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venerdì 22 giugno 2018

TAOISMO - 道教 - Taoism (Tao-te-ching)



TAOISMO

Che cos'è il taoismo? Questo interrogativo era posto alcuni decenni fa da Herlee G. Creel, uno studioso americano di filosofia cinese che, in un suo mirabile saggio così intitolato, arrivava a concludere che con tale generico termine non si poteva definire tanto una singola scuola di pensiero quanto, invece, un complesso sistema di dottrine fiorite nell'antica Cina. 
Generalmente gli specialisti distinguono un primitivo taoismo filosofico (tao-chia) da un successivo taoismo religioso (tao-chiao), quest'ultimo definito da Creel come taoismo hsien o taoismo dell'immortalità.Il primo, a detta della tradizione cinese, risalirebbe al VI-V secolo a.C., mentre il secondo sarebbe apparso qualche secolo più tardi.
Il taoismo prende il nome dal carattere cinese tao.
Ma se Creel si chiedeva che cosa fosse il taoismo, che cos'è prima di tutto il tao? Tao è un carattere cinese, composto graficamente dall'unione di due segni, uno dei quali significa "andare" e l'altro "testa"; è un carattere antico, ma non così antico come molti altri che risalgono al secondo millennio avanti l'era volgare; con valore di nome proprio è attestato per la prima volta su vasi sacrali di bronzo dell'inizio della terza dinastia cinese, i Chou (XI-III secolo a.C.).
Successivamente, in testi filosofico-letterari pre-taoisti, esso assume i significati di "via", "strada", "metodo", "principio", "mostrare la via", "guidare", "spiegare", "parlare". 
Nei testi taoisti si parla ovviamente di tao; è il primo principio, il creatore dei diecimila esseri (wan-wu), uno solo dei quali è l'essere umano. Ma il tao, come avverte Lao-tzu nel Il libro della virtù e della via, non può essere definito. Se è vero che tao significa anche "spiegare" o "parlare", è altrettanto vero che esso non può essere spiegato; la sua dottrina va insegnata e trasmessa "senza parole", va intuita, pensata, meditata. 
Molti secoli più tardi, quando nasce in Cina una scuola buddhista detta ch'an (o meditazione), che, successivamente, in Giappone sarà detta zen, il maestro, invece di spiegare cosa sia il Buddha ai discepoli, fa raggiungere loro l'illuminazione (wu, in giapponese satori) con una randellata o con un paradosso; si è parlato di influenza taoista sul buddhismo ch'an e, certamente, le due dottrine hanno in comune il fatto che entrambe rifiutavano alcune definizioni o spiegazioni ritenute non necessarie se non addirittura impossibili.




Il tao è anche una summa oppositorum, il punto o il momento in cui tutti i contrari si incontrano e si completano nella loro diversità; è l'insieme dell'essere e del non-essere, del principio maschile e di quello femminile, di luce e di ombra, di forza e di debolezza, di caldo e di freddo; è I'armonia di tutti i contrasti, di tutto ciò che si alterna, della vita e della morte, che anch'esse naturalmente si alternano. Guai a opporsi o a contrastare il tao. Guai a cercare di raggiungerlo con il ragionamento, con lo studio, con l'azione. La forza dell'acqua è nel suo scorrere passivo e inarrestabile; tale passività è, al tempo stesso, la debolezza e la forza dell'acqua. Occorre che ogni cosa segua il suo corso; ne deriva la necessità per l'uomo di non agire, non fare (wei wu wei) o, per meglio dire, agire senza agire, distaccandosi dal mondo contingente, di rinunziare a qualsiasi ambizione sia essa culturale o politica. 
I maestri taoisti insegnavano a isolarsi dal mondo, a praticare l'ascetismo, a vivere come eremiti nei boschi o sulle montagne. Nella pratica questo ideale taoista di vita appartata rimaneva un sogno, tranne in pochi casi come quello del letterato poeta Tao Yuanming (365?-427) che si ritirò dalla vita pubblica per coltivare crisantemi e comporre poesie. Uno dei capiscuola taoisti, Chuang-tzu, aveva avvertito in uno dei suoi paradossi che il mglior modo per isolarsi eta quello di "seppellirsi in mezzo al popolo", e uno scrittore taoisteggiante del II secolo a.C., Tung-fang Shuo, altrettanto paradossalmente aveva affermato che il modo migliore per ritrovarsi soli era quello di confondersi alla folla di una corte. Il paradosso diventerà una maniera usuale di esprimersi dei taoisti; così Chuang-tzu poteva dire che "non c'è né la morte né la vita e, quindi, non muore colui il quale perde la vita e non vive chi preserva la vita".
Il mitico fondatore del taoismo era ritenuto Lao-tzu, che si voleva essere vissuto fra il VI ed il V secolo a.C. Scarsi sono i dati biografici, che sconfinano spesso nell'agiografia e nel simbolismo, come, ad esempio, con la leggenda della lunga gestazione della madre, che lo avrebbe portato nel ventre per 81 anni, perché altrettanti sono i capitoli dell'opera a lui attribuita. I taoisti raccontavano anche di un suo incontro con il giovane Confucio, il quale, al cospetto del Vecchio Maestro, avrebbe fatto autocritica. Ma la leggenda più nota è quella riguardante Lao-tzu che, a cavallo di un bufalo, abbandona la Cina e si dirige verso occidente; a un passo di frontiera, su richiesta di un doganiere, avrebbe consegnato come
retaggio il testo del suo libro.
Il libro, che intorno all'era volgare era noto in Cina con il nome del suo presunto autore, Lao-tzu, in età successiva prese il titolo di Tao-te-ching (o "Classico della Via e della Virtù"). Considerato come il primo testo classico taoista, esso forma, assieme ad altre due opere che parimenti traggono il titolo dai loro veri o presunti autori Chuang-tzu e Lieh-tzu, la triade dei libri del taoismo filosofico. La tradizione li voleva composti in questo ordine cronologico, ma un esame filologico linguistico colloca come opera più antica quella di Chuang-tzu e come opera seconda il Tao-te-ching. Mentre i Chuang-tzu e il Lieh-tzu, analogamente a opere filosofiche di altra scuola, sono raccolte di aneddoti, apologhi, discussioni, l'opera attribuita a Lao-tzu ha un carattere più unitario. È un testo abbastanza breve, composto da poco più di cinquemila caratteri, redatto in forma spesso allusiva e, per certi aspetti, di non immediata comprensione.
Le edizioni sinora note di tale opera erano state più volte commentate dal III secolo a.C. sino all'età moderna; si conoscono addirittura oltre 200 commenti, il che ci dimostra la difficoltà di interpretare un testo spesso fin troppo oscuro. AI tempo stesso è sicuramente l'opera cinese più tradotta in quasi tutte le lingue occidentali. Gli 81 capitoli in cui si articolava erano distribuiti in due sezioni, quella appunto che si riferiva alla Via (Tao) e quella della Virtù (Te).
Tutte le edizioni cinesi e tutte le traduzioni seguivano tale ordine dei capitoli. Nel 1973, in occasione di scavi archeologici che portarono alla luce alcune tombe della dinastia Han nei pressi della località di Ma-wang-tui (vicino a Ch'angsha, nella provincia dello Hunan), furono ritrovati manoscritti taoisti vergati a inchiostro su seta. Fra essi c'erano due versioni del testo ancora intitolato Lao-tzu. Altri manoscritti, tutti racchiusi in una cassa di legno laccato, comprendevano testi astrologici, geografici, storici, medici, filosofici. In un documento ritrovato nella tomba n. 3 era scritto che la tomba era stata scavata nel 12° anno dell'era Chien-yuan corrispondente al nostro 168 a.C., durante il regno dell'imperatore Wen della dinastia degli Han Anteriori. Le due versioni sono redatte in diverso stile calligrafico: la prima è scritta in "piccoli caratteri" (hsiao-chuan) su seta molto rovinata, copiata, a detta degli specialisti cinesi, poco prima del 206 a.C., l'anno di inizio della dinastia; la seconda è scritta nella "grafia degli scribi" (li-shu); è meglio conservata e comprende 5.467 caratteri, ovvero 467 parole in più del testo tradizionale; sarebbe stata copiata all'inizio della dinastia Han, durante il regno dell'imperatore Kao-tsu (206-195 a.C.).


sabato 20 settembre 2014

LA RELIGIONE DEL SANGUE - Un nuovo regno (The religion of blood - A New Kingdom)


L'annuncio di un "nuovo regno" nelle sanguinose rivolte degli schiavi

La religione dei ceti dominanti, nella società classica, escludeva gli schiavi dai benefici del culto ufficiale, in questa vita, e da ogni partecipazione ai privilegi della sopravvivenza individuale o collettiva, nell'al di là. E' noto che per un ricco signore del mondo greco-romano l'idea stessa della sopravvivenza personale era strettamente legata a quella della sopravvivenza delle classi: il servo "terreno" avrebbe dovuto continuare a servire il padrone anche nell'oltretomba o, nel migliore dei casi, restare escluso per sempre da ogni pretesa all'immortalità, quando questo concetto incominciò a prevalere. Quanto più, infatti, gli uomini perdevano fiducia nell'eternità delle strutture economiche e sociali del loro mondo, tanto più sentivano il bisogno di eternarsi almeno come individui e cadevano vittime dell'illusione di una esistenza ultraterrena.


I CULTI SERVILI

Per Io schiavo, invece, nessuna speranza, nè in questa vita nè nell'altra. Ciò spiega il grande successo e la rapida diffusione dei culti non ufficiali dell'antichità, a partire dal VI secolo circa della vecchia era, in tutto il mondo mediterraneo. I fedeli di Dioniso e di Orfeo, di Cibele e di Atti, di Adone e di Osiride, di Mitra e di Cristo potevano farsi "iniziare" a questi differenti culti senza che le differenze di classe contassero in modo determinante; segno, tra I'altro, che nella ferrea compagine del sistema basato sulla schiavitù si stavano già manifestando le prime crepe. 
I rapporti tra padroni e schiavi, nella vita sociale, restavano immutati; ma di fronte alle promesse del nuovo culto tutti diventavano per il momento eguali. Questo è il vero senso, sia detto per inciso, delle famosa espressione evangelica, "in Gesù Cristo non c'è più nè schiavo nè libero", che troppo spesso viene ancora interpretata come una riprova del carattere progressivo e liberatore del cristianesimo primitivo, sul terreno dei rapporti sociali.
Come in tutti gli altri culti servili,dell'antichità classica, anche nel cristianesimo il progresso e la liberazione restavano limitati al mondo dell'irrealtà, dell'illusione; le classi restavano immutate e immutati i duri rapporti tra servi e padroni. 
Il regime basato sulla schiavitù stava decadendo, è vero, e sarebbe ben presto stato sostituito dal sistema feudale; ma ciò accadeva per motivi del tutto indipendenti dalla volontà degli uomini e soprattutto dall'ideologia religiosa. 
Il cristianesimo, in tutto ciò, non c'entra minimamente. Esso stesso, anzi, era semplicemente un riflesso, nella mente degli uomini, del processo di disfacimento economico e sociale che si stava verificando all'interno della società schiavistica.


LE INSURREZIONI DEGLI SCHIAVI

Ben più importanti di ogni ideologia, sulla strada del processo storico che ha portato al vittorioso prevalere del culto cristiano su tutti i culti ufficiali dell'antichità, sono state le esperienze che milioni e milioni di schiavi, di oppressi, di diseredati ebbero il modo di fare, nella vita di ogni giorno e nello stesso campo della lotta di classe.
Non è vero che gli schiavi abbiano sempre accettato supinamente le loro atroci condizioni di sudditanza.
Gli storici del mondo classico hanno cercato di cancellare ogni traccia delle eroiche insurrezioni e rivolte servili degli ultimi secoli prima di Cristo, soprattutto dopo la "grande paura" della guerra condotta da Spartaco contro Roma alla vigilia tiella caduta della repubblica; ma non tanto che non sia possibile, anzi doveroso, per Io storico moderno, ristabilire nei suoi giusti limiti la verità.
E la verità è che le rivolte degli schiavi assunsero a volte I'aspetto di spontanee e ingenue rivoluzioni sociali, anche se la coscienza di classe era estremamente vaga e I'ideale più avanzato della lotta era quello di un semplice rovesciamento dei valori, che avrebbe fatto degli schiavi i padroni e dei padroni nuovi schiavi. Nè poteva essere diversamente, mancando ancora la prospettiva di un nuovo sviluppo delle forze produttive. Solo la classe che, liberando se stessa, porta anche agli altri la liberazione e schiude nuove vie al progresso della tecnica e dell'economia, può aspirare ad avere il sopravvento sul peso morto del passato.
Anche per questo, le principali rivolte di schiavi dell'antichità finirono, oltre che nella sconfitta militare, nelle nebbie del misticismo e dell'evasione religiosa. 
Quanto più la mano crudele dei padroni, dei dominatori, si abbatteva sui rivoltosi, tanto più le masse dei servi cercavano rifugio nei riti e nei miti che promettevano loro un'emancipazione almeno in un'altra vita. La cosa è chiarissima, se seguiamo la evoluzione di queste rivolte dai primi tentativi del III e II secolo a.C., soprattutto in Italia, dove il sistema della schiavitù stava giungendo al suo sviluppo massimo, sino alle guerre servili siciliane del
135-101 a.C.; alla grande insurrezione di Aristonico, in Asia Minore, dal 133 al 130; alla rivolta di Spartaco nell'Italia meridionale e a quella capeggiata da Savmak, nelle zone costiere del Mar Nero messe nella sua giusta luce dagli studiosi sovietici dell'antichità.


IL REGNO MESSIANICO

Tito Livio, in vari passi dei libri XXXII, XXXIII e XXXIX delle sue Storie, ci parla di episodi insurrezionali di schiavi nel Lazio, a Sezze, a Norba,  al Circeo, a Preneste, in Etruria e nell'Apulia, a partire dalla fine della seconda guerra punica, che vide concentrarsi una ingente massa di schiavi, in prevalenza di origine punica o siriaca, nei possedimenti romani. 
La punizione normale, domata la rivolta, era la condanna a morte per fustigazione o sulla croce dei capi e dei principali responsabili; in qualche caso, lo sterminio in massa, 500 schiavi a Preneste, 7.000 nell'Italia meridionale nel 185 a.C., cento anni prima di Spartaco.
L'elemento religioso, sino a questo momento, non è ancora visibile.
Ma già nelle due rivolte siciliane - che impegnarono alcune centinaia di migliaia di schiavi, costarono perdite enormi ai romani in uomini e in beni e riuscirono a tenere in scacco i migliori generali del tempo, per poco meno di 40 anni, a partire dal 140 a.C. - ci troviamo di fronte ti tutta una serie di fatti nuovi.

Nei frammenti superstiti dello storico Diodoro Siculo, che utilizzava per il suo racconto delle fonti originali di parte servile, completamente perdute, i capi dell'insurrezione ci vengono presentati come dei profeti-re (è stato fatto da alcuni il paragone con la storia di Giovanni il Battista e con quella dello stesso Cristo, secondo alcune tradizioni), che si circondano di manifestazioni miracolistiche e annunciano una specie di "nuovo regno", che ha molte caratteristiche in comune con il "regno messianico" e il "regno dei cieli" della letteratura biblica e di alcuni dei più antichi testi cristiani. 
Accanto ad Eunoo, il leggendario capo della prima rivolta siciliana del 135 a.C., troviamo una profetessa sira, della sua stessa origine, iniziata verosimilmente ai misteri orientali; Salvio e Atenione,  che si misero alla tesa della seconda rivolta, nel 104 a.C., pure di origine sira o cilicia, erano esperti nell'arte degli aruspici e si facevano annunciare dagli dei, come "re predestinati", o messia.

Accanto a Spartaco, pochi decenni più tardi, troveremo, secondo le testimonianze di molti storici contemporanei, una vigile profetessa tracia, che era iniziata ai "misteri di Bacco", cioè al culto dionisiaco, sorto precisamente in Tracia, e che pretendeva, come i primi apostoli cristiani, di ricevere speciali rivelazioni divine.

Siamo dunque su un terreno familiare agli storici delle origini cristiane, anche se I'elemento della guerra combattuta, della rivolta armata, prevale ancora sull'aspetto mistico e puramente religioso. 
Ma ancora più interessante, su questo stesso terreno, è la storia della rivolta degli schiavi di Pergamo, in Asia Minore, verso il 133 a.C., capeggiata da Aristonico, sognatore di uno Stato "senza servi nè padroni" che egli chiamerà, diciassette secoli prima del nostro grande Campanella, la Città del Sole.


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martedì 16 settembre 2014

GIUDAISMO (Judaism)

  
NASCE IL GIUDAISMO
fra le tribù erranti della Palestina

Non è facile abituarsi a pensare che tra la religione del popolo ebraico e la religione cristiana i rapporti sono molto meno stretti, storicamente parlando, che non per esempio, tra il Cristianesimo primitivo e i vari culti di salvezza o di mistero, nati negli ultimi secoli dell'era antica in seno al paganesimo greco-romano. 
Ed è forse più difficile ancora accettare il concetto che il Giudaismo e il Cristianesimo non costituiscono affatto due fasi di sviluppo di una stessa religione, di cui l'una evolva ideologicamente e cronologicamente nell'altra. Eppure esse rappresentano due religioni parallele, sorte nello stesso periodo storico, e cioè nell'epoca del passaggio dalla società schiavista alla società basata sulla servitù della gleba, alla società feudale.
Sono naturalmente i primi capitoli del Vecchio Testamento, la parte più antica della Bibbia, che hanno determinato la convinzione popolare dell'origine remotissima della religione e del popolo ebraico, perchè si iniziano con la storia mitologica della creazione del mondo.
A parte il fatto che tutte le religioni pretendono di richiamarsi alle origini stesse della vita sulla terra, la verità è che gli scritti più antichi della Bibbia, pur riferendosi a tradizioni e a miti anteriori, sono dovuti ad una elaborazione molto più recente e risentono di evidentissime influenze egiziane, assire, babilonesi, persiane e persino elleniche. 
Il Genesi, l'Esodo e gli altri libri considerati antichissimi della Bibbia non ci danno nessuna documentazione diretta sulle stesse origini storiche del popolo ebraico. Essi ci riferiscono semplicemente quello che su queste origini si credeva in Palestina, tra il VI e il IV secolo avanti Cristo, e cioè grosso modo nello stesso periodo che ha visto fiorire la letteratura della Grecia classica e iniziarsi la letteratura latina.

La storia del popolo ebraico, contrariamente a quello che comunemente si crede, non è affatto una delle più antiche. Si tratta di una storia infinitamente complessa, alla quale hanno contribuito le civiltà più varie dell'oriente: i Fenici, i Babilonesi eredi della cultura sumerica, gli Egiziani, gli Egei e gli Ittiti, senza parlare delle stesse genti indoeuropee, il cui contributo alla primitiva religione di Israele è più importante di quanto non si sia sino ad oggi pensato.
I primi documenti storici nei quali si fa menzione degli Ebrei sono del secolo XIV a.C., all'epoca di Amenhotep IV. Il nome collettivo di Israele, attribuito alle popolazioni dimoranti in Palestina, s'incontra per la prima volta in un'iscrizione egiziana, del 1225 a.C. circa. 
Ora, sta di fatto che popolazioni e genti di lingua e civiltà profondamente diverse, le une di origine semitica (Cananei, fenici) e le altre probabilmente di derivazione indo-europea (i Filistei), abitavano già da secoli la Palestina, prima che gli Ebrei penetrassero violentemente, con le armi, in quella piccola fascia di terra che si estende tra il deserto arabico a oriente e il Mediterraneo a occidente, tra le catene montagnose della Siria a nord e i limiti estremi del territorio egiziano (deserto idumeo) a sud. 
Lo stesso nome di Palestina, che originariamente stava ad indicare soltanto la piccola fascia costiera, da Giaffa in giù, e venne dato in seguito per estensione a tutta la regione, significa letteralmente il paese dei Filietei.
L'occupazione ebraica della Palestina rientra quasi certamente nel complesso di quei grandi spostamenti di tribù e di genti che hanno avuto luogo nel corso del XII secolo avanti Cristo e che segnano, tra l'altro, il passaggio di larghi aggruppamenti umani dal nomadismo alla vita sedentaria, dalla pastorizia ad una forma rudimentale di agricoltura, in seguito alla scoperta di nuovi strumenti di produzione (passaggio dagli utensili di pietra a quelli metallici).
A questo stesso periodo risalgono le celebri invasioni degli Hiksos, di cui si sa ancora cosi poco, le migrazioni doriche in Grecia e delle tribù italiche nella nostra penisola.
E' il periodo in cui si precisa e si accentua il regime sociale della schiavitù, ancora poco noto presso i popoli nomadi, obbligati a spostarsi continuamente e poveri di mezzi alimentari, largamente diffuso, invece, presso i popoli che incominciano a dedicarsi sistematicamente all'agricoltura.
Si è spesso osservato che nei libri sacri degli Ebrei le condizioni degli schiavi appaiono incomparabilmente meno gravi che non nel mondo greco e soprattutto nel diritto romano ("Non consegnerai al padrone lo schiavo che cerca rifugio presso di te", nel Deuteronomio, XXIII, 15...., "Non terrai schiavo in perpetuo il tuo fratello impoverito che si vende a te, ma solo fino all'anno del Giubileo", in altre parole la liberazione degli schiavi di razza ebraica ogni 50 anni, nel Levitico, XXV, 42 e ss.).
La osservazione è esatta: ma essa non va attribuita a particolari motivi d'indole morale o religiosa, bensì al permanere di tradizioni e leggi che si riferiscono al periodo iniziale della storia del popolo ebraico, quando prevalevano le forme della vita nomade e pastorale.
Le popolazioni ebraiche facevano verosimilmente parte di quelle tribù erranti, del tipo dei beduini, ancora oggi localizzate nel deserto arabico, che si spostavano continuamente verso la costa, in cerca di un territorio su cui potersi finalmente fermare, e in aspra lotta con le tribù che già precedentemente si erano fissate sugli stessi luoghi, esercitandovi l'agricoltura e forme più sviluppate di allevamento di bestiame.
Il carattere combattivo di queste popolazioni è dimostrato dall'etimologia del loro stesso nome tribale, Israele, una delle designazioni più tipiche sotto le quali esse si presentano alla storia, significa molto probabilmente "colui che combatte", "colui che vince", il "guerriero". 
La tradizione biblica vuole che l'eroe nazionale Giacobbe, considerato il padre di 12 tribù, mutasse il suo nome in quello di "Israele " dopo essere uscito vittorioso dalla sua partita di lotta con I'angelo di Dio, o meglio con Dio stesso (Genesi, XXXII, 24, e seguenti); ma si tratta evidentemente di un tentativo posteriore di dare una spiegazione mitologica di un nome non più giustificato dai fatti.
Anche il termine di Ebreo, che è forse ancora più antico, ma è entrato nell'uso comune soltanto in epoca più recente, potrebbe significare "nomade, il razziatore", secondo una etimologia scientificamente accettata oggi da molti studiosi; o anche, secondo altri, "colui che abita al di là del fiume" (Ibri), sia esso il fiume Giordano in Palestina o l'Eufrate in Mesopotamia,
Quanto al termine di Giudei,  che spettava in origine soltanto ad una delle tribù di Israele, quella di Giuda o Yeudi, e più tardi dato per estensione all'intero popolo ebraico, dopo la distruzione del regno meridionale, , con capitale Gerusalemme, da parte dei Babilonesi, nel 586 a.C., bisogna osservare che esso non aveva affatto, nell'antichità, quell'inflessione scioccamente spregiativa con cui è passato in molte lingue moderne: è sotto il nome di "Giudei", anzi, che la letteratura classica ha conosciuto il popolo degli Ebrei ed il termine di Giudaismo è tuttora quello più appropriato per indicare la loro religione, che si è precisamente formata a partire dal VII-VI secolo dell'era antica, dopo la perdita dell'indipendenza nazionale.
Va infine osservato che l'attuale Stato ebraico, sorto nel secondo dopoguerra in Palestina, ha preso l'antichissimo nome di Israele e come tale è oggi conosciuto nel mondo.
E la guerra continua.........


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lunedì 15 settembre 2014

PICCOLO GLOSSARIO ISLAMICO (Small glossary Islamic)


PICCOLO GLOSSARIO ISLAMICO

Abtar: "mutilato", detto di uomo senza prole.

Adab: usanze, educazione, galateo musulmani.

Aman: garanzia di protezione.

Ansar: ausiliari. Appellativo degli abitanti di Medina seguaci del Profeta.

Asabiyya: solidarietà di gruppo.

Aya (plurale Ayat): versetto del Corano.

Banu: figli di; estensione, clan, tribù.

Burda: mantello.

Coranorecitazione solenne (vedi Quran).

Dabira: parte posteriore dell'elmo.

Dhu al-higga: dodicesimo e ultimo mese del calendario musulmano.

Dhu al-qada: undicesimo mese del calendario musulmano.

Ègira: vedi Higra.

Ghanima: bottino, preda di guerra.

Gihad: sforzo verso uno scopo, in senso lato; in particolare, sforzo bellico, guerra.

Gizya: imposta di capitazione che grava su ebrei e cristiani, secondo il diritto islamico.

Giumada al-akhira: sesto mese del calendario musulmano.

Giumada al-ula: quinto mese del calendario musulmano.

Hadith: narrazione di detti e azioni memorabili del Profeta.

Hagg: pellegrinaggio alla Mecca; uno dei "pilastri" dell'Islàm.

Hanif: eremiti arabi che, prima dell'avvento dell'Islàm, tendevano al monoteismo pur senza essere né ebrei né cristiani.

Higra: emigrazione dalla Mecca a Medina; in italiano, "ègira".

Islàm: sottomissione alla volontà di Dio.

Kafir (plurale kafirun): infedeli; designa gli abitanti della Mecca che si opponevano all'Islàm.

Kahin: indovino.

Khandaq: fossato, trincea, parola di origine siriana.

Kharag: tassa fondiaria pagata da ebrei e cristiani.

Khutba: il sermone dell'imam.

Kuttab: scuola coranica.

Liwa: l'insegna del comandante di un esercito.

Mesgid: moschea (vedi scheda).

Mazdei: adepti al mazdeismo, la religione dei Magi al tempo dell'Impero sassanide in Persia.

Mihrab: nicchia ricavata in una parete della moschea, orientata verso la quibla, cioè in direzione della Mecca (vedi scheda).

Minbar: pulpito della moschea (vedi scheda).

Muallaqa (plurale Muallaqat): poesia appesa al muro, secondo l'usanza preislamica.

Muezzin: colui che chiama alla preghiera.

Mufakhara: gara poetica.

Muhagir (plurale Muhagirun): emigrati; indica i primi compagni del Profeta stabilitisi a Medina.

Muharram: primo mese del calendario musulmano.

Mumin (plurale  Muminun): i beneficiari del patto di fiducia detto Aman (Vedi).

Munafiq (plurale Munafiqun): gli ipocriti, cioè i medinesi che facevano solo finta di credere.

Muslim (plurale Muslimun): musulmano.

Nabi (plurale Anbiya): Profeta.

Qasida: poesia, genere poetico.

Qibla: direzione della Mecca, verso cui orientare la preghiera (vedi scheda).

Quran: recitazione solenne; in italiano, "Corano".

Quraysh: letteralmente, "piccolo squalo"; denominazione del principale clan della Mecca.

Rabi al-akhir: quarto mese del calendario musulmano.

Rabi al-awwal: terzo mese del calendario musulmano.

Ragiab: settimo mese del calendario musulmano.

Ragiaz: metro poetico.

Ramadan: nono mese del calendario musulmano.

Raya: insegna, stendardo.

Rifada: carica onorifica della Mecca, relativa all'approvvigionamento di derrate alimentari ai pellegrini.

Safar: secondo mese del calendario musulmano.

Salat: preghiera; uno dei "pilastri" dell'Islàm.

Samar: serate, veglie tra la fine del pasto serale e il momento di andare a dormire.

Sawm: digiuno; uno dei "pilastri" dell'Islàm.

Sciita: partigiano di Alì, cugino e genero del Profeta.

Shaban: ottavo mese del calendario musulmano.

Shahada: professione di fede; uno dei "pilastri" dell'Islàm.

Shahid: martire, testimone di Dio.

Shawwal: decimo mese del calendario musulmano.

Siqaya: carica onorifica della Mecca, relativa all'approvvigionamento d'acqua ai pellegrini.

Suq: mercato.

Sura: capitolo del Corano, che ne contiene 114.

Sunna: tradizione; l'insieme degli hadith relativi a Maometto.

Umma: comunità dei credenti.

Zakat: imposta, decima; uno dei "pilastri" dell'Islàm.




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