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giovedì 19 giugno 2008

GUERRA E PACE (War and Peace) - Lev Tolstoj




Lev Tolstoj terminò nel 1869 il grandioso lavoro di creazione e scrittura di GUERRA E PACE, il cui germe risaliva al 1856. Lavoro che fu di ripensamenti, rifacimenti, correzioni senza fine. Qual è interesse di fondo di un lettore italiano come me per GUERRA E PACE? Lascio da parte il problema dell'interesse per la dimensione letteraria, che oggi potrebbe apparire in declino, per cui è necessario escogitare letture sempre più nuove e attuali. Proprio per vincere questa nuova "barbarie". Per un giovane russo dei nostri giorni il discorso è diverso: egli si ritrova immediatamente nel mondo e nei personaggi di GUERRA E PACE, e il punto di riferimento è l'umanità, la ricerca umana dei personaggi, attraverso l'amor di patria, il senso della Russia.

Tolstoj, con la descrizione, l'evocazione poetica della lotta contro gli invasori napoleonici ha esaltato questo patriottismo. Se però si fosse limitato a questo, avrebbe scritto un'opera certo non universale, un'opera, per così dire provinciale, come i romanzi romantico-nazionalisti, romantico-patriottici, di uno Zagoskin. Invece egli, pur esaltando il patriottismo autentico dei russi, ne fa un motivo più profondo, più ampio. In realtà, il serenissimo Kutuzov quando combatte, a suo modo, contro Napoleone, non è, nel romanzo, solo un personaggio fantastico di cui il vero Kutuzov storico è il prototipo: è anche il personaggio simbolico, una specie di "divinità russa" autoctona. I soldati-contadini, e i nobili autenticamente russi, come il principe Andrei, o anche Pierre, si ritrovano in lui. Lo "sentono". L'intuizione di Tolstoj è proprio questa. Non so se esisteranno ancora queste nazioni tra mille anni. Oggi esiste la nazione russa, che si ritrova nella nazione russa di ieri (faccio delle constatazioni). GUERRA E PACE è un romanzo popolare scritto da un nobile (di antica nobiltà) che idealizza una parte di nobiltà, "patriottica", in quanto è legata al popolo-contadino. Il "legame" è più sentimentale che reale; ma parte di questa nobiltà soffre un autentico travaglio, proprio per trasformare in realtà questo impulso generoso (Pierre, Andrei).
GUERRA E PACE, dunque, appartiene a quel grande filone narrativo che in Italia non è quasi esistito. Dei "romanzi popolari" ha alcuni aspetti, come il motivo della punizione del malvagio (Napoleone, Anatolij Kuragin), ma su un piano estremamente complesso. In questo senso GUERRA E PACE può sempre trovare dei lettori a un livello immediato. Tuttavia la quantità dei problemi, di situazioni, di personaggi (sono oltre 650) fa sì che nel romanzo anche un giovane italiano possa ritrovarsi, purché abbia quel minimo di umiltà (che manca troppo spesso nel nord) di "accettare", sia pur come ipotesi, inizialmente, il romanzo stesso.
Ho accennato prima al tema patriottico. Tolstoj lo sente rettamente (poi, nella sua produzione successiva, il suo universalismo cristiano, la sua teoria della non resistenza al male con la violenza, e la sua teoria, più generalmente, della non violenza, lo porteranno su posizioni ben diverse, almeno programmaticamente, non più nazionali, ma universali; la sua "rusticità", per altro, sarà presente e ben viva fino all'ultima pagina delle sue opere). Questo sentimento fa velo a Tolstoj, per esempio, per ciò che si riferisce ai giudizi, non tanto su Napoleone, quanto su ciò che "portava" Napoleone. Ci interessa meno ora l'odio dello scrittore per l'imperatore francese, il gusto con cui descrive la sua meschinità d'animo, la sua vanità; questa caratterizzazione dell'imperatore si poneva in antitesi letteraria con il "personaggio" Napoleone quale fu "divulgato" dalla letteratura romantica (dalla Russia all'Italia potremmo fare un lungo elenco di opere, di poesie specialmente, di esaltazione del "genio" dell'imperatore, al quale la morte e la trasfigurazione letteraria avevano tolto ogni meschinità quotidiana). In realtà Tolstoj compie un'altra deformazione, negativa.

Napoleone Bonaparte

La critica ha voluto dire che il Napoleone di Tolstoj è, insieme, Napoleone I e Napoleone III, e che, in genere, Tolstoj ha "modernizzato" il suo tema, le sue situazioni. Questa tesi è stata recentemente ridimensionata: Tolstoj cerca di restare fedele al momento storico narrato; il suo Napoleone è il Napoleone I: la deformazione è in parte dovuta al punto di vista dei suoi personaggi russi (Napoleone per loro è il nemico; per Nikolaj Rostov è il nemico numero uno, come per Pierre: non è un personaggio della storia). In parte è dovuta alla concezione della storia di Tolstoj (ampiamente esposta, fra l'altro, nell'EPILOGO del romanzo), per cui i condottieri, coloro che fanno la storia per la loro virtù individuale, non esistono. La storia è frutto della oscura attività delle masse, attività incontrollabile e imprevedibile come quella delle forze naturali. In questo senso vero condottiero è colui che asseconda il moto dei popoli, come Kutuzov, non colui che, come Napoleone, si illude di dirigere, di guidare. Ma c'è forse anche un altro motivo: nella letteratura europea, e russa, dell'Ottocento uno dei temi di fondo è il tema del "napoleonismo". Di Napoleonici ce ne sono molti. Da Sorel a Raskol'nikov. Ora, il tema del "napoleonismo" è legato al tema della potenza e del potere (demoniaci per Tolstoj), e al tema del denaro (altrettanto demoniaco). In questo senso anche Napoleone (il Napoleone di Tolstoj) è una figura simbolica, l'emblema di un vizio o di un insieme di vizi. La negatività di Napoleone personaggio è poi potenziata dal suo essere occidentale: qui Tolstoj è altrettanto "slavofilo" degli "slavofili". La Russia è contro Napoleone perché Napoleone è lo straniero, l'eretico (cattolico) venuto dalla corrotta e corruttrice Europa, per soggiogare il popolo ortodosso.

Con questa caratterizzazione e deformazione, Tolstoj parrebbe non vedere altre cose: che la Santa Russia era un paese dove certe idee e certe leggi, portate dalla Rivoluzione Francese e anche da Napoleone (a parte altre considerazioni e a parte la sua vanità personale di essere "imperatore"), dove certe leggi, dicevo, moderne, più giuste, se le sognavano. Dove esisteva ancora la servitù della gleba, e il concetto di "cittadino" era un sogno utopistico di alcuni perseguitati scrittori. Eppure Tolstoj vede, in un certo senso, tutto, e capisce anche che i russi, combattendo contro Napoleone avevano contemporaneamente ragione e torto.

Natascia Rostova

Avevano ragione, perché Napoleone era effettivamente il nemico del popolo ortodosso, lo straniero (e quindi offendeva un sentimento patriottico, istintivo), era l'invasore, colui che violava la sacra terra, che offendeva la memoria degli avi, e le icone dei santi russi. Non per niente i veri nemici di Napoleone, i veri patrioti sono non tanto i nobili infranciositi, quanto, appunto, il popolo contadino e i nobili che hanno profonde radici nel mondo contadino, nella terra russa.

Hélène è un personaggio negativo, anche perché sradicata: e il suo sradicamento morale è collegato con la perdita, per così dire, della sua rusticità. Eppure i russi hanno torto, specialmente i contadini: non per nulla gli astuti francesi mandano in giro manifestini allettanti, in cui promettono ai contadini-servi quello che i contadini-servi sognano da secoli, la liberazione. Per questo, parecchi gruppi di contadini si mettono con i francesi, o si ribellano ai loro padroni: per esempio i contadini del principe Andrei, per cui si trova in difficoltà la buona e rutta principessa Maria. Tolstoj, sia pure con contenuti diversi, esprime il "senso" del popolo russo, la sua realtà, il suo distacco, anche, dalle astratte posizioni dei nobili decabristi (qualcosa di analogo si verificò poi a proposito di non pochi populisti, con il loro linguaggio incomprensibile e astratto).
Certamente, questo popolo russo assume un valore in parte mistico, è presentato in un'inquadratura di tipo religioso (il popolo russo, in sostanza, è il portatore di Cristo tanto per Tolstoj quanto per Dostoevskij): non per nulla l'estetica di Tolstoj era fondata sull'accettazione immediata dell'arte da parte del popolo, e quindi sul rifiuto dell'arte di élite (come quella del decadentismo); non per nulla, per Tolstoj, il processo di degenerazione dell'arte ha inizio con il Rinascimento, vale a dire con la fine del Medio Evo, cioè con la fine del periodo (idealizzato naturalmente) dell'unità del popolo cristiano. Nel suo fondamentale libro IL ROMANZO STORICO, il Lukàcs tratta egregiamente questo problema della presenza del popolo in Tolstoj...

Andrej Bolkonskij

"Il suo [di Tolstoj] modo di presentare il mondo "alto" degli stati maggiori, della corte, del paese ecc. rispecchia la differenza e l'odio del semplice contadino o del soldato. Ma Tolstoj descrive tuttavia anche il mondo "alto" e dà quindi all'odio e alla diffidenza del popolo un oggetto concreto e visibile. Solo che questa differenza non è semplicemente esteriore e schematica. Poiché la concreta esistenza dell'oggetto odiato introduce, di per se stessa, una varietà di gradi, una maggiore intensità, una passione nella descrizione dei sentimenti del popolo verso questo mondo "alto". Ma con questo modo di rappresentazione artistica Tolstoj non ottiene soltanto una maggiore differenziazione, bensì anche un'articolazione di tipo affatto diverso. Essa non rappresenta affatto un problema espressivo puramente artistico, ma, al contrario, nasce proprio dall'arricchirsi e dal concretizzarsi del contenuto storico sociale. Tolstoj descrive con grande maestria il risvegliarsi del sentimento nazionale del popolo durante la campagna del 1812. Prima le masse popolari erano soltanto inconsapevole carne da cannone per i fini di rapina dello varismo. Di conseguenza, per esse, lo scopo e l'esito della guerra erano del tutto indifferenti... Con la ritirata dell'esercito russo verso Mosca, e soprattutto con la caduta e l'incendio della città, cambia la situazione storica oggettiva, e cambiano, con essa, anche i sentimenti del popolo: Tolstoj descrive questa maniera, facendo sempre anche notare come grandi parti della vita popolare, sotto il dominio zarista, non siano toccate, oggettivamente e soggettivamente, dal destino della patria. Ma la svolta ha tuttavia luogo. E Tolstoj le conferisce un'espressione chiara ed efficace mostrando come Kutuzov, sorretto dalla fiducia del popolo, venga nominato comandante in campo contro la volontà dello zar e della corte".


Quando la guerra di difesa finisce, continua Lukàcs (del resto un po' schematicamente) Kutuzov "crolla esteriormente ed interiormente", in quanto la sua missione di difendere la patria "come rappresentante della volontà popolare è finita". Queste parole di Lukàcs (su molti suoi giudizi a proposito di Tolstoj si può, naturalmente, non essere d'accordo) mi sembra diano una chiara testimonianza dell'indubbia coscienza del "popolo russo", da parte di Tolstoj al tempo di GUERRA E PACE. In seguito tale coscienza si sarebbe maggiormente definita e specificata, nel senso di una identificazione del popolo russo con il popolo cristiano. Per altro devo ribadire: il popolo russo, difendendo la propria terra dai francesi, respingeva, sì, il nemico ma, nello stesso tempo, ribadiva le proprie secolari catene di servitù. Tuttavia questa contraddizione di fondo non era sentita dal contadino russo (se non in parte, dai contadini più occidentali, venuti per primi a contatto con i francesi, attraverso la Polonia).

Lev Tolstoj

Tolstoj probabilmente sperava in una "restaurazione" della società cristiana da lui idealizzata, nella realizzazione dell'unità tra lo zar e il popolo nel nome della "verità" e della "luce": è però significativa la delusione di Nikolaj Rostov, che, per molti aspetti, è un personaggio molto significativo. Nikolaj Rostov è un nobile animato in gioventù di sacro amore per lo zar e la patria, combatte, cerca la gloria (in modo meno distaccato e più goffo, ovviamente, del modo austero e amaro del principe Andrei); la delusione di Nikolaj è di tipo diverso dalla delusione di Andrej; la delusione di Andrej è scontata, ha i caratteri dell'"infinito", che non può essere la delusione di Nikolaj, per la stessa limitatezza della sua anima. Pure Nikolaj Rostov intuisce e capisce molte cose; preferisce solo non parlarne. Preferisce rifugiarsi nell'obbedienza: sappiamo che se il nobile Nikolaj Rostov, sposo di Marija Bolkonskaja, ricevesse l'ordine di arrestare suo cognato Pierre, lo farebbe. Lo farebbe, pur pensando, in fondo al suo cuore, che il ministro Arakceev è quello che è, lo farebbe a un livello immediato, perché come ufficiale, deve ubbidire, e un Rostov non può discutere gli ordini. A un livello più profondo lo farebbe perché da Pierre viene l'inquietudine, l'inquietudine non solo politica, ma esistenziale, che Nikolaj respinge. Il piccolo Nikolen'ka che sogna leggendo Plutarco (allora si usava così), e immagina il padre, il principe Andrej, redivivo, e lo zio Pierre, alla testa degli insorti, sa anche che contro di loro, alla testa delle truppe, si sarebbe trovato proprio l'altro suo zio Nikolaj Rostov.

In GUERRA E PACE i problemi sono vissuti direttamente dai personaggi, ai quali si aggiunge l'autore, e si aggiungono gli scrittori e i teorici citati: si tratta di "punti di vista" diversi, il che dà all'opera una straordinaria mobilità. Poche opere sono così ricche e varie, così profonde, con tanti passaggi ai più diversi livelli (lo studio degli "episodi" e della loro complessità dà risultati di un'incredibile ricchezza "musicale"). C'è un principio unificatore, che è poetico, naturalmente, perché regge l'intera costruzione, ma che ha le sue radici in una convinzione complessa e profonda: il senso della Russia, il senso del popolo russo-cristiano, la speranza di una realtà armoniosa, si fondono con il ricordo idealizzato della famiglia patriarcale nobile (quella autentica, quella dei Bolkonskij, quella dei Rostov, la seconda, vera, famiglia di Pierre, ovviamente, non quella dei Kuragin, i "cattivi" del poema epico, i "maganzesi", come il principe Basilio ed Hélène).
Questa "memoria" illumina il primo libro, per esempio, con le scene degli adolescenti e dei loro primi amori; illumina, nel secondo libro, la celebre "danza russa" di Natascia Rostova, che è una realizzazione dell'armonia sentita come unità con ilo popolo russo, come superamento autentico e istintivo, da parte della contessina, dell'"educazione straniera": superamento che la rende vicina allo zio, che la ospita, durante la caccia, e alla governante-amante dello zio, Anissja Fjodorovna. Illumina, nel terzo libro, la battaglia di Borodino.

Battaglia di Borodino

Dobbiamo, naturalmente, considerare tutto quello che è "Guerra" e "Pace", cioè GUERRA E PACE in quanto romanzo, in quanto successione organizzata di parole e di pagine, non come un trattato, ma come romanzo: 'illusione fortissima di realtà nasce dall'arte di Tolstoj, e l'arte di Tolstoj nasce dalla sua interiore sincerità, dal fatto che egli crede in una serie di valori e li vede faticosamente (o spontaneamente, naturalmente) realizzarsi nei suoi personaggi positivi. In questo senso la storia di Pierre è esemplare come "modello" di biografia (in parte di autobiografia) spirituale. Ma tutto questo mondo, vicino a noi per l'umanità profonda che lo pervade (oltre i costumi, la lingua, la storia), risulta per noi vitale e da noi affermato, proprio grazie al magistero artistico, che fa di Tolstoj uno dei punti di culminazione della storia civile dell'umanità.



* * *

Pierre:- La vita di ognuno di noi lascia un segno in quella degli altri...

Andrej Bolkonskij:- Perché tutto il resto è vano, tutto il resto è illusione, tranne questo cielo sopra di me...


* * *



venerdì 7 marzo 2008

RESURREZIONE (Resurrection) - Lev Tolstoj

Nella camera dei giurati il principe Dimitri Necliudov trovò già riunite una decina di persone.
L’usciere invitò i giurati a entrare nella sala delle Assise, dove stava per iniziare il processo.
L’imputata era una donna di facili costumi, una certa Maslova, accusata di aver ucciso col veleno un suo amico, allo scopo di derubarlo.
Al suo entrare nella sala, gli sguardi di tutti gli uomini si volsero verso di lei e rimasero fissi sul suo viso pallido dagli occhi neri, scintillanti, sul corpo snello e provocante, che neppure i brutti abiti del carcere riuscivano a mortificare. Il principe Necliudov la osservò con più attenzione, mentre il Presidente la interrogava, e a un tratto impallidì, preso da un’emozione violenta, che subito si sforzò di nascondere.

“E’ impossibile – pensava – non può essere lei, il suo nome era un altro!”.
Ma pur cercando di illudersi, già sapeva, senza ombra di dubbio, che l’imputata Maslova era Katiuscia, la ragazza che per un tempo brevissimo e felice aveva amato di vero amore. Una folla di ricordi che credeva sepolti gli fecero salire le fiamme alla faccia.
Tutto era cominciato d’estate, tanti anni prima: Dimitri era in vacanza nella villa delle zie, presso le quali Katiuscia, da loro allevata e protetta, era una via di mezzo tra la pupilla e la cameriera. Dimitri aveva allora diciannove anni, era ingenuo sensibile, fremente per la troppa gioia di vivere. Katiuscia, coi suoi sedici anni, il suo sorriso raggiante, gli occhi luminosi, la gentile e svelta figuretta, ben presto lo conquistò. Per sentirsi felice, gli bastava ricordarsi dell’esistenza di lei o sperare di incontrarla, indaffarata e sorridente, in qualche stanza della grande casa. Le stesse sensazioni provava Katiuscia per lui, ma nessuno dei due aveva mai osato parlarne all’altro. Forse non si rendevano neppure conto di amarsi, non sapendo definire i loro sentimenti.

Alla fine dell’estate il giovane Dimitri era partito e per tre anni non aveva più avuto occasione di rivedere la fanciulla. Quando era tornato dalle zie per una breve visita, era ben diverso dal ragazzo leale e sognatore di allora. Ormai in ogni donna vedeva soltanto un a fonte di piacere. La vita militare, la compagnia di giovani camerati dissoluti, il troppo denaro fornitogli dalla famiglia l’avevano reso simile a tanti altri, conducendolo a un grado di egoismo e di indifferenza che soltanto tre anni prima gli avrebbe fatto orrore. Katiuscia per tre anni lo aveva atteso e ora i suoi occhi brillavano di felicità; non tentava neppure di nascondergli il suo amore. Dimitri nel suo intimo sentiva che avrebbe dovuto andarsene da quella casa, che qualcosa di male, altrimenti, sarebbe avvenuto. In lui lottavano due uomini: l’uno buono e generoso, che teneva cono del bene altrui e lo anteponeva al proprio; l’altro, egoista e senza scrupoli, che avrebbe sacrificato ai propri desideri il bene del mondo intero.
E fu purtroppo la parte meno nobile che alla fine prevalse: quella notte, l’ultima che avrebbe trascorso in casa delle zie, Dimitri raggiunse la camera di Katiuscia e non ebbe compassione di lei, della sua innocenza, dell’amore che la rendeva così tenera e indifesa.
Il giorno della partenza, dopo il pranzo, aspettò Katiuscia nell’ingresso e, malgrado i disperati dinieghi di lei, le infilò tra le mani una busta con un biglietto da cento rubli. In fondo all’animo sentiva di agire in modo indegno e crudele, ma non voleva assolutamente riconoscerlo, per non doversi vergognare di se stesso. Non aveva che un mezzo per conservare un’altra opinione di sé: non pensarci più. E così fece. La vita militare, i paesi diversi, i compagni, la guerra l’aiutarono a dimenticare.

Ora, dopo dodici anni, di fronte a questa povera donna così diversa dalla Katiuscia di un tempo, il principe è costretto ad ammettere che soltanto la sua bestialità e la sua mancanza di cuore possono aver mutato la ragazza ingenua e dolce di un tempo in una donna viziosa e priva di senso morale. Si sente un miserabile, indegno di guardare in faccia la gente.
Ricorda con un brivido che qualche anno prima, passando dalle zie, aveva appreso che Katiuscia aveva messo al mondo un bambino. Il piccolo poteva essere suo, poiché le date corrispondevano, ma egli aveva preferito pensare che non lo fosse, perché gli tornava comodo.
Mentre il Presidente interroga l’imputata Maslova, il principe si sente oppresso da un peso insopportabile: tutta la vita condotta negli ultimo dodici anni gli appare oziosa, depravata, moralmente priva di qualsiasi scopo. Come ha potuto non accorgersene fino a questo momento? Si trova in quel tribunale per giudicare, quando egli stesso dovrebbe essere sottoposto a giudizio e condannato.
Dopo la discussione del processo, Katiuscia è condannata a quattro anni di lavori forzati in Siberia. Per Necliudov, che si considera la prima causa delle disgrazie di Katiuscia, è un colpo durissimo. Il rimorso non gli dà tregua. Decide di impiegare tutti i mezzi messi a sua disposizione per fare annullare la sentenza, con un ricorso alla Cassazione presentato da un valente avvocato.

“La vedrò, le dirò che sono un mascalzone, che riconosco la mia colpa. Le chiederò perdono come anno i bambini; appena sarà liberata le chiederò di sposarmi”. Questi i pensieri che per tutta quella notte lo tengono sveglio, in un’agitazione continua e dolorosa.
“Signore, aiutami, insegnami!” … supplica a mani giunte; e a un tratto si accorge che in lui è avvenuto un miracolo: si sente forte e capace di fare tutto ciò che di bello e di buono può compiere un uomo. E’ la notte della sua resurrezione. S risveglia in lui l’uomo nobile e generoso che per tanti anni aveva dormito, intorpidito dai vizi e dalla menzogna.
Dopo qualche giorno, il principe ottiene il permesso di un colloquio con la Maslova. Si rea nella prigione dove ella è rinchiusa: è l’ora delle visite, ma il chiasso, la confusione, le grida gli impediscono di parlarle. Il direttore allora la a chiamare e li fa incontrare in una stanza a parte. Sulle prime lei non lo riconosce, poi il suo viso si fa di fiamma e assume un’espressione dolorosa e cupa. Da molti anni si era imposta di non pensare a quel mondo meraviglioso di sentimenti che il principe le aveva dischiuso. Non è mai riuscita a spiegarsi il crudele comportamento di lui, l’umiliazione che egli le aveva inflitta.
Messa all’improvviso di fronte a Necliudov, Katiuscia prova solo un impeto di odio e repulsione. Quel signore elegante, che ora le sta di fronte in atteggiamento supplichevole, non è più il giovane che ha amato, ma un uomo sconosciuto, dal quale un essere come lei deve cercare di trarre il maggior vantaggio possibile. E subito capisce che può approfittare di lui.

“Vorrei chiedervi… un po’ di denaro, se potete, una decina di rubli…” dice a un tratto, guardandolo con civetteria.
“Ma certo, ma certo…” risponde confuso e imbarazzato il principe, rendendosi conto dolorosamente di come ella sia cambiata.
Egli capisce che vi è un solo mezzo per redimere Katiuscia: liberarla dal carcere e sposarla.
Ma, nonostante gli sforzi, il ricorso in Cassazione è respinto e Katiuscia è costretta a scontare la condanna. Dimitri decide allora di seguirla in Siberia: si spoglierà di tutti i suoi beni, regalerà la terra ai contadini e poi sposerà Katiuscia, dedicandole il resto della sua vita. Sarà accanto a lei per sempre, l’aiuterà a redimersi, a ritrovare il giusto cammino, le sarà di conforto e di guida; forse c’è ancora tempo per riparare. Questa decisione lo esalta, gli dà una felicità immensa, mai provata fino allora.
Il viaggio fu lungo, massacrante, in carrozzoni ferroviari più adatti alle bestie che agli uomini. Il principe constatò con orrore le condizioni in cui i forzati vivevano.
Dopo qualche giorno riuscì ad ottenere dal comandante del convoglio che la Maslova fosse trasferita nel reparto dei condannati politici. Questo fatto migliorò le condizioni della poveretta. Finalmente gli uomini cessarono di molestarla, di ricordarle un passato che voleva tanto dimenticare.
La vita coi condannati politici, nonostante la sua durezza, le sembrò un paradiso e le suscitò nuovi sentimenti. Era fierissima dell’amicizia che persone così “straordinarie” le dimostravano.

“E pensare che ho pianto quando mi hanno condannata – diceva – invece dovrei ringraziare Iddio per l’eternità. Ho imparato cose che avrei ignorato per tutta la vita”.
Fra i condannati politici v’era un certo Simonson, un uomo generoso, sensibile e intelligente: egli si era subito innamorato di Katiuscia, ma non osava dichiararsi. La donna se ne era accorta ed era grata a questo Simonson che la stimava e che l’aveva aiutata a ritrovare il rispetto di se stessa. Il principe Necliudov le aveva offerto il matrimonio come riparazione e come mezzo di redenzione, ma Simonson l’amava così com’era e proprio per questo la costringeva a uno sforzo continuo per migliorare se stessa.
A ogni incontro con Katiuscia, Dimitri poté rendersi conto del mutamento profondo che stava verificandosi in lei Perfino il suo aspetto era cambiato: nell’abito e nel suo modo di fare non vi era più alcuna traccia di civetteria. Era un’altra Katiuscia, una donna coraggiosa e forte, ormai avviata sulla via del bene.
Quando il principe venne a sapere che Simonson desiderava sposarla, comprese che Katiuscia non aveva più bisogno di lui. Questo pensiero lo rese assai triste, ma negli ultimi due mesi qualcosa di più grave lo aveva tormentato ed era diventato per lui un problema assillante: come rimediare cioè al male che opprimeva centinaia di migliaia di esseri umani, rinchiusi in prigioni spaventose, esposti a ogni possibile corruzione, torturati da aguzzini che agivano in nome della legge.
Dimitri Necliudov prese il Vangelo e incominciò a leggere, cercando la risposta che forse poteva pacificarlo. Per tutta la notte meditò sul libro sacro e da quella notte si iniziò per lui una vita nuova che egli decise di dedicare soltanto al bene dei suoi simili.


UNA PAGINA

“Nella camera delle donne ardeva una piccola lampada; Katiuscia sola era seduta presso la tavola, pensierosa, e guardava davanti a sé. Necliudov la osservò a lungo, senza muoversi, volendo sapere che cosa avrebbe fatto pensando che nessuno la vedeva.
Un paio di minuti essa rimase immobile, poi alzò gli occhi, sorrise, tentennò il capo quasi per rimproverarsi e, cambiata posizione, con mossa brusca mise le due mani sulla tavola e fissò gli occhi davanti a sé.
Egli stava fermo e la guardava e inconsciamente ascoltava anche il battito del suo cuore e gli strani suoni che giungevano dal fiume.
Laggiù, nella nebbia, si svolgeva un assiduo, lento lavorìo: ora si udiva un rombo, ora uno scricchiolìo, ora un tonfo, ora i ghiacciuoli sottili tinnivano come il vetro. Egli non si muoveva, guardava il viso assorto di Katiuscia, tormentato da una lotta interiore, e provava pietà di lei; ma, strano a dirsi, questa pietà accresceva soltanto la bramosia che lo possedeva tutto. Bussò alla finestra. Quasi colpita da una scossa elettrica, ella sussultò e il terrore le si dipinse sul volto. Poi balzò su, andò verso la finestra e accostò la faccia ai vetri.
L’espressione di terrore non abbandonò il suo viso neppure quando, facendosi schermo con le due mani, lo riconobbe. Era insolitamente seria, come non l’aveva mai vista. Sorrise soltanto quando sorrise lui, sorrise quasi sottomettendosi a lui ma nella sua anima non c’era il sorriso, c’era solo paura. Necliudov le fece segno con la mano per chiamarla fuori, ma ella scrollò la testa e non si mosse. Egli accostò di nuovo la faccia ai vetri per gridarle di uscire, ma in quel momento lei si voltò verso la porta come se qualcuno l’avesse chiamata. Necliudov si allontanò dalla finestra. La nebbia era così fitta che a cinque passi dalla casa non si vedevano più le finestre, ma solo una massa nereggiante, da cui traluceva il rosso lume della lampada che appariva grandissimo. Sul fiume continuava quello strano sibilare, frusciare, scricchiolare e tintinnare del ghiaccio. Poco distante, tra la nebbia del cortile un gallo cantò, dal vicinato altri risposero e dal villaggio lontano giunsero altri richiami che si alternavano e si fondevano in un unico grido. Tutto taceva all’intorno, eccetto il fiume. Era già il secondo canto dei galli. Dopo aver girato un paio di volte intorno all’angolo della casa, mettendo ogni tanto i piedi in una pozza d’acqua, Necliudov si accostò di nuovo alla finestra della camera della servitù. La lampada ardeva ancora e Katiuscia sedeva di nuovo sola davanti al tavolo, come indecisa. Giunto sotto la finestra, il giovane diede un’occhiata nella stanza, poi bussò. Senza guardare chi aveva bussato, ella uscì di corsa e si sentì schiudersi e cigolare la porta d’ingresso. Lui l’aspettava già vicino all’atrio e subito l’abbracciò senza dir parola. Ella gli si strinse addosso, alzò la testa e con le labbra incontrò il suo bacio.”
COMMENTO
Questa che ho presentato è senza dubbio una tra le più belle del romanzo. L’immagine del ghiaccio che si fonde al tiepido alito primaverile concorda mirabilmente con l’ansia dell’amore dei due protagonisti, col terrore dell’ignoto che in Katiuscia cede a poco a poco al desiderio d’amare: ella dice di no con le labbra, mentre tutto il suo corpo dice di sì. Nessuno scrittore russo ha sentito come Tolstoj il fascino della natura. Egli ama profondamente la sua terra, la conosce benissimo, la sente viva e presente in tutto il suo essere e proprio per questo motivo sa descriverne mirabilmente il paesaggio, il trapassare delle stagioni, la furia sconvolgente degli elementi e l’ardore delle passioni umane.
E’ uno scrittore che non eccede negli aggettivi: usa le parole che gli occorrono e non una di più.
Bada sempre e solo alla realtà delle cose e la descrive con una giusta e colorita espressione. L’esatta misura, la semplicità e la naturalezza della narrazione sono qualità caratteristiche dello stile di Tolstoj e non si perdono neppure nella traduzione delle sue opere.
Quello che Tolstoj voleva attuare era veramente l’amore di Dio e la legge del Vangelo. Non si contentò quindi di fare lo scrittore, volle essere filosofo e predicatore, combattendo per il rinnovamento spirituale dell’umanità.”L’arte al servizio della morale” fu il suo programma; perciò in ogni sua opera è contenuto un messaggio spirituale.
Quando nel 1899 il romanzo “Resurrezione” venne dato alle stampe, alcuni critici rimproverarono a Tolstoj di essersi lasciato troppo prendere dalle tesi morali e religiose, appesantendo il racconto con divagazioni che non conducono ad una conclusione pratica.
E’ ero: il libro annuncia alla fine una nuova vita del protagonista ma al punto di descriverla il racconto finisce. Il fatto è che in Necliudov, come sempre avviene per i personaggi di Tolstoj, c’è tanto dello scrittore, del conflitto tra la vita che è costretto ad accettare e quella tutta spirituale che vorrebbe vivere.
Necliudov non sa formulare un programma per vivere secondo la legge del Vangelo, perché lo stesso Tolstoj non sa come effettuare su piano pratico i suoi ideali religiosi e sociali.
Tolstoj odia la menzogna, e nemmeno a uno dei suoi personaggi può permettere di mentire o di annunciare, come sicure, imprese di incerta realizzazione. Piuttosto preferisce lasciare in sospeso ciò che non può essere definito con chiarezza. Ma non per questo è lecito dubitare della sua buona fede, del suo fervido desiderio di fratellanza universale.
Un motivo importante in “Resurrezione” è quello della sofferenza accettata come espiazione e come mezzo di elevazione spirituale. Infatti Katiuscia “risorgerà” scontando dolorosamente una pena; Necliudov cancellerà le colpe della sua vita viziosa e otterrà la propria “resurrezione” partecipando alle sofferenze dei condannati e tormentandosi nel desiderio di alleviare i loro tormenti.
Altro valido motivo dell’opera è quello sociale: Dimitri vuole riparare ai mali della società in cui vive; afferma che l’amore reciproco inteso in senso cristiano è la sola legge della vita. E’ Necliudov che parla, ma dietro di lui c’è Tolstoj, filosofo e predicatore.
Nonostante le tesi religiose e sociali ampiamente esposte, “Resurrezione” è un capolavoro dell’arte narrativa ed è anche il testamento artistico del settantenne Tolstoj.
L’osservazione degli esseri umani è realistica: egli ne fruga gli animi alla ricerca della verità. Uomini e donne sono esposti alla vista acuta del suo sguardo, che non risparmia nessuno: forti e deboli, ed è uno specchio senza difetti. Il campo d’osservazione è ben vasto: i salotti aristocratici e raffinati con le insulse chiacchiere degli oziosi; la vita tranquilla in campagna e le miserie dei contadini; la magistratura e gli alti funzionari dello Stato, egoisti e vili; il triste mondo dei criminali con le catene ai piedi e il mondo dei rivoluzionari che sacrificano la propria libertà e la vita in nome di un ideale.

Con obiettività, ma con pietà fraterna, Tolstoj descrive la società russa del suo tempo. Quando deve condannare lo fa con dolore, perché in ogni uomo egli vede il suo fratello; e la compassione gli consente di scrivere pagine così intensamente ricche di poesia e nello stesso tempo così semplici che tutti le possano capire. Non per nulla egli prese a modello il Vangelo, da lui giudicato l’opera più sublime di tutti i tempi, l’opera più vera e ricca di umanità, perché scritta da creature buone e semplici.

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