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lunedì 3 novembre 2014

IL PENDOLO DI FOUCAULT (Foucault's Pendulum)


Jean Bernard Léon Foucault (Parigi, 18 settembre 1819 – Parigi, 11 febbraio 1868) è stato un fisico francese conosciuto per l'invenzione del Pendolo di Foucault, un'attrezzatura che serve a dimostrare la rotazione della Terra.

Egli inoltre fece misure della velocità della luce in mezzi diversi, ed inventò il giroscopio, scoprì le correnti indotte (correnti di Foucault). Il cratere Foucault sulla luna è dedicato a lui.


IL PENDOLO DI FOUCAULT

Una maniera per dimostrare la rotazione terrestre è I'esperienza di Foucault col pendolo a Parigi, nel Pantheon, I'anno 1851. Il principio sul quale essa si fonda è il seguente: secondo certe leggi della fisica un pendolo, una volta messo in oscillazione, continua sempre ad oscillare sullo stesso piano.

Possiamo persuadercene osservando quanto sotto indicato. Tutti abbiamo veduto, almeno in fotografia, una di quelle capanne girevoli che si fanno costruire in campagna allo scopo di avere sempre le finestre esposte al sole, oppure no, a volontà. Supponiamo ora di avere un pendolo sospeso al centro di un soffitto in una di tali costruzioni, in modo che sia libero di oscillare in qualsiasi direzione... 
Potremo allora fare I'esperimento seguente. Giriamo la costruzione in modo che il pendolo (ora immobile), il centro dell'apertura della porta, e un certo albero nel giardino si trovino esattamente allineati. Quindi facciamo oscillare il pendolo nella direzione della porta e dell'albero. Infine facciamo girare la costruzione in modo lento ed uniforme, senza scosse. Quando essa avrà fatto un quarto di giro, se I'esperimento è seguito con la cura necessaria, vedremo (per esempio da una finestra) che il pendolo oscilla ancora nella direzione dell'albero, ossia ad angolo retto con la nuova direzione della porta. 
Se io fossi rimasto dentro la capanna, e qualcuno l'avesse fatta girare a mia insaputa, avrei avuto con mia grande sorpresa l'impressione di vedere il pendolo a poco a poco cambiare il suo piano di oscillazione. Ma, vedendo che in realtà ha continuato ad oscillare nella direzione dell'albero, ne avrei concluso che la casa è stata girata di 90°.



Immaginiamo ora di sostituire alla casa girevole un edificio ordinario. In teoria (ma non in pratica, purtroppo), l'esperimento riesce più semplice se ci troviamo su uno dei poli della Terra. 
Supponiamo di costruirvi dunque un grandioso edificio a cupola, col vertice di questo alto un centinaio di metri da terra. Ivi appendiamo al nostro lungo pendolo, una fune che giunga al suolo, in fondo alla quale è attaccato un enorme peso (parecchi quintali). 
La massa pendolare porta inferiormente una punta, sottile come un ago. Sotto la massa pendolare disponiamo una tavola che abbia la forma di un piatto, coi suoi orli rilevati. Questa tavola viene ricoperta di sabbia sottile. 
Tutto l'apparato è fatto e disposto in modo che il pendolo, quando oscilla, traccia un solco nella sabbia. 
Facciamo il nostro esperimento durante la notte polare. Fuori è scuro. Postomi presso il pendolo immobile e guardando fuori della porta, io vedo una stella assai lucente che è elevata pochissimo sopra I'orizzonte. Adesso metto in oscillazione il pendolo. Lo faccio oscillare precisamente nella direzione di quella stella. Il primo solco sulla sabbia è tracciato. Il pendolo continua ad oscillare ed a sfiorare la sabbia con I'ago. Ma fin dalle prime oscillazioni si vede che il solco segnato dall'ago non è unico: nessuno dei solchi coincide col precedente. 
L'oscillazione continua: supponiamo che dopo sei ore duri ancora.
E che cosa osserveremo? Durante quelle sei ore la linea tracciata dall'ago si è spostata nella sabbia tanto che l'ultimo solco perpendicolare è al primo. E il pendolo non oscilla più in direzione della porta ma in una direzione che è ad angolo retto con quella della porta. 
Supponiamo che in questa direzione si trovi una finestra.
E che oca vedremo guardando quella finestra? Precisamente quella stella che sei ore fa vedevamo in direzione della porta, proprio quella. 
Dunque I'oscillazione del pendolo è rimasta per sei ore inalterata, sempre nella direzione di quella stella.

È accaduta la stessa cosa che è accaduta nella capanna girevole, con la differenza che ora invece dell'albero c'è una stella. Il piano di oscillazione del pendolo è rimasto lo stesso. Perciò non possiamo concludere che una cosa: anche I'edificio che abbiamo costruito al polo ha girato esattamente di un angolo retto in 6 ore.
Ossia il globo terrestre ha girato di un angolo retto in 6 ore.

Se sull'Equatore avessimo fatto oscillare il pendolo nel piano est-ovest, ossia nel piano nel quale la Terra gira, non ci sarebbe stata nessuna ragione perchè il piano di oscillazione del pendolo cambiasse rispetto alla Terra ossia alla cupola.

Su tale principio si fondò il famoso esperimento di Foucault nel Pantheon di Parigi nel 1851, prendendo le stesse disposizioni da noi prese per il nostro supposto esperimento polare.  Il risultato fu meraviglioso: fatte appena poche oscillazioni si vide che la traccia del pendolo sulla sabbia cambiava direzione.


Il pendolo di Foucault installato nel Pantheon di Parigi

  

sabato 23 novembre 2013

SAMUEL MORSE- Inventore e pittore (Inventor and painter)

Samuel Finley Breese Morse

Samuel Finley Breese Morse (Charlestown, 27 aprile 1791 – New York, 2 aprile 1872) è stato un pittore, inventore e storico statunitense. È ricordato per aver inventato insieme con un altro inventore americano, Alfred Vail, il telegrafo elettrico e il relativo alfabeto (detto Codice Morse) che da lui prende il nome. Compì anche esperimenti di telegrafia sottomarina via cavo.

Forse l'aspetto più interessante di questo post è la scoperta, per lettori europei, del talento pittorico di Morse; per il resto, la pagina ha l'andamento scarno ed essenziale di brani di divulgazione scientifica.

Gli uomini avevano accarezzato da secoli il sogno di inviare messaggi rapidi come il pensiero, ma doveva toccare al giovane pittore americano, Samuel Morse Finley Breeger di fare qualche cosa di pratico in merito.
Il fatto che Morse sia stato anzitutto un artista (e di grande valore) è stato oscurato da altre sue conquiste più clamorose.

Eppure lo stesso Morse ha sempre considerato la pittura come la sua vocazione, € a buon diritto.

Divenne famoso in campo internazionale a 22 anni quando uno dei suoi quadri si classificò tra i primi nove sui 2000 esposti alla Mostra dell'Accademia Reale di Londra.

Morse fu uno dei fondatori dell'Accademia nazionale americana di disegno, cui presiedé per quasi vent'anni.

Nel 1932, sessant'anni dopo la sua morte, il Metropolitan Museum di New York ne onorò la memoria con una mostra personale.

Il padre Jedidiah Morse, pastore evangelico, scrisse due libri di geografia che resero famoso il nome di Morse e gli procurarono il denaro per far studiare Samuel e i suoi due fratelli.

Samuel scrisse a casa, dall'Università di Yale, che amava tutti i suoi studi "ed in particolare le lezioni di Day sull'elettricità", annunziando inoltre che dedicava tutto il suo tempo libero a dipingere su avorio miniature dei suoi amici, a cinque dollari l'una.

Lo studio dell'elettricità era il suo passatempo preferito, e cercava sempre, la compagnia degli scienziati che si dedicavano agli esperimenti sul nuovo "fluido".

Da principio i genitori di Morse ostacolarono il suo desiderio di dedicarsi alla pittura; ma quando a 19 anni i suoi quadri gli meritarono le lodi dei critici, i genitori acconsentirono a che si recasse in Inghilterra a studiare pittura.

Per un certo tempo, dopo il suo ritorno in America nel 1815, Morse guadagnò molto bene dipingendo ritratti.
Il migliore, quello del suo amico Marie Joseph Lafayette (1756-1834, generale e uomo politico francese, si recò giovanissimo in America per combattere in favore dei coloni americani durante la guerra di indipendenza degli Stati Uniti; tornato celebre in patria, partecipò attivamente alla Rivoluzione francese raggiungendo il grado di generale nella Guardia Nazionale; nel 1830 favorì l'elezione di Luigi Filippo a re dei Francesi), è ora in una sala del Municipio di New York.
Ma dopo pochi anni rimase quasi senza lavoro a causa di un periodo di crisi economica.

Nell'ottobre del 1832, Morse era in viaggio per gli Stati Uniti, di ritorno da una seconda visita in Europa.
Una sera la conversazione a bordo ebbe per argomento l'elettricità, e gli altri passeggeri si divertirono sentendo Morse che si chiedeva ad alta voce "perché non fosse possibile trasmettere istantaneamente le notizie a qualsiasi distanza per mezzo dell'elettricità".

L'idea lo assillò notte e giorno per il resto del suo viaggio, e tutto ciò che aveva imparato in precedenza nell'esercizio del suo passatempo dette ora improvvisamente i suoi frutti.

Quando sbarcò a New York, il suo taccuino d'artista era pieno dei disegni di uno strumento e di un circuito i cui "principi fondamentali, tanto semplici da suscitare tutt'ora l'ammirazione dei tecnici, sono rimasti immutati fino ad oggi.

Tuttavia Morse era ancora e soprattutto un artista.

Pochi mesi prima l'Università di New york, appena fondata, lo aveva nominato professore di pittura e scultura: fu la prima cattedra di belle arti fondata in America.

Morse lavorava la sera attorno ad un modello del suo Telegrafo (lo scriveva sempre con la lettera T maiuscola), ma passava le giornate nel suo studio a finire una grande tela cominciata in Francia.

Era un quadro ambizioso che rappresentava la galleria del Louvre, con appesi alle pareti capolavori di Murillo, di Van Dyck, del Correggio e di altri.

Con l'energia, lo spirito civico e I'iniziativa che gli erano propri, Morse aveva in animo di migliorare il gusto artistico dei suoi compatrioti, esponendo il quadro in tutte le principali città degli Stati Uniti.

Ma l'affluenza del pubblico fu così scarsa che in breve Morse, sull'orlo del fallimento, fu costretto a vendere il quadro.

Un'altra delusione scosse la fede di Morse nella sua arte, e in modo più penoso.

Nella rotonda del Campidoglio (sede del Senato americano), a Washington, rimanevano da riempire con affreschi quattro pannelli e Morse chiese che gliene venisse affidato uno, ma il suo nome non fu preso in considerazione.

Scoraggiato, abbandonò allora la pittura e rivolse tutta la sua inesauribile energia al perfezionamento del suo Telegrafo.

Si era trasferito a quel tempo nel suo studio presso l'Università di New York, ridotto troppo povero per potersi pagare l'affitto di una camera, cucinandosi i pasti da sé per economizzare il danaro necessario agli esperimenti.

Doveva costruirsi ogni pezzo che gli occorreva; le batterie, i magneti, perfino il filo isolato per i circuiti.

Si servì della cornice di un quadro per l'apparecchio ricevente, adoperando i pezzi di un vecchio orologio per far scorrere un nastro di carta sotto un pendolo a cui era fissata la punta d'una matita.

La punta scorreva avanti e indietro, tracciando linea ondulata che poteva leggersi in punti e linee.

Rimanevano soltanto due progressi da compiere per completare il Telegrafo come noi lo conosciamo, e Morse ebbe l'ingegno di farli tutt'e due.

Nel 1836 gli venne l'idea del relè (apparecchio capace di intensificare gli impulsi elettrici), servendosi del quale le comunicazioni a linee e punti potevano arrivare, di circuito in circuito, da un capo all'altro dei continenti e compiere il giro del mondo.

Il passo definitivo fu il codice Morse, nel cui perfezionamento Morse fu aiutato dal suo socio Alfred Vail.

Il 24 gennaio 1838, nel suo studio dell'Università, Morse dette la prima dimostrazione di comunicazioni trasmesse con il suo codice, e cominciò a prepararsi per presentare al Congresso la sua opera nella speranza di un appoggio del Governo.

Ma aveva dovuto procurarsi tre soci ed ora che il successo si avvicinava si trovò coinvolto in una serie infinita di rivendicazioni e di liti giudiziarie da parte di persone gelose che avanzavano diritti.

"La condizione di un inventore" scrisse Morse rattristato "è veramente poco invidiabile".

Dovevano trascorrere cinque anni di delusioni prima che il Congresso votasse il finanziamento di una linea telegrafica sperimentale; e Morse si rivolse frattanto a un campo nuovo, quello della fotografia.

A Parigi aveva fatto amicizia con Louis-Jacques-Mandé Daguerre (Cormeilles-en-Parisis, 18 novembre 1787 – Bry-sur-Marne, 10 luglio 1851 -  è stato un artista, chimico e fisico francese, riconosciuto universalmente come l'inventore del processo fotografico chiamato dagherrotipo), e nell'aprile 1839 Morse descrisse al pubblico americano i lavori del Francese.

Probabilmente il primo apparecchio fotografico costruito in America fu quello di Morse e fu con il suo aiuto che il professor John W. Draper fece il primo ritratto fotografico eseguito al mondo, sul tetto dello studio dl Morse, all'Università di New york, nel dicembre 1839.

Già nel 1841 Morse e Draper erano riusciti a ridurre il tempo d'esposizione da cinque minuti a pochi secondi e  e Morse teneva lezioni entusiastiche sulla nuova arte.

Finalmente nel 1843 il Congresso stanziò 30.000 dollari per la costruzione della prima linea telegrafica, sebbene molti parlamentari considerassero talmente assurdo il disegno di legge da tentare di aggiungervi un emendamento con il quale una parte del denaro sarebbe stata destinata a sostenere gli studi di Mesmer sull'ipnotismo (Franz Anton Mesmer (Moos, 23 maggio 1734 – Meersburg, 5 marzo 1815) , laureato in medicina e filosofia a Vienna, svolse la sua attività in Austria, Germania e Francia, a cavallo tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento. Le sue teorie hanno dato vita al mesmerismo, e inoltre può considerarsi il precursore dell'ipnosi).

Morse, nominato Sovrintendente dei Telegrafi Americani, cominciò a costruire una linea di 65 chilometri da Washington a Baltimora.

Nel maggio 1844 la prima linea fu portata a compimento ed il famoso messaggio "What that God Wrought" , (ciò che il Signore ha compiuto) fu trasmesso a Vail, a Baltimora, nel corso di una cerimonia alla Corte Suprema.

Il primo impiego dello strumento americano fu quello di comunicare a Washington un resoconto minuto per minuto di una convenzione del partito democratico a Baltimora e, quando i delegati gridarono "tre evviva per Jarnes K. Polk (allora presidente degli Stati Uniti) e tre evviva per il Telegrafo", ,la fama era ormai assicurata in tutto il Paese.

Morse voleva che il Governo acquistasse la nuova invenzione e la facesse funzionare; ma il Congresso rifiutò, e lo sviluppo del Telegrafo fu lasciato all'iniziativa privata.

Nel 1846 un giornalista di New York poteva scrivere con orgoglio: 

"Mentre l'Inghilterra, per opera del suo Governo, è riuscita con grandi sforzi a mettere insieme 282 chilometri di linee telegrafiche, gli Stati Uniti, grazie all'iniziativa privata, ne hanno già in attività 2042 chilometri".

Fin dal 1842 Morse aveva pensato ad un cavo che attraversasse I'Atlantico.

Ed effettivamente il primo esperimento da lui compiuto fu quello di un cavo sottomarino che collegava New York con un isolotto della baia.
Egli stesso posò il cavo con una barca a remi.

All'inaugurazione avrebbe dovuto esserci una grande cerimonia e fin dall'alba Morse era sulla riva per assicurarsi che tutto fosse a posto; ma improvvisamente, guardando nella baia, vide il comandante di un peschereccio tirar via furibondo il cavo che gli si era impigliato nell'ancora, e spezzarlo e gettarne in mare i tronconi.

La cerimonia di quel giorno si trasformò in una derisione pubblica.

Per molti anni l'idea del cavo sottomarino non fu presa sul serio, ma alla fine un gruppo di finanzieri si consorziò per sostenere l'ardito progetto di un cavo transatlantico; dopo tre tentativi falliti, nel 1866 si riuscì infine a posare iI cavo.


Per un certo tempo Morse ebbe un'interessenza nell'impresa.

La sua immensa energia lo condusse alla politica e ne fece un attivo partecipe di ogni lotta nazionale, quasi sempre dalla parte del perdente.

Morse morì nel 872 a pochi giorni dal suo ottantunesimo compleanno, lamentando che la sua arte di pittore non fosse apprezzata.



sabato 22 giugno 2013

LEONARDO DA VINCI - ARTISTA E SCIENZIATO (Artist and scientist)

Autoritratto, eseguito intorno al 1510
Biblioteca Reale a Torino
   
Leonardo da Vinci, 1452-1519, bellissimo, dotato dalla natura di tutti i doni che gli potesse elargire si distinse nel disegno, nella pittura, nella scultura; amico di Lorenzo il Magnifico e di Ludovico il Moro seppe essere gentiluomo di corte e scienziato, idraulico, botanico, anatomista, tecnico militare e civile, disegnare sottomarini, progettare il volo umano, realizzare il primo carro armato, lasciando disegni e scritti - stesi secondo la sua singolare abitudine di scrivere alla rovescia e da destra a sinistra tanto che vanno letti riflessi nello specchio - di inestimabile valore. Vero scienziato e artista completo, non si può dire dove in lui cessi l'opera
dell'uno per far posta a quella dell'altro.
Lasciò oltre ai disegni, agli studi, agli schizzi i Trattati e le Favole, i Pensieri e stupendi dipinti fra i quali la Monna Lisala Vergine delle Rocce, il Cenacolo al refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano.
LEONARDO DA VINCI ARTISTA E SCIENZIATO

Appena il notaio Pietro da Vinci scoprì i primi disegni del suo ragazzo, lo mise a lavorare nella bottega fiorentina del Verrocchio.
Questi coltivava tutte le arti nelle quali Leonardo doveva eccellere: pittura, scultura, architettura, musica, geometria e storia naturale; così allievo e maestro furono entusiasti l'uno dell'altro. 
Frequentavano la bottega del Verrocchio altri giovani artisti, tra i quali Botticelli, che divennero i migliori amici di Leonardo. Discutevano di tutto, macchinavano beffe, facevano la lotta, domavano cavalli; divertimento, quest'ultimo, prediletto da Leonardo. Si dice che fosse così forte da piegare un ferro di cavallo con una mano.

Soleva anche aggirarsi per i cortili e per le chiese fiorentine a studiarvi i loro tesori artistici, oppure passeggiare con i matematici, con gli astronomi, con i geografi maggiori di quei tempi, assimilando tutta la loro scienza.

Leonardo studiò matematica e fisica, botanica e anatomia non come un soprappiù, ma come parte essenziale della sua arte. Per lui non esistevano differenze fra arte e scienza: erano due modi di descrivere un unico universo divino.

Quando si metteva a dipingere, Leonardo nascondeva con la destrezza d'un illusionista la sua sapienza, la sua tecnica senza pari, e dipingeva come un innamorato della vita. Per vedere quanto l'amasse basta sfogliare gli albi dei suoi disegni, che sono centinaia. 
Ecco apparirci  su un foglio i volti contratti dei soldati in atto d'uccidere o di morire, e su un'altro una giovane donna che s'inginocchia a pregare.
Qua ha colto la tensione nervosa nei tendini del collo d'un vecchio mendicante, là la gaiezza d'un bimbo che gioca. 
Si dice che seguisse per giornate le persone d'aspetto bello oppure grottesco, per studiarle.
Visitava gli ospedali per osservare un vecchio morente e correva ad assistere all'impiccagione d'un assassino. Indugiava a guardare l'innocente avidità d'un lattante al seno materno; poi, in segreto, perchè era disapprovato, sezionava un cadavere per poter dipingere poi con esattezza "la divina proporzione".

Organi genitali maschili, vescica, canale urinario (in alto: polmone suino)
(1508-1509) Raccolta di Windsor, RL 19098v
   
In verità a nessuna scienza Leonardo dedicò tanto tempo quanto all'anatomia. Dimostrò che i muscoli sono le leve che sappiamo, e rivelò che "I'occhio è null'altro che una lente". Provò come il cuore sia una pompa e dimostrò che il polso è sincronizzato con i battiti del
cuore. 
Le molte osservazioni fatte negli ospedali lo condussero a scoprire che l'indurimento delle arterie è causa di morte nell'età senile.

Eppure fu come suonatore di liuto che Leonardo, sui trent'anni, venne raccomandato da Lorenzo il Magnifico a Ludovico il Moro.
Quest'ultimo era il perfido, furbo, brutale tiranno di Milano. Leggendo la lettera che Leonardo gli scrisse per offrirgli i suoi servigi, si fregò le mani: quell'uomo poteva essergli utile, perchè si affermava inventore d'un leggero ponte mobile, utilissimo all'inseguimento del nemico; diceva d'aver progettato delle pompe atte a prosciugare il fossato d'un castello cinto d'assedio; era esperto nella colata di enormi cannoni e aveva dei piani per la costruzione d'un carro armato semovente che aprisse la strada alle fanterie!
  
Disegni di macchine militari (1487-1490)
Raccolta di Windsor, RL 12647
   
I suoi quaderni d'appunti dimostrano che, nell'arte militare, Leonardo era quasi preparato alla seconda guerra mondiale. Era capace di gettare un cannone a 33 bocche, 11 delle quali sparavano simultaneamente. Progettò proiettili conici e a mitraglia. Fece bombe a orologeria, granate a mano, progettò bombe a gas e maschere antigas.
Montò su ruote la sua artiglieria, e inventò un tipo di cannone a retrocarica, in sostituzione delle goffe artiglierie che si caricavano dalla bocca.
  
Molla d'orologio e congegno per lo sganciamento automatico di carichi;
a destra, una serie di catene articolate (1495-1499 circa)
Biblioteca Nacional di Madrid I, Ms 8937, ff. 9v e 10r
   
Quando Leonardo giunse dalla solatia Firenze alla grigia Milano, trovò che i suoi doveri andavano dall'installazione delle tubazioni per il bagno della Duchessa al ritratto della superba e fredda amica del Moro. Costruì pure una complessa rete di canali per la città e fece progetti, mai adottati, di strade a due livelli, capaci di smistare diversi generi di traffico. 
Quale esperto di fortificazioni militari, fu mandato sulle Alpi a munire le vallate contro le invasioni provenienti dal nord. E là, nella bella Engadina, vide il getto delle cascate balzanti giù dai dirupi, colse commosso fiori e felci con quelle dita che dovevano poi farli rivivere in eterno sulla tela.
  
La vergine delle rocce - Leonardo (Louvre) - (VEDI SCHEDA)
  
Da quelle sensazioni e dai ricordi d'infanzia nacque la Vergine delle Rocce, quadro in cui il paesaggio e la flora danno risalto, con la loro dolcezza silvestre, alla divinità della Madre adorabile, all'angelo bello come un sogno e al Bambino che piega la manina a benedire il suo compagno di giochi, San Giovanni...
  
Studio di testa femminile per la "Leda"
(1506-1508 circa) Raccolta Windsor, RL 12517


Mentre dipingeva come un dio, Leonardo osava sognare, come pochi altri mortali hanno fatto, la conquista del mondo attraverso la scienza. Il cielo non era limite alle sue altissime meditazioni, nè il mare era troppo profondo per esse: e nel cielo e nel mare egli spaziò con l'immaginazione, certo che un giorno vi avrebbe spaziato anche il corpo.
  
 Studio sul volo degli uccelli in rapporto alle correnti d'aria (1505 circa)
Biblioteca reale di Torino - Codice sul volo, f. 8r
   
Prima dei suoi tentativi di conquista dell'aria, Leonardo studiò perchè gli uccelli spicchino il volo contro vento e comprese perchè l'ala profilata li aiuti ad impennarsi in volo. Facendo esperimenti con dei modelli di carta, previde gli avvenimenti e le cadute a foglia morta, i tuffi in picchiata e le scivolate d'ala, e dette istruzioni particolareggiate per uscirne.
  
Metodo per sperimentare la forza dell'ala artificiale (1487-1490 circa)
Institut de France, Parigi Ms B, f. 88v
   
I più antichi disegni di Leonardo per una macchina volante fanno pensare ad una libellula, oppure ad un pipistrello. Intendeva che le ali battessero, e a questo scopo progettò una carlinga articolata di pezzi di cuoio cuciti insieme. Non potendo disporre d'altra forza motrice che di quella dell'uomo trasportato nella macchina, immaginò che il suo aviatore, steso bocconi nel telaio, remigasse nell'aria con le ali.
   
Vite inversa e sterzo per carro (1495-1499 circa)
Codici di Madrid, Ms 8937, f. 14r
   
In seguito, primo fra gli uomini, Leonardo ebbe l'idea di un'elica per la locomozione. Nel suo modello, l'elica gira in senso orizzontale, con la carlinga appesa sotto, come un elicottero. In un primo tempo pensò che l'aviatore dovesse premere con dei pedali per mettere in moto le pale dell'elica. Ma nel suo modello di cartone ricorse invece, come forza motrice, a una molla fortemente caricata. Secondo i suoi progetti, la macchina si sarebbe dovuta sollevare verticalmente. La teoria era giusta, ma, mancandogli un apparato motore leggero, non potè mai realizzarla.
  
Apparato respiratorio per Palombari (1508)
Londra, British Museum, Codice Arundel, f. 24v
    
Egli progettò case portatili prefabbricate, una macchina per fare le viti, un trattore a cingoli, una filatrice, e una draga. 
Fu il primo che montò un ago magnetico su un asse orizzontale, dandoci così la bussola che oggi conosciamo. 
Fu l'inventore di quello che oggi chiamiamo ingranaggio differenziale, di un anemometro, o misuratore del vento.
  
Esperimenti di sifoni di vari formati per studi sui vasi comunicanti
(1506-1508 circa) Seattle, Hammer, f.34v
   
Ideò uno scafandro e una cintura di salvataggio. 
Progettò grandi sottomarini, ma ne distrusse i disegni. Perchè, disse, c'è troppa malvagità nel cuore degli uomini, e ad affidare loro simili segreti si rischia di far loro praticare l'assassinio anche in fondo al male!
  
Studi di astronomia con spiegazione della "luce cinerea" della luna nuova
(1506-1508 circa) Seattle, Hammer, f.34v
  
Un secolo prima dei telescopi e di Galileo, Leonardo aveva intuito che la terra non è il centro dell'universo, ma si muove attorno al sole descrivendo un'orbita ellittica, che la terra è soltanto un pianeta e non appare più grande, entro il sistema solare, della luna in confronto alla terra stessa; che le stelle sono "mondi" remoti, immensamente più grandi di quel che sembrano, e che anche il sole è soltanto uno di essi.

Leonardo suggerì perfino la teoria atomica della materia. Previde anche dove questa avrebbe potuto condurci allorchè scrisse che di sotterra sarebbe sorto qualcosa che avrebbe stordito col suo fragore tutti coloro che vi fossero stati vicini, facendo cadere a terra morti gli uomini col suo alito, e devastando città e castelli. Agli uomini sarebbe parso di vedere nuove distruzioni nel cielo, e saettarne fiamme.
  
Leda col cigno, 1504 circa, n° I 466
Rotterdam, Museum Boymans-van Beuningen
Incisione di Giovanni Vendramini (1812) tratta dall'originale prima del restauro
   
Nessuna meraviglia, dunque, che occhi capaci di veder tante cose avessero lo sguardo stanco. A giudicare dall'autoritratto, eseguito intorno al 1510, Leonardo a 58 anni era un vecchio, dall'aspetto venerando e profondo, ma un poco deluso: sembrava che le molte vite che aveva cercato di vivere in una sola ne avessero consunto la fibra.

Leonardo godette fra i contemporanei d'una fama più vasta e insieme meno alta di quella che oggi lo circonda. Il profondo rispetto che noi nutriamo per la sua scienza non ebbe riscontro ai suoi tempi.
Come artista, naturalmente, ebbe una fama superba, sebbene non senza rivali; dopo tutto, viveva ai tempi di Botticelli, di Raffaello, di Michelangelo. Ma il popolo artista della Firenze quattrocentesca gli faceva codazzo per le vie, e quando veniva esposto uno dei suoi bozzetti, la gente s'accalcava ad ammirarlo, come gli odierni maniaci del cinema quando c'è da vedere una "stella" in persona. Signorine e personaggi ricchissimi se lo disputavano; i Re gli chiedevano soltanto di onorare le loro corti; perchè la persona di Leonardo era diventata oggetto di un vero culto.
  
 Studio per un "Cristo portacroce" (1495-1497 circa)
Gallerie dell'Accademia a Venezia, n° 11r (231r)
  
Eppure, in cuor suo, fu un solitario. Forse non incontrò mai un'altra creatura capace di comprenderlo. Sorridente, la sua figura sembra ancora precederci, nei secoli, mentre ci affanniamo per raggiungere la lunga ombra che egli proietta dietro di sè.

Gli ultimi anni di Leonardo trascorsero negli agi, presso Amboise, nella Francia centrale. I visitatori fingevano di non avvedersi che aveva le mani paralizzate; trovavano il suo spirito più vivo che mai, assorto nel nuovo piano d'un canale dalle chiuse poderose, con una miriade d'idee già appuntate nei suoi quaderni. Mai la sua conversazione era stata più versatile, il suo aspetto più regale, il suo sorriso più pieno di comprensione. Forse perfino la morte sorrideva così, con quell'aureola  di mistero e di saggezza che egli solo fra tutti seppe cogliere, quando venne a chiamarlo il 2 maggio 1519.



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