Titolo originale: Odin den Ivana Denisovicha
Prima edizione: 1963, Sovetskii pisatel (Mosca)
Adattamento cinematografico: 1975
PREMESSA:
È letteralmente quello che dice di essere, questo classico della letteratura contemporanea: una lunga, interminabile giornata in un campo di lavoro staliniano nel 1951, una delle solite, lunghe, interminabili giornate di Ivan Denisovic.
TRAMA:
"....Come al solito, all'alba, alle cinque, ci fu la sveglia...."
Inizia male la giornata per Ivan, che per essersi alzato dal letto leggermente in ritardo, a causa della febbre, viene severamente punito e messo in isolamento nel "buco"..
Era finito qui per un'assurda accusa staliniana che reputava traditori i soldati che cadevano prigionieri dei tedeschi e che in qualche modo erano riusciti a fuggire.
40 gradi sotto zero. duro lavoro, magri pasti, soprusi di ogni genere, tacciato di tradimento, controllato a vista dagli aguzzini e dai cani lupo.
E così si finisce con l'abbruttirsi, si lotta ferocemente per un pezzo di pane, per uno straccio che servirà per sentire meno freddo, per un mozzicone di sigaretta che in certi casi può creare una parvenza di normalità.
Ma tutto sommato la giornata non finisce poi così male, Ivan riceve in dono da un compagno qualche boccone del suo cibo come ricompensa per un favore ottenuto, non gli resta che ringraziare Dio, nonostante tutto poteva andare peggio, invece un altro interminabile giorno è passato e lui è sopravvissuto.
Alla fine del libro si scoprirà che questo è solo uno dei 3653 giorni di prigionia di Ivan Denisovic.
"...Era trascorsa una giornata non offuscata da nulla, una giornata quasi felice. La pena affibbiatagli, dal principio fino alla fine, contava tremilaseicentocinquantatre giornate come quella. Per via degli anni bisestili si allungava di tre giorni..."
CONSIDERAZIONI:
Ivan, contadino e uomo comune, è un personaggio atipico per la letteratura russa, in questo romanzo rappresenta la massa degli analfabeti e perseguitati della società sovietica.
Malgrado la sua scarsa istruzione, però, l'uomo sviluppa interiormente grande dignità, cercando, per quanto gli è possibile, di dare un senso a quello che sta vivendo, a quell'esistenza degradante che cerca di annullare l'individuo facendolo diventare un mero numero, una cosa. Ecco allora che le piccole conquiste quotidiane, come l'accaparrarsi un cucchiaio, oppure riuscire a costruire un oggetto con del materiale rubato qua e là, lo aiutano ad accettare la sua disgrazia e gli fanno pensare che comunque c'è sempre chi sta peggio di lui.
Cameratismo, speranza e fede aiutano gli uomini a sopravvivere alla disumanizzazione della prigionia, a quella mancanza di libertà che purtroppo vige ancora in molte parti del mondo e Solženicyn lo sapeva bene, lo aveva sperimentato sulla sua pelle.
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| Aleksandr Solženicyn |
Grazie alla pubblicazione di questo libro, una sorta di spartiacque nella storia della letteratura russa, nel 1962 divenne famoso in tutto il mondo.
Quest'opera fu infatti la prima ammissione pubblica dell'esistenza dei campi di prigionia russi e delle terribili condizioni in cui erano costretti a vivere i prigionieri.

