sabato 29 marzo 2008

Spot BARILLA


Parlo di una pubblicità di molti anni fa (1985) in cui la Barilla cercò una soluzione con un comunicato della ormai inusuale lunghezza di due minuti degli spot, nel quale la pasta fa la sua comparsa dopo ben 75 secondi.
Una ragnatela di depistaggi induce nello spettatore la curiosità di sapere di che si sta parlando, costringendolo a seguire l’intero comunicato, ad apprezzare l’elevata qualità del film e a ricordare il prodotto pur così poco esibito.

Nel film vediamo dapprima un treno in viaggio; giunge alla stazione e ne scende il protagonista, uomo forte e deciso, che passa accanto a una coppia abbracciata.
Il nostro eroe nota la donna e lei nota lui (che si tratti della pubblicità di un profumo?), poi lui si guarda l’orologio da polso (allora è dell’orologio che stiamo parlando!), quindi fa una telefonata e sale in automobile.
Per circa trenta secondi, vedendo l’uomo guidare sulle strade bianche di una campagna bella e ordinata, lo spettatore pensa che si tratti di un comunicato Mercedes, ma nello stesso tempo sa che si sta per arrivare in quel posto, dove il mistero sarà chiarito.
Il protagonista entra in uno studio ove accarezza con la mano il bordo di un bicchiere da whisky (ah, ecco, si tratta di un liquore!) e poi, finalmente, aprendo una porta, vede un tavolo coperto da una collezione di formati di pasta Barilla.
In casa, ovviamente, c’è qualcuno, amici ed ospiti che accolgono con simpatia ed ammirazione il padrone di casa; questi, celando dietro la schiena una confezione di spaghetti, può finalmente abbracciare la moglie.
Il finalino vede il protagonista, confuso tra gli amici, mimare alla moglie l’atto di morsicare la scatola di spaghetti, e la moglie risponde da lontano con un sorriso divertito da donna ancora una volta conquistata dal suo uomo.
L’ultima scena esprime una scena irresistibile e resta impressa nella memoria.

Lo spot è direttamente finalizzato al suo messaggio, in linea con tutta la recente produzione Barilla: la pasta è un alimento nobile e nobilitato, degno di figurare sulla tavola di famiglie di ogni ceto sociale.
Infatti lo sketch mimico del marito strizza l’occhio anche al ceto medio: anche i ricchi hanno fame, e fame di pasta.
Negando la soluzione immediata alle tante situazioni che potrebbero dare lo spunto per altrettanti spot di prodotti diversi, questo short riflette la volontà di essere riconosciuto per le tante idee e isolato dal magma di comunicati nel quale potrebbe essere confuso e dimenticato, mentre in questo caso, come si vede, io sono ancora qui che ne parlo.

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* SATYRICON – Petronio Arbitro

mercoledì 19 marzo 2008

Masters of War (Padroni della guerra) 1963 - Bob Dylan


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Venite padroni della guerra
Voi che costruite i grossi cannoni
Voi che costruite gli aeroplani di morte
Voi che costruite tutte le bombe
Voi che vi nascondete dietro ai muri
Voi che vi nascondete dietro alle scrivanie
Voglio solo che sappiate
Che posso vedere attraverso le vostre maschere
Voi che non avete mai fatto nulla
Se non costruire per distruggere
Voi giocate con il mio mondo
Come se fosse il vostro piccolo giocattolo
Voi mettete un fucile nella mia mano
E vi nascondete dai miei occhi
E vi voltate e correte lontano
Quando volano le veloci pallottole
Come Giuda dei tempi antichi
Voi mentite ed ingannate
Una guerra mondiale può essere vinta
Voi volete che io creda
Ma io vedo attraverso i vostri occhi
E vedo attraverso il vostro cervello
Come vedo attraverso l'acqua
Che scorre giù nella fogna
Voi caricate le armi
Che altri dovranno sparare
E poi vi sedete e guardate
Mentre il conto dei morti sale
E voi vi nascondete nei vostri palazzi
Mentre il sangue dei giovani
Scorre dai loro corpi
E viene sepolto nel fango
Avete causato la peggior paura
Che mai possa spargersi
Paura di portare figli
In questo mondo
Poichè minacciate il mio bambino
Non nato e senza nome
Voi non valete il sangue
Che scorre nelle vostre vene
Che cosa so io
Per parlare quando non è il mio turno
Direte che sono giovane
Direte che non so abbastanza
Ma c'è una cosa che so
Anche se sono più giovane di voi
Che perfino Gesù non perdonerebbe
Quello che fate
Voglio farvi una domanda
Il vostro denaro vale così tanto
Vi comprerà il perdono
Pensate che potrebbe
Io penso che scoprirete
Quando la morte esigerà il pedaggio
Che tutti i soldi che avete accumulato
Non serviranno a ricomprarvi l'anima
E spero che moriate
E che la vostra morte venga presto
Seguirò la vostra bara
Un pallido pomeriggio
E guarderò mentre vi calano
Giù nella fossa
E starò sulla vostra tomba
Finché non sarò sicuro che siete morti.

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Bob Dylan (USA, 1941)

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* LA DAMA CON ERMELLINO (Dame à l'hermine) - Leonardo da Vinci - Lady with an ermine







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* MADONNA LITTA (Madonna nursing the Child) - Leonardo (Giovanni Antonio Boltraffio)

  
VEDI QUI
MADONNA LITTA
Leonardo da Vinci


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venerdì 7 marzo 2008

RESURREZIONE (Resurrection) - Lev Tolstoj

Nella camera dei giurati il principe Dimitri Necliudov trovò già riunite una decina di persone.
L’usciere invitò i giurati a entrare nella sala delle Assise, dove stava per iniziare il processo.
L’imputata era una donna di facili costumi, una certa Maslova, accusata di aver ucciso col veleno un suo amico, allo scopo di derubarlo.
Al suo entrare nella sala, gli sguardi di tutti gli uomini si volsero verso di lei e rimasero fissi sul suo viso pallido dagli occhi neri, scintillanti, sul corpo snello e provocante, che neppure i brutti abiti del carcere riuscivano a mortificare. Il principe Necliudov la osservò con più attenzione, mentre il Presidente la interrogava, e a un tratto impallidì, preso da un’emozione violenta, che subito si sforzò di nascondere.

“E’ impossibile – pensava – non può essere lei, il suo nome era un altro!”.
Ma pur cercando di illudersi, già sapeva, senza ombra di dubbio, che l’imputata Maslova era Katiuscia, la ragazza che per un tempo brevissimo e felice aveva amato di vero amore. Una folla di ricordi che credeva sepolti gli fecero salire le fiamme alla faccia.
Tutto era cominciato d’estate, tanti anni prima: Dimitri era in vacanza nella villa delle zie, presso le quali Katiuscia, da loro allevata e protetta, era una via di mezzo tra la pupilla e la cameriera. Dimitri aveva allora diciannove anni, era ingenuo sensibile, fremente per la troppa gioia di vivere. Katiuscia, coi suoi sedici anni, il suo sorriso raggiante, gli occhi luminosi, la gentile e svelta figuretta, ben presto lo conquistò. Per sentirsi felice, gli bastava ricordarsi dell’esistenza di lei o sperare di incontrarla, indaffarata e sorridente, in qualche stanza della grande casa. Le stesse sensazioni provava Katiuscia per lui, ma nessuno dei due aveva mai osato parlarne all’altro. Forse non si rendevano neppure conto di amarsi, non sapendo definire i loro sentimenti.

Alla fine dell’estate il giovane Dimitri era partito e per tre anni non aveva più avuto occasione di rivedere la fanciulla. Quando era tornato dalle zie per una breve visita, era ben diverso dal ragazzo leale e sognatore di allora. Ormai in ogni donna vedeva soltanto un a fonte di piacere. La vita militare, la compagnia di giovani camerati dissoluti, il troppo denaro fornitogli dalla famiglia l’avevano reso simile a tanti altri, conducendolo a un grado di egoismo e di indifferenza che soltanto tre anni prima gli avrebbe fatto orrore. Katiuscia per tre anni lo aveva atteso e ora i suoi occhi brillavano di felicità; non tentava neppure di nascondergli il suo amore. Dimitri nel suo intimo sentiva che avrebbe dovuto andarsene da quella casa, che qualcosa di male, altrimenti, sarebbe avvenuto. In lui lottavano due uomini: l’uno buono e generoso, che teneva cono del bene altrui e lo anteponeva al proprio; l’altro, egoista e senza scrupoli, che avrebbe sacrificato ai propri desideri il bene del mondo intero.
E fu purtroppo la parte meno nobile che alla fine prevalse: quella notte, l’ultima che avrebbe trascorso in casa delle zie, Dimitri raggiunse la camera di Katiuscia e non ebbe compassione di lei, della sua innocenza, dell’amore che la rendeva così tenera e indifesa.
Il giorno della partenza, dopo il pranzo, aspettò Katiuscia nell’ingresso e, malgrado i disperati dinieghi di lei, le infilò tra le mani una busta con un biglietto da cento rubli. In fondo all’animo sentiva di agire in modo indegno e crudele, ma non voleva assolutamente riconoscerlo, per non doversi vergognare di se stesso. Non aveva che un mezzo per conservare un’altra opinione di sé: non pensarci più. E così fece. La vita militare, i paesi diversi, i compagni, la guerra l’aiutarono a dimenticare.

Ora, dopo dodici anni, di fronte a questa povera donna così diversa dalla Katiuscia di un tempo, il principe è costretto ad ammettere che soltanto la sua bestialità e la sua mancanza di cuore possono aver mutato la ragazza ingenua e dolce di un tempo in una donna viziosa e priva di senso morale. Si sente un miserabile, indegno di guardare in faccia la gente.
Ricorda con un brivido che qualche anno prima, passando dalle zie, aveva appreso che Katiuscia aveva messo al mondo un bambino. Il piccolo poteva essere suo, poiché le date corrispondevano, ma egli aveva preferito pensare che non lo fosse, perché gli tornava comodo.
Mentre il Presidente interroga l’imputata Maslova, il principe si sente oppresso da un peso insopportabile: tutta la vita condotta negli ultimo dodici anni gli appare oziosa, depravata, moralmente priva di qualsiasi scopo. Come ha potuto non accorgersene fino a questo momento? Si trova in quel tribunale per giudicare, quando egli stesso dovrebbe essere sottoposto a giudizio e condannato.
Dopo la discussione del processo, Katiuscia è condannata a quattro anni di lavori forzati in Siberia. Per Necliudov, che si considera la prima causa delle disgrazie di Katiuscia, è un colpo durissimo. Il rimorso non gli dà tregua. Decide di impiegare tutti i mezzi messi a sua disposizione per fare annullare la sentenza, con un ricorso alla Cassazione presentato da un valente avvocato.

“La vedrò, le dirò che sono un mascalzone, che riconosco la mia colpa. Le chiederò perdono come anno i bambini; appena sarà liberata le chiederò di sposarmi”. Questi i pensieri che per tutta quella notte lo tengono sveglio, in un’agitazione continua e dolorosa.
“Signore, aiutami, insegnami!” … supplica a mani giunte; e a un tratto si accorge che in lui è avvenuto un miracolo: si sente forte e capace di fare tutto ciò che di bello e di buono può compiere un uomo. E’ la notte della sua resurrezione. S risveglia in lui l’uomo nobile e generoso che per tanti anni aveva dormito, intorpidito dai vizi e dalla menzogna.
Dopo qualche giorno, il principe ottiene il permesso di un colloquio con la Maslova. Si rea nella prigione dove ella è rinchiusa: è l’ora delle visite, ma il chiasso, la confusione, le grida gli impediscono di parlarle. Il direttore allora la a chiamare e li fa incontrare in una stanza a parte. Sulle prime lei non lo riconosce, poi il suo viso si fa di fiamma e assume un’espressione dolorosa e cupa. Da molti anni si era imposta di non pensare a quel mondo meraviglioso di sentimenti che il principe le aveva dischiuso. Non è mai riuscita a spiegarsi il crudele comportamento di lui, l’umiliazione che egli le aveva inflitta.
Messa all’improvviso di fronte a Necliudov, Katiuscia prova solo un impeto di odio e repulsione. Quel signore elegante, che ora le sta di fronte in atteggiamento supplichevole, non è più il giovane che ha amato, ma un uomo sconosciuto, dal quale un essere come lei deve cercare di trarre il maggior vantaggio possibile. E subito capisce che può approfittare di lui.

“Vorrei chiedervi… un po’ di denaro, se potete, una decina di rubli…” dice a un tratto, guardandolo con civetteria.
“Ma certo, ma certo…” risponde confuso e imbarazzato il principe, rendendosi conto dolorosamente di come ella sia cambiata.
Egli capisce che vi è un solo mezzo per redimere Katiuscia: liberarla dal carcere e sposarla.
Ma, nonostante gli sforzi, il ricorso in Cassazione è respinto e Katiuscia è costretta a scontare la condanna. Dimitri decide allora di seguirla in Siberia: si spoglierà di tutti i suoi beni, regalerà la terra ai contadini e poi sposerà Katiuscia, dedicandole il resto della sua vita. Sarà accanto a lei per sempre, l’aiuterà a redimersi, a ritrovare il giusto cammino, le sarà di conforto e di guida; forse c’è ancora tempo per riparare. Questa decisione lo esalta, gli dà una felicità immensa, mai provata fino allora.
Il viaggio fu lungo, massacrante, in carrozzoni ferroviari più adatti alle bestie che agli uomini. Il principe constatò con orrore le condizioni in cui i forzati vivevano.
Dopo qualche giorno riuscì ad ottenere dal comandante del convoglio che la Maslova fosse trasferita nel reparto dei condannati politici. Questo fatto migliorò le condizioni della poveretta. Finalmente gli uomini cessarono di molestarla, di ricordarle un passato che voleva tanto dimenticare.
La vita coi condannati politici, nonostante la sua durezza, le sembrò un paradiso e le suscitò nuovi sentimenti. Era fierissima dell’amicizia che persone così “straordinarie” le dimostravano.

“E pensare che ho pianto quando mi hanno condannata – diceva – invece dovrei ringraziare Iddio per l’eternità. Ho imparato cose che avrei ignorato per tutta la vita”.
Fra i condannati politici v’era un certo Simonson, un uomo generoso, sensibile e intelligente: egli si era subito innamorato di Katiuscia, ma non osava dichiararsi. La donna se ne era accorta ed era grata a questo Simonson che la stimava e che l’aveva aiutata a ritrovare il rispetto di se stessa. Il principe Necliudov le aveva offerto il matrimonio come riparazione e come mezzo di redenzione, ma Simonson l’amava così com’era e proprio per questo la costringeva a uno sforzo continuo per migliorare se stessa.
A ogni incontro con Katiuscia, Dimitri poté rendersi conto del mutamento profondo che stava verificandosi in lei Perfino il suo aspetto era cambiato: nell’abito e nel suo modo di fare non vi era più alcuna traccia di civetteria. Era un’altra Katiuscia, una donna coraggiosa e forte, ormai avviata sulla via del bene.
Quando il principe venne a sapere che Simonson desiderava sposarla, comprese che Katiuscia non aveva più bisogno di lui. Questo pensiero lo rese assai triste, ma negli ultimi due mesi qualcosa di più grave lo aveva tormentato ed era diventato per lui un problema assillante: come rimediare cioè al male che opprimeva centinaia di migliaia di esseri umani, rinchiusi in prigioni spaventose, esposti a ogni possibile corruzione, torturati da aguzzini che agivano in nome della legge.
Dimitri Necliudov prese il Vangelo e incominciò a leggere, cercando la risposta che forse poteva pacificarlo. Per tutta la notte meditò sul libro sacro e da quella notte si iniziò per lui una vita nuova che egli decise di dedicare soltanto al bene dei suoi simili.


UNA PAGINA

“Nella camera delle donne ardeva una piccola lampada; Katiuscia sola era seduta presso la tavola, pensierosa, e guardava davanti a sé. Necliudov la osservò a lungo, senza muoversi, volendo sapere che cosa avrebbe fatto pensando che nessuno la vedeva.
Un paio di minuti essa rimase immobile, poi alzò gli occhi, sorrise, tentennò il capo quasi per rimproverarsi e, cambiata posizione, con mossa brusca mise le due mani sulla tavola e fissò gli occhi davanti a sé.
Egli stava fermo e la guardava e inconsciamente ascoltava anche il battito del suo cuore e gli strani suoni che giungevano dal fiume.
Laggiù, nella nebbia, si svolgeva un assiduo, lento lavorìo: ora si udiva un rombo, ora uno scricchiolìo, ora un tonfo, ora i ghiacciuoli sottili tinnivano come il vetro. Egli non si muoveva, guardava il viso assorto di Katiuscia, tormentato da una lotta interiore, e provava pietà di lei; ma, strano a dirsi, questa pietà accresceva soltanto la bramosia che lo possedeva tutto. Bussò alla finestra. Quasi colpita da una scossa elettrica, ella sussultò e il terrore le si dipinse sul volto. Poi balzò su, andò verso la finestra e accostò la faccia ai vetri.
L’espressione di terrore non abbandonò il suo viso neppure quando, facendosi schermo con le due mani, lo riconobbe. Era insolitamente seria, come non l’aveva mai vista. Sorrise soltanto quando sorrise lui, sorrise quasi sottomettendosi a lui ma nella sua anima non c’era il sorriso, c’era solo paura. Necliudov le fece segno con la mano per chiamarla fuori, ma ella scrollò la testa e non si mosse. Egli accostò di nuovo la faccia ai vetri per gridarle di uscire, ma in quel momento lei si voltò verso la porta come se qualcuno l’avesse chiamata. Necliudov si allontanò dalla finestra. La nebbia era così fitta che a cinque passi dalla casa non si vedevano più le finestre, ma solo una massa nereggiante, da cui traluceva il rosso lume della lampada che appariva grandissimo. Sul fiume continuava quello strano sibilare, frusciare, scricchiolare e tintinnare del ghiaccio. Poco distante, tra la nebbia del cortile un gallo cantò, dal vicinato altri risposero e dal villaggio lontano giunsero altri richiami che si alternavano e si fondevano in un unico grido. Tutto taceva all’intorno, eccetto il fiume. Era già il secondo canto dei galli. Dopo aver girato un paio di volte intorno all’angolo della casa, mettendo ogni tanto i piedi in una pozza d’acqua, Necliudov si accostò di nuovo alla finestra della camera della servitù. La lampada ardeva ancora e Katiuscia sedeva di nuovo sola davanti al tavolo, come indecisa. Giunto sotto la finestra, il giovane diede un’occhiata nella stanza, poi bussò. Senza guardare chi aveva bussato, ella uscì di corsa e si sentì schiudersi e cigolare la porta d’ingresso. Lui l’aspettava già vicino all’atrio e subito l’abbracciò senza dir parola. Ella gli si strinse addosso, alzò la testa e con le labbra incontrò il suo bacio.”
COMMENTO
Questa che ho presentato è senza dubbio una tra le più belle del romanzo. L’immagine del ghiaccio che si fonde al tiepido alito primaverile concorda mirabilmente con l’ansia dell’amore dei due protagonisti, col terrore dell’ignoto che in Katiuscia cede a poco a poco al desiderio d’amare: ella dice di no con le labbra, mentre tutto il suo corpo dice di sì. Nessuno scrittore russo ha sentito come Tolstoj il fascino della natura. Egli ama profondamente la sua terra, la conosce benissimo, la sente viva e presente in tutto il suo essere e proprio per questo motivo sa descriverne mirabilmente il paesaggio, il trapassare delle stagioni, la furia sconvolgente degli elementi e l’ardore delle passioni umane.
E’ uno scrittore che non eccede negli aggettivi: usa le parole che gli occorrono e non una di più.
Bada sempre e solo alla realtà delle cose e la descrive con una giusta e colorita espressione. L’esatta misura, la semplicità e la naturalezza della narrazione sono qualità caratteristiche dello stile di Tolstoj e non si perdono neppure nella traduzione delle sue opere.
Quello che Tolstoj voleva attuare era veramente l’amore di Dio e la legge del Vangelo. Non si contentò quindi di fare lo scrittore, volle essere filosofo e predicatore, combattendo per il rinnovamento spirituale dell’umanità.”L’arte al servizio della morale” fu il suo programma; perciò in ogni sua opera è contenuto un messaggio spirituale.
Quando nel 1899 il romanzo “Resurrezione” venne dato alle stampe, alcuni critici rimproverarono a Tolstoj di essersi lasciato troppo prendere dalle tesi morali e religiose, appesantendo il racconto con divagazioni che non conducono ad una conclusione pratica.
E’ ero: il libro annuncia alla fine una nuova vita del protagonista ma al punto di descriverla il racconto finisce. Il fatto è che in Necliudov, come sempre avviene per i personaggi di Tolstoj, c’è tanto dello scrittore, del conflitto tra la vita che è costretto ad accettare e quella tutta spirituale che vorrebbe vivere.
Necliudov non sa formulare un programma per vivere secondo la legge del Vangelo, perché lo stesso Tolstoj non sa come effettuare su piano pratico i suoi ideali religiosi e sociali.
Tolstoj odia la menzogna, e nemmeno a uno dei suoi personaggi può permettere di mentire o di annunciare, come sicure, imprese di incerta realizzazione. Piuttosto preferisce lasciare in sospeso ciò che non può essere definito con chiarezza. Ma non per questo è lecito dubitare della sua buona fede, del suo fervido desiderio di fratellanza universale.
Un motivo importante in “Resurrezione” è quello della sofferenza accettata come espiazione e come mezzo di elevazione spirituale. Infatti Katiuscia “risorgerà” scontando dolorosamente una pena; Necliudov cancellerà le colpe della sua vita viziosa e otterrà la propria “resurrezione” partecipando alle sofferenze dei condannati e tormentandosi nel desiderio di alleviare i loro tormenti.
Altro valido motivo dell’opera è quello sociale: Dimitri vuole riparare ai mali della società in cui vive; afferma che l’amore reciproco inteso in senso cristiano è la sola legge della vita. E’ Necliudov che parla, ma dietro di lui c’è Tolstoj, filosofo e predicatore.
Nonostante le tesi religiose e sociali ampiamente esposte, “Resurrezione” è un capolavoro dell’arte narrativa ed è anche il testamento artistico del settantenne Tolstoj.
L’osservazione degli esseri umani è realistica: egli ne fruga gli animi alla ricerca della verità. Uomini e donne sono esposti alla vista acuta del suo sguardo, che non risparmia nessuno: forti e deboli, ed è uno specchio senza difetti. Il campo d’osservazione è ben vasto: i salotti aristocratici e raffinati con le insulse chiacchiere degli oziosi; la vita tranquilla in campagna e le miserie dei contadini; la magistratura e gli alti funzionari dello Stato, egoisti e vili; il triste mondo dei criminali con le catene ai piedi e il mondo dei rivoluzionari che sacrificano la propria libertà e la vita in nome di un ideale.

Con obiettività, ma con pietà fraterna, Tolstoj descrive la società russa del suo tempo. Quando deve condannare lo fa con dolore, perché in ogni uomo egli vede il suo fratello; e la compassione gli consente di scrivere pagine così intensamente ricche di poesia e nello stesso tempo così semplici che tutti le possano capire. Non per nulla egli prese a modello il Vangelo, da lui giudicato l’opera più sublime di tutti i tempi, l’opera più vera e ricca di umanità, perché scritta da creature buone e semplici.

mercoledì 5 marzo 2008

IL BIPARTITISMO IMPERFETTO - Giorgio Galli



Comunisti e democristiani in Italia


Questo volume è datato, porta la data del 1966, per cui potrà sembrare anacronistico parlare adesso del sistema partitico italiano di quegli anni, dato che ha cambiato nomenclature e sigle, ma l’antagonismo dei due schieramenti, destra e sinistra è ancora tutto davanti a noi.

Correttamente Giorgio Galli spiega che esistono nel nostro paese alcune correnti intellettuali, per molti aspetti anche vivaci, che vivono nella perenne idealizzazione del tipo di “civiltà” politica e sociale dei paesi anglosassoni.
Per decenni hanno vantato il sistema liberal-parlamentare come la più alta manifestazione della vita politica di qualsiasi altro paese.

Di fronte alle disfunzioni del nostro sistema politico questa corrente di pensiero si è venuta scindendo orientandosi da una parte verso la critica della “partitocrazia” e delle istituzioni, dall’altra verso un sociologismo che riconduce i difetti del nostro sistema politico alla inferiorità degli italiani rispetto ai più progrediti e civili anglosassoni.
Giorgio Galli, leader del gruppo che si raccoglie intorno alla rivista bolognese “IL Mulino”, ha scoperto che la causa del cattivo funzionamento della nostra democrazia va ricercata nel fatto che in Italia vi sono troppi partiti, ma con due grandi partiti che sono destinati a non alternarsi, e quindi a paralizzarsi a vicenda
L’ideale per lui sarebbe quello del sistema bipartitico in auge nei paesi anglosassoni (e come nel dopoguerra c’era anche nella Germania Occidentale).
In Italia, purtroppo, esiste un sistema misto, di “bipartitismo imperfetto”, cioè con due grandi partiti che funzionano da poli di attrazione e che nel dopoguerra hanno sostanzialmente monopolizzato il governo e l’opposizione: la democrazia cristiana e il partito comunista, non abilitato a governare.
Il libro è dichiaratamente anticomunista e sfugge in ultima analisi i problemi reali che sono in fondo del cattivo funzionamento della nostra democrazia: la libidine di potere e la prepotenza politica del partito dominante, i cedimenti periodicamente rinnovativi dell’ala destra del movimento operaio, e l’anticomunismo più sfrenato (del quale il Galli non è campione esente) che in un clima perenne di “Annibale alle porte”, viene usato come strumento di ricatto contro il popolo italiano.

Oggi si dice che quella formula è solo un lontano ricordo, per me invece è la stessa, anzi, a bipolarismo imperfetto aggiungo anche selvaggio.

*

IL BIPARTITISMO IMPERFETTO
Comunisti e democristiani in Italia
Autore - Giorgio Galli
*1967 - Editore Il Mulino
Genere: Politica e Società

*

* VENERE, SATIRO E CUPIDO (Venus, Satyr and Cupid) - Correggio





martedì 4 marzo 2008

TERRE OFFESE - Pablo Neruda

* * *


Regioni affondate

nell'interminabile martirio, per infinito

silenzio, battiti

d'ape e roccia sterminata,

terra che invece di grano e di trifoglio

hai tracce secche di sangue e delitti:

fertile Galizia, pura come pioggia,

salata per sempre di lacrime:

Estremadura sulla cui riva

di cielo e d'alluminio, scuro come squarcio

di proiettile, tradito e ferito e distrutto,

Badajoz tra i suoi figli morti

giace senza memoria

guardando un cielo che ricorda:

Màlaga arata dalla morte

e perseguita in mezzo ai precipizi

fino a che le madri impazzite

sferzavano la pietra con i figli appena nati.

Furore, ala di lutto,

e morte e collera,

fino a che le lacrime e il dolore uniti,

fino a che le parole, lo smarrimento e l'ira

non saranno che un cumulo d'ossa in una strada

e una pietra seppellita dalla polvere.

Tante, tante

tombe, tanto martirio, tanto

galoppo di bestie qui sulla stella!

Nulla, né la vittoria

cancellerà la ferita terribile del sangue:

nulla, né il mare, né il passare

della sabbia e del tempo, né il geranio

che brucia sulla tomba.


* * *

Pablo Neruda

Cile 1904 - 1973

* * *

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