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lunedì 6 giugno 2016

PAOLO CALIARI, detto il VERONESE - Vita e opere (Life and Works)

TRIONFO DI VENEZIA (1582) Veronese
Olio su tela cm 904 × 508
Palazzo Ducale, Venezia

Paolo Caliari, detto il Veronese (Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588), è stato un pittore italiano rinascimentale della Repubblica di Venezia. Impara dipingere da Antonio Badile (Verona, 1518 circa – 1560), artista che addolcisce lo stile con franchezza di pennello. Prima d'arrivare a Venezia nel 1553, egli ha idee tecniche e forme talmente soggettive, che legittimano il dissidio con Tiziano. Le tonalità argentine e le gamme dei colori chiari, dal giallo sonoro delle luci all'azzurro freddo delle ombre, le tinte rotte e la tendenza alla determinazione plastica contraddicono i principi stabiliti dal cadorino con il tocco ardente e con una scala cromatica opposta. Questo decoratore di genio non possiede il temperamento drammatico del Tintoretto, ma non è sprovveduto di sensibilità, e quindi gli si fa torto supponendo che la sua perfezione sia tutta esteriore. Egli è il lirico della magnificenza veneziana, e tanto nella spettacolosa scenografia quanto nell'incuria dell' ambiente storico è sempre coerente a se stesso: i suoi festini biblici hanno l'interezza moderna, che non cade in trasgressioni alle regole perenni della vita.

Del 1551 sono gli affreschi superstiti della Soranza (Castelfranco, Duomo) e del '52 le Tentazioni di Sant'Antonio (Caen, Museo), impregnate di riflessi tizianeschi. 
L'anno dopo, il Veronese con Giovanni Battista Zelotti (Venezia, 1526 circa – Mantova, 1578) e con Giambattista Ponchino detto il Brazzacco o il Bozzato (Castelfranco Veneto, 1500 circa – 1570 o 1571), lavora nel Palazzo Ducale di Venezia (Giunone distribuisce i doni alla città...., La Vecchiaia e la Gioventù), attenendosi con più vivido colorismo ai modelli di Castelfranco e di Caen.

La composizione obliqua della Madonna e Santi di San Francesco della Vigna in Venezia è l'eco ridotta della Madonna Pesaro, ma il disegno ed il colore sono assolutamente diversi. 
I primi scorci che denotano singolari attitudini si trovano negli Evangelisti (Venezia, S. Sebastiano); nella stessa chiesa, l'ovale con Ester condotta ad Assuero non rinuncia ai raggi solari, e la prospettiva discendente del loggiato mette in rilievo il piccolo gruppo delle figure. 
L'irrealtà prospettica esorbita nel Trionfo di Mardocheo, dove due enormi cavalli, salendo, imboccano nell'ovato, e la Piscina probatica sfoggia i colonnati corinzi che il Palladio non definiva con miglior scienza. 
La varietà e la ricchezza del colorito del veronesiano si esaltano reciprocamente nella Pala di San Zaccaria (Venezia, Accademia, 1562); il modellato è sicuro e tenero, ed i santi che circondano la maestosa Vergine si animano tranquilli fra lo splendore dei marmi, delle sete e dei velluti.

Ai Pellegrini in Emaus (Parigi, Louvre) converrebbe il titolo di gruppo ritrattistico, con l'immagine di Gesù - quasi trasfigurato - nel mezzo; il particolare delle due bimbe che giocano con il cane è semplicemente delizioso, e la luce tinta dal crepuscolo e filtrata dalle nubi argentee tocca e ravviva ogni cosa.

Dopo aver decorato tutta la villa di Maser, il Veronese non conosce riposo; Alessandro e la famiglia di Dario (Londra, Galleria Nazionale) ed i Ss. Marco e Marcellino esortati da San Sebastiano a non abiurare (Venezia, S. Sebastiano) rappresentano due aspetti contrastanti: la cerimonia, pagina di vita vissuta e documentata dalle impassibili fisionomie, ed il movimento della folla, che poi s'intreccia e si confonde nel Martirio.

Dalla Cena per le nozze di Cana, prodigio di colori smaglianti e riflessati, si passa alla più commossa immagine del Veronese, la Visione di Sant'Elena (Londra, Galleria Nazionale). Al davanzale d'una finestra - vera specola del Paradiso - la santa è colpita dal mistico sopore, e nel quadrangolo d'aria due angeli reggono la pesante croce; l'abito di seta cangiante, I'attitudine, l'aria della testa, la morbidezza delle carni, ogni particolare, insomma, ci dice che l'arte del secolo non va più oltre nel distinguere la bellezza del corpo e nel percepire lo stato d'un'anima.
I conviti, di cui Paolo Veronese è il mondano celebratore, fanno dimenticare nel godimento materiale la prossima decadenza della repubblica. 
Le Nozze di Cana del Louvre (1563) utilizzano due linee d'orizzonte: l'architettura le fiancheggia e non le copre; la terrazza rialzata si oppone con un espediente unico al monotono decrescere degli edifizi in prospettiva, e le figure - più di centotrenta - se€ggono alla tavola a ferro di cavallo o si muovono disinvolte. Nel mezzo, c'è il concerto dei pittori: il Veronese suona la viola, Tiziano il contrabbasso e Jacopo Dal Ponte, detto Jacopo Bassano (Bassano del Grappa, 1515 circa – Bassano del Grappa, 13 febbraio 1592) suona il flauto; fra gli invitati, Francesco I e Carlo V non si osteggiano, ed Eleonora d'Austria, regina di Francia, non si ingelosisce di Maria d'Inghilterra. 
La Cena di San Gregorio Magno (Vicenza, Santuario di Monte Berico, 1572) è imbandita sotto il loggiato che curva la volta a botte fra due intercolonne a soffitto piano; le balaustrate scorciano come in una scala regia, ed i personaggi sono disposti con raro equilibrio. 
Più teatrale nella triplice luce degli archi e nelle finissime prospettive d'alabastro, la Cena in casa di Levi (Venezia, Galleria dell'Accademia, 1572), più varia nei movimenti degli ospiti e nell'affaccendarsi degli attori secondari, incappa nell'Inquisizione, e l'artista si
difende con la risposta: 
"Nui pittori si pigliamo la licentia che si pigliano i poeti et i matti".
La replica è difficile, e non si condannano più né gli alabardieri, né il buffone con il pappagallo, né San Pietro che fa lo scalco.

Ai danni dell'incendio, che, nel 1577, distrugge molte preziose opere del Palazzo Ducale, il Veronese supplisce con alcuni capolavori, fra i quali il Trionfo di Venezia (1582). La prospettiva aerea è meravigliosa, con il balcone, le colonne tortili ed il panorama celeste; sopra un trono di nuvole, la splendida regina, contornata dai fattori della sua grandezza (la Gloria, la Fama, la Pace, la Libertà, il Commercio e l'Agricoltura), riceve la corona da un angelo che scende vorticoso sopra il suo capo, mentre un altro si prepara a dar gli squilli della gloria.


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sabato 5 febbraio 2011

LE NOZZE DI CANA (The Wedding Feast at Cana) - Paolo Caliari il Veronese

LE NOZZE DI CANA (1562 - 1563)
Paolo Caliari il Veronese (1528 - 1588)

Pittore italiano
Museo del Louvre di Parigi
Tela cm. 666 x 990


La grandiosa composizione fu giudicata positivamente dalle fonti antiche, pur con qualche riserva a livello di contenuto, poiché la trascrizione del miracolo evangelico in termini profani è apparsa talora fin troppo dichiarata.

D'altro canto è chiaro che l'interesse del pittore è tutto rivolto verso le molteplici possibilità compositive e narrative che può offrire un soggetto di questo tipo, soprattutto se realizzato in così maestose proporzioni.

L'impianto prospettico molo elaborato e costruito su molteplici punti di vista, la realizzazione scenografica non molto chiara e un po' faticosa, sono riscattati dalla bellezza dei colori e dagli innumerevoli inserimenti di dettagli curiosi, di costumi elaborati, di episodi giocosi.

Date le dimensioni dell'opera è certo che il Veronese si dovette avvalere di collaboratori, in particolare del fratello Benedetto, a cui spetta l'esecuzione delle architetture e di alcune figure.


L'immensa tela fu dipinta negli anni 1562 - 1563 per il refettorio del convento benedettino di San Giorgio Maggiore a Venezia.

Secondo la tradizione, l'artista avrebbe raffigurato nell'episodio del Nuovo Testamento alcuni personaggi "anacronistici", soprattutto principi e regnanti rinascimentali, come Eleonora d'Austria, Carlo V, Alfonso d'Avalos e altri ancora.

Al centro della scena, nei panni dei musicisti, il Veronese avrebbe celato i ritratti di Tiziano, Tintoretto, Bassano e Palladio, nonché di se stesso e di suo fratello Benedetto.



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lunedì 13 luglio 2009

SUSANNA E I VECCHIONI (Susanna and the Elders) - Paolo Veronese

SUSANNA E I VECCHIONI (1580 circa)
Paolo Veronese

Museo del Louvre a Parigi

Tela cm. 198 x 198


La storia della «casta Susanna» è raccontata dalla Bibbia nel Libro di Daniele.
La giovane ragazza, sorpresa al bagno da due notabili che la stavano spiando, rifiuta le loro proposte e viene da loro denunciata alla comunità ebraica come una cortigiana che li avrebbe provocati.
Susanna riuscì ad affermare la propria innocenza solo grazie all'intervento di re David che smascherò la falsa testimonianza dei due anziani.
Tramite la voce del suo profeta, Dio aveva testimoniato dell'incolpevolezza e della castità della fanciulla.

I pittori hanno spesso ripreso questo tema per raffigurare la nudità in tutta la sua innocenza.
Anche il Veronese fece spesso ricorso a questo soggetto, soprattutto nella produzione degli anni della maturità, poiché ben si prestava a quella sintesi tra sacro e profano che fu una costante della sua pittura.
L'artista seppe sempre mantenere una profonda coerenza stilistica trattando temi profani, mitologici, allegorici o sacri. Così, nel dipinto del Louvre, il soggetto biblico di Susanna e i vecchioni, liberamente trattato, viene ambientato nella Venezia aristocratica.
I notabili sono vestiti in maniera sontuosa e la scena si sviluppa sullo sfondo di una architettura classica, vicina alle realizzazioni di Palladio, Sansovino o Michele Sanmicheli, a lui contemporanei.


L'OPERA

La tela, che ha subito vaste mutilazioni, si trovava nella raccolta Bonaldi a Venezia, dove fu vista e descritta nel 1648 dal biografo vicentino Carlo Ridolfi.
Fu poi acquistata dall'antiquario Jabach, che la vendette a Luigi XIV nel 1671.
Si tratta di un'opera appartenente alla fase più tarda del Veronese, intorno agli anni 1580, periodo durante il quale il pittore si avvalse spesso della collaborazione della propria avviatissima bottega, che ebbe probabilmente larga parte anche nell'esecuzione di questo dipinto.


LA BOTTEGA

La bottega del Veronese era una vera e propria azienda familiare della quale facevano parte il fratello Benedetto, i figli Gabriele e Carlo, e il nipote Alvise del Friso.
Questa organizzazione rispondeva all'idea ancora artigianale che i contemporanei e gli artisti stessi avevano della pittura, e consentiva al maestro di far fronte alle sempre più numerose commissioni che, da solo, non avrebbe potuto soddisfare.
Nelle opere della fase più tarda (quali la decorazione delle sale del Consiglio, dell'Anticollegio e del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale a Venezia, (1575-1582) la parte autografa è spesso solo quella ideativa, mentre l'esecuzione è affidata proprio alla bottega degli "eredi di Paolo".
II peso di quest'ultima, eccessivamente sopravvalutato in passato, deve tuttavia essere ridimensionato per una più corretta comprensione della fase tarda dell'artista, di cui la critica tende sempre più a mettere in luce l'alto livello qualitativo.


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sabato 11 luglio 2009

PIETÀ (Piety) - Paolo VERONESE

PIETÀ (1585 - 1586 circa)
Paolo VERONESE
Pittore italiano
Museo dell'Ermitage San Pietroburgo
Tela cm. 147 x 111


La "Pietà" risale alla fase estrema dell'attività del Veronese.
La composizione è molto semplificata rispetto alla struttura complessa e affollata di figure che di solito troviamo nei quadri del pittore.
Qui soltanto tre personaggi costituiscono l'azione.
Il corpo del Cristo abbandonato, in posizione seduta, è sostenuto dalla Madonna, mentre un angelo sul lato destro solleva il braccio del Redentore per mostrare la piaga sul dorso della mano.

Esiste una versione analoga dello stesso tema conservata nel museo di Lille, con un angelo in più.
Rispetto a quest'ultima, nella "Pietà" di San Pietroburgo il pittore si concentra maggiormente sulla monumentalità delle figure che balzano quasi fuori dal dipinto, potenziando l'effetto emotivo di dolore e disperazione.
Bellissima la parte superiore della composizione basata sull'incontro delle tre teste dei personaggi.
Nelle ultime opere il Veronese abbandona la sua caratteristica luminosità per adottare una tonalità più cupa, un chiaroscuro più marcato e dei riflessi di luce più decisi.
Da questa ambientazione i corpi, come nella nostra "Deposizione"..., emergono ancora più solidi e scultorei.


L'OPERA

Il dipinto fu eseguito dal Veronese negli ultimi anni della sua vita, forse intorno al 15851586, per il convento di San Giovanni e Paolo a Venezia.
All'inizio del XVII secolo entrò a far parte delle raccolte d'arte di Carlo I di Inghilterra.
Nel 1649, con la vendita delle collezioni reali inglesi, giunse a Bruxelles e poi, per più di un secolo passò di mano in mano.
Finalmente nel 1772 fu acquistato alla vendita Crozat dall'imperatrice Caterina II di Russia, dalla cui collezione è ovviamente pervenuto alla sede odierna.
Il quadro fu inciso da Agostino Carracci.


VERONESE E L'INQUISIZIONE

Il 20 aprile del 1573 Paolo Veronese consegnò ai frati domenicani di San Giovanni e Paolo a Venezia un enorme dipinto di oltre dodici metri di lunghezza, eseguito per il refettorio del convento.
La tela doveva raffigurare la "Ultima cena", come si conveniva ad un refettorio di monaci.
In realtà essa si trova oggi alle Gallerie dell'Accademia di Venezia sotto il titolo di "Cena in casa di Levi", titolo che fu modificato dallo stesso Veronese in seguito ad un vero e proprio scontro con l'Inquisizione.
Nel luglio del 1573 il pittore fu convocato davanti al tribunale dell'Inquisizione e sottoposto ad un interrogatorio.
Alcuni personaggi raffigurati nel dipinto furono giudicati in atteggiamenti poco decorosi per il tema evangelico, mentre altre figure come buffoni, nani, ubriachi e animali, furono condannate come sconvenienti.
Il pittore fu perciò invitato a correggere e modificare in parte l'opera.
Ma il Veronese si rese conto che era impossibile trasformarla al punto da ottenere una "Ultima cena" realizzata secondo i canoni della Chiesa della Controriforma, e preferì semplicemente cambiare il titolo.


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