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venerdì 14 dicembre 2012

JELI IL PASTORE (Vita dei campi) - Giovanni Verga

Giovanni Verga - Disegno di Antonio Gandolfo (1888)


  
JELI IL PASTORE 
"VITA DEI CAMPI" 
GIOVANNI VERGA (1840-1922) 


Nella prosa essenziale che gli è propria, il Verga traccia questo indimenticabile ritratto di Jeli, un  pastorello quasi selvaggio, solo al mondo con le bestie che custodisce, ma dotato da madre natura di un duttile ingegno nel rendersi indipendente, di una grazia servizievole col prossimo che gli usa carità nei rari contatti che ha con lui, non mai scontroso o chiuso..., al contrario! Non potendo per mancanza di occasione essere socievole con gli uomini, lo è con le sue bestie che egli ama e capisce come creature ragionevoli, alle quali prodiga cure e attenzioni piene di umanità affettuosa..., pensa alle espressioni per il puledrino che è rimasto senza la mamma, nate da una sua così dolorosa esperienza, così vere nella loro ingenuità. Divenuto amico di un signorino, è questo che riceve da lui il fascino della vita libera, a contatto con la natura e con gli animali. Tuttavia anche il pastorello dalla convivenza con Alfonso riceve qualche cosa: nella sua primitiva rozzezza, ignaro delle più elementari forme di cultura, ha innato il senso della musica (l'avrà appresa dagli uccellini del bosco che tante volte ha imitato col sito zufolo) e alla recitazione dei versi resta sospeso e incantato come al suono di una melodia dolcissima. Così, come un prodigio gli appare la scrittura, ma più in là non va: davanti all'incomprensibile, diventa taciturno e si chiude in quella furbesca maschera di indifferenza che nasce, dice il Verga, da dignità nei contadini siciliani. 

Uscito da un movimento letterario che potremmo definire di un terzo romanticismo: la Scapigliatura milanese (Rovani-Praga-Boito) che a sua volta derivava almeno in parte dal naturalismo francese, e che si proponeva di combattere il decadentismo al,quale erano giunti i romantici della seconda maniera, Giovanni Verga portò la rappresentazione del vero al alto più alto grado d'arte. 
Fra le tante opere segnalo i due più famosi romanzi: "I Malavoglia" che contiene la storia di una famiglia su cui pesa un tragico destino (forse il capolavoro del Verga: risale al 1881) e "Mastro don Gesualdo" (1888), nel quale si narra la vita di un uomo che lottando contro la miseria si è conquistato una posizione eminente e poi vede distruggere tutto il suo lavoro dai parenti e muore solo e dimenticato..., "Le novelle rusticane" (fra cui famosissime "La roba" e "Malaria") che oltre al valore artistico sono ricche di contenuto sociale, nella rappresentazione di un popolo che accetta il suo destino di dolore e sacrificio. 
Assai nota "Cavalleria rusticana" (poi trasformata in scene per il teatro), la cui fama è legata alla musica di Mascagni che la rese popolarissima. 

Il Verga è uno dei nostri più robusti scrittori: il suo verismo è di una plasticità così rilevata che lascia un'impressione indimenticabile. 
Per lui ogni lettore ha vivi in mente certi paesaggi siciliani e certe figure, con una evidenza straordinaria..., è portato veramente a vivere e a partecipare alla tristezza faticosa nella quale si muove la massa dei personaggi del Verga, guidati da un destino al quale talvolta cercano di ribellarsi, ma che in definitiva ricade sempre su di loro, opprimendoli. 
È caratteristica del verismo in Italia, il colore paesano, regionale.


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L'ASINO DI SAN GIUSEPPE - Giovanni Verga


NOVELLE RUSTICANE - LIBERTA' - Giovanni Verga

LA LUPA - Film di Gabriele Lavia (Tratto dalla novella di Giovanni Verga)


   

sabato 21 agosto 2010

L'ASINO DI SAN GIUSEPPE - Giovanni Verga

         
 
GIOVANNI VERGA, nato a Catania nel 1840, a Catania mori nel 1922, dopo avervi trascorso una vita ritirata e modesta salvo poche e brevi assenze a Milano e a Firenze.
Egli ebbe l'occhio volto con umana simpatia alle classi umili, ai marinai, ai minatori, ai contadini dell'isola, che egli aveva imparato a conoscere fin dagli anni della giovinezza.
Riteneva che fosse pregio di uno scrittore il ritrarre spassionatamente la realtà quale si mostra, ma era tanta la simpatia con cui egli intuiva il mondo vario dei suoi personaggi che senza volerlo nel rappresentarli trasfondeva tutta la pietà che provava davanti al loro dolore e alla loro miseria.
Cosí nacquero i suoi romanzi piú riusciti, "I Malavoglia" e "Mastro Don Gesualdo", e cosí ebbero vita anche altri racconti e novelle, tra cui ricordo "Vita dei campi" e "Novelle rusticane".


L'ASINO DI SAN GIUSEPPE

In questa mirabile novella è narrata l'odissea di un povero asino che aveva il pelame bianco e nero come l'asino di San Giuseppe.
Il Verga, col suo verismo così umano e intimamente commosso, anche se dissimulato, ci fa vivere di scorcio
il dramma della gente di Sicilia, che la necessità della vita quotidiana e la lotta contro il destino, la natura e la miseria, rende tragicamente insensibili: i duri bisogni della vita, infatti, e la povertà squallida e desolata non lasciano, in questa novella, posto agli affetti.
L'odissea dell'asino perciò diventa l'odissea della povera gente che gli vive intorno.

Ancora puledro esso fu venduto perché il padrone non aveva la sera da far la spesa ed al figlio era tornata la febbre e occorrevano i soldi per il solfato.
Così fu costretto a seguire il nuovo padrone che lo faceva trebbiare tutto il giorno, tanto che la sera era così stanco che non aveva più voglia di abboccare nel mucchio della paglia e lasciava cascare il muso e le orecchie ciondoloni.
Ma gli asini sono fatti per essere legati dove vuole il padrone e, siccome le annate andavano di male in peggio, la povera bestia passò di padrone in padrone, fino a quando fu acquistata da una vecchia che abitava in un casolare, "dove le stelle penetravano dal tetto come spade, quasi fosse all'aperto, e il vento faceva svolazzare quei quattro cenci di coperta".
E una notte, ormai vecchia sfiancata e affamata, carica di legna più di quanto le sue forze non consentissero, nella salita si inginocchiò tale e quale l'asino di San Giuseppe davanti a Gesù Bambino, e non volle più rialzarsi.

Nella lettura della novella si può notare la rassegnazione della povera gente, che accetta la fatalità del dolore e della miseria, come l'asino accetta senza ribellione le legnate sulla schiena e la fame..., eppure anche esso avrebbe voluto dare una boccata alla nepitella e al ramerino se non l'avessero fatto trottare sempre.


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mercoledì 28 luglio 2010

MASTRO DON GESUALDO - Giovanni Verga

   

Fotografia della Sicilia Rurale scattata da Giovanni Verga



MASTRO DON GESUALDO


Mastro don Gesualdo, un contadino arricchito attraverso fatiche, pene, sacrifici, tutto preso dalla religione del lavoro, desideroso di elevarsi socialmente e nel tempo stesso stanco delle angherie dei suoi familiari che non solo campano alle sue spalle, ma anche lo amareggiano di continuo, sposa l'ultima figlia di una nobile famiglia decaduta, Bianca Trao, con la speranza di godere nella propria casa il conforto di un affetto sicuro e di delicati sentimenti.
Ma la moglie - che lo ha sposato per necessità, per riparare ad un fallo commesso, con un suo cugino - non lo ama, nonostante l'affetto e il rispetto che per lei ha Gesualdo...., e questi ha contro sé oltre i familiari, anche il ceto aristocratico, il quale mal sopporta che un contadino, sia pur ricco, abbia sposato una del loro rango.
Anche la figlia Isabella - frutto del fallo di Bianca - non lo ama: ella rinnova in sé gli istinti aristocratici della famiglia materna. Travolta anch'essa da una passione disperata per un giovane povero, suo parente, sposa poi un duca palermitano, freddo e cortese...., e conduce una vita grigia, tra colpevoli amori.
Apparentemente è impeccabile.
Don Gesualdo è sfruttato al massimo..., la sua febbre di lavoro e di arricchimento, diviene ora ansia di difesa della sua "roba".
Mortagli la moglie, aizzati contro di lui parenti e contadini (alle vicende della vita del protagonista s'intrecciano i movimenti sociali del tempo, le rivoluzioni del 1820 e del 1848, e le agitazioni proletarie che le accompagnano), ammalato, Gesualdo cede a poco a poco alla sorte.
Alfine si reca presso la figlia, a Palermo, e qui, chiuso in una stanza del fastoso palazzo, impotente di fronte al lusso e alla dissipazione del suo danaro guadagnato con tanti e tanti anni di lavoro, muore tra l'indifferenza dei servi e la poca cura che di lui hanno Isabella, distratta dalla vita artificiosa che si è creata, ed il Duca suo marito.

Sono le ultime pagine del romanzo, in cui è narrata la morte del protagonista - altamente drammatica - quelle che io trovo tra le più belle e potenti che Verga ebbe a scrivere.


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mercoledì 16 giugno 2010

I MALAVOGLIA - Giovanni Verga

        


"I Malavoglia" è il capolavoro di Giovanni Verga, che costituisce, insieme all'altro romanzo dello stesso autore "Mastro Don Gesualdo", un'autentica gloria della narrativa italiana.

Traccio brevemente la trama.

La famiglia dei Malavoglia è composta da padron 'Ntoni, il nonno, dal figlio questo, Bastianazzo, e dai nipoti 'Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia, nati da Bastianazzo e da Maruzza detta la Longa.
Fanno i pescatori in un paesello della Sicilia, ad Aci Trezza, presso Catania, e possiedono una barca, la Provvidenza, ed una casa, detta del Nespolo, simbolo della religione che del focolare domestico hanno i Malavoglia e tutto il popolo siciliano.
Per raccogliere un gruzzolo ed accrescere il magro reddito della pesca, padron 'Ntoni acquista a credito, per mandarla a rivendere a Riposto, una partita di lupini: Bastianazzo parte, ma una tempesta inghiotte lui ed il carico di lupini.

Morto il sostegno più valido della famiglia, sulle spalle del vecchio nonno restano la Longa e i nipoti ancora giovinetti.
Padron 'Ntoni, sempre vigoroso e tenace ed animato dal senso primitivo ed integro dell'onestà, ha ora un solo pensiero : pagare il debito dei lupini e conquistare un certo benessere per sé e per i nipoti.
Fa perciò riparare la barca, ma un altro naufragio gliela rovina una seconda volta; e così le disgrazie e le tribolazioni si abbattono sul loro capo una dopo l'altra.
Luca muore nella battaglia di Lissa (1866) e la Longa rimane come inebetita dal dolore; la vecchia sacra casa del Nespolo viene pignorata a causa del debito dei lupini e poi venduta; anche la Provvidenza viene venduta e la famiglia si disperde: la Longa muore di colera, il maggiore dei nipoti, 'Ntoni, emigra nella speranza di fare fortuna in altri luoghi.
E quando ritorna ancora povero e più esasperato, si dà a vita inerte e dissipata, finché una notte, sorpreso a scaricare con altri compagni della merce di contrabbando, ferisce il brigadiere, che è anche suo rivale in amore, e viene arrestato.
Per farlo liberare dal carcere, il nonno vende ogni cosa, ma non può evitare la condanna del nipote; Lia allora abbandona la casa e si perde.
A nulla sono approdati gli sforzi tenaci di padron 'Ntoni che ha lottato e resistito per tenere unita la famiglia: distrutto dal peso degli anni e dal dolore egli va a morire all'ospedale, lontano dalle care mura della sua vecchia casa.

Dei Malavoglia resta solo Alessi, il più giovane, che la vita non ha travolto: egli si sposa e con la stessa volontà tenace del nonno riesce a riscattare la casa del Nespolo e può così ricomporre il culto del focolare domestico.
'Ntoni, intanto, scontata la pena, esce dal carcere con l'animo rinnovato e col desiderio di rifarsi una vita onesta.
E una sera si presenta nella vecchia casa, dove hanno vissuto e sofferto i suoi cari.
Non si sente, però, degno di restarvi: egli ha violato la religione della casa e parte, solo e stanco, per le vie dolorose del mondo.
- Qui non posso restarci - egli dice ad Alessi che lo invita a fermarsi.
- Addio, perdonatemi tutti.


Questa la breve trama del romanzo, nel quale il Verga coglie la vita di tutte le classi più umili, dei derelitti, dei diseredati.
I personaggi del Verga accettano la legge di dolore che incombe sul mondo, senza ribellarsi, con quella rassegnazione dei forti cui la lunga tradizione di una miseria millenaria ha insegnato a lottare per non farsi travolgere.
Ma sopra questa realtà dura e aspra di dolore e di fatica splende un motivo che anima di luce religiosa la lotta rassegnata di queste creature umili e semplici: il culto della famiglia e del focolare domestico e la legge dell'onore che non transige.
Solo uno dei Malavoglia ha voluto ribellarvisi, 'Ntoni, ed è stato vinto ed ha pagato.
Questa la luce e la verità che si irradia da padron 'Ntoni e da tutto il popolo minuto della Sicilia.


L'addio di 'Ntoni

Stupenda nei "Malavoglia" è la figura del nonno, un uomo che assiste, in un chiuso e dignitoso dolore, alla rovina di quel poco che era riuscito a costruire in anni di fatiche, ma tra le tante pagine mirabili (per cui scegliere diventa difficile), che Verga ha profuso nella sua opera, mi hanno particolarmente colpito quelle, struggenti, dell'addio di 'Ntoni.
Il giovane, perdutosi ormai nell'inseguire un sogno di emancipazione (è diventato contrabbandiere, ha accoltellato una guardia), rifiuta di tornare alla "casa del nespolo", pur sapendo di potervi trovare pace.
E torna a dire addio a quella casa, a quel mondo che egli ha abbandonato e che non é piú il suo.
Nelle pagine che chiudono "I Malavoglia" 'Ntoni ha scontato la sua pena ed esce dal carcere purificato dal dolore e dai ricordi.
E una sera, con la sporta sotto il braccio, coperto di polvere e colla barba lunga, torna alla casa del Nespolo, che il fratello minore, Alessi, ha riscattato, per vedere i suoi cari.
Il nonno è morto, solo, in uno squallido stanzone d'ospedale..., la Lia si è perduta: l'infelice non si sente degno ormai di stare nel focolare domestico, di cui ha infranto le leggi, e riparte.
Ma prima vuole fare un giro per la casa e gli aspetti e le voci di un tempo tornano al suo cuore come beni irrimediabilmente perduti: il letto e le lacrime della mamma, le belle chiacchierate, le acciughe salate, la Nunziata che spiegava gli indovinelli e il chiacchierare del paese che si sentiva da tutte le parti.
Poi, quando fu lontano, gli rimase compagna soltanto la voce amica del mare che brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.


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martedì 15 giugno 2010

ROSSO MALPELO - Giovanni Verga

"Rosso Malpelo" è uno dei più forti racconti del Verga e della letteratura di tutti i tempi.

"Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi..., ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone"....

Cosicché tutti nella cava di rena rossa dove lavorava lo chiamavano Malpelo.
Ed era cattivo perché l'abbrutimento e la cattiveria degli uomini gli avevano impedito di essere buono.
Quando gli altri operai, a mezzogiorno, smettevano il lavoro per andare a mangiare, riuniti in gruppo, la loro minestra, egli andava a rosicchiare il suo poco pane grigio appartato dagli altri.
Ed era "sempre cencioso e sporco di rena rossa, ché la sua sorella s'era fatta sposa, e aveva altro pel capo che pensare a ripulirlo".
Se lo caricavano peggio di un asino egli non si lagnava..., e se nella miniera accadeva qualche disgrazia, e la colpa non era quasi mai sua, egli si pigliava le busse senza protestare, tanto era vano.
Si sfogava però con l'asino grigio della miniera, caricandolo di legnate col manico della zappa, e con Ranocchio, un altro infelice ragazzo, più debole di lui, che egli aveva preso a proteggere: strana protezione, quella dì Malpelo, fatta di busse, di magnanimità e di tenerezza.
Avrebbe certamente preferito lavorare al sole, "fra i campi, in mezzo al verde, sotto i folti carrubi, e il mare turchino là in fondo, e il canto degli uccelli sulla testa".
Ma il suo destino era lavorare nella miniera e morirvi anche lui, come vi era morto suo padre.

L'arte somma del Verga scava nell'animo di questo ragazzo e ne coglie tutti i sentimenti con un verismo che appare impersonale, ma che invece nasconde tanta pena ed ha momenti di alta e commossa poesia.
Si nota nelle righe virgolettate la soffocata aspirazione di Malpelo che avrebbe anche preferito un lavoro più umano sotto il sole "lungo le belle strade di campagna" come il carrettiere, o "cantando sui ponti, in alto, in mezzo all'azzurro del cielo" come il manovale, "o meglio ancora.... fare il contadino, che passa la vita fra i campi, in mezzo al verde, sotto i folti carrubi, e il mare turchino là in fondo, e il canto degli uccelli sulla testa".

Interessante è il brano che rappresenta Malpelo quando accarezza i pantaloni di fustagno, tolti al cadavere del padre estratto dalla rena, e contempla le scarpe che erano state del morto...

" ....Se li lisciava sulle gambe quei calzoni di fustagno quasi nuovi, gli pareva che fossero dolci e lisci come le mani del babbo che solevano accarezzargli i capelli.... E le scarpe.... la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e se le provava..., poi le metteva per terra, l'una accanto all'altra, e stava a contemplarsele coi gomiti sui ginocchi, e il mento nelle palme per delle ore intere, rimuginando chi sa quali idee in quel cervellaccio".

VEDI LA NOVELLA COMPLETA

Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840.
Tranne brevi soggiorni, durante la gioventù, a Firenze e a Milano, trascorse la sua vita semplice e modesta a Catania, dove morì nel 1922.
Verga è il maggior rappresentante del nostro verismo e si può considerare, accanto al Manzoni, il più grande narratore italiano.
La sua grandezza, più che nelle prime opere, legate ancora ad un romanticismo vago e sentimentale (I carbonari della montagna, Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva, Tigre reale), si trova nelle raccolte di novelle "Vita dei campi" e "Novelle rusticane" e nei due romanzi, che sono degli autentici capolavori, "I Malavoglia" e "Mastro don Gesualdo".
In queste ultime opere il Verga ritrae il paesaggio e i personaggi nettamente, come egli stesso dice, "coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com'è stata".
Protagonista è il popolo minuto di Sicilia con gli stenti, i dolori, le virtù, le passioni, le tragedie che lo accompagnano; quel popolo umile ed eroico di diseredati, che nella dura lotta per l'esistenza "levano le braccia disperate e piegano il capo sotto il piede brutale dei vincitori".
Il Verga, nel rappresentare questi cuori primitivi, che lottano senza speranza e senza luce di consolazione, non introduce mai commenti o considerazioni..., ma sotto la tecnica verista, che sembra arida e cruda, c'è la sua stessa anima che vibra di commozione di fronte alla miseria di quell'umile gente che la vita di stenti logora giorno per giorno e che si trascina nel dolore senza ribellarsi..., accettando la realtà amara e desolata che non spera di mutare.


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venerdì 11 giugno 2010

ROMANZI e NOVELLE - Giovanni Verga

 

GIOVANNI VERGA nacque a Catania il 31 agosto 1840.
A ventun anni pubblicò un romanzo storico I CARBONARI DELLA MONTAGNA..., ma la sua carriera letteraria cominciò veramente con LA PECCATRICE, apparsa nel 1866, quand'egli, dalla isola nativa, era passato a Firenze, dove restò circa un decennio.
Seguirono nel 1871 la famosa STORIA DI UNA CAPINERA, nel 1873 EVA e TIGRE REALE, tutti romanzi d'amore, come più tardi, nel 1875, EROS.
Con questi suoi libri il Verga non raggiunse ancora la sua originalità di narratore, sebbene, a tratti, la facesse presentire.
Qui per molta parte i suoi personaggi si assomigliano ai tanti eroi della letteratura romanzesca e romantica di Francia.
Ma già nel 1874 il bozzetto siciliano NEDDA aveva annunziato un più originale Verga.
Ecco che lo scrittore, il quale si trova più a suo agio in temi brevi (come avvenne, del resto, anche al Mupassant) ha cominciato a scrivere novelle che attingono alla materia della nativa Sicilia.

Nel 1876 appare il volume PRIMAVERA ed altri racconti che poi nel 188o riapparirà col titolo NOVELLE.
Lo scrittore maturo ha concepito le brevi narrazioni di VITA NEI CAMPI che vedono la luce nel 188o.
Ecco "Cavalleria rusticana"..., "La Lupa"..., "Ieli il pastore"..., "Rosso Malpelo"..., ecc., i fragranti capolavori del Verga.
Son dure e cupe vicende cagionate da passioni elementari, vendette anche esse elementari contro chi violò la santità della casa e l'onore della famiglia.

E mentre continua a svolgere i suoi temi di Novelle, con un tono che ormai è sollevato ad una originalità potente, ecco che nel 1881 il Verga scrive il vasto romanzo I MALAVOGLIA, considerato da molti come la sua opera maggiore, e la cui trama può dirsi essenzialmente una serie armoniosa di novelle siciliane.

Poi IL MARITO DI ELENA che appare nel 1882, sembra riprendere per una parte i temi dei romanzi giovanili..., ma per parecchi anni il Verga sarà sempre fedele alla materia siciliana in novelle e drammi, di rapida concentrazione.

Ancora nel 1882 esce PANE NERO che poi, nell'anno seguente, sarà compreso nella raccolta delle NOVELLE RUSTICANE, ove si leggono fra le altre "La roba" e "Malaria", nuovi capolavori.
Nel 1883 appare PER LE VIE, nel 1884 CAVALLERIA RUSTICANA, scene popolari, e DRAMMI INTIMI. Poi, nel 1887 escono le novelle di VAGABONDAGGIO.
Quindi nel 1888 un nuovo e vigoroso romanzo, MASTRO DON GESUALDO, appariva nella NUOVA ANTOOLOGIA, e riapparve l'anno seguente in una riveduta redazione.

Più tardi, nel 1891, vedono la luce I RICORDI DEL CAPITANO D'ARCE..., poi nel quindi nel 1896 i drammi "La Lupa"..., "In portineria"... ecc.
Finalmente nel 1902 escono I bozzetti scenici "La caccia al lupo"..., "La caccia alla volpe"..., e nel 1905 sulla NUOVA ANTOLOGIA il romanzo DAL MIO AL TUO, che in forma di dramma era già apparso sulle scene, nel 1903, a Milano.

Giovanni Verga morì il 27 gennaio 1922.

Il tono del Verga è di un accoramento virile, di fronte alla tristezza faticosa del vivere, quale egli scorge nelle anime semplici, curve sotto un religioso senso di dovere, di onore, di lavoro.
Quando questi uomini e queste donne peccano, quando si rivoltano contro il loro destino, c'è pur sempre in essi un oscuro riconoscimento delle leggi che hanno infrante, e talora una rassegnazione come ad un castigo la cui ragione è misteriosa e fatale.
Uno sbigottimento, che solo l'abitudine ha fatto sereno, è nella sapienza dei loro proverbi, che son le verità e i comandi tramandati dai padri.
Questa gente per la quale il Verga mostra la sua maschia tenerezza (e che cosa è la loro vita se non il sentimento stesso che il Verga ha delle cose ?) quest'umile gente, in tutte le sue veementi passioni, come nelle quotidiane fatiche, ha paura di godere, o per lo meno rattiene la troppa gioia, come per un nativo pudore e per un lontano terrore.

Tale appare il Verga maggiore, quello soprattutto dei MALAVOGLIA e delle grandi novelle della maturità.
Pensate la vicenda desolata e accorata dei MALAVOGLIA: quella famiglia di pescatori segnata da un doloroso destino: paron 'Ntoni e il figlio Bastianazzo, e la nuora e i cinque nipoti: Bastianazzo travolto dal mare con la barca dei lupini che non furono pagati e che l'impegno dell'onore comanda di pagare: e l'uno dei nipoti che sarà sviato dalla città dove fece il soldato e finirà in carcere, e l'altro che cade alla battaglia di Lissa, e la giovinetta che fuggirà dalla casa e andrà a perdersi: infine il capo dì quella gente, paron 'Ntoni, che ha ceduto anche la casa "del nespolo", per assolvere il debito, e morire all'ospedale.
E' la vita corale di tutto un paese siciliano nei primi tempi dell'unità italiana..., ma è sentita nelle passioni semplici la cui vita profonda e intensa riflette ingenuamente l'universo, anzi la dolorosa fatica dell'universo nel bene e nel male.

E se in MASTRO DON GESUALDO il Verga aduna, per così dire, il mondo dei suoi primi romanzi nelle figure della moglie e della figliola del protagonista, questi che è l'uomo dei campi giunto alla ricchezza, rappresenta quella vita dell'umile gente siciliana, nel profondo di sé medesima, dominata dalle stesse leggi faticose, travagliata da un medesimo destino.

L'arte del Verga aderisce a questo mondo da lui rappresentato, con una sua serenità accorata, con una musicalità rattenuta e schiva, e appunto per questo più intima, con una forza di rilievo e di ritmo che non deforma né sforza le varie figure.

Pure avviene talora che il Verga limiti il suo vasto respiro artistico nell'orizzonte mentale delle sue umili creature, mentre tutto un più ampio cielo, in una infinità di moti e di idee, è presente al suo spirito. Allora egli costringe e raggela l'espressione in una specie di gergo popolano, in proverbi, frasi comuni, rozze immagini dialettali: come se un cittadino, giunto in campagna, pretendesse parlare come parlano i contadini senza accorgersi che fatalmente ne falsa l'accento.
Allora il Verga traduce sé stesso in una lingua dialettale: e nega così quella sua virtù lirica e musicale in cui meglio consiste la potenza del suo maschio e sobrio stile. E nasce allora la sua monotonia.

Ma nei suoi momenti più liberi, anche nei romanzi il Verga dispiega la sua incomparabile forza espressiva: quella specie di nenia malinconica e melodiosa che passa negli accenti e nelle pause della sua dimessa prosa.
Pensate il principio, quasi dicevo il preludio della novella LA ROBA...

"Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francoforte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passinatello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell'ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell'immensa campagna e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la. sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria:- Qui di chi è? -, sentiva rispondersi:- Di Mazzarò -.
E passando vicino a una fattoria grande quanto un paese, coi magazzini elle sembrano chiese, e le galline a stormi accoccolate all'ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano sugli occhi per vedere chi passava:- E qui? Di Mazzarò -.
E cammina e cammina, mentre la malaria vi pesava sugli occhi, e vi scuoteva all'improvviso l'abbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva più, e si allargava sul colle e sul piano, immobile, come gli pesasse addosso la polvere, e il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo, accanto al vallone, levava il capo sonnacchioso, e apriva un occhio per vedere chi fosse:- E qui? - Di Mazzarò -.
Poi veniva un uliveto folto come un bosco, dove l'erba non spuntava mai, e la raccolta durava fino a marzo. Erano gli ulivi di Mazzarò.
E verso sera, allorché il sole tramontava rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzarò, che tornavano, adagio adagio, dal maggese, e i buoi che passavano il guado lentamente, col muso nell'acqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Sansiria, sulla pendice brulla, le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzarò; e si udiva il fischio del pastore echeggiare nelle gole, e il campanaccio che risuonava ora sì ed ora no, e il canto solitario perduto nella valle. - Tutta roba di Mazzarò -.
Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell'assiolo nel bosco".

Questo è un esempio insigne degli spiriti e delle forme di Giovanni Verga.
In questo ampio ritmo si ritrova, con caratteri del tutto differenti, quella "poesia in prosa" come quella del Carducci.
Una narrazione di diritto alla storia della poesia.


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NOVELLE RUSTICANE - LIBERTA' - Giovanni Verga

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lunedì 15 giugno 2009

GIOVANNI VERGA - Vita e opere (Life and Works)

La reazione alla letteratura romantica si precisa, si estende e si nobilita con il Verismo. Luogo di nascita e di propulsione di questo indirizzo fu Milano, cioè l'ambiente culturale più "europeo" che avesse l'Italia in fatto di esperienze letterarie. Certamente all'affermazione del Verismo contribuirono gli esempi che venivano dall'Inghilterra, dalla Russia e dalla Francia; ciononostante esso acquistò rapidamente una fisionomia nazionale, tipicamente italiana. La ricerca del "vero" e del reale, in una società come quella italiana così frammentata e drammatica, portò gli scrittori veristi alla scoperta della "provincia", di quella parte cioè dell'organismo del paese dove più clamorosi apparivano gli squilibri sociali. E così la Sicilia, la Calabria, Napoli, le campagne venete e toscane assurgo no agli onori della letteratura.

Il vero grande interprete del "Verismo" fu uno scrittore di altissimo talento: Giovanni Verga.
Nato a Catania il 2 settembre 1840, dopo aver trascorso in Sicilia gli anni della giovinezza, Verga si recò nel 1815 a Firenze, dove conobbe Luigi Capuana, divenendone amico. Al soggiorno fiorentino appartengono i suoi primi romanzi, di netta intonazione romantica e abbastanza legati a modelli lette rari francesi ("Una peccatrice"..., "Storia di una capinera").
Dal 1872 al 1893 trascorse, a Milano, il periodo più importante della sua vita: venuto a contatto con gli ambienti culturali della città lombarda - e in particolare con gli scrittori della Scapigliatura - egli venne maturando la nuova visione poetica del Verismo, di cui assieme a Capuana si fece assertore. Dopo aver scritto altri romanzi, ancora d'impronta romantica ("Eva"..., "Tigre reale"..., "Eros"), pubblicò, nel 1874, un "bozzetto" d'argomento siciliano, "Nedda", in cui la provincia e le plebi siciliane divenivano protagoniste.
Era il segno di una svolta decisiva.

Liberatosi da ogni influenza di un modo di scrivere sostanzialmente lontano dal suo gusto e dalla sua sensibilità, Verga pose mano alla sua grandissima produzione "verista": i racconti "Vita dei campi", il romanzo "I Malavoglia", le "Novelle rusticane", il "Mastro Don Gesualdo". Pescatori, pastori, contadini, piccoli borghesi sono i personaggi delle storie di Verga.

Più tardi egli rivolse la sua attenzione anche alle città, agli ambienti mondani come alla plebe. Nel 1905 Verga, forse consapevole di un lento declino, concluse la sua attività di scrittore. A Catania, dove s'era ritirato negli ultimi anni, si spense, nel 1922.


LE OPERE

Certamente l'adesione di Verga al Verismo fu in buona parte determinata dalla stanchezza e dal distacco da una società - come quella milanese - che pure gli aveva fornito soggetti e ambienti per i suoi racconti ma che dovette finire con l'apparirgli vuota e desolante con le sue ipocrisie e col suo inutile fasto. Ma se questa fu probabilmente la motivazione più immediata è altrettanto vero che sulla sua scelta influirono le nuove idee che tanto successo incontravano in Europa, il Positivismo e le teorie evoluzionistiche; soprattutto queste ultime, che ponevano l'aspra lotta per l'esistenza a base di tutto lo s viluppo della storia umana. E certo niente poteva rendere questa asprezza meglio di una descrizione fedele della tragica condizione umana delle genti della Sicilia.
Trovata la sua vocazione, Verga attua rigorosamente i princìpi del Verismo: narra "impersonalmente", cercando - e riuscendovi appieno - di far emergere da un racconto del tutto obiettivo, la realtà di uomini semplici, veri, impegnati in una disperata lotta per la vita.

"Nedda" è la storia di una contadina, povera e maltrattata, che si innamora di un giovane, Janni, altrettanto misero. Janni muore, per una disgrazia, e Nedda rimane vedova con una bambina che gli stenti e le privazioni crude li uccideranno. La donna condurrà in solitudine la sua tetra esistenza.

Nei "Malavoglia" - primo racconto di un ciclo, "I vinti", che nelle originarie intenzioni dell'autore avrebbe dovuto comprendere cinque romanzi - protagonista é una fa miglia di pescatori siciliani, travolta dalla miseria per la perdita dell'unico mezzo di sostentamento - la barca - e da una serie di rovesci. Una dolorosa sequenza che si concluderà, sul piano familiare, con la degradazione dei due giovani Lia e 'Ntoni, finiti male nel disperato tentativo di mutare la loro condizione.

Stupenda, nei "Malavoglia", è la figura del nonno, un uomo che assiste, in un chiuso e dignitoso dolore, alla rovina di quel poco ch'era riuscito a costruire in anni di fatiche.

"Mastro Don Gesualdo" è la storia di un uomo che dal nulla, con tenacia e determinazione assolute, riesce a costruire una fortuna e crede di poterla consolidare, sul piano sociale, sposando una donna che appartiene a una famiglia spiantata ormai, ma aristocratica. Ma questo mondo "nobile", che pure invidia e teme Don Gesualdo, non gli perdonerà le umili origini e gli si rivolterà contro, considerandolo un intruso. Inizia un'amara parabola: la moglie, che ha dovuto subire il matrimonio per ragioni di interesse, si ammala e muore. Don Gesualdo, a sua volta, è colpito da una grave malattia: ciò che un tempo era stata per lui febbrile passione di lavoro e di costruzione, si trasforma in una assillante, tormentosa difesa della "roba", delle sue ricchezze che vede ora minacciate da un'avida schiera di parenti. E Gesualdo morirà solo, abbandonato da tutti, nel palazzo della figlia, a Palermo, lontano dalla sua "roba", dalla sua terra.

Con "I Malavoglia" e "Don Gesualdo", Verga raggiunge l'apice della sua arte. Un'arte personalissima, sostenuta da un linguaggio originale in cui prezioso è l'apporto di antiche forme dialettali siciliane, tesa alla rappresentazione distaccata, obiettiva eppure profondamente commossa, di una dolente umanità, cui incombe il duro mestiere di vivere.


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LIBERTA' (Liberty) - Giovanni Verga


 

LIBERTA'




PREMESSA - Rispetto alle altre novelle di Verga che ho letto e ascoltato, "Libertà" presenta alcune novità fondamentali: non ha un protagonista vero e proprio, perché l'azione è svolta da tutto il popolo di un paese siciliano (Bronte, in provincia di Catania), sullo sfondo di un fatto storico.
Vi è descritta la rivolta di popolani provocata dall'entusiasmo destato dalla discesa di Garibaldi nel 1860, durante la famosa spedizione dei Mille, che si concluse con la sconfitta dei borbonici e con l'annessione al Regno d'Italia dei territori del Regno delle Due Sicilie.
Il grido di 'libertà', che dà il titolo alla novella, e che era lo slogan lanciato dai garibaldini, viene inteso dai villani non in senso strettamente antiborbonico, ma come autorizzazione ad impadronirsi delle terre sottraendole con la violenza ai proprietari: la 'libertà' è intesa insomma come 'rivoluzione'.
Simili disordini, realmente avvenuti, furono repressi nel sangue dagli stessi soldati di Garibaldi, desiderosi di avere l'appoggio della classe dirigente locale più che fiduciosi nella plebaglia.
Da qui scaturisce il tema della continuità del potere, che ispirerà scrittori come De Roberto (nell'opera "I viceré") e Tomasi di Lampedusa (nel romanzo "Il Gattopardo"...già in bozza per un'opinione).
I fatti storici citati fanno da sfondo alla storia narrata da Verga, ma soltanto in maniera implicita, perché qui tutti gli avvenimenti sono esposti dal punto di vista dei contadini ribelli, secondo le loro reazioni ed aspirazioni elementari.
Di quanto accade attorno essi nulla capiscono: semplicemente in loro esplode un sentimento di vendetta covato dentro in anni di odio e di sottomissione.
Nulla capiranno nemmeno quando sul paese si abbatterà spietata la repressione e quando alcuni protagonisti della sommossa saranno trascinati in tribunale, in città.
Avverto che sarebbe arbitraria ogni sovrapposizione di significati politici allo scontro tutto prepolitico tra contadini e galantuomini (così si chiamano i proprietari, quelli che hanno avuto una educazione..., il termine è sinonimo di cappelli, dal nome del loro copricapo, in opposizione alla coppola del villano).
Soprattutto sarebbe errato credere che si tratti di una novella 'progressista' in cui io scrittore condanna la dura repressione dei moti popolari operata dai garibaldini, soggetto su cui punta invece un film girato su questa stessa vicenda, dal titolo Bronte.
Al contrario, Verga condanna la violenza della folla a tal punto che viene meno al canone dell'oggettività narrativa, intervenendo direttamente per esprimere i suoi giudizi.
Ciò non vuol dire che i contadini non abbiano sofferto dei soprusi e delle angherie..., ma la morale è che le rivolte sono inutili e poi tutto torna come prima, secondo un ordine immutabile che vuole padroni e servi al loro rispettivo posto.
Verga dunque non fa l'apologia della rivolta, né sta dalla parte dei contadini: semplicemente assume, con tecnica veristica, l'ottica elementare dei personaggi, e descrive il "fatto di sangue" attraverso scene realistiche e violente.
L'andamento del racconto ( al contrario che in "La roba") va dalla concitazione iniziale alla lentezza del finale ambientato nelle aule giudiziarie, dove una giuria di galantuomini annoiati si appresta a condannare i villani ribelli.
Sapientissima da parte dello scrittore è l'omissione della sentenza, che non ci viene detta, ma che noi conosciamo indirettamente attraverso la reazione smarrita di uno dei rivoltosi, il quale, disperato, rivendica per l'ennesima volta il valore di quella 'libertà' mal interpretata, rivelando ancora la sua assoluta incomprensione del senso della vicenda vissuta.


LIBERTA' - Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: "Viva la libertà!".
Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.
- A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri (* i controllori dei lavori dei braccianti)! - Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie.
- A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima! - A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! - A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! - A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tari al giorno!
E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! - Ai galantuomini (* i proprietari terrieri)! Ai cappelli (* i benestanti)! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!
Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. - Perché? perché mi ammazzate? - Anche tu! al diavolo! - Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. - Abbasso i cappelli! Viva la libertà! - Te'! tu pure!  - al reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. - Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! - La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni; l'inverno della fame, e riempiva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbe potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. - Il figliuolo della signora, che era accorso per vedere cosa fosse - lo speziale, nel mente chiudeva in fretta e in furia - don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. - Paolo! Paolo! - II primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello.
Ma il peggio avvenne appena cadde il figliuolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come I'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio gridandogli:- Neddu! Neddu! - Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. - Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzate suo padre; - strappava il cuore! - Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni - e tremava come una foglia. -  Un altro gridò: - Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui!
Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! - Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando d'ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. - Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! - Tu che avevi a schifo d'inginocchiarti accanto alla povera gente! - Te'! Te'! - Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure.
La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schioppettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c'era la pena di morte chi tenesse armi da fuoco. - Viva la libertà! - E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulle gradinate, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. - I campieri dopo! - Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata - e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch'esso, puntellava I'uscio colle sue mani tremanti, gridando: - Mamà! mamà! - Al primo urto gli rovesciarono I'uscio addosso. Egli si aflerrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un almo per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'alto fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavanò in aria.
E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.
Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. - Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! - Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio nella caldura gialla di luglio.
E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra di sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino.
- Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! - Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! - Se non c'era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! - E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? - Ladro tu e ladro io. - Ora che c'era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure. Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso  il paesetto, sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.
Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era I'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.
Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo ahi! ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne Ii seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno.
Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovanotta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L'orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: - Sta tranquilla che non ne esce più. - Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i cenci.
Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia - ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui!
Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. - Voi come vi chiamate? - E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!,..
Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? In galera? O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...

(Tutte le novelle, Mondadori)


COMMENTO - Questa novella di Verga generalmente esclusa dal circuito delle letture scolastiche perché ritenuta troppo "violenta" (come se i mass-media e la realtà non ci mettessero giornalmente sotto gli occhi la violenza) illustra un aspetto del Risorgimento che la tradizione celebrativa e agiografica ha preferito ignorare.
Durante la "spedizione dei Mille", in vari paesi della Sicilia contadini e braccianti tentarono di dare pratica attuazione ad un proclama di Garibaldi che aveva ordinato la divisione delle terre comunali. Ne nacque uno scontro: da un lato ci fu l'opposizione rigida dei galantuomini (cioè i borghesi, i proprietari terrieri), dall'altro la violenza delle masse contadine che pensavano di rifarsi di una vita di miseria e di sopraffazioni. Si giunse a "fatti di sangue" anche molto gravi. A Bronte (vicino a Catania) dal 2 al 5 agosto 1860 la rivolta contadina si tradusse in saccheggi e uccisioni. Intervenne tempestivamente Nino Bixio con le truppe garibaldine e riportò l'ordine: parecchi "rivoluzionari" li fece fucilare, altri ne fece arrestare.
Il processo per i "fatti di Bronte" si trascinò per tre anni e, degli imputati, venticinque ebbero l'ergastolo, uno vent'anni di lavori forzati, due dieci anni, cinque dieci anni di semplice reclusione.
A differenza di tanti altri episodi simili e contemporanei, i fatti di Bronte hanno trovato un Verga che li ha salvati dall'oblio con queste pagine di grande livello artistico certamente ma, per varie ragioni, complesse e problematiche.


COMMENTO FINALE - Ma qual è la posizione di Verga nei riguardi dei rivoltosi? e nei riguardi del Risorgimento? 
La novella è composta di tre giornate e di un epilogo. Si apre con la giornata del sabato, che è quella dell'improvvisa rivolta e del lungo eccidio. Succede la domenica, e i villani, perplessi e sbigottiti, fanno capannello sul sagrato e cominciano a calcolare sospettosamente quanta terra toccherà a ciascuno. Il lunedì arriva Nino Bixio coi garibaldini e si procede all'esecuzione sommaria di alcuni rivoltosi. Dopo incomincia il lunghissimo processo, che dura tre anni e manda in galera un mucchio di gente.
È questo il solo scritto in cui il Verga affronti il motivo risorgimentale dei Mille. E coerentemente con il mondo etico-artistico dello scrittore, protagonista non è I'epopea garibaldina, ma è invece la vendetta degli oppressi. Ai garibaldini è assegnata solo una parte secondaria, e non hanno nulla di eroico. Arrivano quando il paese è già calmo; e i contadini, già virtualmente vinti, già tornati alla loro naturale passività, si lasciano prendere come pecore. Il Verga, che come patriota italiano ama i garibaldini, costretto dalla realtà oggettiva dei fatti a ritrarli in una circostanza così ingrata, così diversa dalla loro missione, si preoccupa di presentarli nella luce più benevola; e perciò lascia nella loro rappresentazione qualche cosa di convenzionale, una mal dissimulata unzione, e soprattutto non ci fa assistere alla fucilazione degli insorti, che non si vede, ma si sente, e termina con quella frase così strana: 
"Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa". 
Stranissima frase, densa di significati, i quali non tutti possono tornare a gloria dei garibaldini.
La parte di maggiore impegno, la più ricca di drammatica potenza e una delle pagine più grandi del Verga, è quella della prima giornata. Dal grido iniziale di viva la libertà, fino a quella chiusa col paese tornato silenzioso, e i cani che rosicchiano le ossa degli uccisi, e il chiaro di luna che lava ogni cosa e mostra spalancati i portoni e le finestre delle case deserte, tutto quest'episodio costituisce un'unita in se stessa conchiusa e perfetta.

Per il Verga quei rivoltosi erano sì ciechi e sanguinari; ma rimanevano pur sempre strumento della libertà. E c'era qui internamente postulato il pensiero che solo agendo sul terreno economico, e rendendo giustizia ai contadini defraudati, si potevano concretamente gettare le basi della libertà in Sicilia. Tutto il resto che i Mille erano venuti a portarvi, l'unità nazionale, la grandezza della patria e così via, apparteneva a quel sopramondo umano che al Verga artista del verismo, al Verga che lo guardava dalla sottostruttura economica, appariva come vita fattizia, come lussuosa efflorescenza, alla stessa guisa della società salottiera e degli amori romantici. Invece tutta la realtà della vita umana era quaggiù, nelle esigenze primordiali, in questo fondo di ingiustizia e di dolore; e solo operando qui la libertà poteva avere la sua concreta verità e realtà.
Tuttavia una così precisa e circostanziata illazione, e anche così sostanzialmente conforme al carattere specifico del verismo verghiano, siamo noi a tirarla, e non lo scrittore. Se il Verga avesse potuto trarre tutte le conseguenze logiche delle sue premesse, non questa sola novella, ma tutto il suo verismo sarebbe riuscito diverso. Qui, nella Libertà, per lo scrittore gli insorti sono certo dalla parte del giusto. E questo appare chiaro anche nella descrizione del processo, dove l'ironia, oltre a derivare dal sentimento generale del Verga per la macchina della giustizia, ha un preciso riferimento al fatto che i giurati, dai quali dipende la sorte dei villani, non potevano essere imparziali perché erano dodici galantuomini, ed essi "certo si dicevano che l'avevano scampata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù". 
Tuttavia lo scrittore non prende partito. E questo non avviene già per quella superiore catarsi artistica che deve necessariamente trascendere I'angustia delle competizioni terrene; e non avviene neanche, non ci dovrebbe essere bisogno di dirlo, per una eventuale parzialità, per essere un "galantuomo", come quei giurati.

Riaffiora in questa novella quella perplessità morale che serpeggia in tutto il verismo verghiano e che in certo senso lo paralizza. 
Gli insorti hanno per lui ragione, ed hanno anche torto. E il loro torto non è nell'ingenua ignoranza loro, per cui essi avrebbero creduto che la libertà fosse una cosa diversa da quella che essa è. Il torto non consiste neanche nell'avere ecceduto dandosi a una carneficina così folle e indiscriminata. Anche a queste cose tanto enormi c'è rimedio e compenso a questo mondo; passato il trambusto tutti tornano in pace nel paesetto, e l'orfano dello speziale si piglia la moglie di Neli Pirru, uno che gli aveva trucidato il padre ed era andato in galera. Il torto dei villani è proprio nell'aver creduto che a questo mondo esistesse la possibilità di farsi giustizia. Ed è un torto che si potrebbe dire metafisico, giacché questo criterio di giudizio non vive effettivamente nella reale sostanza della novella; ma vi si può coglierlo solo come il riflesso vago e indiretto di un sentimento che sta solo nella coscienza dello scrittore. Il quale sa che la vendetta dei rivoltosi risponde a un'esigenza di giustizia; ma sa anche che codesta è un'esigenza astratta e irrealizzabile. Sa che I'ignoranza dei contadini è I'ignoranza di tutti gli uomini, i quali non sanno quanto sia inutile ogni atto inteso a mutare il corso delle cose; giacché le leggi fondamentali dell'umanità sono le leggi stesse della natura, che si possono anche violare, ma non si possono riformare.
Qui il problema si allarga a tutta I'arte veristica del Verga, che è arte di transizione dal romanticismo al decadentismo. C'era in lui, anche nel suo pessimismo, quell'interiore rivolta, quella spinta eroica e magnanima che era stata dei primi grandi romantici, di un Vigny o di un Leopardi. 
Ma questo sentimento, che meglio si manifestò nella prima parte della vita di Gesualdo, era però combattuto e sopraffatto da un invincibile senso di sfiducia nell'azione umana. 
Anche come scrittore egli finì con una sfiduciata rinuncia a continuare nel suo cammino. Che tutti gli uomini dovessero essere dei vinti non era solo una proposizione teorica del suo manifesto poetico. Era invece un articolo di fede profondamente radicato nella sua coscienza, dove, col fascino dell'ineluttabile e del fatale, viveva la persuasione dell'assoluta vanità di ogni tentativo inteso a mutare sostanzialmente la condizione umana. 
E questo pessimismo decadente delle coscienze smarrite, angosciate, passive, il senso fondo della solitudine morale e dell'inutilità della vita, il narcisismo della sconfitta, impedirono al Verga di scandire il suo mondo poetico sul ritmo ascendente dell'epopea, e lo indussero a rattristarlo nei modi perplessi di una gratuita e amara ironia, o di un umiliato e soffocato lirismo.
Parlando del decadentismo del Verga, naturalmente non si intende fare nessuna accusa; ma si vogliono solo riconoscere i limiti storici della sua poesia. E la poesia, entro qualsivoglia limite, non può mai essere negativa. Fermato infatti quello che fu il suo carattere dominante, ecco che ci appare con chiarezza come il narcisismo della sconfitta fosse, in quella situazione storica, l'unica via per la quale il Verga potesse giungere alla rivelazione artistica degli sfruttati e degli oppressi. 
E appunto in tale rivelazione sta il valore positivo della Libertà e di tutto il verismo verghiano.



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