giovedì 31 gennaio 2008

* L’UOMO DAL GUANTO (Man with a glove) – Tiziano Vecellio




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L’UOMO DAL GUANTO
 (Man with a glove) 
Tiziano Vecellio




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* MICHELANGELO - PITTORE E ARCHITETTO (Painter and architect)



* MICHELANGELO SCULTORE (Sculptor)




* MICHELANGELO – VITA E LE PRIME OPERE (Life and Works)





* FLORA ( SASKIA ) - Rembrandt


* STORIA DEL TEMPO ( Revolution in Time) - David S. Landes

mercoledì 30 gennaio 2008

X X X

INVERNO



Il freddo penetra le ossa

Raggela il sangue

Non riesco a pensare

Sono successe troppe cose


La mente ribolle

La mia intera vita

Il mio universo

Sono cambiati di colpo


Il tempo ha smesso d'esistere

I passi rimbombano nel vuoto

Stringe alla gola

La paura dell'ignoto...


martedì 29 gennaio 2008

* REALISMO OLANDESE DEL '600 (Dutch Realism)

* LE BAGNANTI ( The bathers - Les baigneurs ) – Gustave Courbet


* WILHELM MEISTER - GLI ANNI DELL’ APPRENDISTATO (Wilhelm Meister's Apprenticeship) - Wolfgang J. Goethe

 

 



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* CENTO ANNI (Scapigliatura milanese) – Giuseppe Rovani

* PAOLO UCCELLO di Dòno

* SAN TOMMASO D’AQUINO


lunedì 28 gennaio 2008

MEMORIE DEL SOTTOSUOLO (Notes from Underground) - Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Pubblicato nel 1864, un anno particolarmente infelice per Dostoevskij, Le Memorie del sottosuolo hanno un’importanza fondamentale, e non sempre pienamente riconosciuta. Sono anzi l’opera più originale, che fa, per così dire, da introduzione al Dostoevskij più maturo.

E’ necessario precisare, a questo proposito, che il Dostoevskij delle prime opere è diverso o minore dal Dostoevskij dei cosiddetti romanzi.
Nelle Memorie situate quasi a cavallo tra i due momenti della sua produzione artistica, lo scrittore affina, mette a punto una serie di elementi tematici e stilistici che avranno in seguito ulteriore sviluppo.
Lo Memorie contengono inoltre l’idea fondamentale (sarà l’ossatura del pensiero dostoevskiano) che l’anima è irrazionale e che nell’universo spirituale della personalità umana, in quanto assoluto e supremo, viene a cadere ogni distinzione bene e male, normalità e anormalità, libertà e restrizione. Con questa tragica consapevolezza di carattere esistenziale Dostoevskij supera arte, letteratura, filosofia, spingendosi ai confini di una interpretazione o rivelazione mistica dell’essere che ha il suo culminante nell’esaltazione della sensazione (il trionfo della ragione si compirà invece in alcuni personaggi–chiave dei romanzi, quali Raskolnikov, Ivan, Kirillov, come riporterò nelle brevi recensioni dei suoi romanzi).
Il “sottosuolo” rappresenta il retroterra della nostra coscienza interiore, quello che di lì a poco sarebbe stato definito il “subconscio” dell’anima (Freud aveva allora soltanto otto anni, e neppure lo stesso Dostoevskij si potè rendere conto forse dell’importanza della propria intuizione).
Se ne IL SOSIA, come ho cercato di spiegare nel precedente rapporto, il dialogo di Goljadkin era un emblematico esempio di auto-confessione, qui è in forma di monologo, il più intenso e spietato di tutta l’opera dostoevskiana, che il protagonista, l’uomo del sottosuolo, torturandosi con gusto sadomasochistico, scende nei recessi della propria anima e mette a nudo la meschinità, l’umiliazione, il rancore della propria dignità vilipesa.
Non è la voce dell’autore, bensì quella dello stesso protagonista che si ha l’impressione di udire e quasi prender forma d’individuo completo, autonomo e vivo davanti a noi.
Le parole del monologo, infatti, sembrano impostarsi e misurarsi con un immaginario ascoltatore, precorrendo addirittura i commenti, correggendone il giudizio, interrompendosi come in attesa di una replica.
Sin dalle prime battute, l’uomo del sottosuolo riflette il proprio pensiero, avviluppandolo di premesse, accuse, giustificazioni, contorcimenti, sui mille sprechi delle coscienze altrui, e riporta a se stesso l’ombra dell’anti-eroe.
Nella seconda parte del libro, più narrativo, il protagonista dimostrerà, in una serie di episodi della sua vita contemplativa, la propria impotenza di fronte alla realtà.Sappiamo, e sino all’epilogo soffriamo di questa insopportabile aspettativa, che l’ultima parola sarà polemicamente sua.




* LA GUERRA (War) - Henri Rousseau detto il Doganiere

     

* MADONNA DELLA SEGGIOLA (Madonna of the Chair) - Raffaello Sanzio

    

* L’ISOLA DEL TESORO - TREASURE ISLAND - Robert Louis Stevenson




domenica 27 gennaio 2008

* MOVIMENTI DI AVANGUARDIA (Avant-garde movements) – Pittura e scultura


La persistenza della memoria (Orologi molli) Salvador Dalì


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MOVIMENTI DI AVANGUARDIA
 Pittura e scultura



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LA LUNA E I FALO' - Cesare Pavese


LA TRAMA

E' tornato, ma in paese non c'è più nessuno di quelli di un tempo.Virginia e Padrino, ai quali egli può dire grazie se è cresciuto in quel paese e non in un altro, sono morti da molti anni.
L'avevano allevato insieme con i loro figli, ma non sapevano chi fosse il piccolo per il quale ricevevano ogni mese cinque lire dal brefotrofio di Alessandria.
In quegli anni qualche compagno di scuola dispettoso o maligno lo chiamava "bastardo"…, ed egli rispondeva per le rime perché per lui quella era una parola come vigliacco o vagabondo. Neppure lo sfiorava il pensiero di non essere nato lì, in Gaminella, tra quelle colline e quei grandi prati che si arrampicano verso le cime.
La campagna, le vigne, le cascine sparse, l'acqua del Belbo erano stati tutto il suo mondo e mai, da ragazzo, si era chiesto se poteva essercene uno diverso. Ora che di mondo ne ha visto tanto, ha voluto tornare. Alloggia all'Albergo dell'Angelo, sulla piazza grande del paese…, tutti sanno che ha fatto fortuna…, gli offrono i loro poderi da comprare e le figlie per spose.
Non lo chiamano più bastardo o Anguilla, come quando serviva alla fattoria della Mora…, lo chiamano l'Americano e stentano a riconoscere in lui il ragazzetto scalzo d'un tempo. Tutto è cambiato…, anche Nuto, il falegname del Salto, suo maestro e modello, l'allegro complice delle prime scappate, s'è fatto un uomo maturo…, ha abbandonato il clarino, con cui per dieci anni allietava le feste dei dintorni, s'è sposato e ha continuato il mestiere del padre, in quella sua casa che ha sempre un odore di gerani e di trucioli.
E' lì che l'Americano torna più volentieri, a parlare con Nuto, a ricercare insieme con lui il tempo perduto dell'infanzia e della giovinezza.
Più spesso il discorso torna alla famiglia del signor Matteo, il ricco proprietario della Mora. Di loro non c'è più nessuno…, tutti finiti, trascinati da un oscuro destino di rovina e di morte.
Com'era grande e bella la Mora, col suo enorme cortile vicino allo stradone e quel giardino pieno di fiori, che Irene e Silvia, le figlie grandi del signor Matteo, coglievano ogni mattina. In mezzo a quei fiori splendeva la testa bionda della più piccola, Santa, bellissima ma bizzosa da far ammattire tutti quanti.
Irene, la maggiore, era tutta bionda e bianca e a lei, così dolce e fragile, non si poteva pensare come un ragazzo, le prime volte, pensa a una donna.
A Silvia, invece, si poteva pensare anche in quel modo. Anguilla non era allora che un servitorello della Mora, ma poteva guardare Silvia e ripensarla poi in solitudine, rivedersela davanti, coi capelli che le scendevano sugli occhi, tutta rossa e accaldata durante la vendemmia.
Quando Silvia morì, furono recisi tutti i fiori del giardino per il suo funerale e in quel mese di giugno di fiori ce n'erano tanti. Non molto tempo dopo, i maltrattamenti e la vita stentata uccisero anche Irene, sposata controvoglia a un giovane che se l'era presa soltanto per la dote.
E Santa ? Quando Anguilla serviva alla Mora, Santa era una bambina…, ma poi… Nuto, mentre parla di Santa, sembra sfuggire con gli occhi tristi un ricordo che si ostina a tornare.
"Tu Santa a venti anni non l'hai vista. Era più bella di Irene, aveva gli occhi come il cuore del papavero…" - Nuto sa com'è morta Santa, l'ha vista morire. Aveva fatto la spia per i fascisti e i partigiani l'avevano condannata a morte…, una scarica di mitra che non finiva più. Poi l'avevano coperta di sterpi, inondata di benzina e lasciata bruciare, finché non era rimasto altro che cenere… come i falò il giorno di San Giovanni. Non si poteva risparmiarla…, troppi ragazzi erano morti per causa sua. Morta Santa, alla Mora non c'era rimasto più nessuno di quelli d'un tempo.
Lui ora è tornato, è ricco…, ma di tanta gente che era stata viva, che aveva goduto e sofferto, non restano che lui e Nuto…, e anche Nuto non è più quello di un tempo… è un uomo ormai, col suo fardello di esperienze amare. Quante volte, in America, aveva fantasticato di tornare, di ripercorrere quello stradone, di suonare a quel cancello e farsi riconoscere…, la voglia di tornare lo faceva star male, ma ora sa che non ne valeva la pena...
Quelli che avrebbero dovuto riconoscerlo, guardarlo stupiti, fargli festa, non ci sono più. Sono tutti morti. E' come arrivare in una vigna dopo la vendemmia, quando tutti ormai se ne sono andati e i canti e le risa non risuonano più. La misera casa di Gaminella, dove era vissuto bambino, con Padrino, Virginia e le loro figlie, ora è abitata dalla famiglia del Valino, che è forse ancora più povera di quanto loro fossero mai stati. Nella casa vi è anche un ragazzetto di nome Cinto, scalzo e sbrindellato com'era lui, ma più infelice, perché sciancato e rachitico, terrorizzato dal padre, quel Valino, sempre rabbioso per la stanchezza e la miseria. L'Americano trascorre con Cinto molte ore, ama parlare con lui, intuirne i pensieri. In Cinto riconosce se stesso com'era un tempo…, gli stessi desideri inespressi, gli stessi dolori, la stessa fame, naturale come l'aria.
Una notte il padre di Cinto. Improvvisamente impazzito, uccide le donne della famiglia, dà fuoco alla casa e s'impicca. Cinto sfugge per miracolo alla carneficina e si trova da un'ora all'altra solo al mondo. Lo accoglie Nuto nella sua casa, dove Cinto potrà anche imparare un mestiere…, anche Anguilla, tanti anni prima, era entrato alla Mora e aveva incominciato ad imparare il mestiere di vivere.
Trovato il rifugio a Cinto e promesso il suo aiuto per il futuro, l'Americano sente che non gli resta più nulla da fare al suo paese. Non può rimettervi radici. Questo non è il "suo paese"…, appartiene ad Anguilla, a quei suoi sogni lontani. E' il paese di Cinto, di Nuto, che non ha mai abbandonato la sua casa del Salto. Ritornerà a Genova, ripasserà il mare chissà quante volte ancora. Ogni tanto di nuovo qui, a parlare con Nuto, a cercare se stesso e l'infanzia perduta, tra le vigne e l'acqua del Bembo.


UNA PAGINA - Capitolo XXVI

..." Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io, non sapevo bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano. Magari c'è una casa, delle ragazze, dei vecchi, una bambina - e un Nuto, un Canelli, una stazione, c'è uno come me che vuole andarsene via a far fortuna - e nell'estate battono il grano, vendemmiano, nell'inverno vanno a caccia, c'è un terrazzo - tutto succede come a noi. Dev'essere per forza così. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, danno grano all'ammasso, le ragazze fumano - eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte della guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, prima ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d'erbe secche e che la gente ricominci. In America si faceva così - quando eri stufo di una cosa, di un lavoro, di un posto, cambiavi. Laggiù perfino dei paesi intieri con l'osteria, il municipio e i negozi adesso sono vuoti, come un camposanto."


COMMENTO ALLA PAGINA

Per me questa è una bellissima pagina, così accorata, scritta quasi con un nodo alla gola. La forma è sobria, il linguaggio volutamente dimesso, perché nel romanzo scritto in prima persona, è il protagonista che parla, usando le parole semplici, familiari a lui e alla gente del suo paese. Qua e là compare il gergo dialettale (…"quella vita di noialtri"…, "andare in festa"…), che Cesare Pavese usa sempre volentieri, anche negli altri suoi racconti…, ma non disturba affatto, perché rende il discorso più vivo, immediato e sincero. L'interesse dello scrittore sembra rivolgersi più al modo di raccontare che ai fatti narrati. Con quel suo stile scattante nelle frasi brevi ed espressive, coordinate fra loro senza ricercatezza, egli svolge il suo pensiero e ci offre una visione della realtà tutta intima e particolare.
La sua prosa ha spesso la cadenza di un ritmo ripetuto fin quasi all'ossessione, ed è proprio con questo mezzo che egli riesce a comunicarci la sua profonda angoscia e la sua esasperata ansia di chiarezza e di verità.


VALORE DELL'OPERA

La maggior parte dei temi cari a Pavese li troviamo in questo romanzo "La luna e i falò", l'opera della sua maturità artistica e certamente quella più riuscita.
E' questo il suo testamento spirituale, il risultato e la sintesi di tutte le sue passate esperienze, ma anche il suo libro più ricco di poesia.
Il personaggio simbolico è colui che è stato strappato dal suo paese d'origine, lo sradicato, l'emigrato trasportato violentemente lontano dai luoghi natii. Prevale così il ricordo nostalgico dell'infanzia, tempo mitico in cui l'uomo forma la sua personalità e da cui rimane profondamente influenzato. L'impossibilità di recuperare quel mondo, anche tornandoci, segna l'individuo, che ormai si sente privato di una collocazione autentica. Il bastardo Anguilla è l'esempio più significativo dello sradicato, nel quale Pavese narra se stesso e racconta il dramma del suo vivere…, ha disertato i suoi campi, le colline dell'infanzia e dell'adolescenza, ed è espatriato verso luoghi remoti, nell'America favolosa, dove a furia di lavoro ha realizzato una fortuna, impossibile al suo paese…, ha cercato lontano nuovi orizzonti di realtà, senza però mai recidere gli intimi legami con la realtà della memoria e del cuore…, e ora, più solo che mai, cedendo al richiamo nostalgico della terra, torna al suo paese in cerca dell'infanzia perduta e delle radici simboliche del suo destino. Quasi ogni pagina, nel commosso ritratto della vita semplice, rivela l'amore di Pavese per la propria terra, la Langa piemontese. Un magico mondo, in cui tutte le favole avevano la possibilità di nascere e diventare credibili…, terra "d'infanzia, di falò, di scappate, di giochi". Entro quei confini è circoscritto il mondo delle cose che "non passano mai", perché ciò che "sapevamo fin da bambini" rimarrà per sempre vero, anche quando, coi capelli bianchi, non sapremo più ritrovare nella nostra memoria i tanti avvenimenti trascorsi.
Questo è un tema che ricorre spesso nelle opere di Cesare Pavese, il quale, nel tempo e nei luoghi che videro la sua infanzia, cerca di scoprire le radici di tutta la sua vita. Al suo ritorno il paesaggio è immutato e sembra a Pavese lo specchio di una società senza avvenire…, ma mutato è lui, maturo di esperienza e d'anni, mutato è il corso dei destini individuali, nel crogiuolo della guerra civile. Quanti volti scomparsi, miti distrutti…, è passata la guerra e ha lasciato i suoi morti…, sono scomparse le belle sorelle della Mora, illuse e deluse nelle loro passioni disordinate e nelle loro ambizioni, inquiete, ardenti, travolte dal loro destino. Solo Nuto rimane al suo posto, sulla sua terra, con l'esile speranza di poter cambiare qualcosa…, il protagonista invece diserterà ancora, tornerà a cercare lontano, in solitudine, un "avvenire". Un presagio della tragica diserzione di Pavese, che sente il suo passato oramai anch'èsso bruciato per sempre, come in un grande falò.
Tutti i personaggi di Pavese conoscono una profonda solitudine spirituale che li rende estranei alla società in cui vivono…, dietro di loro c'è lo scrittore, con la sua amarezza, i suoi dubbi, la sua ricerca ansiosa di verità. Anche le figure femminili che incontriamo nel romanzo "La luna e i falò" hanno la caratteristica in comune con le altre donne dei romanzi di Pavese…, di loro si può sognare, si può sperare di averle, ma non le si ottiene mai veramente. Pavese non ha potuto credere nell'amore, perché ogni donna l'ha deluso e ferito nel profondo dell'animo…, e i personaggi dei suoi romanzi ripropongono l'angoscia di questo fallimento e di questa delusione.
"La luna e i falò" ci trasporta verso un finale sempre in crescendo, con una narrazione di tale liricità da stupire in profondo, per fermezza, rigore, ed insieme capacità di languore e d'abbandono.
In questo romanzo si sposano felicemente realismo e simbolismo, che si fondono in un perfetto equilibrio che esalta la filosofia "pavesiana" e rende il libro uno dei capolavori della letteratura italiana del dopoguerra.


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BREVE BIOGRAFIA DI CESARE PAVESE

Era il 27 agosto 1950 quando Cesare Pavese, nella stanza di un albergo di Torino, si tolse la vita. Sul tavolino accanto al letto trovano il suo libro "Dialoghi con Leucò", l'opera che egli forse amò sopra le tutte…, sulla prima pagina, ha scritto di suo pugno……"Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi."
.Il giorno dopo i giornali stampano con la notizia il suo ritratto…, un volto lungo e ossuto, lo sguardo assorto e lontano dietro le lenti spesse. Ci si chiede angosciati perché l'ha fatto. Due mesi prima aveva ricevuto il Premio Strega, battendo autorevoli concorrenti…, aveva ottenuto anche l'agiatezza.
Era crudelmente deluso in amore, ma nulla del suo atteggiamento esteriore lasciava supporre una decisione così disperata. La spiegazione la troveremo percorrendo passo passo le tappe della sua breve vita, intellettualmente troppo intensa e spiritualmente troppo travagliata.
E' nato a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe piemontesi , il 9 settembre 1908. Poiché la famiglia risiede a Torino, Santo Stefano è solo il paese delle vacanze. A Torino compie gli studi, con ottimi risultati. Rimane solo nel 1931, l'anno della sua laurea in lettere. Vive con la famiglia della sorella Maria, ma è come se vivesse solo, sempre di poche parole, di scarsa confidenza, chiuso in se stesso. Non può insegnare nelle scuole di Stato perché non aveva accettato la tessera fascista…, ripiega allora sull'insegnamento privato e le scuole serali.
Nel maggio del 1935 Pavese viene arrestato perché gravitante intorno alla rivista "Cultura" considerata antifascista e viene condannato dal tribunale politico a tre anni di confino a Brancaleone Calabro, (l'editore Giulio Einaudi sarà prosciolto in istruttoria). Graziato dopo un anno, fa ritorno a Torino, e apprende d'aver perduto la donna che ama, sposatasi con un altro durante la sua lontananza. E' un colpo troppo forte, da cui lo scrittore non si riavrà mai più.Poiché vuole "valere alla penna", si dedicherà allo scrivere con l'impegno totale di tutte le sue forze. Riuscirà a diventare un "grosso nome", ma questo non varrà a salvargli la vita.


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ALCUNE OPERE

LAVORARE STANCA - E' una raccolta di poesie e contiene tutti i temi che via via appassioneranno lo scrittore. In quest'opera sono rappresentate non soltanto le tradizioni paesane e l'infanzia cercata nelle vecchie storie di famiglia, ma anche Torino con le sue colline e le lunghe ore incantate trascorse sul Po, il mondo operaio della periferia, la solitudine spirituale di chi è incapace di comunicare con gli altri e si sente tra la gente come "una foglia battuta".
In questa sua opera sono inserite anche tre poesie ispirate a Fernanda Pivano, che era stata allieva di Pavese al D'Azeglio, che in seguito se ne innamora, e riconosce che "per la seconda volta nella sua vita si è cacciato in una prigione…"

FERIA D' AGOSTO - E' il titolo di un volume di racconti in cui Cesare Pavese, toccando con nostalgia il fondo dei suoi racconti d'infanzia, interpreta mirabilmente il mondo umano e naturale della collina piemontese a lui tanto cara.

IL COMPAGNO - E' il romanzo della vita cittadina e della vocazione politica…, l'autore, pur non indugiando in descrizioni, ci dà una schietta immagine della sua Torino, di cui con rapidi scorci ricrea la particolare atmosfera. Al centro del racconto è la figura di Pablo, il giovanotto spensierato che a poco a poco si renderà conto della sua responsabilità di uomo e di cittadino.

TRA DONNE SOLE - E' un romanzo breve, facente parte de "La bella estate" (Premio Strega 1950) insieme al racconto omonimo e con "Il diavolo sulle colline". Fra le altre figure femminili felicemente tratteggiate dalle mani dello scrittore, spicca quello della giovane Rosetta, la ragazza dal tragico destino. Il regista Michelangelo Antonioni trasse da "Tra le donne sole" il film "Le amiche".

IL MESTIERE DI VIVERE - E' il diario di Pavese, pubblicato dopo la sua morte. Egli stesso aveva dato questo titolo alle pagine a cui da molti anni confidava i propri dubbi, le lotte intime con se stesso. Sono pagine sincere, talvolta spietate, in cui è manifestata la sua solitudine spirituale.


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<> Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti <>

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LUNA E I FALO' fa parte della collana - CESARE PAVESE - Romanzi e Racconti1997 - Edizione Euroclub - Mondolibri S.p.A.
Su licenza di Giulio Einaudi Editore - Torino
Edizione a cura di Lorenzo Mondo


Piano dell'opera

- VOLUME PRIMO - Il carcere - Paesi tuoi - La bella estate
- VOLUME SECONDO - La spiaggia - Il compagno - La casa in collina
- VOLUME TERZO - Il diavolo sulle colline - Tra donne sole - La luna e i falò
- VOLUME QUARTO - Notte di festa (Racconti)
- VOLUME QUINTO - Feria d'agosto (Racconti)


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* VASO CON IRIS (Still Life - Vase with Irises) - Vincent Van Gogh



* IMMANUEL KANT - UN UOMO DI CATTEDRA CHE FU UN GRANDE RIVOLUZIONARIO

  








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sabato 26 gennaio 2008

* ESPRESSIONISMO TEDESCO (Deutsch Expressionismus)

I pittori della Brücke (1925) Ernst Ludwig Kirchner
Olio su tela cm  125 x 167
Da sinistra: Müller, Kirchner, Heckel e Schmidt-Rotluff




MARTIN EDEN - Jack London


"Ruth, questo è il signor Eden", disse Arthur Morse con un sorriso, presentando alla sorella il rozzo marinaio cui doveva la vita. Martin si volse e la guardò..., non aveva mai visto una così meravigliosa creatura..., i suoi capelli erano oro puro e i suoi occhi erano i più grandi e i più azzurri che si potessero immaginare. Un candido giglio, pensò, un pallido fiore su uno stelo sottile.

"Non vedevo l'ora di fare la sua conoscenza fin da quando Arthur ci raccontò... E' stato coraggioso da parte sua..." disse Ruth, e la sua voce sembrò a Martin Eden una musica dolcissima, celestiale.
Per la prima volta in vita sua si sentiva goffo, impacciato, cosciente della grossolanità dei suoi abiti, preoccupatissimo delle proprie mani che erano sempre troppo in vista.
Si guardava attorno e lo penetrava una sensazione di delizioso stupore..., ciò che vedeva l'aveva letto soltanto nei libri, e anche quelle persone, Ruth, Arthur e la loro madre, si comportavano e parlavano come si legge sui libri. Il loro linguaggio, così fine e preciso, lo incantava..., avvertì, con una fitta dolorosa, la sua incapacità ad esprimersi, la sua rozzezza. No, non poteva parlare il loro linguaggio..., non ancora, ma l'avrebbe imparato.
Gli si apriva un mondo nuovo, splendido, tutto da conquistare... il mondo di "lei". Sentiva che avrebbe vinto, solo che lo avesse voluto, avrebbe conquistato quella meravigliosa ragazza, quella divinità tutta azzurro e oro che gli sedeva accanto. Ruth sentiva su di se, come un brivido, lo sguardo sfolgorante di lui. In quel giovane bello e ardente non vi era quasi più traccia del rude marinaio dalle mani escoriate e dagli abiti rozzi... c'era in lui la forza e la luce di una grande anima, chiusa in prigione e desiderosa di esprimersi. La fragile ragazza ebbe paura della strana sensazione, mista di attrattiva e di sgomento, che a poco a poco si impadroniva di lei. Un presentimento la faceva tremare, ma non sapeva ancora di essere innamorata di lui, di averlo inconsciamente già accettato.
Quella sera in casa Morse segnò una svolta decisiva nell'esistenza del giovane Martin Eden.
Tutta la vita passata, piena di avventure, di pericoli, di fatiche disumane, di facili e volgari amori, gli apparve all'improvviso come qualcosa di spregevole, che doveva assolutamente dimenticare.
Decise di ricominciare tutto da capo, dallo zero assoluto. Avrebbe faticato sui libri, si sarebbe affinato, avrebbe costretto il proprio cervello a produrre tutto ciò di cui era capace. Nell'ultimo imbarco aveva potuto mettere da parte qualcosa..., gli sarebbe bastato per vivere, con estrema parsimonia, qualche mese, senza essere obbligato ad un lavoro manuale. Poteva così dedicarsi allo studio anche per venti ore su ventiquattro. La sua mente avida immagazzinava il sapere e non ne era mai sazia..., sempre nuovi e straordinari orizzonti si aprivano ai suoi occhi affascinati..., il suo entusiasmo lo aiutava a superare molte difficoltà e a non cedere alla fatica.
Per giorni e giorni si dedicò a letture intense, procurandosi i libri alla biblioteca pubblica.
Quando tornò a trovare i Morse, con la scusa di restituire due libri di poesia prestatigli da Ruth, egli appariva già tutt'altro uomo. Aveva letto anche un libro di galateo e conoscendo meglio le "buone maniere" si sentiva già meno impacciato, in quella casa di ricchi. Ruth non si rendeva conto di quanto Martin Eden già si fosse insinuato nel suo cuore e credette di obbedire soltanto ad un impulso altruistico quando si offrì di aiutarlo a studiare.
Nei mesi che seguirono, i rapidi progressi di Martin furono per lei una fonte inesauribile di sorpresa, di gioia, di emozione... quel ragazzo era davvero un tipo straordinario. Martin decise che sarebbe diventato uno scrittore. Aveva già imparato molto in quei mesi, ma avrebbe imparato di più, per esprimere quel che sentiva e descrivere le splendide immagini che illuminavano il suo spirito. In poco tempo un fiume di novelle sgorgò dalla sua penna. Aveva acquistato il dono della parola e poteva finalmente esprimere se stesso. Tutto era però subordinato al suo amore per Ruth... soltanto per lei lavorava, soltanto per lei voleva diventare celebre e ricco. Inviò le sue novelle a riviste e giornali, ma furono tutte rimandate. Tuttavia, continuò ad aver fede in se stesso. Ruth non lo incoraggiava di certo... avrebbe preferito per lui una carriera più sicura di quella, piuttosto nebulosa e incerta, dello scrittore.
Quando il denaro finì, Martin trovò lavoro in una lavanderia, ma in capo a poche settimane la fatica fisica lo abbruttì.., egli non riusciva più a leggere nè a scrivere una riga. Aveva guadagnato un po' di denaro, ma aveva perduto del tempo prezioso e ora si sentiva come dopo una malattia, fiaccato nel corpo e nello spirito.
Abbandonò la lavanderia e ritornò ai suoi libri. Vedeva spesso Ruth, c he ormai si era laureata all'Università e aveva più tempo da dedicargli. La madre di Ruth, preoccupata dell'amichevole intimità dei due giovani, cercò di intervenire presso la figlia..."Stà attenta - l'avvertì - Ho timore che tu veda troppo Martin Eden".
Ruth rise, sicura di sè. Infatti Martin non aveva il coraggio di dichiararle il suo amore, anche se ora la sentiva meno lontana. Aveva troppo timore di urtarla e non sapeva in che modo corteggiare una ragazza appartenente a un mondo così diverso dal suo.
Ruth sentiva di essere amata e ne godeva profondamente, inconscia della piega pericolosa che stava prendendo la loro relazione. C'era in lei una continua, vibrante attesa, di cui non si rendeva esattamente conto.
Accadde in un pomeriggio di autunno. Martin e Ruth sedevano vicini, in cima a una collina, la mèta abituale delle loro passeggiate..., la brezza muoveva i capelli fini di lei e Martin li sentiva sfiorargli il viso in una rapida carezza. Senza una parola, Ruth posò a un tratto la testa bionda sul petto di Martin, in un gesto impulsivo, più forte della sua volontà. Fu un momento meraviglioso... la rivelazione trionfante dell'amore.
Decisero che si sarebbero sposati il più presto possibile. La signora ed il signor Morse appresero con sbalordito terrore questa decisione..., discussero a lungo, non sapendo che fare per impedire a Ruth quella pazzia.
…”Lascia che lo veda quanto vuole - disse alla fine il signor Morse alla moglie - Scommetto che più lo conoscerà, meno lo amerà. E dalle modo di fare paragoni. Proponiti di avere sempre gioventù per casa.
Ragazze e giovanotti, una quantità di giovanotti. Gli altri lo mostreranno a lei per quello che è ! “.
Non passò molto tempo e i fatti diedero ragione al signor Morse. Ruth era debole e troppo timorosa di rompere la barriera delle convenzioni sociali che fin dall'infanzia l'aveva custodita come un fiore di serra.
Vinta, alla fine, dagli argomenti dei suoi genitori e persuasa dell'insuccesso di Martin Eden come scrittore, gli inviò una lunga lettera di congedo.
..."E' stato semplicemente uno sbaglio. Come il babbo e la mamma hanno dimostrato, noi non eravamo fatti l'uno per l'altra... E' inutile che tu cerchi di rivedermi".
Per tre volte Martin andò a casa Morse, sperando di poter rivedere Ruth, di poterle parlare, ma ogni volta fu inesorabilmente respinto dal servitore venuto ad aprire. Si sentì annientato. Nei giorni che seguirono lo prese una strana apatia..., non scriveva più nulla, nè leggeva nè studiava..., oziava per lunghe ore nei tranquilli parchi della città, senza pensare nè comunicare con anima viva. La sua vita era vuota ormai, senza progetti..., qualcosa in lui si era fermato. Non aveva bisogno di denaro..., proprio in quei giorni alcuni suoi racconti erano stati accettati e pagati da due riviste importanti. Un mese dopo, poichè la fortuna si era messa decisamente dalla sua parte, gli furono acquistate due opere scritte parecchio tempo prima e gli fu offerto un contratto da una casa editrice.
Allora aprì un conto in banca..., si concesse dei pasti sostanziosi e lunghe dormite..., fece enormi regali alla sorella, alla sua padrona di casa, a tutti quelli che gli stavano intorno. Ma quella spaventosa apatia non lo abbandonava. Era sano e forte, eppure non aveva voglia di nulla, in lui non vi era più alcuna emozione, neppure il più piccolo slancio.
In ottobre fu pubblicato il suo primo libro, ma quella pesante tristezza non cessò neppure quando lesse sui giornali le recensioni più lusinghiere dei critici. Non gliene importava più nulla..., nel suo cuore, dopo che Ruth l'aveva abbandonato, non vi era più una briciola di gioia. Dopo qualche mese la sua popolarità era giunta al culmine..., furono chieste le traduzioni di molti suoi scritti e il mondo cominciò a chiedersi chi fosse mai quello straordinario Martin Eden. In breve fu sopraffatto dalle richieste degli editori..., attinse allora al mucchio di manoscritti che giacevano abbandonati, da due anni, nella sua stanzuccia, dopo essere stati tante volte respinti dalle stesse persone che ora supplicavano per averli.
L'idea di riprendere in mano la penna lo faceva diventare pazzo furioso, perciò rifiutò recisamente di impegnarsi per cose nuove. Diventò così celebre che si faceva a gara per conoscerlo, per averlo a pranzo..., i circoli più ristretti e aristocratici se lo disputavano. Perché, pensava Martin Eden, non mi hanno dato da mangiare quando ne avevo bisogno? Che c'era di mutato in me, non sono forse la stessa persona? E li guardava, li ascoltava perplesso..., poi ricadeva nella sua indifferenza mortale.
A Ruth non pensava più..., era cosa passata, ormai. Fu lei che un giorno andò a cercarlo, ad offrirgli ancora il suo amore. Ma le sue lacrime non lo commossero, anche se sembravano sincere. Non l'amava più, era troppo tardi ormai..., non gli importava più di nulla.
…” Sono malato, molto malato - le disse con un gesto di pieno di stanchezza . La vita mi ha colmato a tal segno che sono rimasto vuoto di desideri”….

Era malato nell'anima e sapeva di non voler guarire. La vita lo feriva come una luce troppo forte, accecante.
Pochi giorni dopo il triste incontro con Ruth, salì a bordo del transatlantico Mariposa diretto a Tahiti.
Era il passeggero più in vista, il "grande uomo" di bordo. Ma a Tahiti non ci arrivò mai.
Una notte, disperato per l'insonnia, con i nervi a pezzi, si lasciò cadere nell'acqua e nuotò all'ingiù, giù verso il fondo, finché fu certo di non avere più la forza di risalire a galla.




UNA PAGINA


“Allora ella cominciò a parlare con rapidità e scioltezza sul tema da lui proposto. Egli si sentì meglio e si tirò leggermente più indietro dall'orlo della poltrona, tenendone stretto con le mani i braccioli, come se temesse che gli potesse sfuggire di sotto, scaraventandolo sul pavimento. Era riuscito a farle parlare il suo linguaggio, e mentre ella discorreva, si sforzava di seguirla, meravigliandosi di tutto il sapere immagazzinato in quella bella testolina e saziandosi gli occhi della pallida del suo volto. Seguirla poteva, sebbene intralciato da parole insolite che le uscivano con tanta scorrevolezza dalle labbra e da espressioni critiche e da ragionamenti che gli erano estranei, ma che non di meno lo stimolavano e gli facevano formicolare la mente. "Ecco la vita intellettuale", pensava..., ecco la bellezza, calda e meravigliosa come non se l'era mai neppure sognata.
Dimenticò se stesso e la fissò con occhi famelici. Ecco qualcosa per cui vivere, qualcosa da conquistare, qualcosa per cui battersi... sì, e per cui morire. I libri dicevano il vero. C'erano, certe donne, al mondo. Ella era una di quelle. Ella dava ali alla sua immaginazione e dinanzi a lui si spiegavano grandi tele luminose su cui passavano vaghe e gigantesche immagini di avventure amorose e romanzesche, di eroiche gesta per amor di una donna... d'una pallida donna, un fiore d'oro. E attraverso la visione ondulante e palpitante, come attraverso un miraggio fatato, vedeva la donna vera, seduta lì, che parlava di letteratura e d'arte. Ascoltava anche, ma guardava con tanto d'occhi, inconscio della fissità del proprio sguardo e del fatto che tutto quanto c'era di essenzialmente maschio in lui gli splendeva negli occhi. Ma lei che, pur sapendo poco del mondo degli uomini, era donna, era acutamente consapevole dei suoi occhi ardenti. Non aveva mai incontrato uomini che la guardassero in quel modo, e si sentiva imbarazzata. Cominciò a balbettare e s'interruppe Il filo del ragionamento le sfuggiva. Egli le faceva paura e, al tempo stesso, l'essere guardata così le tornava stranamente piacevole. “




COMMENTO ALLA PAGINA


Sono presenti in questa pagina due motivi che spesso ricorrono nell'opera di Jack London e possono chiarire molti aspetti della sua personalità. Vi è l'istinto della lotta per la conquista della donna... ”Ecco qualcosa per cui vivere, qualcosa da conquistare, qualcosa per cui battersi...”.., vi è l'inebriante e ambizioso desiderio di ascesa, di non essere secondo a nessuno, di possedere ciò che gli altri posseggono..., cultura, educazione, ricchezza. Martin Eden promette a se stesso che quella vita intellettuale diventerà la sua vita e quella fragile e delicata ragazza diventerà la sua donna. Lei trema di sgomento sotto lo sguardo scintillante del giovane e quel suo tremore mette maggiormente in risalto la maschia forza di lui, già pronto a battersi per conquistarla.



VALORE DELL' OPERA


"Martin Eden", pubblicato nel 1909, è per me il più bello dei romanzi di London. Lo scrisse a bordo dello Snarck, il battello di sua proprietà, durante la navigazione nei mari del Sud. Iniziato a Honolulu nell'estate del 1907, il libro fu terminato nell'isola di Tahiti, sette mesi dopo.
Il romanzo è quasi interamente autobiografico e ci trasmette l'emozione che tanti ricordi suscitavano nell'autore. Ritroviamo in Martin Eden il giovane London, che faticosamente si fa strada, deciso a tutti i sacrifici, pur di arrivare.
Divorato da un desiderio feroce di diventare qualcuno, studia come un pazzo, dorme pochissimo, mangia quando e come può. In pagine commoventi e delicate è rievocato l'amore di Jack, appena ventenne, per la bella, eterea Mabel, che nel romanzo prende il nome di Ruth. In lei Jack adorò l'angelo fatto donna, il sogno meraviglioso che poteva diventare realtà. La casa di lei fu per Jack, come per Martin quella di Ruth, un'oasi di raffinatezza, il simbolo di una vita superiore, alla quale egli voleva arrivare a ogni costo. Fu un amore infelice, che non giunse mai in porto, perché i caratteri e gli ideali dei due giovani erano troppo profondamente diversi.
In tutto il romanzo si avverte un tono di accorata sincerità, un sapore di vita vera, vissuta e sofferta.
Nei primi capitoli vediamo Ruth attraverso gli occhi adoranti di Martin Eden, per il quale la giovane donna dal pallido volto è quasi puro spirito e insieme una mèta sublime..., avere Ruth significa appartenere, con pieno diritto, alla classe sociale cui ella appartiene.
Così comincia la furiosa lotta di Martin Eden per elevarsi, per uscire dall'ambiente di marinai e operai in cui è nato e sempre vissuto. Quando sta finalmente per raggiungere il successo e la ricchezza, l'incanto di Ruth svanisce..., egli la vede con occhi snebbiati e riconosce in lei la piccola borghese piena di pregiudizi che in realtà è sempre stata.
Il disinganno è tanto più forte, perché, oltre al naufragare del suo sogno d'amore, un'altra delusione, altrettanto dolorosa, si abbatte su di lui. Con lo studio, l'applicazione, la volontà, il rozzo e ignorante Martin Eden ha rotto la barriera che lo separava da un mondo dorato, colto, raffinato.
Col successo egli è entrato di colpo in questo mondo che prima lo respingeva e che oggi lo ricerca e lo esalta. Egli l'ha conquistato con le sue sole forze, ma improvvisamente, dopo tanti sforzi, si accorge che questo mondo non fa per lui, che la società che egli ha creduto superiore è solo la roccaforte meschinamente chiusa nei propri pregiudizi. Il mondo sognato come un meraviglioso paradiso si è rivelato un miraggio, splendido ma falso. Martin deve ammettere di aver perduto..., non ha trovato il paradiso sognato e non può più tornare alla sua vita di un tempo. E' uno spostato, un uomo finito, che si è bruciato al fuoco divorante del suo slancio, della sua energia, della sua volontà. La vita gli ha dato troppo, ma senza ordine, senza offrirgli la possibilità di gustare ciò che gli dava. E ormai è troppo tardi... in lui non c'è più desiderio di vivere.
La volontà do morire nasce in lui dalla sofferenza fisica e morale e dalla sua incapacità a difendersene.
Sette anni dopo, lo stesso Jack London, logorato dalla sua stanchezza, bruciato da una vita troppo intensa, si lascerà volontariamente morire e la fine di Martin apparirà a tutti come una dolorosa profezia della fine di Jack.

"Martin Eden" è dunque assai più che un romanzo... è un documento di vita..., è la commovente e aspra storia di un uomo che vuol raggiungere il successo, lo ottiene, ma, deluso nei suoi sentimenti più profondi, non riesce a sopportare la propria solitudine spirituale.
Sia in "Martin Eden" che in tutta l'opera di Jack London, si avvertono i fifetti dello scrittore autodidatta, che brancola incerto tra diverse teorie, malamente e disordinatamente apprese. London è un misto di ingenuità e di arrivismo, di sentimentalismo romantico e brutalità. Concepisce la vita come una selvaggia e appassionante avventura, in cui la vittoria è sempre del più forte..., ma nello stesso tempo si china con amorevole compassione sulle sofferenze morali e fisiche della classe sociale da cui egli stesso proviene.
Con tutti i suoi difetti e le sue confusioni, non si può non amarlo. Gli siamo debitori di ore meravigliose trascorse con i suoi eroi... personaggi indimenticabili, ricchi di affascinante esperienza umana e di genuino coraggio.




UN PO' DI JACK LONDON


La vita di Jack London è un romanzo avventuroso, vissuto con drammatica intensità, in una costante ricerca di emozioni violente. Una vita turbolenta, vissuta nel disprezzo delle convenzioni sociali, e conclusa a soli quarant'anni col suicidio, dovuto probabilmente a un grosso esaurimento nervoso.
Quando egli nacque, il 12 gennaio 1876, a San Francisco, fu notificato col nome della madre..., non conobbe mai suo padre, un astrologo girovago di origine irlandese.
Il suo vero nome è John Griffith..., London è il cognome dell'uomo che la madre di Jack sposò otto mesi dopo la nascita del bambino. "Non ho avuto infanzia" .... dirà Jack più tardi, ricordando la miseria cronica della sua famiglia. Il disperato bisogno di leggere, di istruirsi, fu continuamente soffocato dalla necessità di lavorare per sfamarsi. Fece tutti i mestieri. A tredici anni fu sguattero di osteria e già si ubriacava come un adulto..., a quindici, andava a rubare le ostriche nei vivai del porto, per venderle di giorno sul molo, con la massima tranquillità. Due anni dopo, diciassettenne ardito e forte, si imbarcò su un veliero diretto prima in Giappone e poi in Siberia, per la caccia alle foche. Furono tre mesi di fatiche e disagi incredibili, ma l'intrepido americano gustò soltanto il sapore aspro e forte dell'avventura. Poi scaricò carbone sui moli di San Francisco e lavorò in una fabbrica di juta, in cui la giornata di lavoro era di sedici ore. Fu in quel tempo che, con un racconto di ambiente marinaio, scritto con vigore e freschezza straordinari, vinse il concorso bandito da una rivista e guadagnò venticinque dollari. Richiamato dal suo desiderio di avventura e dalla sua divorante curiosità, si mise a percorrere il continente americano in lungo e in largo, finché fu arrestato come viaggiatore clandestino e condannato a trenta giorni di carcere.
Visse con disinvoltura anche questa esperienza. A diciannove anni lo troviamo bidello in una scuola di Oakland, e a un tempo collaboratore del "Bollettino letterario" della stessa scuola. Vestito malissimo, coi capelli fulvi e arruffati, l'aria aggressiva e poco raccomandabile, era un bidello assolutamente fuor del comune. La pressante necessità di guadagnarsi il pane gli aveva impedito di frequentare l'Università, sebbene fosse riuscito, studiando come un forsennato, a superare gli esami di ammissione. Preso dalla febbre dell'oro, che richiamava nel Nord tanti cercatori speranzosi di arricchire, partì per l'Alaska in cerca di fortuna. L'oro non lo trovò, ma quel periodo avventuroso fu ugualmente la sua fortuna..., gli fornì nuovi ed inesauribili argomenti per nuovi racconti.
Nel 1900 apparve il primo volume dei racconti di Jack London... "Il figlio del lupo", che ebbe uno straordinario successo.
Era il primo dei cinquanta volumi che avrebbero composto, in soli quindici anni di lavoro, la vastissima opera letteraria dello scrittore americano più noto in tutto il mondo. Mise insieme somme enormi e spese tutto, con un'incoscienza incredibile, pazzesca. Volle vivere intensamente, godere fino all'estremo limite di quell'energia travolgente di cui la natura lo aveva dotato. Ma il suo culto della forza lo portò a strafare, a chiedere a se stesso l'impossibile, finché arrivò all'annientamento.
La morte, a Glen Ellen... il 22 novembre 1916, fu il tragico traguardo della sua folle corsa....



LA MIA BIBLIOTECA

IL RICHIAMO DELLA FORESTA (1903) - E' un libro di grande fascino, specialmente per i giovanissimi dallo spirito avventuroso. Il protagonista è Buck, cane eroico e fedele, in cui rinasce a poco a poco l'istinto atavico del lupo.

IL LUPO DI MARE (1904) - E' forse il suo libro più letto. Ben presto la figura del protagonista, il solitario capitano Larsen, diventerà popolare in America e in Europa come un favoloso personaggio vivente.

ZANNA BIANCA (1906) - E' la storia appassionante di un cane selvaggio ispirata all'autore dalla sua adorazione per la vita primitiva, violenta, fatta di puro istinto.

IL TALLONE DI FERRO (1908) - E' il romanzo ispirato a London dalle idee socialiste in cui credeva..., un libro che suscitò grandi polemiche, ma nessuno potè negare che fosse un buon libro.


MARTIN EDEN - (1909) 



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