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lunedì 16 dicembre 2013

L'OROLOGIO DELLA TECNICA NEL MEDIOEVO (The clock of the technique in the Middle Ages)

                                                         
Abituati come siamo a portare al polso o in tasca un orologio di ottima precisione, a incontrare un grande orologio altrettanto ben regolato a ogni angolo della strada, a far riferimento a segnali orari trasmessi per radio e per TV cinque o sei volte al giorno e, in caso di necessità, a richieder I'ora esatta per telefono, ci riesce persino difficile immaginare la vita in un mondo privo di orologi.

Eppure, occorre giungere al tardo Medioevo per incontrare un certo numero di orologi, abbastanza precisi, sulle torri o i campanili delle città, e ad un'epoca di molto posteriore per incontrare pendole domestiche, cronometri di marina sufficientemente precisi, e, infine, orologi portatili in quanto non troppo ingombranti.

Nelle epoche precedenti, l'esigenza di disporre di orologi, e cioè di strumenti capaci di misurare il tempo, era, naturalmente, sentita, ma la meccanica non era abbastanza evoluta per permetterne la costruzione. Esistevano le ben note clessidre, adatte a misurare brevi intervalli di tempo, ma non a fornire un'indicazione continua; candele graduate che bruciavano con regolarità, apparecchi a deflusso d'acqua, che impiegavano a vuotarsi un certo tempo, ed anche orologi solari, di difficile lettura e inadatti a fornire indicazioni su periodi di tempo brevi, a funzionare di notte e nei giorni piovosi.

Per secoli, inventori, astronomi, fisici, meccanici, tentarono per diverse vie di risolvere un problema tanto importante: immaginate una società nella quale gli orari di lavoro non si possano determinare con precisione, non sia possibile fissare con esattezza l'ora di una riunione, un appuntamento, neppure l'ora dei pasti, per non parlare della navigazione e dei trasporti.

Eppure, soltanto nel tardo Medioevo comparvero gli orologi da torre, di grandi dimensioni, discretamente sicuri ,e precisi, di struttura notevolmente complessa. Non posso citate, a tale proposito, nè nomi nè date precise: alcuni testi fissano la costruzione del primo orologio meccanico da torre al 1230 circa, altri al 1280; Dante Alighieri, nel Paradiso, e precisamente nei canti X e XXIV fa cenno ad orologi meccanici con tanto di ruote dentate, quadrante, indicatore e bilanciere.
Nel 1309 fu installato a Milano un orologio da torre, che rimase in funzione per oltre due secoli; nel 1348 fu installato sul castello di Dover, in Inghilterra, un orologio con tanto di bilanciere e scappamento a bacchetta, conservato ancora oggi in un museo.



L'orologio del castello di Dover
    
L'orologio meccanico, indubbiamente, fu il congegno più complesso costruito nel tardo Medioevo, e la sua importanza, per la vita pubblica, fu ovviamente altrettanto grande della sua complessità strutturale.
Nel 1500 non c'era città di una certa importanza che non avesse la sua Torre dell'Orologio, ed un incaricato della regolazione e del buon funzionamento dell'orologio stesso, regolarmente stipendiato e gratificato del titolo di "moderatore dell'orologio". Questo personaggio doveva essere munito di conoscenze di meccanica e di falegnameria, per poter operare la necessaria manutenzione e le eventuali riparazioni, ma anche di sufficienti conoscenze per riferire l'andamento dell'orologio al sole: come è ovvio, un ritardo anche piccolo, dell'ordine del minuto al giorno, se non viene compensato, dopo qualche mese porta ad uno scarto accumulato dell'ordine delle ore, nelle quali condizioni, avere o non avere l'orologio, fa lo stesso.

La struttura dell'orologio di Dover, cui faccio riferimento, trattandosi, se non erro, del più antico orologio meccanico giunto intatto fino ai nostri giorni, ci dà un'idea dell'evoluzione raggiunta dalla meccanica del tardo Medioevo. 
L'orologio consiste di un robusto telaio in ferro, che porta due grossi tamburi girevoli ed una serie di ruote dentate, sempre metalliche, con rapporti di riduzione da uno a dieci ed anche più (qualunque meccanico, anche munito di macchine moderne, sa quanto delicata sia la costruzione di ingranaggi, specialmente se tra ruota e pignone c'è una grande differenza di dimensioni). Lo scappamento dell'orologio, con tanto di ruota a corona con denti di profilo speciale, bilanciere e relativi meccanismi ausiliari, appare ancor più complesso e di difficile costruzione e controllo.

Per realizzare un simile meccanismo, era evidentemente necessario un assortimento di attrezzi ed arnesi perfezionati e specializzati: e in effetti, l'indagine storica ha messo in evidenza come nel tardo Medioevo tutta una serie di dispositivi, macchine, attrezzi, arnesi e metodi di lavorazione nuovi ed efficienti fossero ormai diffusi, ad opera di una tradizione trasmessa per via commerciale, o direttamente da una bottega artigiana all'altra, e dal mastro artigiano ai suoi apprendisti.



Orologio ad acqua di fabbricazione inglese
    
Il trapano ad arco, rimasto tale e quale dalla lontana preistoria, era stato sostituito gradualmente, nel Medioevo, dal trapano a collo d'oca, del tipo comunemente usato ancor oggi in falegnameria, e veniva munito, nel tardo Medioevo, di punte elicoidali, costruite per battitura e fucinatura e poi temperate. In tal modo, si ottenevano, sia nel legno che nelle lastre metalliche, fori abbastanza regolari, e con un lavoro non troppo lungo.

Il tornio per la lavorazione del legno era ormai una macchina abbastanza diffusa, azionata a pedale, con una balestra di richiamo fissata al soffitto: più tardi, il tornio divenne a movimento continuo, in un senso solo, sempre azionato a pedale, attraverso un meccanismo tipico di biella-manovella, e venne anche impiegato per tornire parti metalliche.

L'inventore, o gli inventori, del bullone, della vite e della chiave inglese, impiegati già allora come lo sono oggi, rimarranno per sempre ignoti, ma la loro invenzione era già diffusa e largamente impiegata attorno al 1300, mentre attorno al 1350 cominciarono ad impiegarsi macchine per la trafila dei metalli, primo, tra tutti il rame, ed intorno al 1400 i primi rudimentali laminatoi, per ottenerne lastre metalliche; in primo luogo, anche qui, in rame.

Ai nostri occhi di uomini del ventunesimo secolo, un mondo composto per la gran parte da analfabeti, nel quale un libro, scritto necessariamente a mano, era più raro di quanto oggi non sia, ad esempio, un autentico tappeto persiano del secolo scorso, appare perlomeno strano, e richiede uno sforzo di immaginazione per essere concepito. 
Eppure, nel Medioevo, coloro che sapevano leggere e scrivere erano una stretta minoranza, ed i libri, scritti a mano, assai rari; particolarmente nel mondo del lavoro, nelle città e nelle campagne, poco si leggeva, ed ancor meno si.scriveva. 
Gli scrivani di professione provvedevano a scrivere lettere, contratti, comunicazioni, suppliche, testimonianze; a render di pubblica ragione ordinanze, editti, notizie, provvedevano i banditori, tanto che spesso si parlava di una "grida" intendendo un'ordinanza o un editto.


Hartman Schedel, Liber Chronicarum (stampato a Norimberga nel 1493)

Nel primo Medioevo, anche se una maggior massa avesse voluto imparare a leggere ed a scrivere, avrebbe cozzato contro motivi strettamente economici, e cioè l'altissimo costo delle pergamene e più ancora dei libri, scritti laboriosamente a mano dagli scrivani specializzati in questo lavoro, gli amanuensi
Con I'introduzione della carta, il primo di questi ostacoli venne a cadere, in quanto il costo di questo materiale era ben più ridotto del costo delle pergamene. Ma il costo dei libri permaneva elevatissimo, continuando a costituire una barriera ferrea alla diffusione del sapere, ed in primo luogo dell'alfabetismo.

Questo secondo ostacolo cadde anch'esso, nel tardo Medioevo, con l'invenzione della stampa, i cui effetti si fecero sentire progressivamente in tutti i paesi, in tutti i campi, in tutti i settori. Gli effetti non furono naturalmente immediati, e la pratica della stampa impiegò un secolo a diffondersi in maniera capillare, ma il grande ostacolo era caduto, ed il progresso in quel senso aveva ormai la via aperta.

La stampa non fu un'invenzione 'unitaria', ma procedette attraverso tre gradini, ed una tecnica rimasta ancor oggi per la stampa di disegni d'arte: la xilografia. 
In un primo tempo, interi masselli di legno furono incisi, in modo da lasciate in rilievo il profilo dei caratteri: ogni massello permetteva di stampate una pagina. Vennero poi introdotti dei masselli che portavano un monogramma o una lettera maiuscola, ai quali si affiancarono presto completi assortimenti di caratteri singoli, che venivano riuniti in un telaio a formare una pagina da stampare; a stampa finita, la pagina veniva 'scomposta', ed i caratteri riutilizzati per un'altra, cosa evidentemente impossibile con la tecnica del massello unico per una sola pagina.

Il terzo gradino, fu l'introduzione dei caratteri metallici fusi. Questi si presentavano e venivano impiegati come quelli di legno, ossia ogni massello, evidentemente di piccole dimensioni, portava un solo carattere, una sola lettera: con un assortimento di caratteri si componeva la pagina da stampare. Il progresso consisteva nel passaggio dal carattere di legno a quello di metallo, e nel modo di ottenerlo: mentre il carattere di legno veniva ricavato con un processo abbastanza costoso di 'scultura' del massello, il carattere di metallo si otteneva gettando una lega metallica fusa entro una 'matrice', anch'essa metallica; incisa. Il costo di una matrice era certo superiore al costo di un carattere di legno, ma da una mantice si potevano ottenere centinaia di caratteri metallici, i quali, per di più, duravano molto di più di quelli in legno.

Le notizie più antiche; sulla stampa, vengono dall'Estrerno Oriente, e cioè dalla Cina e dalla Corea: sembra che già nel VI secolo si stampassero libri con la tecnica del massello unico per ogni pagina. 
Più certe sono le notizie sulla stampa a caratteri mobili: nel secolo XI in legno ed in terracotta, e dal 1390 circa, in poi, in metallo (Corea).

In Europa lo sviluppo della stampa avvenne più tardi, ed impiegò procedimenti diversi, sotto certi aspetti, da quelli cinesi, per cui rimane l'interrogativo se l'invenzione sia stata importata in Europa dall'Oriente attraverso il 'ponte' costituito dal mondo arabo, pur subendo evoluzioni e innovazioni, oppure sia stata fatta indipendentemente in Europa.

Tra i più antichi esempi di stampa, in Europa, vanno citati i masselli di legno, recanti elaborate iniziali, impiegati nel 1147 nel monastero di Engelberg, ed i caratteri, pure in legno, impiegati a Ravenna nel 1298 per stampare pagine intere. 
Il passaggio dai caratteri mobili in legno a quelli metallici avvenne tra il 1100 ed il 1400, in diversi paesi, mentre tra il 1436 ed il 1450 tutta la tecnica della stampa subì decisivi perfezionamenti a Magonza ad opera di Giovanni Gutenberg.


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STORIA DEL TEMPO



sabato 23 novembre 2013

SAMUEL MORSE- Inventore e pittore (Inventor and painter)

Samuel Finley Breese Morse

Samuel Finley Breese Morse (Charlestown, 27 aprile 1791 – New York, 2 aprile 1872) è stato un pittore, inventore e storico statunitense. È ricordato per aver inventato insieme con un altro inventore americano, Alfred Vail, il telegrafo elettrico e il relativo alfabeto (detto Codice Morse) che da lui prende il nome. Compì anche esperimenti di telegrafia sottomarina via cavo.

Forse l'aspetto più interessante di questo post è la scoperta, per lettori europei, del talento pittorico di Morse; per il resto, la pagina ha l'andamento scarno ed essenziale di brani di divulgazione scientifica.

Gli uomini avevano accarezzato da secoli il sogno di inviare messaggi rapidi come il pensiero, ma doveva toccare al giovane pittore americano, Samuel Morse Finley Breeger di fare qualche cosa di pratico in merito.
Il fatto che Morse sia stato anzitutto un artista (e di grande valore) è stato oscurato da altre sue conquiste più clamorose.

Eppure lo stesso Morse ha sempre considerato la pittura come la sua vocazione, € a buon diritto.

Divenne famoso in campo internazionale a 22 anni quando uno dei suoi quadri si classificò tra i primi nove sui 2000 esposti alla Mostra dell'Accademia Reale di Londra.

Morse fu uno dei fondatori dell'Accademia nazionale americana di disegno, cui presiedé per quasi vent'anni.

Nel 1932, sessant'anni dopo la sua morte, il Metropolitan Museum di New York ne onorò la memoria con una mostra personale.

Il padre Jedidiah Morse, pastore evangelico, scrisse due libri di geografia che resero famoso il nome di Morse e gli procurarono il denaro per far studiare Samuel e i suoi due fratelli.

Samuel scrisse a casa, dall'Università di Yale, che amava tutti i suoi studi "ed in particolare le lezioni di Day sull'elettricità", annunziando inoltre che dedicava tutto il suo tempo libero a dipingere su avorio miniature dei suoi amici, a cinque dollari l'una.

Lo studio dell'elettricità era il suo passatempo preferito, e cercava sempre, la compagnia degli scienziati che si dedicavano agli esperimenti sul nuovo "fluido".

Da principio i genitori di Morse ostacolarono il suo desiderio di dedicarsi alla pittura; ma quando a 19 anni i suoi quadri gli meritarono le lodi dei critici, i genitori acconsentirono a che si recasse in Inghilterra a studiare pittura.

Per un certo tempo, dopo il suo ritorno in America nel 1815, Morse guadagnò molto bene dipingendo ritratti.
Il migliore, quello del suo amico Marie Joseph Lafayette (1756-1834, generale e uomo politico francese, si recò giovanissimo in America per combattere in favore dei coloni americani durante la guerra di indipendenza degli Stati Uniti; tornato celebre in patria, partecipò attivamente alla Rivoluzione francese raggiungendo il grado di generale nella Guardia Nazionale; nel 1830 favorì l'elezione di Luigi Filippo a re dei Francesi), è ora in una sala del Municipio di New York.
Ma dopo pochi anni rimase quasi senza lavoro a causa di un periodo di crisi economica.

Nell'ottobre del 1832, Morse era in viaggio per gli Stati Uniti, di ritorno da una seconda visita in Europa.
Una sera la conversazione a bordo ebbe per argomento l'elettricità, e gli altri passeggeri si divertirono sentendo Morse che si chiedeva ad alta voce "perché non fosse possibile trasmettere istantaneamente le notizie a qualsiasi distanza per mezzo dell'elettricità".

L'idea lo assillò notte e giorno per il resto del suo viaggio, e tutto ciò che aveva imparato in precedenza nell'esercizio del suo passatempo dette ora improvvisamente i suoi frutti.

Quando sbarcò a New York, il suo taccuino d'artista era pieno dei disegni di uno strumento e di un circuito i cui "principi fondamentali, tanto semplici da suscitare tutt'ora l'ammirazione dei tecnici, sono rimasti immutati fino ad oggi.

Tuttavia Morse era ancora e soprattutto un artista.

Pochi mesi prima l'Università di New york, appena fondata, lo aveva nominato professore di pittura e scultura: fu la prima cattedra di belle arti fondata in America.

Morse lavorava la sera attorno ad un modello del suo Telegrafo (lo scriveva sempre con la lettera T maiuscola), ma passava le giornate nel suo studio a finire una grande tela cominciata in Francia.

Era un quadro ambizioso che rappresentava la galleria del Louvre, con appesi alle pareti capolavori di Murillo, di Van Dyck, del Correggio e di altri.

Con l'energia, lo spirito civico e I'iniziativa che gli erano propri, Morse aveva in animo di migliorare il gusto artistico dei suoi compatrioti, esponendo il quadro in tutte le principali città degli Stati Uniti.

Ma l'affluenza del pubblico fu così scarsa che in breve Morse, sull'orlo del fallimento, fu costretto a vendere il quadro.

Un'altra delusione scosse la fede di Morse nella sua arte, e in modo più penoso.

Nella rotonda del Campidoglio (sede del Senato americano), a Washington, rimanevano da riempire con affreschi quattro pannelli e Morse chiese che gliene venisse affidato uno, ma il suo nome non fu preso in considerazione.

Scoraggiato, abbandonò allora la pittura e rivolse tutta la sua inesauribile energia al perfezionamento del suo Telegrafo.

Si era trasferito a quel tempo nel suo studio presso l'Università di New York, ridotto troppo povero per potersi pagare l'affitto di una camera, cucinandosi i pasti da sé per economizzare il danaro necessario agli esperimenti.

Doveva costruirsi ogni pezzo che gli occorreva; le batterie, i magneti, perfino il filo isolato per i circuiti.

Si servì della cornice di un quadro per l'apparecchio ricevente, adoperando i pezzi di un vecchio orologio per far scorrere un nastro di carta sotto un pendolo a cui era fissata la punta d'una matita.

La punta scorreva avanti e indietro, tracciando linea ondulata che poteva leggersi in punti e linee.

Rimanevano soltanto due progressi da compiere per completare il Telegrafo come noi lo conosciamo, e Morse ebbe l'ingegno di farli tutt'e due.

Nel 1836 gli venne l'idea del relè (apparecchio capace di intensificare gli impulsi elettrici), servendosi del quale le comunicazioni a linee e punti potevano arrivare, di circuito in circuito, da un capo all'altro dei continenti e compiere il giro del mondo.

Il passo definitivo fu il codice Morse, nel cui perfezionamento Morse fu aiutato dal suo socio Alfred Vail.

Il 24 gennaio 1838, nel suo studio dell'Università, Morse dette la prima dimostrazione di comunicazioni trasmesse con il suo codice, e cominciò a prepararsi per presentare al Congresso la sua opera nella speranza di un appoggio del Governo.

Ma aveva dovuto procurarsi tre soci ed ora che il successo si avvicinava si trovò coinvolto in una serie infinita di rivendicazioni e di liti giudiziarie da parte di persone gelose che avanzavano diritti.

"La condizione di un inventore" scrisse Morse rattristato "è veramente poco invidiabile".

Dovevano trascorrere cinque anni di delusioni prima che il Congresso votasse il finanziamento di una linea telegrafica sperimentale; e Morse si rivolse frattanto a un campo nuovo, quello della fotografia.

A Parigi aveva fatto amicizia con Louis-Jacques-Mandé Daguerre (Cormeilles-en-Parisis, 18 novembre 1787 – Bry-sur-Marne, 10 luglio 1851 -  è stato un artista, chimico e fisico francese, riconosciuto universalmente come l'inventore del processo fotografico chiamato dagherrotipo), e nell'aprile 1839 Morse descrisse al pubblico americano i lavori del Francese.

Probabilmente il primo apparecchio fotografico costruito in America fu quello di Morse e fu con il suo aiuto che il professor John W. Draper fece il primo ritratto fotografico eseguito al mondo, sul tetto dello studio dl Morse, all'Università di New york, nel dicembre 1839.

Già nel 1841 Morse e Draper erano riusciti a ridurre il tempo d'esposizione da cinque minuti a pochi secondi e  e Morse teneva lezioni entusiastiche sulla nuova arte.

Finalmente nel 1843 il Congresso stanziò 30.000 dollari per la costruzione della prima linea telegrafica, sebbene molti parlamentari considerassero talmente assurdo il disegno di legge da tentare di aggiungervi un emendamento con il quale una parte del denaro sarebbe stata destinata a sostenere gli studi di Mesmer sull'ipnotismo (Franz Anton Mesmer (Moos, 23 maggio 1734 – Meersburg, 5 marzo 1815) , laureato in medicina e filosofia a Vienna, svolse la sua attività in Austria, Germania e Francia, a cavallo tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento. Le sue teorie hanno dato vita al mesmerismo, e inoltre può considerarsi il precursore dell'ipnosi).

Morse, nominato Sovrintendente dei Telegrafi Americani, cominciò a costruire una linea di 65 chilometri da Washington a Baltimora.

Nel maggio 1844 la prima linea fu portata a compimento ed il famoso messaggio "What that God Wrought" , (ciò che il Signore ha compiuto) fu trasmesso a Vail, a Baltimora, nel corso di una cerimonia alla Corte Suprema.

Il primo impiego dello strumento americano fu quello di comunicare a Washington un resoconto minuto per minuto di una convenzione del partito democratico a Baltimora e, quando i delegati gridarono "tre evviva per Jarnes K. Polk (allora presidente degli Stati Uniti) e tre evviva per il Telegrafo", ,la fama era ormai assicurata in tutto il Paese.

Morse voleva che il Governo acquistasse la nuova invenzione e la facesse funzionare; ma il Congresso rifiutò, e lo sviluppo del Telegrafo fu lasciato all'iniziativa privata.

Nel 1846 un giornalista di New York poteva scrivere con orgoglio: 

"Mentre l'Inghilterra, per opera del suo Governo, è riuscita con grandi sforzi a mettere insieme 282 chilometri di linee telegrafiche, gli Stati Uniti, grazie all'iniziativa privata, ne hanno già in attività 2042 chilometri".

Fin dal 1842 Morse aveva pensato ad un cavo che attraversasse I'Atlantico.

Ed effettivamente il primo esperimento da lui compiuto fu quello di un cavo sottomarino che collegava New York con un isolotto della baia.
Egli stesso posò il cavo con una barca a remi.

All'inaugurazione avrebbe dovuto esserci una grande cerimonia e fin dall'alba Morse era sulla riva per assicurarsi che tutto fosse a posto; ma improvvisamente, guardando nella baia, vide il comandante di un peschereccio tirar via furibondo il cavo che gli si era impigliato nell'ancora, e spezzarlo e gettarne in mare i tronconi.

La cerimonia di quel giorno si trasformò in una derisione pubblica.

Per molti anni l'idea del cavo sottomarino non fu presa sul serio, ma alla fine un gruppo di finanzieri si consorziò per sostenere l'ardito progetto di un cavo transatlantico; dopo tre tentativi falliti, nel 1866 si riuscì infine a posare iI cavo.


Per un certo tempo Morse ebbe un'interessenza nell'impresa.

La sua immensa energia lo condusse alla politica e ne fece un attivo partecipe di ogni lotta nazionale, quasi sempre dalla parte del perdente.

Morse morì nel 872 a pochi giorni dal suo ottantunesimo compleanno, lamentando che la sua arte di pittore non fosse apprezzata.



mercoledì 12 maggio 2010

Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo - Galileo Galilei


Finita ormai l'illusione di "convincer gl'ostinati", con il "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo" Galileo si affida ai posteri, ben sapendo di rischiare la condanna ecclesiastica. Un'imposizione censoria lo costringe a cambiare il titolo prescelto ("Dialogo del flusso e del reflusso del mare"): meglio un dibattito cosmologico, di tipo teorico, piuttosto che un trattato fisico che trasformi l'inoffensiva ipotesi della matematica della mobilità della Terra in una pericolosa verità naturale. Ma il cambiamento del titolo, che trascina con sé la modifica dell'incipit, non basta ad attenuare la portata rivoluzionaria del pensiero galileiano" (NOTE introduttive)





NOTIZIA SU GALILEO GALILEI E LE SUE OPERE PRINCIPALI

Nel primo Seicento, tutta l'energia indomabile e feconda del pensiero italiano si esprime in Galileo Galilei, del quale non posso non toccare, anche se quel grande appartiene assai più alla storia delle scienze, che a quella delle lettere.

Galileo Galilei nacque in Pisa il 1564. Il padre voleva farne un medico, ma la medicina era, allora, ciarlataneria ed empirismo..., e il giovane, cupido di verità, preferì darsi, per conto suo, allo studio di quella scienza, che è la verità assoluta: la matematica..., che apparve poi a lui come la cifra o l'alfabeto in cui si rivelano le leggi della natura.
E la natura, che tutti vedono, e che parla a così pochi, parlò a lui fin da quando, nel duomo di Pisa, osservando l'oscillare di una lampada, egli intuì la legge dell'isocronismo del pendolo: legge che fu poi applicata alla misura esatta del tempo, con grande vantaggio dell'astronomia e della geografia.
È ancora di quel tempo, leggendo i frammenti di Archimede, intese la legge del peso specifico dei corpi, e scrisse il "Trattato della Bilancetta", o bilancia idrostatica, per determinarlo.
E studiava quel Dante, che il Voltaire chiamò il poeta matematico, dettava due lezioni all'accademia fiorentina "Sulla figura, sito e grandezza dell'Inferno".
Studiava e meditava, senza nessuna voglia di laurearsi. Era poverissimo.
Ma il granduca Ferdinando I ebbe un intuito felice. Lo nominò, a 25 anni, lettore di matematica nello studio di Pisa.
Le leggi sulla caduta dei gravi, acquisite poi dalla fisica, che egli determinò in quegli anni, scrivendo l'opuscolo latino "Del moto accelerato", attirarono sul giovane professore le ire dei vecchi cattedranti, che avevano sul moto e sulle leggi del moto le loro idee e i loro errori peripatetici.
Di più, Galileo non sapeva tacere, non sapeva dissimulare..., disprezzava.
La tempesta gli rumoreggiava attorno. Ma lo salvò il Senato veneto, che lo nominò nel 1592, professore di matematica nella università di Padova.

Diciotto anni rimase il Galilei in quella città..., e furono i più sereni della sua vita.
Egli vi compose parecchi opuscoli di meccanica, di fisica, di idraulica: come il trattato "Del compasso geometrico e militare"..., il "Discorso intorno ai galleggianti".
A Padova fece la invenzione sua più meravigliosa, il telescopio (suggeritogli dall'esperimento di un artefice olandese) col quale riuscì a ingrandire di mille volte gli oggetti.
Con il telescopio il Galilei diede la scalata al cielo. Scoprì i monti e le valli della Luna: vide che il numero delle stelle fisse era diciotto volte maggiore di quello elle allora si conosceva: che la via lattea è una massa di stelle.
Scoprì quattro satelliti aggirantisi intorno a Giove e dette loro, per gratitudine al granduca di Toscana, il nome di pianeti medicei.
Scoprì l'anello di Saturno, le fasi di Venere, le macchie solari, intorno alla cui origine scrisse tre lettere: erano nubi o vapori, secondo lui, sorgenti dal corpo dell'astro.
E di tante sue scoperte dava notizia nel "Sidereus nuncius" (Messaggero delle stelle), una specie di diario delle sue osservazioni.
Ma la nostalgia della Toscana riprese il Pisano.
Intavolò pratiche per entrare al servizio del granduca Cosimo II. E il granduca gli scrisse, grato, di suo pugno, nominandolo primario matematico dello studio di Pisa, primario matematico e filosofo della stia persona, senza obbligo di dimorare in Pisa, né di leggervi, e assegnandogli una provvisione annua di mille scudi. Ciò fu il 1610.

Le scoperte astronomiche di Galileo confermavano sempre più, riguardo alla costituzione dell'universo, il sistema, antichissimo, e che nel Cinquecento era stato restaurato coli nuove prove dal matematico polacco Copernico, e da lui prese il nome. Galileo, in fama di sostenere la temeraria opinione copernicana, venne a Roma nel 1611, per sapere quello che si pensava di lui e contro di lui, e difendersi.
Grandi onori vi ebbe e fu inscritto alla gloriosa accademia dei Lincei (i lungiveggenti come linci), fondata da poco in Roma dal principe Federico Cesi.
Le accuse pel momento tacquero..., ed egli poté tornare sicuro a Firenze e scrivere cose assai interessanti sulla saggia interpretazione della "Bibbia" e sui limiti fra scienza e fede, in una lettera al padre Castelli del 1613, e in un'altra alla granduchessa madre Cristina di Lorena, del 1615.
Ma le persecuzioni ripresero. In quello stesso anno l'Inquisizione gli formò contro, specialmente in base alle asserzioni desunte dalle sue "Lettere sulle macchie solari", un primo processo.
Fu chiamato, nel 1616, a Roma. Fu ammonito, alla presenza del cardinale Bellarmino, di abbandonare l'opinione elle il sole sia il centro del mondo, e che la terra si muova: opinione giudicata erronea ed eretica, perché contraddetta da molti luoghi delle "Sacre Scritture"..., gli fu imposto di non più difenderla, né tenerla, né insegnarla come che sia.
Fu, in quell'occasione, messa all'Indice l'opera del Copernico.
Il Galilei si adattò alla volontà di quei signori..., forse pensava che è inutile comprovare col martirio una verità di evidenza matematica..., o forse la sua religiosità gli impedì di ribellarsi all'autorità della Chiesa, in cui egli credeva
Ritornato a Firenze, propose al granduca una sua maniera di determinare la longitudine in mare, in qualunque punto e in qualunque ora della notte. Il granduca ne fece avvertito il re di Spagna, la cui potenza marittima era allora immensa, perché sfruttasse la scoperta..., ma non ne fu nulla..., e il Galileo si rivolse, pur senza successo, agli Stati generali d'Olanda.
E continuò nei suoi studi.

Una cometa, apparsa nel 1618, dette occasione a lui di scrivere un "Discorso sulle comete" (attribuito da altri al suo discepolo Mario Guiducci)..., e ad un gesuita, il padre Orazio Grassi da Savona, del collegio romano, di pubblicare (sotto lo pseudonimo di Lotario Sarsi) un suo opuscolo latino, intitolato "Bilancia astronomica e filosofica", dove si vagliavano e si deridevano le opinioni di Galileo.
Egli, impaziente, volle rispondere col più vivace dei suoi scritti, il "Saggiatore" (1623), dissertazione in forma di lettera, diretta a Monsignor Virginio Cesarini, accademico linceo.
È un'operetta polemica: una esaltazione del metodo sperimentale, un'aspra condanna dell'antiquato aristotelismo..., e il padre Grassi vi è convinto di grossolani errori di ottica, e messo in ridicolo.
L'ordine dei gesuiti si preparò a vendicare il confratello.


DIALOGO SOPRA I MASSIMI SISTEMI DEL MONDO

Ma da più anni Galileo lavorava intorno al "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo" (tolemaico e copernicano). Per la euritmia dell'insieme, per il rilievo dato ai personaggi, per il linguaggio nitido e preciso, per lo stile signorile, non è solamente l'opera di un grande scienziato, ma di un grandissimo scrittore.
Il che può dirsi di tutte le prose del Galilei.
Due suoi cari e morti amici sono i protagonisti: Francesco Sagredo, patrizio veneto, elle già l'aveva sconsigliato di abbandonare Padova, e Filippo Salviati, fiorentino, che l'aveva signorilmente ospitato nella sua villa delle Selve. Essi discorrono con l'aristotelico Simplicio, sostenitore dei vecchi pregiudizi (Simplicio fu un antico espositore di Aristotile; ma qui il nome non è forse senza significato ironico).

Il dialogo avviene a Venezia, e dura quattro giornate.
Nella prima giornata si parla della conformità fra la terra e la luna: nelle altre tre si discute più particolarmente intorno al sistema tolemaico e al copernicano.
L'autore mostra, o vuol mostrare, di esporre obbiettivamente le ragioni di probabilità così dell'uno come dell'altro sistema..., ma la povera figura che fa Simplicio, l'apologista del tolemaico, non lascia dubbio sulle intenzioni vere del libro. Il quale fu pubblicato, non senza accorgimenti che ottennero al libro il permesso dell'autorità ecclesiastica, a Firenze, il 1630.

L'ira di Roma fu grande..., molto più che si fece credere al papa Urbano VIII che nella figura di Simplicio era canzonato lui, lui quando era, ancora il cardinale Maffeo Barberini, e che con gli stessi argomenti di Simplicio aveva già difesa l'immobilità della terra.
Un secondo processo contro il Galilei fu subito istruito.
Il 23 settembre 1632 il Santo Offizio lo citò a Roma. Egli aveva quasi settant'anni..., era ammalato di ipocondria e di ernia, come dichiararono tre medici. Al Santo Offizio parvero questi sotterfugi e dilazioni. Si minacciò di farlo trascinare a Roma, in catene.
Sulla fine di gennaio, il vecchio partì.
Quel secondo processo durò cinque mesi. Si conservano i verbali delle comparse dell'imputato, sottoscritti da lui.
La prima è del 12aprile 1633: l'ultima del 21 giugno..., ed è un succedersi e un crescendo di umiliazioni dell'uomo per sua natura tanto superbo. La principale accusa che si muove al Galilei è di avere, nonostante l'ammonizione del 1616, continuato a sostenere il sistema copernicano, condannato dalla Chiesa, e ad insegnarlo.
Galileo si difende da principio: il cardinale Bellarmino gli aveva detto e scritto che l'opinione del Copernico poteva tenersi come ipotesi, umanamente parlando. Che nell'ammonizione del 166 ci fosse il divieto di insegnare quella opinione, egli l'aveva dimenticato.
Ma poi cede. Nega di essere un fautore del sistema copernicano.
Nel "Dialogo" ha esposto quello che si può dire pro', quello che contro quel sistema.
Riconosce, sì, che certi argomenti favorevoli a quel sistema sono messi troppo più in luce di quelli contrari. Ammette che le sagge conclusioni di Simplicio passano come inavvertite nella moltitudine delle conclusioni contrarie..., ma in un'altra giornata, che aggiungerà al "Dialogo", non mancherà di fare ammenda.
La sentenza di condanna è del 22 giugno 1633.
Riassunte le accuse contro il Galilei, a ricominciare dal 1615, conchiude che egli si è reso sospetto di eresia, avendo "tenuto e creduto dottrine false e contrarie alle Sacre Scritture: che il sole (cioè) sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo".
I giudici sono disposti a temperare la pena, purché il reo "abiuri, maledica e detesti" i suddetti errori.
Si proibisce intanto il "Dialogo dei massimi sistemi"...,si condanna il reo al carcere ad arbitrio del Santo Offizio, e a dire per tre anni, una volta la settimana, i salmi penitenziali. Galileo abiurò.

Pronunciata la sentenza, restò in carcere all'arbitrio del papa e il carcere fu, per verità, il palazzo del granduca alla Trinità dei Monti (ove ora è l'accademia francese di belle arti).
Quindi ottenne di trasferirsi a Siena, dal suo intimo amico, il Piccolomini, arcivescovo di quella città.
Passò poi ad Arcetri, in una sua villa, e quivi lo venne ad incontrare il granduca in persona.
Finalmente gli fu consentito di ritornare in Firenze.
Intorno al sistema copernicano non scrisse più verbo..., ma dal cielo, così pericoloso, discese e si fermò sulla terra. Divenne cieco: perdette la figliuola adorata, Suor Maria Celeste, monaca di San Matteo d'Arcetri, di cui restano molte tenerissime lettere al padre.
Tanto più ardentemente si raccolse negli studi e nella meditazione...,e in quegli ultimi anni pensò e compose i "Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze"...,anch'essi distribuiti in dialoghi, in quattro giornate, con gli stessi interlocutori del "Dialogo sui massimi sistemi".
In forma lucidissima il Galilei vi espone i principi capitali della meccanica, dell'idraulica, dell'acustica, e di altre parti della fisica, che in quest'opera per la prima volta assunse carattere, metodo, dignità di scienza.
Discepoli insigni collaborarono col Galilei, nella sua sempre giovine e vigile vecchiaia: Evangelista Torricelli da Faenza, inventore del barometro..., Benedetto Castelli da Brescia, benedettino, il padre della scienza delle acque..., Vincenzo Viviani, fiorentino, architetto, fondatore dell'accademia del Cimento (o della esperienza.), la prima accademia scientifica d'Europa: biografo amorosissimo e diligente del suo maestro..., tutti acuti osservatori e chiari e signorili scrittori.
E così - in mezzo a quei suoi veramente figliuoli - Galileo Galilei si spense nel 1642.
Il granduca lo volle sepolto nel tempio delle glorie italiane, in Santa Croce.
Il Viviani, che lasciò di essergli sepolto vicino, provvide al monumento.


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venerdì 4 settembre 2009

GALILEO GALILEI




Quando Galileo Galilei nacque, il 15 feb­braio 1564 a Pisa, la società italiana del tempo, divisa nelle diverse strutture principesche, in­dipendenti l’una dall'altra e fra di loro in rela­zioni di diffidente vigilanza, aveva già manife­stato i segni di quella complessa crisi che, all’inizio del secolo XVI, dopo la scoperta di nuo­ve terre e di nuove vie di comunicazione, ave­va investito non solo l'Italia ma tutta l'Europa, spostando decisamente i termini della vita ci­vile, ponendo nuove prospettive e, per mezzo di nuove forme di attività economica, nuove possibilità di ricchezza e di dominio.


II tempo di Galileo

Questo complesso fenomeno storico, accen­tuando nella vita sociale la portata e l'incidenza del potere politico, aveva posto con urgenza il problema di una radicale trasformazione dei rapporti tra società politica e società civile nei singoli Paesi e richiedeva la rapida attuazione di quel movimento inteso a creare, attorno alla dinastia regnante, il centro di ogni potere e di ogni attività. Tuttavia all'Italia mancò la possi­bilità di cogliere, di quella crisi, gli aspetti po­sitivi e produttivi: la vita economica subisce un grave rallentamento, con la scoperta di nuo­ve vie commerciali con l'Oriente, il pesante con­trollo del potere religioso sulla vita intellettua­le mortifica e sgomenta le menti più aperte e “l’idea dello Stato, come autonoma struttura politica, benchè formulata dal Machiavelli, non esce dall'astratto principio dell'autorità quale centro attivo dello Stato stesso, espresso, secon­do l'esperienza signorile, nel concetto del Prin­cipe” (A. BANFI, Galileo Galilei, Milano 1961, pagina 20).
Anche la Toscana, unificata politicamente sot­to il potere dei Medici (che con la non lontana investitura pontificia della dignità granducale, convalidata poi dall'Imperatore, avevano potu­to veder riconosciuta la loro aspirazione al do­minio su tutta la regione), poteva sperare, per la propria floridezza economica e intellettuale, nello stimolo e nell'iniziativa del suo signore. Però, dopo la spinta innovatrice impressa da Cosimo I, l'inettitudine di Francesco I aveva danneggiato fortemente la fiorente città di Pisa, orgogliosa del suo Studio e della sua funzio­ne di punta avanzata dello Stato mediceo nella mercatura e nella vita finanziaria, per i molti mercanti, fra i quali il padre di Galileo, per i banchieri per le ricche botteghe di setaioli: sot­to il principato di Francesco I nacque appunto il nostro scienziato, la cui famiglia nel 1574 fu costretta a lasciare, in notevole disagio econo­mico, la città di Pisa per Firenze.
Tuttavia, nonostante il rallentato ritmo della vita civile, nonostante la riduzione di ogni atti­vità all'unico centro capace di propulsione e di iniziative, la corte principesca, non bisogna di­menticare che la tradizione rinascimentale, an­cora presente, costituiva, sia pure in modo idea­le, un modello di attività intellettuale che gli stessi signori non potevano mettere del tutto da parte: si deve anzi riconoscere che in molti. set­tori della vita cittadina la concezione rinasci­mentale dell'uomo era attiva e sentita, dai traf­fici marittimi alle operazioni bancarie, dalla in­dustria mineraria all'ingegneria idraulica, dall’architettura militare alla balistica e all'ottica. Essa anzi operava al di là del suo campo di ori­gine, il mondo delle lettere e delle arti, ma an­che in quello della tecnica e dell'impresa econo­mica. L'apprezzamento delle attività artigianali e della pratica dei mestieri si era anzi venuto modificando, dal Medioevo al Rinascimento, in relazione alle mutate esigenze della classe signo­rile, che intese appunto circondarsi di una cul­tura e di una scienza che fossero immediata­mente produttive di potere e di prestigio: nelle condizioni politiche del tempo, per la mancanza di libertà e a causa della generale ignoranza del­le masse popolari, all'intellettuale del tempo non restava, dopo la rovinosa caduta delle illusioni politiche del sec. XV, che svolgere questa fun­zione ornamentale e strumentale, al servizio dei detentori del potere politico!
Di tale situazione contraddittoria e al tempo stesso involutiva della vita civile italiana nel sec. XVI è buona testimonianza la famiglia di Galileo Galilei, che traeva origini da un mem­bro del governo fiorentino al tempo della cacciata del Duca d'Atene, nel 1343; più tardi, ver­so la metà del sec. XV, un “magister Galilaeus de Galilaeis” - in onore del quale il nostro scienziato ripetè il nome - fu Gonfaloniere di Giustizia e medico illustre. Il padre di Galileo, Vincenzo, si era dedicato alla musica e le sue opere di teoria musicale (quali “Il Fronimo” e il “Dialogo sulla musica antica e moderna”) ebbero ampia diffusione e rinomanza; ma le difficili con­dizioni di quella media borghesia di discenden­za comunale, a cui apparteneva la sua famiglia, lo costrinsero a dedicarsi al commercio, stabi­lendosi perciò a Pisa, dove nacque appunto il primogenito Galileo; ma della antica tradizione di fierezza comunale, di dignità intellettuale e di libertà della sua stirpe egli conservò sempre viva coscienza, e a questi ideali venne appunto educandosi il giovane Galileo.


Giovinezza di Galileo

Questi studiò da giovinetto, in qualità di no­vizio, nel convento di Vallombrosa, e qui appre­se i primi elementi di logica e le altre parti del­la cultura scolastica, della cui conoscenza sono testimonianza le sue opere polemiche verso la tradizione culturale peripatetica. Ritornato a Firenze verso i quindici anni si dedicò a studi umanistico-letterari, alla musica e al disegno, dalle quali attività il suo spirito ricevette al tem­po stesso profonda sensibilità letteraria ed uma­na e disciplina di metodo.
Nel 1581 venne iscritto, senza che avesse di­mostrato una particolare inclinazione, ai corsi di medicina dello Studio pisano: il padre, che ave­va così deciso, sperava di rinnovare nel figlio il prestigio dell'antico parente. Tuttavia, durante un periodo di vacanze, nel 1583, il giovane Galileo aveva conosciuto un amico del padre, Ostilio de' Ricci da Fermo, insegnante di matema­tica della scuola dei paggi granducali e più tardi lettore di matematica nello studio fiorentino; fu appunto messer Ostilio de' Ricci ad impar­tirgli, dapprima all'insaputa del padre e poi con il suo consenso, le prime lezioni di matematica, che subito entusiasmò il giovane, a tal punto che ben presto trascurò gli studi di medicina, sicchè nel 1585 abbandonò definitivamente gli studi universitari facendo ritorno a Firenze.
Ma la passione per la matematica aveva sve­lato al giovane Galileo un campo di ricerche e di attività mentale ben più ricco e ben più inte­ressante della medicina. L'insegnamento di (Ostilio de' Ricci, nonostante la sua breve durata, aveva lasciato una traccia indelebile nella men­te del nostro scienziato e se ne può ritrovare la presenza in quel particolare interesse di Galileo ad applicare la matematica, come strumento raf­finatissimo d'investigazione naturale, alla fisica e alle altre scienze. Era stato infatti il Ricci al­lievo del celebre algebrista Nicolò Tartaglia e da questi aveva appreso a considerare la mate­matica in funzione di indagini più concrete e di lavori pratici, come quelli di architettura e di ingegneria: una concezione quindi della ma­tematica del tutto strumentale, che Tartaglia ve­deva già attuata per la prima: volta nel pensiero di Archimede.
Euclide, Apollonio, Tolomeo, Pappo e, so­prattutto, Archimede furono le nuove letture di Galileo: le matematiche si presentavano a lui come il mezzo più sicuro per il progresso della mente umana nello studio della natura: uno strumento che, per le vicende stesse della cul­tura rinascimentale e post-rinascimentale, si pre­sentava completamente esente dalla soggezione, così pesantemente esercitata sugli altri campi del sapere, alla filosofia peripatetica che, nelle rinnovate condizioni di illibertà intellettuale e di sospetto verso le menti aperte, era tornata a costituire un potente strumento di dominio de­gli ingegni a vantaggio delle forze dominanti nella società e nella vita politica del tempo, fortemente diffidenti verso ogni cenno di novità e di progresso.
Lo studio della matematica si presentava dun­que congeniale al giovane Galileo, che già negli anni universitari aveva dimostrato un carattere indipendente, tanto che essendosi sempre di­chiarato nelle discussioni di filosofia naturale “sempre contrario alli più acerrimi difensori d'ogni detto aristotelico” s'era acquistato la fa­ma di essere uno “spirito della cantradizione”. Il fatto è che l'interesse per la realtà naturale - come anche per quella umana, così viva in una personalità tanto impetuosa e schietta - spin­geva il giovane Galileo a respingere ogni infra­mettenza, ogni schema filosofico che provocasse disordine e confusione, mortificando lo spirito di ricerca: fu questo un abito costante nella mentalità scientifica del nostro scienziato, una norma della sua etica scientifica che non abban­donerà mai.


Le prime opere

Nel 1586, dalla lettura di due trattati di Archimede (“De aequi ponderantibus” e “De his quae vehuntur in aqua”) Galileo fu indotto a ricercare il metodo preciso seguito dall'antico scienziato siracusano per determinare se veramente era stato compiuto, come si sospettava, un furto ai danni di Gerone, tiranno di quella città, da par­te di un orefice incaricato di costruire una co­rona d’oro. Galileo espose la sua ricostruzione del metodo archimedeo in una scrittura, “La Bilancetta”, che non fu stampata, ma circolò manoscritta fra i suoi amici: essa indicò, co­munque, in modo preciso la sua intenzione di studiare le matematiche in funzione di obiettivi di ricerca più concreti, nel campo delle indagini di fisica.


Disegno sull'applicazione del principio di gravità alle leve

Studio per le esperienze condotte sui piani inclinati


L'anno successivo, il 1587, compose i “Theo­relnata circa centrurn gravitatis solidorum”, che gli consentiranno di entrare in relazione con i più autorevoli studiosi del tempo, Guidobaldo Del Monte e il padre gesuita Cristoforo Clavio. Nel frattempo non disdegnava di cimentarsi in discussioni letterarie e tenne all'Accademia fio­rentina due lezioni “Circa la figura, sito e gran­dezza dell' Inferno di Dante”, che pur essen­do un'arida dimostrazione della validità del­la tesi sostenuta dal Manetti sulla disposizione dell'Inferno dantesco, prova il suo interesse per la cultura letteraria che troverà uno sviluppo, l'anno successivo, con le “Considerazioni sul Tas­so”, poeta da lui non apprezzato e, forse, non ap­pieno compreso, poichè troppo distante era il suo carattere forte, realistico e aperto dall'animo tormentato del poeta della “Gerusalemme liberata”: a differenza dell'Ariosto, di cui ammirò la sbri­gliata fantasia, la leggiadra vivacità delle immagini, il senso pieno della vita, come dimostrano le sue “Postille” all'Ariosto, composte via via con il più completo entusiasmo per il poeta ferrare­se. Converrà anzi notare a questo punto che per­sino nelle sue opere più rigorosamente scienti­fiche la sua prosa è logica, stringata, acuta e so­bria, ma non mai secca ed arida; anzi, quando l'argomento lo consente, essa si fa anche ricer­cata, assumendo un tono ampio, un movimento largo e vario, senza mai perdere in naturalezza ed efficacia: come nel metodo scientifico, così nel suo stile il gusto del particolare si avverte e si manifesta, pur senza smarrirsi nella sua con­templazione. Di qui appunto la differenza (no­nostante qualche concessione formale che si ri­trova soprattutto nelle lettere più legate alle abitudini del tempo) tra il suo linguaggio e la moda letteraria del Seicento.


Lo Studio pisano

Nel 1589, grazie alla stima che s'era conqui­stata fra i più insigni matematici del tempo e mercè l'appoggio di Guidobaldo Del Monte, Galileo Galilei potè ottenere un incarico trien­nale di lettore di matematica presso lo Studio pisano, dove ritornava, così, come insegnante, dopo essersene allontanato quattro anni prima senza aver conseguito alcun titolo. Furono anni senza dubbio proficui quelli trascorsi dal 1589 al 1592, sia per lo sviluppo delle sue conoscenze in fatto di meccanica, sia perchè si sottrasse alla soggezione delle teorie aristoteliche relative al concetto di movimento, in seguito alla lettura di un'opera di Giovanni Benedetti (“Diversarum speculationum mathematicarum et physicarum liber”), da cui fu spinto a considerare con favore la teoria, condivisa dal Benedetti e formulata fin dal sec. VI da Giovanni Filopono (e ripresa poi nel sec. XIV da Giovanni Buridano e dagli altri cosidetti “fisici parigini”), secondo cui la causa del movimento di un proietto è dovuta ad un ‘impetus’ impresso nei corpi insieme col movimento stesso.
Ma il temperamento irrequieto, che già ave­va avuto modo di manifestarsi durante gli anni degli studi universitari, e l'insofferenza verso la formale gravità dei costumi accademici da lui derisi in un mordace componimento, “Contro il portar la toga”, gli alienarono le simpatie del cor­po accademico pisano, che non mancò di mani­festargli la propria ostilità; s'aggiunga, poi, un contrasto avuto con un membro della famiglia dei Medici, don Giovanni, figlio naturale di Cosimo I, del quale aveva criticato un'invenzione tecnica da applicarsi agli impianti portuali di Livorno: tutti questi incidenti, uniti alla soprav­venuta morte del padre, che lo caricava dell'ob­bligo di assistere la madre e la numerosa famiglia (fra cui le sorelle da maritare), lo indussero a cercare altrove un incarico più remunerativo e, ancora una volta con l'appoggio di Guidobaldo Del Monte, potè essere chiamato nel settembre 1592 presso l'Università di Padova, con un in­carico quadriennale di matematica.


A Venezia e Padova

Nella generale decadenza della società italia­na nel sec. XVI, Venezia con il suo governo pa­trizio a carattere accentrato, con la sua rete mol­teplice di traffici e mercati, con la sua potente flotta, con le sue ben note ricchezze e con la maggiore libertà concessa agli intellettuali, Venezia si presentava a Galilei come una “maravi­gliosa città”. In effetti per tutto quel secolo fu la città più lussuosa e più ricca, nonostante la pressione dei Turchi, la perdita di Cipro e l'au­mento del costo della vita; le attività molteplici che sorgevano sul filone principale dell'econo­mia regionale, il traffico marittimo e la merca­tura, consentivano a chi avesse avuto volontà e ingegno, di affermarsi. Galilei trovò ben presto nel vivace e anche spregiudicato ambiente pado­vano e nella vicina capitale (dove amici insigni per intelletto, come fra' Paolo Sarpi, o per ran­go sociale, come il Contarini, il Cornaro, lo stes­so Sagredo, a lui tanto vicino, gli mostrarono su­bito simpatia e amicizia) le condizioni migliori per dispiegare la sua attività e il suo ingegno, per affinarne le capacità a contatto con un mon­do tanto più vivo e vario. Quando più tardi avrà fatto ritorno a Firenze, ormai già celebre scien­ziato, egli non mancherà di ricordare lo stimolo che la stessa società veneta provocava alle sue speculazioni scientifiche, come tanto solenne­mente dichiarerà all'inizio della sua prima gior­nata della sua grande opera scientifica, i “Discor­si intorno a due nuove scienze”:

"Largo campo di filosofare a gl'intelletti specolativi parmi che porga la frequente pratica del famoso arsenale di voi, Signori Veneziani, ed in particolare in quella parte che mecanica si domanda ".

Eppure in quegli anni la Repubblica veneta avvertiva con preoccupazione le conseguenze di avvenimenti storici che provocavano notevole turbamento alla sicurezza dei traffici commer­ciali con l'Oriente e minacciavano la prosperità dell'oligarchia dominante e, con essa, dell'intera economia veneta: la diminuzione della flotta, specialmente delle navi di stazza maggiore, la concorrenza della Repubblica di Ragusa, la pres­sione dell'espansione asburgico-spagnola, la continua guerriglia con i Turchi, con gli Uscocchi e con corsari di ogni nazionalità. Come reazione alla precarietà dei commerci marittimi, s'era ve­nuta manifestando la tendenza a convertire il capitale commerciale in ricchezza immobiliare e in investimenti agricoli, nella speculazione sui cambi e nell'esportazione di prodotti delle indu­strie locali negli altri Stati europei.
Il governo della Serenissima, diretta espres­sione degli interessi di quell'oligarchia, incorag­giava ogni lavoro, ogni invenzione e ogni trova­ta utile al consolidamento delle proprietà, al miglioramento dei mezzi di lavoro e di sfruttamento delle risorse, anche quando si trattava di ritrovati tecnici. Galileo ebbe modo di rendersi subito conto di questo interesse pratico del governo: le amicizie veneziane erano bene infor­mate della situazione economica dello Stato e anzi per mezzo di esse potè avere ben presto con­tatti diretti con gli ambienti della industria e della tecnica: Giacomo Contarini, provveditore dell'Arsenale, lo consultò più volte su progetti di innovazioni tecniche. Nel settembre 1594, poi, Galileo fece brevettare un suo “edifizio da alzar acqua et adacquar terreni”, uno strumen­to per l'irrigazione, che incontrava interesse e favore specialmente nella zona di Padova, dove frequenti erano gli investimenti capitalistici in colture di riso e di mais.
I docenti dello Studio padovano ricevevano per il loro insegnamento un trattamento econo­mico che variava a seconda della fama e del pre­stigio; in genere, come ebbe a dire il Procura­tore dello Studio al tempo in cui insegnava Galileo, “il viver della cattedra solamente era qua­si impossibile e delle lettioni private bisognava farsi pagare”: anche Galileo, giunto nella Re­pubblica veneta dopo la morte del padre, non disponendo di particolari risorse oltre allo sti­pendio, fu obbligato a dedicarsi all'insegnamen­to privato, che poteva anche fruttare più di quel­lo pubblico: non pochi erano infatti i giovani patrizi che, inviati a Padova per perfezionare la loro cultura, preferivano seguire le lezioni pri­vate di qualche illustre docente, il quale parlas­se loro di questioni più direttamente interes­santi la loro futura attività di capi di imprese commerciali o di dirigenti politici e militari del­lo Stato: il carattere mercantile della Repubbli­ca veneta si avverte anche da queste preferenze e inclinazioni. Si comprende quindi quale inte­resse potessero suscitare lezioni relative alla costruzione alla difesa e all'attacco di fortezze e di porti, alla traiettoria dei proiettili, alla muni­zione e fortificazione delle basi militari, special­mente se trattate da un docente universitario; si può anche comprendere con quale compiacimento queste notizie fossero accolte dai respon­sabili della Serenissima, che vedevano con sod­disfazione la stretta rispondenza tra gli interessi superiori, ma concreti e materiali, della Repub­blica e le inclinazioni intellettuali dei propri in­segnanti.


Studio sull'arte militare



E' così che si spiega la stesura della “Breve instruzione all'architettura militare” e il “Trattato di fortificazione”, i cui testi si fondono, sia pure in parte, tra di loro. Essi indicano la costante attenzione di Galileo alla realtà circostante, la pie­na e libera partecipazione alle vicende del suo mondo, a disposizione del quale, secondo l'idea­le scientifico del Rinascimento egli metteva i frutti del suo pensiero. Si potrà, in particolare, osservare come egli, pur tendendo a ridurre la tecnica dell'edilizia militare al principio scien­tifica dell'equilibrio delle forze, che troverà am­pia illustrazione nel trattato delle “Mecaniche”, di fatto tiene sempre d'occhio la tattica degli as­salti, degli attacchi e contrattacchi, degli assedi, dei colpi di mano, dell'astuzia dei difensori e della violenza degli assalitori, con profondo sen­so di realismo, con scrupolosa conoscenza della tecnica militare di cui darà altre significanti prove.
A quest'opera si collega infatti, non solo una lunga e interessante lettera dell'11 febbraio 1609 ad Antonio de' Medici sulla balistica, ma anche uno strumento da lui inventato, col qua­le “in pochissimi giorni s'insegna tutto quello che dalla geometria e dall'aritmetica, per l'uso civile e militare, non senza lunghissimi studi per le vie ordinarie si riceve”: il compasso geometrico-militare, che, costruito da lui in diversi esemplari nel 1597, sarà illustrato nelle “Opera­zioni del compasso geometrico e militare” del 1606, dopo un tentativo da parte di un piccolo avventuriero di contestargli la proprietà dell'in­venzione.
Il periodo padovano riservava a Galileo ben altri risultati e successi: il mondo attivo dell'ar­senale, l'attività dei tecnici e degli artigiani col­pirono l'attenzione dello scienziato e lo stimo­larono a cercare un'intesa fra le teorie di fisica e di meccanica e l'operazione manuale, con una conseguente trasformazione dei metodi, dei prin­cipi e delle funzioni sia della scienza che della tecnica.
Se per tutto il Medioevo la cultura ufficiale e accademica aveva laboriosamente voltato le spal­le al mondo dei meccanici e degli artigiani, non si può certo dire che questo mondo avesse com­piuto, dal canto suo, tentativi volti ad uscire dalle condizioni di casualità, precarietà e incer­tezza in cui si svolgeva il lavoro artigianale: pri­vi di una cultura che raccogliesse ed esaltasse sul piano teorico il proprio lavoro, mancava a quegli uomini la necessaria consapevolezza dei problemi e dei principi di meccanica, di dina­mica e di chimica che pure sono indispensabili per rendere sicuro il procedimento tecnico, per rendere apprezzabile l'opera delle mani da par­te dell'intelletto e, quindi, della cultura. Perciò la loro condizione permaneva incerta, miscono­sciuta e non valutata, priva di una coscienza del proprio valore. Il merito di Galileo fu appunto quello di rivolgersi a quel mondo, non già con la sufficienza presuntuosa del dotto che tutto sa, perchè ha trovato tutto nei libri, ma con la di­sposizione ad accettare quanto potesse essere comunque utile per il progresso della scienza, convinta com'era che il sapere è prodotto dell’uomo, del suo ingegno e del suo lavoro e per­ciò sempre rinnovabile e integrabile.
Egli seppe rendersi altresì conto delle diffi­coltà obbiettive - culturali, sociali e mentali - che impedivano a quegli artigiani di compiere la scalata verso più alte dignità sociali senza tut­tavia rinunziare alla propria esperienza, allo spi­rito di conquista delle forze della natura, al ca­rattere 'aggressivo', com'egli diceva spesso, con cui bisogna svolgere le ricerche naturali. Fra queste difficoltà egli ritenne più gravi - e di conseguenza più urgente per lui il compito di porvi rimedio - la ignoranza della lingua lati­na, la lingua dei dotti riservata alle persone di elevata condizione sociale, la lingua dei trattati scientifici e degli scritti filosofici; in secondo luo­go, la ignoranza delle leggi della fisica.


Galileo per una cultura popolare

Galileo Galilei fu il primo docente universi­tario che scrisse le sue opere in volgare: tranne il “Sidereus nuncius” e alcune parti dei “Discorsi intorno a due nuove scienze”, tutto il resto delle sue opere è in lingua volgare: questo suo atteg­giamento indica, in primo luogo, la intenzione di rivolgere il discorso scientifico a tutti coloro che erano interessati ad ascoltarlo, senza distin­zioni e ostacoli di alcun genere, con una precisa finalità educativa. Nel 1612, scrivendo da Firenze all'amico Paolo Gualdo in merito al “Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua”, così diceva:

"Io l'ho scritta in volgare perchè ho bisogno che ogni persona la possi leggere, et per questo medesimo rispetto ho scritto nel medesimo idioma questo mio trattatello et la ragione che mi muove è il vedere che, mandandosi per gli Studii indifferentemente i giovan; per farsi medici, filosofi etc., sì come altri si applicano a tali professioni essendovi inettissimi, così altri, ché sarìano atti, restano occupati o nelle cure familiari o in altre occupazioni aliene dalla litteratura... et io voglio ch'e' vegghino che la natura sì come gl'ha dati gl'occhi per veder l'opere sue così bene... gli ha dato anco il cervello da poterle intendere e capire ".

Con la decisione di adottare come lingua per­sonale l'italiano, Galileo operava così una deci­sa svolta nel costume accademico e culturale, rivoltandosi contro un forte e radicato pregiudi­zio sociale, respingendo la diffusa convinzione che la cultura è solo ‘otium’, concesso a chi non ha bisogno più, o non ha mai avuto bisogno, di lavorare per vivere: egli che ben conosceva le difficoltà della vita (e che a Padova, per mante­nere la madre e i fratelli nonchè la famiglia che s'era formata con la sua unione, non regolariz­zata, con la veneziana Marina Gamba, da cui ebbe i figli Virginia Livia e Vincenzo) egli inte­se l'impegno culturale come un lavoro, alla pari del lavoro dell'artigianato.
Ancora più grave, specialmente nell'ambien­te veneziano, così fervido di operosità tecnica, l'ignoranza dei principi e delle leggi fisiche e la conseguente leggerezza con cui certi “poco intendenti ingegneri” sognano la costruzione di macchine e impianti, senza avere precise nozioni al riguardo, con il risultato di continuare a gia­cere nella incerta condizione di provvisorietà e precarietà che fu proprio delle arti della magia e dell'alchimia.


Un maestro rigoroso e tenace

Questo è il motivo occasionale che lo spinse, nel 1593, a comporre un trattato, intitolato “Le Mecaniche”, che contiene, oltre al chiarimento delle caratteristiche delle così dette “macchine semplici”, l'enunciazione di alcuni concetti galileiani molto importanti: quello di ‘momen­to’, quello sul movimento naturale, in polemi­ca con la definizione aristotelica, ecc. Egli dice:

" Ho visto ingannarsi l'universale dei mecanici, nel volere a molte operazioni, di sua natura impossi­bili, applicare machine, dalla riuscita delle quali, ed essi sono restati ingannati, ed altri parimente sono ri­masti defraudati della speranza, che sopra le promesse di quelli avevano conceputa ".

Il successo del tecnico non può essere il ri­sultato di una casuale scoperta, di un avveni­mento fortuito, non dipende cioè nè dalla for­tuna, nè dal caso, nè tanto poco da graziosa con­cessione di potenze misteriose, ma risulta dalla capacità intellettuale dell'uomo che dalla com­posizione e scomposizione delle macchine, dalla prova reiterata dell'esperimento sa conseguire quelle “dimostrazioni vere e necessarie”, che un ragionamento fondato sulla stringata rigoro­sità della matematica permetterà di ricavare. Il nesso costante e reciproco, il passaggio continuo dall'esperimento al calcolo, è certamente la ba­se di quel metodo sperimentale che giustamen­te è chiamato ‘galileiano’ e che aprì una nuo­va era nella storia della scienza, ma è anche la regola etica dello scienziato, l'impegno morale, con cui egli deve procedere: non vi sono, per Galileo, vie intermedie tra il vero e il falso: a nulla vale far ricorso a diversivi o tentare ”con limitazioni, con distinzioni, con istorcimenti di parole o con altre girandole di sostenersi più in piede, ma è forza in brevi parole ed al primo as­salto restare o Cesare o niente”.
In questo senso egli fu un grande scienziato, ma fu anche un grande educatore, un maestro rigoroso e tenace, che mirò ad elevare le menti e a favorire il progresso mentale dell'umanità.


Galileo e il cannocchiale

Da quanto è stato detto sui rapporti tra Galileo e il mondo della tecnica si può intendere anche la ragione che lo spinse per primo ad uti­lizzare uno strumento che era di provenienza ar­tigianale e che era servito soltanto come pura curiosità, intendo il cannocchiale, per rivolgerlo verso il cielo e affidare al suo funzionamento la decisione sulla polemica tra copernicanesimo e concezione tolemaica dell'universo.
Notizie di strumenti ottici che consentissero di vedere cose e persone lontane, erano già cir­colate nel 1609, specialmente a Venezia, dove un fiammingo avrebbe portato alcuni esemplari dello strumento; e ciò deve rispondere a verità, poichè altre notizie indicano che un primo esem­plare risaliva al 1590 ed era di fabbricazione olandese. Ma si trattava soltanto di interesse cu­rioso, non scientifico.
Lo stesso Galilei non nascose affatto tale ori­gine, come dichiarò nel “Saggiatore”, ma rivendi­cò a se stesso soltanto la ricostruzione, sulla ba­se della descrizione avuta, di uno strumento ana­logo, fondandosi sulla conoscenza delle leggi di ottica: applicando cioè un criterio razionale e non procedendo per tentativi.
Egli seppe anche sfruttare lo strumento, poiché presentandolo alla Repubblica veneta e vantandone gli enormi vantaggi pratici ai fini della difesa e dell'offesa militare, toccava il centro de­gli interessi di quel governo, preoccupato di appropriarsi di tutti i mezzi tecnici utili al potenziamento della propria flotta, alla sicurezza dei traffici e alla difesa delle proprie terre. Ma il suo vero merito consiste nell'avere assegnato a quello strumento, con una consapevolezza profonda del valore della tecnica, dell'utilità dell’opera manuale ai fini della scoperta della ve­rità, una funzione storicamente decisiva: l'inve­stigazione del mondo celeste, che fino a quel momento era stato conosciuto soltanto mercè la semplice vista umana. Per la prima volta una grossa questione scientifica, come quella della posizione della Terra nel sistema solare, era af­fidata ad uno strumento e non più al semplice ragionamento astratto. « Oh Niccolò Copernico, - egli dirà nel “Dialogo sopra i due massimi si­stemi” - qual gusto sarebbe stato il tuo nel ve­der con sì chiare esperienze confermata questa parte del tuo sistema ».


L'accettazione del copernicanesimo

Sistema solare secondo Copernico
Quando Galileo avesse accettato la dottrina copernicana che sosteneva il movimento di rivoluzione della Terra, e degli altri pianeti, attorno al Sole, è oggetto di discussione; noi sappiamo con certezza però che almeno nel 1597 egli si sentiva già copernicano: in due lettere di quell’anno indirizzate a Jacopo Mazzoni e a Giovanni Keplero, egli dichiara questa sua adesione; egli anzi a Keplero comunica che la dottrina co­pernicana gli ha consentito di spiegare molti fenomeni naturali che altrimenti sarebbero stati inspiegabili.
Quali fossero le argomentazioni che lo con­vinsero del copernicanesimo non è detto, ma si può ritenere che le indagini sul movimento dei corpi, e le altre ricerche di meccanica dovevano avergli provocato il sospetto che la dottrina to­lemaica universalmente accettata non fosse va­lida. Quello che ci pare più interessante è che le scoperte da lui fatte mediante il cannocchiale non furono fortuite e che il gesto con cui levò verso il cielo lo strumento non fu accompagnato da un avventuroso desiderio di novità, ma da una precisa consapevolezza, da una base di ri­flessioni scientifiche che la visione telescopica doveva poi confermare.
Della costruzione del cannocchiale e delle sco­perte egli dette subito notizia con il “Sidereus nuncius” (Annunzio celeste), che cominciò a scri­vere subito dopo la più importante di esse: la scoperta di quattro satelliti del pianeta Giove, fin allora mai visti, i quali con il loro movimen­to contrastavano con tutta la dottrina tolemaica; egli intitolò questi satelliti “stelle medicee”, in onore del granduca Cosimo II de' Medici, che era stato da ragazzo suo allievo per qualche tempo, durante un suo viaggio a Firenze.
Ma altre sono le cose viste da lui nelle notti che dedicò all'investigazione del cielo: la natu­ra scabrosa, ruvida e accidentata della superfi­cie della Luna che a occhio nudo appare lucida e liscia; la natura della Via Lattea che è costituita da un numero infinito di stelle, le fasi del pianeta Venere e più tardi la composizione di Saturno che al suo cannocchiale, non perfezio­nato, apparve come formato da tre anelli disposti a catena, ma che, come sappiamo più tardi risulteranno concentrici.
La notizia delle scoperte astronomiche di Galileo si diffuse rapidamente, non solo tra gli uo­mini dotti e le alte personalità politiche e reli­giose, che avevano ricevuto il “Sidereus nuncis” scritto dall'autore in gran fretta e pubblicato a due mesi di distanza dalle scoperte dei satelliti di Giove, ma anche negli ambienti filosofici e scientifici italiani e d'oltre Alpe, provocando sor­prese, meraviglie, entusiastiche adesioni e risen­titi dinieghi: si trattava di scoperte gravide di grosse conseguenze non solo per la cultura scien­tifica ma per l'opinione comune. Alla disposi­zione tradizionale del firmamento (con i suppo­sti movimenti dei cieli attorno alla Terra, considerata ferma al centro dell'Universo; con la pretesa esistenza dello Zodiaco che con le sue dodici parti influenzava gli eventi e le nascite) a tutto il bagaglio di superstizioni di credenze astrologiche e di fantastiche pretese di influen­ze astrali, a tutto questo dunque si sostituiva una rigorosa e tangibile concezione meccanica del cielo, ridotto ormai ad essere sottoposto a criteri di fisica celeste equiparati a quelli della Terra: il sogno umanistico di affermazione dell’ingegno umano nel Creato trovava con le scoperte galileiane una precisa conferma, una rea­lizzazione scientifica e razionale che disperdeva, come incongruenti, le visioni sognanti della stes­sa concezione di Giordano Bruno, che pure aveva ac­cettato la dottrina copernicana.
La scienza, basata sul preciso metodo speri­mentale, sul rigore del calcolo matematico si er­geva così a nuova autorità nel mondo della cul­tura, una autorità con cui la tradizione filosofica e la tradizione teologica non potevano non fare i conti.


La reazione degli astronomi e dei matematici

Ecco perchè le riserve e le opposizioni pre­giudiziali furono tenaci e molteplici: mentre a Galileo giungevano sempre più numerose le ri­chieste di esemplari del cannocchiale e le corti regali d'Europa s'affannavano per ricevere con essi le più particolari notizie e spiegazioni sulle scoperte galileiane, gli ambienti dei filosofi pe­ripatetici, colpiti in modo decisivo, per l'evi­dente inconsistenza di tante teorie fisiche e astro­nomiche formulate da Aristotele e perpetuate nel tempo come intangibili, reagirono in modo vivace ma anche maldestro negando sul piano logico-metafisico l'esistenza dei pianeti medicei e dimostrando con ciò l'incapacità loro ad ag­giornarsi e a rivedere le proprie posizioni. An­cora più vivace e dura fu l'opposizione degli astronomi e dei matematici, i quali, toccati sul vivo per essere stati scavalcati da Galileo, che peraltro non ambiva al titolo di ‘astronomo’, cercarono di contestare la validità delle scoper­te, speculando sulle ovvie imperfezioni dei can­nocchiali e sulle difficoltà di indagine celeste in tutte le stagioni; fra queste opposizioni male­voli va ricordato l'atteggiamento degli astrono­mi bolognesi, capeggiati da Giovanni A. Magini, che nelle sue lettere a corrispondenti stra­nieri e perfino allo stesso Keplero, deride Galileo Galilei. Infine le opposizioni degli astrologi, per cui basta quanto ebbe a scrivere ad un amico pado­vano il Manso, studioso del Tasso, il quale ri­cordava “l'asprissima querela fatta da tutti gli astrologi e da gran parte de' medici; i quali intendendo che si ag­giungano tanti nuovi pianeti a' primi già conosciuti, par loro che necessariamente ne venga rovinata l'astro­logia e diroccata gran parte della medicina, percioché la distribuzione delle case del zodiaco, le dignità essen­ziali ne' segni, la qualità delle nature delle stelle fisse, l'ordine de' cronicatori, il governo dell'età degli huo­mini, i mesi della formatione dell'embrione, le ragioni de' giorni critici, e cento e mill'altre cose, che-dipen­dono dal numero settenario de' pianeti, sarebbero tutte sin da' fondamenti distrutte”.


La battaglia galileiana

Si trattava, come ognun vede, della pervicace resistenza opposta da un insieme di credenze e preconcetti, che, pur condannato inesorabilmen­te dalle nuove scoperte, non si rassegnava, op­ponendo alla inconfutabile dimostrazione effettuale riserve, dubbi e critiche, che, in un am­biente chiuso e diffidente, qual'era quello della cultura e del pensiero in una società non demo­cratica e aperta, potevano ritorcersi a danno di Galileo e della scienza moderna che egli aveva fatto sorgere.
È per questo che gli anni che vanno dal 1610, quando avvennero le scoperte, al 1632, anno della condanna da parte del S. Uffizio, sono de­dicati dal Nostro alla difesa, non solo delle nuo­ve scoperte, ma di tutta una nuova mentalità, un nuovo costume intellettuale e una nuova di­gnità culturale che con quelle nascevano. Per questo egli fu portato ad aprire una intensa, abi­le e difficile battaglia culturale per la liberazio­ne della scienza moderna dagli ostacoli che ne impedivano la libera espressione. In questa dif­ficile impresa egli impegnerà le sue migliori qua­lità di ingegno, di senso critico e, al tempo stes­so, di prudente e oculato realismo. L'impulsi­vità di certe sue manifestazioni, la durezza di certe espressioni polemiche e la violenza con cui attacca una dottrina ritenuta falsa, si uniscono ad un'attenta valutazione delle possibilità con­crete di successo, delle probabilità di aiuti e di interventi autorevoli come anche delle eventuali alleanze pericolose dell'avversario.


Il ritorno in Toscana

Fu per questo che, avvenute le grandi sco­perte, egli, che aveva sempre mantenuto rap­porti di rispettosa devozione con la Corte gran­ducale di Firenze, nella speranza di far ritorno nella sua Toscana, decise di portare a compi­mento un progetto che era venuto via via de­terminando, del quale il primo atto è costituito dall'intitolazione dei satelliti di Giove alla fa­miglia medicea. Forte dell'appoggio che il gran­duca Cosimo II, suo antico allievo, gli avrebbe offerto e avvalendosi dell'amicizia di Belisario Vinta segretario dello Stato granducale, egli chiese di poter essere chiamato a Firenze, pres­so la Corte, alle dipendenze del principe e senza obbligo di insegnare, allo scopo di portare avan­ti i grandi piani di ricerca scientifica che le sco­perte e gli studi precedenti avevano spinto a for­mulare. A Firenze vedeva anche la possibilità di fruire di un appoggio politico preciso e sicuro, fondato sulla benevolenza del Principe, senza che di ciò si dovesse rendere conto ad alcuno: egli era ben consapevole delle condizioni della cultura e degli intellettuali in una situazione politico-sociale in cui l'incondizionata volontà del Principe si identifica con la volontà dello Stato. Non va dimenticato infatti che per il carattere aristocratico dello Stato, per le condizioni di ignoranza delle plebi, la cultura non poteva spe­rare in appoggi diversi da quelli dell'autorità sovrana e gli intellettuali erano così costretti ad accettare il ruolo ornamentale e remunerativo, sì, ma non autonomo, di cortigiani: ci vorrà an­cora più d'un secolo perchè nella cultura italia­na possa tornare ad esprimersi l'ideale di liber­tà e di indipendenza dal potere politico!
A queste considerazioni che lo inducevano a lasciare la Repubblica veneta - nonostante che in essa non gli sarebbe mancata la libertà di ri­cerca cui anelava, come ebbe a scrivergli ram­maricato il suo amico Sagredo - si aggiunge­vano altre relative alla sua condizione familiare: le figlie, avute dall'unione con la Gamba, erano ormai cresciute ed egli pensava ad una loro si­stemazione, che non gli gravasse troppo, e che troverà in Toscana, facendole entrare in conven­to, mercè l'appoggio di alcuni cardinali amici. Nel frattempo, si preoccupava anche di risolve­re nel modo migliore la relazione con Marina Gamba, cosa che fu senz'altro agevolata dalla sua partenza per Firenze.
Qui egli giunse nel settembre del 1610, aven­do ricevuto la nomina a “Primario Matematico e Filosofo del Granduca di Toscana”, a cui era aggiunto il titolo di “Primario Matematico del­lo Studio di Pisa”, senz'obbligo di tener lezioni. Era trascorso appena un anno dal suo arrivo a Firenze e già egli dovette iniziare una lunga, e anche astiosa, polemica con un astronomo te­desco, il padre gesuita Cristoforo Scheiner, il quale aveva annunciato di aver scoperto con il suo cannocchiale delle macchie sulla superficie solare. Si trattava di una scoperta sfuggita all’attenzione di Galilei? Certo, sembra strano che il grande scienziato, che per primo aveva compiuto scoperte astronomiche sensazionali, che riguardavano il sistema solare, avesse poi trascurato di osservare proprio il Sole. Noi sap­piamo che egli fin dal tempo delle prime scoper­te aveva visto le macchie in questione, ed anzi nel 1611, in occasione di una sua visita ai ma­tematici del Collegio Romano ne aveva fatto cenno; se non aveva reso nota quest'altra noti­zia è forse per le difficoltà di eseguire osserva­zioni dirette, difficoltà che superò verso il 1611-­1612, quando potè ricorrere all'osservazione in proiezione.
Tuttavia, all'inizio del 1612, delle scoperte dello Scheiner egli ebbe notizia diretta da Mar­co Welser, duumviro di Augusta, che gli inviò tre lettere dello Scheiner, alle quali risponderà con altrettante lettere, le quali raccolte in vo­lume, per conto dell'Accademia dei Lincei, di cui egli era membro, furono pubblicate sotto il titolo di “Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti” (1612).

Papa Urbano VIII
Un'altra disputa, svoltasi alla corte grandu­cale alla presenza di due cardinali, fra i quali il futuro Urbano VIII, che in quell'occasione si mostrò favorevole alla tesi galileiana, ebbe il Nostro con il filosofo peripatetico Ludovico del­le Colombe, che già in altre occasioni s'era ri­velato puntiglioso sostenitore delle teorie peri­patetiche e che aveva avuto modo di contendere con Galileo: l'argomento della disputa riguar­dava le vere cause che determinano il galleggia­mento o l'affondamento dei corpi nell'acqua; Galilei, richiamandosi alle dottrine archimedee sostenne, contro la tesi aristotelica, che la causa sia da ritrovarsi nel rapporto tra il peso del cor­po e quello dell'acqua spostata. Ma l'interesse più attuale dello scritto è la serrata argomenta­zione polemica, con cui Galilei oppone all'ari­stotelico il nuovo metodo d'indagine, il metodo sperimentale, costruito su una rigorosa connes­sione di osservazioni sperimentali e di calcoli matematici e ragionamenti stringati: anche que­sta disputa, come la precedente, è un momento di quella battaglia culturale rivolta a difendere il nuovo orientamento culturale e, in particola­re, della scienza.
Un'occasione per misurare, an­cora una volta, la distanza che separava lo scienziato galileiano dalla moda tradizionale, per ve­rificare, cioè, il cammino compiuto dalla scienza moderna. Le tesi galileiane furono poi raccolte nel “Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua o che in quella si muovono”.
Quest'opera, come tutti gli iscritti compresi nel periodo 1610-1632, mostra che nessuna dî­stinzione può farsi tra il metodo galileiano di ri­cerca e la tenacia polemica posta dallo scienzia­to nella dimostrazione delle sue scoperte: l'impegno e l'obiettivo comune è il chiarimento del­le nuove vedute, la ripulsa dell'errore e la sua rettifica. Per quanto fiducioso nella forza della ragione e sicuro, per questo, del suo procedere, Galileo, che vive in una fase di involuzione e di timore, conosce bene il nesso che collega, spesso sottomettendola, la verità scientifica alle esigen­ze del mondo e agli scrupoli e alle preoccupa­zioni religiose. Per questo egli è al tempo stesso cauto, disposto alla discussione, pronto ad ascol­tare i consigli degli amici, ma anche ad attacca­re senza esitazione l'avversario nel suo stesso campo: si tratta di una esigenza di difesa che fa tutt'uno con la diffusione e l'affermazione del nuovo orientamento scientifico.


L'accusa di eresia

Non passò infatti molto tempo, che già l'at­tacco contro la teoria eliocentrica e contro la scuola galileiana che la sosteneva venne portato su un terreno ben più insidioso e complicato: il terreno della disputa teologica. Già nel 1612, nel giorno dei morti, un domenicano, fra' Nic­colò Lorini, professore di storia ecclesiastica a Firenze, accusò di eresia la dottrina e i suoi so­stenitori, provocando molto rumore negli am­bienti intellettuali più avanzati, tanto che po­chi giorni dopo negò di aver parlato pubblica­mente ma di avere dichiarato in privato la sua opinione. L'episodio appare ancor più grave se si considera che un anno prima, al tempo della disputa sui corpi galleggianti, v'erano state, pres­so l'arcivescovo Marzimedici, consultazioni tra esponenti ecclesiastici e fin d'allora s'era deciso di attaccare Galileo, designando persino chi avrebbe per primo predicato contro; tuttavia il prescelto preferì tacere.
Verso la fine del 1613, alla corte granducale di Pisa, alla presenza del granduca, della gran­duchessa madre Cristina di Lorena, del padre Benedetto Castelli, allievo carissimo di Galilei e insegnante nello Studio pisano, un filosofo di quell'Università, Cosimo Boscaglia, attaccò du­ramente la teoria copernicana, sostenendo che la Sacra scrittura era manifestamente contraria ad essa. Il Castelli era intervenuto a difesa ed era riuscito a mettere in confusione il Boscaglia, ma la partecipazione diretta ed interessata della famiglia granducale ed il fatto stesso che la disputa fosse avvenuta in una sede governa­tiva - il che lasciava supporre l'intenzione di colpire il favore di cui Galileo godeva presso i Medici - indussero il Nostro a rispondere.


Il manifesto della scienza moderna

La lettera del 21 dicembre 1613 a Benedetto Castelli - le cui argomentazioni verranno ri­prese ed estese due anni dopo nella più lunga lettera a Cristina di Lorena - costituisce senza dubbio il manifesto della scienza moderna, il proclama della indipendenza della cultura scien­tifica da ogni soggezione ad autorità estranee: essa rappresenta la dichiarazione della libertà in­tellettuale minacciata dal pregiudizio teologico e filosofico.
Pur confermando il rispetto e la riverenza per l'autorità della Sacra scrittura, in materia di fede e di morale, Galileo respinge ogni ten­tativo di avvalersi delle espressioni della Scrit­tura a favore di tesi scientifiche, sostenendo la assoluta incompetenza dei testi sacri a causa dell’inadeguatezza ed approssimazione del linguag­gio usato in essi rispetto all'assolutezza e preci­sione rigorosa della scienza:

“La Scrittura ira molti luoghi è non solamente ca­pace, ma necessariamente bisognosa d'esposizioni di­verse dall'apparente significato delle parole e però mi par che nelle dispute naturali ella doverebbe esser ri­serbata nell'ultimo luogo”.

Pur procedendo ambedue dal Verbo divino, la Scrittura e la natura usano linguaggi differen­ti, poichè la Scrittura, per la sua forma esposi­tiva ed esortatoria ricorre ad espressioni spesso imprecise, allo scopo di farsi intendere da tutti gli uomini. La scienza naturale, invece, è ineso­rabile e immutabile nelle sue espressioni rigo­rose; essa non cura affatto “che le sue recon­dite ragioni e modi d'operare sieno o non sieno esposti alla capacità degli uomini, per lo più che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli”. Nè vale pensare che “quel medesí­mo Dio, che ci ha dotati di sensi, di discorso e d'intelletto [cioè dei soli mezzi di cui si avvale il metodo sperimentale per scoprire la verità] ab­bia voluto darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire”. Un rigore me­todologico, una economia del pensiero, dunque, che rivelano in Galileo, insieme alla sua fonda­mentale educazione rinascimentale, la sua natu­ra di uomo moderno, che fa pensare alla pole­mica svolta dieci anni dopo nel “Saggiatore” con­tro la pletoricità delle espressioni e la ridondan­za del linguaggio, propri della tradizione me­dievale.
Un rovesciamento del rapporto, consacrato dalla tradizione, tra scienza e religione viene a dichiararsi con queste parole: mentre per tutto il Medioevo le esigenze della ricerca scientifica erano state subordinate alle esigenze della reli­gione, Galileo propone qui non solo l'autono­mia della scienza dalla religione, ma configura tra queste una nuova relazione che fa della scienza una forma di espressione e manifesta­zione del Verbo divino più rigorosa della stessa Scrittura sacra.
E' per questo che la lettera al Castelli, anzi­chè placare le mormorazioni intorno alle sue scoperte, creò una frattura ancora più profonda tra la nuova scienza e il passato e finì per co­stituire la prova testimoniale indispensabile per un accertamento istruttorio che l'Inquisizione mise in atto non appena ebbe notizia della di­sputa alla corte di Pisa. Mentre Galileo, sincero cattolico, cercava un'intesa con l'autorità roma­na, convinto che, così facendo, operava per il bene della Chiesa, a cui riconosceva, per le con­dizioni della cultura d'allora, l'autorità di mas­sima organizzazione culturale, gli uomini oc­chiuti del Sant’ Uffizio scorgevano il pericolo insito nella tesi di Galileo: un iniziale processo di emancipazione del pensiero dalla tutela ecclesia­stica, che sarebbe potuta diventare più tardi un'evasione e ribellione generale del sapere, ciò che in effetti avverrà un secolo più tardi con la cultura illuministica.
Non mancarono tuttavia interventi ‘diplo­matici’ intesi a convincere Galileo perchè con­siderasse la teoria copernicana come una sola ipotesi, ciò che egli, sicuro della prova effettuale avuta con il cannocchiale, respinse sdegnosa­mente in una lettera a mons. Dini del 1615, perchè contrari alla sua etica scientifica: un com­promesso tanto inutile quanto umiliante, che mentre non avrebbe risolto il grosso contrasto in atto, avrebbe solo squalificato la figura di colui che in quel momento aveva contribuito all’emancipazione della scienza.


La denunzia al Sant’ Uffizio e la sconfitta della scienza

Il Palazzo del Santo-Uffizio a Roma
Sede dell'Inquisizione (da una antica stampa)

Nel dicembre del 1614, la quarta domenica dell'Avvento, il domenicano Tommaso Caccini, fanatico e grossolano dal pulpito di Santa Maria Novella in Firenze inveisce contro la ma­tematica e contro coloro, come Copernico e Galileo, che presumono di correggere la Bib­bia: dietro le sue parole vuote e arroganti vi è tutto il livore del mondo ecclesiastico fioren­tino contro Galileo, di cui si fa espressione mons. Baccio Gherardini, vescovo di Fiesole che minaccia di compiere passi ufficiali presso il Granduca perchè cessi lo scandalo galile­iano.
Come immediato riscontro a queste minac­ce, il 7 febbraio 1615 fra' Lorini denuncia Galileo al Sant’ Uffizio, inviando copia della lettera al Castelli; nel marzo successivo apre l'udienza dei testimoni, citati dal Caccini, il gesuita Fer­dinando Ximenes e Giannozzo Attavanti, al­lievo di Galilei; ma le deposizioni di questi sono favorevoli allo scienziato.
Informato dall'Attavanti delle manovre che si svolgevano contro di lui, Galileo, benchè ancora infermo chiese al Granduca delle lette­re commendatizie per recarsi a Roma, nel ten­tativo di scongiurare una condanna delle dot­trine; tuttavia il 24 febbraio 1616 il Sant’Uffizio, dopo aver ascoltato il parere dei padri teologi, dichiarò la dottrina copernicana, che ritiene il sole centro dell'universo, “stolta e assurda in filosofia e formalmente eretica, in quanto contraddice alle sentenze della Sacra scrittura”; le opere copernicane furono vietate finchè non fossero state corrette. Il giorno successivo il cardinale Bellarmino comunicava a Galileo il di­vieto di professare la teoria copernicana sia in pubblico che in privato.
Aveva termine così il primo atto della batta­glia culturale apertasi nel gennaio 1610 con le scoperte astronomiche di Galileo. Questi re­stò amaramente colpito dalla sentenza, senten­dosi sconfitto nelle sue aspirazioni e deluso nei suoi ideali; con lui tutta la cultura italiana av­vertì la gravità della sentenza: si può dire che essa chiudeva definitivamente il periodo di re­lativa autonomia della cultura dal potere teo­logico, periodo iniziatosi con l'età moderna.
La scuola galileiana si strinse attorno al suo maestro in un operoso silenzio; Galileo trova conforto negli studi e nelle ricerche, nella de­vozione dei discepoli che non gli consentono di abbandonare ogni speranza nel futuro, e nell’affetto della figlia Virginia, ora Suor Maria Celeste, che lo consola e lo rianima con il suo intelligente affetto filiale.
Superato lo stato d'ira e d'inquietudine che s'era portato appresso da Roma, dopo la sen­tenza, Galilei sembrò adeguarsi alle nuove con­dizioni e confidò in una ripresa della lotta idea­le. L'occasione gli venne offerta da una disputa insorta circa l'origine e la natura delle comete, come erano quelle apparse nel 1618 e nel 1619: nella disputa era intervenuto un gesuita roma­no, padre Orazio Grassi che nella sua “Disputatio astronomica” del 1619 sosteneva che il luogo delle comete fosse il cielo, in accordo con la dottrina sostenuta nel 1577 dal grande astrono­mo Tycho Brahe, maestro di Keplero. Era una tesi abbastanza moderna, ma sostenuta da argo­mentazioni del tutto astratte, da discorsi letterari ed eruditi, da espressioni retoriche, secondo un metodo che non si adattava più alle nuove esigenze della scienza.


Il Saggiatore

A questa strana trattazione rispose un allievo di Galilei, Mario Guiducci, con un “Discorso del­le Comete”, stampato nel 1619, che fu ritenuto opera del vecchio scienziato: in verità egli, che era costretto in casa per i suoi malanni e che quindi non aveva potuto osservare le comete, era intervenuto nella stesura dell'opera; sícchè quando il padre Grassi, vistosi attaccato rispo­se sotto lo pseudonimo di Lotario Sarsí con un duro scritto polemico, la “Libra astronomica ac philosophica”, Galilei fu costretto a scendere di­rettamente in campo con “Saggiatore” che costi­tuisce ancora oggi la più bella opera di polemica scientifica che sia stata scritta.
In essa non è tanto la tesi sulle comete che interessa (Galileo sostiene che le comete sono soltanto vapori terrestri), quanto piuttosto la serrata polemica contro il metodo seguito dal Grassi: una polemica interessante perchè costi­tuisce una vivissima esposizione del metodo scientifico galileiano, e quindi una difesa bril­lantissima delle vie e dei procedimenti della scienza moderna. L'opera stampata a cura dell’Accademia dei Lincei è un documento fonda­mentale della nascita della concezione moderna della cultura, non solo per quanto s'è detto, ma anche perchè viene precisato che l'obiettivo della ricerca scientifica non è, come per la filo­sofia, la ricerca di una realtà metafisica, ma la definizione rigorosa delle leggi naturali. Alla “Natura” infatti, e non ai libri di Aristotele o degli altri filosofi, deve mirare con sguardo at­tento lo scienziato: da essa infatti, mediante il linguaggio matematico potrà ricevere soddisfa­zione alla propria sete di verità.
L'opera era dedicata al papa Urbano VIII che era da poco salito al soglio pontificio, de­stando speranze vivissime negli intellettuali del tempo per il suo passato di mecenate e di amico della cultura; egli che si era sempre mostrato amico di Galileo, gli aveva dedicato anche un componimento poetico quando furono scoperti i satelliti di Giove: quale migliore occasione per riprendere la non mai abbandonata batta­glia per il rinnovamento della cultura?
I primi atti del nuovo Pontefice, la nomina a Maestro di camera di mons. Virginio Cesarini (a cui Galileo si rivolse nel “Saggiatore”) e di mons. Giovanni Ciampoli a Cameriere segreto e Segretario ai Brevi, sono considerati un segno molto favorevole ai galileiani; il desiderio ma­nifestato dal Pontefice di ricevere l’omaggio del­lo scienziato fu interpretato come una evidente manifestazione di benevolenza, e Galileo non indugiò a riprendere con entusiasmo il suo non mai dimesso programma per il progresso del sapere: nel 1624 pubblica la “Risposta” da lui inviata ad uno scritto di Francesco Ingoli (“De situ et quiete Terrae”) che risaliva al 1616 e che voleva essere una confutazione del sistema co­pernicano. Nella parte introduttiva, Galileo giu­stifica la ripresa, a distanza di otto anni, della polemica, con una singolare argomentazione: bisogna dimostrare che gli uomini di Chiesa condannarono la teoria copernicana nel 1616, non già per ignoranza, ma per “il zelo della re­ligione e della nostra fede” e con abile insinua­zione polemica aggiunge:

…”sì che quando loro i protestanti abbino vedute tutte le loro ragioni astronomiche e naturali benissimo intese da noi, anzi, di più, altre ancora di maggior forza assai delle prodotte fin qui, al più potranno tassarci per uomini costanti nella nostra opinione, ma non già per ciechi o per ignoranti dell'umane discipline: cosa che finalmente non deve importare a usa vero cristiano cattolico”.


Il Dialogo sopra i due massimi sistemi

Frontespizio dei Dialoghi
Era questo l'annuncio della ripresa battaglia e l'anticipazione dei temi che saranno contenuti nella grande opera in difesa del copernicanesi­mo, il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, con cui egli pensava di definire una vol­ta per sempre, attraverso un'ampia e circostan­ziata disamina delle due tesi in contrasto, la ver­tenza cosmologica. Un'opera quindi non pro­priamente scientifica, ma più vasta, che abbrac­ciasse anche le questioni filosofiche e i problemi di metodo; una regolamentazione generale dei conti con la cultura passata.
La composizione dell'opera durò molti anni, sia perchè egli sentì spesso il bisogno di. preci­sare quella che a suo giudizio era la prova fon­damentale - la sua teoria delle maree, già e­sposta in uno scritto del 1616, fondata soltanto sulle conseguenze meccaniche del movimento terrestre, mediante informazioni raccolte dai navigatori, sia perchè più volte le difficili con­dizioni di salute lo costrinsero ad interrompere il lavoro.
Finalmente nel 1630 il “Dialogo” è terminato e inizia la lunga vicenda del controllo ecclesiastico e della concessione dell'imprimatur, per la qua­le operazione egli deve recarsi a Roma, dove giunge fiducioso nella benevolenza del Papa, che secondo notizie pervenutegli avrebbe dichia­rato di criticare la condanna del 1616. La revi­sione fu affidata al padre, maestro del Sacro Palazzo, Niccolò Riccardi e, per la parte scien­tifica al matematico padre Raffaello Visconti. La revisione durò a lungo, anche perchè il Riccardi, che pure non mostrò malanimo verso Galileo, era preoccupato che le pressioni contrarie dei Gesuiti - e forse dello stesso padre Scheiner antico avversario di Galilei - non agissero sull'animo di Urbano VIII, di cui temeva gli improvvisi e duri cambiamenti di opinione. Fi­nalmente l’imprimatur fu concesso e il 21 feb­braio 1632 il Dialogo è finito di stampare.


L'intervento dell'Inquisizione e il processo

Ma improvvisamente il 21 luglio successivo il padre Riccardi ordina all'inquisitore di Firenze di sospendere la diffusione e confiscare le co­pie: le forti proteste dei sostenitori della rigida disciplina, anche mentale, e della piena sotto­missione all'autorità religiosa, le insinuazioni giunte all'orecchio di Urbano VIII, secondo cui egli sarebbe stato adombrato nella figura dell’aristotelico Simplicio - che nel “Dialogo” è oggetto di tutte le polemiche e di tutte le ironie degli altri due interlocutori - la preoccupa­zione, apparsa più evidente alla lettura dell'ope­ra( nonostante le cautele imposte dal Riccardi all'inizio e alla fine), di un'eccessiva liberalità della Chiesa verso le posizioni più spinte della cultura, il timore di difficoltà politiche che potessero insorgere per il pontificato di Urba­no VIII, tutte queste ragioni avevano provo­cato il fermo dell'opera.
Il deferimento di Galileo al Sant’ Uffizio sembra ormai inevitabile: infatti, presa la decisione il 23 settembre, il successivo 1° ottobre l’Inquisitore di Firenze notifica a Galileo la denuncia, ingiungendogli di presentarsi al Commissario dell'Inquisizione in Roma. Galilei tenta di evi­tare tale deferimento, adducendo le ragioni del­la sua vecchiaia e della salute malferma e spera nell'appoggio del granduca Ferdinando II: ma la questione è troppo grave perchè l'autorità romana si preoccupi di non urtare la suscettibilità della dinastia dei Medici - alla cui testa era allora un granduca vanesio e poco fermo - e perciò, dopo la intimazione pontificia perchè Galileo si presenti a Roma “legato anco con ferri”, Ferdinando II invita il suo Matema­tico a “finalmente ubbidire ai tribunali mag­giori” e il 20 gennaio Galileo parte per Roma, e da questo momento egli non sarà più libero.
Pur essendo trattato con ogni riguardo, spe­cialmente per rispetto del Granduca, ed essen­dogli concesso di risiedere nella sede dell'amba­sciata toscana in Roma, anzichè essere rinchiu­so nelle carceri del Sant’Uffizio, la condizione di Galileo è ormai quella di un prigioniero.
La prova d'accusa è l'infrazione all'intima­zione rivoltagli nel 1616 dal cardinale Roberto Bellarmino a non professare, nè per iscritto nè a voce, ne in pubblico nè in privato, la dottrina coperni­cana. Era stato ritrovato, secondo quanto aveva confidato il padre Riccardi all'ambasciatore to­scano in Roma, il generoso e leale Niccolini, un documento contenente il verbale del relativo atto di diffida.
Sulla validità di tale documento e sulla sua regolarità formale si è molto discusso. In verità nel 1616 l'ingiunzione del Bellarmino fu tra­smessa a Galileo piuttosto sotto forma di un consiglio che non secondo il rito previsto per le diffide; lo stesso Galileo aveva ottenuto una lettera del Bellarmino che attestava che nessuna ingiunzione gli fosse stata fatta, nè penitenza comminata, ma che gli era stata soltanto comu­nicata la sentenza del Sant’Uffizio. Nessun vincolo personale pareva a Galileo che lo condizionasse; del resto, nel Dialogo l'esposizione della tesi co­pernicana è coperta dall'abile forma della cita­zione e del richiamo ai fini del dibattito che vi vien svolto, come si fa parallelamente per la teoria tolemaica.
Ma è evidente che avventurarsi in una disqui­sizione procedurale, specialmente per la tortuo­sa e segreta procedura del Sant’Uffizio, sarebbe un'impresa vana: ciò che conta è che contro Galileo e le sue dottrine vi era uno schieramento molto vasto. Mentre nel 1610 e poi anche nel 1616 dal campo ecclesiastico si erano levate voci in difesa dello scienziato toscano e si erano e­spressi consensi per le sue scoperte (ivi com­presa la “Adulatio perniciosa” rivoltagli dal cardinale Barberini, divenuto poi Urbano VIII), ora nes­suno osava parlare in sua difesa, e lo stesso Pontefice era profondamente irritato verso di lui.
Eppure, sembra strano che per giungere alla condanna si sia dovuti ricorrere ad un documen­to che contrasta nettamente con la dichiarazione che il Bellarmino rilasciò a suo tempo a Galileo: nel documento si parla di tutti gli atti for­mali che hanno luogo nelle diffide regolari, si dichiara persino che Galileo avrebbe fatto atto di acquiescenza all'ingiunzione e avrebbe pro­messo di obbedire e di abbandonare definitiva­mente la dottrina copernicana (come se non re­sti all'uomo, quando ha perduto tutto, la sola libertà di pensare: ma anche a quella si voleva che Galileo rinunciasse!). Evidentemente la cosa dovette apparire strana agli stessi Inquisitori i quali nella sentenza non faranno alcun cenno al divieto del 1616, anche se poi ricompare nel testo della confessione imposta a Galileo.


La sentenza e l'abiura

La sentenza venne pronunciata il 22 giugno 1633: in essa, che è sottoscritta soltanto da sette dei dieci cardinali inquisitori, si accusa Galileo, « fortemente sospetto d'heresia », d'es­sere incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni promulgate. Gli si ordina che “abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori et heresie et qualunque altro errore et heresia contraria alla Cattolica et Apostolica Chiesa”; il “Dialogo” viene proibito e l'autore è condannato al car­cere formale ad arbitrio del Sant’Uffizio e a “pe­nitenze salutari”, riservandosi il supremo tri­bunale ecclesiastico “facoltà di moderare, mu­tare o levar in tutto o in parte de sodette pene e penitenze”.
Quindi, in ginocchio il vecchio Galileo Galilei, colui che “vide sotto l'etereo padiglion rotarsi più mondi e il Sole irradiarli immoto”, colui che aveva aperto con il suo ingegno una grande epoca nella storia della cultura e della civiltà, fu costretto, nel silenzio generale, a pro­nunciare l'atto di abiura.
Con la sentenza e l'abiura il piano messo in atto dalla coalizione di interessi, timori e pre­giudizi avversi alla scienza nuova, sembrava riuscito: finalmente il fiero, il polemista Galileo Galilei, era stato costretto ad inginocchiarsi, a sottomettersi al volere di quelle forze che difen­devano il passato: l'autorità ecclesiastica prov­vide a rendere note in tutti i paesi la sentenza e l'abiura, inviandone copia a tutti gli Inquisi­tori, perchè la pubblicazione di quegli atti fosse monito severo a quelle menti imprudenti che accarezzavano sogni di indipendenza e perché i ben pensanti, i nemici delle novità, i paurosi e gli ignoranti si rasserenassero: non v'era al­cun pericolo ormai di dover rivedere in fretta le basi delle proprie credenze e delle proprie nozioni.
Ma era ancora troppo presto per cantar vit­toria: non erano trascorsi invano i secoli dell’Umanesimo e del Rinascimento, non era stata inutile per la coscienza della libertà la rivolta antiromana scoppiata con Lutero e divampata in modi imprevisti e con istanze nuove; non tutti erano disposti a cambiare opinione sulle scoperte galileiane, sulla fisica moderna, sul me­todo di ricerca, sol perchè così comandava il Sant’Uffizio.
Assegnato dapprima agli arresti nella villa dell'ambasciatore di Toscana, Galileo Galilei fu poi trasferito, per intercessione dello stesso ambasciatore, presso l'arcivescovo di Siena, Ascanio Piccolomini, vecchio amico dello scienziato. Qui, nella sua Toscana, confortato dall’amicizia del prelato, che generosamente non aveva mutato sentimenti, egli si riprese e co­minciò a riavere fiducia in se stesso. Monsignore Pic­colomini fece di tutto perchè la sua residenza in Siena gli apparisse più una affettuosa ospita­lità che una detenzione. Attorno a Galileo, nel­la sede dell'Arcivescovado, cominciarono a riu­nirsi quegli uomini liberi che avevano ammirato in lui il coraggio con cui aveva osato opporsi a dottrine secolari, mentre dalla figlia e dagli amici lontani giungevano lettere di conforto e di speranza.
Ma l'Inquisizione vigilava su di lui, preoccu­pata che il cerchio di ferro in cui lo aveva rin­chiuso non fosse infranto: una delazione ano­nima informò il Sant’Uffizio che Galileo diffon­deva “opinioni poco cattoliche, fomentata da questo arcivescovo suo hospite, quale ha sug­gerito a molti che costui sia stato ingiusta­mente agravato”. Per evitare che egli avesse contatti col mondo esterno, l'autorità romana accolse le insistenti richieste del Niccolini, e a Galileo fu concesso di ritirarsi nel suo villi­no di Arcetri, presso Firenze, purchè vi stesse come in carcere, “con ritiratezza e senza ammettervi molte persone insieme a discorsi, nè a mangiare”.
Si trattava pur sempre di urla condizione d'illibertà, ma vicino alla villa era il convento di suor Maria Celeste, che fu di grande con­forto per il vecchio padre e che fece di tutto per rendergli meno pesante la sua nuova con­dizione.


Gli ultimi giorni, in Arcetri

Ad Arcetri il vecchio scienziato riprese la stesura, iniziata a Siena di un opera di mec­canica: abbandonata la questione cosmologica, Galileo faceva ritorno alle ricerche di fisica che così grande sviluppo avevano avuto durante gli anni padovani. Era un argomento non perico­loso, ma l'opera che venne fuori, i “Discorsi in­torno a due nuove scienze” non fu meno impe­gnata della precedente: il “ritorno alla scienza pura”, come è stata definita l'ultima fatica di Galilei, si collega a tutto il fermento di proget­ti, di polemiche e speranze nate dalle scoperte astronomiche, per quel comune proposito di rinnovare i termini e le condizioni della ricerca e la prospettiva della cultura scientifica, sicchè i “Discorsi” possono - e sono stati giustamente - essere definiti ‘copernicani’ quanto il “Dia­logo”: anche qui infatti il punto centrale è costi­tuito dalla discussione sulla teoria del movimen­to che era stata la punta avanzata della polemi­ca antiperipatetica e antitolemaica del preceden­te periodo.
La speranza di pubblicare questa sua ultima opera dette animo e coraggio al vecchio Galileo, colpito prima dalla morte dell'affettuosa figlia, suor Maria Celeste, poi dalla grave afflizione agli occhi, che lo rese cieco. Ma pur percosso nel fisico e nei sentimenti, il suo animo era sem­pre forte, tanto da avere ancora il coraggio di opporsi alle manovre dei clericali che cercavano di impedirne la pubblicazione.
Il tentativo avviato per mezzo del fedele fra' Fulgenzio Micanzio di far stampare l'opera nel­la Repubblica veneta, l'unico Stato in Italia do­ve l'Inquisizione non poteva tutto, fallì doloro­samente, tanto che il Micanzio dovette comunicargli il 19 febbraio 1635 il divieto generale “de editis omnibus et edendis”, di ripubbli­care o di pubblicare alcuno suo scritto.
Ma più della rigidità e della sorveglianza de­gli Inquisitori potè la tenace e perseverante so­lidarietà degli amici e degli allievi che, sparsi per tutta l'Europa impedirono che l'opera del grande Maestro fosse soffocata nell'oblio. Men­tre si avviavano le traduzioni in latino o in fran­cese delle sue precedenti opere e si progetta­vano imprese per l'edizione completa, ferve­vano, in Francia, a Vienna, a Praga, nei Paesi Bassi le iniziative per la stampa della nuova opera, della cui stesura la notizia era corsa fra tutti i galileiani, suscitando entusiasmo e spe­ranze per l'avvenire: la ragione scientifica non poteva essere sopraffatta dalla violenza. Fu così che gli Elzeviri, i grandi stampatori olandesi, portato nascostamente il manoscritto da Venezia a Leida, ne iniziarono la stampa che fu com­pletata nel 1638.
Il Sant’Uffizio non era riuscito ad impedire che il cervello di Galileo, oppresso dalla condanna, continuasse a funzionare, e non era nemmeno riuscito ad impedire che l'ultima, la più grande opera scientifica di Galileo, vedesse la luce. Così come non aveva impedito quei frequenti e vari rapporti epistolari che Galileo intrattenne con amici, allievi ed estimatori, i quali allacciarono con lui una fitta rete di relazioni che, mentre ridava animo e energia al vecchio prigioniero di Arcetri, consentivano la diffusione delle sue idee, la sopravvivenza della scienza colpita ma non vinta dal terrore teologico: Pietro di Car­cavy, Antonio de Ville, Fulgenzio Micanzio, Lo­renzo Realio, il Castelli, il Viviani e il Torricelli, che lo assistettero, e persino i peripatetici, come Fortunio Liceti, ebbero modo di ascoltare dalla sua voce o di leggere nelle sue lettere, oltre alla serena e pacata fiducia del vecchio Galileo nelle sorti della ragione umana, la sua spinta a con­tinuare, la sua esortazione a non rinunciare mai a ciò che nessuno, nemmeno il Sant’Uffizio, può togliere all'uomo: l'uso libero del suo pensiero.
Quando l’8 gennaio 1642, a quattro ore di notte, lo colse la morte, egli lasciava con le sue opere e con il suo esempio un preziosissimo te­stamento agli intellettuali e a tutti gli uomini: un'eredità di generosa dedizione alla scienza, di difesa appassionata dei diritti dell'ingegno, di fiduciosa speranza nella forza liberatrice della ragione.


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