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martedì 15 luglio 2014

SAN FRANCESCO RICEVE LE STIMMATE (St. Francis Receiving the Stigmata) - Giotto

San Francesco riceve le stimmate (1300 circa)
Giotto - 
Parigi, Louvre
Tempera e oro su tav
ola cm 314 x 162 

In buone condizioni di conservazione la tavola sagomata proviene dalla chiesa di San Francesco a Pisa, ed è la conferma dell'ottimo legame con l'Ordine francescano, che caratterizza tutta la carriera di Giotto. 
L'uso del tradizionale fondo-oro limita gli effetti di profondità spaziale ottenuti negli altri affreschi di Assisi, ma conferisce all'immagine, e soprattutto alle tre piccole scene in basso, una delicata poesia.

Alcuni momenti della vita di San Francesco figurano in un grande dipinto su tavola a fondo oro, San Francesco riceve le stimmate, firmato, proveniente dalla chiesa di San Francesco a Pisa e oggi al Louvre, coevo all'esecuzione degli affreschi assisati.
Nell'anno 1300, quando probabilmente aveva appena finito le Storie di San Francesco,Giotto ritorna a Roma e partecipa alle manifestazioni del Giubileo, indetto da papa Bonifacio VIII. In questo periodo dipinge alcuni affreschi, ricordati dalle fonti e oggi per lo più scomparsi: rimane il frammento di una Composizione celebrativa dell'anno santo, inserita in un pilastro di San Giovanni in Laterano.

Nel proporre ai fedeli la vita del santo (Francesco, negli affreschi di Assisi), Giotto è dunque ora tenero ora solenne, ora drammatico ora sereno, ora colloquiale ora lirico, ora mistico ora popolare, ora apostolico ora cronistico; alterna la notazione contemporanea con l'ammonimento dell'eterno, il miracoloso con il quotidiano. Nato come opera di agiografia, questo ciclo pittorico ci appare ispirato a un eroismo naturale, ad un sovrannaturale domestico, irraggiungibile ma al tempo stesso accessibile (non è così, sempre, la grande poesia?). 
Il santo è l'eroe dell'umano: non è un modello, ma un esempio, di cui, pur nella infinita distanza che ci separa dalla santità, siamo nel profondo della nostra umanità intimamente partecipi. In questo senso il ciclo francescano di Assisi è uno dei monumenti meno clericali di tutta l'arte religiosa.



SAN FRANCESCO RICEVE LE STIMMATE - Giotto




sabato 12 luglio 2014

ASSISI, BASILICA SUPERIORE DI SAN FRANCESCO (Upper Basilica of St. Francis) - GIOTTO

Assisi, Basilica Superiore, interno

La luminosa struttura, uno dei prototipi del gotico italiano, è sorta in previsione di una complessa decorazione ad affresco, avviata prima del 1280, distribuita in tutti gli spazi disponibili. Il programma iconografico prevede uno stretto rapporto simbolico fra le Storie dell'Antico e del Nuovo Testamentodipinte nelle parti alte della navata e lungo il transetto, mentre le Storie di San Francesco lungo lo zoccolo, si propongono come la realizzazione esemplare dell'insegnamento della Bibbia.
L'avvio della decorazione è nel transetto, e i lavori proseguono poi lungo le fiancate, nelle zone
più alte. Dopo i primissimi interventi di maestri anonimi, la responsabilità degli affreschi passa a Cimabue e collaboratori e a un gruppo di pittori provenienti da Roma. Giotto si inserisce gradualmente, durante l'ultimo decennio del XIII secolo, dipingendo una delle volte e alcune scene bibliche (molto deteriorate), all'altezza delle finestre. In seguito, divenuto il protagonista della decorazione, affronta la fascia inferiore, destinata alle Storie di San Francesco
A trent'anni Giotto dimostra di aver ormai acquisito uno stile di piena personalità, non solo nell'articolazione delle scene, ma anche nello sviluppo narrativo dell'intero ciclo.
Anni dopo, Giotto tornerà ad Assisi, per sovrintendere alla realizzazione di alcuni cicli di affreschi nella Basilica Inferiore.



Isacco respinge Esaù (1290) Assisi, Basilica Superiore

L'episodio, la cui attribuzione a Giotto vede oggi concordi molti studiosi, fa parte delle Storie dell'Antico e del Nuovo Testamento, affrescate nella fascia fra le finestre, inizialmente sotto il controllo dei maestri romani Filippo Rusuti e Jacopo Torriti. Nonostante il precario stato di conservazione il giovane Giotto offre qui un precoce saggio di coerenza spaziale e di attenzione per le espressioni dei protagonisti, liberandosi dalle rigide convenzioni delle regole iconografiche della tradizione bizantina.



L'omaggio di un semplice (1295-1300) Assisi, Basilica Superiore

E' uno dei momenti della giovinezza di San Francesco, ambientato in un contesto urbano tratto dalla realtà. Un uomo stende il proprio mantello al passaggio di Francesco nella piazza centrale di Assisi, nel cui sfondo spiccano il prospetto classico del tempio romano dedicato a Minerva e il Palazzo Comunale. La leggibilità degli edifici è agevolata dalla discreta conservazione.


La rinuncia ai beni paterni (1295-13 00) Assisi, Basilica Superiore
Il decisivo distacco di San Francesco dal padre e dai beni è sottolineato da Giotto mediante una forte interruzione compositiva. Il santo, seminudo e ricoperto dal mantello del vescovo di Foligno, si rivolge a una mano che esce dal cielo, mentre il popolo di Assisi si stringe intorno al padre, a stento trattenuto. Due complicati edifici, costruiti con una prospettiva a ancora ingenua ma con un senso dei volumi già molto evoluto, sottolineano i due blocchi in cui si divide I'azione.


Il presepe di Greccio (1295-1300)  Assisi, Basilica Superiore

La scena, in evidente rapporto con l'episodio della Natività, è una delle più direttamente collegate con le Storie dell'Antico e del Nuovo Testamento, affrescate negli ordini superiori della navata, e che costituiscono il "precedente" delle vicende di San Francesco. La capacitò di misurare lo spazio in profondità da parte di Giotto tocca qui uno dei momenti più intensi, con l'iconostasi vista da dietro, e quindi con il Crocifisso sagomato e gli altri arredi che si sporgono verso il fondo dell'affresco, affollato di fedeli.


La predica davanti a Onorio III (1295-1300( Assisi, Basilica Superiore

La ricerca spaziale di Giotto si muove verso una progressiva consapevolezza: la "scatola" tridimensionale dell'aula in cui si svolge il dibattito è sottolineata dall'accorta disposizione degli elementi architettonici e delle figure umane, che assumono così un valore volumetrico. 
Come tutte le scene del ciclo francescano, anche questa è stata restaurata un po' troppo pesantemente in passato.


La morte del cavaliere di Celano (1295-1300) Assisi, Basilica Superiore
Il soggetto ricorda I'avverarsi istantaneo di una profezia di San Francesco che preconizza al cavaliere la salvezza eterna ma anche la morte immediata. La contrapposizione di "pieno" e di "vuoto" nella struttura compositiva collega i personaggi con I'ambiente, e la figura del santo fa da giuntura tra i due diversi spazi: nei dolenti intorno al cadavere del cavaliere Giotto trova accenti di dramma corale, passando attraverso vari sentimenti e stati d'animo.


Assisi, Basilica Superiore

Realtà e leggende della giovinezza di Giotto, fino alla rivelazione degli affreschi di Assisi  

Ci sono pervenute solo scarse notizie sulla giovinezza e la formazione di Giotto. Non sappiamo nemmeno se il suo nome sia completo oppure un diminutivo di Biagio o di Agnolo. La data di nascita non è attestata da documenti, ma ricavata dal fatto che il pittore è morto nel gennaio del 1337 a settant'anni: il 1267 è comunque una data molto plausibile, in stretta coincidenza con la nascita di Dante, che cade, com'è noto, nel 1265.

Nato in una famiglia contadina di Colle di Vespignano, non lontano da Firenze - il padre, Bondone, è "lavoratore di terra e naturale persona" - Giotto viene descritto dai più antichi commentatori (in particolare da Lorenzo Ghiberti seguito poi da Vasari) come un fanciullo prodigio. L'incontro tra il pastorello che graffisce le pecore sui sassi del Mugello e il grande maestro Cimabue, in strada verso Bologna, è uno dei più tipici e ripetuti esempi di "talento naturale" dell'intera storiografia artistica. A di là della verosimiglianza dell'antica leggenda (recentemente però riproposta per vera da Luciano Bellosi), è certa l'esistenza di un rapporto molto diretto tra Cimabue e Giotto, tanto che è possibile che maestro e allievo abbiano lavorano assieme ad alcune opere, come la Madonna della prepositura di Castelfiorentino.

Lo stile di Cimabue rappresenta l'evoluzione dell'arte bizantina in Italia: le pose delle figure, lo scarso interesse neo confronti della rappresentazione dello spazio, i gesti e i lineamenti rispondono alle regole dettate dalla tradizione orientale. D'altro canto, Cimabue ha una visione grandiosa e drammatica della storia sacra, un senso di conflitto tra bene e male che si traduce in una nuova energia plastica nei suoi dipinti, con risultati di forte impatto emotivo, "espressionistico".

Altrettanto importante dell'alunnato presso Cimabue, un altro episodio segna la formazione artistica del giovane Giotto: un viaggio a Roma. Prima di entrare a far parte del grandioso cantiere della Basilica di San Francesco ad Assisi il giovane pittore va per la prima volta nella "città eterna". Giunto là, incontra una situazione particolare: un centro di trentamila abitanti, circa la metà di Firenze, in cui emergono montagne di monumenti antichi in rovina. 
Fra le macerie dell'antica Roma spiccano le splendide costruzioni delle basiliche cristiane, parecchie delle quali sono state decorate con mosaici e affreschi nel corso del XIII secolo. 
In quel tempo si sviluppa un'importante scuola romana di pittura, i cui rappresentanti principali sono Piero Cavallini,Jacopo Torriti e Filippo Rusuti. Senza rinnegare del tutto l'iconografia bizantina, i pittori e i mosaicisti romani recuperano la tranquilla monumentalità dell'arte classica: nella città del papa sembra rinascere un'arte imperiale, alla quale partecipa anche lo scultore e architetto toscano Arnolfo di Cambio, autore a Roma di significativi complessi ornamentali.

Anche se non sono state finora identificate opere certe di Giotto anteriori agli affreschi di Assisi (qualcuno suggerisce di cercare tracce della giovinezza di Giotto fra i mosaici del Battistero di Firenze), i critici sono concordi nel sottolineare l'importanza decisiva del suo soggiorno romano, al punto che si discute se Giotto sia arrivato nel cantiere di San Francesco d'Assisi al seguito di Cimabue oppure nell'ambito degli artisti provenienti da Roma.
Comunque, dall'ultimo decennio del Duecento inizia il suo stretto rapporto con l'ordine dei Francescani, che saranno a più riprese suoi committenti.

Il grande complesso architettonico del Convento e della Basilica di San Francesco era stato avviato solo due anni dopo la morte del santo, caduta nel 1226, e si era velocemente sviluppato, fino a diventare il più importante monumento dell'architettura e della pittura italiana tra Duecento e Trecento. Una cripta sotterranea (in seguito murata, poi riaperta nel Settecento)
costituisce il primo livello: in essa si trova la tomba di San Francesco. Sopra la cripta è impostata la bassa e larga Basilica Inferiore, di architettura ancora romanica, terminata già poco dopo il 1230; sopra sorge la Basilica Superiore, consacrata nel 1253. 
Come la chiesa sottostante, è a navata unica, ma è molto più slanciata, ormai del tutto gotica. Grandi bifore con vetrate istoriate la rendono molto luminosa, in contrasto con l'oscurità e il senso di raccoglimento della Basilica Inferiore, e lo spazio viene tranquillamente ritmato dal semplice avanzare di quattro campate con volte a crociera; inoltre, grandi pareti sono lasciate libere, pronte a essere decorate con affreschi.

Nei due ambienti i lavori procedono in parallelo, anche con l'apporto di artisti nordici, ma mentre nella Basilica Inferiore, dalla pianta più articolata, si individuano diverse cappelle e zone, affidate via via a differenti artisti, i vasti muri della Basilica Superiore suggeriscono un programma unitario, ancor oggi leggibile nonostante i gravissimi danni subiti dagli affreschi nel corso dei secoli. 
Le Storie dell'Antico e del Nuovo Testamento sono infatti collegate all'illustrazione di passi della Legenda Maior, la vita e i miracoli di San Francesco secondo il racconto di San Bonaventura, composto nel 1260-1263. Il santo viene presentato non in modo agiografico o anedottico, ma storico, come se il disegno divino, attraverso i precedenti della Bibbia e del Vangelo, trovasse in Francesco una logica e diretta conseguenza.

Intorno al 1277-1280 è dunque Cimabue a dare un impulso straordinario alla decorazione del transetto sinistro, comprese le volte, affrescando tra l'altro la drammatica scena della Crocifissione. In seguito, verso il 1285, pur mantenendo Cimabue la direzione dei lavori, l'esecuzione degli affreschi passa ai suoi collaboratori, fra cui emergono il romano Jacopo Torriti e l'esordiente senese Duccio da Boninsegna. 
Si iniziano così a decorare le parti alte della navata, in particolare gli spazi fra le finestre con Storie dell'Antico e del Nuovo Testamento, sovrapposte su due registri. In questa fase, all'altezza della quarta campata, si assiste alla prima comparsa della mano di Giotto. 
L'attribuzione a Giotto di alcuni episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento è generalmente accettata, mentre ancora controversa è la cronologia, da fissare comunque intorno al 1290. 
Nella volta della campata d'ingresso, meglio conservata rispetto alle pareti laterali e alla controfacciata, sono dipinti i quattro Dottori della Chiesa, seduti davanti a leggii e scansie che simulano la decorazione geometrica a mosaico tipica del romanico laziale, mentre nel contiguo sottarco sono visibili piccole coppie di santi. 
Ancor più interessanti sono le poche parti conservate delle scene bibliche ed evangeliche fra le finestre. Divise in regolari spazi quadrati di tre metri per lato, queste scene sono uno dei campi privilegiati per lo studio della pittura italiana alla fine del Duecento: la personalità del giovane Giotto è presto avvertibile, specie nelle due Storie di Isacco e nella frammentaria Deposizione nel sepolcro, nei termini di una sottile attenzione al gioco delle espressioni e dei sentimenti, mentre il racconto segue la scansione di un metro classico, regolare e pausato, e non il ritmo incalzante e drammatico di Cimabue.

Ma se nelle Storie dell'Antico e del Nuovo Testamento Giotto collabora con altri importanti pittori, confrontandosi con essi, passando al registro inferiore diventa il solo protagonista. 
La parte bassa delle pareti è leggermente aggettante, e sembra essere stata appositamente predisposta, durante la costruzione della basilica, per far da supporto a un ciclo di affreschi. 
Le Storie di San Francesco, sviluppate secondo un senso di lettura che parte dal fondo della parete destra per risalire, passando per la controfacciata, lungo la sinistra, segnano l'affermarsi di un'idea nuova nell'arte. 
Composte durante la se- conda metà degli anni Novanta del Duecento, seguono la vita di san Francesco dall'adolescenza fino ai miracoli compiuti dopo la morte: senza precedenti iconografici (se non per le fattezze del santo), Giotto può affrontare liberamente l'impresa, e solo in alcune delle ultime scene si nota un certo allentamento della qualità, segno dell'intervento di allievi. 
La novità di questi affreschi consiste nell'aver presentato San Francesco in carne e ossa (si veda il nudo parziale della Rinuncia ai beni paterni), fra la sua gente (spesso rappresentata in modo corale, come nella Morte del cavaliere di Celano, in luoghi riconoscibili e concreti (la piazza di Assisi fa da sfondo all'Omaggio di un semplice; e, soprattutto, in spazi architettonici o naturali concepiti in modo tridimensionale e funzionale alla scena rappresentata. 
Ad esempio, le linee delle colline del Dono del mantello a un povero convergono verso la testa del santo, che diventa così il vertice non solo dell'episodio narrativo, ma di tutto il paesaggio; le architetture del Colloquio col Crocifisso di San Damiano e della Conferma della regola sono autentiche "scatole" spaziali, descritte con un'inedita visione a tre dimensioni, il anticipo sulle ricerche della prospettiva: notevole, in tal senso, è l'iconostasi vista da dietro nel Presepe di Greccio.
Senza disperdersi in un racconto puramente biografico, e anzi mantenendo testualmente il programma iconografico, Giotto realizza una sequenza di immagini, di personaggi e di scenari reali, chiudendo in modo definitivo ogni rapporto con lo stile bizantino. L'equilibrio delle sue scene raggiunge l'obiettivo di un racconto commovente ed emozionante per il semplice fedele, denso di interesse di novità per gli artisti e gli uomini di cultura.




sabato 5 febbraio 2011

MIRACOLO DELLA SORGENTE (Miracle of the Spring) Giotto di Bondone



MIRACOLO DELLA SORGENTE (1290 - 1304)
Giotto di Bondone
Basilica Superiore di San Francesco - Assisi
XIII - XIV secolo
Affresco cm. 270 x 300


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Pixel 1800 x 2500 - Mb 2,11



La scena rappresenta un episodio della storia di San Francesco.
Mentre il Santo saliva in groppa a un asino accompagnato da due confratelli, incontrò un infermo assetato.
Francesco si fermò e pregando fece sgorgare una sorgente da un'arida roccia.

Il "poverello di Assisi" come è chiamato per tradizione il Santo, è rappresentato al centro dell'immagine e la disposizione del paesaggio lo mette in evidenza: il volto di Francesco che prega è infatti posto quasi all'incrocio di due ali di rocce.
La composizione è essenziale, come richiedeva l'ambiente francescano a cui era destinato, non concedendo alcun particolare decorativo.
Nell'estrema semplicità della scena, Francesco, già rappresentato varie volte nel Duecento secondo gli schemi bizantineggianti, risulta un personaggio vivo e reale.
Giotto narra innanzitutto la storia di un uomo in termini accessibili a tutti e non dispone figure da adorare, come l'arte bizantina.


L'affresco fa parte del ciclo delle STORIE DI SAN FRANCESCO che Giotto affrescò nella chiesa superiore di San Francesco ad Assisi presumibilmente fra il 1290 e il 1304.
L'opera è assegnata al pittore secondo un'antica tradizione e non secondo dati documentari: il primo a ricordare l'attribuzione è Lorenzo Ghiberti nel 1450 circa.
La scena del MIRACOLO DELLA FONTE, pur essendo stata ideata da Giotto, sembra realizzata almeno in buona parte dalla bottega, anche se la critica concorda a giudicare autografa la figura dell'uomo assetato.
In seguito ad alcuni esami è stato notato che i colori in certe zone non hanno aderito bene all'intonaco, forse perché l'affresco si trova vicino alla porta d'ingresso.


IL "REALISMO" DI GIOTTO

Vasari notava nel 1565 la particolare attenzione che l'artista aveva avuto nel rendere con verosimiglianza il volto dell'uomo assetato "nel quale si vede vivo il desiderio dell'acqua".
Già all'epoca di Giotto, Cennino Cennini, pittore ed autore del celebre "Libro dell'arte", invitava i pittori a studiare e a copiare la natura, restando comunque ben lontano dalla concezione moderna di natura "en plein air": per dipingere una montagna, Cennini consigliava semplicemente di copiare una pietra ingrandendola ed è proprio quanto sembra aver fatto Giotto nell'affresco di Assisi.
Numerosi aneddoti illustrano la capacità dell'artista di rappresentare la realtà.
Vasari stesso riferisce un episodio secondo il quale il giovane Giotto aveva dipinto di nascosto una mosca sul naso di una figura realizzata dal suo maestro Cimabue.
Quest'ultimo, credendo che si trattasse di un insetto vero, tentò più volte di scacciarlo, naturalmente invano.



mercoledì 2 dicembre 2009

IL PRESEPE DI GREGGIO (Crib at Greggio) - GIOTTO di Bondone

IL PRESEPE DI GREGGIO (1296 circa)
GIOTTO di Bondone (1266 – 1337)
Pittore italiano del XIII secolo
Basilica di San Francesco ad Assisi
Affresco cm. 270 x 230


Secondo la versione più accreditata, Giotto nacque nel 1266 nei pressi di Firenze dove il padre, Bondone, si era stabilito da alcuni anni.
Dal 1280 al 1290 il pittore svolse il suo apprendistato nella bottega di Cimabue e tra il 1290 e il 1295 partecipò all'esecuzione degli affreschi della parte alta della basilica superiore di San Francesco ad Assisi.
Nello stesso periodo fece, con molta probabilità, un viaggio a Roma dove fu iniziato alla tradizione classica tramite le opere di Arnolfo e di Cavallini…, l'influsso romano è riscontrabile in numerosi elementi degli affreschi di Assisi.
Intorno al 1296-1297 Giotto affrescò la serie della Leggenda di San Francesco, nella basilica superiore di San Francesco ad Assisi.
Nel 1300 si recò nuovamente a Roma ove eseguì, nella Loggia delle Benedizioni in San Giovanni in Laterano, un affresco commemorativo del grande giubileo indetto da papa Bonifacio VIII.
Nel 1301, ritornato a Firenze, dipinse il polittico della Badia (oggi agli Uffizi).
Tra il 1304 e il 1306 si recò a Padova dove realizzò, per conto di Enrico degli Scrovegni, gli affreschi della cappella dell'Arena.
Dal 1311 Giotto fu di nuovo a Firenze e, dopo il 1317, affrescò forse quattro cappelle nella basilica di Santa Croce (attualmente sono rimaste solo le cappelle Bardi e Peruzzi).
Il pittore lavorò anche a Bologna e alla corte di Roberto d'Angiò a Napoli.
Nel 1334, nominato direttore dei lavori per il duomo di Firenze, fornì il progetto per l'edificazione del campanile, per il quale scolpì anche dei bassorilievi.
Nel 1335 lavorò a Milano per Azzone Visconti, successivamente il papa Benedetto XII gli commissionò un ciclo di affreschi, inerenti la storia dei martiri cristiani, per il palazzo pontificio ad Avignone, ma la morte, sopravvenuta 1'8 gennaio 1337 a Firenze, gli impedì di affrontare quest’ultimo progetto.


IL PRESEPE DI GREGGIO

Nel ciclo francescano risulta già evidente il pieno possesso dei mezzi espressivi che faranno dell'artista uno dei più grandi innovatori della pittura italiana.
Con Giotto vengono abbandonati i rigidi schemi dell'arte bizantina a vantaggio di un realismo che si risolve in un vivo senso dello spazio e del volume, e nella drammatizzazione delle espressioni.
Giotto racconta in questo ciclo di affreschi una storia reale, popolata da personaggi autentici che esprimono sentimenti profondamente umani.
Nell'episodio del “Presepe di Greccio” questi caratteri innovativi sono chiaramente evidenti.
Lo spazio è definito dagli elementi architettonici e dagli ornamenti sacri rappresentati in un'esemplare prospettiva, il pulpito monumentale, la tribuna sopraelevata e soprattutto lo splendido pannello dipinto della croce, visto dal retro e raffigurato tramite un audace scorcio prospettico.
Sono tuttavia le figure plastiche di San Francesco e del Bambin Gesù a costituire il vero fulcro della scena…, essi si pongono in rapporto con il leggio, la porta - dalla quale si affacciano alcune donne - e la croce di legno.
Ogni personaggio è raffigurato con una propria individualità: un nuovo modo di rappresentazione, sconosciuto fino ad allora, si affacciava nell’arte italiana.

Il Presepe di Greccio è uno dei ventotto episodi della vita di San Francesco dipinti da Giotto tra il 1296 e il 1300 sulla navata della basilica superiore di San Francesco ad Assisi.
I soggetti della scena prendono spunto dalla “Legenda Maior”, redatta da San Bonaventura di Bagnoregio.
Per la realizzazione dell'intero ciclo, Giotto si avvalse della collaborazione di numerosi aiuti, tra i quali il Maestro di Santa Cecilia, la cui opera più famosa, “Santa Cecilia e la sua storia”, è oggi conservata agli Uffizi di Firenze.


martedì 8 luglio 2008

PREDICA AGLI UCCELLI (Preaching to the Birds) - Giotto di Bondone



PREDICA AGLI UCCELLI
(1290 - 1300 circa)

Giotto di Bondone (1267 - 1337)

Pittore italiano del XIII secolo

Basilica di San Francesco ad Assisi

Affresco cm. 270 x 300









L’affresco, che fa parte del ciclo di affreschi eseguiti da Giotto e dalla sua bottega nella basilica di San Francesco ad Assisi, rappresenta uno degli episodi della vita di San Francesco , ricordato nella LEGENDA MAIOR di San Bonaventura, scritta tra il 1260 e il 1263.

Francesco, giunto a Bevagna, “predicò a molti uccelli; e quelli esultanti stendevano i colli, protendevano le ali, aprivano i becchi, gli toccavano la tunica”.
In linea di massima la scena qui rappresentata risulta fedele alla descrizione di San Bonaventura; l’episodio è narrato attraverso gli elementi descrittivi essenziali: in primo piano è il Santo, riconoscibile dall’aureola, con un compagno di viaggio, gli uccelli e qualche albero.

In questa occasione Giotto risulta avere una mentalità affine a quella francescana, che si manifesta grazie alla riscoperta della natura semplice, fatta di piccole cose da amare e da osservare, una natura armoniosa pur nella sua elementarità, pronta ad accogliere gli spiriti più umili e miti.
La scena, ritenuta completamente autografa, è una delle più famose del ciclo delle STORIE DI SAN FRANCESCO, affrescato fra il 1290 e il 1300 circa da Giotto nella basilica superiore di San Francesco di assisi.
La zona dell’affresco dove sono gli uccelli si presenta molto rovinata, forse a causa della tecnica “a secco” utilizzata da Giotto per rifinire i particolari.


UN ANEDDOTO DELLA VITA DI GIOTTO

Francesco Sacchetti, novelliere del Trecento, narrò vari aneddoti della vita di Giotto.
Tra questi il più simpatico mi sembra sia quello che racconta di quando l’artista, andando un giorno alla fiera di San Gallo a Firenze con dei compagni, cadde a terra dopo uno scontro con dei maiali che correvano per sfuggire al proprietario.
Con calma e sorridendo, Giotto commentò l’episodio…

“In effetti questi maiali hanno ragione a farmi dispetto, grazie alle loro setole ho guadagnato i miei soldi e mai mi sono preoccupato di loro e del loro sostentamento".
Abbandonata la fiera Giotto si fermò insieme agli amici davanti a un dipinto con le STORIE DI MARIA E GIUSEPPE.
Uno del gruppo chiese all’artista…
“Secondo te, perché Giuseppe è rappresentato sempre così malinconico?”... Rispose pronto il pittore…
“Considera che ha una moglie che non sa fino a che punto è sua o di qualcun altro”.
Tale arguzia e prontezza rimase proverbiale a Firenze, tanto da essere ricordata da vari testi dell’epoca.


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