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mercoledì 12 maggio 2010

Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo - Galileo Galilei


Finita ormai l'illusione di "convincer gl'ostinati", con il "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo" Galileo si affida ai posteri, ben sapendo di rischiare la condanna ecclesiastica. Un'imposizione censoria lo costringe a cambiare il titolo prescelto ("Dialogo del flusso e del reflusso del mare"): meglio un dibattito cosmologico, di tipo teorico, piuttosto che un trattato fisico che trasformi l'inoffensiva ipotesi della matematica della mobilità della Terra in una pericolosa verità naturale. Ma il cambiamento del titolo, che trascina con sé la modifica dell'incipit, non basta ad attenuare la portata rivoluzionaria del pensiero galileiano" (NOTE introduttive)





NOTIZIA SU GALILEO GALILEI E LE SUE OPERE PRINCIPALI

Nel primo Seicento, tutta l'energia indomabile e feconda del pensiero italiano si esprime in Galileo Galilei, del quale non posso non toccare, anche se quel grande appartiene assai più alla storia delle scienze, che a quella delle lettere.

Galileo Galilei nacque in Pisa il 1564. Il padre voleva farne un medico, ma la medicina era, allora, ciarlataneria ed empirismo..., e il giovane, cupido di verità, preferì darsi, per conto suo, allo studio di quella scienza, che è la verità assoluta: la matematica..., che apparve poi a lui come la cifra o l'alfabeto in cui si rivelano le leggi della natura.
E la natura, che tutti vedono, e che parla a così pochi, parlò a lui fin da quando, nel duomo di Pisa, osservando l'oscillare di una lampada, egli intuì la legge dell'isocronismo del pendolo: legge che fu poi applicata alla misura esatta del tempo, con grande vantaggio dell'astronomia e della geografia.
È ancora di quel tempo, leggendo i frammenti di Archimede, intese la legge del peso specifico dei corpi, e scrisse il "Trattato della Bilancetta", o bilancia idrostatica, per determinarlo.
E studiava quel Dante, che il Voltaire chiamò il poeta matematico, dettava due lezioni all'accademia fiorentina "Sulla figura, sito e grandezza dell'Inferno".
Studiava e meditava, senza nessuna voglia di laurearsi. Era poverissimo.
Ma il granduca Ferdinando I ebbe un intuito felice. Lo nominò, a 25 anni, lettore di matematica nello studio di Pisa.
Le leggi sulla caduta dei gravi, acquisite poi dalla fisica, che egli determinò in quegli anni, scrivendo l'opuscolo latino "Del moto accelerato", attirarono sul giovane professore le ire dei vecchi cattedranti, che avevano sul moto e sulle leggi del moto le loro idee e i loro errori peripatetici.
Di più, Galileo non sapeva tacere, non sapeva dissimulare..., disprezzava.
La tempesta gli rumoreggiava attorno. Ma lo salvò il Senato veneto, che lo nominò nel 1592, professore di matematica nella università di Padova.

Diciotto anni rimase il Galilei in quella città..., e furono i più sereni della sua vita.
Egli vi compose parecchi opuscoli di meccanica, di fisica, di idraulica: come il trattato "Del compasso geometrico e militare"..., il "Discorso intorno ai galleggianti".
A Padova fece la invenzione sua più meravigliosa, il telescopio (suggeritogli dall'esperimento di un artefice olandese) col quale riuscì a ingrandire di mille volte gli oggetti.
Con il telescopio il Galilei diede la scalata al cielo. Scoprì i monti e le valli della Luna: vide che il numero delle stelle fisse era diciotto volte maggiore di quello elle allora si conosceva: che la via lattea è una massa di stelle.
Scoprì quattro satelliti aggirantisi intorno a Giove e dette loro, per gratitudine al granduca di Toscana, il nome di pianeti medicei.
Scoprì l'anello di Saturno, le fasi di Venere, le macchie solari, intorno alla cui origine scrisse tre lettere: erano nubi o vapori, secondo lui, sorgenti dal corpo dell'astro.
E di tante sue scoperte dava notizia nel "Sidereus nuncius" (Messaggero delle stelle), una specie di diario delle sue osservazioni.
Ma la nostalgia della Toscana riprese il Pisano.
Intavolò pratiche per entrare al servizio del granduca Cosimo II. E il granduca gli scrisse, grato, di suo pugno, nominandolo primario matematico dello studio di Pisa, primario matematico e filosofo della stia persona, senza obbligo di dimorare in Pisa, né di leggervi, e assegnandogli una provvisione annua di mille scudi. Ciò fu il 1610.

Le scoperte astronomiche di Galileo confermavano sempre più, riguardo alla costituzione dell'universo, il sistema, antichissimo, e che nel Cinquecento era stato restaurato coli nuove prove dal matematico polacco Copernico, e da lui prese il nome. Galileo, in fama di sostenere la temeraria opinione copernicana, venne a Roma nel 1611, per sapere quello che si pensava di lui e contro di lui, e difendersi.
Grandi onori vi ebbe e fu inscritto alla gloriosa accademia dei Lincei (i lungiveggenti come linci), fondata da poco in Roma dal principe Federico Cesi.
Le accuse pel momento tacquero..., ed egli poté tornare sicuro a Firenze e scrivere cose assai interessanti sulla saggia interpretazione della "Bibbia" e sui limiti fra scienza e fede, in una lettera al padre Castelli del 1613, e in un'altra alla granduchessa madre Cristina di Lorena, del 1615.
Ma le persecuzioni ripresero. In quello stesso anno l'Inquisizione gli formò contro, specialmente in base alle asserzioni desunte dalle sue "Lettere sulle macchie solari", un primo processo.
Fu chiamato, nel 1616, a Roma. Fu ammonito, alla presenza del cardinale Bellarmino, di abbandonare l'opinione elle il sole sia il centro del mondo, e che la terra si muova: opinione giudicata erronea ed eretica, perché contraddetta da molti luoghi delle "Sacre Scritture"..., gli fu imposto di non più difenderla, né tenerla, né insegnarla come che sia.
Fu, in quell'occasione, messa all'Indice l'opera del Copernico.
Il Galilei si adattò alla volontà di quei signori..., forse pensava che è inutile comprovare col martirio una verità di evidenza matematica..., o forse la sua religiosità gli impedì di ribellarsi all'autorità della Chiesa, in cui egli credeva
Ritornato a Firenze, propose al granduca una sua maniera di determinare la longitudine in mare, in qualunque punto e in qualunque ora della notte. Il granduca ne fece avvertito il re di Spagna, la cui potenza marittima era allora immensa, perché sfruttasse la scoperta..., ma non ne fu nulla..., e il Galileo si rivolse, pur senza successo, agli Stati generali d'Olanda.
E continuò nei suoi studi.

Una cometa, apparsa nel 1618, dette occasione a lui di scrivere un "Discorso sulle comete" (attribuito da altri al suo discepolo Mario Guiducci)..., e ad un gesuita, il padre Orazio Grassi da Savona, del collegio romano, di pubblicare (sotto lo pseudonimo di Lotario Sarsi) un suo opuscolo latino, intitolato "Bilancia astronomica e filosofica", dove si vagliavano e si deridevano le opinioni di Galileo.
Egli, impaziente, volle rispondere col più vivace dei suoi scritti, il "Saggiatore" (1623), dissertazione in forma di lettera, diretta a Monsignor Virginio Cesarini, accademico linceo.
È un'operetta polemica: una esaltazione del metodo sperimentale, un'aspra condanna dell'antiquato aristotelismo..., e il padre Grassi vi è convinto di grossolani errori di ottica, e messo in ridicolo.
L'ordine dei gesuiti si preparò a vendicare il confratello.


DIALOGO SOPRA I MASSIMI SISTEMI DEL MONDO

Ma da più anni Galileo lavorava intorno al "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo" (tolemaico e copernicano). Per la euritmia dell'insieme, per il rilievo dato ai personaggi, per il linguaggio nitido e preciso, per lo stile signorile, non è solamente l'opera di un grande scienziato, ma di un grandissimo scrittore.
Il che può dirsi di tutte le prose del Galilei.
Due suoi cari e morti amici sono i protagonisti: Francesco Sagredo, patrizio veneto, elle già l'aveva sconsigliato di abbandonare Padova, e Filippo Salviati, fiorentino, che l'aveva signorilmente ospitato nella sua villa delle Selve. Essi discorrono con l'aristotelico Simplicio, sostenitore dei vecchi pregiudizi (Simplicio fu un antico espositore di Aristotile; ma qui il nome non è forse senza significato ironico).

Il dialogo avviene a Venezia, e dura quattro giornate.
Nella prima giornata si parla della conformità fra la terra e la luna: nelle altre tre si discute più particolarmente intorno al sistema tolemaico e al copernicano.
L'autore mostra, o vuol mostrare, di esporre obbiettivamente le ragioni di probabilità così dell'uno come dell'altro sistema..., ma la povera figura che fa Simplicio, l'apologista del tolemaico, non lascia dubbio sulle intenzioni vere del libro. Il quale fu pubblicato, non senza accorgimenti che ottennero al libro il permesso dell'autorità ecclesiastica, a Firenze, il 1630.

L'ira di Roma fu grande..., molto più che si fece credere al papa Urbano VIII che nella figura di Simplicio era canzonato lui, lui quando era, ancora il cardinale Maffeo Barberini, e che con gli stessi argomenti di Simplicio aveva già difesa l'immobilità della terra.
Un secondo processo contro il Galilei fu subito istruito.
Il 23 settembre 1632 il Santo Offizio lo citò a Roma. Egli aveva quasi settant'anni..., era ammalato di ipocondria e di ernia, come dichiararono tre medici. Al Santo Offizio parvero questi sotterfugi e dilazioni. Si minacciò di farlo trascinare a Roma, in catene.
Sulla fine di gennaio, il vecchio partì.
Quel secondo processo durò cinque mesi. Si conservano i verbali delle comparse dell'imputato, sottoscritti da lui.
La prima è del 12aprile 1633: l'ultima del 21 giugno..., ed è un succedersi e un crescendo di umiliazioni dell'uomo per sua natura tanto superbo. La principale accusa che si muove al Galilei è di avere, nonostante l'ammonizione del 1616, continuato a sostenere il sistema copernicano, condannato dalla Chiesa, e ad insegnarlo.
Galileo si difende da principio: il cardinale Bellarmino gli aveva detto e scritto che l'opinione del Copernico poteva tenersi come ipotesi, umanamente parlando. Che nell'ammonizione del 166 ci fosse il divieto di insegnare quella opinione, egli l'aveva dimenticato.
Ma poi cede. Nega di essere un fautore del sistema copernicano.
Nel "Dialogo" ha esposto quello che si può dire pro', quello che contro quel sistema.
Riconosce, sì, che certi argomenti favorevoli a quel sistema sono messi troppo più in luce di quelli contrari. Ammette che le sagge conclusioni di Simplicio passano come inavvertite nella moltitudine delle conclusioni contrarie..., ma in un'altra giornata, che aggiungerà al "Dialogo", non mancherà di fare ammenda.
La sentenza di condanna è del 22 giugno 1633.
Riassunte le accuse contro il Galilei, a ricominciare dal 1615, conchiude che egli si è reso sospetto di eresia, avendo "tenuto e creduto dottrine false e contrarie alle Sacre Scritture: che il sole (cioè) sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo".
I giudici sono disposti a temperare la pena, purché il reo "abiuri, maledica e detesti" i suddetti errori.
Si proibisce intanto il "Dialogo dei massimi sistemi"...,si condanna il reo al carcere ad arbitrio del Santo Offizio, e a dire per tre anni, una volta la settimana, i salmi penitenziali. Galileo abiurò.

Pronunciata la sentenza, restò in carcere all'arbitrio del papa e il carcere fu, per verità, il palazzo del granduca alla Trinità dei Monti (ove ora è l'accademia francese di belle arti).
Quindi ottenne di trasferirsi a Siena, dal suo intimo amico, il Piccolomini, arcivescovo di quella città.
Passò poi ad Arcetri, in una sua villa, e quivi lo venne ad incontrare il granduca in persona.
Finalmente gli fu consentito di ritornare in Firenze.
Intorno al sistema copernicano non scrisse più verbo..., ma dal cielo, così pericoloso, discese e si fermò sulla terra. Divenne cieco: perdette la figliuola adorata, Suor Maria Celeste, monaca di San Matteo d'Arcetri, di cui restano molte tenerissime lettere al padre.
Tanto più ardentemente si raccolse negli studi e nella meditazione...,e in quegli ultimi anni pensò e compose i "Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze"...,anch'essi distribuiti in dialoghi, in quattro giornate, con gli stessi interlocutori del "Dialogo sui massimi sistemi".
In forma lucidissima il Galilei vi espone i principi capitali della meccanica, dell'idraulica, dell'acustica, e di altre parti della fisica, che in quest'opera per la prima volta assunse carattere, metodo, dignità di scienza.
Discepoli insigni collaborarono col Galilei, nella sua sempre giovine e vigile vecchiaia: Evangelista Torricelli da Faenza, inventore del barometro..., Benedetto Castelli da Brescia, benedettino, il padre della scienza delle acque..., Vincenzo Viviani, fiorentino, architetto, fondatore dell'accademia del Cimento (o della esperienza.), la prima accademia scientifica d'Europa: biografo amorosissimo e diligente del suo maestro..., tutti acuti osservatori e chiari e signorili scrittori.
E così - in mezzo a quei suoi veramente figliuoli - Galileo Galilei si spense nel 1642.
Il granduca lo volle sepolto nel tempio delle glorie italiane, in Santa Croce.
Il Viviani, che lasciò di essergli sepolto vicino, provvide al monumento.


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mercoledì 10 marzo 2010

TOMMASO CAMPANELLA - Filosofia della natura e teoria della scienza

La personalità e l'opera di Tommaso Campanella sono attraversate da un interesse dominante di natura politico-religiosa.


Campanella si sentiva portatore di un grande compito, si considerava messianicamente un "destinato" e un "inviato"..., con entusiasmo pari all'ingenuità era convinto di essere stato investito della missione di riformatore e rinnovatore della città umana, e all'adempimento di quello che riteneva il suo mandato dedicò ogni energia con animo indomito, passando attraverso gli eventi più drammatici e le prove più dure, mutando anche e non di poco le proprie idee, adattandosi non senza accortezza alle circostanze diverse e dolorose in cui lo gettò il tempestoso itinerario della sua vita.

Nella prima giovinezza aveva assunto un atteggiamento violentemente ribelle verso l'autorità costituita e contro ogni dogma imposto in nome della rivelazione e della tradizione..., successivamente, dopo la congiura antispagnola del 1959 e la conseguente condanna, si allineò (probabilmente in modo non del tutto sincero) all'ortodossia religiosa e fece ripetuti atti di ossequio verso la gerarchia ecclesiastica e il papa.
Ancora in questa seconda fase della sua vita si rivolse ora all'una, ora all'altra delle grandi monarchie d'Europa: ma senza perdere mai di vista l'attuazione dei suoi vasti disegni, il cui fine era quello della rigenerazione dell'umanità e della liberazione del mondo dai mali che lo affliggono.

Anche la filosofia di Tommaso Campanella (una metafisica naturalistica imbevuta di concezioni "pampsichistiche" e magiche in cui prende singolare rilievo il tema dell'autocoscienza), non potrebbe essere considerata a prescindere da quello che è il suo interesse fondamentale.
Un sonetto da lui composto - giacché fra' Tommaso fu anche abbondante e ispirato poeta - esprime molto bene, nella sua stessa enfasi e ridondanza, l'altissima considerazione che Campanella aveva di sè, la fede nella sua missione illuminatrice e liberatrice e inoltre lo stretto legame tra i capisaldi della sua filosofia e la sua vocazione civile e morale.


Io nacqui a debellar tre mali estremi
Tirannide, sofismi, ipocrisia:
Ond'or m'accorgo con quanta armonia
Possanza, senno, amor m'insegnò Temi (*)
Questi principii son veri e supremi
Della scoverta gran filosofia,
Rimedio contro la trina bugia
Sotto cui tu piangendo, o mondo, fremi
Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,
Ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno;
Tutti a que' tre grandi mali sottostanno,
Che nel cieco amor proprio, figlio degna
D'ignoranza, radice e fomento hanno.
Dunque a divellar l'ignoranza io vegno.

(*) Temi è la dea della giustizia.
Possanza, Senno, Amor sono le tre "primalità dell'essere".
Farò accenno nell'ultima parte del presente profilo.


Fra' Tommaso si chiamava in realtà Giovanni Domenico e nacque a Stilo in Calabria il 5 settembre 1568.
Era appena adolescente quando entrò nell'ordine domenicano a Placanica presso Nicastro, prendendo il nome di Tommaso e applicandosi agli studi filosofici e scientifici.


L'INFLUENZA DEL SENSISMO DI TELESIO

La scelta del nome non deve far pensare che Campanella, ai suoi esordi di pensatore, si sentisse attratto - se non fugacemente - dal sistema di Tommaso d'Aquino anche se poteva nutrire ammirazione per il vasto ingegno del teologo e filosofo scolastico. Al contrario, i suoi primi e decisivi contatti spirituali furono con Bernardino Telesio, un "filosofo della natura" nato a Cosenza, antiaristotelico convinto, sostenitore dell'importanza preminente della conoscenza sensoriale e fautore di uno studio spregiudicato della natura che indagasse quest'ultima "iuxta propria principia", cioè secondo i principi ad essa intrinseci e non facendo abusivo ricorso a principi di carattere sovrannaturale o ad apriorismi logici e metafisici.

Campanella non conobbe personalmente Telesio, morto nel 1588, ma in questi primi suoi: anni fu un telesiano così fervido da aver deposto - come racconterà in seguito - una elegia sul feretro del pensatore cosentino.
Un'altra personalità che influisce in questo periodo sulla formazione del giovane Campanella è quella del napoletano Giambattista Della Porta, spirito geniale ma disordinato, infaticabile nell'osservazione e nella ricerca sperimentare a cui mescolava credenze magiche come quella intorno alla "pietra filosofale".
Dalla frequentazione del Della Porta, oltre che dalle sue personali propensioni, deriva quella profonda convinzione nella validità della magia e dell'astrologia che distacca Campanella dalla fisica del suo maestro Telesio e che porta lo Stilese al di fuori di quella linea ideale che va da Telesio a Leonardo e a Galilei.

La fisica telesiana, per quanto pre-scientifica rispetto all'opera di Galileo, respingeva quanto vi era di più chimerico e arbitrario nella magia, mentre Campanella accetta in pieno il presupposto della universale animazione delle cose che sarebbero dotate di forze sostanzialmente simili a quelle dell'animo umano;e tra cui intercederebbero legami di consenso e di simpatia. Per lui - come segnalerò più avanti - tutte le cose, non soltanto vivono e sentono, ma si sentono, percepiscono se stesse..., il mondo, come dicono le prime parole di un altro suo sonetto, "è un animal grande e perfetto, statua di Dio, ecc....".

Il punto su cui Campanella si manterrà sempre fedele al pensiero di Telesio concerne la supremazia della conoscenza sensibile su ogni altra forma di conoscenza. La sapienza per eccellenza è quella fondata sui sensi, i quali soltanto possono comprovare, correggere o respingere ogni conoscenza incerta. Così, ad esempio, gli antipodi che erano stati affermati teoricamente da quegli, antichi che sostenevano la sfericità della Terra, e che erano poi stati negati dai Padri della Chiesa da Sant'Agostino a Lattanzio, vennero accertati mediante l'esperienza dai navigatori dell'era delle scoperte geografiche.

"Il senso - afferma Campanella - è certo e non vuol prova, chè egli è prova; ma la ragione è conoscenza incerta, perciò vuol prova".


FRA' TOMMASO ERETICO E RIBELLE: I PRIMI PROCESSI

Queste dottrine, largamente ispirate al naturalismo e all'empirismo di Telesio e professate da fra' Tommaso con la passionalità che gli è propria, non possono non creare sospetti nell'ambiente ecclesiastico. E ai sospetti e all'ostilità seguono ben presto processi e condanne, giacchè Campanella si batte con tenacia per la libertà del pensiero.

Alla fine del 1591 viene imprigionato a Napoli per le tesi contenute nello scritta "Philosophia sensibus demonstrata"..., dopo alcuni mesi è liberato con l'ingiunzione di ritornare nel luogo di origine e di abbandonare le dottrine eterodosse facendo atto di adesione al tomismo. Ma il poco remissivo Campanella disobbedì e si recò invece a Roma e poi a Firenze e a Padova dove subì un altro processo, questa volta sotto l'imputazione di perversioni sessuali, venendone tuttavia assolto.

Tra il 1593 e '94 nuove accuse lo colpiscono per deviazione dottrinale e un nuovo processo viene imbastito. Più grave un quarto processo intentatogli per manifesta eresia: trasferito a Roma, rimane qualche tempo nel carcere del Santo Uffizio, a Tor di Nona, probabilmente condividendo là prigionia con Giordano Bruno il cui processo romano durò sette anni, dal 1593 al 1600.
Recupera la libertà nel 1595, mentre il processo non è ancora chiuso, ma resta sotto sorveglianza, e dopo altre vicende fa ritorno a Stilo nel 1598.

Che in questi anni Campanella fosse su posizioni di aperta incredulità nei riguardi dei principali dogmi cristiano-cattolici, è attestato non soltanto dalle ripetute persecuzioni che ebbe a subire, ma anche dalle dichiarazioni fatte da lui stesso, in sede di ritrattazione, dopo il drammatico fallimento della congiura del 1599.
La evoluzione del pensiero filosofico-religioso e politico di Campanella è assai complessa e non riconducibile ad una lineare unitarietà, come vorrebbero gli interpreti che sbrigativamente o interessatamente definiscano lo Stilese il "filosofo della restaurazione cattolica", o come vorrebbero interpreti di altra tendenza che considerano o consideravano pura e semplice simulazione il suo mutamento di posizione.

Uno studioso di dichiarato indirizzo cattolico, ma non privo di equilibrio, Romano Amerio, ammette senz'altro il periodo di giovanile incredulità del Campanella il quale negava i misteri della trinità, della incarnazione, della "presenza reale" nell'eucaristia, della responsabilità di tutti gli uomini nel peccato originale (giacchè non si dà peccato se non come consapevolezza del peccare), respingeva come stolida la credenza nella "immacolata concezione", toglieva ogni valore alla convinzione di una vita futura sostenendo il principio di una morale autonoma, per cui la virtù non deve essere seguita in vista della remunerazione oltremondana e il vizio non deve essere fuggito per paura dei castighi infernali o purgatoriali.

Lo stesso Campanella, come dicevo, riconosce le sue passate "empietà" in vari luoghi dei suoi scritti e il "ravvedimento" costituisce il tema principale della "Canzone a Berillo di pentimento", composta dopo quattordici anni della sua prigionia in Napoli: il madrigale quarto della canzone inizia con questi versi significativi, in cui vi è un'allusione alla manifestazione più cospicua della sua attività di ribelle, cioè la congiura ordita contro il governo spagnolo:


Io mi credevo Dio tener in mano
Non seguitando Dio,
Ma l'argute ragion del senno mio,
Che a me ed a' tanti ministrar la morte


E nel madrigale undicesimo fa esplicito riferimento alle sue blasfemie nei riguardi della Vergine.


Merti non ho per quelle gran peccata
Che contra te ho commesso,
Madre di Cristo, e voi che state appresso...


LA CONGIURA E IL SUO FALLIMENTO: LA CONDANNA AL CARCERE PERPETUO

Tornato dunque nella nativa Stilo nel 1598, il Campanella fu ospite di un piccolo convento dove mostrava di condurre vita ritiratissima nello studio e nella preghiera..., in realtà tesseva con un gruppo di compagni le fila della congiura che doveva costituire l'evento cruciale della sua vita.

"La congiura - scrive Benedetto Croce - non era poi cosa tutta da giuoco. Vi partecipavano frati, cavalieri, banditi, i Turchi: il Campanella aveva al fianco uomini di parola e d'intrighi come fra' Dionisio Ponzio..., uomini d'azione come Maurizio de Rinaldi, il capo " secolate " della congiura. Al tempo stabilito sarebbero entrati di notte in Catanzaro tre a quattrocento armati, che avrebbero dato principia all'insurrezione..., in caso di primo insuccesso, si sarebbero ritirati sui monti, non facilmente dominabili dalle soldatesche; il movimento era concordato col contemporaneo arrivo dei Turchi, guidati dal bassà Cicala (trenta galere turche, non sapendo del fallito tentativo, si presentarono, infatti, il 13 settembre alla marina di Stilo)..., il denaro necessario si sarebbe travata. Il vicerè di Napoli sapeva ciò che diceva, quando scriveva a Madrid essere stata misericordia divina l'averla scoperta in tempo".

Imprudenze, defezioni e delazioni facilitarono la messa in luce di ciò che si andava preparando e, sia da parte viceregale sia da parte ecclesiastica, la repressione si abbattè rapida sulle fila disfatte dei congiurati.
I processi iniziati in Calabria sfociarono ben presto in un processo generale a Napoli sotto la congiunta imputazione di tentata ribellione e di eresia..., a confessione ottenuta, mediante largo impiego della tortura, parecchi furono condannati a morte e prima fra tutti Maurizio de Rinaldi, giustiziato il 4 febbraio 1600.

Sorte diversa toccò a Campanella grazie all'abile espediente di fingersi pazzo e grazie alla tenacia con cui persistette nella simulazione nonostante i tormenti inflittigli.
La presunta follia e il dissidio tra autorità secolare spagnola e autorità inquisitoriale (fra le quali sorse un conflitto di competenza circa il giudizio), fecero si che il processo venisse tirato per le lunghe fina al 1602, concludendosi infine non can la condanna alla pena capitale, ma con quella al carcere perpetuo da scontarsi nei castelli di Napoli.
Un altro tra i principali collaboratori di Campanella, il frate Dionisio Ponzio, imprigionato con lui, riuscirà dopo alcuni anni a fuggire e a rifugiarsi nelle terre ottomane, dove si convertì alla religione mussulmana.

Intorno alla fallita cospirazione, alla sua origine, ai suoi moventi e alla parte che vi ebbe, la predicazione delle idee campanelliane, molto si è scritto e discusso da parte degli storici.
Certamente essa va posta in relazione con quel clima di esaltazione e di grandi attese, con quella temperie e psicosi da millennio che era diffusa alla fine del secolo in non pochi ambienti, da Roma, a Napoli, e che ovviamente infervorava una personalità al tempo stesso meditativa e volta all'azione, profonda e ingenua, come quella di Campanella.

La scoperta del Nuova Mondo, a cui egli spesso si riferisce, progressi scientifici e ritrovati della tecnica (la calamita, la stampa, le armi da fuoco), pestilenze e terremoti, "congiunzioni magne" a cui l'astrologia attribuiva fantastici significati per i destini umani, venivano tutti interpretati da questo spirito avido di novità come indizi di una svolta radicale e di una imminente palingenesi in cui si operasse il ritorno alla perduta età dell'oro.

Ma questo confuso e inebriante clima da millennio si congiungeva alla condizione di acuto disagio sociale e di endemica povertà della terra di Calabria: condizione che era propizia alle patetiche aspettazioni, agli entusiasmi profetici, ai vaticini dei visionari fin dai tempi di Gioacchino da Fiore, e che era favorevole altresì ai moti spontanei di rivolta e al brigantaggio cui si davano i disperati.
Cronache che abbracciano quasi l'intero arco del Cinquecento ci danno notizia di non infrequenti tumulti che scoppiavano contro conti e baroni particolarmente esosi e oppressivi.
Una di tali cronache ad esempio racconta...

"1512. De lo mese di giuglio 1512 se revoltai una terra in Calabria nominata Martorano, et se revoltai contra lo Conte suo signore de casa de Jennaro, per causa che detto Conte era multo tiranno et malo signore".

E ancora nella stesso anno...

"De lo mese di dicembre 1512 se revoltai una terra di Calabria nominata Santa Severina contro lo signore Andrea Carrafa suo patrone, per causa che detto signore era multo tiranno".

Nel 1563 un fuoruscita soprannominato Re Marcone aveva raccolta sotto il suo comando un migliaio e mezzo di uomini e si era sostituito alle autorità spagnole amministrando la giustizia, applicando tasse, distribuendo regolarmente il soldo alla sua truppa.

Motivi di scontento e fermento non mancavano dunque in queste terre ed è in tale cornice che vanno visti il tentativo che ebbe per animatore Campanella e i consensi e le speranze che esso potè suscitare.
Tentativo rivolto si contro il dominio straniero della Spagna, ma a cui erano completamente estranei finalità e intenti di carattere nazionale. Lo Stilese era nemico della tirannide e propugnatore di un ordine umano di armonia e di giustizia, ma farne una specie di precursore del patriottismo risorgimentale - come pure qualcuno tentò - sarebbe cadere in un equivoca addirittura grottesco.

Intorno ai fini della cospirazione, una fonte documentaria della massima importanza, studiata e portata alla luce nel secolo scorsa da Luigi Amabile, è costituita dalle deposizioni rese dai congiurati al processo.
Dalle deposizioni traspare chiaramente che scopo del moto era quello di attuare una comunità di cui fra' Tommaso avrebbe dovuto essere il capo e che avrebbe dovuto reggersi secondo criteri in larga parte affini a quelli che saranno poi distesamente esposti nello scritto "La Città del Sole" composto da Campanella in carcere nel 1602.
Infatti le due affermazioni che ricorrono più spesso sulle bocche degli imputati sono: vita e beni in comune, attività generativa riservata ai più adatti, che sono i due principi fondamentali che presiedono alla comunità dei Solari, nonchè minuti particolari circa le fogge del vestire che avrebbero dovuto aver corso nella costituenda repubblica, e di cui in effetti si ragiona nello scritto di Campanella.

Il nesso tra le idee esposte dai partecipanti alla congiura e il contenuto della "Città del Sole" è innegabile.
Secondo Luigi Firpo, Campanella avrebbe inteso rivendicare, contro le storture e i fraintendimenti dei suoi rozzi ascoltatori e compagni di congiura, la natura autentica del piano da lui vagheggiato e che altri aveva deformato e invilito senza comprenderne la purezza e la dignità.
Secondo Norberto Bobbio, invece, la concertata insurrezione non sarebbe stata un tentativo di realizzare la "città del Sole", ma piuttosto la "Città del Sole" un tentativo di idealizzare a posteriori la congiura, "un tentativo concepito nell'isolamento del carcere come atto di reminiscenza e insieme di giustificazione".

L'interpretazione che a me sembra più plausibile è che Campanella abbia meglio definito e fissato sulla carta idee che già erano da lui propugnate e a cui in qualche modo partecipavano - secondo il loro livello di cultura - i cospiratori stessi. Tra l'opera di propaganda svolta al tempo della preparazione della congiura e la stesura, compiuta durante gli indugi del processo, dello scritto utopistico, non vedo una soluzione di continuità. Il testo chiarisce e completa e dà forma letteraria a quello che era già stato detto o promesso nei conciliaboli tra i congiurati e che quest'ultimi avevano a modo loro capito e appreso, come dimostrano del resto le deposizioni.


COMUNISMO E RELIGIONE DI NATURA NELL'ISOLA DI TOPRABONA


Secondo un modulo consueto, la "Città del Sole" è scritta in forma di dialogo, che si svolge tra un nostromo genovese che ha appena compiuto la circumnavigazione del globo e un Ospitalario (membro dell'ordine degli ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, poi Ordine di Malta il quale interpella il navigatore circa gli ordinamenti che questi ha trovato vigenti nella favolosa isola di Taprobana (odierna Sry Lanka) dove ha sede una città eretta su un alto colle e cinta da sette cerchie di mura.
Nella "Città del Sole", del 1602, Campanella disegna un'immaginaria società dove potere politico e religioso sono nelle mani di un solo capo, dove non esistono famiglia, proprietà privata e uso della moneta..., dove i beni sono comuni e comune è il lavoro, l'istruzione, la regolamentazione dei matrimoni.

E qui vi rimando alla mia opinione sulla LA CITTA' DEL SOLE - Tommaso Campanella

I primi anni della prigionia, che avrebbe dovuto essere perpetua e irremissibile, furono durissimi. Rinchiuso nell'orrida fossa di Castel Sant'Elmo, Campanella trovò tuttavia la forza per resistere e sopravvivere anche spiritualmente; le sue qualità di lottatore si esaltarono anzi, sfidate e stimolate dalla durezza e crudeltà delle circostanze. Nel fondo della sua cella scrive opere che gli vengono sottratte e che egli, con accanimento instancabile, ricompone..., indirizza appelli, consigli, memoriali a papi, sovrani, cardinali.


IL PROGETTO DI UNA MONARCHIA ECUMENICA

Soltanto in un secondo tempo la detenzione si fa un po' più blanda in Castel dell'Ovo e in Castel Nuovo, dove al prigioniero è concesso di ricevere visitatori (nel 1613 si recano da lui due tedeschi suoi ammiratori, Tobia Adami e Rodolfo von Bünau, al primo dei quali Campanella affida alcune sue opere che verranno infatti pubblicate in Germania), mentre intrattiene rapporti epistolari con vari dotti in Italia e all'estero: dal tedesco Gaspare Scioppio al francese Pirrre Gassendi, allo stesso Galilei.

Intanto il suo pensiero si è volto verso nuove vie e ha subito una rilevante trasformazione. Lui, l'apostolo della religione naturale senza verità rivelata, diviene sostenitore di una religione positiva fortemente istituzionalizzata come il cattolicesimo..., l'incredulo di ieri accetta il magistero ecclesiastico e deplora - come già si è visto - i suoi trascorsi ereticali..., lui, prigioniero della Spagna, esalta la monarchia spagnola affermando che essa deve farsi "braccio secolare" del pontefice per realizzare l'unificazione politico-religiosa dell'intero genere umano, nel segno di un cattolicesimo che sia - su questo tasto Campanella batterà sempre con vigore - moralmente emendato nei costumi dei suoi ministri ed esponenti e purgato dagli abusi.

A questo proposito - troppo semplice e semplicistica sarebbe la tesi - che pure fu sostenuta - della finzione integrale, allo scopo di ingraziarsi l'Inquisizione e gli Spagnoli e di ottenerne la remissione della condanna. Che per ragioni di evidente opportunità Campanella abbia gonfiato, per così dire, la sua professione di fedeltà alla gerarchia e caricato i toni dello elogio rivolto alla monarchia di Spagna, è pressoché certo. Così si spiegherebbero, ad esempio, certe reboanze di uno scritto come "Atheismus triumphatus" del 1605, e gli inni alla teocrazia papale (dopo aver teorizzato la ben diversa teocrazia "solare") contenuti nel "Monarchia Messiae" composto nello stesso anno.
Ma è indubbio che, a parte volute ostentazioni, ci troviamo di fronte ad un nuovo orientamento effettivamente maturato nell'animo dello Stilese, un orientamento nella sostanza non fittizio e comunque non esclusivamente dovuto a calcoli strettamente personali.
A che cosa può attribuirsi il mutamento?

Dopo il fallimento della congiura e nei lunghi anni di carcere, l'aspirazione alla palingenesi politico-sociale-religiosa permane nel Campanella e anzi si fa ancora più viva. Ma altri sono gli strumenti e le forme mediante cui egli si sforza (e si illude) di attuare il suo disegno. Resosi conto dell'impossibilità di avviarlo a realizzazione con un audace colpo di mano diretto contro possenti autorità, egli progetta, sconfitto ma non frustrato, di valersi proprio di queste autorità secolari e spirituali, di attirarle al suo programma con la forza della persuasione facendo leva soprattutto sulla natura universalistica del papato.

Tra la repubblica egalitaria, che avrebbe dovuto nascere da una insurrezione, e la monarchia ecumenica sotto l'egida del pontefice romano la distanza è grande..., eppure un filo tenace lega il Campanella complottatore al Campanella che lancia appelli a Roma, a Madrid e più tardi a Parigi, quando la Spagna lo avrà deluso del tutto ed egli riporrà le sue speranze in un nuovo braccio secolare: quello della monarchia francese.
Questo filo è dato dall'ecumenismo, dalia convinzione che i mali del mondo possono essere vinti soltanto da un'organizzazione universalistica e unitaria del genere umano che elimini frazionamenti e discordie.

Campanella non ha mai rinunciato a questo suo ideale di rinnovamento radicale, anche se lo ha via via ripensato nelle forme della sua possibile attuazione e se ha modificato i programmi in rapporto alle circostanze, accettando transazioni e compromessi proprio perchè si sentiva non soltanto filosofo e profeta ma anche politico, e sapeva - nonostante il suo virulento anti-machiavellismo - che il politico deve essere realista.

L'atto di adesione dello Stilese alla dogmatica del cattolicesimo deve essere visto in connessione con la sua esigenza ecumenica. Ammesso che il papato sia la forza cosmopolitica o supernazionale che in alleanza con una grande monarchia secolare può garantire l'unificazione degli uomini in una sola comunità politica, bisognerà far atto di ossequio (sia pure con qualche intima riluttanza) al papa, alla curia, alla "Professio Fidei Tridentinae" che nel 1564 aveva coronato i deliberati del Concilio di Trento, l'assise fondamentale della Riforma cattolica e della Controriforma.

Certo è ben poco credibile che il già spregiudicato ed eretico Campanella potesse intimamente far propri tutti i dogmi che il Concilio aveva ribadito e irrigidito nella polemica contro i protestanti..., anche qui tuttavia, insieme alle forti oscillazioni e modifiche di orientamento, è possibile cogliere una linea di continuità.

Tommaso Campanella, assertore fin dall'inizio di una religione di natura, cioè di una "religio ìndita", innata in tutti gli uomini e fondamento di tutte le religioni storiche le quali sono acquisite e sopraggiunte (religio àddita ò pòsita), continua e continuerà sempre ad esserne l'assertore. Con la differenza che, nella seconda fase della sua vita, egli valorizza il cristianesimocattolicesimo come quella, tra le religioni storiche, che più si avvicina alla "religio ìndita" la quale costituisce la norma in base a cui misurare il valore delle varie religioni positive.

In altri termini, egli non approva il cattolicesimo sulla base della fede, della tradizione e della rivelazione, ma sulla base della religione di natura. La priorità di valore è di questa su quello, e non viceversa.
Ciò rende assai dubbia l'ortodossia di Campanella e induce a considerare col massimo sospetto l'interpretazione di coloro che hanno voluto e vogliono tuttora vedere nel pensatore calabrese il "filosofo della restaurazione cattolica", come da ultimo uno studioso cattolico oltranzista, il Di Napoli.

Limpidamente il problema è stato riassunto in questi termini...

"Egli [Campanella] è partigiano di una riforma morale del cattolicesimo che, lasciando immutati i dogmi e la struttura gerarchica della chiesa, la restituisca all'ordine e alla semplicità del periodo patristico e quindi alla sua capacità di proselitismo e di diffusione universale. Con ciò Campanella si inseriva nei piani grandiosi della chiesa della controriforma... Ma con tutto ciò si ingannerebbe chi ritenesse la posizione di Campanella caratterizzata da un conformismo ortodosso. Il piano profetico di Campanella veniva certamente a coincidere con il piano e con le esigenze della chiesa della controriforma..., ma il movente e la giustificazione di quel piano non erano e non potevano essere quelli della chiesa. Campanella accetta il cattolicesimo perchè lo identifica con la religione naturale..., accetta la rivelazione perchè senza le profezie e i miracoli la religione non possiede forza persuasiva e capacità diffusiva universale. L'ultimo fondamento dell'atteggiamento di Campanella è filosofico e naturalistico, non religioso ". (Io direi, in armonia del resto con l'interpretazione che l'autore dà della figura e dell'opera del Campanella, che il fondamento ultimo dell'atteggiamento del pensatore calabrese è filosofico-naturalistico e politico).

Nel 1626, dopo ventisette anni di detenzione ininterrotta, Campanella viene liberato per ordine del vicerè. Ma, nonostante il dichiarato ravvedimento, l'occhio dell'Inquisizione è sempre minacciosamente puntato su di lui e appena un mese dopo un nuovo carcere lo accoglie: quello del Sant'Uffizio a Roma, dove peraltro viene trattato con riguardò grazie soprattutto all'atteggiamento benevolo che ha verso di lui il papa Urbano VIII.

Quest'ultima fase della prigionia non è dura, nè si protrae a lungo concludendosi con un periodo di libertà vigilata cui segue finalmente la libertà totale. La lunga persecuzione non è però ancora finita.
La permanenza in Roma di Campanella suscita forti contrasti: una buona parte dei dignitari della Curia gli è irriducibilmente ostile, la Spagna guarda di nuovo a lui come ad un nemico e, dacché egli si è convertito alla tesi del primato della monarchia francese, gli attribuisce la responsabilità della francofilia del pontefice Barberini..., d'altra parte Campanella non assume un atteggiamento docile, al contrario difende apertamente Galilei contro cui proprio in questi anni si prepara il processo (pur non condividendo il suo copernicanismo), e insiste per la pubblicazione di tutte le sue opere, anche di quelle condannate dalla chiesa.

La crisi decisiva si ha quando, in seguito alla scoperta di un complotto antispagnolo in Napoli, il governo di Spagna chiede al papa l'estradizione per riavere nelle mani Campanella. Il papa tergiversa e non impedisce la fuga di fra' Tommaso che, con l'aiuto dell'ambasciatore francese, lascia per sempre Roma e l'Italia diretto in Francia, dove Luigi XIII lo accoglie con favore e lo provvede di una pensione.

È l'anno 1634. Il pensatore calabrese potrà vivere in operosa tranquillità a Parigi per altri cinque anni, combattendo la sua ultima battaglia: quella per la pubblicazione integrale delle sue opere, in lotta contro il divieto posto dalla Curia romana.
Campanella riesce ad ottenere la autorizzazione della Sorbona e può attuare in buona parte il suo proposito, la cui completa esecuzione è impedita dalla morte che lo coglie nel convento di Rue Saint-Honoré, in Parigi, il 22 maggio 1639.


LA "COSCIENZA DI SÉ" E IL NATURALISMO MAGICO

Un anno prima aveva visto la luce la "Metaphysica" che è il suo scritto più sistematico argomento speculativo, nel quale l'autore sviluppa gli spunti notevoli di carattere gnoseologico e metafisico che erano già presenti nel "Del senso delle cose e della magia" composto nel 1604, poi tradotto in latino e in questa versione pubblicato a Francoforte nel 1620 da amici di Campanella.

Nella prima parte della "Metaphysica", che uscì un anno dopo il "Discorso sul metodo" di Descartes pur essendo stata compiuta molti anni prima, il filosofo rinnova la considerazione che già Agostino aveva fatto nel "Contra Academicos" e nel "De Civitate Dei" nell'intento di confutare lo scetticismo: di me come essere cosciente ho una certezza immediata e incontrovertibile; se mi inganno, sono.
C'è dunque un sapere originario di cui nessuno può dubitare (in realtà di questa certezza soggettiva lo scettico antico non dubitava), e tale sapere è un sapersi, un sentirsi.
Campanella denomina variamente questa conoscenza di sè: "sensus sui, sensus ìnditus" (intrinseco), "sensus abditus" (interno, nascosto), "notitia sui ipsius" innata..., ora, questa nozione originaria di sè è condizione imprescindibile di ogni altra conoscenza e di ogni apprendimento dallo esterno. Il sensus sui rende possibile il sesasus additus o illatus (aggiunto, acquisito).

"Lo spirito percipiente - dice Campanella - non sente il calore, ma in primo luogo se stesso: sente il calore attraverso se stesso, in quanto è modificato dal calore".

Le cose esterne producono nell'anima modificazioni che rimarrebbero estranee all'anima e non conosciute da essa, se questa non le riferisse a se stessa, il che richiede appunto l'avvertimento di sè, il sentire se stesso nell'atto di sentire ciò che è altro da noi.

Tale consapevolezza si realizza in tre modi o forme: si è coscienti di essere e quindi di poter essere, di sapere e infine di volere (o amare), ossia si desidera conservare se stessi. "Esse" (posse), "scire" e "velle" sono i tre principi di evidenza intuitiva in cui il "sensu" sui si articola.

Campanella ha il merito di avere posto in risalto il tema dell'autocoscienza, occorre, però, aggiungere che egli non considera la coscienza di sè quale prerogativa dell'uomo (come affermava invece negli stessi anni Descartes a proposito del pensiero)..., obbedendo al suo orientamento magico-metafisico, il filosofo calabrese estende e attribuisce la coscienza di sè a tutti gli esseri naturali, dal più elevato all'infimo.
La sensibilità è, secondo lui, diffusa ovunque e con essa la coscienza di sentire. Di conseguenza, i tre principi sopra indicati non riguardano soltanto l'uomo, non hanno portata antropologica, ma valore ontologico..., investono cioè l'essere nella sua totalità.
Sono Potenza, Sapienza, Amore, le tre primalità o principi costitutivi dell'essere, a cui fanno riscontro le tre primalità negative o del non essere (impotenza, ignoranza, odio).
Soltanto in Dio - di cui Campanella a differenza di Bruno riafferma la trascendenza rispetto al mondo - le tre primalità raggiungono il loro culmine e la loro piena realizzazione, mentre le cose finite partecipano in modo duplice delle primalità positive e delle primalità ad esse opposte, derivando appunto da ciò la loro parzialità e la loro finitudine.

In Campanella, dunque, il motivo dell'autocoscienza serve per edificare una metafisica della universale animazione delle cose mentre in Sant'Agostino era servita a fondare una metafisica spiritualistica e teocentrica.
Quanto a Descartes, egli aveva ragione di respingere ogni nesso effettivo tra il "sensus sui" campanelliano e il suo "cogito-sum": diverso infatti è il significato dei due principi e del tutto differente lo sviluppo che essi hanno nei due rispettivi contesti di pensiero.


VEDI ANCHE ...

LA CITTA' DEL SOLE - Tommaso Campanella

PENSIERO POLITICO DEL XIX SECOLO – LIBERALISMO e SOCIALISMO

MATERIALISMO STORICO

IL CAPITALE - THEORIEN UBEN DEN MEHRWERT - Karl Marx

UTOPIA di Thomas More

IL CONTRATTO SOCIALE - Jean Jacques Rousseau - On The Social Contract

EMILIO - ÉMILE - Jean Jacques Rousseau

TRATTATO SUL GOVERNO - John Locke

SAGGIO SULL'INTELLETTO UMANO - John Locke

Storia del pensiero filosofico e scientifico - Ludovico Geymonat


lunedì 26 ottobre 2009

LINGUAGGIO DEI GESTI

Quel che si può dire senza parole


Una delle saghe composte dai leggendari poeti scandinavi (gli scaldi) contiene la relazione di una dotta disputa tra un saggio teologo e un vikingo guercio di grande forza fisica.
Il saggio mostrò un dito.
Il vikingo ne mostrò due.
Il saggio alzò tre dita e il vikingo rispose agitando il pugno.
Il saggio prese allora una ciliegia, la mangiò e sputò il nocciolo.
Il vikingo prese e inghiottì dell'uva spina...
La discussione a gesti andò per le lunghe finché il saggio non si dichiarò sconfitto.

Venne chiesta al saggio una spiegazione della disputa silenziosa, ed egli rispose (questa volta non a gesti ma a parole)...
« Il mio rivale è un vero pozzo di scienza!
Gli ho mostrato un dito per dire che Dio è uno, ma, alzando due dita, egli mi ha giudiziosamente ricordato che oltre a Dio padre vi è anche Dio figlio.
Tentando allora di tendere un tranello al mio avversario gli ho mostrato tre dita come per dirgli: "Non sono forse tre: Dio figlio, Dio padre e lo Spirito Santo?".
Ma molto accortamente egli ha evitato il tranello mostrandomi il pugno: Dio è unico nell'inaccessibile Trinità.
« Gli ho allora mostrato una ciliegia, per dire che la vita è dolce come questo frutto, ed egli mi ha di nuovo confuso mangiando dell'uva spina, cosa che voleva dire: no, la vita vale più di un frutto dolce, essa è leggermente amara, cosa che la rende ancor più preziosa! In verità quest'uomo è ben più saggio di tutti i teologi del mondo »... concluse il saggio con un'aria abbattuta.


DUE INTERPRETAZIONI DI SEGNI IDENTICI

« E' proprio così che va interpretata la vostra disputa »?... venne chiesto allora al vikingo.
« Non ho avuto la minima intenzione di parlargli di Dio - rispose il più saggio dei teologi -, semplicemente, questo insolente mi ha mostrato un dito insinuando che dal momento che ero guercio mi mostravo ben presuntuoso a cercare di discutere con lui.
Ho alzato due dita per fargli sapere che il mio solo occhio valeva più dei due suoi. Egli mi ha allora mostrato tre dita come per dirmi: "Bando agli scherzi! Abbiamo tre occhi in due".
Cosa mi restava da fare?
Ho agitato il pugno per ricordargli che non è con le parole, ma con ben concreti sistemi di persuasione che si correggono gli insolenti come lui.
Egli mi ha risposto: "Bene! ti mangerò come questa ciliegia e sputerò le ossa"! Allora ho ingoiato dell'uva spina per fargli comprendere che lo avrei mangiato tutto intero senza nemmeno lasciarne le ossa ».

Coma si vede, non è poi molto facile spiegarsi con i gesti. Mentre uno degli interlocutori credeva di condurre una discussione teologica, l'altro lo provocava, e tuttavia tutti e due si servivano degli stessi gesti.
Perché questo malinteso? Solo perché i protagonisti della discussione utilizzavano segni assolutamente identici dando loro un significato diverso, e questo può avvenire anche in qualsiasi linguaggio parlato. Così la parola russa 'pol' che, a seconda dei casi, significa 'pavimento', 'sesso' o 'metà' si pronuncia come il nome proprio inglese Paul. La parola tedesca ' ja' (sì) si pronuncia come la stessa parola russa 'ja' (io). Mentre presso alcuni popoli un segno della testa dell'alto in basso indica assentimento o affermazione, presso altri equivale ad un diniego. Quel che importa, quindi, non è il segno in sé, o, per esser più precisi, non è la sua manifestazione esteriore, bensì il sistema di segni al quale appartiene.
I nostri gesti sono semplici: un segno della testa dell'alto in basso vuol dire sì, un segno della testa da destra a sinistra vuol dire no, eccetera. Oltre a questi 'gesti-parole' elementari, gli indiani d'America si servivano di 'parole' più complicate, utilizzando, per esempio, gesti che significavano 'albero' e 'foglia'. Facendo il gesto 'albero' seguito dal gesto 'foglia', poi mostrando la caduta della 'foglia' dall'albero', l'indiano esprimeva (e il suo interlocutore lo comprendeva) la parola complessa 'autunno'. Combinando così 'parole-gesti', gli indiani potevano parlare di qualsiasi cosa: dell'apertura di ostilità, della conclusione di una pace, o anche tradurre in questo linguaggio di gesti miti e leggende complicati.
Altrettanto complesso è il linguaggio di gesti elaborato dagli aborigeni dell'Australia che se ne servono nelle situazioni più diverse: quando è loro necessario dialogare a una distanza che supera la portata della voce, in occasione di un incontro tra membri di tribù differenti che conoscono solo il proprio idioma, e, infine, quando è d'obbligo mantenere il silenzio (per esempio presso gli australiani il divieto di parlare colpisce la donna che ha perso il marito, o gli adolescenti nel periodo di iniziazione alla vita adulta). Il "linguaggio dei gesti" della tribù australiana degli aranti comprende quasi 500 'segni-gesti' differenti, che pessono designare sia cose che azioni, proprietà di oggetti, concetti sociali o anche corrispondere a domande, o addirittura a frasi intere. Tuttavia nella maggior parte dei casi, presso gli aranti come presso gli indiani, le frasi risultano dalla combinazione di 'gesti-parole' più semplici (così, per dire: « mio fratello è già morto », ci si serve di tre segnali: «fratello», «già», «morto»).


SISTEMI DI GESTI COMUNI A PIÙ POPOLI

Venendo eseguiti unicamente con le dita, certi 'gesti-parole' degli aborigeni australiani sono visibili solo da vicino. In una conversazione "a distanza" i gesti vengono eseguiti con il braccio, la testa o anche il busto.
Su più di un punto, i sistemi di gesti dei diversi popoli europei coincidono.
Per l'inglese, come per il russo, il francese, il tedesco un'alzata di spalle vuol dire: « Non so ». Ma vi sono anche delle differenze. Come insegna una madre russa a suo figlio a prender congedo da una persona? « Michele (o Piero o Angelo) - dice - saluta il signore! ». Il bimbo pone la sua manina con il palmo in basso e piegando le dita le agita in senso verticale. Ma un brasiliano vedendo questo gesto comprenderebbe che lo si chiama. Presso i russi, per chiamare qualcuno si piegano le dita della mano verso di sé girando il palmo verso l'alto. Come ci si congeda presso gli altri popoli? In molti paesi occidentali, si alza la mano con il palmo in avanti e la si agita da una parte all'altra.
Un russo per dire 'famoso' alza il pollice in alto. Un francese unisce lo indice e il pollice, accosta le due dita alle labbra ed emette un suono come di bacio. Quanto a un brasiliano, per dire la stessa cosa, si pizzica l'orecchio.
Attualmente, nei popoli europei i gesti delle mani e la mimica del viso sono destinati più a completare la parola che a sostituirla. I gesti esprimono í nostri sentimenti, sottolineano il senso delle parole, conferiscono alla parola nuove sfumature di significato e, in certi casi, fanno dire alle parole il contrario del loro significato (con una mimica ironica o con una strizzata di occhio), al punto che, in certi casi, è meglio fidarsi dell'intonazione della voce e della mimica del volto che delle parole.


IL SIGNIFICATO COMPLESSO DELLA MIMICA DEL VOLTO E DELLE MANI

Ecco quanto ha scritto l'eminente linguista francese Jules Marouzeau a proposito della mimica del volto (presso i francesi, evidentemente)...
« Secondo la posizione delle labbra, una strizzata d'occhio equivale a un'intesa segreta, a scarsa fiducia, o a malizia.
Gli occhi spalancati indicano sia curiosità che sorpresa.
Una smorfia significa che non si è contenti.
Un sorriso può esprimere tenerezza, dubbio o scherno.
Pieghe verticali sulla fronte indicano che si è pensierosi o sbalorditi, mentre pieghe orizzontali corrispondono a un momento di collera o a una minaccia ».
Quanto ai gesti della mano Marouzeau ne parla così...
« La mano tesa con la palma in alto significa un pieno accordo.
Se il palmo è volto in avanti è un rifiuto.
Le mani giunte esprimono una preghiera...
L'indice puntato in alta equivale a un avvertimento, diretto in avanti previene di un pericolo, applicato sulla fronte indica che si sta riflettendo, pressato sulle labbra invita al silenzio.
Le mani sulle anche, è una sfida; le braccia incrocIate, un gesto di bravata ».

Grosso modo questi gesti corrIspondono a quelli di altri popoli europei, con qualche differenza, tuttavia, dato che alcuni gesti appaiono piuttosto appartenere ad una mimica teatrale spinta. E questo fatto non è sorprendente. Le parole rendono solo in modo imperfetto i gesti. Così, Marouzeau si è dovuto contentare di citare i più semplici alla portata di un mimo anche poco abile. Il lettore dal canto suo non mancherà di accorgersi quanto sia difficile descrivere dei gesti.
Se si disponesse di un procedimento chiaro e preciso per trascrivere i gesti (una specie di 'metalinguaggio', del tipo delle formule chimiche o delle abbreviazioni utilizzate per descrivere una partita di scacchi) si potrebbe creare un importante e interessante lessico dei gesti di ciascun popolo. Sfortunatamente, almeno per il momento si tratta di un pio voto, dato che il 'metalinguaggio' mimico non è stato ancora inventato.


RACCOMANDAZIONI DI CICERONE E QUINTILIANO AGLI ORATORI

Oltre duemila anni fa Cicerone raccomandava agli oratori...

« Tutti i moti dell'anima devono essere accompagnati da gesti idonei a chiarire gli atti e í pensieri: gesti della mano, delle dita, del braccio teso in avanti o del piede che batte per terra, e soprattutto mimica degli occhi; i gesti costituiscono un "linguaggio corporale" che può essere compreso anche dai selvaggi e dai 'barbari' ».

Quanto al retore latino Quintiliano egli compose anche una specie di lessico dei gesti.

Duemila anni sono passati da allora, ma debbo riconoscere a mia vergogna che in questo campo non ne so (non ne sappiamo) affatto più degli antichi romani proprio a causa della mancanza di un 'metalinguaggio' mimico, comodo e preciso. Speriamo che i semeiologi (in collaborazione con i linguisti, i fisiologi, gli attori e gli psicologi) non tardino ad elaborare un sistema comodo di trascrizione dei gesti.
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venerdì 4 settembre 2009

GALILEO GALILEI




Quando Galileo Galilei nacque, il 15 feb­braio 1564 a Pisa, la società italiana del tempo, divisa nelle diverse strutture principesche, in­dipendenti l’una dall'altra e fra di loro in rela­zioni di diffidente vigilanza, aveva già manife­stato i segni di quella complessa crisi che, all’inizio del secolo XVI, dopo la scoperta di nuo­ve terre e di nuove vie di comunicazione, ave­va investito non solo l'Italia ma tutta l'Europa, spostando decisamente i termini della vita ci­vile, ponendo nuove prospettive e, per mezzo di nuove forme di attività economica, nuove possibilità di ricchezza e di dominio.


II tempo di Galileo

Questo complesso fenomeno storico, accen­tuando nella vita sociale la portata e l'incidenza del potere politico, aveva posto con urgenza il problema di una radicale trasformazione dei rapporti tra società politica e società civile nei singoli Paesi e richiedeva la rapida attuazione di quel movimento inteso a creare, attorno alla dinastia regnante, il centro di ogni potere e di ogni attività. Tuttavia all'Italia mancò la possi­bilità di cogliere, di quella crisi, gli aspetti po­sitivi e produttivi: la vita economica subisce un grave rallentamento, con la scoperta di nuo­ve vie commerciali con l'Oriente, il pesante con­trollo del potere religioso sulla vita intellettua­le mortifica e sgomenta le menti più aperte e “l’idea dello Stato, come autonoma struttura politica, benchè formulata dal Machiavelli, non esce dall'astratto principio dell'autorità quale centro attivo dello Stato stesso, espresso, secon­do l'esperienza signorile, nel concetto del Prin­cipe” (A. BANFI, Galileo Galilei, Milano 1961, pagina 20).
Anche la Toscana, unificata politicamente sot­to il potere dei Medici (che con la non lontana investitura pontificia della dignità granducale, convalidata poi dall'Imperatore, avevano potu­to veder riconosciuta la loro aspirazione al do­minio su tutta la regione), poteva sperare, per la propria floridezza economica e intellettuale, nello stimolo e nell'iniziativa del suo signore. Però, dopo la spinta innovatrice impressa da Cosimo I, l'inettitudine di Francesco I aveva danneggiato fortemente la fiorente città di Pisa, orgogliosa del suo Studio e della sua funzio­ne di punta avanzata dello Stato mediceo nella mercatura e nella vita finanziaria, per i molti mercanti, fra i quali il padre di Galileo, per i banchieri per le ricche botteghe di setaioli: sot­to il principato di Francesco I nacque appunto il nostro scienziato, la cui famiglia nel 1574 fu costretta a lasciare, in notevole disagio econo­mico, la città di Pisa per Firenze.
Tuttavia, nonostante il rallentato ritmo della vita civile, nonostante la riduzione di ogni atti­vità all'unico centro capace di propulsione e di iniziative, la corte principesca, non bisogna di­menticare che la tradizione rinascimentale, an­cora presente, costituiva, sia pure in modo idea­le, un modello di attività intellettuale che gli stessi signori non potevano mettere del tutto da parte: si deve anzi riconoscere che in molti. set­tori della vita cittadina la concezione rinasci­mentale dell'uomo era attiva e sentita, dai traf­fici marittimi alle operazioni bancarie, dalla in­dustria mineraria all'ingegneria idraulica, dall’architettura militare alla balistica e all'ottica. Essa anzi operava al di là del suo campo di ori­gine, il mondo delle lettere e delle arti, ma an­che in quello della tecnica e dell'impresa econo­mica. L'apprezzamento delle attività artigianali e della pratica dei mestieri si era anzi venuto modificando, dal Medioevo al Rinascimento, in relazione alle mutate esigenze della classe signo­rile, che intese appunto circondarsi di una cul­tura e di una scienza che fossero immediata­mente produttive di potere e di prestigio: nelle condizioni politiche del tempo, per la mancanza di libertà e a causa della generale ignoranza del­le masse popolari, all'intellettuale del tempo non restava, dopo la rovinosa caduta delle illusioni politiche del sec. XV, che svolgere questa fun­zione ornamentale e strumentale, al servizio dei detentori del potere politico!
Di tale situazione contraddittoria e al tempo stesso involutiva della vita civile italiana nel sec. XVI è buona testimonianza la famiglia di Galileo Galilei, che traeva origini da un mem­bro del governo fiorentino al tempo della cacciata del Duca d'Atene, nel 1343; più tardi, ver­so la metà del sec. XV, un “magister Galilaeus de Galilaeis” - in onore del quale il nostro scienziato ripetè il nome - fu Gonfaloniere di Giustizia e medico illustre. Il padre di Galileo, Vincenzo, si era dedicato alla musica e le sue opere di teoria musicale (quali “Il Fronimo” e il “Dialogo sulla musica antica e moderna”) ebbero ampia diffusione e rinomanza; ma le difficili con­dizioni di quella media borghesia di discenden­za comunale, a cui apparteneva la sua famiglia, lo costrinsero a dedicarsi al commercio, stabi­lendosi perciò a Pisa, dove nacque appunto il primogenito Galileo; ma della antica tradizione di fierezza comunale, di dignità intellettuale e di libertà della sua stirpe egli conservò sempre viva coscienza, e a questi ideali venne appunto educandosi il giovane Galileo.


Giovinezza di Galileo

Questi studiò da giovinetto, in qualità di no­vizio, nel convento di Vallombrosa, e qui appre­se i primi elementi di logica e le altre parti del­la cultura scolastica, della cui conoscenza sono testimonianza le sue opere polemiche verso la tradizione culturale peripatetica. Ritornato a Firenze verso i quindici anni si dedicò a studi umanistico-letterari, alla musica e al disegno, dalle quali attività il suo spirito ricevette al tem­po stesso profonda sensibilità letteraria ed uma­na e disciplina di metodo.
Nel 1581 venne iscritto, senza che avesse di­mostrato una particolare inclinazione, ai corsi di medicina dello Studio pisano: il padre, che ave­va così deciso, sperava di rinnovare nel figlio il prestigio dell'antico parente. Tuttavia, durante un periodo di vacanze, nel 1583, il giovane Galileo aveva conosciuto un amico del padre, Ostilio de' Ricci da Fermo, insegnante di matema­tica della scuola dei paggi granducali e più tardi lettore di matematica nello studio fiorentino; fu appunto messer Ostilio de' Ricci ad impar­tirgli, dapprima all'insaputa del padre e poi con il suo consenso, le prime lezioni di matematica, che subito entusiasmò il giovane, a tal punto che ben presto trascurò gli studi di medicina, sicchè nel 1585 abbandonò definitivamente gli studi universitari facendo ritorno a Firenze.
Ma la passione per la matematica aveva sve­lato al giovane Galileo un campo di ricerche e di attività mentale ben più ricco e ben più inte­ressante della medicina. L'insegnamento di (Ostilio de' Ricci, nonostante la sua breve durata, aveva lasciato una traccia indelebile nella men­te del nostro scienziato e se ne può ritrovare la presenza in quel particolare interesse di Galileo ad applicare la matematica, come strumento raf­finatissimo d'investigazione naturale, alla fisica e alle altre scienze. Era stato infatti il Ricci al­lievo del celebre algebrista Nicolò Tartaglia e da questi aveva appreso a considerare la mate­matica in funzione di indagini più concrete e di lavori pratici, come quelli di architettura e di ingegneria: una concezione quindi della ma­tematica del tutto strumentale, che Tartaglia ve­deva già attuata per la prima: volta nel pensiero di Archimede.
Euclide, Apollonio, Tolomeo, Pappo e, so­prattutto, Archimede furono le nuove letture di Galileo: le matematiche si presentavano a lui come il mezzo più sicuro per il progresso della mente umana nello studio della natura: uno strumento che, per le vicende stesse della cul­tura rinascimentale e post-rinascimentale, si pre­sentava completamente esente dalla soggezione, così pesantemente esercitata sugli altri campi del sapere, alla filosofia peripatetica che, nelle rinnovate condizioni di illibertà intellettuale e di sospetto verso le menti aperte, era tornata a costituire un potente strumento di dominio de­gli ingegni a vantaggio delle forze dominanti nella società e nella vita politica del tempo, fortemente diffidenti verso ogni cenno di novità e di progresso.
Lo studio della matematica si presentava dun­que congeniale al giovane Galileo, che già negli anni universitari aveva dimostrato un carattere indipendente, tanto che essendosi sempre di­chiarato nelle discussioni di filosofia naturale “sempre contrario alli più acerrimi difensori d'ogni detto aristotelico” s'era acquistato la fa­ma di essere uno “spirito della cantradizione”. Il fatto è che l'interesse per la realtà naturale - come anche per quella umana, così viva in una personalità tanto impetuosa e schietta - spin­geva il giovane Galileo a respingere ogni infra­mettenza, ogni schema filosofico che provocasse disordine e confusione, mortificando lo spirito di ricerca: fu questo un abito costante nella mentalità scientifica del nostro scienziato, una norma della sua etica scientifica che non abban­donerà mai.


Le prime opere

Nel 1586, dalla lettura di due trattati di Archimede (“De aequi ponderantibus” e “De his quae vehuntur in aqua”) Galileo fu indotto a ricercare il metodo preciso seguito dall'antico scienziato siracusano per determinare se veramente era stato compiuto, come si sospettava, un furto ai danni di Gerone, tiranno di quella città, da par­te di un orefice incaricato di costruire una co­rona d’oro. Galileo espose la sua ricostruzione del metodo archimedeo in una scrittura, “La Bilancetta”, che non fu stampata, ma circolò manoscritta fra i suoi amici: essa indicò, co­munque, in modo preciso la sua intenzione di studiare le matematiche in funzione di obiettivi di ricerca più concreti, nel campo delle indagini di fisica.


Disegno sull'applicazione del principio di gravità alle leve

Studio per le esperienze condotte sui piani inclinati


L'anno successivo, il 1587, compose i “Theo­relnata circa centrurn gravitatis solidorum”, che gli consentiranno di entrare in relazione con i più autorevoli studiosi del tempo, Guidobaldo Del Monte e il padre gesuita Cristoforo Clavio. Nel frattempo non disdegnava di cimentarsi in discussioni letterarie e tenne all'Accademia fio­rentina due lezioni “Circa la figura, sito e gran­dezza dell' Inferno di Dante”, che pur essen­do un'arida dimostrazione della validità del­la tesi sostenuta dal Manetti sulla disposizione dell'Inferno dantesco, prova il suo interesse per la cultura letteraria che troverà uno sviluppo, l'anno successivo, con le “Considerazioni sul Tas­so”, poeta da lui non apprezzato e, forse, non ap­pieno compreso, poichè troppo distante era il suo carattere forte, realistico e aperto dall'animo tormentato del poeta della “Gerusalemme liberata”: a differenza dell'Ariosto, di cui ammirò la sbri­gliata fantasia, la leggiadra vivacità delle immagini, il senso pieno della vita, come dimostrano le sue “Postille” all'Ariosto, composte via via con il più completo entusiasmo per il poeta ferrare­se. Converrà anzi notare a questo punto che per­sino nelle sue opere più rigorosamente scienti­fiche la sua prosa è logica, stringata, acuta e so­bria, ma non mai secca ed arida; anzi, quando l'argomento lo consente, essa si fa anche ricer­cata, assumendo un tono ampio, un movimento largo e vario, senza mai perdere in naturalezza ed efficacia: come nel metodo scientifico, così nel suo stile il gusto del particolare si avverte e si manifesta, pur senza smarrirsi nella sua con­templazione. Di qui appunto la differenza (no­nostante qualche concessione formale che si ri­trova soprattutto nelle lettere più legate alle abitudini del tempo) tra il suo linguaggio e la moda letteraria del Seicento.


Lo Studio pisano

Nel 1589, grazie alla stima che s'era conqui­stata fra i più insigni matematici del tempo e mercè l'appoggio di Guidobaldo Del Monte, Galileo Galilei potè ottenere un incarico trien­nale di lettore di matematica presso lo Studio pisano, dove ritornava, così, come insegnante, dopo essersene allontanato quattro anni prima senza aver conseguito alcun titolo. Furono anni senza dubbio proficui quelli trascorsi dal 1589 al 1592, sia per lo sviluppo delle sue conoscenze in fatto di meccanica, sia perchè si sottrasse alla soggezione delle teorie aristoteliche relative al concetto di movimento, in seguito alla lettura di un'opera di Giovanni Benedetti (“Diversarum speculationum mathematicarum et physicarum liber”), da cui fu spinto a considerare con favore la teoria, condivisa dal Benedetti e formulata fin dal sec. VI da Giovanni Filopono (e ripresa poi nel sec. XIV da Giovanni Buridano e dagli altri cosidetti “fisici parigini”), secondo cui la causa del movimento di un proietto è dovuta ad un ‘impetus’ impresso nei corpi insieme col movimento stesso.
Ma il temperamento irrequieto, che già ave­va avuto modo di manifestarsi durante gli anni degli studi universitari, e l'insofferenza verso la formale gravità dei costumi accademici da lui derisi in un mordace componimento, “Contro il portar la toga”, gli alienarono le simpatie del cor­po accademico pisano, che non mancò di mani­festargli la propria ostilità; s'aggiunga, poi, un contrasto avuto con un membro della famiglia dei Medici, don Giovanni, figlio naturale di Cosimo I, del quale aveva criticato un'invenzione tecnica da applicarsi agli impianti portuali di Livorno: tutti questi incidenti, uniti alla soprav­venuta morte del padre, che lo caricava dell'ob­bligo di assistere la madre e la numerosa famiglia (fra cui le sorelle da maritare), lo indussero a cercare altrove un incarico più remunerativo e, ancora una volta con l'appoggio di Guidobaldo Del Monte, potè essere chiamato nel settembre 1592 presso l'Università di Padova, con un in­carico quadriennale di matematica.


A Venezia e Padova

Nella generale decadenza della società italia­na nel sec. XVI, Venezia con il suo governo pa­trizio a carattere accentrato, con la sua rete mol­teplice di traffici e mercati, con la sua potente flotta, con le sue ben note ricchezze e con la maggiore libertà concessa agli intellettuali, Venezia si presentava a Galilei come una “maravi­gliosa città”. In effetti per tutto quel secolo fu la città più lussuosa e più ricca, nonostante la pressione dei Turchi, la perdita di Cipro e l'au­mento del costo della vita; le attività molteplici che sorgevano sul filone principale dell'econo­mia regionale, il traffico marittimo e la merca­tura, consentivano a chi avesse avuto volontà e ingegno, di affermarsi. Galilei trovò ben presto nel vivace e anche spregiudicato ambiente pado­vano e nella vicina capitale (dove amici insigni per intelletto, come fra' Paolo Sarpi, o per ran­go sociale, come il Contarini, il Cornaro, lo stes­so Sagredo, a lui tanto vicino, gli mostrarono su­bito simpatia e amicizia) le condizioni migliori per dispiegare la sua attività e il suo ingegno, per affinarne le capacità a contatto con un mon­do tanto più vivo e vario. Quando più tardi avrà fatto ritorno a Firenze, ormai già celebre scien­ziato, egli non mancherà di ricordare lo stimolo che la stessa società veneta provocava alle sue speculazioni scientifiche, come tanto solenne­mente dichiarerà all'inizio della sua prima gior­nata della sua grande opera scientifica, i “Discor­si intorno a due nuove scienze”:

"Largo campo di filosofare a gl'intelletti specolativi parmi che porga la frequente pratica del famoso arsenale di voi, Signori Veneziani, ed in particolare in quella parte che mecanica si domanda ".

Eppure in quegli anni la Repubblica veneta avvertiva con preoccupazione le conseguenze di avvenimenti storici che provocavano notevole turbamento alla sicurezza dei traffici commer­ciali con l'Oriente e minacciavano la prosperità dell'oligarchia dominante e, con essa, dell'intera economia veneta: la diminuzione della flotta, specialmente delle navi di stazza maggiore, la concorrenza della Repubblica di Ragusa, la pres­sione dell'espansione asburgico-spagnola, la continua guerriglia con i Turchi, con gli Uscocchi e con corsari di ogni nazionalità. Come reazione alla precarietà dei commerci marittimi, s'era ve­nuta manifestando la tendenza a convertire il capitale commerciale in ricchezza immobiliare e in investimenti agricoli, nella speculazione sui cambi e nell'esportazione di prodotti delle indu­strie locali negli altri Stati europei.
Il governo della Serenissima, diretta espres­sione degli interessi di quell'oligarchia, incorag­giava ogni lavoro, ogni invenzione e ogni trova­ta utile al consolidamento delle proprietà, al miglioramento dei mezzi di lavoro e di sfruttamento delle risorse, anche quando si trattava di ritrovati tecnici. Galileo ebbe modo di rendersi subito conto di questo interesse pratico del governo: le amicizie veneziane erano bene infor­mate della situazione economica dello Stato e anzi per mezzo di esse potè avere ben presto con­tatti diretti con gli ambienti della industria e della tecnica: Giacomo Contarini, provveditore dell'Arsenale, lo consultò più volte su progetti di innovazioni tecniche. Nel settembre 1594, poi, Galileo fece brevettare un suo “edifizio da alzar acqua et adacquar terreni”, uno strumen­to per l'irrigazione, che incontrava interesse e favore specialmente nella zona di Padova, dove frequenti erano gli investimenti capitalistici in colture di riso e di mais.
I docenti dello Studio padovano ricevevano per il loro insegnamento un trattamento econo­mico che variava a seconda della fama e del pre­stigio; in genere, come ebbe a dire il Procura­tore dello Studio al tempo in cui insegnava Galileo, “il viver della cattedra solamente era qua­si impossibile e delle lettioni private bisognava farsi pagare”: anche Galileo, giunto nella Re­pubblica veneta dopo la morte del padre, non disponendo di particolari risorse oltre allo sti­pendio, fu obbligato a dedicarsi all'insegnamen­to privato, che poteva anche fruttare più di quel­lo pubblico: non pochi erano infatti i giovani patrizi che, inviati a Padova per perfezionare la loro cultura, preferivano seguire le lezioni pri­vate di qualche illustre docente, il quale parlas­se loro di questioni più direttamente interes­santi la loro futura attività di capi di imprese commerciali o di dirigenti politici e militari del­lo Stato: il carattere mercantile della Repubbli­ca veneta si avverte anche da queste preferenze e inclinazioni. Si comprende quindi quale inte­resse potessero suscitare lezioni relative alla costruzione alla difesa e all'attacco di fortezze e di porti, alla traiettoria dei proiettili, alla muni­zione e fortificazione delle basi militari, special­mente se trattate da un docente universitario; si può anche comprendere con quale compiacimento queste notizie fossero accolte dai respon­sabili della Serenissima, che vedevano con sod­disfazione la stretta rispondenza tra gli interessi superiori, ma concreti e materiali, della Repub­blica e le inclinazioni intellettuali dei propri in­segnanti.


Studio sull'arte militare



E' così che si spiega la stesura della “Breve instruzione all'architettura militare” e il “Trattato di fortificazione”, i cui testi si fondono, sia pure in parte, tra di loro. Essi indicano la costante attenzione di Galileo alla realtà circostante, la pie­na e libera partecipazione alle vicende del suo mondo, a disposizione del quale, secondo l'idea­le scientifico del Rinascimento egli metteva i frutti del suo pensiero. Si potrà, in particolare, osservare come egli, pur tendendo a ridurre la tecnica dell'edilizia militare al principio scien­tifica dell'equilibrio delle forze, che troverà am­pia illustrazione nel trattato delle “Mecaniche”, di fatto tiene sempre d'occhio la tattica degli as­salti, degli attacchi e contrattacchi, degli assedi, dei colpi di mano, dell'astuzia dei difensori e della violenza degli assalitori, con profondo sen­so di realismo, con scrupolosa conoscenza della tecnica militare di cui darà altre significanti prove.
A quest'opera si collega infatti, non solo una lunga e interessante lettera dell'11 febbraio 1609 ad Antonio de' Medici sulla balistica, ma anche uno strumento da lui inventato, col qua­le “in pochissimi giorni s'insegna tutto quello che dalla geometria e dall'aritmetica, per l'uso civile e militare, non senza lunghissimi studi per le vie ordinarie si riceve”: il compasso geometrico-militare, che, costruito da lui in diversi esemplari nel 1597, sarà illustrato nelle “Opera­zioni del compasso geometrico e militare” del 1606, dopo un tentativo da parte di un piccolo avventuriero di contestargli la proprietà dell'in­venzione.
Il periodo padovano riservava a Galileo ben altri risultati e successi: il mondo attivo dell'ar­senale, l'attività dei tecnici e degli artigiani col­pirono l'attenzione dello scienziato e lo stimo­larono a cercare un'intesa fra le teorie di fisica e di meccanica e l'operazione manuale, con una conseguente trasformazione dei metodi, dei prin­cipi e delle funzioni sia della scienza che della tecnica.
Se per tutto il Medioevo la cultura ufficiale e accademica aveva laboriosamente voltato le spal­le al mondo dei meccanici e degli artigiani, non si può certo dire che questo mondo avesse com­piuto, dal canto suo, tentativi volti ad uscire dalle condizioni di casualità, precarietà e incer­tezza in cui si svolgeva il lavoro artigianale: pri­vi di una cultura che raccogliesse ed esaltasse sul piano teorico il proprio lavoro, mancava a quegli uomini la necessaria consapevolezza dei problemi e dei principi di meccanica, di dina­mica e di chimica che pure sono indispensabili per rendere sicuro il procedimento tecnico, per rendere apprezzabile l'opera delle mani da par­te dell'intelletto e, quindi, della cultura. Perciò la loro condizione permaneva incerta, miscono­sciuta e non valutata, priva di una coscienza del proprio valore. Il merito di Galileo fu appunto quello di rivolgersi a quel mondo, non già con la sufficienza presuntuosa del dotto che tutto sa, perchè ha trovato tutto nei libri, ma con la di­sposizione ad accettare quanto potesse essere comunque utile per il progresso della scienza, convinta com'era che il sapere è prodotto dell’uomo, del suo ingegno e del suo lavoro e per­ciò sempre rinnovabile e integrabile.
Egli seppe rendersi altresì conto delle diffi­coltà obbiettive - culturali, sociali e mentali - che impedivano a quegli artigiani di compiere la scalata verso più alte dignità sociali senza tut­tavia rinunziare alla propria esperienza, allo spi­rito di conquista delle forze della natura, al ca­rattere 'aggressivo', com'egli diceva spesso, con cui bisogna svolgere le ricerche naturali. Fra queste difficoltà egli ritenne più gravi - e di conseguenza più urgente per lui il compito di porvi rimedio - la ignoranza della lingua lati­na, la lingua dei dotti riservata alle persone di elevata condizione sociale, la lingua dei trattati scientifici e degli scritti filosofici; in secondo luo­go, la ignoranza delle leggi della fisica.


Galileo per una cultura popolare

Galileo Galilei fu il primo docente universi­tario che scrisse le sue opere in volgare: tranne il “Sidereus nuncius” e alcune parti dei “Discorsi intorno a due nuove scienze”, tutto il resto delle sue opere è in lingua volgare: questo suo atteg­giamento indica, in primo luogo, la intenzione di rivolgere il discorso scientifico a tutti coloro che erano interessati ad ascoltarlo, senza distin­zioni e ostacoli di alcun genere, con una precisa finalità educativa. Nel 1612, scrivendo da Firenze all'amico Paolo Gualdo in merito al “Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua”, così diceva:

"Io l'ho scritta in volgare perchè ho bisogno che ogni persona la possi leggere, et per questo medesimo rispetto ho scritto nel medesimo idioma questo mio trattatello et la ragione che mi muove è il vedere che, mandandosi per gli Studii indifferentemente i giovan; per farsi medici, filosofi etc., sì come altri si applicano a tali professioni essendovi inettissimi, così altri, ché sarìano atti, restano occupati o nelle cure familiari o in altre occupazioni aliene dalla litteratura... et io voglio ch'e' vegghino che la natura sì come gl'ha dati gl'occhi per veder l'opere sue così bene... gli ha dato anco il cervello da poterle intendere e capire ".

Con la decisione di adottare come lingua per­sonale l'italiano, Galileo operava così una deci­sa svolta nel costume accademico e culturale, rivoltandosi contro un forte e radicato pregiudi­zio sociale, respingendo la diffusa convinzione che la cultura è solo ‘otium’, concesso a chi non ha bisogno più, o non ha mai avuto bisogno, di lavorare per vivere: egli che ben conosceva le difficoltà della vita (e che a Padova, per mante­nere la madre e i fratelli nonchè la famiglia che s'era formata con la sua unione, non regolariz­zata, con la veneziana Marina Gamba, da cui ebbe i figli Virginia Livia e Vincenzo) egli inte­se l'impegno culturale come un lavoro, alla pari del lavoro dell'artigianato.
Ancora più grave, specialmente nell'ambien­te veneziano, così fervido di operosità tecnica, l'ignoranza dei principi e delle leggi fisiche e la conseguente leggerezza con cui certi “poco intendenti ingegneri” sognano la costruzione di macchine e impianti, senza avere precise nozioni al riguardo, con il risultato di continuare a gia­cere nella incerta condizione di provvisorietà e precarietà che fu proprio delle arti della magia e dell'alchimia.


Un maestro rigoroso e tenace

Questo è il motivo occasionale che lo spinse, nel 1593, a comporre un trattato, intitolato “Le Mecaniche”, che contiene, oltre al chiarimento delle caratteristiche delle così dette “macchine semplici”, l'enunciazione di alcuni concetti galileiani molto importanti: quello di ‘momen­to’, quello sul movimento naturale, in polemi­ca con la definizione aristotelica, ecc. Egli dice:

" Ho visto ingannarsi l'universale dei mecanici, nel volere a molte operazioni, di sua natura impossi­bili, applicare machine, dalla riuscita delle quali, ed essi sono restati ingannati, ed altri parimente sono ri­masti defraudati della speranza, che sopra le promesse di quelli avevano conceputa ".

Il successo del tecnico non può essere il ri­sultato di una casuale scoperta, di un avveni­mento fortuito, non dipende cioè nè dalla for­tuna, nè dal caso, nè tanto poco da graziosa con­cessione di potenze misteriose, ma risulta dalla capacità intellettuale dell'uomo che dalla com­posizione e scomposizione delle macchine, dalla prova reiterata dell'esperimento sa conseguire quelle “dimostrazioni vere e necessarie”, che un ragionamento fondato sulla stringata rigoro­sità della matematica permetterà di ricavare. Il nesso costante e reciproco, il passaggio continuo dall'esperimento al calcolo, è certamente la ba­se di quel metodo sperimentale che giustamen­te è chiamato ‘galileiano’ e che aprì una nuo­va era nella storia della scienza, ma è anche la regola etica dello scienziato, l'impegno morale, con cui egli deve procedere: non vi sono, per Galileo, vie intermedie tra il vero e il falso: a nulla vale far ricorso a diversivi o tentare ”con limitazioni, con distinzioni, con istorcimenti di parole o con altre girandole di sostenersi più in piede, ma è forza in brevi parole ed al primo as­salto restare o Cesare o niente”.
In questo senso egli fu un grande scienziato, ma fu anche un grande educatore, un maestro rigoroso e tenace, che mirò ad elevare le menti e a favorire il progresso mentale dell'umanità.


Galileo e il cannocchiale

Da quanto è stato detto sui rapporti tra Galileo e il mondo della tecnica si può intendere anche la ragione che lo spinse per primo ad uti­lizzare uno strumento che era di provenienza ar­tigianale e che era servito soltanto come pura curiosità, intendo il cannocchiale, per rivolgerlo verso il cielo e affidare al suo funzionamento la decisione sulla polemica tra copernicanesimo e concezione tolemaica dell'universo.
Notizie di strumenti ottici che consentissero di vedere cose e persone lontane, erano già cir­colate nel 1609, specialmente a Venezia, dove un fiammingo avrebbe portato alcuni esemplari dello strumento; e ciò deve rispondere a verità, poichè altre notizie indicano che un primo esem­plare risaliva al 1590 ed era di fabbricazione olandese. Ma si trattava soltanto di interesse cu­rioso, non scientifico.
Lo stesso Galilei non nascose affatto tale ori­gine, come dichiarò nel “Saggiatore”, ma rivendi­cò a se stesso soltanto la ricostruzione, sulla ba­se della descrizione avuta, di uno strumento ana­logo, fondandosi sulla conoscenza delle leggi di ottica: applicando cioè un criterio razionale e non procedendo per tentativi.
Egli seppe anche sfruttare lo strumento, poiché presentandolo alla Repubblica veneta e vantandone gli enormi vantaggi pratici ai fini della difesa e dell'offesa militare, toccava il centro de­gli interessi di quel governo, preoccupato di appropriarsi di tutti i mezzi tecnici utili al potenziamento della propria flotta, alla sicurezza dei traffici e alla difesa delle proprie terre. Ma il suo vero merito consiste nell'avere assegnato a quello strumento, con una consapevolezza profonda del valore della tecnica, dell'utilità dell’opera manuale ai fini della scoperta della ve­rità, una funzione storicamente decisiva: l'inve­stigazione del mondo celeste, che fino a quel momento era stato conosciuto soltanto mercè la semplice vista umana. Per la prima volta una grossa questione scientifica, come quella della posizione della Terra nel sistema solare, era af­fidata ad uno strumento e non più al semplice ragionamento astratto. « Oh Niccolò Copernico, - egli dirà nel “Dialogo sopra i due massimi si­stemi” - qual gusto sarebbe stato il tuo nel ve­der con sì chiare esperienze confermata questa parte del tuo sistema ».


L'accettazione del copernicanesimo

Sistema solare secondo Copernico
Quando Galileo avesse accettato la dottrina copernicana che sosteneva il movimento di rivoluzione della Terra, e degli altri pianeti, attorno al Sole, è oggetto di discussione; noi sappiamo con certezza però che almeno nel 1597 egli si sentiva già copernicano: in due lettere di quell’anno indirizzate a Jacopo Mazzoni e a Giovanni Keplero, egli dichiara questa sua adesione; egli anzi a Keplero comunica che la dottrina co­pernicana gli ha consentito di spiegare molti fenomeni naturali che altrimenti sarebbero stati inspiegabili.
Quali fossero le argomentazioni che lo con­vinsero del copernicanesimo non è detto, ma si può ritenere che le indagini sul movimento dei corpi, e le altre ricerche di meccanica dovevano avergli provocato il sospetto che la dottrina to­lemaica universalmente accettata non fosse va­lida. Quello che ci pare più interessante è che le scoperte da lui fatte mediante il cannocchiale non furono fortuite e che il gesto con cui levò verso il cielo lo strumento non fu accompagnato da un avventuroso desiderio di novità, ma da una precisa consapevolezza, da una base di ri­flessioni scientifiche che la visione telescopica doveva poi confermare.
Della costruzione del cannocchiale e delle sco­perte egli dette subito notizia con il “Sidereus nuncius” (Annunzio celeste), che cominciò a scri­vere subito dopo la più importante di esse: la scoperta di quattro satelliti del pianeta Giove, fin allora mai visti, i quali con il loro movimen­to contrastavano con tutta la dottrina tolemaica; egli intitolò questi satelliti “stelle medicee”, in onore del granduca Cosimo II de' Medici, che era stato da ragazzo suo allievo per qualche tempo, durante un suo viaggio a Firenze.
Ma altre sono le cose viste da lui nelle notti che dedicò all'investigazione del cielo: la natu­ra scabrosa, ruvida e accidentata della superfi­cie della Luna che a occhio nudo appare lucida e liscia; la natura della Via Lattea che è costituita da un numero infinito di stelle, le fasi del pianeta Venere e più tardi la composizione di Saturno che al suo cannocchiale, non perfezio­nato, apparve come formato da tre anelli disposti a catena, ma che, come sappiamo più tardi risulteranno concentrici.
La notizia delle scoperte astronomiche di Galileo si diffuse rapidamente, non solo tra gli uo­mini dotti e le alte personalità politiche e reli­giose, che avevano ricevuto il “Sidereus nuncis” scritto dall'autore in gran fretta e pubblicato a due mesi di distanza dalle scoperte dei satelliti di Giove, ma anche negli ambienti filosofici e scientifici italiani e d'oltre Alpe, provocando sor­prese, meraviglie, entusiastiche adesioni e risen­titi dinieghi: si trattava di scoperte gravide di grosse conseguenze non solo per la cultura scien­tifica ma per l'opinione comune. Alla disposi­zione tradizionale del firmamento (con i suppo­sti movimenti dei cieli attorno alla Terra, considerata ferma al centro dell'Universo; con la pretesa esistenza dello Zodiaco che con le sue dodici parti influenzava gli eventi e le nascite) a tutto il bagaglio di superstizioni di credenze astrologiche e di fantastiche pretese di influen­ze astrali, a tutto questo dunque si sostituiva una rigorosa e tangibile concezione meccanica del cielo, ridotto ormai ad essere sottoposto a criteri di fisica celeste equiparati a quelli della Terra: il sogno umanistico di affermazione dell’ingegno umano nel Creato trovava con le scoperte galileiane una precisa conferma, una rea­lizzazione scientifica e razionale che disperdeva, come incongruenti, le visioni sognanti della stes­sa concezione di Giordano Bruno, che pure aveva ac­cettato la dottrina copernicana.
La scienza, basata sul preciso metodo speri­mentale, sul rigore del calcolo matematico si er­geva così a nuova autorità nel mondo della cul­tura, una autorità con cui la tradizione filosofica e la tradizione teologica non potevano non fare i conti.


La reazione degli astronomi e dei matematici

Ecco perchè le riserve e le opposizioni pre­giudiziali furono tenaci e molteplici: mentre a Galileo giungevano sempre più numerose le ri­chieste di esemplari del cannocchiale e le corti regali d'Europa s'affannavano per ricevere con essi le più particolari notizie e spiegazioni sulle scoperte galileiane, gli ambienti dei filosofi pe­ripatetici, colpiti in modo decisivo, per l'evi­dente inconsistenza di tante teorie fisiche e astro­nomiche formulate da Aristotele e perpetuate nel tempo come intangibili, reagirono in modo vivace ma anche maldestro negando sul piano logico-metafisico l'esistenza dei pianeti medicei e dimostrando con ciò l'incapacità loro ad ag­giornarsi e a rivedere le proprie posizioni. An­cora più vivace e dura fu l'opposizione degli astronomi e dei matematici, i quali, toccati sul vivo per essere stati scavalcati da Galileo, che peraltro non ambiva al titolo di ‘astronomo’, cercarono di contestare la validità delle scoper­te, speculando sulle ovvie imperfezioni dei can­nocchiali e sulle difficoltà di indagine celeste in tutte le stagioni; fra queste opposizioni male­voli va ricordato l'atteggiamento degli astrono­mi bolognesi, capeggiati da Giovanni A. Magini, che nelle sue lettere a corrispondenti stra­nieri e perfino allo stesso Keplero, deride Galileo Galilei. Infine le opposizioni degli astrologi, per cui basta quanto ebbe a scrivere ad un amico pado­vano il Manso, studioso del Tasso, il quale ri­cordava “l'asprissima querela fatta da tutti gli astrologi e da gran parte de' medici; i quali intendendo che si ag­giungano tanti nuovi pianeti a' primi già conosciuti, par loro che necessariamente ne venga rovinata l'astro­logia e diroccata gran parte della medicina, percioché la distribuzione delle case del zodiaco, le dignità essen­ziali ne' segni, la qualità delle nature delle stelle fisse, l'ordine de' cronicatori, il governo dell'età degli huo­mini, i mesi della formatione dell'embrione, le ragioni de' giorni critici, e cento e mill'altre cose, che-dipen­dono dal numero settenario de' pianeti, sarebbero tutte sin da' fondamenti distrutte”.


La battaglia galileiana

Si trattava, come ognun vede, della pervicace resistenza opposta da un insieme di credenze e preconcetti, che, pur condannato inesorabilmen­te dalle nuove scoperte, non si rassegnava, op­ponendo alla inconfutabile dimostrazione effettuale riserve, dubbi e critiche, che, in un am­biente chiuso e diffidente, qual'era quello della cultura e del pensiero in una società non demo­cratica e aperta, potevano ritorcersi a danno di Galileo e della scienza moderna che egli aveva fatto sorgere.
È per questo che gli anni che vanno dal 1610, quando avvennero le scoperte, al 1632, anno della condanna da parte del S. Uffizio, sono de­dicati dal Nostro alla difesa, non solo delle nuo­ve scoperte, ma di tutta una nuova mentalità, un nuovo costume intellettuale e una nuova di­gnità culturale che con quelle nascevano. Per questo egli fu portato ad aprire una intensa, abi­le e difficile battaglia culturale per la liberazio­ne della scienza moderna dagli ostacoli che ne impedivano la libera espressione. In questa dif­ficile impresa egli impegnerà le sue migliori qua­lità di ingegno, di senso critico e, al tempo stes­so, di prudente e oculato realismo. L'impulsi­vità di certe sue manifestazioni, la durezza di certe espressioni polemiche e la violenza con cui attacca una dottrina ritenuta falsa, si uniscono ad un'attenta valutazione delle possibilità con­crete di successo, delle probabilità di aiuti e di interventi autorevoli come anche delle eventuali alleanze pericolose dell'avversario.


Il ritorno in Toscana

Fu per questo che, avvenute le grandi sco­perte, egli, che aveva sempre mantenuto rap­porti di rispettosa devozione con la Corte gran­ducale di Firenze, nella speranza di far ritorno nella sua Toscana, decise di portare a compi­mento un progetto che era venuto via via de­terminando, del quale il primo atto è costituito dall'intitolazione dei satelliti di Giove alla fa­miglia medicea. Forte dell'appoggio che il gran­duca Cosimo II, suo antico allievo, gli avrebbe offerto e avvalendosi dell'amicizia di Belisario Vinta segretario dello Stato granducale, egli chiese di poter essere chiamato a Firenze, pres­so la Corte, alle dipendenze del principe e senza obbligo di insegnare, allo scopo di portare avan­ti i grandi piani di ricerca scientifica che le sco­perte e gli studi precedenti avevano spinto a for­mulare. A Firenze vedeva anche la possibilità di fruire di un appoggio politico preciso e sicuro, fondato sulla benevolenza del Principe, senza che di ciò si dovesse rendere conto ad alcuno: egli era ben consapevole delle condizioni della cultura e degli intellettuali in una situazione politico-sociale in cui l'incondizionata volontà del Principe si identifica con la volontà dello Stato. Non va dimenticato infatti che per il carattere aristocratico dello Stato, per le condizioni di ignoranza delle plebi, la cultura non poteva spe­rare in appoggi diversi da quelli dell'autorità sovrana e gli intellettuali erano così costretti ad accettare il ruolo ornamentale e remunerativo, sì, ma non autonomo, di cortigiani: ci vorrà an­cora più d'un secolo perchè nella cultura italia­na possa tornare ad esprimersi l'ideale di liber­tà e di indipendenza dal potere politico!
A queste considerazioni che lo inducevano a lasciare la Repubblica veneta - nonostante che in essa non gli sarebbe mancata la libertà di ri­cerca cui anelava, come ebbe a scrivergli ram­maricato il suo amico Sagredo - si aggiunge­vano altre relative alla sua condizione familiare: le figlie, avute dall'unione con la Gamba, erano ormai cresciute ed egli pensava ad una loro si­stemazione, che non gli gravasse troppo, e che troverà in Toscana, facendole entrare in conven­to, mercè l'appoggio di alcuni cardinali amici. Nel frattempo, si preoccupava anche di risolve­re nel modo migliore la relazione con Marina Gamba, cosa che fu senz'altro agevolata dalla sua partenza per Firenze.
Qui egli giunse nel settembre del 1610, aven­do ricevuto la nomina a “Primario Matematico e Filosofo del Granduca di Toscana”, a cui era aggiunto il titolo di “Primario Matematico del­lo Studio di Pisa”, senz'obbligo di tener lezioni. Era trascorso appena un anno dal suo arrivo a Firenze e già egli dovette iniziare una lunga, e anche astiosa, polemica con un astronomo te­desco, il padre gesuita Cristoforo Scheiner, il quale aveva annunciato di aver scoperto con il suo cannocchiale delle macchie sulla superficie solare. Si trattava di una scoperta sfuggita all’attenzione di Galilei? Certo, sembra strano che il grande scienziato, che per primo aveva compiuto scoperte astronomiche sensazionali, che riguardavano il sistema solare, avesse poi trascurato di osservare proprio il Sole. Noi sap­piamo che egli fin dal tempo delle prime scoper­te aveva visto le macchie in questione, ed anzi nel 1611, in occasione di una sua visita ai ma­tematici del Collegio Romano ne aveva fatto cenno; se non aveva reso nota quest'altra noti­zia è forse per le difficoltà di eseguire osserva­zioni dirette, difficoltà che superò verso il 1611-­1612, quando potè ricorrere all'osservazione in proiezione.
Tuttavia, all'inizio del 1612, delle scoperte dello Scheiner egli ebbe notizia diretta da Mar­co Welser, duumviro di Augusta, che gli inviò tre lettere dello Scheiner, alle quali risponderà con altrettante lettere, le quali raccolte in vo­lume, per conto dell'Accademia dei Lincei, di cui egli era membro, furono pubblicate sotto il titolo di “Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti” (1612).

Papa Urbano VIII
Un'altra disputa, svoltasi alla corte grandu­cale alla presenza di due cardinali, fra i quali il futuro Urbano VIII, che in quell'occasione si mostrò favorevole alla tesi galileiana, ebbe il Nostro con il filosofo peripatetico Ludovico del­le Colombe, che già in altre occasioni s'era ri­velato puntiglioso sostenitore delle teorie peri­patetiche e che aveva avuto modo di contendere con Galileo: l'argomento della disputa riguar­dava le vere cause che determinano il galleggia­mento o l'affondamento dei corpi nell'acqua; Galilei, richiamandosi alle dottrine archimedee sostenne, contro la tesi aristotelica, che la causa sia da ritrovarsi nel rapporto tra il peso del cor­po e quello dell'acqua spostata. Ma l'interesse più attuale dello scritto è la serrata argomenta­zione polemica, con cui Galilei oppone all'ari­stotelico il nuovo metodo d'indagine, il metodo sperimentale, costruito su una rigorosa connes­sione di osservazioni sperimentali e di calcoli matematici e ragionamenti stringati: anche que­sta disputa, come la precedente, è un momento di quella battaglia culturale rivolta a difendere il nuovo orientamento culturale e, in particola­re, della scienza.
Un'occasione per misurare, an­cora una volta, la distanza che separava lo scienziato galileiano dalla moda tradizionale, per ve­rificare, cioè, il cammino compiuto dalla scienza moderna. Le tesi galileiane furono poi raccolte nel “Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua o che in quella si muovono”.
Quest'opera, come tutti gli iscritti compresi nel periodo 1610-1632, mostra che nessuna dî­stinzione può farsi tra il metodo galileiano di ri­cerca e la tenacia polemica posta dallo scienzia­to nella dimostrazione delle sue scoperte: l'impegno e l'obiettivo comune è il chiarimento del­le nuove vedute, la ripulsa dell'errore e la sua rettifica. Per quanto fiducioso nella forza della ragione e sicuro, per questo, del suo procedere, Galileo, che vive in una fase di involuzione e di timore, conosce bene il nesso che collega, spesso sottomettendola, la verità scientifica alle esigen­ze del mondo e agli scrupoli e alle preoccupa­zioni religiose. Per questo egli è al tempo stesso cauto, disposto alla discussione, pronto ad ascol­tare i consigli degli amici, ma anche ad attacca­re senza esitazione l'avversario nel suo stesso campo: si tratta di una esigenza di difesa che fa tutt'uno con la diffusione e l'affermazione del nuovo orientamento scientifico.


L'accusa di eresia

Non passò infatti molto tempo, che già l'at­tacco contro la teoria eliocentrica e contro la scuola galileiana che la sosteneva venne portato su un terreno ben più insidioso e complicato: il terreno della disputa teologica. Già nel 1612, nel giorno dei morti, un domenicano, fra' Nic­colò Lorini, professore di storia ecclesiastica a Firenze, accusò di eresia la dottrina e i suoi so­stenitori, provocando molto rumore negli am­bienti intellettuali più avanzati, tanto che po­chi giorni dopo negò di aver parlato pubblica­mente ma di avere dichiarato in privato la sua opinione. L'episodio appare ancor più grave se si considera che un anno prima, al tempo della disputa sui corpi galleggianti, v'erano state, pres­so l'arcivescovo Marzimedici, consultazioni tra esponenti ecclesiastici e fin d'allora s'era deciso di attaccare Galileo, designando persino chi avrebbe per primo predicato contro; tuttavia il prescelto preferì tacere.
Verso la fine del 1613, alla corte granducale di Pisa, alla presenza del granduca, della gran­duchessa madre Cristina di Lorena, del padre Benedetto Castelli, allievo carissimo di Galilei e insegnante nello Studio pisano, un filosofo di quell'Università, Cosimo Boscaglia, attaccò du­ramente la teoria copernicana, sostenendo che la Sacra scrittura era manifestamente contraria ad essa. Il Castelli era intervenuto a difesa ed era riuscito a mettere in confusione il Boscaglia, ma la partecipazione diretta ed interessata della famiglia granducale ed il fatto stesso che la disputa fosse avvenuta in una sede governa­tiva - il che lasciava supporre l'intenzione di colpire il favore di cui Galileo godeva presso i Medici - indussero il Nostro a rispondere.


Il manifesto della scienza moderna

La lettera del 21 dicembre 1613 a Benedetto Castelli - le cui argomentazioni verranno ri­prese ed estese due anni dopo nella più lunga lettera a Cristina di Lorena - costituisce senza dubbio il manifesto della scienza moderna, il proclama della indipendenza della cultura scien­tifica da ogni soggezione ad autorità estranee: essa rappresenta la dichiarazione della libertà in­tellettuale minacciata dal pregiudizio teologico e filosofico.
Pur confermando il rispetto e la riverenza per l'autorità della Sacra scrittura, in materia di fede e di morale, Galileo respinge ogni ten­tativo di avvalersi delle espressioni della Scrit­tura a favore di tesi scientifiche, sostenendo la assoluta incompetenza dei testi sacri a causa dell’inadeguatezza ed approssimazione del linguag­gio usato in essi rispetto all'assolutezza e preci­sione rigorosa della scienza:

“La Scrittura ira molti luoghi è non solamente ca­pace, ma necessariamente bisognosa d'esposizioni di­verse dall'apparente significato delle parole e però mi par che nelle dispute naturali ella doverebbe esser ri­serbata nell'ultimo luogo”.

Pur procedendo ambedue dal Verbo divino, la Scrittura e la natura usano linguaggi differen­ti, poichè la Scrittura, per la sua forma esposi­tiva ed esortatoria ricorre ad espressioni spesso imprecise, allo scopo di farsi intendere da tutti gli uomini. La scienza naturale, invece, è ineso­rabile e immutabile nelle sue espressioni rigo­rose; essa non cura affatto “che le sue recon­dite ragioni e modi d'operare sieno o non sieno esposti alla capacità degli uomini, per lo più che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli”. Nè vale pensare che “quel medesí­mo Dio, che ci ha dotati di sensi, di discorso e d'intelletto [cioè dei soli mezzi di cui si avvale il metodo sperimentale per scoprire la verità] ab­bia voluto darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire”. Un rigore me­todologico, una economia del pensiero, dunque, che rivelano in Galileo, insieme alla sua fonda­mentale educazione rinascimentale, la sua natu­ra di uomo moderno, che fa pensare alla pole­mica svolta dieci anni dopo nel “Saggiatore” con­tro la pletoricità delle espressioni e la ridondan­za del linguaggio, propri della tradizione me­dievale.
Un rovesciamento del rapporto, consacrato dalla tradizione, tra scienza e religione viene a dichiararsi con queste parole: mentre per tutto il Medioevo le esigenze della ricerca scientifica erano state subordinate alle esigenze della reli­gione, Galileo propone qui non solo l'autono­mia della scienza dalla religione, ma configura tra queste una nuova relazione che fa della scienza una forma di espressione e manifesta­zione del Verbo divino più rigorosa della stessa Scrittura sacra.
E' per questo che la lettera al Castelli, anzi­chè placare le mormorazioni intorno alle sue scoperte, creò una frattura ancora più profonda tra la nuova scienza e il passato e finì per co­stituire la prova testimoniale indispensabile per un accertamento istruttorio che l'Inquisizione mise in atto non appena ebbe notizia della di­sputa alla corte di Pisa. Mentre Galileo, sincero cattolico, cercava un'intesa con l'autorità roma­na, convinto che, così facendo, operava per il bene della Chiesa, a cui riconosceva, per le con­dizioni della cultura d'allora, l'autorità di mas­sima organizzazione culturale, gli uomini oc­chiuti del Sant’ Uffizio scorgevano il pericolo insito nella tesi di Galileo: un iniziale processo di emancipazione del pensiero dalla tutela ecclesia­stica, che sarebbe potuta diventare più tardi un'evasione e ribellione generale del sapere, ciò che in effetti avverrà un secolo più tardi con la cultura illuministica.
Non mancarono tuttavia interventi ‘diplo­matici’ intesi a convincere Galileo perchè con­siderasse la teoria copernicana come una sola ipotesi, ciò che egli, sicuro della prova effettuale avuta con il cannocchiale, respinse sdegnosa­mente in una lettera a mons. Dini del 1615, perchè contrari alla sua etica scientifica: un com­promesso tanto inutile quanto umiliante, che mentre non avrebbe risolto il grosso contrasto in atto, avrebbe solo squalificato la figura di colui che in quel momento aveva contribuito all’emancipazione della scienza.


La denunzia al Sant’ Uffizio e la sconfitta della scienza

Il Palazzo del Santo-Uffizio a Roma
Sede dell'Inquisizione (da una antica stampa)

Nel dicembre del 1614, la quarta domenica dell'Avvento, il domenicano Tommaso Caccini, fanatico e grossolano dal pulpito di Santa Maria Novella in Firenze inveisce contro la ma­tematica e contro coloro, come Copernico e Galileo, che presumono di correggere la Bib­bia: dietro le sue parole vuote e arroganti vi è tutto il livore del mondo ecclesiastico fioren­tino contro Galileo, di cui si fa espressione mons. Baccio Gherardini, vescovo di Fiesole che minaccia di compiere passi ufficiali presso il Granduca perchè cessi lo scandalo galile­iano.
Come immediato riscontro a queste minac­ce, il 7 febbraio 1615 fra' Lorini denuncia Galileo al Sant’ Uffizio, inviando copia della lettera al Castelli; nel marzo successivo apre l'udienza dei testimoni, citati dal Caccini, il gesuita Fer­dinando Ximenes e Giannozzo Attavanti, al­lievo di Galilei; ma le deposizioni di questi sono favorevoli allo scienziato.
Informato dall'Attavanti delle manovre che si svolgevano contro di lui, Galileo, benchè ancora infermo chiese al Granduca delle lette­re commendatizie per recarsi a Roma, nel ten­tativo di scongiurare una condanna delle dot­trine; tuttavia il 24 febbraio 1616 il Sant’Uffizio, dopo aver ascoltato il parere dei padri teologi, dichiarò la dottrina copernicana, che ritiene il sole centro dell'universo, “stolta e assurda in filosofia e formalmente eretica, in quanto contraddice alle sentenze della Sacra scrittura”; le opere copernicane furono vietate finchè non fossero state corrette. Il giorno successivo il cardinale Bellarmino comunicava a Galileo il di­vieto di professare la teoria copernicana sia in pubblico che in privato.
Aveva termine così il primo atto della batta­glia culturale apertasi nel gennaio 1610 con le scoperte astronomiche di Galileo. Questi re­stò amaramente colpito dalla sentenza, senten­dosi sconfitto nelle sue aspirazioni e deluso nei suoi ideali; con lui tutta la cultura italiana av­vertì la gravità della sentenza: si può dire che essa chiudeva definitivamente il periodo di re­lativa autonomia della cultura dal potere teo­logico, periodo iniziatosi con l'età moderna.
La scuola galileiana si strinse attorno al suo maestro in un operoso silenzio; Galileo trova conforto negli studi e nelle ricerche, nella de­vozione dei discepoli che non gli consentono di abbandonare ogni speranza nel futuro, e nell’affetto della figlia Virginia, ora Suor Maria Celeste, che lo consola e lo rianima con il suo intelligente affetto filiale.
Superato lo stato d'ira e d'inquietudine che s'era portato appresso da Roma, dopo la sen­tenza, Galilei sembrò adeguarsi alle nuove con­dizioni e confidò in una ripresa della lotta idea­le. L'occasione gli venne offerta da una disputa insorta circa l'origine e la natura delle comete, come erano quelle apparse nel 1618 e nel 1619: nella disputa era intervenuto un gesuita roma­no, padre Orazio Grassi che nella sua “Disputatio astronomica” del 1619 sosteneva che il luogo delle comete fosse il cielo, in accordo con la dottrina sostenuta nel 1577 dal grande astrono­mo Tycho Brahe, maestro di Keplero. Era una tesi abbastanza moderna, ma sostenuta da argo­mentazioni del tutto astratte, da discorsi letterari ed eruditi, da espressioni retoriche, secondo un metodo che non si adattava più alle nuove esigenze della scienza.


Il Saggiatore

A questa strana trattazione rispose un allievo di Galilei, Mario Guiducci, con un “Discorso del­le Comete”, stampato nel 1619, che fu ritenuto opera del vecchio scienziato: in verità egli, che era costretto in casa per i suoi malanni e che quindi non aveva potuto osservare le comete, era intervenuto nella stesura dell'opera; sícchè quando il padre Grassi, vistosi attaccato rispo­se sotto lo pseudonimo di Lotario Sarsí con un duro scritto polemico, la “Libra astronomica ac philosophica”, Galilei fu costretto a scendere di­rettamente in campo con “Saggiatore” che costi­tuisce ancora oggi la più bella opera di polemica scientifica che sia stata scritta.
In essa non è tanto la tesi sulle comete che interessa (Galileo sostiene che le comete sono soltanto vapori terrestri), quanto piuttosto la serrata polemica contro il metodo seguito dal Grassi: una polemica interessante perchè costi­tuisce una vivissima esposizione del metodo scientifico galileiano, e quindi una difesa bril­lantissima delle vie e dei procedimenti della scienza moderna. L'opera stampata a cura dell’Accademia dei Lincei è un documento fonda­mentale della nascita della concezione moderna della cultura, non solo per quanto s'è detto, ma anche perchè viene precisato che l'obiettivo della ricerca scientifica non è, come per la filo­sofia, la ricerca di una realtà metafisica, ma la definizione rigorosa delle leggi naturali. Alla “Natura” infatti, e non ai libri di Aristotele o degli altri filosofi, deve mirare con sguardo at­tento lo scienziato: da essa infatti, mediante il linguaggio matematico potrà ricevere soddisfa­zione alla propria sete di verità.
L'opera era dedicata al papa Urbano VIII che era da poco salito al soglio pontificio, de­stando speranze vivissime negli intellettuali del tempo per il suo passato di mecenate e di amico della cultura; egli che si era sempre mostrato amico di Galileo, gli aveva dedicato anche un componimento poetico quando furono scoperti i satelliti di Giove: quale migliore occasione per riprendere la non mai abbandonata batta­glia per il rinnovamento della cultura?
I primi atti del nuovo Pontefice, la nomina a Maestro di camera di mons. Virginio Cesarini (a cui Galileo si rivolse nel “Saggiatore”) e di mons. Giovanni Ciampoli a Cameriere segreto e Segretario ai Brevi, sono considerati un segno molto favorevole ai galileiani; il desiderio ma­nifestato dal Pontefice di ricevere l’omaggio del­lo scienziato fu interpretato come una evidente manifestazione di benevolenza, e Galileo non indugiò a riprendere con entusiasmo il suo non mai dimesso programma per il progresso del sapere: nel 1624 pubblica la “Risposta” da lui inviata ad uno scritto di Francesco Ingoli (“De situ et quiete Terrae”) che risaliva al 1616 e che voleva essere una confutazione del sistema co­pernicano. Nella parte introduttiva, Galileo giu­stifica la ripresa, a distanza di otto anni, della polemica, con una singolare argomentazione: bisogna dimostrare che gli uomini di Chiesa condannarono la teoria copernicana nel 1616, non già per ignoranza, ma per “il zelo della re­ligione e della nostra fede” e con abile insinua­zione polemica aggiunge:

…”sì che quando loro i protestanti abbino vedute tutte le loro ragioni astronomiche e naturali benissimo intese da noi, anzi, di più, altre ancora di maggior forza assai delle prodotte fin qui, al più potranno tassarci per uomini costanti nella nostra opinione, ma non già per ciechi o per ignoranti dell'umane discipline: cosa che finalmente non deve importare a usa vero cristiano cattolico”.


Il Dialogo sopra i due massimi sistemi

Frontespizio dei Dialoghi
Era questo l'annuncio della ripresa battaglia e l'anticipazione dei temi che saranno contenuti nella grande opera in difesa del copernicanesi­mo, il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, con cui egli pensava di definire una vol­ta per sempre, attraverso un'ampia e circostan­ziata disamina delle due tesi in contrasto, la ver­tenza cosmologica. Un'opera quindi non pro­priamente scientifica, ma più vasta, che abbrac­ciasse anche le questioni filosofiche e i problemi di metodo; una regolamentazione generale dei conti con la cultura passata.
La composizione dell'opera durò molti anni, sia perchè egli sentì spesso il bisogno di. preci­sare quella che a suo giudizio era la prova fon­damentale - la sua teoria delle maree, già e­sposta in uno scritto del 1616, fondata soltanto sulle conseguenze meccaniche del movimento terrestre, mediante informazioni raccolte dai navigatori, sia perchè più volte le difficili con­dizioni di salute lo costrinsero ad interrompere il lavoro.
Finalmente nel 1630 il “Dialogo” è terminato e inizia la lunga vicenda del controllo ecclesiastico e della concessione dell'imprimatur, per la qua­le operazione egli deve recarsi a Roma, dove giunge fiducioso nella benevolenza del Papa, che secondo notizie pervenutegli avrebbe dichia­rato di criticare la condanna del 1616. La revi­sione fu affidata al padre, maestro del Sacro Palazzo, Niccolò Riccardi e, per la parte scien­tifica al matematico padre Raffaello Visconti. La revisione durò a lungo, anche perchè il Riccardi, che pure non mostrò malanimo verso Galileo, era preoccupato che le pressioni contrarie dei Gesuiti - e forse dello stesso padre Scheiner antico avversario di Galilei - non agissero sull'animo di Urbano VIII, di cui temeva gli improvvisi e duri cambiamenti di opinione. Fi­nalmente l’imprimatur fu concesso e il 21 feb­braio 1632 il Dialogo è finito di stampare.


L'intervento dell'Inquisizione e il processo

Ma improvvisamente il 21 luglio successivo il padre Riccardi ordina all'inquisitore di Firenze di sospendere la diffusione e confiscare le co­pie: le forti proteste dei sostenitori della rigida disciplina, anche mentale, e della piena sotto­missione all'autorità religiosa, le insinuazioni giunte all'orecchio di Urbano VIII, secondo cui egli sarebbe stato adombrato nella figura dell’aristotelico Simplicio - che nel “Dialogo” è oggetto di tutte le polemiche e di tutte le ironie degli altri due interlocutori - la preoccupa­zione, apparsa più evidente alla lettura dell'ope­ra( nonostante le cautele imposte dal Riccardi all'inizio e alla fine), di un'eccessiva liberalità della Chiesa verso le posizioni più spinte della cultura, il timore di difficoltà politiche che potessero insorgere per il pontificato di Urba­no VIII, tutte queste ragioni avevano provo­cato il fermo dell'opera.
Il deferimento di Galileo al Sant’ Uffizio sembra ormai inevitabile: infatti, presa la decisione il 23 settembre, il successivo 1° ottobre l’Inquisitore di Firenze notifica a Galileo la denuncia, ingiungendogli di presentarsi al Commissario dell'Inquisizione in Roma. Galilei tenta di evi­tare tale deferimento, adducendo le ragioni del­la sua vecchiaia e della salute malferma e spera nell'appoggio del granduca Ferdinando II: ma la questione è troppo grave perchè l'autorità romana si preoccupi di non urtare la suscettibilità della dinastia dei Medici - alla cui testa era allora un granduca vanesio e poco fermo - e perciò, dopo la intimazione pontificia perchè Galileo si presenti a Roma “legato anco con ferri”, Ferdinando II invita il suo Matema­tico a “finalmente ubbidire ai tribunali mag­giori” e il 20 gennaio Galileo parte per Roma, e da questo momento egli non sarà più libero.
Pur essendo trattato con ogni riguardo, spe­cialmente per rispetto del Granduca, ed essen­dogli concesso di risiedere nella sede dell'amba­sciata toscana in Roma, anzichè essere rinchiu­so nelle carceri del Sant’Uffizio, la condizione di Galileo è ormai quella di un prigioniero.
La prova d'accusa è l'infrazione all'intima­zione rivoltagli nel 1616 dal cardinale Roberto Bellarmino a non professare, nè per iscritto nè a voce, ne in pubblico nè in privato, la dottrina coperni­cana. Era stato ritrovato, secondo quanto aveva confidato il padre Riccardi all'ambasciatore to­scano in Roma, il generoso e leale Niccolini, un documento contenente il verbale del relativo atto di diffida.
Sulla validità di tale documento e sulla sua regolarità formale si è molto discusso. In verità nel 1616 l'ingiunzione del Bellarmino fu tra­smessa a Galileo piuttosto sotto forma di un consiglio che non secondo il rito previsto per le diffide; lo stesso Galileo aveva ottenuto una lettera del Bellarmino che attestava che nessuna ingiunzione gli fosse stata fatta, nè penitenza comminata, ma che gli era stata soltanto comu­nicata la sentenza del Sant’Uffizio. Nessun vincolo personale pareva a Galileo che lo condizionasse; del resto, nel Dialogo l'esposizione della tesi co­pernicana è coperta dall'abile forma della cita­zione e del richiamo ai fini del dibattito che vi vien svolto, come si fa parallelamente per la teoria tolemaica.
Ma è evidente che avventurarsi in una disqui­sizione procedurale, specialmente per la tortuo­sa e segreta procedura del Sant’Uffizio, sarebbe un'impresa vana: ciò che conta è che contro Galileo e le sue dottrine vi era uno schieramento molto vasto. Mentre nel 1610 e poi anche nel 1616 dal campo ecclesiastico si erano levate voci in difesa dello scienziato toscano e si erano e­spressi consensi per le sue scoperte (ivi com­presa la “Adulatio perniciosa” rivoltagli dal cardinale Barberini, divenuto poi Urbano VIII), ora nes­suno osava parlare in sua difesa, e lo stesso Pontefice era profondamente irritato verso di lui.
Eppure, sembra strano che per giungere alla condanna si sia dovuti ricorrere ad un documen­to che contrasta nettamente con la dichiarazione che il Bellarmino rilasciò a suo tempo a Galileo: nel documento si parla di tutti gli atti for­mali che hanno luogo nelle diffide regolari, si dichiara persino che Galileo avrebbe fatto atto di acquiescenza all'ingiunzione e avrebbe pro­messo di obbedire e di abbandonare definitiva­mente la dottrina copernicana (come se non re­sti all'uomo, quando ha perduto tutto, la sola libertà di pensare: ma anche a quella si voleva che Galileo rinunciasse!). Evidentemente la cosa dovette apparire strana agli stessi Inquisitori i quali nella sentenza non faranno alcun cenno al divieto del 1616, anche se poi ricompare nel testo della confessione imposta a Galileo.


La sentenza e l'abiura

La sentenza venne pronunciata il 22 giugno 1633: in essa, che è sottoscritta soltanto da sette dei dieci cardinali inquisitori, si accusa Galileo, « fortemente sospetto d'heresia », d'es­sere incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni promulgate. Gli si ordina che “abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori et heresie et qualunque altro errore et heresia contraria alla Cattolica et Apostolica Chiesa”; il “Dialogo” viene proibito e l'autore è condannato al car­cere formale ad arbitrio del Sant’Uffizio e a “pe­nitenze salutari”, riservandosi il supremo tri­bunale ecclesiastico “facoltà di moderare, mu­tare o levar in tutto o in parte de sodette pene e penitenze”.
Quindi, in ginocchio il vecchio Galileo Galilei, colui che “vide sotto l'etereo padiglion rotarsi più mondi e il Sole irradiarli immoto”, colui che aveva aperto con il suo ingegno una grande epoca nella storia della cultura e della civiltà, fu costretto, nel silenzio generale, a pro­nunciare l'atto di abiura.
Con la sentenza e l'abiura il piano messo in atto dalla coalizione di interessi, timori e pre­giudizi avversi alla scienza nuova, sembrava riuscito: finalmente il fiero, il polemista Galileo Galilei, era stato costretto ad inginocchiarsi, a sottomettersi al volere di quelle forze che difen­devano il passato: l'autorità ecclesiastica prov­vide a rendere note in tutti i paesi la sentenza e l'abiura, inviandone copia a tutti gli Inquisi­tori, perchè la pubblicazione di quegli atti fosse monito severo a quelle menti imprudenti che accarezzavano sogni di indipendenza e perché i ben pensanti, i nemici delle novità, i paurosi e gli ignoranti si rasserenassero: non v'era al­cun pericolo ormai di dover rivedere in fretta le basi delle proprie credenze e delle proprie nozioni.
Ma era ancora troppo presto per cantar vit­toria: non erano trascorsi invano i secoli dell’Umanesimo e del Rinascimento, non era stata inutile per la coscienza della libertà la rivolta antiromana scoppiata con Lutero e divampata in modi imprevisti e con istanze nuove; non tutti erano disposti a cambiare opinione sulle scoperte galileiane, sulla fisica moderna, sul me­todo di ricerca, sol perchè così comandava il Sant’Uffizio.
Assegnato dapprima agli arresti nella villa dell'ambasciatore di Toscana, Galileo Galilei fu poi trasferito, per intercessione dello stesso ambasciatore, presso l'arcivescovo di Siena, Ascanio Piccolomini, vecchio amico dello scienziato. Qui, nella sua Toscana, confortato dall’amicizia del prelato, che generosamente non aveva mutato sentimenti, egli si riprese e co­minciò a riavere fiducia in se stesso. Monsignore Pic­colomini fece di tutto perchè la sua residenza in Siena gli apparisse più una affettuosa ospita­lità che una detenzione. Attorno a Galileo, nel­la sede dell'Arcivescovado, cominciarono a riu­nirsi quegli uomini liberi che avevano ammirato in lui il coraggio con cui aveva osato opporsi a dottrine secolari, mentre dalla figlia e dagli amici lontani giungevano lettere di conforto e di speranza.
Ma l'Inquisizione vigilava su di lui, preoccu­pata che il cerchio di ferro in cui lo aveva rin­chiuso non fosse infranto: una delazione ano­nima informò il Sant’Uffizio che Galileo diffon­deva “opinioni poco cattoliche, fomentata da questo arcivescovo suo hospite, quale ha sug­gerito a molti che costui sia stato ingiusta­mente agravato”. Per evitare che egli avesse contatti col mondo esterno, l'autorità romana accolse le insistenti richieste del Niccolini, e a Galileo fu concesso di ritirarsi nel suo villi­no di Arcetri, presso Firenze, purchè vi stesse come in carcere, “con ritiratezza e senza ammettervi molte persone insieme a discorsi, nè a mangiare”.
Si trattava pur sempre di urla condizione d'illibertà, ma vicino alla villa era il convento di suor Maria Celeste, che fu di grande con­forto per il vecchio padre e che fece di tutto per rendergli meno pesante la sua nuova con­dizione.


Gli ultimi giorni, in Arcetri

Ad Arcetri il vecchio scienziato riprese la stesura, iniziata a Siena di un opera di mec­canica: abbandonata la questione cosmologica, Galileo faceva ritorno alle ricerche di fisica che così grande sviluppo avevano avuto durante gli anni padovani. Era un argomento non perico­loso, ma l'opera che venne fuori, i “Discorsi in­torno a due nuove scienze” non fu meno impe­gnata della precedente: il “ritorno alla scienza pura”, come è stata definita l'ultima fatica di Galilei, si collega a tutto il fermento di proget­ti, di polemiche e speranze nate dalle scoperte astronomiche, per quel comune proposito di rinnovare i termini e le condizioni della ricerca e la prospettiva della cultura scientifica, sicchè i “Discorsi” possono - e sono stati giustamente - essere definiti ‘copernicani’ quanto il “Dia­logo”: anche qui infatti il punto centrale è costi­tuito dalla discussione sulla teoria del movimen­to che era stata la punta avanzata della polemi­ca antiperipatetica e antitolemaica del preceden­te periodo.
La speranza di pubblicare questa sua ultima opera dette animo e coraggio al vecchio Galileo, colpito prima dalla morte dell'affettuosa figlia, suor Maria Celeste, poi dalla grave afflizione agli occhi, che lo rese cieco. Ma pur percosso nel fisico e nei sentimenti, il suo animo era sem­pre forte, tanto da avere ancora il coraggio di opporsi alle manovre dei clericali che cercavano di impedirne la pubblicazione.
Il tentativo avviato per mezzo del fedele fra' Fulgenzio Micanzio di far stampare l'opera nel­la Repubblica veneta, l'unico Stato in Italia do­ve l'Inquisizione non poteva tutto, fallì doloro­samente, tanto che il Micanzio dovette comunicargli il 19 febbraio 1635 il divieto generale “de editis omnibus et edendis”, di ripubbli­care o di pubblicare alcuno suo scritto.
Ma più della rigidità e della sorveglianza de­gli Inquisitori potè la tenace e perseverante so­lidarietà degli amici e degli allievi che, sparsi per tutta l'Europa impedirono che l'opera del grande Maestro fosse soffocata nell'oblio. Men­tre si avviavano le traduzioni in latino o in fran­cese delle sue precedenti opere e si progetta­vano imprese per l'edizione completa, ferve­vano, in Francia, a Vienna, a Praga, nei Paesi Bassi le iniziative per la stampa della nuova opera, della cui stesura la notizia era corsa fra tutti i galileiani, suscitando entusiasmo e spe­ranze per l'avvenire: la ragione scientifica non poteva essere sopraffatta dalla violenza. Fu così che gli Elzeviri, i grandi stampatori olandesi, portato nascostamente il manoscritto da Venezia a Leida, ne iniziarono la stampa che fu com­pletata nel 1638.
Il Sant’Uffizio non era riuscito ad impedire che il cervello di Galileo, oppresso dalla condanna, continuasse a funzionare, e non era nemmeno riuscito ad impedire che l'ultima, la più grande opera scientifica di Galileo, vedesse la luce. Così come non aveva impedito quei frequenti e vari rapporti epistolari che Galileo intrattenne con amici, allievi ed estimatori, i quali allacciarono con lui una fitta rete di relazioni che, mentre ridava animo e energia al vecchio prigioniero di Arcetri, consentivano la diffusione delle sue idee, la sopravvivenza della scienza colpita ma non vinta dal terrore teologico: Pietro di Car­cavy, Antonio de Ville, Fulgenzio Micanzio, Lo­renzo Realio, il Castelli, il Viviani e il Torricelli, che lo assistettero, e persino i peripatetici, come Fortunio Liceti, ebbero modo di ascoltare dalla sua voce o di leggere nelle sue lettere, oltre alla serena e pacata fiducia del vecchio Galileo nelle sorti della ragione umana, la sua spinta a con­tinuare, la sua esortazione a non rinunciare mai a ciò che nessuno, nemmeno il Sant’Uffizio, può togliere all'uomo: l'uso libero del suo pensiero.
Quando l’8 gennaio 1642, a quattro ore di notte, lo colse la morte, egli lasciava con le sue opere e con il suo esempio un preziosissimo te­stamento agli intellettuali e a tutti gli uomini: un'eredità di generosa dedizione alla scienza, di difesa appassionata dei diritti dell'ingegno, di fiduciosa speranza nella forza liberatrice della ragione.


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