel 1959 ll Giornale dei genitori, che dopo la sua morte sarà diretto da Gianni Rodari. 
Traduce in italiano i libri di Benjamin Spock. 
Vive nella collina torinese, a Reaglie, in una grande casa aperta a tutti, piena di amici, bambini, libri e luce. Come aveva accudito il figlio e gli amici, accudisce con intelligenza e tenerezza i nipoti, Andrea e Marta. E attivissima, energica, vivace. C'è tuttavia, nella sua vita torinese di questi anni, una punta di isolamento, di solitudine. È forse per sfuggirvi, o sotto l'influenza del figlio Paolo e della nuora, che nel 1956 Ada aderisce, pur senza impegnarvisi attivamente, al Partito comunista. Sono gli anni in cui il mondo liberal-democratico torinese, da Bobbio a Galante Garrone a Giorgio Agosti, vive in silenzio, come ripiegato su se stesso, mentre si afferma una cultura di sinistra, legata all'esperienza della fabbrica, ai Quaderni Rossi di Panzieri. 
Verso questo mondo Ada oscilla, spinta dalla sua stessa curiosità intellettuale, dalla libertà del suo spirito. Critica a voce alta I'ufficializzazione della Resistenza, invece di accoglierla come un riconoscimento, dopo gli anni Cinquanta catatterizzati dal silenzio e dalla rimozione. 
"Vogliono mandare la Resistenza al museo tutta impacchettata", scrive. 
Nel 1968, accoglie con entusiasmo l'inizio della rivolta studentesca, ne scrive sul suo giornale. Ma non fa in tempo a vederne gli esiti, perché muore il 14 marzo del 1968, a soli sessantasei anni.


ONORIFICIENZE

Medaglia d'Argento al valor militare


RICONOSCIMENTI

A Torino le sono intitolati un Istituto professionale di Stato e una via nella Circoscrizione IX.
Portano il suo nome anche scuole per l'infanzia a Sesto Fiorentino e a Ferrara.


OPERE

- Alessandro Pope. Il poeta del razionalismo settecentesco, 1943
- Dai quattro ai sedici anni. Guida ai libri per ragazzi, 1960
- Cinque bambini e tre mondi, 1953
- Non lasciamoli soli. Consigli ai genitori per l'educazione dei figli, 1958
- Diario partigiano, 1956
- Storia del gallo Sebastiano ovverosia Il tredicesimo uovo, 1963
- Vivere insieme. Corso di educazione civica, 1967
- Educare per emancipare. Scritti pedagogici 1953-1968, 1982
- Piero Gobetti, Ada Gobetti. Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926


BIBLIOGRAFIA

- Mezzosecolo, 7, Annali 1987-1989, Centro Studi Piero Gobetti. Numero monografico sulla vita e l'opera di Ada Prospero Marchesini Gobetti.
- Emmanuela Banfo e Piera Egidi Bouchard Ada Gobetti e i suoi cinque talenti, 2014


martedì 3 marzo 2015

IL NAZISMO E LA RESISTENZA (Nazism and Resistance)



L'oppressione nazista e la resistenza europea

Era ormai l'inizio della fine. Nel frattempo l'occupazione tedesca nei territori conquistati si faceva sempre più pesante e crudele. Secondo l'ideologia nazista l'umanità si divideva in due grandi categorie: i superuomini, cioè i po-poli di lingua tedesca, più forti e più intelligenti e destinati a governare il mondo, e i sottouomini, cioè il resto dell'umanità, incapaci di governare e di autogovernarsi, destinati quindi ad essere sottomessi o eliminati. 
Dei sottomessi, alcuni sarebbero stati gli schiavi della razza superiore, altri avrebbero trovato la morte in campi di sterminio scientificamente organizzati. Agli Ebrei era riservata la cosiddetta soluzione finale, cioè lo sterminio totale di tutta la razza.


Tale mostruosa ideologia, delineata nel Mein Kampf (La mia battaglia), l'opera che Hitler pubblicò nel 1926, trovò effettiva attuazione. A milioni Ebrei, Polacchi, Jugoslavi, Russi, Francesi furono uccisi nelle camere a gas dei campi di sterminio. I lager (campi di prigionia), tra cui Treblinka, Auschwitz, Mathausen, Buchenwald, divennero tristemente famosi.

Contro una simile oppressione sempre più forte si faceva il movimento di resistenza. Popoli interi si organizzarono nel movimento clandestino. Decine di migliaia di partigiani iniziarono la lotta nelle campagne e nelle città, dalla Francia agli Urali, dai fiordi norvegesi alle montagne di Grecia. Le retrovie tedesche, le strade, le ferrovie venivano continuamente attaccate dai partigiani. Agitazioni e scioperi bloccavano spesso la produzione e creavano serie difficoltà all'invasore.

Nel marzo del 1943 a Torino gli operai metallurgici incrociarono le braccia, dimostrando un coraggio ed una volontà di lotta che preoccuparono seriamente fascisti e nazisti.

Terribili erano le rappresaglie naziste. Gli ostaggi venivano uccisi indiscriminatamente secondo il rapporto, nei casi migliori, di dieci per ogni soldato tedesco. Con questo sistema abitanti di interi paesi vennero trucidati. 
Questa fu la fine di Lidice in Cecoslovacchia, Oradour sur Glane, in Francia, Marzabotto, presso Bologna. Ma le stragi perpetrate dai Tedeschi, invece di fiaccare la resistenza, accendevano sempre di più nei combattenti il coraggio di resistere e il desiderio di conquistare la propria libertà. Cosi Ia resistenza, da fenomeno italiano e tedesco, nata fin dai tempi dell'avvento del fascismo e del nazismo, si trasformò in fenomeno europeo.

La vittoria sovietica a Stalingrado galvanizzò tutti i movimenti partigiani e la resistenza europea cominciò a colpire più duramente Tedeschi e fascisti.


Lo sbarco in Italia

Stalin nel frattempo chiedeva con insistenza l'apertura di un secondo fronte in Europa, dato che il peso della guerra in vite umane era sostenuto soprattutto dai soldati, dai partigiani, dai civili sovietici, mentre I'azione anglo-americana in Europa consisteva unicamente nei massicci bombardamenti dei centri industriali e ferroviari e dei porti.

Aprire un secondo fronte significava attuare una poderosa operazione di sbarco, resa oltremodo difficile su tutte Le coste controllate dai Tedeschi, Le quali erano fortificatissime. Gli alleati preferirono quindi ripiegare sullo sbarco in Italia, più facile data la scarsissima difesa costiera, sbarco che avvenne in Sicilia nel luglio del 1943.


Il 25 luglio 1943

La classe dirigente italiana si sentì tremare la terra sotto i piedi. Pensò di salvare il salvabile liberandosi di Mussolini e indicando in lui l'unico responsabile delle situazione. La corte, lo Stato maggiore ed un gruppo di fascisti dissidenti tramarono allora un colpo di Stato.

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran consiglio del fascismo, organo supremo del partito fascista, votò un ordine del giorno che metteva Mussolini in minoranza e nel quale si chiedeva il ripristino dello Statuto, cioè praticamente le dimissioni del duce.
Il giorno dopo il re congedò Mussolini e lo fece imprigionare. Quindi incaricò il generale Pietro Badoglio della formazione del nuovo governo.

La caduta di Mussolini fu accolta con grande favore dal popolo, il quale sentiva ormai imminente la fine della guerra. Il nuovo governo, pur dichiarando ufficialmente che la guerra sarebbe continuata secondo gli impegni contratti con i Tedeschi, cominciò tuttavia ad avviare trattative con gli Anglo-americani per un armistizio. Queste vennero condotte all'insaputa dei Tedeschi, i quali però, temendo lo sganciamento italiano dalla guerra, provvidero nel frattempo ad inviare truppe nella penisola.


L'8 settembre 1943

L'armistizio, firmato il 3 settembre a Cassibile, presso Siracusa, venne reso pubblico soltanto l'8, ma, per il modo in cui si procedette, costituì per gli Italiani una vera e propria tragedia. La classe dirigente italiana ed il re, che nel '22 avevano consegnato l'Italia a Mussolini e nel '40 avevano precipitato il paese nella guerra, nel '43 lo abbandonavano nelle mani dei Tedeschi.
L'esercito italiano, già demoralizzato dalle sconfitte subite in Africa, in Russia, in Grecia, in Sicilia, fu lasciato senza ordini dai generali, che, insieme al re ed al governo, seppero organizzare soltanto la loro fuga da Roma a Pescara e di qui, per mare, a Brindisi.

Nel giro della stessa notte I Tedeschi occuparono tutti i centri nevralgici del paese. L'esercito italiano si dissolse. I soldati gettarono la divisa; molti tentarono di tornare a casa, altri salirono sui monti per dar vita alla guerriglia partigiana.

Non mancarono isolati episodi di resistenza. A Roma, a Porta San Paolo, si combatté aspramente contro i Tedeschi i quali, superiori per mezzi ed efficienza, ebbero ben presto ragione dei difensori.
Tragico fu l'episodio dell'Isola di Cefalonia nel Mar Jonio, dove 8.000 soldati italiani, dopo molti giorni di accaniti combattimenti, furono sopraffatti e trucidati dai nazisti.




La Resistenza italiana

Nella situazione nuova che si era creata, il 9 settembre i sei partiti antifascisti che si erano ricostituiti all'indomani della caduta del fascismo (comunista, socialista, democratico cristiano, cioè l'ex partito popolare, il Partito di azione, di ispirazione liberal-socialista, il Partito liberale, il Partito democratico del lavoro) dettero vita in Roma al CLN (Comitato di liberazione nazionale) che si proponeva di mobilitare il popolo nella lotta armata contro i Tedeschi e contro i fascisti.

Nello stesso mese paracadutisti tedeschi liberarono Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso.
Alla fine di settembre venne ricostituito il regime fascista, la cosiddetta Repubblica sociale italiana, il cui governo pose la sua sede a Salò, sul Lago di Ganda.
L'Italia era così smembrata. Nel Nord e nel centro vi era la RSI; il Trentino e la Venezia Giulia però venivano ceduti dai fascisti alla diretta amministrazione tedesca. Nel Sud vi era il governo del re a Brindisi, mentre gli Anglo-americani conservavano sotto la loro amministrazione i territori liberati dall'occupazione nazista.

Il 27 settembre si ebbe a Napoli la prima insurrezione popolare contro i nazisti. Per quattro giorni i napoletani combatterono casa per casa cacciando i Tedeschi. A liberazione avvenuta, il 10 ottobre, entrarono nella città le truppe anglo-americane, sbarcate a Salerno.

Gli Alleati anglo-americani, nella loro marcia verso il Nord raggiunsero Cassino,  ma qui i Tedeschi si attestarono su una linea difensiva formidabile che riuscirono a mantenere fino alla primavera del '44.

Il 12 ottobre il governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania, proclamando lo stato di "cobelligeranza" con gli Alleati. Per tutto l'inverno nelle retrovie tedesche e soprattutto nell'Italia settentrionale il movimento partigiano si andò organizzando in modo sempre più massiccio. Il popolo italiano aveva ormai fatto la sua scelta, mettendo in pratica la lotta a fondo contro nazisti e fascisti.

Nel gennaio del '44 a Bari, i partiti del CLN, dopo accesi contrasti e lunghe discussioni, decisero di entrare nel governo del re, proponendo, nello stesso tempo che, alla fine della guerra, il popolo avrebbe scelto per il paese mediante libere elezioni la forma monarchica o quella repubblicana.

Nell'aprile Badoglio formò un governo di "unità nazionale" con i rappresentanti dei sei partiti. Il re si impegnava ad affidare al figlio Umberto la luogotenenza del regno quando Roma fosse stata liberata.

Nel gennaio 1944 gli Alleati erano intanto sbarcati ad Anzio, ma anche qui trovarono un'accanita resistenza tedesca. Tutte le operazioni militari ristagnarono per qualche mese. Finalmente nella primavera gli Alleati sferrarono l'attacco sul fronte di Cassino; ebbero ragione della linea difensiva tedesca e marciarono verso il Nord. Liberarono l'Italia centrale e nella notte tra il 4 e il 5 giugno entrarono in Roma.




domenica 11 gennaio 2015

TINA ANSELMI - Parlamentare italiana DC (Italian parliamentary)


TINA ANSELMI

Tina Anselmi (Castelfranco Veneto, 25 marzo 1927) è una politica e partigiana italiana. È la prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica.

Figlia del Veneto cattolico, classe 1927. Ragazzina della Resistenza. Democristiana dal 1944, quando aveva solo 17 anni, e quando anche la Dc aveva appena preso forma. 
Nel Consiglio nazionale del partito dal 1959, quando di anni ne aveva 37, ministro del Lavoro nel terzo governo Andreotti nel 1976, quando ne aveva 54. Eletta sei volte deputato tra il 1968 e il 1987. 
Le date, le stagioni, la regolarità e l'uniformità che scandiscono i suoi primi trent'anni di politica bastano da sole a fare di Tina Anselmi la dramatis persona della nascente democristianità, partigiana ciellenestica e consociativa, solida e materna, identitaria e domestica, nazionale e casalinga. Governante, perché fu questa la vera e dirimente differenza tra la Dc e il Partito Popolare. E però ancora "profumata di tisana, di sonno, di borotalco e di marmellata di prugne", come una volta l'aveva descritta Piero Citati.

Storico contrappasso, o bizzarra coincidenza, doveva essere al femminile, incarnato in una lei, questa lei, il rovescio del potere che ha tenuto il timone in mano per cinquant'anni, come il negativo di una fotografia, se è vero che la Dc, che quel potere plasmò per noi, fu l'unico partito a denominazione femminile. 
Se dare una risposta al Che fare? democristiano all'indomani del trionfo del 18 aprile 1948 aveva imbarazzato lo stesso Alcide De Gasperi, la Anselmi, maggiorenne da un mese, non esitò: "rimbocchiamoci le maniche". 
Leggende. Fiorite però su quella duplicità, essa sì leggendaria, su quella complementarità di maschile e femminile, di princìpi e di abitudine, di visione e di pragmatismo, che furono I'arcanum imperii della politica Dc.




Perfetta così, icona innocente, Tina Anselmi sarebbe passata agli annali come la prima donna italiana chiamata a fare il ministro, secondo l'ansia di catalogazione che affligge il rivendicazionismo femminile e che fa scambiare primati come questo, espressione di fatti statistici, per conquiste sul campo. Invece è passata alla storia della prima Repubblica da improbabile guerriera, la Giovanna d'Arco che avrebbe dovuto trafiggere i mostri degli anni Ottanta. 
La presidenza della commissione d'inchiesta parlamentare sulla P2, assegnatale nel 1982, cambiò il suo destino, quanto il moralismo giacobino, la vergogna del potere, l'istinto punitivo e tuttavia accomodante tra le parti, che furono la contraddittoria filosofia inquirente, dopo di allora, di tutte le commissioni parlamentari, cambiarono il corso del guerreggiato consociativismo italiano. 
Si può discutere se la Dc avesse messo in campo una donna in quel tentativo di colpire la massoneria, quale simbolico, provocatorio, omaggio al familismo cattolico in lotta con il lobbismo laicista o se la Dc, avventurandosi sul terreno minato delle indagini tra le pieghe del potere, avesse scelto il profilo da matriarca di Tina Anselmi come segno del proprio temperato machiavellismo, e come offerta di scambio nei confronti dell'opposizione comunista: suggello femminile di pari opportunità nel gioco, e nei segreti, del potere. 
Fu un po' dell'una cosa e dell'altra, lungo la frontiera "cattocomunista" secondo il neologismo con cui si indicava allora quel coacervo stabile di interessi, di umori e di malumori, che a volte diventava darwinismo sociale a volte cannibalismo politico. 
Ma era rimasto imprevedibile, e straordinario, che la furbizia contadina della presidente divenisse il controverso modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile. 
I 120 volumi degli atti della commissione che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli della Anselmi's list, infatti, cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi.



giovedì 8 gennaio 2015

LUCIANA VIVIANI, mezza napoletana e mezza comunista

Luciana Viviani - Festa dell'Unità 1946

Luciana Viviani (Napoli, 2 settembre 1917 – Roma, 11 giugno 2012) è stata una partigiana e politica italiana. È stata eletta parlamentare alla Camera dei Deputati per quattro legislature, dal 1948 al 1968, è stata inoltre attivista nel movimento femminile del Secondo dopoguerra e tra le fondatrici e dirigenti dell'UDI.


Nata a Napoli, figlia dell'autore e attore teatrale Raffaele Viviani, ammaliata e disincantata da tutti i miti del suo secolo, abitata da quello spiritello vaporoso e scettico che è il demone della napoletanità, Luciana Viviani ha attraversato i suoi anni da grande avventuriera, immersa nella contingenza, irridente e tragica come è stata irridente e tragica la vicenda di questa figlia del Novecento che ha cercato di imporre alla sorte la sua scala di valori. I suoi pensieri sono stati esattamente al passo della sua realtà, è lei a padroneggiare le intermittenti fasi della sua vita, e a farle scendere dal piedistallo, ad ammettere senza lamento d'averle vissute "con un piede dentro e uno fuori", passandone il confine come un contrabbandiere, entrando e uscendo, ma anche come l'unico demiurgo di ogni passaggio: il Guf, la guerra, la Resistenza, il Sud dove è nata, il Nord dove è sbocciata in politica, il centro del Centro, Roma, dove visse da 45 anni, il comunismo Rosso antico (è il titolo di un suo libro del 1994 che insegna Come lottare per il comunismo senza perdere il senso dell'umorismo), il primo Parlamento della Repubblica, la rivoluzione dei Sessanta, il femminismo, il post di ciascuno di questi mondi, la famiglia, anzi le famiglie, quella d'origine, madre e padre, e quelle che sono venute dopo, le Viceregine di Napoli che I'hanno svezzata all'esistenza, il marito e il figlio, e poi una lei, l'alter ego della sua post-vita personale, l'unico post senza fragilità, che ancora dura.

Un vieto cliché fa della figlia di Raffaele Viviani, creatore novecentesco del teatro napoletano, la regolare proiezione politica della poetica corale del padre, dalla messa in scena del vicolo e del suo insondabile miscuglio di fatalismo e ribellismo, di orgoglio e rinuncia, alla dimensione romantica del comunismo che monderà diseredati e oppressi della polvere del loro iniquo destino. Lei stessa alimenta l'applicazione del cliché, in omaggio al mito paterno e quasi a risarcimento della perenne assenza nella sua vita di ragazza di un padre tanto ingombrante, aggiustando un debito con un credito. 
Ma la mano leggera con cui disegna la mappa sentimentale del dare e dell'avere, il bilancio delle sue fortune e delle sue virtù, tradisce il fatto che il suo unico debito, pudicamente taciuto, è quello nei confronti del tempo che passa e libera.
Sempre incline a riconoscere ciò che ha avuto più di quanto non abbia dato, c'è forse in questo il suo legame indissolubile, la sua dipendenza dalle ipnosi totalizzanti che avevano sedotto le generazioni dell'umanità occidentale che lei ha incrociato, o la sua presunzione di innocenza: la Storia è tutto e I'individuo è nulla, per quanto lei stessa di rotondissima individualità. Quella Storia che è come una Fortuna predeterminata o un Caso ordinato, solo se la guardi a ritroso.

Ha avuto, certo che ha avuto. Non solo dall'essere una Viviani, ma dal marito che incontra nel Guf e col quale attraversa il guado verso un'altra rivoluzione promessa, quella comunista, a risarcimento di quella, fallita, mussoliniana. 
Ha avuto dalle "Viceregine" Mariuccia e Fafina, depositarie di una saggezza non scritta, assimilata e trasgredita, alle quali ha intitolato nel 1997 un libro per onorarne il dissacrato lascito. 
Ha avuto dalla Resistenza che le vale una croce al merito di guerra. 
Ha avuto dal PCI che l'ha portata nel 1948 tra le prime donne del Parlamento italiano dove resta per le tre successive legislature, vent'anni. 
Ha avuto da quell'universo dell'emancipazione femminile che metterà a soqquadro gli universali di Mariuccia e Fafina, così facili da rimpiazzare, e il suo particolare, così difficile da sovvertire. 
E forse per questo lei lo ha "allargato", via via. Dopo averlo, prima, ristretto all'utopia della militanza a tempo pieno, poi rovesciato, e disintegrato, in quell'altra utopia del contropotere femminile, alla ricerca di un'altra terra promessa che sprizzasse latte e miele a coprire il lutto del maschio e la mistica rinascita della femmina. 
Lo ha allargato e riconciliato, facendo spazio alle cose piccole che sole sedano il tumulto cosmico, allo sport (sci, cavallo, vela, periplo dei faraglioni di Capri a nuoto), al computer, ai paesi sconosciuti, ai cani, ai libri (letti e scritti). 
"Il mondo non finiva là", e la sua sentenza intrisa di meraviglia e scepsi è il contrario di ogni nichilismo, è dubbiosa ma avida (ancora) di riempire quel vuoto sfavillante che le si è aperto di fronte. 
Tardivo credito per quella ragazza che si era innamorata del mito americano della democrazia e della frontiera e che si era ritrovata qualche anno dopo ad erigervi contro uno steccato, boicottando, da militante, l'adesione italiana al Patto Atlantico. Negligenza dei crediti, o presunzione di innocenza, non lo ha annotato.

Romantica, è vero, come una maschera del teatro paterno, mai deludente cliché, Luciana Viviani è una irregolare che pensa positivo, molata dall'esperienza e non inasprita dalla sua intelligenza. Esibisce con disinvoltura il rosso dell'abito di jersey che la sua figura minuta e i capelli grigi cortissimi smorzano con eleganza, e, senza iattanza, anche quello del suo profilo politico. 
Di quanto resta di ciò che fu il suo partito non le piace il moralismo, il settarismo, l'attardarsi nel "buttare a mare un bagaglio già p€erso". 
Ha "lasciato al momento giusto" lei, una quarantina d'anni fa. Venti prima del crollo del mausoleo sovietico. Le sue ultime parole hanno la freddezza lineare di una presa d'atto, di uno sguardo all'indietro allungato, senza allucinazione, da una piccola sorella viva sul grande fratello sepolto. E chissà se ci aveva mai creduto che quell'universo compatto una volta sorvegliato dal cadavere di Lenin potesse essere rimesso a posto dai muscoli guizzanti di una grande sorella, di una viceregina del postcomunismo. Chissà.

Questa è la storia, vera e surreale, di Luciana Viviani, terzogenita di Raffaele, laureata in lingue, militante del Guf, poi giovane antifascista, che ne sposa un altro, Riccardo Longone, mette al mondo un figlio, Giuliano, nel '41, nel '43 sposa la Resistenza, poi il proselitismo femminile di Teresa Noce, candidata nel '46 a Napoli per le politiche abbinate al referendum istituzionale, consigliera comunale nel '47, in Parlamento dal '48 per oltre vent'anni, nell'UDI dal '44, nella vita nova con Rosetta Stella, molto più giovane da un numero d'anni che supera quello passato con chiunque altro. Tranne quello passato con se stessa.


"Sono rimasta mezza napoletana e mezza comunista, sempre. La vita ho preferito viverla un piede dentro e uno fuori, perché si deve amare tutto ma niente ci deve incatenare"



mercoledì 3 luglio 2013

IL PARTIGIANO JOHNNY - Beppe Fenoglio


IL PARTIGIANO JOHNNY di BEPPE FENOGLIO 

Ho letto IL PARTIGIANO JOHNNY, volume postumo di Beppe Fenoglio (1922-1963), un'edizione curata nel 1968 da Lorenzo Mondo per l'editore Einaudi. 
Si tratta di un romanzo che ha una travagliata storia editoriale, e su cui si è a lungo discusso. 
Il libro del 1968, così come uscì curato da Lorenzo Mondo, non esprimeva la volontà dello scrittore, ma era un tentativo di montaggio, operato fondendo due redazioni inedite lasciate dall'autore. 
Fondendole ed adattandole, Lorenzo Mondo volle dare provvisoriamente al pubblico (in attesa di una edizione filologicamente attendibile) un'opera degna della massima attenzione, uno dei libri più belli del Novecento letterario italiano. 

Tema del "Partigiano Johnny" è la Resistenza, vissuta dallo scrittore stesso nelle Langhe Piemontesi, dapprima militando nelle bande comuniste, poi con i badogliani 'autonomi'. 
Il libro è appunto un'epopea della guerra partigiana, in un succedersi continuo di avventure, azioni militari, di scaramucce, di colpi di mano, di rastrellamenti, di fughe precipitose per colline, valli e ritàni (cioè forre, strette valli con sul fondo un ruscello, tipiche del paesaggio della zona). 
La Resistenza vi è vista non tanto nella sua concreta dimensione storica, ma è assunta piuttosto a valore assoluto, a lotta senza quartiere e senza fine con il 'nemico', storia epica tutta fatti, azioni, incalzanti e travolgenti avvenimenti. 
Manca completamente ogni intento agiografico e celebrativo: anzi, proprio il tono spesso realisticamente disincantato (i partigiani visti nella loro debolezza militare, nella loro indisciplina, nella loro scarsa organizzazione, nei loro errori tattici e strategici) provocò una serie di accuse al romanzo, che si giudicava offendesse la Resistenza e fosse privo di una sufficiente carica ideale nel trattare quei fatti, tanto spesso celebrati ufficialmente. 
Sfuggiva a coloro che davano tali giudizi il valore letterario di un'opera di questo genere, la sua carica di rinnovamento quasi assoluto rispetto alla tradizione italiana. 
Violenza espressiva e linguaggio, epicità della storia, tipicità emblematica dei personaggi, al di là della caratterizzazione psicologica (quasi assente), ne fanno un 'unicum' tra i prodotti ispirati ad analoghi temi..., un 'unicum' di altissimo pregio. 
Faccio notare, prima di tutto, che la natura di abbozzo incompiuto del romanzo ci permette di fare a meno di un riassunto dettagliato della trama: basti sapere che Johnny, studente di Alba, reduce dal disciolto esercito italiano, dopo il crollo dell'8 settembre 1943, parte per le colline, dove milita con i partigiani nel carosello avventuroso di attacchi e fughe di cui si diceva, in un paesaggio reso mitico dallo scrittore (colline, valli, ritàni, boschi, grandi nevicate e freddi invernali), a contatto con un mondo contadino povero e spaurito, estraneo alle vicende della lotta ed involontariamente coinvolto in esse. 
Mi piace particolarmente il capitolo in cui viene descritto l'attacco tedesco a Mombarcaro, il paese più alto delle Langhe, sede di un comando dei partigiani comunisti. 
Con forze soverchianti, tedeschi e fascisti circondano l'alta collina su cui sorge il villaggio..., la scena, che si svolge in una notte invernale, è descritta con toni apocalittici. 
Attorno ai partigiani si distende, segnato nelle tenebre dalle luci dei camions, l'accerchiamento. 
Tenteranno la fuga disperata ed il passaggio delle linee nemiche, divisi in piccole pattuglie. 
In una di esse ci sarà Johnny: alla sua pattuglia riuscirà di sfuggire all'accerchiamento, ma cadrà in bocca ad una squadra bene armata e numerosa di fascisti che, falciati i compagni, lo costringeranno ad una fuga fortunosa e solitaria. 

Di avvenimenti come questi il libro è pieno, e sempre vi è una analoga carica di drammaticità e concitazione, resa evidente dall'originalissimo impasto linguistico. 
Tra i fenomeni più rilevanti del romanzo, particolare è l'uso dell'aggettivazione, sempre inaspettata (come "fumacchiate"..., il prato violaceo..., i campanili cellofanati..., e così via), nonché la ricerca di verbi di rilevata espressività (come...qualcuno stridé» per "qualcuno gridò"..., "la sua voce si ingrassava di stupore"..., "un razzo... si spanciò a pallone"...,. e così via), e poi i tecnicismi metaforici (come... "sospeso in ionosfera"..., "la spossatezza e la miseria tappezzando colloidalmente le loro facce"), nonché l'uso di diversi termini inglesi, inseriti in tutta tranquillità nella narrazione. 
Questo tipo di linguaggio dà i suoi frutti migliori proprio nella sorprendente carica delle scene di azione, nella nettezza dei paesaggi che ne formano la cornice. 
Gli scontri a fuoco e le morti assumono un tono epico e meraviglioso, mitico: ad esempio i fascisti che sbucano improvvisi dai cespugli sono paragonati a "centauri arborei", e sono colti nell'attimo di sparare e guardare, mentre i compagni sono visti nell'atto di cadere, come in immagini successive scattate da una macchina fotografica. 

La guerra di Johnny è, come ho già detto, un'esperienza assoluta e totale, risolta tutta nel momento della lotta, priva di sbocchi successivi, priva di dopoguerra. 
Anche la battuta (che è un riferimento del protagonista alla propria morte) non fa che anticipare la fine del romanzo, che nella seconda stesura si conclude appunto con la morte di Johnny in combattimento. 

venerdì 31 maggio 2013

LA RESISTENZA ANTINAZISTA IN GERMANIA (The anti-Nazi resistance in Germany)


   
La resistenza durante la guerra


I nazisti incominciarono la guerra scatenando il loro apparato repressivo contro il popolo tedesco con ulteriori arresti di migliaia di comunisti, socialdemocratici e altri avversari del regime di Hitler. Molti di essi furono rinchiusi una seconda volta dopo il 1933 dietro gli sbarramenti elettrici dei campi di concentramento. Durante la guerra i nazisti portarono da 3 a 48 il numero dei 'delitti' puniti con la condanna a morte.

Allo scoppio della guerra, il Comitato Centrale del Partito comunista tedesco invitò i suoi membri che lottavano nell'illegalità a propagandare tra il popolo che la guerra provocata dal fascismo tedesco perseguiva obiettivi imperialistici e che il compito di tutti gli antifascisti sarebbe stato quello di manifestare la loro solidarietà con i popoli soggiogati, di adoperarsi per la disfatta e il rovesciamento del regime di Hitler.

La prima vittima del "fronte interno" fu il comunista Heinen di Dessau che fu ucciso il 7 settembre 1939 per ordine di Himmler per "sabotaggio della volontà di difesa".
Nonostante le raccomandazioni di prudenza fatte da organizzazioni socialdemocratiche all'estero ai loro membri all'interno del paese (che invitavano a sperare nella vittoria della democrazia inglese e francese e di astenersi quindi dalla resistenza antifascista dal momento che essa sarebbe stata senza prospettive), anche i socialdemocratici lottavano in un unico fronte contro la guerra, assieme con i loro amici comunisti e senza partito.

Un gruppo di giovani berlinesi diretto dai giovani comunisti Heinz Kapelle e Erich Ziegler, pubblicò il 9 settembre 1939 un volantino in cui, ricordando le vittime della prima guerra mondiale, invitava la gioventù all'azione per il rovesciamento del regime di Hitler e della sua consorteria di bellicisti. Heinz Kapelle doveva pagare il suo coraggio con la vita.

Sempre all'inizio del settembre 1939 un comitato d'azione di socialdemocratici e comunisti fece appello da Berlino a tutto il popolo tedesco perché si unisse in un fronte popolare contro la guerra e il regime nazista. Essi ammonivano che la Germania avrebbe potuto essere salvata solo mediante un'azione unitaria del popolo e che la guerra avrebbe provocato la rovina del paese e del popolo. 
Come a Berlino anche a Dresda, Wiesbaden, Stoccarda, Ulm, Francoforte sul Meno e in molte altre città, gli antifascisti tedeschi si opposero attivamente al regime fascista terrorista e alla guerra.

A causa della insoddisfacente ricerca storica fatta finora nella Repubblica Federale Tedesca sicuramente ci sono ancora molti fatti sconosciuti per quanto riguarda il movimento di resistenza antifascista, la sua lotta, le persecuzioni e le vittime.
Gli eventi bellici provocarono inevitabilmente una internazionalizzazione della guerra, si registrarono episodi di operai tedeschi che sostenevano, nello spirito dell'internazionalismo proletario, prigionieri di guerra polacchi, procurando loro viveri, medicinali e tabacco.

I gruppi della resistenza cercavano e annodavano contatti con deportati e prigionieri di guerra stranieri. Nell'Unione Sovietica, in Francia. Polonia, Jugoslavia e in altri paesi, gli antifascisti davano vita a formazioni partigiane per lottare, armi alla mano, contro gli occupanti hitleriani.

A Berlino, I'organizzazione di resistenti comunisti attorno a Robert Uhrig, contava su estesi legami con fabbriche della Germania centrale e occidentale, della Danimarca, Olanda, Austria e Cecoslovacchia. Essa entrò in contatto con il gruppo guidato da Josef Ròmer. 
Insieme i due gruppi pubblicarono un servizio di informazioni che informava sulla situazione politica interna e quella del fronte. In consultazioni regolari con i consigli di rappresentanza venivano discussi i metodi migliori del lavoro clandestino.

Dopo lo scoppio della guerra, la organizzazione di Robert Uhrig si unificò con i gruppi di Arvid von Harnack e di Harro Schulze-Boysen. Questi ultimi, grazie alle alte posizioni che occupavano in ministeri nazisti, disponevano di grandi possibilità per la lotta illegale. 
Dopo l'unificazione, le due organizzazioni investivano tutti i ceti sociali della popolazione e i più diversi orientamenti politici.

L'organizzazione di resistenza Harnack/Schulze-Boysen preparava manifesti antifascisti nei quali veniva illustrato il carattere terroristico e reazionario della forma fascista di potere e la criminale inutilità della guerra. 
Per il periodo successivo alla caduta della dittatura nazista, gli autori indicavano come prospettiva la creazione di una Germania democratica, basata sulla stretta collaborazione tra tutte le forze progressiste. Partendo da questo principio, essi non indugiarono a far giungere all'Unione Sovietica le informazioni di cui entravano in possesso circa le intenzioni aggressive dello stato maggiore nazista. 
Nei mesi di agosto e settembre del 1942 la Gestapo scoprì I'organizzazione, arrestò più di 600 antifascisti e con l'imputazione di alto tradimento, fece condannare a morte 50 tra uomini e donne. 
Oggi vi sono ancora storici e pubblicisti che giustificano questo delitto perpetrato dalla "giustizia" nazista con i legami del gruppo Harnack/Schulze-Boysen con le autorità sovietiche, giustificando con ciò I'invasione delI'Unione Sovietica, diffamando I'intero movimento di resistenza, e offrendo il loro appoggio ai neonazisti secondo i quali tutti i partigiani e gli emigranti antifascisti sarebbero stati traditori della patria.

L'inizio dell'aggressione contro l'Unione Sovietica impose agli antifascisti tedeschi il massimo della risolutezza, dell'audacia e dell'abnegazione. 
Il comunista tedesco Richard Sorge da Tokio e la direzione del gruppo Harnack./Schulze-Boysen comunicarono al governo sovietico la data precisa dell'aggressione nazista. Alla vigilia dello scatenamento dell'operazione Barbarossa, i soldati tedeschi Richter, Liskow e Schulze disertarono e passarono dalla parte dell'Armata Rossa sovietica. Essi avevano compreso che
il loro dovere di antifascisti e di internazionalisti imponeva loro di avvertire Io Stato Sovietico sull'imminenza dell'aggressione. Il sottufficiale Schulze, attraversando a nuoto il fiume San. fu colpito da pallottole tedesche. Prima di morire riuscì tuttavia a comunicare il suo avvertimento.

Con I'aggressione contro l'Unione Sovietica aumentò anche la quantità di materiale di propaganda antifascista stampato e diffuso clandestinamente. 
Secondo i rapporti mensili della Gestapo, dal gennaio al maggio 1941 furono trovati da 62 a 590 scritti e volantini diversi di contenuto antibellico. Nel luglio il numero salì a 3.797 e nell'ottobre a 10.277.
In uno di questi volantini trovati a Berlino si diceva: 

Lavorate piano, nessun'ora straordinaria, la guerra di Hitler non è la vostra guerra. La sconfitta di Hitler è la vostra vittoria!.

Nel settembre del 1941 gli abitanti di Breslau potevano leggere sui muri delle loro case: 

Contro Hitler, per la pace e la libertà! Far crollare Hitler significa libertà e pace!

Alcune delle più importanti organizzazioni di resistenza tentarono di entrare in contatto fra di loro, si misero d'accordo su azioni comuni e si aiutarono a vicenda nella pubblicazione di materiali. 
Nell'autunno del 1941 un gruppo di dirigenti comunisti pubblicò a Berlino il giornale Il fronte interno con il sottotitolo Giornale di lotta Per una nuova Germania libera. A quel giornale collaborarono anche membri del gruppo Harnack./Schulze-Boysen. 
Poco dopo il giornale uscì con inserti speciali in lingua russa, polacca, ceca, francese e italiana rivolgendosi ai deportati e prigionieri di guerra.

Nelle fabbriche, la resistenza antifascista si allargava nelle aziende con il sabotaggio diretto della produzione di armamenti. Antifascisti tedeschi e stranieri trovavano qui un campo di battaglia importante, ma estremamente pericoloso.

La Gestapo compiva grandi sforzi per infrangere la resistenza nelle fabbriche. Nel febbraio del 1942 essa arrestò 200 componenti dei gruppi Uhrig, Budeus e Ròmer. 
Già nel corso dell'istruttoria 16 antifascisti furono assassinati; altri 36 vennero condannati a morte e uccisi. 
Incaricati del Comitato Centrale del Partito comunista tedesco spesso venivano paracadutati in Germania per riannodare i legami fra le singole organizzazioni, per informarne i dirigenti sulla valutazione della situazione fatta dalla direzione del partito, per preparare testi da inserire nel materiale illegale e per creare le condizioni per la diffusione della stampa.

Nessuno di quelli che cadeva nelle mani della Gestapo ne usciva vivo.
Il loro coraggio e la loro fermezza servivano a rafforzate il morale e I'efficacia politica delle organizzazioni di resistenza.

Gli antifascisti tedeschi e i loro compagni stranieri non abbandonavano la lotta nemmeno quando venivano trascinati dai carnefici della Gestapo e delle SS. nei penitenziari e nei campi di concentramento. La loro parola d'ordine era: 

Finchè il regime nazista non sarà battuto dall'impeto dei popoli continueremo a lottare uniti fino all'ultimo respiro!.

Il nazismo tedesco doveva sperimentare come nel proprio paese, a Sachsenhausen, Neuengamme, Buchenwald, Dora, Dachau e Ravensbrùck, così come nei Lager nei territori occupati, internati tedeschi e patrioti stranieri forgiavano un fronte unitario contro i loro aguzzini e assassini. 
La difesa dal terrore, il sabotaggio della produzione di armamento e la preparazione della liberazione erano i compiti che i comitati internazionali dei campi si proponevano e adempivano.

In un periodo di sfrenato odio razziale e di un inconcepibile sciovinismo, i campi di concentramento nazisti diventarono le roccaforti della solidarietà fra persone di razza, lingua e nazionalità diverse, dell'internazionalismo proletario e del vero umanesimo.
  

"A ciascuno il suo" la massima cinicamente posta dai nazisti sui cancelli di Buchenwald.

   
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MARTIRI DELLA RESISTENZA NAZISTA

MARTIRI DELLA RESISTENZA NAZISTA (Martyrs of the Nazi resistance)



Harro Schulze-Boysen (1909-1942) 
 
Harro Schulze-Boysen proveniva da una famiglia borghese; suo padre era capitano di fregata. Fin dalla giovinezza Harro si dimostrò animato da grandi ideali umanitari e dal desiderio di servire il suo popolo. Per un certo tempo egli aveva creduto che i suoi ideali coincidessero con quelli delle organizzazioni giovanili borghesi e nazionalistiche alle quali aveva aderito, Ma ben presto egli si staccò da esse e poco prima dell'instaurazione della dittatura nazista iniziò la pubblicazione clandestina di un giornale, l'Oppositore
Recatosi a studiare legge a Berlino, entrò in contatto con i lavoratori e con i loro problemi.

Nell'aprile del 1933 il regime fascista soppresse il giornale l'Oppositore; Harro Schulze-Boysen fu arrestato e torturato, uno dei suoi collaboratori più stretti fu assassinato. 
Librato, egli pensò di confondere la Gestapo che lo teneva d'occhio iscrivendosi a una scuola di pilotaggio aereo a Warnemùnde. 
Terminati gli studi con esito molto brillante, fu assunto nel servizio informazioni del ministero dell'aeronautica, e poté raggiungere il grado di colonnello.

Le esperienze fatte nelle prigioni naziste avevano contribuito a far maturare in Harro Schulze-Boysen la decisione di combattere con tutte le sue forze Il fascismo: con grande abilità e intelligenza, I'energico ed eroico patriota incominciò a raccogliere intorno a sé numerosi elementi antinazisti.
Già vari anni prima dello scoppio della guerra egli era in contatto con Walter Husemann, Walter Kuchenmeister, Hans Coppi e con altri esponenti comunisti. Essi contribuirono a fargli comprendere i fondamenti economici e sociali e la vera natura dell'imperialismo tedesco e della sua politica guerrafondaia. 
Nello stesso tempo, grazie alla sua posizione ufficiale egli poté renderci conto di tutti gli sforzi fatti dall'Unione Sovietica in favore della pace. Harro Schulze-Boysen si propose allora di appoggiare in tutti i modi questi forzi per mantenere la pace. 
Nel 1938 egli informò la ambasciata sovietica sui preparativi segreti fatti dai fascisti tedeschi nella regione di Barcellona per battere la lotta di liberazione del popolo spagnolo.

All'inizio della seconda guerra mondiale egli entrò in contatto col dottor Arvid Harnack, che come lui era stato, fin dal 1933, alla testa di un circolo antihitleriano. Insieme ai funzionari comunisti John Sieg e Wilhelm Guddorf essi organizzarono uno dei più importanti nuclei di resistenza della seconda guerra mondiale, composto da elementi antifascisti senza partito e da rappresentanti dei partiti dei lavoratori, comunisti e socialisti, uniti in un largo fronte popolare antifascista al quale è stato dato i! nome di Orchestra Rossa (Rote Kapelle).
Alcuni aderenti a questo gruppo erano in grado di avere molti preziosi contatti coi ministeri dell'aeronautica, della propaganda e dell'economia, con i dipartimenti che si occupavano della politica razziale e de! lavoro obbligatorio, con gli alti comandi dell'esercito e della marina. 
Ben presto entrarono nell'organizzazione numerosi scrittori, artisti, diplomatici, ufficiali, giornatisti, insegnanti e medici.

Essa era fiancheggiata da numerosi gruppi di lavoratori dell'industria guidati dai comunisti. Quasi tutti i suoi membri seguivano con grande simpatia la lotta di liberazione del popolo sovietico ed erano fermamente decisi a far fallire i piani aggressivi di Hitler. 
Anche Harro Schulze-Boysen prestò il suo aiuto all'Unione Sovietica a partire dal 1941 fornendo preziose informazioni sulla consistenza della Luftwaffe, sui piani di bombardamento delle città russe, sui depositi di gas tossici, sulle squadriglie dislocate contro I'URSS e altre importanti informazioni.

Venne diffuso largamente un giornale clandestino Fronte interno, al quale collaboravano le più significative personalità del gruppo e che spesso veniva tradotto anche in altre lingue e distribuito tra i lavoratori deportati in Germania dai vari paesi e tra i prigionieri di guerra. L'organizzazione provvedeva anche alla regolare spedizione di lettere ai soldati e agli ufficiali che si trovavano al fronte in cui essi venivano esortati a sabotare la guerra voluta da una cricca criminale. Centinaia di simpatizzanti distribuivano volantini in molte città della Germania.
  
Libertas Schulze-Boisen 
  
L'ardimentosa attività di Harro Schulze-Boisen trovò l'incondizionato appoggio della moglie Libertas che apparteneva ad una nobile famiglia e aveva avuto un'educazione di prim'ordine in Germania, Svizzera e lnghilterra. 
Dal 1933 al 1935 Libertas diresse I'ufficio stampa dell'agenzia berlinese della Metro Goldwyn-Mayer e successivamente lavorò come giornalista in un importante quotidiano di Essen e come consulente artistica presso il centro nazionale del documentario culturale.
Contemporaneamente Libertas Schulze-Boysen svolgeva funzioni di corriere e di collaboratrice per I'organizzazione antifascista.

Il 31 agosto 1942 Harro Schulze-Boysen venne arrestato; pochi giorni dopo fu la volta di sua moglie. Centinaia di antifascisti caddero nei mesi seguenti nelle mani della Gestapo e il tribunale di guerra decretò oltre 50 esecuzioni capitali. 
Harro Schulze-Boysen il cui processo si svolse il 19 dicembre 1942, tenne un atteggiamento coraggioso fino all'ultimo. Sulla parete della cella della morte scrisse: 
In questo supremo momento mi chiedo: ne valeva la pena? La mia risposta è sì perché ho combattuto dalla parte giusta.

Harro e Libertas Schulze-Boysen furono uccisi nella prigione di Berlino-Plotzensee. Lo stesso giorno morirono l'operaio Hans Coppi, il giornalista John Graudenz, Arvid Harnack,  il consigliere d'ambasciata Rudolf von Scheliha, il radiotelegrafista Horst Heilmann, !'operaio Kurt Schulze, la gionalista llse Stobe e una coppia di artisti, Elisabeth e Kurt Schumacher.


  
Arvid Harnack con la moglie Mildres Fisch
  
Arvid Harnack (1901-1942) proveniva da una famiglia di noti studiosi. Dopo aver studiato scienze giuridiche a Jena e a Graz, conseguì nel 1924 la laurea in giurisprudenza. Un anno dopo si recò all'università di Madison (USA) per studiare economia; fu qui che egli conobbe Mildred Fish (1902-1943), una giovane professoressa di letteratura americana.
Dopo essersi sposati, nel 1928 i due giovani si trasferirono in Germania dove continuarono i loto studi a Giessen laureandosi entrambi in filosofia (Arvid Harnack con una tesi sui Movimenti operai pre-marxisti negli Stati Uniti). 
Nel 1930 si stabilirono a Berlino. Mildred Harnack lavorava come traduttrice e lettrice di letteratura americana moderna, insegnava alle scuole serali e teneva conferenze e discussioni al club femminile americano del quale fu per qualche tempo la presidentessa.

Le esperienze, i contatti con membri del partito comunista e lo studio sistematico dei classici del marxismo-leninismo diedero ad Arvid Harnack una visione sempre più chiara dei rapporti e degli avvenimenti sociali e lo indussero ad aderire con entusiasmo alla causa della liberazione della classe operaia. 
Nel 1931 egli fu uno dei fondatori della società operaia per lo studio dell'economia pianificata sovietica divenendone il primo segretario e guidando nell'agosto del 1932 un viaggio di studio di 24 economisti e ingegneri tedeschi nei principali centri industriali dell'URSS.

Fin dal primo momento Arvid e Mildred Harnack si schierarono contro il regime hitleriano di cui studiarono accuratamente le caratteristiche dal punto di vista dell'analisi marxista. 
Quando nel 1936 Arvid entrò in contatto col dirigente comunista John Sieg, poté fornire al movimento antifascista un aiuto concreto grazie alla sua carica di consigliere presso il ministero dell'economia.
Negli anni che precedettero la guerra egli fu in grado di inviare al partito rapporti periodici sul lavoro di preparazione della guerra voluta dagli imperialisti tedeschi.

Arvid e Mildred Harnack entrarono in contatto poco prima dello scoppio delle ostilità con Harro Schulze-Boysen il quale mise a loro disposizione la sua esperienza e comunicò loro il suo indomito coraggio e soprattutto li fece entrare nella sua larga organizzazione antifascista a cui aderivano personalità delle più svariate idee politiche e lavoratori socialisti e comunisti con ampie diramazioni anche alI'estero. 
La necessità di dare all'Unione Sovietica un concreto appoggio nella sua lotta contro il fascismo mondiale, fu sentita in modo particolare da Arvid Harnack che non ebbe paura di rischiare la vita per fornire tutte le importanti informazioni di cui poteva disporre. Egli trasmetteva quasi sempre personalmente i suoi messaggi e fin dalla primavera del 1941 avvertì i dirigenti sovietici che si preparava I'aggressione contro I'URSS.

Nell'agosto-settembre 1942 la Gestapo arrestò centinaia di membri della resistenza tra cui anche Arvid e Mildred Harnack che furono condannati a morte il 19 dicembre. 
Arvid fu impiccato insieme ad Harro Schulze-Boysen e ad altri patrioti tre giorni dopo. 
Mildred fu assassinata due mesi dopo. Sulla parete della cella della morte scrisse in tedesco un verso di Goethe: 

"Ho amato tanto la Germania".
  
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