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domenica 18 agosto 2013

PAPA PAOLO III FARNESE CON I NIPOTI - Tiziano (Pope Paul III Farnese with grandchildren - Titian)

PAOLO III FARNESE CON I NIPOTI (1546) 
Tiziano Vecellio (1490 circa-1576)
Museo Nazionale di Capodimonte - Napoli
Olio su tela cm 210 x 174
     
Prendendo spunto da un ritratto di Leone X dipinto da Raffaello, Tiziano rappresenta il papa con i nipoti Alessandro e Ottavio. L'anziano pontefice, ossuto e ingobbito, lancia uno sguardo di acuta arguzia a Ottavio, che si sta producendo in un inchino.
La tecnica rapida, abbozzata, in qualche particolare incompiuta, dà I'impressione dell'intrigo, dell'atmosfera soffocante. 
Il colore è sempre più ricco, pastoso, con un predominante tono di rosso: secondo una massima ripetuta da Tiziano, chi vuole diventare pittore deve conoscere tre colori: il bianco, il rosso, il nero "e averli in man".

L'anziano pontefice Paolo III è ritratto seduto entro uno studio e davanti a un grande drappo rosso sollevato.  Con la lunga barba bianca e le spalle ricurve dalla vecchiaia, egli osserva con aria sospettosa uno dei due nipoti raffigurati. Si tratta del giovane Ottavio Farnese che con fare ossequioso s'inchina davanti al pontefice. 
In posizione retrostante e dal lato opposto è l'altro nipote, il cardinale Alessandro Farnese, per il quale Tiziano eseguì almeno un altro ritratto.

Il dipinto risale al soggiorno romano di Tiziano: l'artista era giunto a Roma nell'ottobre del 1545 inviato dalla famiglia Farnese di cui aveva già ritratto alcuni componenti. 
La tela, intrisa di colori e luci tipici del gusto veneto del primo Cinquecento, mostra una pennellata libera e sfrangiata, talvolta appena abbozzata: uno stile che risulta particolarmente caro all'artista nelle opere della tarda maturità.
  
Ritratto di Leone X e i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi 1518 - Raffaello - Galleria degli Uffizi a Firenze
Olio su tavola cm 155,2 x 118,9
   
La tela di Capodimonte s'inserisce tra i molteplici ritratti che Tiziano realizzò in questo periodo e di cui questo ritratto di Paolo III costituisce senza dubbio il più celebre, anche per quel carattere innovativo del ritratto a più figure, già presentato da Raffaello nel Ritratto di Leone X e i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi (Firenze, Uffizi), che lo precede di circa un trentennio. 
La tradizione seguita da Tiziano è quella del ritratto ufficiale che prevede una tipologia rappresentativa specifica: alla figura intera o di tre quarti in posa ufficiale si associa un ambiente per lo più scarno in grado di non distogliere lo sguardo dell'osservatore.

Riferisce il Vasari che appena giunto a Roma Tiziano mise mano al Ritratto di Paolo III con i nipoti Alessandro e Ottavio, commissionatogli dallo stesso pontefice. 
Conservato inizialmente presso il Palazzo del Giardino di Roma, una volta estinta la famiglia Farnese passò al Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli. 
In una lettera del 1547 che il Vasari scriveva a Benedetto Varchi si legge che il quadro era talmente bello da ingannare coloro che lo osservavano da lontano e, credendolo vero, lo riverivano.



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venerdì 16 agosto 2013

L'UOMO MALATO (The sick man) - Tiziano Vecellio

L'UOMO MALATO (1513 circa) - Tiziano Vecellio
Galleria degli Uffizi - Firenze
Tela cm 81 x 60
   
In tutto Tiziano giovane è veramente qualcosa di fidiaco: il suo impasto stesso ha il sapore vivente del marmo greco: e la medesima sensualità  sublimata, incolpevole, in confronto a quella troppo carica e flagrante del Giorgione ultimo. I corpi s'imbastiscono: imbastitura è abbozzo; ed è proprio ai limiti di ogni zona cromatica che Tiziano lascia il respiro di un abbozzo mutevole, di una vita cangiante e in crescenza. Crespe delicate e volanti, bruciature, liquefazioni lievi, tocchi brulicanti, che rammentano le dolorose cicatrici del Cézanne quando cercava di "réaliser"; ciò che a Tiziano riusciva senza pena. 
Questo avviene a Venezia mentre a Roma Raffaello dipinge le "Stanze" e Michelangelo, maledicendo, a cervice riversa, termina la Volta Sistina.


In questo dipinto la penombra da cui emerge I'uomo qui effigiato, mai identificato, si pone come elemento determinante per mettere in evidenza il pallore del suo volto, ed è per questo che il ritratto si è meritato l'appellativo di Uomo malato. Sopra una camicia dal bordo finemente ricamato, il giovane indossa un pesante cappotto arricchito da un largo collo di pelliccia; la mano sinistra, coperta da un elegante guanto, poggia su un libro.
Seppure I'ipotesi non sia suffragata da alcun documento, in passato alcuni studiosi hanno identificato il personaggio come Claudio Tolomei, al tempo dell'esecuzione di questo quadro, intorno al 1513, residente a Roma alla corte di Leone X.
Venuto meno questo suggerimento, I'unica certezza è che si tratti di un letterato come indica la
presenza del libro. Ma il dipinto pone anche il problema dell'attribuzione; infatti va sottolineato che il ritratto entrò nelle collezioni granducali come opera di Leonardo da Vinci, proposta questa sicuramente da scartare; agli inizi del Novecento I'ipotesi più accreditata era quella che si trattasse di un lavoro di Sebastiano del Piombo, anche se qualche critico propose il nome di Lorenzo Lotto. 
L'attribuzione a Tiziano è emersa a seguito del restauro del 1915 che non solo ha permesso una migliore lettura formale dell'opera, ma ne ha messo anche in evidenza I'alta qualità pittorica. Che si tratti di un lavoro giovanile di Tiziano è ancora oggetto di discussione, anche perché parte della critica asserisce che si tratta di un lavoro di Sebastiano del Piombo, come indica anche il confronto fra questo dipinto e il Ritratto di uomo della Collezione Toucher di Vienna.
Sebastiano o Tiziano? Forse solo I'esatta identificazione del personaggio potrebbe risultare determinante per sciogliere il dilemma; ma chiunque sia stato l'autore è comunque certo che la
tipologia del ritratto è fortemente legata alla cultura veneziana.

Il ritratto giunse nelle collezioni granducali fiorentine nel 1675 grazie all'eredità del cardinale Leopoldo de' Medici; la sua intensa bellezza gli valse un posto d'onore nella celeberrima Tribuna, dove erano, e sono tutt'oggi, esposti i capolavori della Galleria degli Uffizi. 
La tela è purtroppo seriamente danneggiata in più punti, sfondata forse dopo una rovinosa caduta; a causa dell'incidente il quadro fu riposto nei depositi, dove è stato ritrovato all'inizio del nostro secolo.



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sabato 13 luglio 2013

INCORONAZIONE DI SPINE - Tiziano - THE CROWNING WITH THORNS - Titian


INCORONAZIONE DI SPINE (1542-1544) - Tiziano
Museo del Louvre a Parigi
Olio su tela cm 303 x 180

Dipinto per la chiesa milanese di Santa Maria delle Grazie, l'Incoronazione di spine è un esempio della personalissima interpretazione del manierismo offerta da Tiziano.
Le pose e le anatomie sono in relazione con la "terribiltà" di Michelangelo e con la statuaria classica: d'altro canto, la drammatica scelta delle luci e l'impeto tragico dei gesti sono altrettante revisioni" del rigido codice stilistico del manierismo in chiave di sofferto e amaro naturalismo.
Il dipinto, rimasto a Milano fino al tempo delle spoliazioni napoleoniche, ha svolto un ruolo importante nella formazione del giovane Caravaggio
L'Incoronazione di spine, eseguita tra il 1542 e il 1544 per la chiesa di Santa Maria delle Grazie e oggi al Louvre, è il dipinto-chiave di questo periodo. 
I carnefici di Cristo sono figure massicce e muscolose, di carattere michelangiolesco: ma il senso di tragedia, di brutalità bestiale è espresso con un uso del colore e della luce che riporta l'immagine a un senso di immediata verità, quasi anticipando Caravaggio.
  

INCORONAZIONE DI SPINE (1570 circa) - Tiziano
Alte Pinakotek - Monaco
Olio su tela cm 280 x 182
.
In questo caso, la ripresa  da un tema di diversi decenni prima è ancora più diretta: il rapporto con L'Incoronazione di spine del Louvre è stringente dal punto di vista compositivo, ma il colore "sporco", quasi colato sulla tela, accresce l'amara, angosciosa resa della bestialità del dramma. Nel paragone fra le due tele risulta anche evidente la scomparsa di dettagli classici omaggio alla cultura del manierismo.

Gli esperimenti manieristi sono soprattutto rivolti ai grandi dipinti religiosi, mentre nei ritratti di Tiziano conserva sempre la caratteristica franchezza ed energia: anzi, proprio nel campo della ritrattistica, il maestro compie i primi assaggi di un tipo di stesura del colore che a poco a poco diventerà la sua nuova caratteristica.
Tiziano non si preoccupa più di unire le pennellate in campiture compatte di colore, ma lascia sempre più spesso bordi sfrangiati, particolari appena accennati, residui consistenti di grumi di materia cromatica sulla tela.
Intorno al 1570, superati gli ottant'anni, Tiziano si accorge di essere rimasto davvero solo: la morte del vecchio amico Sansovino, le preoccupazioni per il carattere indolente del primogenito Pomponio, avviato senza vocazione alla carriera ecclesiastica, le stesse difficoltà politiche e militari della Repubblica, impegnata in guerre contro mi turchi, hanno precise conseguenze sullo stato d'animo del maestro. Inoltre, nel 1571, un incendio di Palazzo Ducale manda in fumo parecchie opere d'arte, fra cui alcuni dei dipinti ufficiali di Tiziano: un secondo incendio, nel 1577, avrà conseguenze ancora più rovinose.
Negli ultimi sei anni della sua lunga vita, Tiziano è ancora capace di rinnovare profondamente il proprio stile: eppure, il punto di partenza è un'attenta rilettura dei temi e delle composizioni giovanili.
Il drammatico episodio dell'Incoronazione di spine di Monaco di Baviera riprende appunto alla lettera l'identico soggetto oggi al Louvre, ma la tragica pasta del colore, quasi un'enorme macchia di sangue e di fango, è nuova.
Tiziano dipinge ormai senza alcuna traccia di disegno, lavorando con accanimento su strati sovrapposti e spessi di colore.



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martedì 4 giugno 2013

DANAE - Tiziano


DANAE (1545) Tiziano Vecellio 
Gallerie di Capodimonte - Napoli
Olio su tela cm 120 x 172


Cominciata a Venezia e terminata a Roma, la tela è un dono personale di Tiziano al raffinato cardinale Alessandro Farnese, nipote di papa Paolo III e promotore del viaggio a Roma del pittore. Mentre era ancora in fase di abbozzo, monsignor Della Casa la descrive così al cardinale Farnese: 
"Una nuda che vi faria venire il diavolo addosso".
In effetti, Tiziano ha conferito all'immagine di Danae, visitata da Zeus sotto forma di pioggia d'oro, una vibrante sensualità, ancora più viva rispetto a quella - pur già tanto fremente - presente nella Venere di Urbino () sempre secondo quanto dice monsignor Della Casa, quest'ultima, rispetto alla Danae Farnese, "pare una teatina".
Le pennellate sono morbide e sfatte, come spesso in Tiziano; il pittore supera, con quest'opera, la troppa sottolineatura della plasticità dei corpi, come nei lavori precedenti, per approdare ad uno stile libero e coloristicamente puro.
  
VENERE D’URBINO (1537-1538) - Tiziano Vecellio (Vedi scheda)
   
Nei ritratti di Tiziano, ciò che distingue il linguaggio, specie se confrontato con quello degli imitatori, è che quelle ampie stesure di colore visualizzano sempre il movimento di una figura sorprendendolo nell'attimo, inesistente nella continuità temporale di cui noi abbiamo esperienza, in cui si offre al massimo della sua ostensibilità, al punto che il moto si allenti fino a fermarsi sopraffatto dall'inquartarsi delle zone di colore e sia possibile godere lo spettacolo di un risvolto che s'imbastisce al dritto della veste, di una camicia che si spartisce lo spazio con un campo di nudità fiorente, di uno scollo che s'inquarta tra le bande di un collare di pelliccia. Ma è chiaro che si tratta di un attimo di stasi in un movimento, perché le cuciture di quei piani, anche delle figure che posano per un rilratto sono sempre inarcate, tese a generare lo spazio del dipinto.


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venerdì 28 maggio 2010

PRESENTAZIONE DELLA VERGINE AL TEMPIO (Presentation of the Virgin in the Temple) - Tiziano Vecellio

             


PRESENTAZIONE DELLA VERGINE AL TEMPIO (1534 - 1538)
Tiziano Vecellio (1488 circa - 1576)
Pittore italiano
Gallerie dell'Accademia a Venezia
Olio su tela cm. 335 x 775


La "Presentazione della Vergine al Tempio" è un dipinto di Tiziano Vecellio (nato a Pieve di Cadore nel 1488 circa e morto a Venezia nel 1576) ed è stato eseguito tra il 1534 e il 1538 circa.

Tiziano dipinge relativamente poche opere per la propria città, tanto da suscitare le rimostranze del Senato, che minaccia di sospendere il compenso statale che il maestro riceve in qualità di pittore ufficiale.
Di fronte a questo rischio, e anche per non contrastare la concorrenza del Pordenone, Tiziano esegue tele che diventano subito molto popolari, come la "Presentazione della Vergine al Tempio.

Questo dipinto, che si trova nelle Gallerie dell'Accademia, è un olio su tela e misura cm 335 di larghezza e cm 775 di altezza.

Il dipinto è tuttora conservato nella sua collocazione originaria, la Scuola della Carità, inglobata nell'edificio che ospita le Gallerie dell'Accademia.

È l'unico caso di "telero" narrativo dipinto da Tiziano: un genere tipicamente veneziano, molto sviluppato da Gentile Bellini e da Carpaccio, ma ormai prossimo a cadere in disuso.



In questa grande tela Tiziano prende pretesto dalla leggenda sull'infanzia di Maria per dipingere una scena reale di vita veneziana: una ragazzina sale da sola la gradinata di una chiesa, incantando tutti con la grazia del suo portamento..., nella folla che la sta a guardare sono ritratti i più svariati tipi delle calli veneziane..., un vecchio, un dignitoso senatore, una popolana col suo bambino, la gente alle finestre (in quellla centrale, vista di profilo, si intravede Tiziano stesso con a fianco la moglie che osservano la propria figlia che sta appoggiata sugli scalini).
Nella vecchia seduta a lato delle scala col cesto di uova i veneziani riconobbero subito una nota venditrice ambulante.

In quest'opera di Tiziano vive uno spirito d'orgoglio per la propria città, per i propri concittadini, per il proprio tempo.

Si tratta di un quadro dunque in cui Tiziano, seguendo la tradizione del Rinascimento, interpreta un tema evangelico come se fosse un fatto contemporaneo.

La composizione si vale di riferimenti spaziali e scenografici di tipo teatrale, e anche i personaggi sembrano partecipare a una recita.
Verso la fine degli anni Trenta, in effetti, Tiziano si interessa di allestimenti di spettacoli teatrali.


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RITRATTO DI PIETRO ARETINO (1545) - Tiziano Vecellio
 
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martedì 25 maggio 2010

RITRATTO DI PIETRO ARETINO (Portrait of Pietro Aretino) - Tiziano Vecellio

Ritratto di Pietro Aretino (1545)
Tiziano Vecellio (1488 - 1576)
Pittore italiano
Galleria Palatina a Firenze
Tela cm. 98 x 78

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Pixel 1536 x 1176 - Mb 1,05



Pietro Aretino, il famoso letterato libellista, ricco di talento e di estro, che maneggiava la penna senza tanti scrupoli, era grande amico di Tiziano.

E anche di lui Tiziano fa un ritratto profondo, pieno di verità: eccolo bene eretto sui busto largo e imponente..., i vivi colori viola e oro, il grande collare di seta, la massiccia catena d'oro, ogni particolare dell'abito, sottolineano la sua vanità..., così come tutto l'insieme dei suo portamento mette in luce una certa presunzione ed arroganza..., Tiziano però non fa della caricatura, egli ci pone invece di fronte una potente personalità, ardita e spregiudicata.


Il "Ritratto di Pietro Aretino", eseguito nel 1545, è una tela di cm 98 di altezza e di cm 78 di larghezza.
Si trova nella galleria Palatine di Firenze.

E' un ritratto 'privato', compiuto da Tiziano subito prima di recarsi a Roma, prova tangibile della forte amicizia e dello stretto sodalizio professionale con lo scrittore toscano.

D'altra parte, il ritratto è di una tale novità che l'Aretino, ricevendolo, lo giudica "piuttosto abbozzato che non finito".

Tiziano sta in effetti sperimentando la tecnica che diventerà tipica dell'ultimo periodo della sua produzione: i contorni non sono più accuratamente definiti e le larghe pennellate sono stese in modo apparentemente veloce, quasi più per accennare al soggetto che non per descriverlo.

Il risultato è un'animazione vitale del tutto inedita e polemica nei confronti della fredda ricerca stilistica dei coevi ritratti centroitaliani.


La ritrattistica impegnò Tiziano per tutto il corso della sua lunga vita.

Il suo processo evolutivo, da un iniziale lirismo edonistico ad una consapevole pienezza di vita e dei valori umani, all'ultima fiammata in cui brucia la realtà consumandone la materia per metterne a nudo l'essenza, è tutto interiore.

Rotto, sin dagli inizi, l'isolamento pittorico dell'uomo con il mondo che lo circonda, anche per mezzo di una concezione artistica che ne permetteva la fusione in una vibrante atmosfera di movimento, Tiziano fa "della figura umana il metro e il centro della sua arte", approfondendone negli anni la verità, il carattere, la dignità e il simbolo che ne giustificano l'esistenza.

Il suo cammino fu solitario, poichè nessun influsso rilevante si registra nei suoi ritratti.


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lunedì 24 maggio 2010

RITRATTO DI PAOLO III CON I NIPOTI (Portrait of Farnese Pope Paul III with his nephews) - Tiziano Vecellio

RITRATTO DI PAOLO III CON I NIPOTI (1546)
Tiziano Vecellio (1488-1576)
Pittore Italiano
Gallerie di Capodimonte a Napoli
Tela cm 210 x 174



Il “Ritratto di Papa Paolo III coi nipoti Cardinale Farnese e Ottavio Farnese” è un dipinto di Tiziano del 1546.

La tela si trova nelle Gallerie di Capodimonte a Napoli e misura cm 210 di altezza per cm 174 di larghezza.

Prendendo spunto da un ritratto di leone X dipinto da Raffello, Tiziano presenta il papa con i nipoti Alessandro e Ottavio.

L’anziano pontefice, ossuto e ingobbito, lancia uno sguardo di acuta arguzia a Ottavio, che si sta producendo in un inchino.

E' nota la brama di potere e di ricchezza per sè e per i suoi che animava Paolo III, sono noti gli intrighi della sua famiglia.

La tecnica rapida, abbozzata, in qualche particolare incompiuta, dà l’impressione dell’intrigo, dell’atmosfera soffocante.

Il colore è sempre più ricco, pastoso, con un predominante tono di rosso: secondo una massima ripetuta da Tiziano, chi vuole diventare pittore deve conoscere tre colori: il bianco, il rosso e3 il nero “è averli in man”.



In questo quadro la penetrazione realistica dei personaggi da parte del Tiziano sembra mettere in evidenza tutto ciò rivestito del manto papale, incurvato dalla vecchiaia, ma con una luce astuta sul volto, Paolo III pare stia scegliendo tra i due nipoti il degno successore…, Alessandro è come assorto, mentre Ottavio, chinato verso il papa, spira da tutto il portamento una subdola adulazione: il viso affilato esprime una sola passione: per quale via giungere al potere.

Due anni dopo l'esecuzione del quadro Ottavio organizzerà una congiura contro il papa.

Il genio di Tiziano coglie la personalità di questi uomini nel suo intimo, nel suo segreto.


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giovedì 20 maggio 2010

SAN SEBASTIANO (Saint Sebastian - 1570) - Tiziano Vecellio


SAN SEBASTIANO (1570 circa)
Tiziano Vecellio (1490 circa - 1576)
Museo dell'Ermitage - San Pietroburgo
XVI secolo - Scuola veneta
Tela cm. 210 x 115,5

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Pixel 2520 x 1345 - Mb 1,36


Il dipinto testimonia la metodologia creatrice di Tiziano Vecellio che, inizialmente, per il suo SAN SEBASTIANO, ideò una figura a mezzo busto e solo successivamente decise per una figura intera, allargando la tela con ulteriori aggiunte.
Si noterà che il dipinto non è concluso, poiché Tiziano ha solo delineato il polpaccio ed il piede della gamba sinistra del Santo, ma la forza pittorica che scaturisce dall'immagine è tale da poter affermare di essere al cospetto di un'opera perfettamente compiuta.

In questa raffigurazione la potenza drammatica dell'artista giunge all'apice.
La critica ritiene che Tiziano abbia preso a modello per il suo SAN SABASTIANO la statua di APOLLO del Belvedere, mentre i tratti del volto sembrerebbero ispirati dalle figure del gruppo marmoreo del Laoconte.
Il Santo emerge solennemente sullo sfondo di un cupo tramonto, illuminato dalla vaga luce di una brace.
La gamma pittorica gioca su un insieme di sfumature marrone venate di incerte scintille di fuoco, rossi improvvisi, ocra e verdi imprevisti.
In questa rosseggiante atmosfera io vedo scomparire le forme e i tratti del mondo reale, come se tutti gli elementi del creato ritornassero al caos primordiale.

La notevole abilità pittorica che traspare s da quest'opera l'avvicina ad altre della tarda maturità di Tiziano, quali TARQUINIO E LUCREZIA dell'Accademia di Vienna o l'INCORONAZIONE DI SPINE della Pinacoteca di Monaco.
Gli studiosi concordano in generale nel datare questo dipinto intorno al 1570, fra gli ultimi lavori dell'artista, che morì nel 1576.

Parte della critica ritiene ancora che il quadro dell'Ermitage sia un modello che Tiziano conservava nel proprio studio, ma questa ipotesi non sembra convincente, date le dimensioni stesse del dipinto.
Un'opera con analogo soggetto, andata smarrita, faceva parte probabilmente, nel 1655, delle collezioni del conte d'Arundel


LA MATURITA' DI TIZIANO VECELLIO

Questo SAN SEBASTIANO dell'Ermitage appartiene alla fase più matura della lunga e feconda attività artistica di Tiziano Vecellio, formalmente la più drammatica e nel contempo la più ricca di forza spirituale.
Dalla fase iniziale, segnata dall'influenza di Giorgione, spesso il quale aveva lavorato in gioventù, il pittore sviluppa un suo linguaggio personale dove predominano l'ampiezza e la solennità dei gesti e della poesia.
E' in queste caratteristiche e nella concezione di una umanità completa e pienamente realizzata che Tiziano si manifesta uomo del Rinascimento.
Il senso del dramma e dell'eroismo, la potenza spirituale unita ad una eccezionale abilità tecnica costituiscono le caratteristiche costanti dell'ultima fase creativa di Tiziano, che solo di recente l'interesse della critica ha notevolmente rivalutato mettendone in luce aspetti inediti.


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