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mercoledì 19 settembre 2018

LE ARTI FIGURATIVE del XIX SECOLO (Figurative Arts of the Nineteenth Century)


Mole Antonelliana a Torino
  
LE ARTI FIGURATIVE del XIX SECOLO

Architettura ed urbanistica

Il concetto neoclassico di imitazione di uno stile tradizionale recava in sé un germe di decadenza che si sviluppò nel secondo Ottocento con fatali conseguenze per I'architettura.
Tramontata l'aristocratica civiltà neoclassica, frutto artificiale dell'impero napoleonico, infranto l'ideale classico per il rivoluzionario movimento del Romanticismo che, in architettura, volge l'interesse alle forme gotiche, si determina in Francia ed in Inghilterra un movimento culturale "neogotico".

Esso influì specialmente sul destino dei monumenti antichi oggetto di restauri totalitari ad opera di Viollet Le Duc e della sua scuola, restauri che purtroppo snaturarono pate del patrirnonio del passato . . .

In Italia, dove la tradizione nazionale si identificava col Romanico e col Rinascimento, dilagò piuttosto una maniera che fondeva caratteristiche di tutti gli stili.

Pietro Selvatico, nel 1852, fissava infatti modelli di stile per ogni tipo di costruzione: per la chiesa il "gotico", per il cimitero il "romanico", per il palazzo il "Rinascimento".

In tanta decadenza pochi edifici meritano una segnalazione per le loro qualità costruttive: il "palazzo Margherita" a Roma, opera di Gaetano Koch; il "palazzo di Giustizia", sempre a Roma, di Guglielmo Calderini; il "Monumento a Vittorio Emanuele", ideato da Giuseppe Sacconi.

Maggiore attenzione per queste prove di architettura stilistica meritano le esperienze del novarese Alessandro Antonelli che, adottando moderne teorie di architettura funzionale, costruì la "cupola di S. Gaudenzio" a Novara, e la "Mole Antonelliana" a Torino.

A proposito di urbanistica ottocentesca, si deve notare che essa divide, con l'arte del restauro, la responsabilità di radicali distruzioni di "ambienti monumentali" italiani, ma che ha anche il pregio di aver attuato sistemazioni felici; tra queste eccelle il "Piazzale Michelangelo" di Firenze con lo sfondo della splendida passeggiata del Viale dei Colli, opera di Giuseppe Poggi.


Scultura

Anche nella scultura, il primo Ottocento è un'età di regresso rispetto alla grande fioritura che aveva avuto il dono del genio di Antonio Canova.

Il periodo di transizione dal Neoclassicismo al Realismo si impersona in Lorenzo Bartolini, il quale, dopo una fanciullezza umile e faticosa, studiò a Parigi nello studio di David D'Abgers.

Spirito combattivo e polemico, non tardò a mettersi a capo di un movimento innovatore nell'ambiente stesso della arte accademica, volto a far sì che  giovani si avvezzassero a scegliere il bello naturale, quel bello che non può essere rilevato dalla esperienza individuale o dall'esame delle opere dove i grandi maestri hanno così fedelmente espresso.

Per convalidare con la pratica tali princìpi non rifuggì dall'introdurre nella scuola un gobbo, come modello di un Esopo che gli allievi dovevano scolpire.

Per questa violenta contrapposizione del bello naturale al bello ideale, che era principio basilare del Neoclassicismo, si sarebbe tentati di credere che il Bartolini fosse del tutto staccato dalla tradizione, cosa che invece gli riuscì solo di rado.

Le sue più celebri sculture sono la Carità educatrice e la Fiducia in Dio.

Non è comunque possibile parlare di una vera modernità nella scultura italiana dell'Ottocento se non alla fine del secolo di fronte alla personalità spiccatissima di Medardo Rosso.

Spunti realistici e nostalgie romantiche; tendenti a risolvere nella luce le vibrazioni plastiche si intrecciano per tutto il secolo concentrandosi in alcune scuole: la toscana, la piemontese e la napoletana.

In quella toscana si distingue l'opera di Giovanni Dupré e del Cecioni, di cui è particolarmente memorabile il gruppo marmoreo della Madre; in quella napoletana spicca la grandiosa e tragica personalità di Vincenzo Gemito, autore dei notissimi Acquaiuolo e Pescatore; anima  della scuola piemontese è Carlo Marochetti, celebrato autore di statue equestri (Il duca di Orleans...,  Riccardo Cuor di leone) delle quali quella ad Emanuele Filiberto a Torino, dà la misura delle sue qualità.


Pittura

Anche nella pittura si ebbe una reazione al Neoclassicismo influenzato da Antonio Canova, col movimento del "purismo" e soprattutto col così detto "romanticismo storico", capeggiato dal veneziano Francesco Hayez (1791-1882).

Questi sostituisce ai soggetti ricavati dalla mitologia e dalla favola quelli tratti dalla storia vissuta e sofferta dagli uomini, per aderire alla nuova sensibilità romantica ispiratrice della poesia e della letteratura europea.

I temi sono attinti preferibilmente alla storia delle repubbliche italiane che doveva suscitare, nell'animo degli Italiani, l'orgoglio comunale e favorire il movimento risorgimentale.
Le sue pitture più belle sono: I vespri siciliani..., Il bacio di Giulietta e Romeo, oltre ai celebri ritratti del Manzoni, del Cavour e del Rossini.

Lo stesso movimento storico-romantico rappresentato in Lombardia dall'Hayez, si riscontra contemporaneamente in Toscana ed a Roma, con maestri che vogliono reagire, nome del realismo, alla tradizione classicistica.

In un certo senso autonoma si sviluppa la pittura napoletana, che, con i celebri maestri Giacinto Gigante, Filippo e Giuseppe Palizzi, Domenico Morelli e Gioacchino Toma, creò paesaggi e scenografie di precisa bellezza e di grande suggestione.

In Toscana, infine, ad opera del Signorini e del Fattori, il romanticismo-storico si risolve nella scuola dei Macchiaioli.



lunedì 6 giugno 2016

ARTE NAPOLETANA, GENOVESE E LOMBARDA DEL XVII SECOLO (Art Neapolitan, Genoese and Lombard seventeenth century)

Assunta (1631) Battistello Caracciolo (Napoli)

ARTE NAPOLETANA, GENOVESE E LOMBARDA DEL XVII SECOLO

A Napoli, il carraccismo non si radica e si arrende all'influsso del Caravaggio

Giovanni Battista Caracciolo, detto Battistello (Napoli, 1578 – Napoli, 1635), dopo un modesto tirocinio con Girolamo Imparato, o Imperato, (Napoli, 1549 – 1607), segue il grande innovatore e dipinge l'Assunta (Napoli, Museo Nazionale, 1631) trasportata da una folla d'angeli; le ombre grige contrastano con i toni rossi ed azzurri dei panni, ma più che questa tela assai deperita si debbono ricordare le opere della Certosa di S. Martino in Napoli, il Cristo e la Samaritana (Milano, Brera) ed il S. Onofrio (Roma - Galleria d'Arte Antica), che palesa l'impeto del concepire e l'urto brusco del chiaro con l'ornbra. 

José de Ribera o col soprannome Spagnoletto (Xàtiva, 17 febbraio 1591 – Napoli, 2 settembre 1652), nasce vicino a Valenza in Spagna, ma la sua patria d'adozione è Napoli. Egli è un caravaggesco angusto e intriso, sul principio, di residui bolognesi; non assimila intimamente la teoria della plasticità luministica, esorbita nei modi brutali e modella in piena pasta con forti risalti che plasmano le forme audaci e sculturali (Sileno ebbro, nel Museo di Capodimonte, Napoli). La bravura tecnica dello spagnoletto nuoce alla scuola, che devia dalla comprensione del Caravaggio e si compiace dei più ripugnanti aspetti della strada e del vizio. 

Un posto onorevole nel Seicento napoletano occupa Mattia Preti (Taverna, 24 febbraio 1613 – La Valletta, 3 gennaio 1699), detto anche il Cavaliere Calabrese perché nato in Calabria , che a Roma fu fedele discepolo del Guercino, e che seppe fondere il colore veneziano con il luminismo costruttivo del forte lombardo. I volumi delle sue composizioni seguono a preferenza le oblique, e cercano gli effetti frontali con luci e controluci che contribuiscono a drammatizzare le scene. Il Convito di Baldassarre (Napoli, Museo . Nazionale) splende nei riflessi che danno rilievo ai corpi; gradua le tinte dal giallo che lampeggia al rosso tonale, e bilancia il chiaroscuro con morbidezza. 

Bernardo Cavallino (Napoli, agosto 1616 – Napoli, 1656) addestratosi con Andrea Vaccaro (Napoli, 8 maggio 1600 – Napoli, 18 gennaio 1670), si accostò a Massimo Stanzione (Frattamaggiore o Orta di Atella, 1585 circa – Napoli, 1656 circa); è un osservatore sensibile ed indipendente, che usa con signorilità discreta i lumi e le penombre, e che raffina il colorito con assidue ricerche individuali (San Sebastiano e S. Cecilia nel Museo Capodimonte di Napoli). 

Più che all'inesauribile Luca Giordano (Napoli, 18 ottobre 1634 – Napoli, 12 gennaio 1705) detto Luca Fa Presto, imitatore dello Spagnoletto, del Veronese e di Pietro da Cortona, (Cortona, 1º novembre 1596 – Roma, 16 maggio 1669), la nostra attenzione si rivolge a Salvator Rosa (Napoli, 21 luglio 1615 – Roma, 15 marzo 1673), ingegno non ricco di studi, improvvisatore e autodidatta, che dipinge paesi e battaglie, e si fa ammirare per la padronanza dei mezzi d'espressione e per la concitata varietà del movimento. 

Un altro pittore di battaglie, Paolo Porpora (Napoli, 1617 – Roma, 1673), passa al genere delle nature morte (frutta, pesci, uccelli, ecc.ecc...), nel quale emerge Giovan Battista Ruoppolo (Napoli, 1629 – 1693), che si dedica inoltre alla decorazione e alla prospettiva, introdotta a Napoli da Viviano Codazzi (Bergamo, 1604 circa – Roma, 5 novembre 1670).

A Genova appare il fenomeno di Luca Cambiaso (Moneglia, 18 ottobre 1527 – San Lorenzo de El Escorial, 6 settembre 1585) vero campione della scuola locale, che esordisce a quindici anni, ed è cosi veloce esecutore d'opere, da esser stimato ambidestro. 

Ma il Seicento si gloria dell'opera d'un forte allievo di Pietro Sorri (San Gusmè, 1556 – Siena, 1622), Bernardo Strozzi, detto il Cappuccino o il Prete genovese (Genova, 1581 – Venezia, 2 agosto 1644), che non diviene mai un pedissequo del Caravaggio. Egli è un coloritore sanguigno e talvolta rubensiano, che condensa il succo delle tinte ed il vigore naturalistico nel ritratto e nel tipo popolare (Un pifferaio del Palazzo Rosso di genova ed il Mendicante della galleria Nazionale di Roma), e che sa ampliare la visone atmosferica negli affreschi delle chiese e dei palazzi della sua città. 

La critica  rivendica la fama di Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto (Genova, 23 marzo 1609 – Mantova, 5 maggio 1664), che passava per un semplice animalista e che nella vandyckiana Crocifissione di Palazzo Bianco scopre doti di chiarezza stilistica. 

Dalla folla degli oscuri esce anche Gioacchino Assereto (Genova, 1600 – Genova, 28 giugno 1649) con la Circoncisione di Brera, con gli affreschi dell'Annunziata di Genova e, soprattutto, con il drammatico e quasi sbalzato dall'ombra Cieco di Gerico (Parigi, Raccolta Mowinckel).

A Milano si trasferiscono i bolognesi Procaccini, dei quali si possono finalmente fissare le date: Camillo Procaccini (Parma, 1561 – Milano, 21 agosto 1629) e Giulio Cesare Procaccini (Bologna, 1574 – Milano, 14 novembre 1625). 
Il primo diffonde anche troppi quadri sacri per i templi milanesi; rossastro e pesante, predilige le stature colossali e le composizioni macchinose dell'affreschista che non manca d'abilità tecnica, ma che non merita gli aggettivi di Carlo Cesare Malvasia (Bologna, 18 dicembre 1616 – Bologna, 9 marzo 1693) che lo indica come "piacevole e vago". 
Gli fu superiore il fratello Giulio Cesare, che capì i tempi, abbandonando le formule accademiche con la vivacità istintiva di colore che attinse dal Correggio e dal correggismo parmense (Adorazione dei Pastori nella Pinacoteca di Brera).

Proteiforme, espressivo ed evoluto, Giovan Battista Crespi  (Romagnano Sesia, 23 dicembre 1573 – Milano, 23 ottobre 1632), detto il Cerano dal paese di nascita in provincia di Novara, studia a Roma e a Venezia, e presiede l'Accademia lombarda, istituita dal cardinale Federico Borromeo. Prezioso e proclive al manierismo in alcuni particolari della fattura e in una certa affettazione delle attitudini, compone la nobile Madonna fra i Ss. Domenico e Caterina (Milano, Brera), e riesce spesso grandioso nella semplicità dei piani e nella pennellata rapida e risolutiva.

Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone (Morazzone, 29 luglio 1573 – Piacenza, 1626), deriva da Gaudenzio Ferrari (Valduggia, fra il 1475 e il 1480 – Milano, 31 gennaio 1546)  e dal Tintoretto, e sa essere un singolare avventuriero della tavolozza, un ricercatore dell'anormale, della sofferenza suggestiva e delle tenebre fonde. Con il San  Francesco (Milano, Castello Sforzesco) ed il San Giuseppe (Berlino, Bode-Museum) si possono segnare i limiti estremi di questo livido rievocatore del tormento fisico e dell'agitazione interna: artista d'eccezione e d'ingegno. 

A Daniele Crespi (Busto Arsizio, 1598 – Milano, 19 luglio 1630), che studiò con il Procaccini e con il Cerano, si fa l'addebito della preparazione sommaria, ma spesso l'impulso indovina e rende con efficacia o il Frate morto o la figura di Santo Stefano nel Martirio di Brera.




martedì 5 aprile 2016

LA SCULTURA DAL SECOLO XVI AL XIX (The sculpture from the Sixteenth to the Nineteenth Century)

Apollo di Belvedere

LA SCULTURA DAL SECOLO XVI AL XIX

In questo lungo periodo i principi stilistici hanno un'evoluzione considerevole. Si riguarda ai classici con maggior scienza e premura, e la mitologia consiglia temi eroici, atteggiando di sovranità olimpica le statue monumentali. 

I tipi si idealizzano, e la scultura si vuole emancipare dalla soggezione dell'architettura e della decorazione. La spontaneità e l'arditezza realistica del Quattrocento sono rettificate dall'osservazione e dal metodo, che generalizza i caratteri e che rende i tratti essenziali. 

L'arte romana conquista le menti: l'Apollo di Belvedere, il Laocoonte ed il torso d'Ercole richiamano al gusto di Roma imperiale. 
La forza e la passione di Michelangelo sconcertano gli ingegni minori e le scuole; dopo il 1564, la plastica, affaticata dal continuo e violento esercizio, è vinta dalla stanchezza, ma il nuovo secolo sancisce altre norme. 

La perfetta conoscenza dell'anatomia conduce al movimento, all'eccitazione delle forze e degli affetti, alle muscolature risentite o ai contorni gonfi e morbidi; i panni svolazzano intorno ai corpi o li velano con squisitezza. 

La tecnica soggiace alla vacuità dei concetti, e la grazia giunge alla svenevolezza arcadica, perché si smarrisce il senso plastico nella ricerca leziosa della tenerezza pittorica. 

Gli effetti decorativi interessano sono le esagerazioni dinamiche e con la pompa scenica; lo spettatore rimane stordito per la sovrabbondanza delle forme e per lo spreco di materia e d'ingegnosità, ma gli espedienti celano il povero ed il fittizio.

ANDREA CONTUCCI detto il SANSOVINO

JACOPO TATTI detto il SANSOVINO

MICHELANGELO e SEGUACI

BENVENUTO CELLINI

GIAMBOLOGNA (Jean de Boulogne)

PIETRO TACCA

STEFANO MADERNO

ALESSANDRO ALGARDI

GIAN LORENZO BERNINI


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PICCOLO GLOSSARIO DELL'ARTE

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I GRANDI ARTISTI

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(In costruzione)

lunedì 8 febbraio 2016

LEONOR FINI - Pittrice italo-argentina (Italian-Argentine paintress)


Leonor Fini (Buenos Aires, 30 agosto 1907 – Parigi, 18 gennaio 1996) è stata una pittrice, scenografa, costumista, scrittrice, illustratrice e disegnatrice argentina, di origine italiana.

La sua pittura è stata definita "grande e magica, poetica e mitica, inquietante e placida, bella e fiabesca"; e Leonor Fini, genio ribelle e contraddizione vivente, è di certo da annoverare tra le più coraggiose ed indipendenti artiste donna che il Novecento abbia prodotto. Le ricercate fantasticherie delle sue invenzioni sono state accompagnate, difatti, da uno stile di vita personalissimo, stravagante e anticonformista, le sue apparizioni pubbliche enfatizzate dai bizzarri costumi disegnati da lei stessa: anche la sua quotidianità ha corso sul filo estremo dell'arte.
Figlia di madre italiana e padre argentino, Leonor Fini viene portata via dalla nativa Buenos Aires per trasferirsi in Italia non ancora compiuto il primo anno di eta.
Nella cosmopolita Trieste prende il via un'adolescenza all'insegna dell'avventura: costretta a sfuggire ai tentativi di rapimento orditi dal marito dall'Argentina, la madre le fa indossare abiti maschili fino agli anni della pubertà.



  
Educata alla cultura in generale, Leonor manifesta un precoce interesse per I'arte ma, ostica all'insegnamento accademico, inizia a disegnare da autodidatta e ad apprendere l'anatomia umana osservando i corpi dell'obitorio di Trieste. 
Per Sigmud Freud, che peraltro nella stessa città era passato, la pittrice ha una vera predilezione e non a caso la sua prima composizione, intitolata La tentation, rencontre pendant la nuit, sembra ispirata dalle giovanili letture dell'opera del grande scienziato austriaco. 
I suoi dipinti saranno da allora costantemente ambientati in scenografie ambigue ed inquietanti, animate di oggetti di misteriosa valenza psicoanalitica.
A 17 anni a Milano, presso la Galleria Barbaroux, ha luogo la sua prima mostra personale. Subito dopo, Leonor si trasferisce da sola a Parigi e si afferma subito come brillante talento, entrando in contatto con il gruppo dei Surrealisti e divenendo amica di Max Ernst e di Victor Brauner. 
Ma, sebbene abbia regolarmente anche esposto con Jules Breton e la sua cerchia in occasione delle loro grandi mostre internazionali - particolarmente significativa quella del 1938, a New York, con presentazione di Giorgio De Chirico e Paul Eluard - Leonor ha sempre rifiutato di considerarsi parte del gruppo, contraria altresì a qualunque tipo di classificazione per la propria arte.




Durante la seconda guerra mondiale I'artista si sposta a Montecarlo e dunque, momentaneamente, " Roma, dove stringe forti legami con il locale mondo intellettuale; la sua passione per i gatti - in casa arrivò ad ospitarne più di venti insieme - è motivo di incontro con Anna Magnani ed Elsa Morante. 
Ma, oltre agli amatissimi felini, sono soprattutto oscuri e sensuali soggetti femminili ad attirare Leonor, visti dalla pittrice attraverso un linguaggio pieno di suggestioni derivate dal romanticismo tedesco, dal decadentismo della Secessione viennese e dal Simbolismo francese, nonché da una certa tradizione del fantastico, che va dalla pittura rinascimentale fiamminga al manierismo italiano. In essi si manifestano le sue radicali idee femministe, il proprio ideale di donna forte, quasi autoritaria, bella e passionale, in grado di scalzare l'uomo nella corsa al dominio del mondo. 
L'arte di Leonor Fini costituisce, in questo senso, un valido punto di vista "al femminile" della temperie emotiva e poetica del Surrealismo e l'interpretazione, in particolare, dell'ossessione per il corpo femminile e per I'erotismo tipica di quel movimento.
Disegnatrice virtuosa, capace di sperimentare qualunque medium pittorico e grafico, la Fini è stata anche originale illustratrice di testi di de Sade, Audibert, Cocteau, Poe, Racine, William Shakespeare, William Faulkner e altri autori a lei vicini per sensibilità, ed apprezzata scenografa per balletti, teatro e cinema.
Nel 1969 le è stato conferito il premio San Giusto d'Oro dai cronisti del Friuli Venezia Giulia.
Leonor Fini è morta a Parigi nel 1996, a 87 anni.



mercoledì 4 novembre 2015

BARBARA (Olga Biglieri) - Pittrice futurista (Futurist painter)



BARBARA (Olga Biglieri) 
Mortara (Pavia)
5 marzo 1915 - Roma, 10 gennaio 2002

Olga Biglieri Scurto, giornalista e pittrice, nota con il nome di Barbara, fu una delle tre donne futuriste con Regina Cassolo, di Mede, e Benedetta Cappa, la moglie di Marinetti. Fu una delle prime donne in Italia a ottenere il brevetto di volo.

"Sono lieto di dichiarare che la signorina Barbara è una aeropittrice geniale e che con quadri importanti ha partecipato alla ultima Biennale Veneziana. [...] Ho molta fiducia nel suo ingegno pittorico". 
Così scriveva nel 1938 Filippo Tommaso Marinetti. L'enfasi è quella con cui, di regola, l'instancabile animatore del Futurismo si prodigava per il suo movimento, ma chi si celava dietro lo pseudonimo citato? Dietro questo nome che fa subito pensare ad una indomita virago magari con i capelli alla garçonne e un fisico alla de Lemplcka?
Si nascondeva, in vero, una realtà assai più nostrana ma non per questo meno interessante. 
Barbara era per l'anagrafe Olga Biglieri nata a Mortara nel 1915 e domiciliata a Novara. Sin dall'età di 11 anni aveva preso lezioni di pittura da un maestro locale, mentre il "volo a vela", era una passione coltivata inizialmente di nascosto e poi accettata dai genitori (nel 1933 si iscrive al corso di volo e all’Accademia di Brera).
Marinetti era venuto a sapere della sua esistenza per puro caso, vedendone un quadro nella vetrina di un corniciaio milanese. La tela destinata alla prima personale della giovane faceva parte di una ricerca che ella aveva avviato sulle proprie "sensazioni di volo", sapendo poco o nulla dell'aeropittura futurista.
Farsi presentare Barbara, visionarne il lavoro e invitarla alla XXI Biennale (1938) per Marinetti fu tutt'uno e non v'è dubbio che per lui, come propagandista, lasciarsi sfuggire una autentica aviatrice-aeropittrice emersa da quella nuova generazione su cui tanto contava sarebbe stato imperdonabile. Sarebbe però anche ingiusto non concedere al poeta l'essersi davvero accorto delle capacita della pittrice.
Invero Barbara si era avvicinata all'ambiente futurista novarese sin dal '35 ed anzi vi aveva conosciuto quello che nel '39 sarebbe divenuto suo marito, il poeta e giornalista Ignazio Scurto, tuttavia fu solo con gli impegni procuratigli dal capo del Futurismo (XXII e XXIII Biennale nonché III Quadriennale) che ella cominciò a misurarsi da protagonista con i membri del più importante movimento d'avanguardia italiano. Va però detto che se i suoi quadri ci si mostrano nel volgere di pochi anni sempre più in linea con gli orientamenti del Futurismo, altrettanto non si può affermare circa la sua fede nella "guerra sola igiene del mondo".


L’aeroporto abbranca l’aeroplano - Barbara (1938)

L'antibellicismo sinceramente dichiarato ai suoi compagni matura e diventa qualcosa di assai più profondo con il coinvolgimento nella seconda guerra mondiale del giovane sposo, dapprima inviato in Francia e poi in Russia. Barbara rimane sola con due bambine nate da poco e il suo sogno di vita coniugale interrotto. Quando il marito torna dal fronte minato nel fisico i due si accorgono che il loro rapporto è da ricostruire e che il mondo di entusiasmi entro cui si erano conosciuti non esiste più.
Barbara si sforza di tener salda la famiglia, e addirittura, mentre all'arte dedica solo qualche ora, con vari pseudonimi inizia a scrivere novelle "rosa" per puro sostentamento. 
Nel '54 purtroppo Scurto muore a Milano dove aveva trovato lavoro presso il quotidiano La Notte. Barbara è di nuovo sola, ha oramai in odio la violenza e la stupidità umana, ma non assume un atteggiamento pessimistico, piuttosto cerca di trovare un'attività che le si confaccia nell'ambiente frequentato con il marito. È così che dopo aver collaborato a vari settimanali entra in contatto con il mondo della moda e diviene giornalista specializzata.
Non è esagerato dire che la sua trasmissione radiofonica Stella Polare ha insegnato a vestirsi alle italiane del dopoguerra, mentre non ha bisogno di commenti il fatto che aziende come la B.P.D., la Montecatini e la Rodhiatoce le abbiano affidato il lancio di alcune nuove fibre. Al di là del successo è comunque importante notare come a Barbara non siano mancate anche qui idee al passo con i tempi come quella di mettere in relazione lo sviluppo della moda con il M.E.C., quella di ottenere per gli stilisti un'udienza dal Papa e quella di fondare, nel suo settore, un'agenzia per diversificare l'informazione, la Telex Press ed un premio legato alla formazione professionale, Le Trame d'oro.
L'acquisto di una casa a Roma nel '59 pone le condizioni per una ripresa dell'attività artistica incoraggiata dall'incontro (1964) con il pittore svedese Gösta Liljeström. Anche qui Barbara sente i tempi ed entra nel vivo dei problemi: rifiuta la trama omologante della carriera individuale formando un gruppo di lavoro, cerca un allargamento di orizzonti rispetto al tecnicismo delle avanguardie nelle filosofie orientali e motivi di critica al consumismo nelle forme più avanzate del pensiero socio-politico, ma soprattutto punta sul concetto di animazione culturale diffusa.
Dal '65 ai nostri giorni i cicli di ricerca di Barbara non si contano, ciascuno accompagnato da riflessioni approfondite, che l'artista ha raccolto in un'opera multimediale donata all'università di Yokohama.
Confrontare tali cicli con le "etichette" della critica d'arte non è facile perché il disinteresse di Barbara per il mercato e le classificazioni rimuove troppi puntelli, ci si può comunque basare su almeno tre risultati atti a strutturare il suo percorso: l'idea di una pittura "noetica" ottenuta per pura intuizione, l'idea di una creatività "al femminile" cioè basata su di una diversità constatabile nella consapevolezza della propria capacità di generare e l'idea di una pittura per la pace refrattaria ad ogni strumentalizzazione.
Da questo percorso è nato l'Albero della pace, donato il 15 agosto 1986 al Museo Commemorativo di Hiroshima. Si tratta di un rotolo telato lungo 10 metri e largo 1,80 sul quale sono riportate le impronte colorate delle mani di una gran quantità di persone disposte a formare un grande albero la cui chioma appare illuminata.
La figura è in sé elementare, ma ciò che conta è che le impronte appartengono ad uomini comuni e a potenti, ad artisti, scrittori, politici, bambini, operai, premi Nobel, monaci in fama di santità e persone sofferenti, tra cui anche alcuni superstiti della bomba atomica del '45. 
Barbara autrice peraltro di una autobiografia intitolata Barbara dei Colori, è stata candidata nel 2000 al premio Nobel per la pace da diverse istituzioni italiane e giapponesi.



martedì 22 settembre 2015

LEONARDO DA VINCI - Tutta una vita in opere (A whole life in works)



LEONARDO DA VINCI

Vinci - Leonardo nacque nel 1452 a Vinci, borgo collinare vicino a Firenze, e l'appellativo da Vinci non era semplicemente un riferimento al luogo d'origine ma coincideva proprio con il nome della sua famiglia. Il primo documento che riguarda Leonardo è un "ricordo" scritto dal nonno paterno Antonio da Vinci che, come si usava per tradizione, registrò meticolosamente sull'ultima pagina di un vecchio libro di famiglia Ia data e l'ora di nascita del nipote:
"1452. Nacque un mio nipote figliuolo di ser Piero mio figliuolo a dì 15 aprile in sabato a ore 3 di notte. Ebbe nome Lionardo". 
La madre non è nominata, Leonardo era figlio illegittimo, nato cioè fuori del matrimonio, e fu allevato nella casa dei nonni paterni. Ser Piero, il padre, esercitava Ia professione di notaio a Firenze dove i da Vinci avevano svolto l'attività notarile per generazioni, già dai tempi di Dante. 
È ancora il nonno Antonio che in una denuncia al catasto registra Ia presenza in casa sua di "Lionardo figliuolo di detto ser Piero non legiptimo nato di lui et della Chaterina". 
Questo era dunque il nome della madre di Leonardo, la cui identità resta ancora misteriosa, forse una contadina, o forse invece una giovane appartenente a una famiglia importante decaduta, se si accoglie la notizia di uno fra i più antichi biografi di Leonardo che afferma: "era per madre di bon sangue". 
Anche se non crebbe con lei, Leonardo dovette comunque mantenere un legame con la madre perché, quando già quarantenne risiedeva a Milano, la accolse ("Caterina venne a dì 16 di luglio 1493") e la tenne con sé per due anni, fino alla morte ("Spese per Ia sotterratura di Caterina", annoterà fra le sue carte).


Casa natale di Leonardo ad Anchiano (frazione di Vinci) 
Firenze - Nel 1468, all'età di sedici anni, Leonardo aveva lasciato Vinci per raggiungere il padre a Firenze e doveva aver dato prova del suo talento nel disegnare: il Vasari narra infatti che "Preso un giorno alcuni de' suoi disegni, [Ser Piero] gli portò ad Andrea del Verrocchio, ch'era molto amico suo, e lo pregò strettamente che gli dovesse dire, se Lionardo attendendo al disegno farebbe alcun profitto. Stupì Andrea nel veder il grandissimo principio di Leonardo...". 
Così il giovane Leonardo entrò come apprendista nella bottega del Verrocchio, una delle più fiorenti dell'epoca, che riceveva commissioni di rilievo anche da parte della potente famiglia dei Medici. II periodo di formazione di Leonardo è caratterizzato dalla molteplicità delle competenze acquisite, non solo nel campo della pittura e della scultura, ma anche nell'ambito di quelle conquiste tecnico-scientifiche che contribuivano alla portata innovativa del Rinascimento fiorentino. 
Nella Firenze del giovane Leonardo era infatti viva la lezione di Brunelleschi che aveva elaborato la prospettiva lineare e innalzato la cupola del Duomo senza armarura. È proprio nella bottega del Verrocchio che si realizza la grande sfera di rame che sarà collocata nel 1472 in cima alla lanterna marmorea a completamento della cupola brunelleschiana. 
Di questa esperienza Leonardo si ricorderà ancora, più di quarant'anni dopo, quando a Roma si occuperà della costruzione di specchi ustori e, per assemblarne le parti, tornerà con la memoria alla tecnica usata nella bottega del suo apprendistato: 
"Ricordati delle saldature con che si saldò la palla di Santa Maria del Fiore".
La formazione di Leonardo presso il Verrocchio si svolge insieme ad altri giovani pittori che saranno fra i maggiori di fine Quattrocento e inizio Cinquecenro: Sandro Botticelli, il Perugino, Lorenzo di Credi e Domenico Ghirlandaio (presso il quale, a sua volta, andrà a bottega il giovane Michelangelo). 
Le tecniche di apprendimento sono basate sul disegno dal modello, la copia dall'antico, la resa degli effetti di luce e ombra, lo studio dei panneggi. 
Vasari sottolinea I'interesse di Leonardo fin dagli esordi per il "ritrar di naturale" e "far modegli di figure di terra": si trattava di affinare gli strumenti a sua disposizione per esercitarsi nell'osservazione del dato naturale o per cominciare a cogliere, come in "alcune teste di femine che ridono", quelli che nei suoi scritti avrebbe poi definito "i moti mentali".


 Leonardo fanciullo nella bottega del Verrocchio
Angiolo Tricca (1845 circa)
Borgo San Sepolcro, Palazzo delle Laudi

Nel 1472 Leonardo risulta iscritto al registro dei pittori della Compagnia di San Luca; questo significa che avent'anni era già in grado di accettare commissioni indipendenti.
Nel 1473 risale il disegno del Paesaggio della vallata dell'Arno, come la si può osservare dal Montalbano presso Vinci, che è la sua prima opera conosciuta. 
Ancora nella bottega del Verrocchio collaborò con lui al Battesimo di Cristo (Firenze, Uffizi); a questo episodio si riferisce l'aneddoto del Vasari, privo di fondamento storico ma significativo, sul maestro che vistosi superato dall'allievo "mai più non volle toccar colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui".
Fra le prime opere eseguite autonomamente vi sono: l'Annunciazione (Firenze, Uffizi), iI Ritratto di Ginevra Benci (Washington, National Gallery), alcune Madonne identificabili con la Madonna del garofano (Monaco, Alte Pinacoteche) e la Madonna Benois (San Pietroburgo, Ermitage), posteriore di qualche anno. 
Risale aI 1476 un processo per sodomia in cui Leonardo fu coinvolto e poi assolto insieme ad altri giovani legati all'ambiente delle botteghe di artisti e artigiani, ma anche dell'aristocrazia. Proprio al talento artistico e alle inclinazioni del giovane Leonardo sembra fare riferimento la Cronica rimata del pittore Giovanni Santi, il padre di Raffaello, che nomina Leonardo e il Perugino come "Due giovin par d'etade e par d'amori".
Nel 1478 ricevette il prestigioso incarico di eseguire la paIa d'altare per la cappella di San Bernardo in Palazzo Vecchio, opera che però non realizzò, forse anche per la grave situazione politica determinatasi proprio in quell'anno con la congiura dei Pazzi. 
Lorenzo de' Medici, salvatosi dai congiurati che avevano ucciso il fratello Giuliano, riuscì comunque a consolidare il suo potere e, con grande abilità politica e diplomatica, assicurò non solo a Firenze ma all'Italia intera un'epoca di pace e fioritura delle arti. 
Fu proprio il Magnifico a inviare Leonardo a Milano presso Ludovico Sforza, detto il Moro, con un iniziativa di carattere sia diplomatico che culturale; si trattava di un'ambasceria a cui Leonardo partecipò non in qualità di pittore ma di musico e inventore di una lira a forma di teschio di cavallo, "cosa bizzarra e nuova". 
Con la sua partenza a trent'anni, nel 1482, da Firenze alla volta di Milano, Leonardo lasciava incompiuta la grande tavola dell'Adorazione dei Magi (Firenze, Uffizi), come anche il San Gerolamo (Roma,Vaticano).


Leonardo - Ritratto di musico (1485 circa)
Milano, Pinacoteca Ambrosiana
Olio su tavola cm 44,7 x 32

Milano -  Oltre all'omaggio dell'insolito strumento musicale, Leonardo a Milano presenta a Ludovico il Moro una lettera in cui offre di entrare al suo servizio e illustra le proprie molteplici capacità. Si tratta di un documento in cui Leonardo dispiega l'intera gamma delle competenze che ritiene di aver maturato. L'elenco comprende diversi campi di attività: dall'ingegneria militare, che occupa gran parte del testo con la promessa di nuovi tipi di armi, carri e ponti, all'ingegneria civile, fino all'architettura, la scultura e la pittura. 
Emerge un Leonardo trentenne che scrive di sé consapevole del valore della propria versadlità: "secondo lavarietà de' casi, componerò varie et infinite cose...".
Alla corte del Moro, Leonardo rimane per i diciassette anni successivi: in qualità di ingegnere ducale realizza opere di idraulica, si occupa della regolamentazione delle acque con la sistemazione della rete dei navigli e concepisce anche il progetto di una città ideale distribuita su più livelli in base a un criterio di separazione delle diverse funzioni. 
La presenza di Leonardo alla corte sforzesca corrispondeva, inoltre, all'intento da parte di Ludovico il Moro di conferire prestigio al suo ducato dando vita a un raffinato ambiente umanistico. In questo clima ricco di stimoli intellettuali Leonardo sviluppa gli argomenti del Paragone con cui sostiene il primato della pittura nei confronti delle altre arti (poesia, musica, scultura). 
Nei manoscritti elabora allegorie, rebus, imprese, motti, facezie, favole, profezie con cui probabilmente intratteneva i suoi colti interlocutori a corte. È così che Leonardo viene a contatto con una serie di personalità di rilievo, come per esempio il Castiglione che lo nomina nel Cortegiano e dimostra di conoscere i suoi scritti del Paragone laddove celebra la nobiltà della pittura.
Nei primi anni a Milano Leonardo sottoscrive il contratto per dipingere la Vergine delle rocce, esegue il Ritratto di musico (Pinacoteca Ambrosiana), elabora una serie di progetti per il tiburio del Duomo. 
A corte allestisce apparati per celebrazioni di nozze e organizza numerose feste e spettacoli. In queste occasioni Leonardo metteva a punto dispositivi scenografici di sua invenzione, concepiti per suscitare la meraviglia degli spettatori. 
Nel 1490 ebbe luogo Ia celebre "Festa del Paradiso" in cui una complessa macchina teatrale da lui ideata riproduceva il cielo, i pianeti e le stelle con "effetti speciali" di movimenti scenici e giochi di luci.
Sempre per il Moro ebbe l'incarico di ritrarre prima la giovane Cecilia Gallerani nella Dama con I'ermellino, poi Lucrezia Crivelli nel Ritratto di dama (La Belle Ferronnière), e nell'ambiente di corte si parlava di lui come del nuovo Apelle capace, al pari del leggendario pittore greco, di sfidare la natura con la vita infusa nelle sue figure ("Di Firenze uno Apelle è qui condotto"). 
Durante gli anni milanesi Leonardo si dedicò assiduamente allo studio della figura umana e delle proporzioni del corpo: ne fa testo il celebre disegno dell'Uomo Vitruviano
Insieme all' approfondimento teorico, Leonardo comincia ad ampliare il campo delle sue ricerche sull'uomo con l'osservazione diretta attraverso l'anatomia, la fisiognomica e l'analisi del movimento.
Nel 1494 inizia una serie di disegni e studi preparatori per il Cenacolo, al quale lavorerà, nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie, fino al 1498. 
Al Castello Sforzesco esegue un altro genere di pittura murale con Ia decorazione della Sala delle Asse. 
Contemporaneamente, nel corso dell'ultimo decennio del Quattrocento, Leonardo porta avanti il progetto del grande monumento equestre a Francesco Sforza, padre del Moro, inteso come celebrazione della casata e anche come sfida tecnica senza precedenti: 
"Vedi che in Corte fa far di metallo / per memoria dil padre un gran colosso: / i' credo ferrnamente e senza fallo / che Grecia e Roma mai vide el più grosso". 
A parte il confronto con le sculture antiche, come il Regisole che Leonardo aveva ammirato a Pavia, il paragone si stabiliva con i monumenti equestri che proprio altri due fiorentini erano stati chiamati a realizzare nel Nord Italia: il Gattamelata di Donatello a Padova e il Colleoni, del suo maestro Verrocchio, a Venezia. 
Il modello di terra del cavallo che Leonardo aveva innalzato in Corte Vecchia era alto più di sette metri; già nel 1493 si preparava a procedere alla fusione dell'enorme quantità di metallo necessaria, un procedimento per il quale aveva previsto di impiegare tre fornaci contemporaneamente. Ma il colosso di argilla rimarrà tale. 
Nel 1499 Milano viene occupata dalle truppe del re di Francia Luigi XII. 
Leonardo, con gli occhi dello spettatore della storia, registra in un appunto il drammatico precipitare degli eventi: "il castellano fatto prigione / il Bissconte stracinato e poi morto el figliolo / [...] il duca perso lo stato e la roba e libertà / e nessuna sua opera si finì per Iui". 
L'ultimo riferimento è a se stesso, a quelle opere commissionate dal Moro che non porterà mai a compimento, prima fra tutte il cavallo: il grande modello di terra andò distrutto perché fatto bersaglio dei tiri dei soldati invasori.
Dunque, neI 1499, Leonardo si risolve a lasciare Milano e parte insieme all'amico Luca Pacioli. Il matematico Pacioli era arrivato alla corte del Moro tre anni prima, dopo aver stampato a Venezia la Summa de Arithmetica Geometria Proportioni et Proportionalità, un libro che fra l'altro Leonardo aveva subito acquistato, come risulta da una sua annotazione. 
L'incontro con Luca Pacioli corrisponde all'intensificarsi degli studi di matematica e geometria da parte di Leonardo che trova così un punto di riferimento per affrontare le questioni di natura teorica che caratterizzano sempre più le sue ricerche ("impara da maestro Luca"). 
Nel 1498 il Pacioli aveva terminato il trattato sulla Divina proportione e a Leonardo aveva chiesto di disegnare le illustrazioni con i solidi platonici, cioè i poliedri regolari, modelli ideali della perfezione intesa come armonia dei rapporti proporzionali. L'opera fu poi pubblicata a Venezia nel 1509; nella prefazione il Pacioli dichiara che i disegni "de tutti li corpi regulari [...] sono stati facti dal degnissimo pictore prospectivo architecto musico e de tutte le virtù doctato Lionardo da Vinci Fiorentino nella cità de Milano [...] donde poi d'asiemi [...] ci partemmo...".


Madonna dei fusi (1508) New York, collezione privata 

Mantova, Venezia, Firenze -  Leonardo partito da Milano si ferma inizialmente a Mantova dov'è accolto da Isabella d'Este; la duchessa posa per il disegno preparatorio di un ritratto che chiede a Leonardo per arricchire la sua preziosa colIezione d'arte. 
Il viaggio prosegue poi per Venezia dove il governo della Serenissima necessita di un piano di difesa per una zona, sulle rive dell'Isonzo, esposta all'attacco dei Turchi.
Leonardo prevede un sistema che integra fortificazioni, canali, chiuse e allagamenti. 
Prima di rientrare a Firenze, nel 1501, Leonardo potrebbe essere stato anche a Roma, come attesterebbe un suo appunto: 
"A Roma. A Tivoli vecchio, casa d'Adriano". 
Se poi non si riferisse a un effettivo viaggio, la nota rivelerebbe comunque un nuovo interesse da parte di Leonardo per l'esempio dell'antico: un riferimento essenziaIe per i suoi studi di architettura ma anche per Ia pittura che, proprio a partire dai primi anni del Cinquecento, rivela motivi d'ispirazione tratti dalla statuaria classica.
A Firenze, dopo un'assenza di quasi diciannove anni, Leonardo si stabilisce al convento dell'Annunziata. Qui lo raggiunge Pietro da Novellara a domandare notizie da parte di Isabella d'Este che è impaziente di ottenere una sua opera. Per lei il Novellara non ha notizie confortanti:
"Li suoi experimenti mathematici I'anno distracto tanto dal dipingere, che non può patire il pennello". 
Su commissione dei frati dell'Annunziata Leonardo è comunque impegnato nella preparazione di un cartone, per la pala dell'altare maggiore, raffigurante Sant'Anna, la Vergine e il Bambino con l'agnello.
Terminato il lavoro, narra il Vasari, Leonardo lasciò libero accesso al suo studio e pervedere il cartone, oggi perduto, accorsero "gli uomini e le donne, i giovani et i vecchi, come si va alle feste solenni, per veder le maraviglie di Lionardo, che fecero stupire tutto quel popolo". 
Dipinse anche la Madonna dei fusi, di cui oggi restano due versioni eseguite da allievi con probabili interventi del maestro. 
Ma l'anno seguente Leonardo, che ha raggiunto i cinquant'anni, è di nuovo in partenza.

Romagna e Montefeltro -  Dal 1502 è infatti aI servizio di Cesare Borgia, il figlio di papa Alessandro IV che mirava a riunire sotto il proprio dominio Romagna, Marche, Umbria e Toscana e a costituire così un forte e unico stato nelI'Italia centrale. 
Una personalità poliedrica come quella di Leonardo risultava funzionale alle mire espansionistiche del Borgia, il quale, perseguendo il proprio disegno con lucidità e spietatezza, dette l'esempio a Machiavelli per Il Principe.
Leonardo, in qualità di "Architecto et Ingegnero Generale", aveva il compito di sovrintendere all'intero sistema difensivo sparso sul territorio: fortificazioni, bastioni, mura di cinta, soprattutto nella zona del ducato di Urbino caduta nelle mani del Borgia. Uno speciale lasciapassare lo autorizza a muoversi liberamente e Leonardo viaggia, ispeziona, misura, fa rilevazioni e prende nota nel suo taccuino da tasca.


Tavola Doria (1503-1504) Anonimo
Copia della parte centrale del cartone leonardesco della 
Battaglia di Anghiari 

Firenze, Palazzo Vecchio

Firenze - Dopo un anno, nel 1503, abbandonato il Borgia alla sua impresa che sarà destinata al fallimento, Leonardo è nuovamente di ritorno a Firenze. Qui, fin dal 1494, i Medici sono stati cacciati ed è stata proclamata la Repubblica. Dopo la parentesi del riformismo radicale di Girolamo Savonarola, mandato poi al rogo, la città è ora retta dal gonfaloniere Pier Soderini, eletto nel 1502; il segretario della Repubblica fiorentina è Niccolò Machiavelli. 
Si progetta la decorazione della Sala del Maggior Consiglio in Palazzo Vecchio e Leonardo viene incaricato di dipingere la Battaglia di Anghiari
Nella stessa Sala, sulla stessa parete, ma nella metà di sinistra, sarà chiamato anche Michelangelo Buonarroti a dipingere la Battaglia di Cascina.
Contemporaneamente la Repubblica chiede a Luca Pacioli di realizzare i modelli dei suoi poliedri regolari. Nel programma iconografico le due Battaglie dovevano infiammare gli animi dei fiorentini alle virtù civili, mentre i modelli dei solidi platonici avrebbero ispirato il senso dell'armonia e dell'equilibrio. 
È al convento di Santa Maria Novella che Leonardo lavora al cartone preparatorio per la Battaglia di Anghiari; intanto, per l'esecuzione, mette a punto una tecnica sperimentale che ricorda l'encausto degli antichi, ma questa scelta si rivelerà fallimentare. 
Sulla parete della Sala eseguirà solo la scena centrale dell'intera figurazione che ha ideato, si tratta della zuffa di cavalli e cavalieri. Il gruppo, che Leonardo cominciò a colorire nel 1505, è documentato da alcune copie, disegni e dipinti fra i quali la Tavola Doria, eseguite quando la pittura di Leonardo era ancora visibile; ovvero prima di venire distrutta o nascosta dietro ai rifacimenti della Sala che nel 1563, per mano del Vasari, divenne l'attuale Salone dei Cinquecento.
Neanche Michelangelo realizzò la sua Battaglia, ma nel 1504 aveva terminato la statua del David e Leonardo fu chiamato a far parte della commissione che doveva deciderne la collocazione: la scultura simbolo della giovane Repubblica fiorentina venne posta proprio davanti alla facciata di Palazzo Vecchio.
Delle due grandi Battaglie commissionate a Leonardo e Michelangelo rimasero i cartoni, oggi perduti, che furono presi a modello dalle generazioni successive di pittori e costituirono un esempio di riferimento talmente autorevole da venire chiamati "la scuola del mondo".
Secondo la tradizione è in questi primi anni del Cinquecento che Leonardo comincia il ritratto di Monna Lisa del Giocondo (la Gioconda), opera alla quale continuerà a lavorare fino agli ultimi anni.


 Leda col cigno (1504 circa)
Incisione di Giovanni Vendramini del 1812,
tratta dall'originale prima del restauro

Rotterdam Museum Boymans-van Beuningen

Un altro dipinto a cui si dedica è la Leda, oggi perduta.
Rimangono le elaborazioni intorno a questo tema che Leonardo eseguì in una serie di studi. Inoltre, la fortuna del dipinto è attestata dalle numerose repliche cinquecentesche che ad esso si ispirarono; fra le più fedeli alla soluzione adottata da Leonardo è Ia versione conservata agli Uffizi (già Roma, collezione Spiridon).
A Firenze Leonardo approfondisce anche gli studi di geometria e trova nella ricca biblioteca del convento di San Marco quei trattati e manoscritti che gli servono per portare avanti le sue ricerche. 
Per Ia Repubblica fiorentina ipotizza la deviazione del corso dell'Arno, un intervento che avrebbe reso il fiume navigabile da Firenze alla foce e avrebbe anche favorito la conquista di Pisa togliendole Io sbocco al mare. 
Negli stessi anni esegue dissezioni anatomiche all'ospedale di Santa Maria Nuova e, contemporaneamente, sviluppa le sue ricerche intorno a uno dei temi che più lo affascinano: il volo. 
È I'epoca del Codice sul volo degli uccelli e dall'osservazione scientifica scaturisce l'ideazione di una macchina che doveva riuscire nell'impresa prendendo il volo da Monte Ceceri, a Fiesole, sulle colline intorno a Firenze. Ma Leonardo non riuscirà a realizzare il suo grande sogno tecnologico del volo umano.
Nel cartone della Sant'Anna, la Vergine, il Bambino e san Giovannino (Londra, Burlington House) appaiono temi figurativi che svilupperà negli anni successivi con i dipinti della Sant'Anna, la Vergine e il Bambino con l'agnello (Parigi, Louvre) e del San Giovanni Battista
Questi sono i quadri che Leonardo, insieme alla Gioconda, porterà in seguito sempre con sé.


Un disegno tratto dal Codice sul volo degli uccelli 

Milano - Già nel 1505 Leonardo riparte da Firenze per ritornare a Milano, dove il governatore francese che regge Ia città richiede una sua consulenza per progetti di architettura e ingegneria. In realtà Leonardo è ancora sotto contratto con Ia Signoria fiorentina per la Battaglia di Anghiari; si impegna quindi a rientrare nel giro di tre mesi ma non rispetterà la promessa. 
Nei due anni che seguono viaggia frequentemente tra le due città, prima di stabilirsi definitivamente a Milano. Lì conclude, con l'aiuto di assistenti, la seconda versione della Vergine delle rocce
Sul territorio lombardo compie accurati rilievi idrografici prospettando la canalizzazione dell'Adda. Lavora anche alla reafizzazione di un nuovo monumento equestre, quello di Gian Giacomo Trivulzio, maresciallo di Francia, ma nemmeno questa scultura verrà mai realizzata da Leonardo, nonostante il notevole ridimensionamento rispetto all'antico progetto per gli Sforza.
Soprattutto, durante questo secondo periodo milanese, Leonardo intensifica le sue ricerche di anatomia, conduce dissezioni insieme a Marcantonio della Torre, medico dell'Università di Pavia e nel 1510 prevede di completare un intero trattato sull'argomento "Questa vernata del 1510 spero spedire tutta la notomia".
Nel 1512 la Lega Santa indetta dal papa contro i Francesi porta alla restaurazione degli Sforza a Milano, l'anno dopo il cardinale Giovanni de' Medici è eletto papa.

Roma - È il 1533, Leonardo ha sessantun anni e si trasferisce a Roma dove Giuliano de' Medici richiede i suoi servigi. Figlio di Lorenzo il Magnifico, Giuliano è fratello del nuovo papa leone X nonché poeta e amante delle arti; gli dà ospitalità in Vaticano, nel Belvedere, dove Leonardo rimarrà per tre anni, impegnato prevalentemente in ricerche scientifiche e tecnologiche.
 Per conto di Giuliano si dedica a una serie di studi per la bonifica delle paludi pontine e progetta anche la creazione di un nuovo porto a Civitavecchia dove esamina gli antichi resti del porto romano. L'intensificarsi delle indagini sulle acque si riflette in questi anni anche nella serie di disegni che dedica ai Diluvi.
Leonardo appare sempre più assorbito dalla sua visione: si concentra intorno al tema dello sconvolgimento delle forze della natura e insegue I'evocazione di un passato remotissimo, di cui scopre le tracce nei fossili di Monte Mario. 
A Roma continua le sue dissezioni anatomiche, per le quali è però accusato di negromanzia. Così, Leonardo rimane appartato, e persegue la sua attività speculativa, in un luogo dove convergono, invece, talenti pragmatici come Bramante, che in Vaticano si occupa della grandiosa impresa della Fabbrica di San Pietro, o Michelangelo, che ha appena completato gli affreschi della volta della Cappella Sistina, e anche Raffaello, che ha dato proprio le fattezze di Leonardo alla figura di Platone dipinta nelle Stanze Vaticane.
Nel 1515 Leonardo realizza un meccanismo sorprendente: I'automa di un leone in grado di muoversi, avanzare, arrestarsi sulle zampe posteriori e infine aprire il petto mostrando al suo interno dei gigli di Francia. Il leone meccanico era infatti stato concepito proprio per celebrare il nuovo re francese Francesco I e fu spedito come omaggio da Firenze a Lione, dove ebbero luogo grandi festeggiamenti per I'ingresso del sovrano in città. Emblematicamente il leone alludeva, oltre che a Lione, anche a Firenze, che nel Marzocco ha per simbolo un leone, e ancora al papa Leone X, il quale mirava a ottenere l'amicizia del re francese ed era riuscito a sposare la zia di lui proprio con suo fratello Giuliano, protettore di Leonardo.


Leonardo da Vinci nel suo studio
(Gaetano Callani) 1872 circa
Parma, Biblioteca Palatina

Francia - La morte di Giuliano de' Medici, nel 1516, dovette contribuire alla decisione di Leonardo di accettare l'invito di Francesco I e trasferirsi quindi in Francia presso la sua corte ad Amboise, scde del Palazzo reale. Lì vicino, a Cloux, il re gli offre come residenza il piccolo castello di Clos-Lucé dove Leonardo si stabilisce insieme ad alcuni allievi, rimanendovi per quasi tre anni, fìno alla morte. II re lo nomina "Premier peintre & ingégnieur & architecte du Roy, méchanicien d'estat, & c.". 
Per lui Leonardo pianifica interventi sui corsi d'acqua che interessano la Loira e progetta una reggia da edificare a Romorantin. La concepisce come una residenza-città con sistemi di canalizzazione che avrebbero alimentato un moderno sistema di acque correnti, oltre che le fontane dei giardini e un bacino per tornei acquatici. 
Anche alla corte di Francia Leonardo si occupa dell'allestimento di feste e celebrazioni ideando scenografie e macchine teatrali, e il suo celebre automa del leone semovente era ancora utilizzato nel corso delle rappresentazioni.
Aveva portato con sé dall'Italia la Gioconda, la Sant'Anna (Louvre), il San Giovanni Battista, ai quali continuava a lavorare nel corso degli anni; ma altrimenti sembra che ormai, nell'ultimo periodo in Francia, Leonardo non dipingesse più, anche se instancabilmente seguitava a disegnare e a registrare annotazioni nelle sue carte.
II cardinale Luigi d'Aragona gli rende visita nel 1517 e il suo segretario descriverà l'incontro con il vecchio Leonardo desideroso di dare notizia della mole ingente delle sue ricerche, e del tesoro di conoscenze custodite nei suoi manoscritti: "et già lui disse haver facta notomia de più de xxx corpi tra mascoli et femine de ogni età. Ha anche composto de la natura de l'acque, de diverse machine et d'altre cose, secondo ha referito lui, infinità de volumi...".
Con il testamento redatto in data 23 aprile 1519 Leonardo, che ha da poco compiuto sessantasette anni, nomina suo esecutore l'allievo prediletto Francesco Melzi; è a lui che lascia tutti i disegni, i manoscritti, gli strumenti che aveva con sé.
Leonardo muore appena dieci giorni dopo, il 2 maggio 1519. Venne sepolto, secondo la sua volontà, in una chiesa di Amboise dal nome significativo: Saint-Florentin. La chiesa fu poi gravemente danneggiata durante le guerre di religione e definitivamente distrutta nel 1808. 
In seguito venne registrato il rinvenimento di alcuni frammenti di una pietra che recava Ia scritta "LEO... INC.../... EO... DUS VINC..." e anche di un grande scheletro: i resti di Leonardo oggi perduti.
Rimane la leggenda che lo vede spirare tra le braccia di Francesco I. Storicamente l'evento non ebbe luogo, perché il re si trovava altrove e il Melzi lo raggiunse portandogli la notizia, ma certo il sovrano francese, che fu il suo ultimo mecenate ed estimatore, dovette conservare di Leonardo un vivido ricordo pieno di ammirazione e di stupore. Lo testimonia Benvenuto Cellini, il quale, più di vent'anni più tardi, quando si trovava al cospetto del re Francesco lo sentì ricordare il grande maestro e dichiarare che mai "altro uomo fusse nato al mondo che sapessi tanto, quanto Lionardo, non tanto di pittura, scultura et architettura, quanto che egli era grandissimo filosofo".
Un eredità inscindibile dalla figura di Leonardo, quella legata all'inesauribile ricerca della conoscenza e che corrisponde alla sua concezione dell'artista, del pittore, per il quale rivendicò I'universalità e le facoltà illimitate dell'uomo del Rinascimento: 
"Se 'l pittore vol vedere bellezze che lo innamorino, lui è signore di generarle, e se vol vedere cose mostruose che spaventino, o che sieno buffonesce e risibili, o veramente compassionevole, lui n'è signore e dio. [...] Et in effetto, ciò, ch'è nell'universo per essenzia, presenzia o immaginazione, esso l'ha prima nella mente, e poi nelle mani...".


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MADONNA DEL GAROFANO (Alte Pinakothek, Monaco) - Leonardo da Vinci

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MADONNA BENOIS - Leonardo da Vinci 

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LA VERGINE DELLE ROCCE (Louvre, Parigi) - Leonardo da Vinci

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