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giovedì 25 giugno 2009

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL (The Confessions of Felix Krull) Thomas Mann

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL Thomas Mann


Thomas Mann (1875-1955), premio Nobel per la letteratura nel 1929, é un esempio di romanziere che tenta ripetutamente, nella sua ampia produzione letteraria, la strada del grande affresco meditativo. I suoi romanzi sono, soprattutto, delle vaste riflessioni sulla condizione dell'uomo e sui conflitti che di continuo insorgono tra 1e opposte concezioni della vita e della società. Il mondo che egli descrive è tutto caratterizzato dalla grande crisi di valori che investe la cultura occidentale nel passaggio dall'Ottocento al Novecento, quando le trasformazioni sociali imposte dalla rivoluzione industriale sembrano mettere in dubbio la stessa sopravvivenza della piccola e privilegiata cerchia aristocraticoborghese, che continuava a consumare la propria esistenza entro un complicato e ritualizzato 'galateo'. L'eleganza innata, la cultura enciclopedica e raffinata, appaiono ormai destinate ad un numero di persone sempre più esiguo. L'ultimo erede di questo grande patrimonio di conoscenze e di 'stile' diviene, per Mann, l'artista..., ossia colui che di continuo sperimenta dolorosamente su di sé il proprio irrimediabile distacco dal mondo, dalla vita vera. Schiacciato dal peso della propria amara consapevolezza, l'artista non riesce mai a partecipare di quelle intense gioie che l'esistenza regala a chi sa abbandonarsi ad essa ingenuamente, senza rimpianti (ma anche senza il desiderio di capire, cioè di spiegare a se stesso il senso delle trasformazioni in atto).

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL è l'ultimo romanzo pubblicato in vita dall'autore, che era stato però incominciato fin dai primi anni del Novecento.
L'opera è rimasta incompiuta, in quanto la seconda parte non ha potuto vedere la luce, per la morte dell'autore. Il romanzo presenta tutti i tratti caratteristici della produzione matura di Mann, individuabili soprattutto nella fine ironia che pervade il discorso. La vicenda è imperniata sulle avventure di un geniale impostore, Felix Krull, di umili origini, che riesce ad inserirsi nel mondo della ricca borghesia, passando da un successo all'altro, e accumulando via via cospicue fortune. Il racconto inizia col viaggio che il protagonista compie da Parigi a Lisbona, dopo che egli si è accordato con un nobile signore suo coetaneo (il marchese de Venosta) per fargli un favore. La famiglia del marchese vorrebbe infatti che questi rinunciasse ad una sua relazione amorosa con una persona di basso rango: il compito di Felix sarà dunque quello di girare il mondo fingendosi il marchese, e scrivendo regolarmente ai parenti di lui, in modo da far loro credere che il vero Venosta si trovi lontano. Si tratta di una grande occasione per il nostro eroe, che potrà utilizzare a proprio vantaggio il nome del suo aristocratico amico, riuscendo così a farsi spalancare le porte dei circoli più esclusivi.
In una solitaria carrozza ristorante avviene l'incontro tra Felix ed il naturalista professor Kuckuck, uomo di grande curiosità intellettuale. Ne nasce un vivace colloquio, tutto intessuto di compiaciuti ammiccamenti alla propria condizione privilegiata, tra due persone che sanno di potersi comprendere perfettamente di primo acchito. Il dialogo è un espediente tecnico tipico dell'arte di Mann..., esso è in effetti lo strumento più consono alla sua indole argomentativa, che tende a dispiegare come su di un palcoscenico le emozioni e le passioni dei suoi personaggi, spesso caricando le situazioni di intensi significati allegorici. In questo romanzo l'anziano professore espone con condiscendente simpatia al suo giovane compagno di viaggio la propria concezione del mondo, godendo dell'evidente interesse suscitato dalle sue dotte affermazioni. Egli insiste soprattutto, e non è un caso, sulla provvisorietà della condizione dell'uomo, anzi, sulla provvisorietà di ogni forma di vita organica, da lui considerata come un breve episodio nella storia della materia. Questo non fa che accrescere quella sorta di complicità che si instaura fin dall'inizio fra i due: nelle parole del professore sembra quasi che la raffinata cultura elaborata dalla borghesia occidentale venga svalutata, e ridotta a poco più che animalesca vitalità ("Non c'è bisogno d'altro per essere un animale, e per essere uomo non occorre in fondo molto di più"). Ma con quanta aristocratica sprezzatura tutto ciò viene detto, quanti sottintesi vi si nascondono. Il marchese de Venosta (alias Felix Krull) se ne accorge immediatamente quando commenta... "Questo era uno scherzo caustico di Kuckuck"..., e del resto lo stesso professore non tarda a dichiarare esplicitamente la sua vera opinione, quando afferma che "sovente la raffinatezza si stanca di se stessa, si innamora della primitività e precipita ebbra nel passato selvaggi".
Sono parole penetranti, che potrebbero anche essere interpretate, da noi, in tutt'altro modo..., è come se il professor Kuckuck dicesse (ma senza darne l'impressione) che il mondo borghese da lui rappresentato, incapace com'è di adeguarsi ai mutamenti politico-culturali del nuovo secolo, preferisce contemplare passivamente il proprio progressivo annientamento, cullandosi nel pensiero della transitorietà di ogni umana esperienza.

Thomas Mann (1875-1955)
Ho accennato prima alla vena umoristica di Mann. La sua espressione migliore non va però cercata in certi giochetti di parole (per esempio il momento in cui il professore si presenta con quel suo stranissimo nome). L'umorismo si annida piuttosto nella sottile ironia che pervade tutte le scene descritte, dovuta al fatto che il presunto marchese de Venosta, ossia il privilegiato interlocutore di Kuckuck, è in realtà un individuo di umile nascita, che ha solo il merito di sapersi muovere abilmente nell'ambiente aristocratico, ma non senza qualche goffaggine. Certe sue battute un po' impacciate, rivelano lo sforzo di mantenere un alto decoro stilistico nel proprio discorso. L'ironia è dunque insita nel contrasto fra i due personaggi: l'uno, il professore, corredato di naturale eleganza e di cultura, l'altro, l'avventuriero, dotato piuttosto di una spiccata capacità di adattamento.
L'ironia è insita nella particolare angolatura secondo cui le varie scene vengono viste, cioè attraverso l'immaginaria autobiografia del protagonista, che talvolta racconta il dialogo in forma indiretta, talaltra lascia spazio alla citazione diretta. In tal modo, la posizione ideologica del professor Kuckuck viene filtrata, e per così dire sdoppiata, dalla duplicità di atteggiamento di questo avventuriero d'alta classe: che per metà gode della propria abilità di profanatore della esigente società altoborghese, e per l'altra metà si sente irresistibilmente attratto dal mondo che egli vorrebbe soppiantare. Lo stesso godimento che egli prova nel portare a termine le sue brillanti imposture si spiega meglio entro un compiaciuto progetto di esaltazione dell'intelligenza, piuttosto che entro un'intenzione autenticamente dissacratoria. Difatti, si direbbe che alcune delle sue vittime siano liete di farsi ingannare da lui: come la ricca madame Houpflé, che esorta Felix a derubarla dei gioielli in sua presenza. Duplicità di atteggiamento, ho è detto..., ma essa non è soltanto propria del personaggio Felix Krull..., essa è prima di tutto tipica dell'autore, sempre incerto tra il rimpianto per una grande tradizione culturale ormai considerata perduta, e l'affermazione di una nuova e prorompente vitalità. Le sue stesse scelte stilistiche, fatte di esatte misure, di classico equilibrio, di autocontrollo, ma percorse dal sorriso dell'ironia, ne sono la prova migliore.
La forma del romanzo é frequentemente spezzato da brevi proposizioni, ma è sempre scorrevole, sciolto, di facile lettura...piacevole.., e quindi....


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giovedì 29 maggio 2008

LA MORTE A VENEZIA (Der Tod in Venedig) - Thomas Mann



LA MORTE A VENEZIA (1913)

Der Tod in Venedig

Thomas Mann

1996 - Bompiani Editore








In questo libro, Mann raggiunge il suo culmine il tema della disgregazione spirituale, intesa come esclusione dalla vita comune e attrazione per il supremo disfacimento.
Diversamente che in altri romanzi come "Tristano" o "Tonio Kröger, nella "Morte a Venezia" vita e arte, vita e letteratura non si presentano come poli antitetici fra i quali si è chiamati a scegliere la letteratura, il linguaggio e le forme mitiche che essa trasmette, sono piuttosto il filtro attraverso cui la vita stessa viene percepita.
Nella visione di Aschenbach la realtà appare completamente avvolta in una rete di citazioni, e i suoi stessi sentimenti si modellano su di esse, in una trasfigurazione insieme grottesca e sublime.

Aschenbach, trasferendosi a Venezia, sviluppa una passione morbosa per l'accecante bellezza di un giovinetto, Tadzio che, agli occhi dello scrittore innamorato, è Fedro, è Narciso, è Giacinto, e così all'immagine del Lido di Venezia si sovrappone quella dei campi Elisi quali li descrive Omero nell'Odissea.

Lo stile elevato, a volte addirittura enfatico della "Morte a Venezia" costituisce un elemento irrinunciabile in cui si eleva l'ironia dello scrittore, il quale ricalca il linguaggio dello scrittore Aschenbach mettendone in tal modo a nudo la psicologia..., è la disperata dignità cui il protagonista si tiene aggrappato fino all'ultimo, moraleggiando persino sulla propria immoralità..., è infine la tragedia di Aschenbach, la ragione del suo soccombere.

Poiché gli abissi della vita, della psiche, non si contrappongono qui alla levigata purezza della forma..., ne sono il rovescio inseparabile, la pervadono come i miasmi della laguna pervadono lo splendore morboso di Venezia, come il presagio di un'esistenza breve pervade l'esistenza breve di Tadzio e ne è forse la fonte segreta.



DUE NOTE SU THOMAS MANN

Allo scrittore tedesco Thomas Mann(1875-1955) spetta il primo posto tra i maggiori scrittori del '900. La sua arte, non certo facile né semplice ma altamente suggestiva, ha trovato lettori in ogni nazione e in ogni ceto sociale.
Nato a Lubecca da famiglia facoltosa, Mann si trasferì a Monaco dopo la morte del padre..., non finì gli studi universitari, ma entrò prestissimo nel mondo letterario artistico, dove si fece notare subito per il carattere artigianale dei suoi scritti. Stampò a venticinque anni il suo primo romanzo ("I Buddenbrook"), che suscitò nel pubblico un interesse enorme.
Da quel momento la sua carriera letteraria fu una lunga serie di successi..., nel 1929 gli fu conferito io Premio Nobel per la letteratura.
Nel 1933, dopo l'avvento del regime nazista, che egli non poteva approvare, Mann lasciò la Germania con la moglie e i sei figli e risiedette successivamente in Francia, in Svizzera e in America. Divenuto cittadino americano nel 1940, andò ad abitare in California, dove stette per dodici anni, circondato dalla sua famiglia e continuando con ardore il suo lavoro.
Quando, il 12 agosto 1955, due mesi prima di morire, Thomas Mann compì gli ottant'anni, il suo compleanno fu celebrato in tutto il mondo come quello di un grande e saggio amico di tutta l'umanità.


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mercoledì 28 maggio 2008

Giuseppe e i suoi fratelli - Thomas Mann


Giuseppe e i suoi fratelli
Thomas Mann


2006 - Mondadori Editore

Genere - Letteratura straniera
Collana - Oscar grandi classici
Curatore - F. Cambi
Traduttore - F. Arzen
Volumi - 4
Pagine - LXXVII + 2405







Nel 1933, all'avvento del nazismo, Thomas Mann sceglieva subito l'opposizione divenendo uno dei più strenui campioni della lotta antifascista.
Nella sua opera di scrittore egli ripiegò in un primo tempo sul passato.
La fine della civiltà borghese in generale, con la sua affermazione della dignità dell'uomo e della cultura. E ricorse alla Bibbia, narrando in una grande opera in quattro parti la storia di "Giuseppe e i suoi fratelli" (1933 - 1944).
Il semplice racconto biblico diventa qui una poderosa ricostruzione che abbraccia l'antico oriente..., Mann si diverte a ironizzare sulla storia sacra, ricondotta alle sue radici storiche e umane, ma solo per mostrare come le vicende e le battaglie dell'uomo siano ancora più belle, più veramente "religiose", quando si attribuiscono all'uomo stesso, e non al volere divino.
Giuseppe è l'uomo creatore di civiltà, ma diviene tale solo attraverso profonde e talora terribili prove. I fratelli hanno voluto sbarazzarsi di lui gettandolo nella fossa, dove egli medita sul suo destino, e vendendolo come schiavo..., poi egli dovrà resistere ai tentativi di seduzione da parte della moglie Putifarre e agli intrighi della corte del Faraone.
La saggezza acquisita attraverso queste esperienze lo indurrà a perdonare ai suoi fratelli e ad accoglierli insieme al padre nella terra di Gosen, dove essi fonderanno sotto la sua guida una società umana e civile.
Thomas Mann , attraverso la rievocazione dei patriarchi e dei faraoni dell'antica civiltà egizia, mesopotamica e palestinese, ci trasmette la forza universale dell'amore umano in tutta la sua bellezza, in tutta la sua disperazione, in tutta la sua assurdità, in tutto il suo dolore, e ci trasporta in un amalgama di brillante umorismo, emozione, intuizione psicologica, e la grandezza epica.



Conclusione: Da questo romanzo ci arriva la forza universale dell'amore umano in tutta la sua bellezza...


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martedì 27 maggio 2008

DOKTOR FAUSTUS - Thomas Mann

Doktor Faustus.
La vita del compositore tedesco Adrian Leverkühn, narrata da un amico

Doktor Faustus.

Das Leben des deutschen tonsetzer Adrian Leverkühn, erzählt von einem freunde


DOKTOR FAUSTUS (1943-1947)
Thomas Mann
(Lubecca, 6 giugno 1875 - Zurigo, 12 agosto 1955)

Berman-Fischer Verlang - Stockolm
1996 - Mondadori EditoreCollana - Oscar classici moderni





La catastrofe del nazismo permette a Mann di tracciare un bilancio della recente storia tedesca. Aveva appena finito "Giuseppe e i suoi fratelli" che già si accingeva al nuovo grande romanzo, "Doktor Faustus", pubblicato nel 1947.
Il nuovo Faust che stringe un patto col diavolo è un musicista, Adrian Leverkühn. Ciò che il diavolo gli promette è il dono di interpretare nella musica tutte le disarmonie del mondo moderno, che essendo di natura diabolica può essere espresso solo col suo aiuto. In compenso Leverkühn dovrà rinunciare all'amore e sarà minato dalla malattia.
E infatti egli scrive della musica piena di dissonanze (Mann si è ispirato alla musica dodecafonica di Shoenberg) che ha grande successo, ma si consuma in triste solitudine e tutti i suoi tentativi di legare a sé altri esseri umani vanno falliti.
Particolarmente tragica è la fine di un nipotino che aveva accolto con sé e a cui si era morbosamente affezionato. A questo colpo la sua ragione non resiste. Davanti agli amici che aveva convocato ad ascoltare l'ultima opera da lui composta egli espone, già in preda al delirio, la sua vicenda di orgoglio e di colpa, e alla fine si abbatte sul pianoforte, stroncato dal male. I suoi ultimi anni trascorrono nella pazzia.

La storia di Leverkühn si immagina raccontata da un suo amico di infanzia che scrive durante la guerra e il disastro della Germania, ciò che permette a Mann di stabilire un costante legame tra le vicende individuali del musicista e il destino del suo paese.

Questo legame dà un più ampio respiro ai problemi dell'attività artistica affrontati sin dal "Tonio Kröger"... la solitudine dell'artista, il suo distacco dalla vita, il suo rinchiudersi in forme inaccessibili al pubblico, sono visti ormai come la necessaria conseguenza dell'inumanità della società imperialistica, sfociante nel nazismo. L'artista vorrebbe sfuggire ad essa, ma non trovando appoggio negli uomini finisce anch'egli per creare qualche cosa di inumano e per anticipare nella sua catastrofe individuale la demenza collettiva del nazismo.

Conclusione: Non è difficile, nel corso della lettura, immedesimarsi nel
narratore...

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martedì 18 dicembre 2007

Thomas Mann - Un grande saggio e amico di tutta l'umanità

L'OPERA di THOMAS MANN... e l'itinerario spirituale del grande scrittore tedesco da "I Buddenbrook" alla "Montagna incantata", all'ultimo romanzo "Doktor Faustus".


Thomas Mann è nato a Lubecca nel 1875 da una famiglia patrizia di quell'antica e solida borghesia che si era sviluppata nelle città della lega anseatica*, dove l'attività marinara assai florida dall'inizio dell'evo moderno aveva determinato il sorgere di una coscienza democratica e di un senso della responsabilità e dell'iniziativa individuale inconsueti nel resto della Germania.
Dopo essere stato impiegato in una società di assicurazioni egli si fissò a Monaco di Baviera, dove visse fino al 1933, prima come redattore del giornale umoristico "Simplizissimus", poi come scrittore indipendente. La sua opposizione al nazismo lo costrinse all'esilio in Svizzera e, dal 1939, in California. Dopo la seconda guerra mondiale, in seguito all'aggravarsi della situazione degli intellettuali negli Stati Uniti, ritornò in Svizzera.

Nella sua stessa famiglia Mann aveva potuto osservare come la grande epoca della borghesia, l'epoca dei creatori consapevoli e fieri della propria opera, fosse definitivamente tramontata. Nel suo primo romanzo, "I Buddenbrook" (1901), che diede improvvisa fama allo scrittore venticinquenne, egli non fece altro che descrivere con profondo realismo la situazione. Nella storia delle quattro generazioni di questa famiglia di commercianti di Lubecca si analizza spietatamente il progressivo decadere della borghesia…, la tradizione dei Buddenbrook, severi, patriarcali, orgogliosi della propria potenza, è passivamente conservata dagli eredi dubbiosi e sfiduciati, oppure rinnegata da personaggi che vogliono evadere in una vita zingaresca e si atteggiano a letterati da strapazzo, mentre l'onestà dei principî è sempre più insidiata dal sorgere degli avventurieri e degli speculatori. L'ultima generazione è rappresentata da un unico ragazzo, estremamente precoce e sensibile, che non resiste alla brutale disciplina del collegio e muore trascinando con sé le ultime speranze della famiglia.

Diversamente dal fratello Heinrich, di quattro anni più giovane di lui e anche egli romanziere notevole, il quale trovò ben presto, grazie soprattutto alla sua ammirazione per la Francia, la via degli ideali democratici, Thomas Mann viveva intensamente egli stesso la crisi della borghesia, e lo sconforto degli ultimi Buddenbrook è quindi anche il suo, corroborato dall'ammirazione per gli ideologi tedeschi del pessimismo e della decadenza (Schopenhauer, Nietzsche). Nelle sue opere posteriori, specialmente nella novella "Tonio Kröger" (1914), egli ha quindi insistito sul motivo dell'artista consapevole del suo allontanamento dalla vita e dalla società. Come alternativa a questa situazione egli non vedeva allora altro che il ricorso all'ideale prussiano dell'irrigidimento morale nel dovere, pur rendendosi conto che si trattava di un modo non di superare, ma di dimenticare la decadenza. Ciò lo indusse, negli anni della prima guerra mondiale, ad accostarsi alle dottrine del nazionalismo tedesco.

Sono gli anni del dopoguerra che determinano in Mann la conversione alla democrazia. Nella "Montagna incantata" (1924) egli ha fatto un bilancio dell'epoca cosiddetta della "sicurezza", che già contiene uno sguardo profetico verso l'avvenire. La montagna incantata è Davos, in Svizzera, nel cui celebre sanatorio si è recato un giovane tedesco di buona famiglia, Giovanni Castorp. Il suo intento è dapprima solo quello di visitare un cugino ammalato, ma l'atmosfera del sanatorio lo attira stranamente ed egli stesso si scopre malato e vi resta per qualche anno. Nel mondo sfaccendato e curioso del sanatorio i problemi della società hanno agio di riflettersi e di concentrarsi, staccati dai loro rapporti con la vita quotidiana, nelle interminabili discussioni dei malati. Castorp, privo di idee proprie, è esposto all'influsso di due inconciliabili avversari che lo suggestionano entrambi…, l'uno, l'italiano Settembrini, discendente della famosa famiglia dei patrioti, difende il liberismo ottocentesco, con la sua fede nel progresso illimitato e il suo violento anticlericalismo…, l'altro, il gesuita Naphta, irride alla teoria del progresso, che non è giustificata dai fatti, e sogna la restaurazione del potere universale della Chiesa onde introdurre un ordine immutabile di tipo medioevale, non senza il boia e il rogo. Essi rappresentano dunque i due opposti atteggiamenti ideologici della borghesia…, se l'ottimismo di Settembrini appare anacronistico nell'epoca delle contraddizioni imperialistiche e quindi può essere facilmente confutato da Naphta, il rimedio che costui contrappone al disordine sociale è l'immagine reazionaria del formicaio umano rigidamente organizzato dall'alto, con tutte le giustificazioni demagogiche e corporative che il fascismo farà proprie. Si capisce come Castorp esiti tra i due, trovando più simpatico Settembrini, ma più persuasivo Naphta, nonostante la ferocia delle sue concezioni. Lo scoppio della guerra, che lo porta, ormai guarito, dal sanatorio al fronte, lo coglie quindi maturato spiritualmente ma ancora passivo di fronte ai grandi avvenimenti dell'epoca.

E' solo verso il 1930 che Thomas Mann rende esplicita la sua scelta personale per la democrazia. Ma nel frattempo anche la borghesia aveva compiuto la sua scelta…, accortasi, dopo la rivoluzione russa, di non poter tutelare i propri interessi mantenendo fede agli ideali di Settembrini, essa andava precipitando verso l'oscurantismo di Naphta. Nel 1933, all'avvento del nazismo, Thomas Mann sceglieva subito l'opposizione divenendo uno dei più strenui campioni della lotta antifascista. Nella sua opera di scrittore egli ripiegò in un primo tempo sul passato. La fine della civiltà borghese in generale, con la sua affermazione della dignità dell'uomo e della cultura. E ricorse alla Bibbia, narrando in una grande opera in quattro parti la storia di "Giuseppe e i suoi fratelli" (1933 - 1944). Il semplice racconto biblico diventa qui una poderosa ricostruzione che abbraccia l'antico oriente…, Mann si diverte a ironizzare sulla storia sacra, ricondotta alle sue radici storiche e umane, ma solo per mostrare come le vicende e le battaglie dell'uomo siano ancora più belle, più veramente "religiose", quando si attribuiscono all'uomo stesso, e non al volere divino. Giuseppe è l'uomo creatore di civiltà, ma diviene tale solo attraverso profonde e talora terribili prove. I fratelli hanno voluto sbarazzarsi di lui gettandolo nella fossa, dove egli medita sul suo destino, e vendendolo come schiavo…, poi egli dovrà resistere ai tentativi di seduzione da parte della moglie Putifarre e agli intrighi della corte del Faraone. La saggezza acquisita attraverso queste esperienze lo indurrà a perdonare ai suoi fratelli e ad accoglierli insieme al padre nella terra di Gosen, dove essi fonderanno sotto la sua guida una società umana e civile.

Il nazismo portò Mann a ripensare al passato della Germania. Alle figure di Schopenhauer e di Nietzsche, che l'avevano tanto influenzato in gioventù, subentrava il più grande rappresentante dell'umanesimo tedesco… Goethe. Dopo avergli dedicato parecchi saggi, egli scriveva su di lui il romanzo "Carlotta a Weimar" (1939) in cui si immagina che una donna amata in gioventù da Goethe visitò molti anni più tardi il vecchio poeta carico di gloria. Mann ha così l'occasione di presentare plasticamente l'uomo Goethe, con la sua grandezza e le sue debolezze e con la sua acuta consapevolezza dei pericoli inerenti al carattere del proprio popolo.

Ma la catastrofe del nazismo permetteva ormai a Mann di ritornare al presente e di tracciare un bilancio della recente storia tedesca. Aveva appena finito "Giuseppe e i suoi fratelli" che già si accingeva al nuovo grande romanzo, "Doktor Faustus", pubblicato nel 1947. Il nuovo Faust che stringe un patto col diavolo è un musicista, Adriano Leverkühn. Ciò che il diavolo gli promette è il dono di interpretare nella musica tutte le disarmonie del mondo moderno, che essendo di natura diabolica può essere espresso solo col suo aiuto. In compenso Leverkühn dovrà rinunciare all'amore e sarà minato dalla malattia. E infatti egli scrive della musica piena di dissonanze (Mann si è ispirato alla musica dodecafonica di Shoenberg) che ha grande successo, ma si consuma in triste solitudine e tutti i suoi tentativi di legare a sé altri esseri umani vanno falliti. Particolarmente tragica è la fine di un nipotino che aveva accolto con sé e a cui si era morbosamente affezionato. A questo colpo la sua ragione non resiste. Davanti agli amici che aveva convocato ad ascoltare l'ultima opera da lui composta egli espone, già in preda al delirio, la sua vicenda di orgoglio e di colpa, e alla fine si abbatte sul pianoforte, stroncato dal male. I suoi ultimi anni trascorrono nella pazzia.
La storia di Leverkühn si immagina raccontata da un suo amico di infanzia che scrive durante la guerra e il disastro della Germania, ciò che permette a Mann di stabilire un costante legame tra le vicende individuali del musicista e il destino del suo paese. Questo legame dà un più ampio respiro ai problemi dell'attività artistica affrontati sin dal "Tonio Kröger"… la solitudine dell'artista, il suo distacco dalla vita, il suo rinchiudersi in forme inaccessibili al pubblico, sono visti ormai come la necessaria conseguenza dell'inumanità della società imperialistica, sfociante nel nazismo. L'artista vorrebbe sfuggire ad essa, ma non trovando appoggio negli uomini finisce anch'egli per creare qualche cosa di inumano e per anticipare nella sua catastrofe individuale la demenza collettiva del nazismo.

Non posso qui prendere in esame le opere minori di Mann, né i suoi scritti teorici di letteratura e di politica. Basti ricordare il suo atteggiamento favorevole ad ogni intesa tra i popoli e ostile all'anticomunismo preconcetto. Nel 1949, in occasione del bicentenario della nascita di Goethe, egli commemorò il suo grande maestro sia nella Germania Occidentale che nella Repubblica Democratica Tedesca, e più tardi non mancò di riaffermare la sua assoluta mancanza di pregiudizi nei confronti di quest'ultima. I reazionari tedeschi non seppero naturalmente rendersi conto di tale posizione e si scagliarono ripetutamente contro Mann. Eppure egli era tutt'altro che un "criptocomunista"…, si definì anzi un conservatore…, se non ché per lui il vero conservatore era solo colui che… "desidera mantenere e conservare la nostra civiltà contro le catastrofi che la minacciano e che equivarrebbero al suo annientamento".
Si capisce come questo "conservatorismo" non abbia niente a che vedere con quello di chi vuol conservare, e a qualsiasi costo, i privilegi delle classi dirigenti.

Thomas Mann ricevette il premio Nobel nel 1929. Morì a Zurigo il 12 agosto del 1955.

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Hansa è il nome con cui si indicano genericamente le unioni di commercianti che si svilupparono in vari paesi dell'Europa settentrionale durante il medioevo, con lo scopo precipuo di conquistare il monopolio di taluni mercati e di diminuire i rischi individuali. La più importante fra di esse per l'ampiezza della sua rete fu la Hansa tedesca (lega anseatica). Si disgregò completamente nel corso del XVII secolo.

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martedì 11 dicembre 2007

La montagna incantata (Der Zauberberg) - Thomas Mann


RIASSUNTO

Hans Castorp, un semplice giovanotto tedesco, era partito da Amburgo in piena estate, diretto a Davos, la celebre località svizzera in cui i sanatori erano più numerosi degli alberghi. Contava di trattenersi tre settimane, col duplice scopo di fare compagnia a suo cugino Gioachino Ziemssen, malato di tubercolosi, e godersi nello stesso tempo un po' di vacanza.Fu un viaggio lungo da Amburgo fin lassù…, Castorp passò attraverso l'altipiano meridionale tedesco poi si diresse verso il territorio svizzero, cambiò treno molte volte e infine, con un treno a scartamento ridotto, raggiunse la stazione di Davos-Dorf.Era ormai notte. Gioachino Ziemssen era lì a riceverlo. Hans constatò che suo cugino aveva un aspetto sano come mai in vita sua… alto e prestante, col viso abbronzato e i neri occhi luminosi, l'allievo ufficiale Ziemssen era l'immagine della forza giovanile, ma gli era stato consigliato di rimanere lì ancora per un sei mesi."Qui il tempo umano, come lo intendete voi della pianura, non è calcolato. Non lo crederesti vero? Quassù, per gli ospiti del sanatorio, tre settimane sono come un giorno. Vedrai, vedrai. Imparerai anche tu a conoscere tutte queste cose. " Così rispose Gioachino a Hans che era rimasto allibito. Il Sanatorio Internazionale Berghof era situato a milleseicento metri. Il Berghof era in tutto simile a un lussuoso albergo. I due cugini attraversarono l'atrio luminoso, poi varie sale di conversazione completamente deserte. Hans chiese dove fossero i pazienti. "Sono tutti in veranda, per la cura serale sulla poltrona a sdraio". Rispose Gioachino. "Come, ve ne state di notte, con la nebbia, ancora all'aperto?" chiese Hans con l'aria di non volerci credere. "Così è la prescrizione. Dalle venti alle ventidue. Ma saliamo nella tua stanza, vieni. E' accanto alla mia. Vi è morta l'altro ieri una giovane americana…, però tutto è stato disinfettato a dovere con la formalina. Stà dunque tranquillo" disse Gioachino con la sua voce grave. Hans lo seguì in silenzio lungo il corridoio, camminando con passo leggero…, gli sembrava di muoversi in sogno. Si sentiva il viso in fiamme, mentre un gran freddo lo faceva a tratti rabbrividire. Era una sensazione del tutto nuova…, egli l'attribuì alla stanchezza, piombatagli addosso all'improvviso dopo quel lungo viaggio. Hans Castorp aveva ventitre anni e da poco aveva terminato i suoi studi di ingegneria, superando brillantemente l'ultimo esame. Aveva studiato molto e la sua salute ne aveva risentito…, perciò dal medico di casa gli era stato consigliato un soggiorno in alta montagna. Non poteva presentarsi un'occasione migliore per fare un po' di compagnia al cugino immalinconito dalla lunga malattia. Fin dal secondo giorno, Hans si dispose a seguire le abitudini del cugino, comportandosi né più né meno come gli altri ospiti del sanatorio. Questi formavano una strana società, rifletteva Hans Castorp mentre, sdraiato in veranda e avvolto come un pacco nelle coperte di lana, lasciava vagare lo sguardo sulle imponenti cime nevose e sulla splendida valle ai piedi delle montagne. Provenendo da luoghi diversi e parlando diverse lingue, gli ospiti del Berghof offrivano agli occhi di Castorp un curioso campionario di mentalità e fisionomie. Quel soggiorno a Davos gli avrebbe dato la possibilità di una presa di contatto con l'Europoa intera.Fin dai primi giorni l'interesse di Castorp fu attirato da una giovane donna di origini russe, coi capelli di un bel color ramato, semplicemente annodati sulla nuca. Arrivava a tavola sempre in ritardo, e finchè non la vedeva, Hans no riusciva a tenere fermi i piedi, turbato da una sensazione di disagio che lui stesso non sapeva come giustificare. Lo strano viso di lei e i suoi modi indolenti lo avevano colpito subito e anche gli occhi da mongola…, due fessure oblique, chiarissime e lucenti sugli zigomi alti. sentì che alcuni ospiti le si rivolgevano chiamandola "madame Chauchat".Madame Chauchat raggiungeva il suo posto a tavola con andatura sinuosa. Era un piacere guardarla, tanta era la sua grazia naturale di ogni suo gesto…, anche se la sua indolenza da bambina viziata destava talvolta nel correttissimo Castorp, così tedesco e poco incline alla mollezza, una specie di impazienza. C'era un altro ospite che, per la sua notevole personalità, aveva particolarmente attirato l'attenzione di Hans Castorp…, un italiano, la cui età poteva oscillare dai trenta a i quarant'anni, "il signor Ludovico Settembrini". Così l'aveva presentato Gioachino Ziemmsen al cugino. L'italiano parlava benissimo la lingua tedesca, senza alcun particolare accento. Era un letterato, figlio e nipote di letterati e patrioti insigni. Non era gravemente ammalato, ma da anni la tisi polmonare non lo abbandonava, costringendolo a vivere a Davos. Il signor Settembrini parlava con entusiasmo di suo nonno Luigi, che non era stato soltanto un grande patriota italiano (un "carbonaro", diceva lui orgogliosamente), ma anche un compagno di fede e di battaglia di tutti i popoli oppressi. L'entusiasmo per la libertà e per la democrazia si era trasmesso, come un carattere ereditario, dal nonno al nipote…, perciò Ludovico Settembrini, dal suo esilio di Davos, si batteva con la penna per gli stessi ideali che il nonno Luigi aveva un tempo difeso con l'azione eroica e il personale sacrificio. Hans Castorp trovava degno di attenzione tutto ciò che l'italiano diceva. Sentiva il suo spirito aprirsi a nuove idee, vivificato dal con una personalità tanto diversa da quella dei borghesi conservatori di Amburgo fra cui era nato e cresciuto. Qualcosa di nuovo e di strano nasceva in lui, qualcosa che forse non sarebbe mai nato senza il suo soggiorno al sanatorio di Davos.Il tempo volava davvero…, le settimane lassù erano nulla. Venti giorni di vacanza erano fuggiti in un lampo e Hans Castorp si trovò con stupore a dover pensare alla partenza. Il signor Settembrini aveva ragione quando diceva che al Berghof la più piccola unità di misura del tempo era rappresentata dal mese. Castorp si pentiva di non essersi assegnato un periodo più lungo per il suo soggiorno in montagna. Quella vita smemorata e pigra, ordinata da facili e piacevoli regole osservate in comune, gli andava sempre più a genio, anche se fisicamente non sembrava averne tratto giovamento…, lo tormentava infatti il raffreddore, aveva spesso le guance in fiamme e brividi di freddo per tutto il corpo. Gli dispiaceva lasciare il cugino, i cui occhi neri e miti si velavano di tristezza ogni volta che qualcuno accennava alla prossima partenza di Hans. Così, quando constatò che aveva un po' di febbre e avrebbe dovuto rimandare di qualche giorno il suo ritorno ad Amburgo, Castorp accettò la cosa con un certo sollievo. Provava un sentimento confuso di felicità, a cui la deliziosa immagine di madame Chauchat non era estranea. Visto che la febbre non scompariva, Hans volle sottoporsi a una visita medica, seguita da una radiografia dei polmoni. Il verdetto gli fu comunicato dal dottor Berhens, l'insigne tisiologo direttore del Berghof… "Dato che lei è già qui, non vale la pena di rifare il viaggio, caro Castorp, perché fra breve dovrebbe essere di ritorno. Non voglio parlare di un vero e proprio focolaio di infezione, ma se lei tornasse in pianura in queste condizioni, in poco tempo il suo polmone se ne andrebbe al diavolo. Ora si metta a letto, e per due settimane staremo a vedere come si comporta la sua temperatura".Hans Castorp fu un paziente modello…, rimase tranquillamente disteso per giorni e giorni nel suo letto bianco e pulito… il letto di morte della giovane americana e forse di qualche altra persona. Si combatteva nel suo intimo una strana battaglia tra opposti sentimenti…, la gioia di essere costretto ancora al Berghof e il rimorso di rinunciare ai doveri della vita operosa e costruttiva che lo attendeva ad Amburgo. Quando alla malattia, non ne era affatto spaventato. Scrisse a casa per informare il suo tutore e zio della novità…, non sapeva con precisione quando sarebbe arrivato… fra tre mesi, forse, o sei. Lassù il tempo non aveva valore. Gioachino lo guardava con occhio che tradivano un sentimento di colpa…, non poteva fare a meno di pensare che forse suo cugino non si sarebbe mai ammalato se non fosse venuto a visitarlo. Un pomeriggio, verso il crepuscolo, il signor settembrini venne a trovare Hans Castorp…, si sedette accanto al letto e sottopose il giovane tedesco all'attento esame dei suoi occhi indagatori. Hans parlò con lui di cose che mai si sarebbe sognato di poter dire, anzi di poter capire. Ludovico Settembrini gli era diventato in poco tempo amico e maestro di vita. Quando Castorp ricomparve in sala da pranzo per la prima volta dopo la sua segregazione, madame Chauchat (Claudia, come egli la chiamava nel suo intimo) gli rivolse un lungo sguardo dei suoi occhi lucenti…, poi, sedutasi molto lentamente al suo posto, si volse a metà e gli sorrise. Castorp ne fu stupito e confuso e si sentì stringere il cuore. Era innamorato, non c'erano dubbi. Da molte settimane non faceva altro che pensare a quella malata affascinante, ai suoi occhi verdi, al suo modo di tenere la testa, alle braccia che trasparivano dall'abito da mattina. Non le aveva mai rivolto parola…, nessuno li aveva presentati e lui era troppo timido per presentarsi da solo. Eppure, fra Claudia Chauchat e Hans Castorp si era stabilito un rapporto che, pur affidato a uno sguardo, a un sorriso, era assai più di una semplice conoscenza. Per le feste di Natale i due cugini ricevettero molti doni da casa e li esposero nelle loro camere, tenendoli bene in vista per molti giorni. La sera della Vigilia, nella grande sala da pranzo, un abete di imponenti dimensioni ardeva di luci, scoppiettava, emanava un dolce profumo di resina. Gli ospiti erano tutti vestiti con cura e molte signore sfoggiavano gioielli stupendi. Vi era l'atmosfera festosa di un grande albergo di montagna e nessuno, vedendoli dal di fuori, avrebbero mai pensato che quegli individui celassero io dissolvimento della tubercolosi. In molte stanze del primo e del secondo piano, davanti alle quali stazionavano in permanenza grossi recipienti di ossigeno, c'erano dei moribondi, ma nessuno giù nel salone ne parlava, né pareva preoccuparsene. Hans Castorp trovava intollerabile questa indifferenza e volle reagire a suo modo. Incominciò, insieme a Gioachino, a visitare i malati più gravi, proprio quelli che tutti gli altri fingevano di ignorare. Nel piano dove dormivano i due cugini, non lontano dalle loro stanze, si trovava una ragazza di diciassette anni, di nome Leila. Hans seppe che per quella poverina neppure il grande Berhens poteva fare più nulla. Inviò a Leila dei fiori, con un fervido augurio di guarigione, poi andò a trovarla insieme a Gioachino. Era una graziosissima creatura, dai capelli biondi e dagli occhi intensamente azzurri. Con la sua debole voce un po' afona riuscì a chiacchierare con i due giovani, mentre una fiamma di eccitazione le illuminava le guance smunte. Era evidentemente felice per il dono inaspettato di quella visita. Otto giorni più tardi, passando davanti alla camera della piccola Leila, Castorp vide la porta spalancata e si fermò… vi erano gli uomini addetti alla disinfezione e il letto era già smontato. Hans sapeva bene che cosa significasse e il suo spirito si ribellò dolorosamente. Poi gli tornò alla mente ciò che Settembrini gli aveva detto pochi giorni prima…"L'unico modo sano, nobile, religioso di considerare la morte è di concepirla come parte integrante, come complemento, come sacra condizione della vita.".L'ultima notte di carnevale vi fu una grande festa al Berghof. Si ballò, si si rise e si gridò come ragazzi in vacanza. A una certa ora, quando ormai i brindisi non si contavano più, tutti incominciarono a darsi del "tu", a trattarsi con grande confidenza. Nel salotto della musica il dottor Berhems col camice bianco e un fez rosso in testa, si era unito all'allegria generale…, aveva personalmente preparato un punch e lo andava distribuendo ai suoi pazienti con un piccolo mestolo, badando a riempire fino all'orlo i bicchieri che gli venivano tesi da ogni parte. Fu in quella sera del "tu", quella sera di irresponsabilità e di sfrenatezza, che Hans Castorp e Claudia Chauchat resero completa e profonda la loro conoscenza. Ma il giorno dopo Claudia Chauchat partì. Quella notte di carnevale rimase nel ricordo di Castorp come un sogno incredibile, e segnò l'inizio del suo lungo, irragionevole aspettare che Claudia tornasse…La malattia di Castorp, se pure lieve e non pericolosa, di fatto esisteva…, anche se lui l'avesse voluto, il dottor Berhens non gli avrebbe permesso di ritornare in pianura e dedicarsi al suo lavoro di ingegnere. Dunque, la coscienza era a posto… anche se il signor Settembrini non era affatto d'accordo. "Non si lasci fuorviare dalla magica atmosfera di quassù! - gli diceva l'italiano con tono accorato - Torni, torni a casa! Anche se le ci vorrà più tempo per guarire".Ma Hans Castorp non ritornò a casa. Neppure quando Gioachino Ziemmsen, con un atto di cosciente ribellione alle prescrizioni del dottor Berhens, lasciò il Berghof e ritornò a prestare servizio nell'esercito. Gioachino voleva fare il soldato, quello era il sogno di cui si era nutrito fin da ragazzo. Riuscì a prestare servizio per qualche mese, finché la malattia, solo apparentemente sopita, non ricominciò a distruggerlo.Hans non volle seguire il cugino…, non c'era nulla in pianura che potesse compensarlo di quanto aveva trovato lassù. In due anni di soggiorno al Berghof la sua mente giovane e avida si era aperta a ogni sorta di cognizioni…, Castorp aveva acquistato volumi di anatomia, di biologia e di botanica e se li andava studiando durante le ore di riposo in veranda. Faceva con Settembrini e con Naphta (uno straordinario e coltissimo personaggio presentatogli dall'italiano) lunghe conversazioni di argomento letterario, politico e filosofico. Fra il democratico Settembrini e il fanatico assolutista Naphta, tendente verso forme comunistiche di vita, si accendevano discussioni roventi, a cui Hans Castorp assisteva con appassionato interesse.Così i giorni volavano. Castorp non aveva preoccupazioni economiche…, godeva di una discreta rendita lasciatagli dai suoi genitori…, non aveva neppure un interesse particolare per la professione che si era scelto.Il tempo era diventato per lui come "un termometro senza gradazione"…, non pensava neppure a calcolarlo. Non riusciva a considerare oziosa la sua permanenza al Berghof…, era ammalato, no? Dunque doveva curarsi. Nel frattempo il suo spirito si arricchiva, le sue vedute si ampliavano smisuratamente, il suo cervello lavorava senza posa.Gioachino Ziemssen ritornò al Berghof a morire, dopo solo nove mesi dalla sua partenza."Pazzo giovanotto, pazzo! - disse il dottor Berhens con gli occhi lustri, chino sul viso bellissimo e austero del giovane ufficiale morto. - Ha voluto forzare, ha voluto prestare servizio a tutti i costi. Pazzo figliolo!". E se ne andò, alto e curvo. Forse un po' più curvo del solito.Il feretro di Gioachino fu trasportato in pianura. Per molte notti, trascorse senza prender sonno, Hans pensò a quel umido camposanto così lontano…, gli sembrava di vedere una spada posata su una tomba e di udire la ben nota voce di Gioachino Ziemssen, così adatta al comando, impartire ordini secchi e precisi. Fu l'estate del 1914 che a un tratto e nel modo più violento il tempo riacquistò su Hans Castorp e sugli ospiti del Berghof tutti i suoi diritti.Dalla pianura arrivavano i giornali, due, tre volte al giorno, e l'attesa di notizie diventava una vera tortura…, sembrava che le ore nion passassero mai. Forze esterne, di inaudita violenza, avevano rotto l'incanto della magica montagna. Gli ospiti del Berghof fuggivano verso la pianura, diretti in ogni parte d'Europa. Tutti cercavano di raggiungere al più presto le proprie case. I legami di sangue e di patria gridavano ilo loro diritto e la malattia sembrava aver perduto ogni importanza. Anche Hans Castorp si riscosse dal lungo incantesimo, durato ben sette anni, e si trovò intento, quasi senza saperlo, a fare i bauli, a consultare orari. Giunse anche il momento di salutare Settembrini. "Addio, Hans mio! - gli disse l'italiano fraternamente - Speravo di vederti partire veso una vita di lavoro, invece vai a combattere tra i tuoi. Dio mio, tu eri destinato a questo, non il nostro povero Gioachino. Combatti valorosamente per quelli a cui il sangue ti lega, ma perdonami se consacro il resto delle mie forze per spingere la mia patria contro la tua. Addio!".Volle accompagnarlo alla stazione. Quando il trenino di davos si mosse, colui che partiva si sporse dal finestrino e a lungo salutò con la mano. Vide che Ludovico Settembrini, il suo amico e maestro, si asciugava gli occhi cercando di non farsi scorgere. Un caldo sentimento di riconoscenza e di affetto colmò il cuore di Castorp. Non sapeva se avrebbe mai avuto l'occasione di mettere in pratica ciò che in tutti quegli anni aveva imparato, perché dalla guerra si può anche non tornare, ma era grato al destino che gli aveva permesso di comprendere i valori spirituali, i soli che danno pregio e interesse alla vita.


UNA PAGINA

"Quando dopo dieci minuti, Leila dette segni di stanchezza o meglio di sopraeccitazione(il rosso delle guance si era incupito e gli occhi azzurro cielo cominciavano ad avereuno splendore inquietante), i cugini, sollecitati dagli sguardi di Suor Alfreda, preserocommiato. La signora Grengroos li accompagnò fuori dell'uscio. Là, si lasciò andaread uno sfogo rivolgendo a se stessa amari rimproveri che scossero singolarmenteHans Castorp… Poiché nella figlia, fatalità tremenda, era risorto ciò che da tanto tempo giaceva dimenticato e sotterrato. Era risorto, in forma molto più grave, poiché la figliola morivamentre sua madre entrava in un'età più facilmente immune dal morbo. Sì, la povera,la cara creatura moriva…, i medici non davano più speranza alcuna, e lei sola, la mamma, ne aveva colpa. I giovanotti cercarono di consolarla, dissero a fior di labbra qualche parola sullapossibilità di un favorevole mutamento, ma la signora rispose con un singhiozzo…, li ringraziò in ogni modo ancora una volta per tutto quello che avevano fatto, siaper l'invio dell'ortensia, sia perché avevano distratto e rallegrato un poco la piccolacon la loro visita. E pensare che tante altre fanciulle della sua età godevano la vita, ballavano coi giovanotti eleganti e graziosi! E la malattia non poteva certo distruggereil desiderio di quelle gioie. I signori, avevano portato un po' di sole. "Dio mio, l'ultimo sole - così andava dicendo la madre. L'ortensia era stata per lei comeun successo ottenuto al ballo e la conversazione coi due prestanti giovanotti comeun piccolo flirt. Proprio così…, lei, la madre, se n'era accorta perfettamente."


COMMENTO ALLA PAGINA

Leila, una bellissima ragazza di diciassette anni, si spegne dolcemente, sotto gli occhi dei genitori disperati. Hans Castorp e suo cugino si interessano a lei e riescono ancora a farla sorridere. In tutto l'episodio, trattato con estrema finezza, si sente la partecipazione calda e umanissima dell'autore, che sembra vivere egli stesso le dolorose vicende dei suoi personaggi. Anche se l'ironia è una parte saliente dello stile di Thomas Mann, qui, dove la morte è la vera protagonista, non ve n'è più traccia. Quanta dolcezza nell'accenno all'amore che la piccola Leila non potrà conoscere e quanta angoscia nelle parole della madre, che accusa ingiustamente se stessa della malattia della figlia! Con stile sobrio e delicato, assolutamente immune da sentimentalismi, l'autore si accosta rispettoso e commosso al dolore umano.


VALORE DELL'OPERA

ANALISI SOCIO-POLITICA - Sono gli anni del dopoguerra che determinano in Mann la conversione alla democrazia. Nella "Montagna incantata" (1924) egli ha fatto un bilancio dell'epoca cosiddetta della "sicurezza", che già contiene uno sguardo profetico verso l'avvenire. La montagna incantata è Davos, in Svizzera, nel cui celebre sanatorio si è recato un giovane tedesco di buona famiglia, Hans Castorp. Il suo intento è dapprima solo quello di visitare un cugino ammalato, ma l'atmosfera del sanatorio lo attira stranamente ed egli stesso si scopre malato e vi resta per qualche anno. Nel mondo sfaccendato e curioso del sanatorio i problemi della società hanno agio di riflettersi e di concentrarsi, staccati dai loro rapporti con la vita quotidiana, nelle interminabili discussioni dei malati. Castorp, privo di idee proprie, è esposto all'influsso di due inconciliabili avversari che lo suggestionano entrambi…, l'uno, l'italiano Settembrini, discendente della famosa famiglia dei patrioti, difende il liberismo ottocentesco, con la sua fede nel progresso illimitato e il suo violento anticlericalismo…, l'altro, il gesuita Naphta, irride alla teoria del progresso, che non è giustificata dai fatti, e sogna la restaurazione del potere universale della Chiesa onde introdurre un ordine immutabile di tipo medioevale, non senza il boia e il rogo. Essi rappresentano dunque i due opposti atteggiamenti ideologici della borghesia…, se l'ottimismo di Settembrini appare anacronistico nell'epoca delle contraddizioni imperialistiche e quindi può essere facilmente confutato da Naphta, il rimedio che costui contrappone al disordine sociale è l'immagine reazionaria del formicaio umano rigidamente organizzato dall'alto, con tutte le giustificazioni demagogiche e corporative che il fascismo farà proprie. Si capisce come Castorp esiti tra i due, trovando più simpatico Settembrini, ma più persuasivo Naphta, nonostante la ferocia delle sue concezioni. Lo scoppio della guerra, che lo porta, ormai guarito, dal sanatorio al fronte, lo coglie quindi maturato spiritualmente ma ancora passivo di fronte ai grandi avvenimenti dell'epoca

ANALISI ROMANTICA - Quando, nel 1924, uscì "La montagna incantata" vi furono polemiche e proteste, soprattutto da parte dei medici, offesi dall'ironia e dal realismo di Thomas Mann, che osava far piena luce su un mondo che si sarebbe volentieri ignorato. Molti critici poi, vollero vedere nella "Montagna" soltanto un simbolo dell'Europa contemporanea, divisa da opposte ideologie e avvolta in un pericoloso incantesimo. Ma gli altri, i lettori comuni, quelli a cui Mann si rivolgeva, lessero il libro con emozione e ne compresero la profonda umanità. Perché la strana vicenda di Hans Castrop è raccontata con sincerità, con simpatia, ma soprattutto con commossa comprensione dei problemi umani. La storia di Hans Castorp vuole anche essere la dimostrazione che attraverso il dolore, vivendo a contatto con la sofferenza altrui, si possono provare sensazioni che di solito sono precluse a chi, completamente sano, vive tra persone sane e in possesso di una intatta vitalità. Hans Castorp giunge a Davos da un mondo perfettamente tranquillo e ordinato, nel quale malattia e morte sono considerati incidenti deprecabili, di cui si parla sottovoce, cercando di cancellarli al più presto dalla memoria. Egli si trova d'un tratto in un ambiente in cui la morte e la sofferenza sono sempre presenti, anche se innominate, e danno la misura del vivere umano. E' un mondo in cui il tempo è sospeso e sembra non contare affatto…, un anno è come un minuto e un minuto può valere un anno. In questo "mondo magico" la malattia assume un valore nuovo… diventa un mezzo importantissimo per arricchire la propria sensibilità e ottenere una cognizione più completa della vita umana. Hans per la sua semplice natura, non sarebbe portato a profonde meditazioni, ma noi lo vediamo spiritualmente, commuoversi alle sofferenze altrui, comprendere quanto alto sia il prezzo della felicità. A poco a poco il mistero della vita comincia ad affascinarlo…, si mette a studiare, a ricercare, incapace ormai di accontentarsi di un'esistenza comune e di sapore superficiale. Anche l'amore di Hans Castorp per Claudia Chauchat è del tutto particolare…, è la malattia che essi hanno in comune a permettere loro di intendersi in modo quasi irreale e di avvicinarsi l'uno all'altra. L'amore, su quella montagna incantata, diventa magia…, Castorp, non riuscirà a liberarsene per anni, finché non lo scuoteranno le "trombe della guerra". Oltre al motivo dell'educazione spirituale e a quello amoroso, vi è nel romanzo un terzo motivo importante…quello della pietà. E' come un brivido che percorre tutta l'opera e detta a Thomas Mann le sue pagine migliori. La pietà per chi soffre e muore…, per chi è costretto a veder soffrire i suoi cari, annichilito dalla propria impotenza di fronte alla morte. Alla fine il libro mi lascia un po' perplesso… mi chiedo quale sarà il destino di Hans Castorp. Le probalità che esso sopravviva alla guerra non sono molte…, forse egli non riuscirà a mettere a frutto la saggezza acquistata. L'incertezza in cui l'autore ci lascia vuole farci comprendere che in quegli straordinari sette anni Hans Castorp ha consumato la parte migliore della sua vita, acquistando un'esperienza incalcolabile. Qualunque cosa possa capitargli dopo non sarà più così importante.


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