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giovedì 2 agosto 2018

ARTHUR SCHOPENHAUER - Vita e opere (Life and Works)

 Ritratto di Arthur Schopenhauer (1815-1818) Ludwig Sigismund Ruhl

ARTHUR SCHOPENHAUER

Arthur Schopenhauer (Danzica, 22 febbraio 1788 – Francoforte sul Meno, 21 settembre 1860). Figlio di Heinrich Floris Schopenhauer, proprietario terriero e ricco commerciante, e da Johanna Trosiener, donna di grande sensibilità e intelligenza, frequentatrice di ambienti letterari ed essa stessa scrittrice nota. Dopo la caduta della repubblica di Danzica sotto il dominio prussiano, il padre, di convinzioni repubblicane, si trasferì con la famiglia ad Amburgo, ove intensificò la sua attività commerciale. Preoccupato del carattere chiuso e riflessivo del figlio, Heinrich Schopenhauer cercò di distrarlo con viaggi e permanenze all'estero: dal 1797 al 1799 Arthur abitò a Le Havre, presso un commerciante amico, e successivamente, tra il 1803 e il 1804, compì un lungo viaggio in Olanda, Inghilterra, Francia, Svizzera e Austria. L'intento del padre era anche quello di far conoscere il più possibile il mondo al figlio per prepararlo all'attività commerciale a cui lo aveva destinato e a cui il giovane si dedicò a malincuore, per compiacere il padre. Questi viaggi ebbero però il risultato di aprire la mente del giovane a paesi e culture europee diverse, contribuendo a formarlo ad una cultura europea di vasto respiro e con una grande padronanza delle lingue straniere.
Nel 1805 comincia a lavorare nel commercio; nell'aprile il padre muore suicida, ed il giovane Schopenhauer continua per altri due anni l'attività commerciale, quasi per onorare la volontà paterna. Ma, dotato di un ricco patrimonio finanziario e terriero e privo di preoccupazioni economiche, è ormai in grado di potersi dedicare liberamente ai suoi autentici interessi filosofici, scientifici e letterari.
Nel 1807, infatti, decide di seguire questa sua vera vocazione, incoraggiato in questo dalla madre, e inizia gli studi classici a Gotha per terminarli a Weimar, ove la madre si era nel frattempo trasferita, aprendo un salotto letterario frequentato da intellettuali di primissimo piano, tra cui Goethe e Wieland. Si iscrive quindi all'Università di Cottinga, ove Gottlob Ernst Schulze lo inizia alla conoscenza di Platone e di Kant, che rimarranno i suoi veri maestri filosofici. Nel 18111 segue a Berlino le lezioni di Fichte, maturando però ben presto un distacco dall'idealismo, che si trasforma in opposizione implacabile. Nel 1813 si dedica alla stesura della dissertazione Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, con cui consegue sul finire dello stesso anno il dottorato in filosofia presso I'Università di Jena. Importante, in questo periodo, la conoscenza di Friedrich Majer, orientalista, dal quale viene iniziato alla conoscenza delle filosofie e della cultura orientale, che tanto rilievo avranno nella sua filosofia.
Stabilitosi successivamente a Dresda, nel 1816 pubblica il Trattato sulla vista e i colori e lavora intensamente alla stesura di quello che sara il suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione, che uscirà presso l'editore Brockhaus nel 1818.
Dopo un anno di permanenza in Italia, nel 1820 consegue a Berlino la libera docenza e tiene il suo primo corso libero presso quella università, facendo coincidere, per ostilità con Hegel, le sue ore di lezione con quelle del grande filosofo, allora all'apice del successo. Il risultato assai deludente fu che Schopenhauer dovette interrompere il corso per mancanza di studenti, e da allora maturò un disprezzo - assai giustificato in uno spirito libero, ricco di varia cultura e cresciuto in ambienti di alta cultura - per I'ambiente universitario e la filosofia accademica.
Compì quindi un secondo viaggio in Italia nel 1822, e I'anno successivo, dopo varie permanenze a Monaco, Dresda, Berlino e altri luoghi, decide di stabilirsi a Francoforte sul Meno. Qui dedicherà la sua vita, povera di fatti esteriori, allo studio e alla produzione filosofica, che si fa particolarmente intensa; nel 1836 pubblicala Volontà nella natura e nel 1841 I due problemi fondamentali dell'etica, in cui riunisce due scritti di etica: la Libertà del volere umano, del 1839, scritta per partecipare ad un concorso dell'Accademia norvegese di Trondheim, che fu premiato , e Il fondamento dello morale, del 1840, presentato ad un concorso bandito dalla Società reale di Danimarca, che fu invece contestato.
Nel 1844 pubblica una nuova edizione del Mondo come volontà e rappresentazione, a cui unisce un ponderoso volume di Supplementi, che sviluppano e arricchiscono di nuove riflessioni e tematiche le idee centrali della sua opera principale. Ma anche questa volta come la precedente, I'opera non ebbe successo.
Ma il successo arrivò infine proprio con la pubblicazione dei Parerga e Paralipomena;lo stile limpido e letterariamente pregevole (in cui si nota quanto egli avesse fatto tesoro della frequentazione personale e letteraria di Goethe e degli altri scrittori che aveva conosciuto e letto) e la facilità con cui esponeva problemi filosofici complessi e profondi, insieme a riflessioni morali sulle esperienze di vita, sortirono un effetto che le altre opere non avevano potuto produrre. Un pubblico sempre più vasto comincia ad interessarsi di Schopenhauer; il famoso storico della filosofia Johann Eduard Erdmann (Wolmar, 13 giugno 1805 – Halle sul Saale, 12 giugno 1892)  gli dedica due saggi nel 1853 e nel 1854, mentre, ancora nel 1853, usciva sulla Westminster Review un saggio rilevante di John Oxenford (12 agosto 1812 - 21 febbraio 1877) sul suo pensiero, diffondendone cosi la conoscenza anche all'estero ed inaugurando una serie di studi anche di filosofi accademici sulla filosofia schopenhaueriana. Intanto si moltiplicava la schiera degli amici e dei discepoli, sull'onda di un insperato successo.
Stava attendendo alla riedizione delle sue opere principali quando la morte lo colse, nel pieno del successo, nella sua casa di Francoforte, il 2 settembre 1860.


LE OPERE

Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente (titolo originale: Über die vierfache Wurzel des Satzes vom zureichenden Grunde), 1813.

Sulla vista e i colori (titolo originale: Über das Sehen und die Farben), 1816.

Il mondo come volontà e rappresentazione (titolo originale: Die Welt als Wille und Vorstellung), 1818/1819, secondo volume, 1844.

Sul volere nella natura (titolo originale: Über den Willen in der Natur), 1836.

Sulla libertà del volere umano (titolo originale: Über die Freiheit des menschlichen Willens), 1839.

Il fondamento della morale (titolo originale: Über das Fundament der Moral), 1840.

Parerga e paralipomena (titolo originale: Parerga und Paralipomena), 1851.


OPERE POSTUME

Aforismi sulla saggezza del vivere (scelti dai Parerga und Paralipomena)

Consigli sulla felicità (antologia dagli Aforismi)

Come pensare da sé. Antologia essenziale per chi vuole usare la propria testa

Il giudizio degli altri

Il primato della volontà

La filosofia delle università

L'arte di conoscere se stessi

L'arte di essere felici esposta in 50 massime

L'arte di farsi rispettare esposta in 14 massime

L'arte di insultare

L'arte di invecchiare

L'arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi

L'arte di ottenere rispetto

L'arte di trattare le donne

L'arte della musica

Memoria sulle scienze occulte

Metafisica dei costumi. Lezioni filosofiche

Metafisica dell'amore sessuale. L'amore inganno della natura

Sulla felicità e sul dolore

Sulla lettura e sui libri

Sulla lingua e sulle parole

Sulla religione (antologia da varie opere)

Sul mestiere dello scrittore e sullo stile


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ARTHUR SCHOPENHAUER - Vita e opere (Life and Works)

IL MONDO COME VOLONTÀ E COME RAPPRESENTAZIONE (The World as Will and Representation) - Arthur Schopenhauer


venerdì 25 giugno 2010

IL MONDO COME VOLONTÀ E COME RAPPRESENTAZIONE (The World as Will and Representation) - Arthur Schopenhauer

          



IL MONDO COME VOLONTÀ E COME RAPPRESENTAZIONE 

Arthur Schopenhauer (1788-1860)


Arthur Schopenhauer si considera il vero successore di Kant: anche lui vuol tenersi a contattò con il mondo dell'esperienza, e darne un'interpretazione, la quale dica "che cosa esso è", di là dall'apparenza in cui ci si mostra.
Ma il soddisfacimento di questo bisogno metafisico egli lo cerca al di fuori della sfera dell'attività concettuale del pensiero - nella quale Hegel aveva ricondotto la speculazione -, in un'intuizione geniale analoga a quella dell'artista.
Rivela con ciò, nel suo orientamento spirituale , un'innegabile affinità con quello - caratteristicamente romantico - di Fichte e di Schelling, che egli tuttavia coinvolge con Hegel in una uguale avversione acre e violenta.

Vero è che attraverso l'intuizione l'universo si presenta a Schopenhauer come con segno mutato rispetto a quello degli idealisti.
Dove questi vedevano profonda armonia e trasparente razionalità ed evolversi di un Logos eterno verso un più pieno e gioioso possesso di sé, Schopenhauer vede invece il dominio d'una cieca volontà irrazionale, che non sa quel che vuole, dispiegantesi senza meta di sorta, senz'altra legge che non sia quella di acuire sempre di più la sua perenne insoddisfazione e di aumentare il dolore che porta in sè.
Irrazionalismo contro razionalismo, pessimismo contro ottimismo, convinzione fredda di un immobile ripetersi di vicende nello stupido gioco della vita di contro a uno storicismo esaltante l'eterno progresso della realtà verso il bene.
Attraverso l'intuizione geniale - posta come organo del filosofare - è la personalità stessa del pensatore che si proietta nell'universo: e la personalità di Schopenhauer è coscienza viva di una dilacerazione interiore, che non saprebbe comporsi se non nell'estinzione dello stesso agire.

Schopenhauer dunque si professa kantiano nell'ammettere che il mondo quale ai offre alla nostra conoscenza è fenomeno: il mondo della conoscenza non è che una nostra rappresentazione.
Esso, più propriamente, è una serie infinita di rappresentazioni, legate tra loro dal principio di causa (l'unica legge, alla quale Schopenhauer ritiene siano riducibili tutte le forme a priori kantiane).
Fra le cose e noi si frappone un velo ingannevole - il velo di Maja, di cui parla, la sapienza indiana -, attraverso il quale noi - quasi per incantesimo - vediamo le cose come in sogno o come effetto di un'illusione ottica: apparenza vana e fuggitiva.

Ma se il mondo è rappresentazione del nostro intelletto, questo è alla sua volta, funzione del cervello (in questa affermazione Schopenhauer è sotto l'influenza della psicologia materialistica francese).
Il mondo della rappresentazione ci appare costituito così e non altrimenti, perchè il nostro organismo corporeo è conformato, nei suoi organi sensoriali, in modo da fornirsi quelle date qualità, sensibili e non altre, e, nel cervello, in modo da fornirci quei modi di connessione delle qualità stesse e non altre.
L'Essere in se non può manifestarsi come "coscienza rappresentativa", se non determinandosi in un prodotto, che, alla stessa coscienza rappresentativa, apparirà come un organismo corporeo.
In tal senso la coscienza, l'io si identifica col suo corpo (questo l'oggetto principale del primo libro del "Il mondo come volontà e rappresentazione, intitolato "Il mondo come rappresentazione").

E anzi questa identificazione dell'io - quale coscienza rappresentativa - col corpo, permette, secondo Schopenhauer di scoprire quella cosa in sè che dal velo di Maja ci è nascosta.
Se ognuno di noi non fosse che un puro soggetto sensoriale, una, coscienza rappresentativa, "una testa d'angelo alata senza corpo", noi non potremmo uscire dal mondo dei fenomeni.
Ma ognuno di noi è anche un corpo.
E la vita corporea ci si rivela direttamente come attività muscolare, come azione motrice.
Questo è ciò che distingue la, rappresentazione del nostro corpo da tutte le altre rappresentazioni, ciò per cui esso appare conte proprio di ognuno dì noi, come l'oggetto con cui l'io tende a identificarsi.
Attraverso il moto muscolare l'io ci mostra come due facce diverse, l'una esteriore - quella che appunto si offre, alla rappresentazione -, per cui esso appare corpo, l'altra interiore, per cui esso si rivela quale tendenza, sforzo, in una parola si rivela quale volontà.
Il movimento corporeo non è altro che lo sforzo volontario obiettivato, cioè divenuto oggetto di rappresentazione.
Tutto l'organismo non è che volontà oggettivata, volontà resa visibile, fenomenizzarsi della volontà.

La volontà è dunque la nostra realtà vera.

Possiamo allora estendere a tutte le altre cose della natura questa medesima spiegazione: il mondo è la "volontà universale" resa visibile.
La volontà è il nocciolo di ogni individuo e, nel tempo stesso, del mondo intero.
E' una stessa volontà, che appare in ogni forza cieca della natura come nell'operare riflesso dell'uomo: dalla gravitazione dei corpi ai processi molecolari, alla cristallizzazione, alla vegetazione, all'istinto animale, al volere cosciente dell'uomo, è una medesima essenza che differisce soltanto nel grado di apparire.
E una medesima "volontà" di vivere eterna e infinita, Volontà inconscia, senza scopo, assolutamente irrazionale, senza conoscenza, istinto cieco che non vuol altro che volere.

Il che non toglie tuttavia che nel suo modo di esplicarsi vi sia una profonda teleologia, veramente inconciliabile con la sua affermata irrazionalità e cecità..., teleologia rivelantesi appunto nella gerarchia dei gradi di manifestazioni, attraverso i quali la Volontà si obiettiva in forme che tendono alla coscienza, e culminano finalmente in essa.
E solo quando sorge la coscienza, ossia un soggetto rappresentativo, la, volontà stessa appare ad essa come un mondo di oggetti rappresentabili nella sfera dello spazio, del tempo e della causa (nel che il pensiero di Schopenhauer si mostra, assai vicino alla filosofia della natura d Shelling).

E vi ha di più: in questo processo di obiettivazione della volontà in una infinità di gradi bisogna distinguere come due stadi.
Nel primo l'essenza immutabile e eterna della Volontà sussiste intatta, pur determinandosi in tante gradazioni differenti quante silo le "specie" di cose della natura: immutabili ed eterne, anch'esse, nel mutare e succedersi degli individui, entità superindividuali non collocabili quindi nello spazio e nel tempo, corrispondenti a quelle che sono le idee platoniche.

Nel secondo stadio di oggettivazione poi si compie il passaggio dalle "idee tipiche" e universali agli individui, il rifrangersi dell'idea, unica in un numero infinito di esseri individuali.
Questo secondo stadio di obiettivazione dà, luogo al fenomenalizzarsi della cosa in sé..., la molteplicità degli individui è apparenza, dovuta alle leggi proprie della nostra coscienza.
Sono lo spazio e il tempo il "principium individuationis".

E appunto perché la Volontà universale è fuori del tempo e dello spazio e quindi indivisibile, numericamente una, essa è tutta intera così nelle singole idee come nei singoli individui di ogni idea, così nella pietra come nella querce come nell'uomo, così in una querce come in milioni di querce.
E se un essere, fosse pure il più piccolo del mondo, potesse venire interamente annientato, con esso perirebbe il mondo intero.
La volontà è indistruttibile.
Nasce e muore l'individuo, ma l'individuo è fenomeno, e il tempo è soggettivo.
Il passato come il futuro non sono che un sogno della nostra fantasia.
Nella realtà non c'è che la vita, e la vita è il presente, il presente che ci accompagna per tutta l'eternità, punto inesteso, meriggio eterno senza tramonto refrigerante.
Presente e vita stanno fermi, senza vacillare, come l'arcobaleno sulla cascata.


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