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martedì 22 settembre 2009

SCHIAVO D'AMORE (Of Human Bondage) - William Somerset Maugham

SCHIAVO D'AMORE 

William Somerset Maugham



Filippo Carey aveva nove anni quando sua madre morì. Suo padre, un medico ancora giovane e di grande talento, era morto sei mesi prima per setticemia, lasciando alla moglie e al figlio poco più della propria assicurazione sulla vita: un capitaletto di duemila sterline che poteva bastare a mantenere il ragazzo finché fosse in grado di guadagnarsi da vivere. L'unico parente di Filippo era un fratello di suo padre, pastore protestante e vicario di Blackstable, un paesino in riva al mare a sessanta miglia da Londra. Il reverendo Carey aveva più di cinquant'anni ed era sposato a una donna assai mite che non gli aveva dato figlioli e da trent'anni lo serviva con devozione. Era un uomo egoista e gretto e non aveva mai amato il fratello né la cognata; la prospettiva di prendersi in casa il nipotino non gli era gradita, ma non poteva fare diversamente; il piccolo Carey non aveva altri parenti e per di più, nato con un piede deforme, era zoppo. Che avrebbero pensato del vicario a Blackstable, se egli non si fosse preso cura di quel povero bambino? Fu soprattutto questa considerazione che fece accorrere a Londra il reverendo Carey appena fu avvertito che sua cognata era moribonda. Filippo si abituò presto a non manifestare i propri sentimenti: se piangeva ricordando sua madre, lo faceva di nascosto. Ma la signora Carey si accorse un giorno di quelle lacrime segrete e ne fu sconvolta; l'iniziale tenerezza per il nipotino diventò un sentimento assai più forte, che le diede perfino il coraggio di difendere Filippo dalla severità del Reverendo Carey.
Quando il bimbo compì dieci anni, lo zio decise di mandarlo come allievo interno al collegio di Tercanbury, dove tutto il clero dei dintorni mandava i propri figli, perché venissero incoraggiati a prendere gli Ordini Sacri.
Gli anni di collegio furono per Filippo una lunga sofferenza: le beffe crudeli dei compagni, che schernivano il suo penoso zoppicare, lo ridussero a una solitudine quasi completa, che esaurì il suo sistema nervoso e gli rese intollerabile l'ambiente di Tercanbury. Dopo lunghe discussioni con lo zio, riuscì a lasciare il collegio prima di terminarvi gli studi e partì per la Germania: voleva frequentare l'Università di Heidelberg e provare a vivere per un anno da solo, cercando di scoprire le sue vere inclinazioni.

Nell'estate del 1892 Filippo Carey ritornò dalla Germania e all'inizio dell'autunno andò a Londra, per iniziare il suo apprendistato in un ufficio di contabilità. Non ne era certo entusiasta. ma doveva pur provare, visto che in questo modo gli si sarebbe aperta una carriera onorata e ben retribuita. Almeno, così avevano detto lo zio Carey e il legale di famiglia. Ma in capo a tre mesi il ragazzo si rese conto di non progredire affatto e di aver preso in uggia quel lavoro arido e monotono, l'ufficio vecchio e polveroso, i colleghi indifferenti o sprezzanti. A Londra non aveva amici e non conosceva nessuno; la città gli sembrava fredda e ostile. Per la prima volta sentì la umiliazione della povertà: suo zio gli mandava quattordici sterline al mese e con quelle Filippo doveva vivere, perché essendo soltanto un apprendista non aveva diritto a stipendio. Quasi ogni sera guardava dal marciapiede l'entrata dei locali eleganti e dei teatri e invidiava le allegre brigate di giovani che entravano e uscivano.
In agosto Filippo prese la sua grande decisione: sarebbe andato a Parigi per studiare pittura. Fin dai tempi del collegio si era accorto di avere disposizione per il disegno e a Londra aveva trascorso molte ore a contemplare i quadri nei musei, indugiando a lungo davanti ai suoi dipinti preferiti. Aveva letto una quantità di libri su Parigi: tutto gli appariva meraviglioso.
Quando Filippo espose i suoi progetti allo zio si trovò di fronte a una recisa opposizione: non era ancora maggiorenne e non poteva disporre del suo modesto capitale; lui, il vicario, non gli avrebbe dato un soldo per andare a Parigi a studiare pittura.
Fu la tenera zia Luisa a risolvere il problema di Filippo: gli consegnò tutti i suoi risparmi, quasi cento sterline. Pochi giorni dopo la signora Carey accompagnò il nipote alla stazione; aveva gli occhi pieni di lacrime: sentiva che non avrebbe rivisto mai più il suo ragazzo.
A Parigi Filippo prese in affitto una stanzetta nel Quartiere Latino, nei pressi dello studio di pittura che contava di frequentare. Vi si recò il giorno dopo il suo arrivo e si presentò con molto imbarazzo e un'ansia indescrivibile. Sparsi per la stanza, in piedi o seduti davanti ai loro cavalletti, c'erano una dozzina circa di uomini e donne, per lo più giovani. Quasi tutti erano intenti a disegnare o a dipingere. Quando Filippo era entrato gli altri lo avevano guardato con curiosità e la modella, in piedi sulla pedana, gli aveva lanciato un'occhiata indifferente. Filippo si sedette al posto indicatogli da una signora che aveva evidentemente mansioni direttive. Steso un bel foglio nuovo sul cavalletto, il giovane guardò con imbarazzo la modella: non aveva mai visto una donna così poco vestita e doveva compiere uno sforzo per mostrarsi indifferente. Quindici giorni dopo Filippo Carey si sentiva a Parigi come se ci fosse nato. Aveva già degli amici e si recava con loro in un piccolo ristorante molto economico, dove gli studenti di Belle Arti si nutrivano con uguale entusiasmo di carne, formaggio e parole. Tante, tante parole. Gli sembrò meraviglioso avere dei veri compagni, camminare accanto a loro, sostare sotto gli alberi dei grandi viali e discutere di arte fino alle ore piccole della notte. E nessuno che badasse al suo zoppicare; Filippo si sentiva giovane e forte come loro: non era mai stato così felice.

Passò più di un anno e dopo lunghe e penose incertezze Filippo fu costretto ad ammettere che non valeva la pena di continuare a studiare pittura: aveva acquistato una certa agilità di mano e un discreto senso del colore, ma non sarebbe mai stato altro che un mediocre. Bisognava dunque che cercasse altrove la propria strada. A ventun anni non era troppo tardi per ricominciare da capo.
Una lettera del vicario Carey, che lo avvertiva della morte di zia Luisa, gli fece lasciare Parigi da un'ora all'altra: voleva essere presente ai funerali della zia, l'unica persona che dopo la morte di sua madre gli avesse dimostrato un affetto profondo e sincero. Il pensiero che non avrebbe più visto la buona zia Luisa lo addolorò e lo riempì di sgomento. Ebbe per la prima volta la sensazione della brevità della vita e ciò lo spinse a una scelta definitiva per il suo avvenire. Non si rammaricava di essere stato a Parigi: ne era ritornato più maturo; ora era davvero un uomo. A Parigi aveva acquistato la libertà di spirito e di giudizio; aveva imparato a comportarsi in mezzo alla gente con disinvoltura e a crearsi delle amicizie. Adesso non gli era più tanto difficile comunicare con gli altri. L'ultimo giorno di settembre, l'ormai maggiorenne Filippo Carey, portando con sé il suo capitaletto di milleseicento sterline, lasciò Blackstable per stabilirsi a Londra e iscriversi alla facoltà di medicina. Scelse quella di San Luca, presso la quale anche suo padre aveva studiato. Andò ad abitare in una stanza ammobiliata vicinissima all'ospedale. Il primo giorno entrò nell'aula di anatomia con un po' di nervosismo; zoppicava più del solito, perché tentava di correggere la propria andatura e di non farsi notare. Ma comprese subito che non aveva nulla da temere: tutti, professori e alunni, furono gentili con lui.
Filippo si sistemò comodamente nel suo minuscolo alloggio, che adornò con i pochi quadri dipinti a Parigi. Al piano di sopra abitava un altro studente di medicina, del quint'anno: un bel ragazzo, simpaticissimo e sempre allegro, di nome Griffith; uno di quei tipi che hanno la fortuna di piacere a tutti per la loro vivacità e il costante buonumore. Diventò amico di Filippo quando questi si ammalò di influenza...
"Ho sentito che state poco bene e sono venuto a vedere cosa avete"... disse semplicemente, entrando nella stanza. Di fronte al sorriso simpatico del collega la timidezza di Filippo cedette immediatamente. Il giorno dopo si trattavano già come fossero cresciuti insieme.

Un giorno Filippo si recò con un compagno a prendere il tè in un locale senza pretese e notò subito una delle cameriere per il pallore verdognolo della sua pelle delicata. Era anemica, senza dubbio; anche le labbra erano pallide e le piccole mani, a cui evidentemente lei teneva molto, erano bianchissime. Era alta e magra, coi fianchi stretti e il seno da ragazzina.
Filippo osservò come si muoveva lentamente fra i tavoli, quasi fosse seccata a morte di dover servire i clienti. Poco dopo, sentendo una compagna che la chiamava, seppe che il nome di lei era Mildred. Gli parve odiosamente pretenzioso. Tornò alla sala da tè il giorno dopo e per molti giorni ancora: la indifferenza che Mildred gli dimostrava, così contrastante con le gentilezze usate ai pochi clienti che le andavano a genio, indusse il puntiglioso Filippo a rivolgerle la parola. Cercò di essere galante, ma la ragazza lo guardò con alterigia e gli rispose male.
"Non è che una stupida maleducata"... pensò Filippo; il giorno dopo sarebbe andato altrove a prendere il suo tè.
Due giorni dopo si accorse che non poteva togliersi dalla mente il pallido viso della cameriera. Rideva amaramente di sé, si dava dello sciocco, ma, non poteva fare a meno di pensare a lei. Ritornò alla sala da tè. Questa volta fu Mildred a rivolgergli la parola per prima e Filippo si rese conto con furore che diventava rosso per l'emozione.
L'indomani fu inquieto per tutta la mattina: avrebbe voluto andare a far colazione nella sala da tè, ma era certo che Mildred non gli avrebbe parlato. Vi andò nel pomeriggio. Lei era seduta a un tavolino e conversava familiarmente con un cliente: un tedesco che Filippo aveva visto altre volte nel locale.
Era un uomo di aspetto comune, col viso gialliccio e grossi baffi ispidi; doveva raccontarle qualcosa di buffo, perché a un tratto lei si mise a ridere forte. Filippo trovò che quella risata 'era volgare e rabbrividì. Pensò che avrebbe fatto bene a non mettere più piede in quel locale, ma la idea di non rivedere più Mildred gli era insopportabile.
Una settimana dopo invitò la ragazza a teatro; lei accettò con molta degnazione. Prima si recarono a cena in un ristorante di lusso; Filippo non badò a spese, sebbene le sue modeste entrate gli proibissero simili follie.
Filippo notò che a tavola si comportava con affettazione, volendo a ogni costo fare sfoggio di signorilità: teneva il coltello come un portapenne e beveva arrotondando il mignolo.
Dopo lo spettacolo l'accompagnò a casa e poi ritornò lentamente verso la stazione della metropolitana. Si sentiva irritato, inquieto e infelice. Pensava a Mildred: era una donna volgare e ogni sua frase manifestava il vuoto della mente; i suoi modi erano odiosamente affettati e accentuavano la sua volgarità. Non era neanche bella: era troppo magra e quella carnagione malsana non era certo attraente. Ma improvvisamente Filippo fu invaso da un'ondata di commozione. Desiderò pazzamente di prendere fra le braccia quel corpo fragile e sottile, di baciare quelle labbra pallide e quelle guance scolorite. Ne fu atterrito: gli pareva impossibile che proprio a lui, giovane, colto e sensibile, fosse capitata la disgrazia di innamorarsi di Mildred. Questa non era la felicità estatica che aveva pregustato quando sognava l'amore: era una fame dell'anima, un desiderio doloroso, un'angoscia amara e irrimediabile che mai avrebbe immaginato di provare. Filippo non poteva perdonarsi di amare Mildred, eppure non trovava il coraggio di allontanarsi da lei, pur sentendo che mai avrebbe ottenuto il suo affetto. Forse la disgustava, il fatto che fosse zoppo? A questo pensiero si sentiva smarrire, per l'infelicità.
Filippo non riuscì più a studiare: l'amore assorbiva la sua esistenza così intensamente che gli impediva di trovare interesse in qualsiasi altra cosa. Vedeva Mildred ogni giorno, perché passava molte ore del pomeriggio nella sala da tè. Due volte la settimana la invitava a pranzo e a teatro, spendendo più di quanto i suoi mezzi gli permettessero. Offriva alla ragazza molti piccoli doni, e la gratitudine di lei era in esatta proporzione col valore del dono. Ma Filippo era troppo felice quando lei acconsentiva a dargli un bacio per riflettere sui mezzi coi quali otteneva quelle piccole concessioni. Più di una volta aveva pensato di sposarla, ma quel poco di buon senso che gli rimaneva lo faceva indietreggiare davanti a un simile passo. Era ossessionato dal desiderio di lei e capiva che non avrebbe avuto pace finché Mildred non fosse stata sua. Ma Mildred non teneva affatto a lui; si lasciava baciare con ritrosia, con distacco. Una sera fu lei a chiedergli di condurla a cena e Filippo si sentì sommergere da un'ondata di felicità. Andarono in un piccolo ristorante dove erano stati altre volte. Mildred era allegra e insolitamente gentile; lui la fissava estasiato...
"Debbo dirvi una cosa"...disse lei, facendosi improvvisamente seria.
"Avanti"... rispose sorridendo Filippo.
"Sabato prossimo mi sposo. Con Miller, sapete, quel tedesco che avete visto nella sala da tè. Ora guadagna parecchio: sette sterline per settimana. Una bella somma. Mi sono già licenziata".
Filippo si sentì improvvisamente stanchissimo, svuotato di ogni energia. Non trovò nulla da dirle. Non ebbe neppure la forza di accompagnarla a casa: la fece salire in una carrozza e pagò in anticipo il conducente. Cercò di sorriderle, facendole un cenno di saluto.
Nei primi giorni fu tremendo doversi abituare all'idea di averla perduta, poi Filippo cominciò a sentirsi come un serpente che muta la sua pelle. Pensava a Mildred con un senso di collera e di odio per le umiliazioni subite e considerava con disprezzo tutti i difetti di lei, esagerandoli.
Dopo un mese, gli sembrò di essere rinato: ricominciò a frequentare assiduamente le lezioni per prepararsi agli esami; doveva a ogni costo riacquistare il tempo perduto. Ritrovò con gioia gli amici così a lungo abbandonati e se ne fece di nuovi; tra questi, una dolce e cara ragazza, che si innamorò di lui. Ma Filippo non riuscì a ricambiare quel sentimento: gli sembrava di avere il cuore simile a un ramo secco.
Un giorno, tornando dall'ospedale, trovò la padrona di casa sull'uscio, in attesa.
"C'è una signora che vi aspetta, signor Carey"... - disse la donna - "Non avrei dovuto lasciarla entrare, ma sembrava così sconvolta che le ho detto di attendervi".
Era Mildred. Filippo ebbe l'impulso di voltare le spalle e fuggire, ma un gemito di lei lo trattenne.
"Vorrei essere morta"... - singhiozzò - "Non sapevo che Miller fosse già sposato... Ora mi ha piantata e io aspetto un bambino".
Filippo si sentì stringere la gola. Mai l'aveva vista così umile e avvilita. Comprese a un tratto che l'amava appassionatamente come prima, e non aveva mai cessato di amarla.
"Povera creatura!"... mormorò, col cuore pieno dell'amore più forte che avesse mai provato...
"Mi volete ancora bene?"... chiese Mildred, alzando su di lui gli occhi supplichevoli.
"Più che mai e sono felice di potervi aiutare"... disse Filippo.

Mancavano tre mesi alla nascita del bambino e Mildred non aveva un centesimo. Filippo pensò a tutto: trovò per lei una stanza comoda e ben riscaldata e un po' prima del parto provvide a una buona clinica, affidando Mildred alle cure di un medico esperto. Dopo la nascita della piccola Cecilia, Mildred era un po' indebolita e Filippo non esitò a mandare per qualche settimana al mare mamma e bambina, in una pensione modesta, ma fin troppo costosa per i suoi mezzi sempre più limitati. Spendeva senza esitare: mantenere Mildred e la bimba gli dava un senso di felicità e di orgoglio, come a un legittimo marito e padre. Provvide egli stesso ad affidare la piccina a una balia, perché Mildred era ansiosa di liberarsi al più presto dei suoi obblighi materni. Accettava l'aiuto di Filippo come fosse la cosa più naturale del mondo e sembrava decisa a vivere con lui per sempre.
Filippo era così felice che non poté fare a meno di confidarsi con Griffith, l'amico buontempone che non prendeva nulla sul serio, tanto meno l'amore. Griffith fu colpito dall'ardore con cui Filippo parlava del suo futuro insieme con Mildred; l'amico gli sembrava un po' folle. Era mai possibile che una donna così comune diventasse indispensabile come il cibo e l'aria che si respira? Sentì la curiosità di conoscere l'oggetto di una così straordinaria passione e una sera accettò l'invito di Filippo a recarsi a cena con lui e Mildred. Quella sera Griffith era di ottimo umore e in gran forma: aveva finalmente dato il suo ultimo esame e ottenuto la laurea; presto sarebbe partito per una lunga vacanza. Emanava da lui un'allegria comunicativa e Mildred ne fu presto contagiata. Filippo si divertiva a sentirla ridere così allegramente: ora la volgarità di lei non gli dava più fastidio.
Era costantemente in ginocchio davanti a quella donna. Due giorni dopo Mildred confessò a Filippo di essersi innamorata di Griffith e di averlo segretamente "incontrato".
"Non posso farci nulla".... - disse con insolente indifferenza - "Non so che cosa mi ha preso".
Così era finita. Tutto finito ancora una volta e nemmeno lui, Filippo, poteva farci nulla. Non soffriva soltanto per il tradimento di Mildred ma anche per il dolore di essere stato ingannato così crudelmente da Griffith, il suo migliore amico.
Si mise a bere per abbrutirsi: per due sere andò a letto ubriaco. Il terzo giorno andò a casa di Mildred, sperava soltanto di essere ricevuto con bontà. La padrona di casa gli disse che la signora era partita con tutta la sua roba.
Doveva rassegnarsi, anche se quel dolore era atroce da sopportare. Decise di cambiare alloggio, perché non poteva più vedersi in quella casa dove Mildred era stata tante volte. Affittò a prezzo molto basso tre stanze vuote e le ammobiliò con quel poco che aveva, completando l'arredamento con le suppellettili più necessarie. Fece mettere una tappezzeria nella stanza destinata a salotto e appese i suoi quadri alle - pareti: diventò subito una camera accogliente e Filippo vi si sentì a suo agio. Si rimise a sgobbare sui libri e ciò lo aiutò moltissimo a ritrovare un po' di pace. Erano trascorsi circa due anni dalla fuga di Mildred, quando Filippo la incontrò in una via di Londra. Per un attimo il cuore gli si fermò. Non pensava più a lei da molto tempo e ora gli sembrava di vedere un fantasma. La seguì per un tratto di strada: lei camminava lentamente, come se aspettasse qualcuno. Oltrepassò un uomo anziano piuttosto grasso, si fermò ad attenderlo e gli sorrise. L'uomo la fissò un istante, poi voltò la testa e continuò la strada. Allora Filippo comprese il significato di quel lento passeggiare e si sentì mancare le gambe per la sorpresa e l'orrore. Si avvicinò alla donna e la chiamò: lei si volse con un sussulto e rimasero per un attimo a guardarsi senza parlare.
Filippo era pieno di vergogna per lei e ne guardava con orrore le guance troppo dipinte, le sopracciglia annerite, lo sguardo torbido.
Mildred gli raccontò piangendo che il bisogno di mantenere la piccina e se stessa l'aveva condotta fino a quel punto. Filippo l'ascoltava col cuore stretto, ma si -rese conto improvvisamente che provava per lei soltanto una grande pietà. Capì che non l'amava più e fu felice di sentirsi finalmente libero. La guardava gravemente e si chiedeva come aveva potuto lasciarsi travolgere dal1'amore per lei: Poi la compassione fu più forte di ogni ragionamento: le offrì il suo aiuto, la ospitalità nella sua casa per lei e la bambina, facendole chiaramente capire che non desiderava nulla in cambio. Il suo amore ormai era morto. Ma questo rese Mildred pazza di furore: non poteva sopportare che egli non fosse ai suoi piedi come un tempo. Così, dopo due mesi di difficile convivenza, se ne andò con la piccina, senza lasciare una parola. Prima di abbandonare la casa distrusse con furia bestiale tutto ciò che era possibile distruggere: lasciò una rovina e un disordine che erano assai più che un insulto. Disperato, Filippo si chiese il perché di tanto odio, ma non seppe trovare una risposta. La mattina dopo fece venire un rigattiere, che gli offrì tre sterline di tutto ciò che rimaneva, rovinato o meno. Filippo lasciò il suo piccolo appartamento e andò ad abitare vicino all'ospedale. Si accorse che non pensava più a Mildred con ira, ma con un senso di liberazione. Sperava solo di non rivederla mai più.
Qualche anno dopo Filippo Carey si laureò e incominciò a esercitare la professione che già era stata di suo padre. Sposò una ragazza semplice e onesta che lo capiva e l'amava sinceramente. Egli aveva tanto bisogno di amore, ma soprattutto di comprensione e di bontà. Non avrebbe affrontato mai più la solitudine e la tempesta; ne era uscito sano e salvo, ma per nulla al mondo avrebbe voluto sottomettersi ancora a prove così dure. Perché aveva sofferto più di quanto un giovane possa sopportare, ora voleva dare alla sua vita la trama più semplice: lavorare, avere figli, essere amato e rispettato.


UNA PAGINA

"Non sapeva perché l'amasse. Aveva letto delle idealizzazioni che avvengono in amore, ma egli la vedeva esattamente come era: né divertente né intelligente: dotata di una mente volgare e di una furberia altrettanto volgare, che lo disgustava. Nessuna generosità, nessuna dolcezza. Uno scherzo di cattivo genere fatto a una persona in buona fede destava la sua ammirazione; poterla 'fare' a qualcuno le dava soddisfazione sempre. Ricordando la pretesa raffinatezza con la quale mangiava, Filippo si sentì preso da un brivido selvaggio; Mildred non sopportava i termini grossolani e aveva la passione degli eufemismi nella misura consentitale dal suo vocabolario limitato. In ogni cosa sentiva la sconvenienza; non parlava di pantaloni, ma diceva "la parte inferiore dell'abito"; le sembrava indecente soffiarsi il naso, e quando lo faceva sembrava che chiedesse scusa. Era molto anemica e soffriva di dispepsia. Filippo trovava spiacevole il suo seno piatto e i suoi fianchi troppo stretti e detestava la volgarità della sua pettinatura. Odiava e disprezzava se stesso perché l'amava.
Si sentiva smarrito. Era la stessa sensazione che aveva provato a volte in collegio e ricordava il languore delle membra che somigliava quasi a una paralisi. Come se fosse morto. Provava ora la stessa debolezza. Amava quella donna come non aveva mai amato prima. Non gli importava nulla dei suoi difetti. Comunque, non avevano alcun significato per lui. Gli sembrava come se una forza estranea agisse contro la sua volontà, contro il suo interesse; e nella sua smania di libertà esecrava le catene che lo legavano".

(da: Somerset Maugham - Schiavo d'amore - Editore: Adelphi / Narrativa straniera)


COMMENTO ALLA PAGINA

Il ritratto psicologico di Mildred è spietato, ma esatto. La forza della ragione, che è ancora ben viva in Filippo, gli mostra la donna qual è ed egli sembra considerarla con l'occhio del naturalista che contempla uno strano insetto.
Ancora gli sembra incredibile di poter amare una donna simile, ma è costretto ad accettare la realtà; con la stessa amarezza con cui viene accettata la diagnosi di una malattia grave, causata dalla nostra leggerezza.
L'amore di Filippo per Mildred rimane tuttavia un 'enigma.
Non potremo mai afferrare tutta la verità, avverte lo scrittore; cerchiamo soltanto di ricercarla sinceramente, badando ai fatti. Nello stile limpido, antiretorico, obiettivo e tranquillo si avverte l'antico medico che fu Maugham, sia pure per brevissimo tempo.


VALORE DELL'OPERA

La storia di Filippo Carey si avvicina molto a quella di Maugham, dall'infanzia all'epoca universitaria; ma non sappiamo fino a che punto le vicende di Filippo siano simili a quelle dello scrittore.
Si avverte nel libro l'amarezza lasciata da sofferenze e umiliazioni realmente vissute e le descrizioni di ambienti (il vicariato, il collegio, l'ospedale) sono assai realistiche; quanto ai personaggi, specialmente i minori, sono evidentemente usciti dalla lucida memoria dell'autore.
"I miei ricordi non volevano abbandonarmi"... - scrive lo stesso Maugham a proposito di questo libro - "divennero un tale tormento che decisi di trascurare ogni altra attività e raccontare ciò che perfino nel sonno occupava la mia memoria. Il libro mi costò due anni di lavoro e infine raggiunsi lo scopo: ...mi ero liberato da un'ossessione e non fui più molestato dai personaggi né dagli incidenti che li concernevano".
Il romanzo uscì nel 1915 e fu accolto con entusiasmo dal pubblico, a cui Maugham, era già noto come romanziere e commediografo.
Gli elementi autobiografici del racconto destarono un grandissimo interesse e i lettori credettero di scoprire il vero Maugham attraverso Filippo Carey.
Quanto al personaggio di Mildred, nasce anche in me la curiosità di sapere se è vero o inventato.
La perfidia di questa donna sembra a volte superare i limiti del credibile, ma vi è in molte pagine il senso drammatico di un'esperienza realmente vissuta.
Comunque non ha grande importanza che i fatti siano avvenuti come sono stati descritti o stiano stati trasformati dalla immaginazione dello scrittore...., "Schiavo d'amore" è un libro composto con evidente sincerità e ancora oggi lo si può considerare l'opera più significativa dello scrittore inglese.
Maugham ci offre una visione ampia e umanissima di dolorose esperienze.
Per questo la storia di Filippo Carey ci insegna molte cose..., malgrado il pessimismo da cui è pervasa.
La descrizione dell'egoismo umano, della frequente mancanza di carità e dell'ipocrisia non mette però in ombra gli ideali di onestà, di reciproca comprensione e tolleranza che Maugham difende qui e in tutta la sua opera con appassionato impegno.


DUE NOTE SU SOMERSET MAUGHAM

William Somerset Maugham, uno dei maggiori narratori e drammaturghi inglesi contemporanei, è nato a Parigi nel 1874 ed è morto a Saint-Jean-Cap-Ferrat nel 1965.
È considerato uno dei più ricchi scrittori che siano mai vissuti. Si calcola che siano state vendute cinquanta milioni di copie dei suoi libri in tutto il mondo, cui vanno aggiunte le innumerevoli riduzioni teatrali, cinematografiche e televisive. Grazie alla sua attività, gode oggi di un benessere economico non indifferente. Fra le sue proprietà vi è una meravigliosa villa moresca, sulla Costa Azzurra. Ha trascorso gran parte della sua vita viaggiando. Durante la prima guerra mondiale fu inviato in Francia con la Croce Rossa ed entrò anche a far parte dell'Intelligence Service: di questa sua esperienza fece tesoro e più tardi pubblicò alcuni libri sull'argomento. Nell'aprile del 1962, allo scopo di creare un fondo per aiutare i più bisognosi scrittori inglesi, ha fatto vendere all'asta la sua collezione personale di quadri: ha incassato circa un miliardo di lire; il più alto prezzo, ottantamila sterline, fu pagato per un Picasso dipinto sui due lati. Quando compì 88 anni disse che da quel giorno si sarebbe alzato alle 9,30, invece che alle sette, "per abituarsi all'immobilità della tomba".



ALTRE OPERE DI MAUGHAM

Fra gli altri romanzi di Maugham sono da ricordare...

LISA DI LAMBETH - 1897
LA TERRA DELLA VERGINE BENEDETTA - 1905
IL MANTELLO DEL VESCOVO - 1906
IL MAGO - 1908
SCHIAVO D'AMORE - 1915
LA LUNA E SEI SOLDI - 1919
VERTIGINE - 1922
UOMO E DONNA - 1930
PIOGGIA E ALTRI RACCONTI - 1934
RITRATTO DI UN'ATTRICE - 1937
IL RENDICONTO - 1938
VACANZE DI NATALE - 1939
CATALINA - 1948
IL TACCUINO DELLO SCRITTORE - 1949

Le principali opere teatrali sono...
UN UOMO D'ONORE - 1903
IL CIRCOLO - 1921
AD EST DI SUEZ - 1922
IL FILO DEL RASOIO
I NOSTRI MIGLIORI - 1923
CARTE IN TAVOLA - 1923
VITTORIA - 1923
GRAN MONDO - 1923
LA MOGLIE FEDELE - 1927
COLUI CHE GUADAGNA IL PANE - 1930


VEDI ANCHE ...

IL FILO DEL RASOIO - William Somerset Maugham

IL VELO DIPINTO - William Somerset Maugham


mercoledì 1 aprile 2009

IL VELO DIPINTO (The Painted Veil) - William Somerset Maugham


IL VELO DIPINTO
William Somerset Maugham
Editore Adelphi
Collana Biblioteca
Anno 2006
Pagin 234





Kitty Fan aspettava che il marito tornasse a casa per la cena, aggirandosi inquieta per la stanza e guardando a tratti dalla finestra.
Nella luce del tramonto, i cespugli di ibisco del giardino splendevano come fiamme e il loro profumo si mescolava all'odore acuto delle vivande che il cuoco cinese stava preparando.
Le era accaduta una cosa orribile: quel pomeriggio, mentre tutti riposavano, sfiniti dall'afa, ed ella si trovava nella sua stanza con Charlie, la maniglia della porta era stata girata all'improvviso. La porta, chiusa a chiave, non si era aperta, ma quella maniglia che si era mossa in silenzio aveva terrorizzato Kitty. Si sarebbe messa a gridare, se Charlie non le avesse tappato la bocca con la mano. Erano rimasti per un po' così, senza osare muoversi; poi si erano fatti coraggio ed erano cautamente usciti sulla veranda.
Si erano chiesti chi avesse potuto tentare di aprire la porta, senza prima bussare e farsi riconoscere. Kitty era certa che fosse stato suo marito e Charlie aveva fatto del suo meglio per convincerla che a quell'ora Walter doveva trovarsi come sempre al laboratorio.
Kitty sospirò: le parole rassicuranti di Charlie non l'avevano tranquillizzata.
Walter sospettava di lei, non c'era dubbio; se, rientrato improvvisamente, aveva scorto in anticamera il cappello di Charlie il suo sospetto doveva essere divenuto certezza. Ma allora perché si era allontanato senza dir nulla? Cercò di calmarsi: pensò che Walter era un gentiluomo e che si sarebbe comportato in ogni circostanza come tale. Nel peggiore dei casi avrebbe chiesto il divorzio.
"Ebbene, meglio essere arrivati a questo punto"... si disse Kitty freddamente.

Kitty aveva un carattere allegro, spensierato; non era portata ad approfondire le cose né a preoccuparsi dei guai altrui. La sua vita, fino al matrimonio, era stata quella di una ragazza serena, a suo modo felice, allevata, insieme con la sorella minore, secondo le idee borghesi dei primi anni del Novecento; studiava musica e frequentava il teatro, ma preferiva di gran lunga giocare a golf o a tennis e, soprattutto, ballare. La sua superficialità la rendeva estranea all'atmosfera opprimente di casa sua, creata dai continui alterchi fra i genitori. Sua madre, donna dispotica e ambiziosa, accusava il marito di non essere capace di emergere.
Intanto le due fanciulle crescevano e Kitty si rivelò ben presto un'autentica bellezza. La madre allora spostò i suoi progetti ambiziosi su di lei, sperando di raggiungere attraverso la figlia quelle mete che non aveva conquistato a fianco del marito: Kitty doveva fare, sotto la sua guida, un grande matrimonio che le permettesse di inserirsi nell'alta società. Cominciò così a far convergere l'interesse della figlia su tutto ciò che poteva portarla a questo risultato: le fece frequentare, con gravi sacrifici, un ambiente raffinato e profuse denaro a piene mani. Kitty ebbe feste, abiti, balli, divertimenti. Eppure gli anni passavano senza che ella ricevesse una buona proposta di matrimonio. Aveva sempre un gran numero di innamorati intorno, ma nessuno di essi sembrava abbastanza nobile e abbastanza ricco. Quando compì i venticinque anni, Kitty era ancora nubile, ma non si preoccupava eccessivamente di questo, perché sapeva che la sua bellezza era tutt'altro che sfiorita. E poi, se avesse potuto scegliere, avrebbe continuato a farsi corteggiare. La madre, però, delusa nelle sue speranze, cessò improvvisamente di mostrarsi tenera con lei. La considerava una sciocca, ora, capace solo di dilapidare il gruzzolo familiare; e le metteva davanti l'esempio della sorella che, pur essendo bruttina e poco vivace, a soli diciott'anni si era fidanzata con un baronetto. Kitty comprese che sua madre desiderava ormai sbarazzarsi di lei e fu presa dal panico. Accettò allora la domanda di matrimonio di un medico, Walter Fane, che stava per rientrare in Cina. e lo sposò in tutta fretta.

Dopo tre mesi Kitty era già pentita di ciò che aveva fatto. Walter era un uomo chiuso innamoratissimo di lei ma tremendamente noioso. Perfino la sua professione (era batteriologo) le riusciva molesta: non ne capiva l'importanza. Per di più, una volta arrivata a Tching-Yen, s'accorse che il lavoro del marito era considerato poco importante ed era mal retribuito. Per fortuna, gli Inglesi in Cina erano ritenuti una casta superiore e riuscivano a vivere bene anche se non disponevano di grandi sostanze. Ma ciò non impediva a Kitty di avvertire il distacco con cui lei e Walter venivano accolti in società, a causa della loro modesta posizione. Ella ne soffriva moltissimo e si lamentava di ciò con il marito. Ma Walter non era uomo da preoccuparsi di queste inezie: a lui bastava il suo lavoro.
Solo con Kitty era gentilissimo e tenero, anche troppo; talvolta appariva ridicolo agli occhi di lei, con le sue eccessive premure.
Così gradatamente, Kitty s'allontanò dal marito, tanto che non le fu difficile accorgersi e compiacersi delle sempre più insistenti premure che le dedicava Charlie Townsend, l'aiuto segretario al governo della colonia. Quando Kitty lo conobbe, le parve di aver trovato finalmente l'uomo che aveva sempre atteso e se ne innamorò. Charlie era sportivo, simpatico, disinvolto e sempre elegantissimo. Era sposato e padre di tre figli già grandi, eppure sembrava ancora un ragazzo. I suoi occhi azzurri avevano una espressione tenera e la sua voce aveva un tono caldo e vibrante. Cominciarono a vedersi tutti i giorni, pur usando le cautele che la posizione di lui richiedeva. Se s'incontravano tra la gente, mantenevano un tono cerimonioso e formale, del quale ridevano poi quando si ritrovavano soli.


Quando Kitty sentì l'automobile del marito fermarsi davanti al cancello s'irrigidì: attese che egli giungesse nella stanza dove lei si trovava, col cuore che le batteva all'impazzata. Guardandosi allo specchio, si accorse di avere un aspetto sconvolto e tentò di assumere un atteggiamento più calmo. Poi Walter entrò. Lo sguardo dei suoi occhi neri era gelido e il volta sembrava di gesso. Kitty, che aveva trovato a stento la forza di levare gli occhi verso di lui, fu subito certa che egli a sapeva b e si sentì mancare. Eppure Walter non parlò che di cose indifferenti: una partita a carte che aveva fatto con gli amici, un invito che era stato costretto ad accettare per la sera seguente. Kitty aspettava che da un momento egli esplodesse, imprecando e ingiuriandola, ma Walter calmo e impassibile.
Quando dunque si sarebbe deciso a parlare? Accadde quale giorno dopo: Walter parlò e Kitty ascoltò atterrita, chiedendosi se egli non avesse per caso perso la ragione. Walter le comunicò che aveva deciso di partire per una città dell'interno della Cina, Mei-tan-fu, dove era scoppiata una spaventosa epidemia di colera. Il medico di laggiù, un missionario bianco, era morto ed egli proponeva di sostituirlo. Riteneva naturale che Kitty lo segui; sua moglie, no?
Kitty si sentì svenire. Ritrovò la voce a stento e balbettando disse che mai sarebbe andata luogo tanto pericoloso. Walter ribatté freddamente che se non lo accompagnava a Mei-tan-fu avrebbe presentato subito domanda di divorzio. A queste Kitty respirò sollevata. Disse solo che il divorzio avrebbe preferito chiederlo lei, per evita scandalo.
Walter sorrise e, con un'ombra di scherno negli occhi, le disse...
"Il divorzio devo chiederlo io. Mi sta troppo a cuore il tuo benessere e so che Townsend ti sposserà solo se risulterà correo e se la causa sarà così scandalosa da costringere sua moglie a divorziare da lui. Solo se egli si impegnerà a sposarti, non più tardi di una settimana dopo che sarà stata pronunciata la sentenza di divorzio, allora lascerò che sia tu a chiederlo".
Kitty arrossì per la rabbia: quel momento sentì di odiare Walter come non aveva mai odiato nessuno. Come osava suo marito mettere in dubbio l'amore che Charlie nutriva per lei!
Mentre Kitty cercava di dominare il tremito di furore che la pervadeva, Walter gettò un'occhiata all'orologio...
"Sarà meglio che ti affretti, se vuoi trovare Townsend ancora in ufficio...". Kitty lo guardò stordita.
"Vuoi che gliene parli subito?"...chiese con un fil di voce.
"Chi ha tempo non aspetti tempo"... rispose ironico Walter.
La reazione di Charlie fu un'atroce delusione per Kitty. Egli non volle nemmeno sentir parlare di divorzio: l'inevitabile scandalo e la fine della sua brillante carriera gli sembravano un prezzo troppo alto da pagare per averla.
Kitty lo ascoltava incredula: pensava che Charlie era un vile a tirarsi indietro, proprio quando ella aveva più bisogno di lui. Le parve allora di capire che il marito l'avesse spinta a recarsi subito da Charlie solo per farle comprendere quanto poco valesse il suo "grande amore".
Il giorno dopo, Kitty partì insieme a Walter per Mei-tan-fu, senza alcun rimpianto.

A Mei-tan-fu furono sistemati nel 'bungalow' del defunto missionario. Dall'altra parte del fiume, la città viveva nel terrore: il colera dilagava. Ogni giorno centinaia di cinesi agonizzanti si trascinavano per le strade e vi morivano, restando a lungo insepolti. Gli unici bianchi rimasti in città erano un ufficiale doganale inglese e le monache francesi di un convento, che da orfanotrofio era stato in parte adibito a ospedale. I primi giorni Kitty si chiuse in casa, sopraffatta dal terrore. Passava ore e ore su una sedia a sdraio, accanto alla finestra, e guardava la campagna: oltre gli alberi si scorgeva la città, dove spiccavano le alte mura del convento e il nastro luminoso del fiume, con i battelli ormeggiati alle rive. Quando Kitty uscì per la prima volta di casa, si diresse al convento delle suore francesi: si riprometteva molto da quell'incontro e non ne restò delusa. Le suorine erano allegre e ospitali e la madre superiora si comportava proprio come le avevano detto: era affabile, ma con distacco: anche nei suoi modi soavi c'era l'impronta della sua nobile origine.
Kitty visitò il convento: vide le ragazze cinesi che imparavano a ricamare, gli orfanelli adottati dalle suore, la cappella nuda di ornamenti. Non le fu permesso però di entrare nell'infermeria dove c'erano i colerosi: era uno spettacolo troppo orribile, le fu detto. Era suo marito che curava quei poveretti e le suore si dimostravano entusiaste di lui, della sua bontà e della sua pazienza. Quando ripensò a ciò che aveva appreso al convento su Walter, si rese conto che un sentimento di riconoscenza e di affetto per lui aveva pervaso la città: era chiaro che egli stava riversando sugli infermi la sua immensa capacità d'amare. Tutto questo la meravigliava; aveva sempre creduto che Walter sopportasse a mala pena il suo prossimo e ora scopriva che ciò non era vero. Ella ora provava nei suoi riguardi dei sentimenti confusi: non le odiava più, ma era perplessa e piena di timore, perché si accorgeva che egli possedeva "qualcosa di stranamente e sgradevolmente grande in sé".

La visita al convento, il contatto con la semplicità e la serenità di spirito delle suore ebbero un effetto inaspettato sull'animo di Kitty: le fecero capire quanto fosse sciocca e inutile.
Questi pensieri svegliarono in Kitty il desiderio di riordinare la propria vita e, per prima cosa, sentì la necessità di ristabilire rapporti più normali col marito. Decise di parlare a Walter con sincerità: non sperava che egli credesse subito al suo desiderio di redimersi, ma se gli avesse confidato che intendeva lavorare nel convento per alleviare la dura fatica delle suore, era certa che Walter avrebbe compreso.
Così una sera si decise ad affrontare il marito; gli parlò a lungo, aprendogli il cuore e dicendosi pentita per ciò che aveva fatto. Walter però rimase freddo, indifferente alle parole della moglie.... "Andrò domani stesso dalle suore francesi - pensò allora Kitty. - Troverò un po' di pace e Walter, accorgendosi che intendo realmente cambiare, muterà il suo atteggiamento".
Al convento il suo aiuto fu accettato con gioia e la madre superiora le affidò i bimbi più piccoli. Ogni giorno Kitty andava al lavoro e, quando la porta del convento si chiudeva alle sue spalle, s'illudeva di aver lasciato fuori tutte le sue ansie.
Si dedicò ai cinesini con entusiasmo; si accorse che i bimbi la distoglievano dalla sua angoscia e che il fatto di giovare a qualcuno riempiva il vuoto della sua vita. Le piaceva soffermarsi e chiacchierare con le suore; scoprì ben presto che la più simpatica e ciarliera era suora San Giuseppe, che la teneva aggiornata su tutto, discorrendo con quel suo fare scherzoso e ingenuo di contadina. A contatto con quelle anime semplici e serene sembrò a Kitty che la sua esistenza fosse trascorsa come sulle rive di uno stagno e che ora, improvvisamente, si aprisse davanti ai suoi occhi la visione del mare. Ne aveva paura ma era anche piena di esaltazione.

Una mattina, Kitty si sentì male. Un orribile pensiero le balenò nella mente prima di svenire: il colera! Quando rinvenne, le suorine le stavano tutte intorno con un sorriso indefinibile. Perché sorridevano, si chiese Kitty, mentre lei smaniava per il terrore? Glielo spiegò suora San Giuseppe, con gli occhi brillanti di gioia e le guance accese; e Kitty seppe così di attendere un bambino. Il marito accolse in silenzio la notizia. Pareva impietrito, mentre guardava la moglie con un'intensità dolorosa che per la prima volta, dopo tanto tempo, prendeva il posto della sua solita gelida impenetrabilità.
"Sono io il padre?"... chiese infine. Kitty si torceva le mani. Sapeva che se avesse potuto dire di si con certezza lo avrebbe reso felice: egli le avrebbe creduto, perché aveva bisogno di crederle.
Lacrime brucianti le inondarono il viso e il suo pensiero si volse agli ultimi avvenimenti: l'abbandono di Charlie, il colera, la disperata paura della gente, il lavoro al convento. Tutto questo l'aveva cambiata. Ma proprio per questo non poteva mentire, neppure per amore di suo marito, neppure per rendergli quella felicità che lei aveva distrutto. Walter attendeva la sua risposta, ma Kitty non poteva rispondergli, perché ella stessa non sapeva.
Una sera Walter non tornò a cena e Kitty l'attese invano, in preda allo sconforto. Neri presagi le passavano per la mente.
A notte avanzata, l'ufficiale doganale, Waddington, venne a svegliarla chiedendole di seguirlo immediatamente alla grande caserma oltre il fiume. Serio e angosciato, egli affrettava il passo, mentre Kitty si aggrappava al suo braccio senza osare rivolgergli la domanda che le pesava sul cuore; solo quando salirono sul "sanpan" per attraversare il fiume, Kitty chiese a Waddington perché andavano alla caserma. Egli rispose che dovevano arrivare da Walter prima che spirasse: aveva contratto il colera ed era in agonia. Quando Kitty fu lasciata sola col marito, si inginocchiò accanto al letto e lo supplicò di perdonarla. In quel momento, non pensava a se stessa, ma alla pace di lui; le pareva che se egli l'avesse perdonata avrebbe potuto morire serenamente. Inginocchiata accanto a lui Kitty gli parlò come mai aveva fatto prima; in quei pochi momenti riversò su di lui tutto l'affetto che gli aveva negato in vita. Walter si mosse come per rispondere alle accorate parole di lei; sussurrò con sforzo...
"Non è morto che un cane"... E rimase immobile.
Kitty provò una sofferenza atroce; non voleva convincersi che egli fosse morto dopo aver pronunciato quell'assurda frase senza senso. Chiamò Waddington e i cinesi che avevano assistito il marito e solo quando uno di essi chiuse gli occhi di Walter, Kitty si rassegnò a uscire dalla stanza, curva sotto il peso del rimorso.
Ora era veramente sola. Per qualche giorno ancora volle andare al convento, poi la madre superiora con dolce fermezza la convinse che quello non era più il suo posto e che doveva tornare a Tching-Yen e di là in Inghilterra: nulla l'avrebbe consolata più della presenza dei suoi cari.
Kitty ebbe, prima di partire, un colloquio con Waddington e gli chiese il significato delle oscure parole che Walter aveva pronunciato prima di morire. Era un verso, le fu risposto, l'ultimo verso dell'«Elegia» di Goldsmith. Dunque Walter aveva voluto comporre il suo epitaffio, invece di perdonarla; anche nel momento della morte, aveva voluto essere amaro e sprezzante, o forse aveva solo voluto gridare ancora una volta il suo acuto dolore per la solitudine alla quale lei lo aveva condannato.
Waddington aggiunse che Walter non aveva contratto il colera dai malati, bensì nel corso di un esperimento di laboratorio, e non si sapeva come; ma Kitty sapeva come ciò poteva essere avvenuto: Walter si era ucciso!

Il viaggio da Mei-tan-fu a TchingYen parve a Kitty brevissimo. Era partita perché questo solo le restava da fare: ma la sua mente era torpida e qualsiasi progetto per l'avvenire le pareva faticoso. Non appena il battello toccò Tching-Yen, la moglie di Charlie salì a bordo: Kitty fu assai stupita di vederla e di sentirsi abbracciare con sincera effusione. La signora Townsend si occupò dei bagagli e dei documenti e le disse che per il momento sarebbe stata sua ospite: quell'invito era davvero una sorpresa e la dolce compassione della donna, che un tempo aveva considerato severa e ritrosa, la coglieva alla sprovvista. Rivide anche Charlie: le riuscì strano incontrarlo a casa sua e parlargli, mentre stava seduta accanto alla moglie. Egli la trattò come se, invece di venire da Meitan-fu, la città del colera, arrivasse da una gita di fine settimana. Dopo poche frasi di condoglianza, cominciò a conversare con frivolezza: Kitty trovava quei discorsi tanto banali e falsi che quasi la disgustavano e l'offendevano. Quando rimase sola con Charlie, egli le sembrò ancora più spregevole: le si rivolgeva affettuosamente e perfino con malizia, come se non ricordasse affatto il loro ultimo terribile colloquio. Egli l'amava ancora, le disse, e considerava ciò che era avvenuto come un semplice errore al quale si poteva sempre rimediare. La prese tra le braccia e dopo un attimo Kitty si accorse di ricambiare il suo bacio: in lei si risvegliarono le stesse dolci sensazioni di un tempo. Fu un attimo, ma bastò a farle comprendere che la Kitty di un tempo non era ancora scomparsa: sconvolta e spaventata dalla propria debolezza, si svincolò e fuggì via. Capiva di dover partire al più presto, perché mai si sarebbe potuta liberare dal potere che Charlie aveva su di lei. Se ne vergognava terribilmente, ma la sua vergogna non poteva darle la forza che non aveva. Decise così di partire e scrisse ai suoi genitori che sarebbe ritornata a casa; poi s'imbarcò per l'Inghilterra.
A Porto Said ricevette la risposta dei suoi. Erano felici di riabbracciarla, ma le davano anche la notizia che sua madre era gravemente ammalata. Quando giunse a casa, sua madre era già morta. Suo padre pareva scosso dalla perdita della moglie. Ma non le sfuggì che egli non riusciva a nascondere un certo sollievo per aver riavuta la sua libertà, dopo tanti anni di infelicità coniugale. Finalmente, e proprio quando la moglie non avrebbe potuto più goderne, suo padre era stato nominato giudice e poi presidente del tribunale alle Bahamas. Avrebbe raggiunto prestissimo la sua nuova residenza e la casa, spiegò a Kitty, sarebbe stata affidata ad un amministratore. Avrebbe voluto vendere anche il mobilio, ma ora che la figlia era tornata, poteva dare a lei i mobili per arredare l'appartamento che certamente ella aveva intenzione di prendere.
A Kitty il cuore batteva forte; alla fine si sforzò di parlare e chiese...
"Non potrei venire con te, babbo?" ...
Vide la sua faccia oscurarsi e capì che lottava con se stesso, tra l'egoismo e la compassione. Allora gli si gettò tra le braccia singhiozzando e lo scongiurò di prenderla con sé. Non era più la Kitty di un tempo, gli disse: ora non chiedeva che di vivere sacrificandosi, tentando di rendere felici quelli che le stavano vicino.





UNA PAGINA

"Lo guardò. La luce del lume metteva in risalto il suo profilo come quello di un cammeo. Coi suoi fini e regolari lineamenti era un profilo nobilissimo, ma feroce, più che severo; e quella immobilità di tutto il viso, tranne degli occhi che si muovevano dietro alle parole stampate, rigo per rigo, pagina per pagina, quasi terrificava. Chi avrebbe pensato che quella faccia così dura potesse mai assumere una tenera espressione? Kitty sapeva che poteva...
Strano che, malgrado egli fosse bello di aspetto quanto era onesto, fidato e ricco d'ingegno, essa non fosse riuscita assolutamente ad amarlo... Walter non le aveva risposto, quando essa gli aveva chiesto se davvero avesse inteso portarla a morire nel costringerla ad accompagnarlo. Questo era un mistero che l'affascinava ed atterriva. Così buono, così straordinariamente buono d'animo lo sapeva: e le pareva incredibile che avesse potuto nutrire un'intenzione così diabolica...
Aveva detto di disprezzare se stesso. Che significava? E ancora una volta Kitty alzò gli occhi ad esaminare la sua calma fredda faccia. La presenza di lei gli era altrettanto estranea che se essa non fosse stata presente affatto.
- Perché ti disprezzi? - ella chiese d'un tratto senza quasi accorgersi di parlare, e allo stesso tempo come continuando, quasi che non fosse passata che una breve pausa, la conversazione di prima.
Egli mise giù il libro e la considerò, con aria riflessiva. Pareva raccogliere i propri pensieri da una remota distanza.
- Per averti amata.
Ella arrossì e volse altrove gli occhi. Non poteva sostenere il freddo, fermo sguardo di valutazione sotto il quale egli la teneva.
Capiva ora quello che aveva inteso dire. E vi fu una pausa prima che gli rispondesse.
- Credo che tu mi faccia torto - disse. - Non è bello biasimarmi perché sono stata una sciocca, una donna frivola e volgare. Mi hanno educata per essere così... Tutte le ragazze che conosco sono così...".


COMMENTO ALLA PAGINA

Lo stile di Maugham è tutto fatto di esplosioni e di silenzi, che riescono a creare un clima quasi di suspense.
Il colloquio fra moglie e marito, che qui riporto, è tragico e nello stesso tempo indifferente. L'abilità dello scrittore consiste soprattutto nel descrivere senza enfasi e con amara ironia sentimenti e azioni intensamente drammatici. Le frasi sono semplici e fredde, ma dietro ad esse s'intravede uno strazio mortale. In questo colloquio il dolore atroce di Walter e la sua sensibilità si scontrano con la leggerezza e la fatuità di Kitty, che non riesce a capire quanto sia stata grave la sua colpa. Più che pentirsi, ella vuole dimenticare e le sembra inconcepibile che il marito non ci riesca. In buona fede, Kitty ritiene che ogni donna le assomigli. Solo Walter è "diverso" e quindi "sgradevolmente grande".


VALORE DELL'OPERA

"Il velo dipinto" apparve nel 1925, quando Maugham era da tempo uno dei più noti romanzieri inglesi. Come tutti i suoi libri precedenti, anche questo ottenne un enorme successo, tanto da essere tradotto immediatamente in sei o sette lingue.
L'impero britannico era al culmine della sua potenza, eppure Maugham rimproverava alla società inglese di non essere più quella di un tempo: superficialità, errati metodi di educazione, egoismo e grettezza erano, secondo lo scrittore, i mali che l'affliggevano. Gli stessi mali egli volle attribuire ai personaggi de "Il velo dipinto", creando un riuscitissimo studio di caratteri. Una donna e due uomini: Maugham li descrisse nei minimi particolari, con il penetrante realismo che gli derivava dalle sue passate esperienze di medico. I personaggi dei suoi romanzi erano per lui altrettanti casi clinici, valutati con occhio esperto e obiettivo.
A Walter Fane, il medico sensibile e innamorato di una donna sciocca, lo scrittore diede molto di se stesso, facendone una delle sue creazioni più forti e originali. Proprio per questo Walter diviene una personalità contradditoria e affascinante, nella quale al sarcasmo e alla freddezza si contrappongono una passionalità intensa e una ricca vita interiore. Il suicidio per amore ne fa una vittima della passione che egli non è riuscito a dominare, nonostante l'apparente autocontrollo e la lucidità delle sue azioni.
Il suo opposto è Charlie Townsend, un arrivista ambizioso, che sa fingere con garbo. La donna, Kitty, sceglie con Charlie l'aspetto piacevole della vita, il più facile ed esteriore. Nata ed educata per un'esistenza senza scosse e senza drammi, è quasi naturale che si scontri con il marito e con tutto ciò che egli rappresenta: il lato difficile della vita, la supremazia dello spirito, il disprezzo per tutto ciò che è banale.
Quando Kitty "si sveglia" e si accorge con disperazione che le sue lacrime e i suoi vezzi non riescono più a far presa né su Charlie né sul marito, è ormai troppo tardi. Ella deve ammettere le falsità delle idee inculcate in lei dalla madre e si sforza di cercare qualcosa di alto e nobile; ma il suo tentativo fallisce.
Solo con gli anni, forse, Kitty potrà riscattarsi dalla sua colpa, dedicando la propria vita a suo padre e alla creatura che nascerà.
Oltre che nella scorrevolezza delle pagine ironiche, sapienti e ricche di colpi di scena, e nell'abile coreografia esotica, l'interesse de "Il velo dipinto" consiste anche nel chiaro ammonimento che lo scrittore dà ai suoi lettori: non ci si deve abbandonare alle piacevoli apparenze, alle rosee fantasie e ai sogni impossibili.
Solo guardando bene in faccia la realtà, quale essa sia, è possibile raggiungere quel sereno equilibrio interiore che ci mette in grado di lottare contro le numerose difficoltà della vita e anche, a volte, di riuscirne vincitori.


BREVE BIOGRAFIA DI MAUGHAM

William Somerset Maugham, uno dei maggiori narratori e drammaturghi inglesi contemporanei, è nato a Parigi nel 1874 ed è morto a Saint-Jean-Cap-Ferrat nel 1965.
È considerato uno dei più ricchi scrittori che siano mai vissuti. Si calcola che siano state vendute cinquanta milioni di copie dei suoi libri in tutto il mondo, cui vanno aggiunte le innumerevoli riduzioni teatrali, cinematografiche e televisive. Grazie alla sua attività, gode oggi di un benessere economico non indifferente. Fra le sue proprietà vi è una meravigliosa villa moresca, sulla Costa Azzurra. Ha trascorso gran parte della sua vita viaggiando. Durante la prima guerra mondiale fu inviato in Francia con la Croce Rossa ed entrò anche a far parte dell'Intelligence Service: di questa sua esperienza fece tesoro e più tardi pubblicò alcuni libri sull'argomento. Nell'aprile del 1962, allo scopo di creare un fondo per aiutare i più bisognosi scrittori inglesi, ha fatto vendere all'asta la sua collezione personale di quadri: ha incassato circa un miliardo di lire; il più alto prezzo, ottantamila sterline, fu pagato per un Picasso dipinto sui due lati. Quando compì 88 anni disse che da quel giorno si sarebbe alzato alle 9,30, invece che alle sette, "per abituarsi all'immobilità della tomba".


ALTRE OPERE DI MAUGHAM

Fra gli altri romanzi di Maugham sono da ricordare...

LISA DI LAMBETH - 1897
LA TERRA DELLA VERGINE BENEDETTA - 1905
IL MANTELLO DEL VESCOVO - 1906
IL MAGO - 1908
SCHIAVO D'AMORE - 1915
LA LUNA E SEI SOLDI - 1919
VERTIGINE - 192
IL FILO DEL RASOIO
UOMO E DONNA - 1930
PIOGGIA E ALTRI RACCONTI - 1934
RITRATTO DI UN'ATTRICE - 1937
IL RENDICONTO - 1938
VACANZE DI NATALE - 1939
CATALINA - 1948
IL TACCUINO DELLO SCRITTORE - 1949


Le principali opere teatrali sono...
UN UOMO D'ONORE - 1903
IL CIRCOLO - 1921
AD EST DI SUEZ - 1922
I NOSTRI MIGLIORI - 1923
CARTE IN TAVOLA - 1923
VITTORIA - 1923
GRAN MONDO - 1923
LA MOGLIE FEDELE - 1927
COLUI CHE GUADAGNA IL PANE - 1930


VEDI ANCHE ...

IL FILO DEL RASOIO - William Somerset Maugham

SCHIAVO D'AMORE - William Somerset Maugham

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martedì 5 agosto 2008

IL FILO DEL RASOIO (The Razor's Edge) - William Somerset Maugham



Chicago 1919.
Isabel Bradley è una bella ragazza di diciotto anni, fidanzata con Larry Darrel. Isabel appartiene a una famiglia abbastanza in vista: suo zio, Elliot Templeton vive la maggior parte dell'anno a Parigi dove ama circondarsi di gente importante; snob oltre ogni dire, per lui contano solo i quattrini, una posizione sociale solida e un ottimo cuoco con cui sbalordire i propri invitati. Per questo motivo considera Larry, come futuro marito di sua nipote, un vero fallimento.
Il ragazzo, reduce dalla guerra in Europa, sembra non avere nessuna ambizione di farsi una posizione che gli assicuri il benessere materiale.
Vive con una piccola rendita e insegue sogni che a Elliot sembrano addirittura ridicoli. Ma Isabel è "pazza" del suo Larry, pazza come lo può essere una bella ragazza ricca, abituata ad avere tutto. C'è infatti in Larry qualcosa che le sfugge: il giovane, pur amandola, non è disposto ad assecondare i suoi capricci. La sua apparente sottomissione nasconde una volontà ben decisa.
Un giorno Larry dichiara di voler andarsene da Chicago: ha deciso di vivere a Parigi per un po' di tempo per cercarvi "la sua strada". Se non la troverà se ne tornerà in America e accetterà il primo impiego che gli offriranno.
Ma fino ad allora nessuno potrà impedirgli di fare come ha deciso. Deve trovare una risposta agli interrogativi che lo assillano: in guerra un suo amico è morto per salvargli la vita e Larry continua a domandarsi perché ciò sia accaduto. Se lui è vivo al posto di quell'altro, forse ci sarà un motivo e lui deve trovarlo a ogni costo.
Passano così due anni. Larry è a Parigi, ma, anziché essersi dato alla bella vita (Elliot lo avrebbe giustificato), è sparito dalla circolazione.
Isabel intanto continua la propria esistenza brillante, ma non ha dimenticato Larry. Non appena le si presenta l'occasione di fare un viaggio di piacere in Europa, corre a Parigi per rivedere Larry.
Se prima Larry le sfuggiva, ora non è più possibile alcuna intesa tra loro: il giovane vive in un mondo tutto suo, fatto di meditazione e di studio, un mondo al quale Isabel si sente estranea. Dentro di lui si agitano nuove domande...

"Esiste Dio? Perché c'è il male? L'anima è immortale o tutto finirà con la morte?".

Isabel non comprende il suo accanimento di questa ricerca.

"Quando tornerai a Chicago?
"A Chicago? Non lo so. Non ci ho ancora pensato."
"Ti sbagli, Larry, sei un americano. Il tuo posto è in America, non qui."
"Tornerò quando avrò finito. Forse, avrò da fare qualche cosa che la gente sarà felice di prendere".

Se Isabel vuole, si possono sposare subito e vivere a Parigi con la sua piccola rendita. Non è gran che, certo, ma Parigi è una città che offre molto in cambio di poco. Isabel è sbalordita: l'idea di condurre una vita simile le sembra addirittura pazzesca. Lei è nata per avere bei vestiti, per dare ricevimenti, per avere l'automobile e Larry vorrebbe convincerla a sprecare la sua giovinezza e la sua bellezza in camere d'affitto, con vestiti smessi e magari con una nidiata di bambini a cui badare!...
I due giovani si lasciano: non hanno più nulla in comune, eccetto la passione che ancora li attrae fisicamente, ma che non è sufficiente a far desistere Larry dal suo proposito.
Isabel torna in America, sconfitta più nel suo orgoglio che nel suo amore, e Larry comincia la propria odissea di vagabondo alla ricerca di una risposta ai suoi interrogativi. Abbandonati momentaneamente i suoi studi, va a lavorare come minatore in una sperduta miniera della Francia del Nord; passa poi in Germania dove fa il contadino, ma la fatica che la terra esige da chi la lavora lo appaga fino ad un certo punto. L'India, con la sua millenaria religione, gli sembra il posto adatto per dare un significato alla sua ricerca e così passa due anni in un monastero sotto la guida di un santone.
Un bel giorno, però, anche il fascino dell'India finisce e Larry torna a Parigi, dove incontra i suoi amici di un tempo e fra loro Isabel.
La ragazza ha sposato Gray Maturin, un milionario che è stato rovinato dalla crisi economica del '29. Senza l'aiuto dello zio Elliot, che sistema la coppia e i loro due figli a Parigi, le cose rischierebbero di andare male.
Larry è stupito e sconcertato di trovare Isabel sposata. Sempre ansioso di chiarire i suoi "perché" spirituali, senza rendersene conto, risveglia in Isabel la passione di un tempo. Sebbene Isabel voglia bene a suo marito e si dedichi alle sue bambine, sente che Larry è dentro di lei come una malattia. Quell'uomo, così inaccessibile al suo potere, ha amato altre donne peggiori di lei, e questo le sembra assurdo. Soprattutto non può ammettere che il vero amore di Larry sia stato Sophie, sua amica d'infanzia.

"La sola donna - egli dice - che avrei potuto sposare. La povera Sophie aveva una bell'anima generosa, fervida, piena di nobili aspirazioni. I suoi ideali erano molto elevati. Trovò persino una tragica nobiltà nel modo con cui ha cercato la propria fine".

Nella sua bontà Larry giustificava Sophie che, sposa e madre felice, aveva avuto la famiglia distrutta da un incidente automobilistico. Da quel giorno la giovane non si era più ripresa. Era scesa sempre più in basso; minata nello spirito, abbruttita dall'alcool, aveva cominciato a frequentare i locali più malfamati, le case d'appuntamento, le ignobili pensioni degli angiporti francesi.
Larry ritrova Sophie durante la sosta parigina e cerca di riscattarla dalla vita perduta. Quasi ci riesce, e decide di sposarla. Nel suo candore la porta anche in casa di Isabel la quale, però, travolta dalla gelosia, fa di tutto per troncare il legame. Ci riesce facendo ricadere la poveretta nel vizio del bere. Sophie fugge allora disperata. Riprende la sua vita miseranda a Tolone, dove è uccisa da un amante occasionale: la ripescherà la polizia nelle acque del porto con la gola tagliata.
Ma neppure la scomparsa di Sophie serve a trattenere Larry accanto a Isabel. Il ragazzo di un tempo è diventato ormai un uomo maturo, ma non per questo ha smesso di inseguire il proprio ideale do perfezione e di cercare la verità.
Larry appartiene più che mai a quel Dio che egli cerca in ogni angolo della terra e in ogni volto di sofferente senza riuscire a trovarlo, ma che un giorno stenderà la sua mano per attirarlo a sé.
Seppellita la povera Sophie, Larry torna in America. Non ha nessun progetto ambizioso, non si è mai considerato né un salvatore né un mistico. E' solo un uomo: tornerà fra la sua gente, sceglierà un lavoro umile, forse si metterà a fare l'autista di Tassì. A contatto del suo prossimo riuscirà più facilmente a restare se stesso e, chissà, forse qualcuno sulla scia del suo buon esempio potrà trovare la strada verso la vita dello spirito.
Sa di aver imboccato il sentiero arduo della perfezione: che vi arrivi stando al volante di un tassì o meditando in un monastero non ha importanza. L'importante è che, alla fine, arrivi almeno a intravedere quella perfezione per la quale egli ha saputo sacrificare tutto se stesso senza chiedere nulla in cambio.
UNA PAGINA

"... Giunto alla fine di questo libro, imbarazzato perché mi vedevo costretto a piantare in asso il mio lettore, ho riepilogato mentalmente il mio lungo racconto per vedere se non mi fosse possibile di escogitare in qualche modo una fine più soddisfacente e ho scoperto, con mia intensa sorpresa, che, senza pensarci, nemmeno lontanamente, avevo scritto in fondo una storia a lieto fine. Tutte le persone di cui mi sono occupato hanno avuto, infatti, quel che volevano: Elliot i trionfi mondani..., Isabel una posizione sicura, sostenuta da larghi mezzi finanziari in una comunità attiva ed elegante...,
Gray un impiego solido e lucrativo, con un ufficio da poterci star chiuso dentro ogni giorno dalle nove alle sei..., e Larry la felicità.
E se anche gli intellettuali inarcheranno le sopraciglia, noialtri, il grande pubblico, amiamo tutti, nel fondo del nostro cuore, le storie a lieto fine e forse la mia confusione, così com'è, piacerà di più".
COMMENTO

Somerset Maugham è, soprattutto, un descrittore di stati d'animo. I suoi personaggi più famosi hanno tutti un "problema" umano da risolvere personalmente. E' il caso del protagonista di SCHIAVO D'AMORE, reso infelice per tutta la vita da un complesso d'inferiorità per un piede equino che lo differenzia dagli altri uomini; ed è, su un altro piano, il caso di questo Larry che, in un'epoca tesa alle conquiste del mondo, si ripiega invece su se stesso e cerca di dare una spiegazione di quel mistero che è la vita.
Per dare risalto ai suoi personaggi, Somerset Maugham ricorre a uno stile discorsivo, ed è sempre Maugham che parla direttamente con il lettore attraverso i suoi personaggi. La scelta degli aggettivi più comuni, la frase semplice e piana, quel suo modo amichevole di prendere per mano chi legge e di condurlo sempre più in fondo nell'anima dei suoi personaggi fanno di Maugham un autore che esplicitamente (si veda la conclusione della pagina che ho riportato) intende la professione dello scrittore come una missione per "fare del bene agli uomini".
Alla fine di tutte le sue vicende, anche le più amare e tragiche, Maugham trova sempre una nota positiva: egli vuol dire, insomma, che vale sempre comunque la pena di vivere e di accettare serenamente ciò che la vita ci offre.
Contrariamente alla maggior parte dei personaggi dei romanzi, Somerset Maugham è un uomo del tutto normale che ha saputo cogliere, quasi fotografare, le più strane e complesse reazioni dell'animo umano; ciò è proprio perché ne era estraneo e poteva quindi essere obiettivo e spassionato nel raccontare, nell'interpretare e nel giudicare. Naturalmente, nel corso della vita, ha avuto anch'egli dei drammi, incertezze e passioni, ma ha saputo vincerle costruendo la propria esistenza su due solide basi: l'ordine e la tenacia, qualità che sono sempre al fondo dei suoi libri. Il valore della sua opera consiste infatti nel descrivere l'inquietudine del mondo moderno contrapponendovi quei due valori fondamentali, gli unici che, secondo lui, possono salvare gli uomini dal caos dei sentimenti incontrollati e dai gesti ingiustificati. Forse il suo nome non entrerà nella ristretta schiera dei "grandissimi" della letteratura mondiale, ma gli spetta indiscutibilmente un posto di primissimo piano fra gli autori che hanno avuto qualcosa da "insegnare" agli uomini.


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QUALCHE NOTA SU MAUGHAM

William Somerset Maugham, uno dei maggiori narratori e drammaturghi inglesi del secolo scorso, è nato a Parigi il 25 gennaio del 1874. E' considerato uno dei più ricchi scrittori che siano mai vissuti. Si calcola che siano state vendute settanta milioni di copie dei suoi libri in tutto il mondo, cui vanno aggiunte le innumerevoli riduzioni teatrali, cinematografiche e televisive.
Grazie alla sua attività, ha goduto di un benessere economico non indifferente. Fra le sue proprietà vi era una meravigliosa villa moresca, sulla Costa Azzurra. Ha trascorso gran parte della sua vita viaggiando. Durante la prima guerra mondiale fu inviato in Francia con la Croce Rossa ed entrò anche a far parte dell'Intelligence Service: di questa sua esperienza fece tesoro e più tardi pubblicò alcuni libri sull'argomento. Nell'aprile del 1962, allo scopo di creare un fondo per aiutare i più bisognosi scrittori inglesi, ha fatto vendere all'asta la sua collezione personale di quadri: incassò circa un miliardo di lire del tempo; il più alto prezzo, ottantamila sterline, fu pagato per un Picasso dipinto sui due lati. Quando compì 88 anni disse che da quel giorno si sarebbe alzato alle 9.30, invece che alle sette, "per abituarsi all'immobilità della tomba".
William Somerset Maugham morì il 16 dicembre del 1965 a Saint-Jean -Cap-Ferrat.

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ALTRE OPERE DI MAUGHAM

Fra gli altri romanzi di Maugham sono da ricordare...

LISA DI LAMBETH - 1897
LA TERRA DELLA VERGINE BENEDETTA - 1905
IL MANTELLO DEL VESCOVO - 1906
IL MAGO - 1908
SCHIAVO D'AMORE - 1915 (prossima futura recensione...forse)
LA LUNA E SEI SOLDI - 1919
IL VELO DIPINTO - 1925
VERTIGINE - 1928
UOMO E DONNA - 1930
PIOGGIA E ALTRI RACCONTI - 1934
RITRATTO DI UN'ATTRICE - 1937
IL RENDICONTO - 1938
VACANZE DI NATALE - 1939
CATALINA - 1948
IL TACCUINO DELLO SCRITTORE - 1949

Le principali opere teatrali sono...
UN UOMO D'ONORE - 1903
IL CIRCOLO - 1921
AD EST DI SUEZ - 1922
I NOSTRI MIGLIORI - 1923
CARTE IN TAVOLA - 1923
VITTORIA - 1923
GRAN MONDO - 1923
LA MOGLIE FEDELE - 1927
COLUI CHE GUADAGNA IL PANE - 1930
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IL FILO DEL RASOIO
William Somerset Maugham
2005 - Adelphi Editore
Traduzione - F. Salvatorelli
Pag. 396 - Euro 19,00


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Da questo romanzo è stato girato…
The Razor's Edge
Un film di John Byrum
Con Catherine Hicks, Theresa Russell, Bill Murray
Genere Drammatico
Colore 128 minuti
Produzione USA 1984

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