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sabato 31 agosto 2013

LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA - Il neorealismo (Italian literature of the post-war period - Neorealism)

Foto di Giulia Rossi Ferrini 

Se si guarda bene il panorama del
la letteratura italiana durante il ventennio fascista si vedrà che esso presenta, in tutti i suoi aspetti, un volto ambiguo, o, se si preferisce, ambivalente nei confronti del regime. Un'arte fascista voleva il movimento di Strapaesema nello stesso tempo con il richiamo alla nostra tradizione plebea e alle squadre d'azione, contraddiceva il programma mussoliniano di assorbire i quadri della vecchia classe dirigente borghese e l'ambizione del regime di conquistare una propria egemonia anche culturale. Un'arte fascista proclamava di volere il movimento di 900ma nello stesso tempo, con il suo cosmopolitismo contraddiceva l'esigenza del regime fascista di richiamarsi alla tradizione italiana, di esaltare un primato italiano, di seguire una politica autarchica anche nel campo letterario.

L'autonomia del fenomeno artistico veniva affermata, invece, dagli scrittori della prosa d'arte e, in questo senso, essi opponevano una linea di resistenza al tentativo del fascismo di asservire la letteratura ai propri fini propagandistici. Ma, d'altra parte, il rifugio nella bella pagina e la fuga dalla realtà, poteva far comodo a un regime che proprio sulla deformazione della realtà fondava gran parte del suo potere. 

Voglio dire che in tutte queste manifestazioni letterarie - sia pure in misura diversa a seconda dei casi - s'intrecciano elementi di appoggio o di fiancheggiamento del regime fascista a elementi di opposizione. Tanto che la politica culturale nel fascismo ondeggiò spesso fra i due poli della richiesta di un'arte fascista (che esaltasse le imprese del regime) e del favoreggiamento di un'arte pura, che per  lo meno non desse fastidio al regime. 
Dopo il 1928, invece (quando, cioè, crollarono definitivamente i miti, le illusioni e gli equivoci che avevano accompagnato il sorgere e l'affermarsi del fascismo e che avevano potuto ingannare o rendere perplessi gruppi notevoli di intellettuali), cominciò a manifestarsi e ad affermarsi una letteratura chiaramente d'opposizione e di orientamento realistico.

Questa letteratura faceva propri gli aspetti più positivi della prosa d'arte (e molti di quegli scrittori faranno le loro prime prove proprio in Solaria), si richiamava alle grandi esperienze europee in polemica con la cultura ufficiale, cercava i suoi modelli italiani in Verga e in Svevo, scopriva nella letteratura americana un grande esempio di arte realistica e democratica, ma, soprattutto, s'impegnava a conoscere e a rappresentare la realtà italiana nelle sue più stridenti contraddizioni.

Vengono subito alla mente i nomi di Corrado Alvaro, Carlo Bernari, Alberto Moravia, Elio Vittorini, Cesare Pavese i quali, proprio nell'ultimo decennio della dittatura fascista, prepararono il terreno per I'esplosione neorealistica che verrà prodotta dalla seconda guerra mondiale e dalla lotta di liberazione. E' appunto il dramma degli anni 1941-45 che sconvolge fino alle radici la società e insieme la cultura italiana: il movimento artistico che cerca di riflettere tale nuova situazione storica viene definito neorealismo.
 Il neorealismo si nutrì, innanzitutto di un nuovo modo di guardare il mondo, di una morale e di una ideologia nuove che erano proprie della rivoluzione antifascista. In esse vi era la consapevolezza del fallimento della vecchia classe dirigente e del posto che, per la prima volta nella nostra storia, si erano conquistate sulla scena della società civile le masse popolari. Vi era I'esigenza della scoperto dell'Italia reale, nella sua arretratezza, nella sua miseria, nelle sue assurde contraddizioni e insieme una fiducia schietta e rivoluzionaria nelle nostre possibilità di rinnovamento e nel progresso dell'intera umanità. Il tono poteva variare dall'epico al narrativo o aI lirico, ma la posizione ideale rimaneva la stessa. 
E' evidente che un movimento di questo tipo si presentava
come un autentico movimento di avanguardia, rispetto ad altre cosiddette avanguardie che avevano proposto riforme soltanto formali, che non rompevano il cerchio della cultura della classe dominante, e che, qualche volta, compivano rivoluzioni canonizzate nell'Accademia d'Italia. Autentica avanguardia, perchè tendeva a riflettere i punti di vista, le esigenze, le denunce, la morale di un movimento rivoluzionario reale e non soltanto culturale. 
E dell'avanguardia il neorealismo ebbe il piglio aggressivo e polemico, la volontà di caratterizzarsi e di distinguersi nettamente dalla cultura tradizionale, accademica, arretrata, staccata dalla realtà..
Si presentò così come arte impegnata contro I'arte che tendeva ad eludere i problemi reali del nostro Paese; contrappose polemicamente nuovi contenuti (partigiani, operai, scioperi, bombardamenti, fucilazioni, occupazione di terre, baraccati, sciuscià), all'arte della pura forma e della morbida memoria (ma non fece mai, almeno nei migliori, di questi contenuti una precettistica); cercò un mutamento radicale delle forme espressive che sottolineasse la rottura con l'arte precedente e potesse esprimere più adeguatamente i nuovi sentimenti; si pose il problema di una tradizione di arte autenticamente realistica e rivoluzionaria a cui riferirsi, scavalcando le esperienze decadenti dell'arte moderna. 
Naturalmente un simile processo avvenne in modi e in tempi diversi a seconda del carattere specifico delle varie arti. E in letteratura (al contrario che nel cinema) avvenne con una certa difficoltà e in modo sempre incerto e caotico.
Si cominciò col documento nella ricerca di un massimo di concretezza e di oggettività. Basterà ricordare quelli pubblicati nelle prime annate della rivista Società curati da Bilenchi, oppure le opere più notevoli che, nei limiti del documento, si ebbero in quegli anni, da 16 Ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti a Campo degli ufficiali di Giampiero Carocci, al Sergente nella neve di Rigoni-Stern e, soprattutto, a Se questo è un uomo di Primo Levi.

Tentò l'esperienza narrativo-saggistica, il cui esempio più cospicuo fu dato dal Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi; cercò di trasformare la memoria autobiografica in memoria storica e si ebbero le Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini. 
Ma si orientò soprattutto verso la cronaca come la forma narrativa che le garantisce il massimo di presa sulla realtà o di immunizzazione da ogni tentazione lirica. Per il linguaggio la strada era obbligata: bisognava innestare i dialetti nella lingua tradizionale. Bisognava però farlo accompagnando o anticipando il processo di formazione di una comunità linguistica che si era iniziato con la caduta del fascismo e corrispondeva sul piano della lingua alla rottura dei limiti regionali e corporativi, alla conquista da parte di grandi masse di una coscienza nazionale, all'affermarsi nella società civile delle classi popolari. 
Vanno comunque ricordati, accanto agli scrittori già citati, Francesco Jovine, Vasco Patolini, Italo Calvino, Domenico Rea, Mario Tobino per limitarmi solo ad alcuni nomi.

La debolezza ideologica del neorealismo si manifestò quando esso non venne più sorretto dall'ondata ascendente della rivoluzione democratica italiana. La crisi del movimento, iniziatasi grosso modo nel 1950 in coincidenza con la restaurazione capitalistica del nostro Paese, ha come aspetti più appariscenti la perdita della capacità espansiva, la riduzione della carica combattiva, la minore fiducia nella realtà, un certo ripiegamento su toni più intimi e smorzati. Esso, cioè, presenta alla sua base la restaurazione ideologica della sfiducia, dello scetticismo, dell'intimismo, del lirismo.
In effetti il neorealismo aveva troppo puntato su una presa diretta sulla realtà italiana e troppo aveva trascurato quegli approfondimenti storici, economici, sociologici ed ideologici con i quali doveva nutrirsi una nuova letteratura, aveva troppo presunto di poter arrivare a una conoscenza letteraria del nostro mondo e ci aveva offerto una sorte di Sturm und Drang mentre avevamo bisogno dei lumi dell'Enciclopedia
Comunque la crisi del neorealismo favorisce da una parte il risorgere di una letteratura intimistica e lirica la quale proprio nella simiglianza con la letteratura tradizionale deve cercare le ragioni prime del suo successo: e basterà pensare a Cassola, Bassani e Tomasi di Lampedusa; dall'altra spinge la nuova generazione di scrittori alla ricerca di nuove strade, non sempre chiare nel loro tracciato, che tuttavia hanno approdato in taluni, casi a risultati di grande interesse. 
Sperimentale si potrebbe definire tutta I'area di questa letteratura (anche se a tale definizione da molte parti si vuol dare una portata assai più ristretta) che va dalle esperienze di linguaggio e dalla scoperta del sottoproletariato di Pier Paolo Pasolini alle posizioni neoavanguardistiche del gruppo 63dalla ricerca di una letteratura della ragione, a ispirazione illuministica, di Leonardo Sciascia a quella non meno interessante di un gruppo di scrittori meridionali (Prisco, Incoronato, Pomilio) e alle più recenti, felici prove di Volponi. 

Un posto a parte spetta a Carlo Emilio Gadda, uno scrittore già maturo prima della seconda guerra mondiale, ma che nel dopoguerra ha raggiunto la piena affermazione tanto da costituire con Joyce il punto di riferimento quasi d'obbligo della giovane letteratura. 
La cosa che più colpisce nella prosa di Gadda è il momento linguistico, e stilistico, la ricerca, cioè, di un nuovo linguaggio narrativo che investe il lessico più che la sintassi ed utilizza come elementi fondamentali il dialetto, il linguaggio tecnico e, sia pure in misura minore, il richiamo dotto (il latino o altre lingue straniere, la figura etimologica ecc.). 
Va detto subito che all'origine di tale ricerca di linguaggio, non c'è una preoccupazione formalistica, ma un'esigenza profonda di verità, un bisogno di realtà. 
Gadda (e con lui, almeno all'inizio, tutti coloro che lo hanno seguito o fiancheggiato) parte dalle parole per raggiungere le cose e sente I'esigenza di frantumare il linguaggio letterario tradizionale proprio perchè trova quel linguaggio generico e retorico e desiderava mezzi espressivi che gli permettano davvero di conoscere la realtà. Il furore con cui Gadda aggredisce la lingua letteraria tradizionale e la lingua convenzionale della piccola-borghesia è animato da un desiderio irresistibile di raggiungere la realtà. Per questo lo affascina il modo di scrivere dei tecnici (notai, ingegneri, avvocati, spedizionieri, direttori di banca): perchè "ciascuno manovra nel suo campo feroce e diritto e, ciò che importa, secondo un'idea: e riesce come vuole l'idea: e non è, il girovagare prolisso dello pseudo-scrittore che par I'onda lunga di cert'uggia oceanica; uggia dell'infinito, dell'informe". 
Proprio, dunque, attraverso la ricerca di un linguaggio che stabilisca una presa diretta sulle cose, Gadda può compiere quel processo di demistificazione dei costumi piccolo borghesi e dei miti retorici del fascismo, e, nello stesso tempo, quel processo di enucleazione di sentimenti autentici dal velo di pudore che sempre li accompagna, che caratterizzano la spietata ironia e la coperta commozione di molte sue pagine indimenticabili.


VEDI ANCHE . . .

LETTERATURA ITALIANA DEL DOPOGUERRA

FRANCESCO JOVINE

Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi

Cronache di poveri amanti - Vasco Pratolini

Se questo è un uomo - Pimo Levi

LE COSMICOMICHE - Italo Calvino

LA LUNA E I FALO' - Cesare Pavese

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana - Carlo Emilio Gadda

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Versione Sauvage)

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Versione Gramigna)

Accattone - Pier Paolo Pasolini



mercoledì 23 gennaio 2013

IL GATTOPARDO (The Leopard) - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Seconda versione)


Giuseppe Tomasi di Lampedusa
   
L'AUTORE:

Giuseppe Tomasi di Lampedusa era nato nel 1896 in una delle più antiche famiglie dell'aristocrazia siciliana. Prima duca di Palma, poi principe di Lampedusa, Giuseppe Maria Fabrizio Salvatore Stefano Vittorio Tomasi di Lampedusa era particolarmente attaccato a sua madre. In gioventù fu un vero dongiovanni, studiò legge, poi, durante la Prima guerra mondiale, venne mandato al fronte dove fu fatto prigioniero in Ungheria. Tornò in Italia e soffrì di un forte esaurimento nervoso. Durante gli anni del fascismo viaggiò e visse per molto tempo all'estero dove conobbe e sposò una baronessa lettone.

Nel corso della sua vita pubblicò in un piccolo periodico tre soli articoli sulla letteratura francese. Lo sfarzoso palazzo in via Lampedusa 17, a Palermo, venne bombardato nel 1943. Il Gattopardo a cui dedicò gran parte della sua vita, come spesso accade, fu rifiutato dagli editori e pubblicato, con enorme successo, solo un anno dopo la sua morte nel 1958. E.M. Foster lo definì "uno dei grandi libri solitari". Luchino visconti nel 1963 ne trasse un ambizioso e sensuale film con Burt Lancaster nel ruolo di protagonista .
  
Il Gattopardo
   
L'OPERA:

Tomasi di Lampedusa conosceva bene l'aristocrazia siciliana, alcuni personaggi del Gattopardo erano ispirati ai membri della sua famiglia, che molto probabilmente non gradirono.
Il libro ha inizio nel 1860 e termina nel 1910 anni in cui l'Italia si trasformò da un litigioso gruppo di ducati e possedimenti stranieri in un paese (più o meno) unito.
Il romanzo comincia durante gli anni della spedizione di Garibaldi che sconvolse la Sicilia e lo scrittore descrive le ripercussioni di quell'evento sulla famiglia del principe di Salina, don Fabrizio.
In primo luogo in questo romanzo c'è l'influenza del sole, quel sole mediterraneo che inesorabilmente splende nel cielo.
Subito all'inizio del libro il narratore dice:

"Il sole, che tuttavia era ben lontano dalla massima sua foga in quel mattino del 13 maggio, si rivelava come l'autentico sovrano della Sicilia: il sole violento e sfacciato, il sole narcotizzante anche, che annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile, cullata in sogni violenti, in violenze che partecipavano dell'arbitrarietà dei sogni"
  
Vincent van Gogh
Champ de blé au faucheur

  
Tomasi di Lampedusa collega il sole alla violenza fortuita, all'inerzia e all'annullamento della volontà e queste peculiarità sono spesso presenti nell'atteggiamento dei suoi personaggi.
Qui la famiglia si appresta a pranzare fuori:

"Intorno ondeggiava la campagna funerea, gialla di stoppie, nera di restucce bruciate; il lamento delle cicale riempiva il cielo; era come il rantolo della Sicilia arsa che alla fine di agosto aspettava invano la pioggia"
  
Persino in ottobre il sole è sovrano:
  
"La pioggia era venuta, la pioggia era andata via ed il sole era risalito sul trono come un re assoluto...Il calore ristorava senza ardere, la luce era autoritaria ma lasciava sopravvivere i colori e dalla terra rispuntavano trifogli e mentucce cautelose, sui volti diffidenti speranze"

Verso la fine del libro il sole viene nuovamente descritto:
  
"Era il mezzogiorno di un lunedì di fine luglio ed il mare di Palermo, compatto, oleoso, inerte, si stendeva di fronte a lui, inverosimilmente immobile e appiattito come un cane che si sforzasse di rendersi invisibile alle minacce del padrone; ma il sole immoto e perpendicolare stava lì sopra piantato a gambe larghe e lo frustava senza pietà. Il silenzio era assoluto"

Il sole era dio e specchio.
  
  
Il principe Fabrizio Salina è un personaggio bellissimo,impossibile da dimenticare. Lo stemma con il gattopardo che compare sui cuscini e sugli architravi sgretolati delle porte, è il simbolo della sua nobile famiglia e gli si addice.
È alto don Fabrizio, e la sua mano poderosa viene spesso definita "zampaccia" e come un gattopardo sonnolento può da un momento all'altro mutare in predatore. Durante la notte va a caccia, le sue prede sono le donne per cui prova un vorace appetito, ma quando il mattino torna a casa dalla moglie trova comunque il modo per farsi perdonare.
Amministra con noia ma con cura le sue proprietà, i suoi figli in questo non lo aiutano, subiscono troppo l'influenza paterna per contare qualcosa, per diventare qualcuno.
  
  
Ha una predilezione per Tancredi, il suo sfrontato e divertente nipote che si è unito ai garibaldini. Il giovane trasmette al principe tutta la sua energia e lui è abbastanza intelligente per capire che le cose stanno cambiando, ma è troppo fiaccato da secoli di altri vincitori per parteciparvi o per ostacolarli.
Concetta, sua figlia, ama Tancredi, ma il ragazzo è pazzamente innamorato di Angelica, la vivace e bellissima figlia di don Calogero, un insolente arricchito che è una forza emergente in seno al nuovo ordine. Don Calogero, che già possiede un terreno del principe, col matrimonio dei due giovani entrerà a far parte della famiglia.
L'uomo è un tipo rozzo ma scaltro. Durante una cena dove il principe indossa un abito da pomeriggio, don Calogero si presenta in abito da sera, umiliando don Fabrizio che però si consola presto notando che il frac del suo ospite ha un pessimo taglio, con le code rivolte in su e inoltre indossa scarpe abbottonate. Ognuna di queste caratteristiche ha una sua importanza nel contesto perché viene a rappresentare una qualità storica operante nel tessuto sociale.
Tomasi di Lampedusa descrive la rassegnazione del principe all'inevitabile cambiamento attraverso le sue parole e le sua azioni, quasi mai attraverso la voce narrante. Dopo vari incontri con don Calogero, per discutere del matrimonio tra Angelica e Tancredi, il principe comincia a nutrire una certa curiosità e un certo apprezzamento per l'uomo:

"La consuetudine lo abituò alle guance mal rasate, all'accento plebeo, agli abiti bislacchi e al persistente olezzo di sudore stantio ed egli cominciò ad avvedersi della rara intelligenza dell'uomo. Molti problemi che apparivano insolubili al Principe venivano risolti in quattro e quattr'otto da don Calogero; liberato com'egli era dalle cento pastoie che l'onestà., la decenza e magari la buona educazione impongono alle azioni di molti altri uomini, egli procedeva nella foresta della vita con la sicurezza di un elefante che, svellendo alberi e calpestando tane, avanza in linea retta non avvertendo neppure i graffi delle spine ed i guaiti dei sopraffatti"
  


   
Al principe piace giocare con le sue prede esattamente come fanno tutti i grandi felini. Fortunatamente Tomasi di Lampedusa è uno narratore così eccezionale che non pare mai di leggere un romanzo storico, al termine del libro non solo si ha la consapevolezza di aver letto un romanzo magnifico e pregno di fantasia, ma si comprende qual è la struttura portante che sorregge la Sicilia odierna.
Quando a don Fabrizio viene fatta la proposta di diventare senatore dell'Italia unificata, ho avuto l'impressione che lui non sapesse se ridere o piangere. Con il suo no, da una bella tirata d'orecchi all'emissario del governo di Torino, Chevalley, ed è in questo passaggio che si coglie a pieno l'essenza intima del carattere siciliano.
  
"In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di "fare". Siamo vecchi Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il la; noi siamo bianchi quanto lo è lei Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è colpa nostra. Ma siamo stanchi e svuotati lo stesso"

Per don Fabrizio i mutamenti portati da Garibaldi arrivano troppo tardi. Lui percepisce la Sicilia nel suo nuovo ruolo come:

"una centenaria trascinata in carrozzino all'Esposizione Universale di Londra che non comprende nulla, che s'impipa di tutto...Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio"

Ghevalley, pur non comprendendo in pieno, mostra di essere all'altezza della situazione parlando in toni idealistici del futuro della Sicilia. Ma il principe inesorabilmente continua nei suoi modi di vecchi saggio:

"i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti, essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali" 

Il colloquio fra i due sta per finire ma il principe rigira il coltello nella piaga suggerendo al suo posto don Calogero, mal vestito e cafone, come l'uomo ideale per il nuovo ordine. La voce sarcastica del nobile, più volte battuto, che lungo tutto il corso della storia si è dovuto adattare, è una cupa e straordinaria analisi della Sicilia che stava vivendo lo storico momento dell'unificazione.
  

  
Questo è l'atto d'accusa, scritto in prosa raffinata, di Giuseppe Maria Fabrizio Salvatore Stefano Vittorio Tomasi di Lampedusa
  
VEDI ANCHE . . .


mercoledì 17 giugno 2009

IL GATTOPARDO (The Leopard) - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Riassunto completo)

Nelle opere degli anni '50 del secolo scorso il neorealismo era pervenuto quasi ai suoi limiti estremi: alla sfiducia nella realtà, nelle cose..., subito dopo subentra il bisogno di allontanarsene, di rifugiarsi nella evasione, nei ricordi, nello scrivere per il gusto dello scrivere.

Il caso letterario de "Il gattopardo" interviene ad accelerare questo processo: si tratta del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896 - 1957) che, pubblicato dopo la morte del suo autore, conquista un immediato successo di pubblico, forse al di là dei suoi certamente grandi meriti. Un romanzo storico, in cui la spedizione di Garibaldi in Sicilia e, per estensione, tutta la vicenda risorgimentale, viene giudicata secondo un metro affatto diverso da quello della storiografia ufficiale.
Ma l'influenza che il romanzo del Tomasi esercitò sul dibattito letterario fu dovuta non tanto alla originalità dei giudizi storici quanto al modo raffinato - e a tratti magistrale - con cui questi giudizi venivano formulati. Tomasi, infatti, riproponeva contenuti e forme che sarebbero sembrati - come lo erano in effetti - fuori del tempo, residui di vecchie concezioni, se essi non fossero stati sostenuti da una grande capacità di scrittura. "Il gattopardo" fu dunque un "caso" e come tale abbondantemente commercializzato: cessato lo scalpore, tuttavia, l'opera non fu dimenticata, segno delle sue non effimere qualità di fondo.
"Il gattopardo" poté fungere da punto di incontro di quelle varie linee, da risoluzione degli incerti pensieri che agitavano letterati e scrittori di opposte sponde. Dalla sponda di destra ci si poté compiacere che una tesi spiccatamente conservatrice, che sarebbe stato pericoloso e controproducente esprimere in termini espliciti, potesse ancora trovare una veste così nobile e con vincente..., dalla sponda opposta non si poté non prendere atto di questo modo diverso di leggere la storia che il Tomasi proponeva, pur non condividendolo, e fu offerto così il destro per l'apertura di una discussione per la confutazione degli 'errori' di giudizio storico del 'Gattopardo' sul Risorgimento italiano e siciliano.
Comunque sia, il successo de "Il Gattopardo" aveva contribuito a dare giustificazione alla ricerca di una letteratura che superasse lo scoglio del neorealismo e divagasse per i sentieri certamente suggestivi della purezza formale, di un risorto culto della parola, della prosa d'arte.





   
RIASSUNTO

IL GATTOPARDO

Correva la primavera del 1860. Fabrizio Corbera, Principe di Salina, tornava da Palermo insieme al confessore e amico padre Pirrone, nella lussuosa carrozza tirata da due bai. La strada attraversava gli aranceti in fiore e l'aroma languido delle zagare annullava in lui ogni concreto pensiero o sentimento. Anche padre Pirrone era estasiato da quel profumo...

"Che bel paese sarebbe questo. Eccellenza, se..." cominciò a dire.

"Se non vi fossero questi gesuiti...", finì mentalmente il Principe, interrotto nelle sue dolcissime fantasie dalla voce del prete. E subito si pentì della villania del suo pensiero e curvò tutta l'alta persona verso il prete, battendogli la grossa mano sul ginocchio, come per scusarsi.
La carrozza si fermò e il Principe sporse dal finestrino il lasciapassare per farlo vedere alla pattuglia di ronda. Mentre compiva quell'atto, si accorse che sui monti, intorno alla città, ardevano decine di fuochi, i falò che lo squadre ribelli e i "picciotti" accendevano ogni notte, per minacciare silenziosamente la città regia e conventuale.

"Brutti tempi - pensò il Principe. - E chissà dov'è andato mio nipote Tancredi, quel matto. Sono giorni che non lo vedo".

Poi si appisolò, cullato dal trotto dei cavalli, mentre padre Pirrone si diffondeva a parlare di un certo La Farina e di un certo Crispi...
La mattina dopo un bel sole brillante illuminò il Principe che, dopo aver preso il caffè, in veste da camera, si radeva dinanzi allo specchio. L'alano Bendicò poggiava confidente il pesante testone sulla sua pantofola. Mentre finiva di radersi, don Fabrizio vide nello specchio, dietro la sua, la faccia di un giovanotto magro, con beffardi occhi azzurri, che gli sorrideva.

"Tancredi! Dove sei stato gli ultimi giorni? - gli chiese - Cosa hai combinato?"

"Niente di niente, zione, giuro".

Tancredi era vestito da cacciatore e lo zio gli chiese perché si era acconciato a quel modo.

"Parto, zio. Sono venuto a dirti addio"... rispose serio Tancredi.

Il Principe sentì un amaro tormento impossessarsi di lui: due anni prima, uno dei suoi figli era scappato a Londra e non mostrava alcun desiderio di tornare a casa; e ora anche suo nipote, che considerava il suo "vero figlio", sentendolo particolarmente vicino e affine, se ne andava. Ma dove, perché?

"Vado sulle montagne - spiegò Tancredi - per combattere anch'io con gli insorti contro Franceschiello Dio Guardi. Non parlarne a nessuno, mi raccomando".

Il Principe ebbe subito davanti la visione del nipote morto, ucciso da una schioppettata. Protestò con veemenza...

"Sei pazzo, tiglio mio? Andare a mettersi con quella gente. Sono tutti mafiosi e imbroglioni: un Falconeri dev'essere con noi, per il Re".

"Ma che Re? Se non ci siamo noi nobili con il popolo, quello ti combina la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga così, bisogna che tutto cambi. Arrivederci a presto. Ritornerò col tricolore".

Fabrizio finì in fretta di radersi e richiamò il nipote che, agile e dinoccolato, già si stava lanciando giù per le scale, per mettergli in tasca un rotolino di onze d'oro.

Tancredi rise... "Zio, sussidi anche la rivoluzione, adesso! Ma grazie e arrivederci".

Il Principe sospirò, finì di vestirsi e si recò nelle stanze dell'Amministrazione. Quelle camere avevano il potere di rattristarlo. Dalle austere pareti a calce si riflettevano sul pavimento lucido gli enormi quadri rappresentanti i feudi di Casa Salina, che spiccavano coloratissimi dentro le cornici nere e dorate. Fra tutti il più bello era quello raffigurante Donnafugata con il suo palazzo barocco, intorno al quale stazionavano, nell'ingenuo saggio di arte rustica, cocchi pieni di dame e di cavalieri.
Quei quadri non delimitavano confini, però, né precisavano redditi: queste cose rimanevano ignote. La ricchezza enorme data da quei feudi stava evaporando come un vecchio vino..., molti territori, che da secoli erano appartenuti ai Salina, erano già volati via, perduti; altri erano sul punto di partire, distaccandosi per sempre dalla grande famiglia che li aveva tenuti per secoli sotto il suo dominio. Per fortuna ve n'erano tanti, di feudi, e pareva che non potessero mai finire.

Con quest'ultimo pensiero il Principe si consolò un poco e s'immerse nella lettura di una rivista di astronomia, la scienza che egli prediligeva fra tutte e che era per lui il rimedio contro ogni male e ogni tristezza. Dovette abbandonare la lettura non appena entrò il contabile, don Ciccio. Questi teneva i registri scrupolosamente, ma le spese vi erano segnate saltuariamente e sempre troppo tardi per poter rendersi conto di quanto esse scavassero il patrimonio familiare. Più tardi fu la volta di Russo, l'amministratore, che era col Principe sempre sinceramente affettuoso, visto che era convinto di poter compiere le sue ruberie con buon diritto. A lui don Fabrizio si rivolse perché villa Salina non fosse toccata dai rivoltosi né dai piemontesi che sarebbero ben presto sbarcati con Garibaldi.

"Pietro, parla con i tuoi amici - gli disse. - Qui ci sono tante ragazze. Bisogna che non si spaventino".

"Ho già parlato: villa Salina sarà tranquilla come una badia"... rispose Russo. E sorrise, bonariamente ironico.

Poco dopo il Principe saliva una lunga scaletta e sboccava nella luce azzurra dell'osservatorio astronomico, quello che aveva fatto costruire anni prima. Là lo attendeva padre Pirrone, che stava studiando alcune formule algebriche. Il buon prete lo esortò a confessarsi subito dei suoi peccati, ma il Principe quella mattina aveva ben altro in testa: le idee liberali, i beni feudali che sarebbero stati senz'altro incamerati per darli al popolo. Tancredi sulle montagne e soprattutto l'imminente sbarco dei garibaldini erano i pensieri che affollavano la sua mente!

Quando l'intera famiglia si fu riunita per il pranzo, un'atmosfera di distensione scese su tutti i commensali. Dopo la partenza di Tancredi, gli animi si erano tranquillizzati e solo il Principe e la figlia Concetta conservavano un'ombra sulla fronte. Don Fabrizio, notando l'aria assorta e malinconica della ragazza, non stentò molto a capire: essa doveva avere del sentimento per quel briccone di Tancredi. Purtroppo, un matrimonio fra i due cugini non era auspicabile: Tancredi era troppo povero e Concetta troppo ingenua. E a questo punto il Principe si trovò a sospirare, con rammarico. Però, poco dopo, si appisolò tranquillamente sul divano. Al risveglio, un cameriere gli recò un giornale e un biglietto inviati da suo cognato: il giornale annunciava lo sbarco a Marsala di Garibaldi, avvenuto l'11 maggio..., il biglietto esprimeva il terrore del cognato, che precipitosamente si era rifugiato sui legni inglesi, certo che anche il Principe non avrebbe esitato a fare altrettanto. Con una risata don Fabrizio cacciò il giornale in un cassetto.

* * *

Il viaggio per recarsi a Donnafugata fu estenuante: le cinque carrozze, che trasportavano i Principi Salina, padre Pirrone, la servitù e i bagagli, erano coperte di polvere. In tre lunghi giorni di cammino non avevano mai incontrato un albero né una sorgente d'acqua fresca. L'agosto siciliano ingialliva, disfaceva, imbruttiva la campagna e il caldo era intollerabile, spaventoso.
Alla fine di quella fatica, però, don Fabrizio e la sua famiglia avrebbero rivisto il feudo prediletto, la chiesa, il palazzo e i conventi che i loro antenati avevano costruito pietra su pietra, i visi ospitali della gente, che li amava come devono fare i fedeli sudditi. Gli ultimi mesi a Palermo avevano disgustato il Principe Salina: gazzarre e menzogne li avevano caratterizzati. La nobiltà palermitana aveva fatto grandi feste a Garibaldi, compresi coloro che poco prima l'avevano definito bandito e pirata. In quel caos don Fabrizio aveva desiderato intensamente la pace di Donnafugata. Ed eccolo finalmente a destinazione!
Al di là di un breve ponte che portava al paese, le autorità stavano ad attendere, circondate da qualche decina di contadini.
Con angoscia il Principe si chiese..."Sarà tutto cambiato anche qui oppure no? ".
Ma non appena la banda musicale attaccò il solito festoso benvenuto, egli scese con passo tranquillo dalla carrozza, assieme alla moglie, dicendosi... "Grazie a Dio, mi sembra che tutto sia come al solito".
Davanti a lui si assieparono il sindaco don Calogero Sedara, l'arciprete, il notaio, il medico e, dietro agli altri, l'organista Ciccio Tumeo, che non aveva rango sufficiente per schierarsi con le autorità ma che era venuto lo stesso quale amico e compagno di caccia del Principe.

Le campane suonavano a stormo e i villici guardavano il loro signore con occhio benevolo, perché egli si dimenticava assai spesso di esigere i canoni e i piccoli fitti.

Tancredi, che aveva fatto tutto il viaggio a cavallo, accanto alle carrozze, fu festeggiatissimo. Il giovane portava ancora la benda nera all'occhio, ricordo di una lieve ferita toccatagli nei combattimenti di Palermo: e ciò commosse i semplici contadini, che videro in lui il coraggio, la nobiltà e la libertà riuniti insieme.

Mentre le carrozze con la servitù e i figli piccoli si dirigevano verso casa, il Principe, la Principessa e i figli più grandi si diressero al Duomo per ascoltare il "Te Deum" solenne, come esigeva un antichissimo cerimoniale. Dietro al Principe veniva Tancredi, che dava galantemente il braccio alla cugina Concetta, stringendoglielo spesso e provocando nella fanciulla un forti, turbamento. Ella amava da parecchio tempo il cugino e si era accorta che egli la faceva una corte discreta, ma tuttavia costante. Quel procedere solenne insieme verso il Duomo, sottobraccio, provocò in Concetta dolcissime fantasie..., immaginò di essere accanto al cugino in chiesa, per una circostanza ben più lieta e importante. E una dolcissima voglia di piangere la sommerse. Quando la cerimonia fu finita e i Salina discesero la scalinata del Duomo furono attorniati ancora festosamente da tutti e il Principe si lasciò andare, intenerito, a invitare "gli amici" a casa sua per quella sera. Stranamente la sua eccessiva cordialità non piacque a Donnafugata, che trovò il suo attuale Gattopardo troppo mutato, troppo accessibile.

Il Principe stava finalmente prendendo il suo bagno in una tinozza piena d'acqua calda e profumata, quando irruppe nella stanza padre Pirrone. Il buon prete, che era confessore di famiglia, aveva un incarico delicato da eseguire: Concetta mandava a chiedere al padre che cosa avrebbe dovuto rispondere a Tancredi..., se egli le avesse chiesto di diventare sua moglie.
Il Principe si girò inquieto nell'accappatoio e rispose duramente a padre Pirrone che c'era tempo, e che prima di fare certe domande Concetta doveva essere ben sicura dell'amore di Tancredi.

"E quella stupida, poi, perché è venuta a raccontare queste cose a voi? Perché non è venuta da me?"... chiese.

"Vostra Eccellenza cela troppo bene il cuore paterno sotto l'autorità del padrone. È naturale che quella povera figliola si intimorisca e ricorra al devoto ecclesiastico di casa".

"Capisco, padre, capisco. E che dovrei dire secondo voi?"... ribatté don Fabrizio sbuffando.

Quella smorfiosa gli guastava il primo giorno a Donnafugata..., prevedeva lacrime e seccature. Padre Pirrone arrossì e cominciò un discorso assai incerto.
Don Fabrizio lo interruppe...

"Ma Tancredi ha fatto proposte concrete?".

Il prete dovette ammettere che nessuna proposta era ancora arrivata e il Principe respirò di sollievo. Amava Concetta, certo, ma amava assai di più Tancredi. Se quella sua figliola umile e sottomessa si fosse unita al nipote, sarebbe stata una palla al piede per lui. Lo zio sapeva che Tancredi era tanto ambizioso quanto povero: ai Falconeri non restava più nulla e Concetta non era né abbastanza ricca né abbastanza energica per aiutare il marito a salire le sdrucciolevoli scale della nuova società. No, no, meglio prendere la cosa alla leggera. Si schiarì la voce e rispose a padre Pirrone...

"Dite a Concetta che ne riparleremo. Che per ora queste non sono che fantasie di una ragazza romantica".

* * *

Il primo pranzo a Donnafugata, al quale partecipavano i Salina e le autorità, era sempre stato solenne. Anche questa volta tutto era stato preparato a dovere e le luci dei lumi a petrolio spandevano sui cibi e sugli abiti sfarzosi mille barbagli. Si aspettavano gli ultimi invitati: don Calogero Sedara accompagnato dalla figlia Angelica. Egli aveva chiesto il permesso di portare con sé la figlia, dato che la moglie, donna Bastiana, era indisposta..., in realtà, come tutti sapevano, perché la povera donna, ignorante e di basso rango, non era presentabile, benché bellissima.
A un tratto si sentì il più giovane rampollo dei Salina, Francesco Paolo, gridare...

"Papà, don Calogero sta salendo le scale. E' in frac!".

Il Principe si rabbuiò. Egli aveva già appreso nel pomeriggio che Sedara, con la sua astuzia e il suo opportunismo liberale, era riuscito in poco tempo a far propri molti terreni intorno al paese e che i Salina non erano più i massimi proprietari di Donnafugata. Quel frac lo sconcertava anche di più: don Fabrizio non si vestiva mai da cerimonia, a Donnafugata, per non mettere in imbarazzo i suoi rustici ospiti, che non possedevano abiti di gala..., e ora si vedeva costretto a ricevere, vestito normalmente, un ospite in frac! Non che l'abito di Sedara fosse perfetto, tutt'altro, ma era il fatto in sé che lo infastidiva.

Quando, a breve distanza dal padre, apparve anche Angelica Sedara, i Salina rimasero abbagliati. La ragazza era bellissima: aveva una carnagione di latte, capelli corvini e occhi ardenti da araba. L'effetto che quella bellezza produsse su tutti fu fortissimo: Angelica si inchinò davanti alla Principessa che la guardava con occhi stupiti, mentre il Principe annotava un altro colpo inferto al suo orgoglio, assai più pesante di quello datogli dal frac di don Calogero. La bellezza di Angelica era troppo superiore a quella dignitosa e un po' scialba delle sue figlie. Tuttavia l'accolse calorosamente, perché pensava che alla bellezza tutte le porte devono essere aperte.

Ma, oltre ad essere bella, Angelica era anche vestita elegantemente e si comportava con l'educato riserbo che aveva appreso nel collegio fiorentino dal quale era appena uscita.

Fu servito il pasto e i commensali si misero a divorarlo, senza più parlare. Tutti erano felici e a proprio agio. Tutti, tranne Concetta. Ella aveva abbracciato Angelica e aveva preteso da lei il "tu" della loro infanzia, ma, nel vederla, il suo cuore si era improvvisamente stretto per l'angoscia. Tancredi sedeva tra lei e madamigella Sedara e si dava da fare galantemente intorno a tutt'e due, per la verità, ma Concetta sentiva, col suo potente intuito di donna innamorata, che il cugino le stava scivolando dalle dita, improvvisamente attratto dalla bellissima intrusa.

Ella cercava di consolarsi sottolineando mentalmente i difetti di educazione dell'altra, sperando che anche il cugino li notasse. Ma quelle lacune erano troppo soverchiate dal fascino prepotente e aggressivo di Angelica..., Concetta intuiva di perdere terreno e con la stessa forza con cui desiderava uccidere desiderava morire. Infine, ad un aneddoto un po' spinto di Tancredi, accolto dalle risa fragorose dell'altra, si alzò in piedi e si rivolse, cupa in volto, al cugino...

"Queste brutte cose non si raccontano alle signorine a tavola..., per lo meno quando ci sono anch'io!"...Disse e gli volse le spalle, rossa in viso e con le lacrime agli occhi.

Quella sera, prima di andare a letto, don Fabrizio guardò a lungo le stelle dal balconcino dello spogliatoio: esse sole erano pure, onestamente e castamente gelide, pensò. La giornata non era stata troppo buona per lui: era cominciata bene, ma molte inezie la avevano via via guastata. Il frac di don Calogero, l'evidente delusione di quella sua benedetta figliola a causa dell'infatuazione di Tancredi per Angelica, e perfino la minacciosa bellezza di quest'ultima. Erano pietruzze che preludevano la frana. Tancredi, bisognava ammetterlo, si era dimostrato leggermente ignobile..., tuttavia egli l'avrebbe sempre aiutato: in cuor suo non poteva non sentir simpatia per l'esuberanza del giovane e la foga con cui prendeva tutto ciò che la vita gli offriva. Il giorno dopo don Fabrizio andò a visitare il convento di clausura, fondato da una sua antenata, la Beata Corbera e, mentre se ne tornava, un insolito spettacolo lo colpì: Tancredi entrava in casa Sedara, seguito da un domestico in livrea che reggeva un superbo cestino di frutta.

* * *

Tancredi era partito da qualche mese e si trovava a Napoli con l'esercito garibaldino, quando a don Fabrizio giunse una sua lettera: in essa il nipote gli chiedeva rispettosamente, ma anche fermamente, di prendere contatti con don Calogero Sedara perché egli desiderava sposare Angelica. La passione di Tancredi non era del tutto disinteressata, naturalmente: gli piaceva la fanciulla ma gli piacevano anche le terre di Sedara, la sua posizione e il suo denaro.

Il Principe non si stupì della richiesta del nipote..., solo gli parve che il processo storico, che avrebbe livellato i ceti siciliani, si fosse fatto a un tratto tanto turbinoso da fargli girare la testa. S'informò durante una partita di caccia presso Ciccio Tumeo sulla famiglia Sedara e seppe che le origini di Angelica erano davvero molto umili..., che sua madre era bellissima, sì, ma anche analfabeta e tanto ignorante che don Calogero la teneva chiusa in casa, permettendole di uscire solo per la Messa delle cinque del mattino. Don Fabrizio si sentì mancare la terra sotto i piedi quando apprese tutte queste notizie e altre ancor peggiori, che non volle approfondire. Ma era un uomo di scienza, abituato a vedere il pro e il contro delle cose..., inoltre aveva un temperamento scettico, perciò si disse che il matrimonio tra Angelica e Tancredi non sarebbe stato la fine dei Falconeri e dei Salina, ma piuttosto il principio di tutto. E si decise a mandare a chiamare don Calogero Sedara, l'astuto ex amministratore, attuale sindaco e futuro membro del Parlamento italiano.

Quando gli venne annunciato l'arrivo puntualissimo di don Calogero, il Principe indugiò un poco..., poi, attraversando le stanze che precedevano lo studio, si illuse di essere un gattopardo imponente dal pelo liscio che si preparasse a sbranare uno sciacalletto. Non appena però si trovò davanti gli occhi acuti e avidi di don Calogero, la sua sicurezza venne meno. Fu perciò un gattopardo assai infuriato per la propria perplessità, quello che cominciò a parlare. Ma Sedara lo trasse subito d'impaccio: alle frasi un po' esitanti del Principe, rispose che Angelica era felice di diventare la moglie di Tancredi Falconeri, e immediatamente enumerò i beni di fortuna e i terreni che le avrebbe concesso nel contratto di matrimonio, con volgare chiarezza.

Non appena don Calogero ebbe elencato ciò che sua figlia avrebbe portato in dote - ed era assai più di quanto don Fabrizio si fosse aspettato - padre Pirrone, che, secondo le regole, era presente al colloquio, fece schioccare la lingua..., poi, infastidito per aver svelato così il proprio stupore, tornò a immergersi nella lettura del breviario, sfogliandone rumorosamente le pagine.

Il Principe, invece, seppe dominarsi e strinse al petto don Calogero, suggellando con quell'abbraccio la conclusione del colloquio. Tuttavia, lo prese una sensazione di disgusto per i termini troppo espliciti di quel contratto: uno scambio evidente tra il prestigio nobiliare dei Falconeri e le ricchezze dei Sedara..., ma la bellezza di Angelica e la grazia di Tancredi riuscivano ancora ad attenuarne la crudezza.

"Per fortuna i due giovani si amano - pensò don Fabrizio - e il loro amore, l'esuberanza e il fascino della loro ardente giovinezza riescono a rendere quasi bello questo baratto".

* * *

La prima visita di Angelica alla famiglia Salina, da fidanzata, si svolse regolata da una regia impeccabile. Il contegno della ragazza era tanto perfetto che il Principe si costrinse a fare l'ipotesi, forse non del tutto assurda e lontana dalla verità, che il suo comportamento fosse frutto degli accorti suggerimenti del fidanzato lontano.
Angelica abbracciò con trasporto il futuro zio e lo baciò sussurrandogli...

"Sono tanto, tanto felice, zione".

Il Principe, conquistato definitivamente, le offrì il braccio ed entrarono nel salone, dove la famiglia al completo si affollò intorno a loro. La Principessa strinse a sé la futura nipote e le figlie le si accalcarono accanto. Concetta fu affettuosa in modo particolare, i suoi occhi però, ogni tanto, si riempivano di lacrime. Persino padre Pirrone mormorò affascinato...

"Veni, sponsa de Libano".

Insomma, tra tutti i presenti, il solo Bendicò ebbe l'impudenza di ringhiare all'ingresso di Angelica, subito zittito del resto da Francesco Paolo.

In quella festosa riunione si parlò a lungo di Tancredi..., si ricordarono episodi della sua infanzia e della sua adolescenza, si esaltarono le sue virtù attuali, il suo eroismo e la sua ambizione. Angelica ascoltava con piacere quelle lodi, ricordando con appassionata nostalgia il bel giovane che sarebbe divenuto suo marito. Non comprendeva le doti intellettuali di Tancredi, in lui ella vedeva soprattutto la possibilità di avere un bel posto nel mondo nobile della Sicilia, mondo che considerava meraviglioso, proprio perché si trovava al di fuori di esso..., inoltre il fidanzato l'attraeva fisicamente.

Avrebbe voluto averlo vicino, e tanto forte sentì improvvisamente la sua mancanza che non poté trattenersi dall'esclamare, sospirando...

"Dio, Dio, come vorrei che fosse qui, fra noi, ora!".

Questa esclamazione commosse tutti per la sua evidente sincerità e concluse felicemente la visita.

* * *

Ormai si era alla meta di novembre e anche alla fine del soggiorno a Donnafugata. Da parecchi giorni pioveva fitto e da lontano si sentiva un brontolio cupo di tuoni. Quella sera don Fabrizio stava leggendo alla famiglia riunita un romanzo, quando a un tratto un servitore si precipitò nel salotto...

"Eccellenza. - gridò emozionato - é arrivato il signorino Tancredi!":

Tutti preceduti dal Principe, si precipitarono verso la scala: là, sul primo gradino, stava Tancredi, inzuppato e sorridente, avvolto nella mantellina azzurra della cavalleria piemontese.
I1 raggrupparsi della famiglia attorno al giovane che tornava fu commovente..., e per una volta tanto anche Tancredi apparve agitato, dimentico di quella sua caratteristica, impercettibile ironia: sembrava vicino alle lacrime.
Poi, dietro a lui, apparve un'altra figura in uniforme: un volto dolce, con larghi occhi chiari.

"Scusatemi tutti - esclamo Tancredi - l'emozione mi ha tatto perdere la testa. C'è con me il conte Cavriaghi: ve lo ricordate?".

Il contino lombardo si scostò dall'attendente, che rimaneva sull'attenti, si inchinò alle ragazze, bacio la mano alla Principessa a disse sorridendo...

"Ma questa Angelica dov'è" Mi hai fatto venire da Napoli per vederla, e io sono curioso".

"La vedrai presto" - rispose Tancredi. E subito andò a scrivere un biglietto per la fidanzata, avvisandola del suo arrivo, intanto i servi si affaccendavano intorno ai nuovi arrivati: tanta era la foga generale che un quarto d'ora dopo essi potevano ripresentarsi in salotto, asciugati, ripuliti, sistemati.
Le loro divise sfavillanti stupirono don Fabrizio, che li ricordava in camicia rossa.
I giovani, però, sembravano soddisfattissimi del cambio e orgogliosi di far parte non più di una banda di ribelli, ma di un esercito vero agli ordini di Sua Maestà, il Re di Sardegna.
Esaurita la conversazione sulle novità militari, si passò a più interessanti argomenti. Cavriaghi si apparto con Concetta e si mise a discorrere a bassa voce con lei: la graziosa cugina di Tancredi gli era subito piaciuta ed egli usava tutti gli accorgimenti romantici per apparirle affascinante. Trasse da una tasca le poesie dell'Aleardi, che portava sempre con sé e cominciò a declamare i molli versi con voce accorata e pause sapienti.

Tancredi intanto mostrava allo zio il prezioso anello di fidanzamento che aveva acquistato a Napoli, facendogli valutare la purezza della luce e la sontuosità della montatura.
In quell'attimo la porta si aprì e apparve Angelica. Ella, per non bagnarsi, si era avvolta in un mantellone scuro di ruvido panno..., sotto al cappuccio bagnato i suoi occhi scintillanti sembravano ansiosi e smarriti e il visino era terreo per l'emozione.
Tancredi corse verso di lei e la baciò sulla bocca. Poi, tenendola stretta, trasse l'anello dall'astuccio e glielo infilò al dito. Il profumo di Angelica lo avvolgeva tutto, dandogli le vertigini, ed gli, dimentico dei presenti, tremante e commosso, continuò a baciarla, comprendendo quanto ella gli fosse mancata nei lunghi mesi di distacco. Stringendo tra le braccia la sua giovane fidanzata, a Tancredi parve di riprendere possesso della Sicilia, di quella terra bella e infida, che , suoi antenati avevano dominato e perduto e che ora tornava ad appartenergli, prodiga di dolcezze d'amore.

* * *

In seguito all'arrivo degli ospiti, il ritorno a Palermo fu rinviato..., e seguirono due settimane incantevoli.
Anche il maltempo era cessato e dopo di esso risplendette un magnifico sole: era giunta l'estate di San Martino.
Subito, sin dal primo momento, Cavriaghi si era innamorato di Concetta: ma, poiché egli era ancora un ragazzo, si accontentava di sfogarsi declamando i facili ritmi del Prati e dell'Aleardi davanti alla fanciulla..., ma essa, tormentata dalla gelosia per la calda passione di Tancredi e Angelica, non gli dava retta, purtroppo.

I due fidanzati invece erano al culmine della felicità..., le nozze sicure, anche se non imminenti, permettevano loro di stare insieme quasi tutto il giorno. Si sfogavano a percorrere gli inestricabili corridoi e appartamenti del grande palazzo dei Salina. rincorrendosi attraverso stanze disabitate e salottini decrepiti. Per gioco, si nascondevano dentro gli enormi armadi tarlati e dietro i divani zoppicanti dei piani superiori, scoraggiando coloro che avrebbero dovuto accompagnarli, secondo l'uso, cioè il povero Cavriaghi o l'istitutrice francese: questi luoghi furono teatro dei loro primi, trepidi baci di fidanzati.
Angelica e Tancredi, vicinissimi ancora all'infanzia, prendevano piacere al giocare in sé, godevano nell'inseguirsi, nel perdersi, nel ritrovarsi tra le ragnatele di una stanza o dietro la svolta di un andito oscuro.
Quelli furono i giorni migliori della loro vita, vita che fu poi misera, squallida sull'inevitabile sfondo di dolore: furono la preparazione al loro matrimonio, che doveva poi risultare mal riuscito, ma soprattutto una parentesi a sé stante, breve e squisita.
Felici e ingenui com'erano, i due fidanzati avrebbero desiderato che anche Cavriaghi e Concetta li seguissero e li imitassero: ma non fu possibile.

Quando il contino lombardo declamava con foga romantica, la "gattopardina". lo guardava con occhi gelidi, nei quali si intravedeva solo un bonario disprezzo Concetta aveva deluso Tancredi. Egli a Napoli aveva avuto un po' di rimorso nei confronti della cugina. Non l'aveva forse un poco amata, un tempo? Essa era meno ricca, meno bella di Angelica, ma possedeva pur sempre qualcosa che la giovane Sedara non avrebbe posseduto mai.
Forse per questo leggero ma continuo senso di rimorso si era portato dietro l'amico, sperando in un sentimento fra i due ragazzi. Niente: Concetta rimaneva impassibile e lontana. Angelica, dal canto suo, capiva benissimo Concetta: dopo aver amato Tancredi, sposare Cavriaghi sarebbe stato come bere acqua dopo aver gustato un delizioso e aromatico Marsala.

"È troppo bella, troppo pura per me: non mi ama..."confessava il contino all'amico, e Tancredi, dall'alto della propria sicura felicità, tentava di consolarlo come poteva.
Finalmente anche Tancredi capì che era inutile sperare che la cugina potesse pensare seriamente a Cavriaghi e, sebbene a malincuore, cessò dall'esortare l'amico a farle la corte.

* * *

Don Fabrizio aveva ricevuto una lettera del prefetto di Girgenti che gli annunciava l'arrivo a Donnafugata del cavaliere piemontese Aimone Chevalley, che avrebbe dovuto intrattenerlo sii di un argomento che stava molto a cuore al Governo.
Mandò incontro alla diligenza il figlio maggiore e Chevalley, scortato dal giovane Salina, fece il suo ingresso al palazzo di Donnafugata. Il piemontese aveva udito tali e tante storie raccapriccianti sui briganti siciliani che, quando vide i volti barbuti dei campieri armati, che stazionavano nel cortile, fu sul punta di tornare indietro: ma poi la squisita cortesia dei Salina, lo splendore del palazzo e la sua vastità lo rassicurarono. Lo stupirono, anche. Egli apparteneva alla piccola nobiltà piemontese e non credeva che in Sicilia ci potesse essere un tale spreco dì mezzi, uno sfoggio così principesco, in contrasto con la grande miseria del popolo che aveva costatato con suoi occhi lungo il percorso.

La mattina dopo Tancredi e Cavriaghi lo condussero in giro per Donnafugata, e Chevalley trovò che anche un paese della Sicilia poteva essere abbastanza civile. Ma Tancredi si divertì a fargli cambiare opinione, raccontandogli atroci storie di vendette, un po' vere e un po' false: sicché il povero cavaliere, stringendosi istintivamente al settentrionale Cavriaghi, mormorò...

"Che polizia inetta avevano quei Borboni. Fra poco, quando verranno qui i nostri, tutto questo cesserà".

Gli ironici occhi di Tancredi si strinsero come fessure, mentre il giovane mormorava, compunto... "Senza dubbio, caro
Chevalley, senza dubbio".

Alle quattro del pomeriggio il Principe fece dire a Chevalley che lo aspettava nello studio..., don Fabrizio ascoltò impassibile la proposta di diventare Senatore del Regno e continuò a tacere per un bel po', anche quando il lungo, pomposo discorso di Chevalley fu finito. Quindi scosse la testa dolorosamente.

"Noi siciliani siamo vecchi, decrepiti, ci portiamo sulle spalle secoli di civiltà disparate, non nostre, ma venute dal di fuori a colonizzarci. Il nuovo e moderno Stato italiano non saprebbe che farsene di noi".

Invano Chevalley protestò che presto tutto sarebbe cambiato. Don Fabrizio non aveva fiducia nei mutamenti..., per quanto buoni, essi non potevano che far restare tutto com'era o addirittura peggiorare la situazione: il clima, la violenza, la vanità, l'incompetenza siciliana non avrebbero permesso progressi. Infine concluse...

"Sarei un legislatore troppo inesperto, caro Chevalley..., e poi mi manca una qualità fondamentale per la politica: la facoltà di ingannare gli altri ingannando me stesso".

Il piemontese pian piano cominciava a comprendere l'amarezza e lo sconforto di don Fabrizio di fronte alla miseria. all'abiezione senza speranza della sua gente: sentì di rimpiangere, pur trovandosi tra le meraviglie di quel palazzo, la sua modestissima casa e le piccola vigna, mediocri.. certo, ma serene, in un clima di alacre fiducia.
Non poté trattenersi dallo stringere affettuosamente la mano a don Fabrizio, perplesso e ancora vagamente speranzoso. Il giorno dopo all'alba partì: e solo allora, nella luce livida e senza barbagli, si rese conto di quanto anche la bella Donnafugata potesse apparire disperata, sporca, infelice.

* * *

Il ballo al Palazzo Ponteleone di Palermo era il più importante avvenimento mondano della stagione siciliana: quell'anno poi per i Salina era particolarmente importante perché vi avrebbero presentata ufficialmente Angelica, la affascinante fidanzata del nipote. Era costato un po' di fatica ottenere inviti per don Calogero Sedara: ma il Principe
e la Principessa Salina, buoni amici dei Ponteleone, ci erano riusciti abbastanza presto.

Alla sommità del bellissimo scalone don Diego e donna Margherita, i padroni di casa, li accolsero festosamente...

"Siete venuti presto! Tanto meglio! Ma state tranquilli: i vostri invitati non sono ancora comparsi. Del resto, anche Tancredi, è già qui".

Infatti il nipote teneva circolo, accanto alla porta, nero e sottile come una biscia nell'impeccabile frac e visibilmente inquieto. Arrivò il colonnello Pallavicino, quello che aveva sconfitto Garibaldi ad Aspromonte, e subito tutte le dame presenti lo circondarono: egli era infatti l'idolo attuale delle signore e signorine palermitane.
Angelica e don Calogero tardavano e già i Salina pensavano di inoltrarsi nei saloni più interni, quando si vide Tancredi piantare in asso gli amici e correre verso l'ingresso: gli attesi erano giunti. Angelica indossava un sontuoso abito, larghissimo e spumeggiante, e don Calogero, che, seguiva la figlia, sembrava un sorcetto custode di una fiammeggiante rosa. Non era elegantissimo, ma decente, e sia Tancredi sia don Fabrizio respirarono sollevati. Del resto, la bellezza di Angelica aveva già fatto colpo sui presenti, eclissando l'ombra grigia del padre. Mentre Angelica mieteva allori e le ragazze Salina salutavano le amiche, don Fabrizio errava per saloni, baciando galantemente le mani delle signore e indolenzendo le spalle dei conoscenti che voleva festeggiare con le sue cordiali, poderose manate..., ma sentiva che il malumore lo invadeva lentamente. L'arredamento del palazzo era bello, ma trasandato e vecchiotto, perché da troppi anni i Ponteleone non vi avevano apportate le necessarie modifiche..., tutto questo lo infastidiva inspiegabilmente..., le donne, salvo qualche rara eccezione, non erano graziose: più le guardava, così pallide, piccole, olivastre, più si irritava. Gli sembravano delle scimmiette ammaestrate, tutte uguali, tutte bruttine, tutte insopportabilmente ciangottanti. L'uso di sposarci tra cugini, per non disperdere i patrimoni familiari, nuoceva evidentemente alla nobiltà siciliana, pensò amaramente don Fabrizio. Ma, proprio in quel momento, Tancredi e Angelica passarono davanti a lui, belli e commoventi nell'atto di sussurrarsi le solite sciocchezze degli innamorati. Illusi e cari, brillava nei loro colti la certezza che tetto il corso della loro vita in comune sarebbe stato liscio come il pavimento di quel salone che li rifletteva allacciati, Altre coppie passavano, altrettanto commoventi, altrettanto chiuse nella loro passeggera cecità. Il destino faceva loro recitare la parte di Giulietta e Romeo, nascondendo la cripta e il veleno già previsti nel copione. Don Fabrizio si sentì gonfiare il cuore di tenerezza. Pensò allora che era inutile credersi superiore, voler sfuggire ì presenti. Anche se egli era forse più intelligente e più colto di loro, con essi doveva solidarizzare, perché erano il sangue del suo sangue, erano lui stesso.

Stanco, si rintanò nella piccola biblioteca silenziosa. E, evocata da un quadro appeso al muro, gli si parò davanti l'immagine della morte. Stranamente, come sempre, la considerazione della propria morte riuscì a rasserenarlo.
Chiuse un momento gli occhi assaporando quel momento, poi i riaprì: Angelica e Tancredi lo guardavano dalla soglia.

"Principe.. volevo chiederle di ballare con me la prossima mazurca"... diceva esitante Angelica.

"Grazie, figlia mia"... disse il Principe, contentissimo della richiesta e tutto ringalluzzito.

"Lo vedi, Tancredi, com'è buono lo zio? Pensare che sei geloso di lui".

"E' uno zio troppo giovane ed elegante, ed è giusto esserne geloso".

Tancredi rideva. Chissà se avevano complottato insieme quella proposta per svagarlo, pensò il Principe. Ma non aveva importanza: essi erano così cari al cuore suo!
La coppia Angelica-don Fabrizio, fece una magnifica figura. Lei parlava animatamente. La sua naturale vanità era soddisfatta, tanto quanto la sua tenacissima ambizione. Tutti erano stati così gentili con lei.... Ad un tratto sussurrò all'orecchio del Principe...

"Sono felice, zione. Tutti sono tanto buoni. Tancredi poi, è un amore..., e anche lei è un amore. Tutto questo lo devo a lei, zione: anche Tancredi!".

Fabrizio sorrise perché nessun Tancredi, lo sapeva bene, avrebbe mai resistito alla bellezza di Angelica..., del resto, neppure lui le avrebbe resistito... Ballando si ritrovò come a vent'anni, quando in quella stessa sala aveva danzato per la prima volta con la Principessa Stella, sua moglie, quando ignorava ancora le delusioni, il tedio...
I tristi pensieri si allontanarono magicamente da lui, sempre più lontano, "roba per gli altri", mentre i piedi vorticosamente giravano... giravano...

* * *

Molti anni erano passati..., era il luglio del 1883.
Don Fabrizio, colto da malore durante un viaggio, si era dovuto fermare a Palermo, all'Albergo Trinacria: e ora stava morendo, sulla veranda in faccia al mare.
La sensazione che provava non gli era sconosciuta: erano decenni che sentiva come il fluido vitale stesse lentamente, ma costantemente, uscendo da lui: era come se tanti granelli di sabbia scivolassero pian piano da una clessidra. Ma ora era un fiume che gli usciva da dentro, un fiume che aveva un rombo terribile. Eccetto quel rombo, il silenzio della stanza era assoluto Don Fabrizio pensò alle persone care che ancora gli rimanevano: la moglie era morta e anche il figlio maggiore era stato ucciso da un cavallo infuriato. L'altro, quello che si trovava a Londra, il preferito, non era più tornato. Gli parve di essere un naufrago abbandonato su una zattera in mezzo al mare. Che cosa gli restava? Tancredi era ormai un uomo posato, preso dal gioco politico, e il nipotino, il piccolo Fabrizietto, non gli assomigliava per nulla.
Lui, proprio lui, era l'ultimo di casa Salina, l'ultimo Gattopardo: sorrise quasi, perché, alla fine, tirando le somme, dovette ammettere che Garibaldi, "quel barbuto vulcano", aveva vinto! Nell'ombra che ora saliva sempre più nella camera, il Principe morente volle fare il bilancio della sua vita, trarre dal gran mucchio di cenere le pagliuzze d'oro dei momenti felici..., sì, c'erano stati dei momenti felici: l'epoca del suo matrimonio, nascita del primo figlio, il godimento estetico nel vedere Tancredi destreggiarsi fra le difficoltà della vita, lo schioppettare allegro di alcune cacce... Si provò a contare per quanto tempo avesse in realtà vissuto: due, tre anni in tutto. E le preoccupazioni, i dolori, la noia, quanti erano stati, quanto erano durati?
Tutto il resto della sua vita, quasi settant'anni.
Vide che Tancredi si chinava su di lui, stringendogli affettuosamente la mano, vide tutti i suoi figli assiepati accanto al letto. Un oceano tempestoso, irto di marosi altissimi e rombanti,sembrava erompere da lui con forza sfrenata.
Poi, una donna bellissima scostò lievemente i presenti, si avvicinò al letto, si chinò su di lui: era lei, la creatura bramata che veniva a prenderlo, la stessa intravista qualche negli spazi stellari. Giunta vicino a lui, sollevò il velo e gli apparve più bella di come mai l'avesse vista.
Solo allora il fragore del mare in tempesta si placò del tutto.


UNA PAGINA

"Fastidi don Fabrizio ne aveva avuti parecchi in questi ultimi due mesi: erano sbucati da tutte le parti, come formiche all'arrembaggio di una lucertola morta. Alcuni erano spuntati fuori dai crepacci della situazione politica..., altri gli erano stati buttati addosso dalle passioni altrui..., altri ancora (ed erano i più mordaci) erano germogliati dal suo proprio interno, cioè dalle irrazionali reazioni sue alla politica e ai capricci del prossimo ("capricci" chiamava, quando era irritato, ciò che da calmo designava come "passioni")..., e questi se li faceva passare ogni giorno, li faceva manovrare, comporsi in colonna, o spiegarsi in fila sulla piazza d'armi della propria coscienza, sperando di scorgere nelle loro evoluzioni un qualsiasi senso di finalità che potesse rassicurarlo..., e non ci riusciva. Gli anni scorsi, le seccature erano in numero minore e ad ogni modo il soggiorno a Donnafugata costituiva un periodo di riposo: i crucci lasciavano cadere il fucile, si disperdevano fra le anfrattuosità delle valli e stavano tanto tranquilli, intenti a mangiare pane e formaggio, che si dimenticava la bellicosità delle loro uniformi e potevano esser presi per bifolchi inoffensivi.
Quest'anno invece, come truppe ammutinate che vociassero brandendo le armi, erano rimasti adunati e, a casa sua, gli suscitavano lo sgomento di un colonnello che abbia detto:- Fate rompere le righe - e che dopo vede il reggimento più serrato e minaccioso che mai".

(da: Giuseppe Tomasi di Lampedusa - Il Gattopardo - Casa Editrice Feltrinelli)


COMMENTO ALLA PAGINA

In questo passo ciò che soprattutto colpisce è l'ironia con cui l'autore vede il mondo: ironia triste, amara. Egli fa sfilare in una rapida sintesi i fatti chiave che corrodono il piedestallo su cuti sta ancora eretto l'orgoglioso Principe di Salina. Sono fatti apparentemente lievi, "capricci", inezie, che si trasformeranno presto però nella valanga che travolgerà il prestigio del nome, i feudi, i privilegi. Eppure don Fabrizio sa rimanere sereno, guardando oggettivamente e quasi irridendo le proprie difficoltà. Abituato a occuparsi con astratta passione delle stelle, gli sembra che le cose del mondo siano degne di una relativa attenzione.


VALORE DELL'OPERA

"Il Gattopardo", l'unico romanzo di Giuseppe Tomasi, uno degli ultimi aristocratici del nostro tempo, che considerava la letteratura quasi un hobby , è la risurrezione operata miracolosamente di un mondo a noi remoto: quello siciliano del 1860.

E' il momento di transizione di una civiltà: la borghesia e il popolo, rimasti soggetti per secoli alle tradizioni feudali, battono alle porte della storia e vogliono anch'essi la loro parte. Di fronte ai nuovi avvenimenti, le famiglie latifondiste dell'isola cercano di sopravvivere con l'astuzia, mescolandosi alla nuova classe dirigente, pur disprezzandola profondamente.

"Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene"... dice don Fabrizio..., ma non dissuade il nipote Tancredi dal contrarre un matrimonio con la figlia di uno di questi furbi e arricchiti sciacalli.
Nella sua sagacia egli comprende, infatti, che è necessario adattarsi all'evoluzione dei tempi e immettere sangue nuovo nell'alta nobiltà siciliana in modo che "pur cambiando tutto, ogni cosa rimanga immutata".

Tuttavia, egli stesso per primo sa di illudersi coscientemente, di cullarsi in sogni e speranze impossibili..., e nel suo intimo comprende di essere l'ultimo superstite di una razza ormai in via di estinzione.

Come si consola don Fabrizio, che è essenzialmente uno scettico, di fronte a tutto questo? Egli non piange su se stesso, non si dispera mai, nemmeno dinanzi alla morte, che anzi desidera come una liberazione. Per lui essa è "la creatura bramata da sempre e intravista talvolta negli spazi stellari": è nelle stelle che don Fabrizio trova la sua evasione alle noie dell'esistenza, nelle "intangibili, irraggiungibili" stelle, le sole che danno gioia senza nulla pretendere in cambio. Nello studio di esse egli cerca l'armonia, l'incorruttibilità, la purezza, tutte cose che nel mondo terrestre egli non sa trovare.

Senso di fatalità, attesa di morte, sono i due motivi più profondi de "Il Gattopardo", onnipresenti e sotterranei, anche perché, oltre che caratteristiche dell'animo siciliano, sono proiezione dello stesso animo di Tomasi di Lampedusa.
Il pessimismo profondo che ne deriva è ne "Il Gattopardo" attenuato solo dalla gioiosa vitalità dell'amore fra Tancredi e Angelica, così suggestivo e così patetico. Violento e improvviso come i fiori siciliani è questo amore: tuttavia le amare considerazioni che il Principe Salina fa nei riguardi di esso, smorzano i toni troppo gai: "l'eternità amorosa" dura pochi anni e di eterno non resta che la delusione.

Anche l'amore, con suoi cicloni e i suoi fuochi, è quindi destinato a perire e assai più presto di quanto un innamorato sospetti.


BREVE BIOGRAFIA


 
Giuseppe Tomasi, Duca di Palma e Principe di Lampedusa, nacque a Palermo il 23 dicembre 1896 e morì a Roma nel luglio del 1957. Patrizio autentico, discendeva da una famiglia che annoverava tra i suoi membri santi, cardinali, diplomatici, grandi signori feudali, proprietari un tempo di mezza Sicilia, oltre che dell'isola di Lampedusa, e fondatori della città di Palma.
Delle terre e dell'enorme ricchezza degli antenati, egli non possedeva più nulla, neppure il grande palazzo di Palermo, raso al suolo da una bomba americana, nel 1943.
La distruzione della casa avita, forse più d'ogni altra circostanza, più delle stesse interminabili e complicate vicende patrimoniali che bloccarono per anni ogni fonte di ricchezza per gli ultimi Lampedusa, diede allo scrittore la sensazione diretta dei crollo fatale verso il quale era andata incontro la sua famiglia.
Forse, proprio la perdita della casa determinò l'idea originale della novella da cui derivò "Il Gattopardo", sortagli nella mente cinque anni prima della stesura del romanzo: senza dubbio, tra le macerie, lo scrittore cercava di salvare memorie che appartenevano al passato.

"Il Gattopardo" fu pubblicato un anno e mezzo dopo la sua morte: il romanzo era rimasto a lungo inedito, ed era stato anzi rifiutato da parecchi editori. Appena pubblicato, però, il suo successo fu enorme: tradotto in tutto il mondo, letto avidamente da milioni di lettori, portato sullo schermo dal regista Luchino Visconti, è stato uno dei più clamorosi successi letterari del secolo scorso.

Oltre a "Il Gattopardo", Tomasi di Lampedusa scrisse parecchi racconti, dei quali il più suggestivo è quello intitolato "Lignea", che narra la strana avventura di un professore siciliano con una sirena..., e poi vari saggi e appunti di critica letteraria.


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