lunedì 21 gennaio 2008

PAOLO E FRANCESCA - V Canto dell' Inferno - La Divina Commedia - Dante Alighieri

DUE NOTE SU DANTE ALIGHIERI



Dante Alighieri nacque a Firenze nel 1265, da famiglia di parte guelfa, di piccola nobiltà e di non florida condizione economica…, nonostante questo, ebbe educazione da gentiluomo, apprese l'esercizio delle armi e si dedicò agli studi.
A diciotto anni già componeva poesie apprezzate dai contemporanei.
I suoi primi scritti di rilievo sono rime d'amore, soprattutto per Beatrice, dipinta, alla maniera degli stilnovisti, come un angelo, mandato da Dio sulla terra per la salvezza dell'anima sua.
Morta Beatrice nel 1290, Dante raccolse le poesie, scritte per lei, nella "Vita Nova". Si dedicò quindi, dopo un periodo di vita dissipata (la "selva oscura" della "Commedia"), agli studi filosofici e teologici, componendo anche "rime" di carattere allegorico e morale.
Nel 1301, Dante fu messo al bando, insieme ad altri esponenti dei "guelfi bianchi". Non avrebbe più rivisto Firenze.
Nel 1315 l'esule è a Lucca…, rifiuta, sempre nello stesso anno, un'amnistia concessagli a condizioni che egli ritiene infamanti. Si reca a Verona, ospite fino al 1319 di Cangrande della Scala…, poi a Ravenna, presso Guido Novello da Polenta, ed è qui raggiunto dai suoi figli.
Dedicò gli ultimi anni della sua vita a terminare la "Commedia", che aveva iniziato, pare, nel 1307…, a Ravenna muore nel 1321, di ritorno da un'ambasceria dove era stato invitato da Guido Novello.


DUE PAROLE SULLA DIVINA COMMEDIA

Concepita da principio come un poema per esaltare Beatrice e dire "di lei quello che mai non fu detto d'alcuna" (come si legge nella Vita Nova), la "Commedia" fu però concretamente cominciata dopo l'esilio, probabilmente attorno al 1307. E il proposito iniziale si era nel frattempo allargato - di pari passo con l'ampliarsi dell'orizzonte intellettuale, politico ed artistico del poeta - fino alla vasta concezione che sta alla base dell'opera. Dante volle con essa "denunciare" la depravazione dell'età sua (causata dal contrasto tra le due "guide" che la Provvidenza ha assegnato al genere umano - Papato e Impero _ e, in particolare, dalla corruzione della Chiesa e dalla sua ansia di ricchezza e di potenza terrena) ed "ammaestrare" gli uomini sulla via da battere per salvare la società umana dall'imminente rovina.
Egli immagina quindi un viaggio nell'oltretomba, viaggio che è il simbolo della purificazione dell'uomo peccatore e dell'umanità nel suo complesso…, la "Commedia", perciò, ha il valore di un messaggio, che il poeta rivolge alla società del suo tempo e all'umanità, affinché ritorni sul giusto cammino.
Il "punto di vista" da cui si pone Dante nell'inviare il messaggio, è quello di chi contempla e giudica i mali dell'umanità "dall'al di là", e cioè dal punto di vista di Dio stesso.
Il "viaggio" si concretizza in una folla di personaggi, che il poeta incontra nei tre regni ultraterreni:

-Inferno, Purgatorio, Paradiso…, in un quadro dove la società umana è osservata e giudicata con occhio implacabile e nel quale trovano posto l'aspra rampogna e l'invettiva, come l'espressione degli ideali, delle speranze e della fede del poeta.
Smarritosi in una "selva oscura", Dante ne esce finalmente, in vista di un colle, su cui però non può salire perché ostacolato da tre fiere : la lince (simbolo della lussuria), il leone (superbia) e la lupa (avarizia). Gli appare allora Virgilio, che lo guiderà nel mondo dei morti…, Virgilio rappresenta la ragione umana.
Inizia così il viaggio, nella voragine infernale che Dante immagina come un grande cono, la cui punta coincide col centro della Terra. I due poeti la percorrono tutta, incontrando man mano i peccatori suddivisi nei nove "cerchi" infernali. Quindi, dal fondo del cono, risalgono verso l'emisfero opposto a quello abitato…, lì è l'isola su cui sorge il Purgatorio, agli antipodi di Gerusalemme.
Nel Purgatorio i peccatori sono collocati nelle sette "cornici" scavate lungo la parete del monte…, in esse le anime scontano la pena assegnata, per purificarsi e poter salire al cielo.
Tanto nel Purgatorio che nell'Inferno le pene sono fissate secondo la "legge del contrappasso", che consiste nel collocare il peccatore in condizioni "simili" oppure "opposte" a quelle del suo peccato.
In cima alla montagna del Purgatorio, è il Paradiso terrestre…, qui Virgilio scompare, e a lui si sostituisce, come guida, Beatrice. Scortato da lei Dante sale in Paradiso, e per i "nove cieli", giunge fino all' "Empireo".
Durante la salita, gli si fanno incontro le schiere dei beati, che risiedono tutti nell'Empireo, ma si distribuiscono nei primi sette dei nove cieli per dare al poeta un'immagine sensibile del diverso grado di beatitudine di cui godono. Nell'ottavo cielo Dante subisce un esame, sulle tre virtù teologali…, nel nono ha una prima visione di Dio. Nell'Empireo, infine, per intercessione di Maria, ha per un istantela visione dell'Eterno, e con questa chiude il suo poema.

DAL CANTO V DELL'INFERNO ( vv. 73 - 142 )

VERSIONE IN PROSA

Dante esprime a Virgilio il desiderio di parlare con due anime che, a differenza di tutte le altre, avanzano unite e si abbandonano docilmente alla bufera infernale. Virgilio gli risponde di attendere che si avvicinino e poi di pregarle in nome della passione che le conduce…, esse verranno sicuramente.
Appena il vento spinge i due amanti verso Virgilio e Dante, questi dice loro :- Anime tormentate venite a parlare con noi, se Dio non lo proibisce… - Paolo e Francesca, spinti dal desiderio di soddisfare la sua curiosità, escono dal gruppo di lussuriosi (fra cui è anche Didone, la regina di Cartagine che s'innamorò perdutamente di Enea) con la grazia e la leggerezza di colombe che, mosse dal desiderio d'amore, volano ad ali spiegate, spinte dalla loro volontà e si dirigono verso i due poeti muovendosi attraverso l'aria caliginosa dell'inferno.
Una delle due anime si rivolge, poi, a Dante dicendo :- O essere animato, cortese e benevolo, che stai visitando nel mondo delle tenebre noi peccatori che abbiamo tinto il mondo con il nostro sangue e con quello di coloro che sono morti per le lotte causate dalla nostra passione, se Dio fosse nostro amico, noi gli chiederemmo di concederti la pace, perché hai compassione della nostra sventura.
Noi ascolteremo e risponderemo alle tue domande, finché i vento soffierà con minor impeto e fragore, come fa ora. - La città in cui sono nata,- continua Francesca, - è situata sul litorale del Mar Adriatico, dove il Po sfocia e cessa il suo corso insieme ai suoi affluenti.
L'Amore che accende improvvisamente i cuori cortesi fece innamorare Paolo della mia bellezza fisica, bellezza in cui fui privata (dall'assassinio compiuto dal marito Gianciotto), con tanta violenza che l'intensità di questo sentimento mi sconvolge ancora.
L'Amore che non tollera che chi è amato non riami, mi fece innamorare della bellezza di Paolo così fortemente che, come vedi, ancora non mi abbandona.
L'Amore ci trascinò ad una stessa morte…, chi ci tolse la vita sconterà la sua pena con una condanna eterna tra i traditori e i peccatori più spregevoli.
Dopo aver sentito le parole di Francesca, Dante china gli occhi e li tiene bassi finché Virgilio gli domanda :
A che stai pensando? -. Egli risponde dicendo :- Ahimè, che grande amore, che grande passione li condusse alla colpa -. Poi rivolgendosi ai due amanti dice :- Francesca, le tue sofferenze mi commuovono fino a tal punto di farmi piangere. Ma dimmi… nei primi tempi della vostra passione, in che modo vi accorgeste di amarvi? -. Ella risponde :- Non vi è nessun dolore più grande del ricordo del tempo felice nella sventura…, e la tua guida conosce bene il valore di queste parole.
Ma se è tanto grande il tuo desiderio di conoscere l'inizio del nostro amore, parlerò e piangerò nello stesso tempo. Un giorno stavamo leggendo per divertimento la storia d'amore di Lancillotto e di Ginevra…, erano soli, senza alcun presentimento di ciò che sarebbe avvenuto.
In più punti il racconto ci fece impallidire e mosse i nostri sguardi l'uno verso l'altro…, ma soltanto un brano del libro annullò in noi ogni superstite volontà di resistere alla passione.
Quando leggemmo che la desiderata bocca di Ginevra era baciata da un così nobile amante, Paolo, che non sarà mai separato da me, tremando mi baciò sulle labbra.
Il libro e chi lo scrisse fu per noi galeotto…, quel giorno non potemmo più leggere oltre.
Mentre Francesca dice queste parole, Paolo piange così che per la pietà di quel pianto Dante viene meno, come se morisse…, e cade a terra come cade un corpo morto.


COMMENTO

Il V Canto dell'Inferno è per me tra i più famosi e certamente tra i più belli, della "Commedia".
Vi emergono le figure suggestive e doloranti di Paolo e Francesca.
Dante ne subisce il fascino…, il suo atteggiamento verso i due amanti appare singolarmente contraddittorio e da un lato, egli rinuncia a porsi come giudice, in forza di un principio morale che informa tutto il suo viaggio ultraterreno e che vuole, netta e inesorabile, la discriminazione tra il bene ed il male…, dall'altro, vinto da un'umanissima commozione, finisce in qualche modo col partecipare alla sofferenza di Paolo e Francesca, al loro amore sopravvissuto alla morte.
Il Canto è dedicato ai lussuriosi, ai peccatori per troppo amore…, anime che vagano continuamente sferzate da una violenta bufera che, secondo la legge del contrappasso, corrisponde alla violenza della passione che le ha dannate.
Peccatori illustri sono in questo "cerchio"… Semiramide, regina degli Assiri, Didone, Cleopatra, Elena di Troia, Achille, Paride, Tristano e Isotta.
Due anime, vicine l'una all'altra, si lasciano trasportare docilmente dal vento… sono Francesca e Paolo, uniti ancora dall'amore che in vita ne segnò il destino.
Dante e Francesca parlano…, con misura e delicatezza, la donna narra del sentimento che la legò a Paolo.
Nelle sue parole è avvertibile il motivo ispiratore dello "stil novo"…, la forza trascendente e irresistibile dell'amore cui Francesca fa risalire l'origine della sua sventura.
Semplice è la storia…, una donna, Francesca, sposa di Giangiotto Malatesta, signore di Rimini, uomo rozzo e deforme…, il fratello di questi, Paolo, che s'innamora della cognata, colpito dalla sua rara bellezza e cortesia…, l'ira di Giangiotto e la tragica conclusione…, i due amanti saranno uccisi a tradimento.
Non sarà ucciso il loro amore, destinato all'eternità.
Nessun rimorso in Francesca, che rammenta la forza della sua non sopita passione.
Dante ne è turbato. Resta assorto per qualche tempo, poi chiede a Francesca di dirgli i modi e l'occasione del loro sentimento. La donna acconsente, anche se il ricordo "del tempo felice nella sventura" è causa di rinnovato dolore…, un sentimento - narra Francesca - nato leggendo, insieme con Paolo, la storia di Lancillotto e di Ginevra. Quando nel libro, questa cederà a Lancillotto lasciandosi baciare, anche Paolo bacerà, tremante, le labbra di Francesca.
Questo sentimento di pietà di Dante, illumina in un certo senso tutto l'episodio…, Francesca non è l'eroina redenta dall'ardore della passione, ma semplicemente una donna travolta dalla violenza dei sentimenti, angosciata da un continuo bisogno di giustificazione e di compassione.
Questa vicenda rientra perfettamente nella tradizione poetica del '200…, molti romanzi cortesi, trattati con amore, liriche dei trovatori d'oltralpe e dei loro imitatori italiani avevano già descritto con gli stessi sentimenti di Dante storie simili a questa. Dante però, ha trattato in modo nuovo questa materia, umanizzando e rendendo profondamente reali Paolo e Francesca, creando così, la prima vera coppia di amanti della letteratura italiana.


L'amore che non tollera che chi è amato non riami…

La bellezza è eternità che si mira in uno specchio...
... ma tu sei l'eternità e sei lo specchio.


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OPERETTE MORALI - Giacomo Leopardi

Milano, 1827. Escono I PROMESSI SPOSI di Alessandro Manzoni e le OPERETTE MORALI di Giacomo Leopardi.
La coincidenza è, naturalmente, soltanto estrinseca. Essa ci suggerisce, tuttavia, alcune considerazioni. Con il grande romanzo manzoniano, il romanticismo milanese (e italiano) dava il suo frutto più maturo: ormai staccato dalle polemiche, quelle accese discussioni di quel tempo, esso si pone su un piano letterario nuovo, sul quale cresceranno, nel corso del secolo, altri frutti. Esso apre, in sostanza, un periodo nuovo nella nostra storia letteraria (me ne ero già occupato quando ho scritto del Manzoni). Dietro al quale c’è tutta la grande corrente del cattolicesimo liberale, c’è tutto il mondo del moderatismo nazionale.

Le OPERETTE MORALI, invece, sono il disperato messaggio di uno spirito tutto concluso in sé, isolato e solitario. Esse ebbero dei lettori appassionati, ma non si può certo dire che divennero popolari. I CANTI per la loro stupenda bellezza fatta di semplici cose, di parole comuni e di sentimenti primordiali (l’amore, la rimembranza, il dolore. La morte), con il loro contenuto così poco conformista (e spesso addirittura democratico e patriottico) furono il “libro del capezzale” anche della gente umile ( si ricorda per esempio l’episodio di un barbiere di Reggio Calabria che, scoperto dalla polizia borbonica mentre leggeva un libricino dal titolo I CANTI DEL CONTE GIACOMO LEOPARDI, fu dal pretore condannato alla pena corporale). Per quanto riguarda, invece, le OPERETTE MORALI non ci viene tramandato nessun episodio del genere, anche se, per aver scritto quel libro, il Leopardi si ebbe rimproveri paterni, sospetti e minacce, anche se l’autorità ecclesiastica lo mise all’INDICE (decreto del giugno 1850).

Ma vediamo, dunque, che cosa sono queste OPERETTE MORALI.

Si tratta di ventiquattro brevi testi (spesso in forma dialogica), diciannove dei quali scritti nel 1824. L’edizione milanese ne conteneva venti; quella del 1834, fatta a Firenze, ventidue; quella postuma (1845) fu completata dall’amico Ranieri.
Definiti dal Leopardi stesso “poesia in prosa”, questi scritti cercano di tradurre nel linguaggio discorsivo (e quindi atto a teorizzare, a ragionare) tutto il mondo poetico dei CANTI. Ma la teorizzazione, in ultima istanza, non conta: ciò che conta è il potere evocativo, la suggestione poetica che la prosa assume, in quel suo distendersi su un ritmo un po’ arcaico, con quelle sue citazioni classiche, con quei suoi personaggi mitologici, con quelle sue trovate che raramente sanno di artificio, con quell’ironia diffusa, sotterranea, direi, che rende la lettura divertente. Gli uomini sono infelici, la vita è dolore e miseria, il mondo tutto nella sua immensità è ostile al genere umano, che non è che una briciola, un nulla a suo confronto… questo il leit motiv delle ventiquattro operette: ciascuna delle quali par nata da una fantasia, ossessionata da questa universale tristezza, ma fertile di invenzioni: una fantasia non malata, non corrotta e dispersa nell’irrazionale, ma sveglia, attiva, consapevole.

Nel DIALOGO D'ERCOLE E DI ATLANTE i due mitici personaggi giocano a palla con la Terra:

- ERCOLE – Padre Atlante, Giove mi manda e vuole che io ti saluti da sua parte, e in caso che tu fossi stracco di cotesto peso, che io me lo addossi per qualche ora… tanto che tu pigli fiato e ti riposi un poco.


- ATLANTE – Ti ringrazio, aro Ercolino, e mi chiamo anche obbligato alla maestà di Giove. Ma il mondo è fatto così leggero, che questo mantello che porto per custodirmi dalla neve, mi pesa più; e se non fosse che la volontà di Giove mi sfora di stare fermo, e tenere questa pallottola sulla schiena, io me la porterei sotto l’ascella o in tasca, o me l’attaccherei ciondoloni a un pelo della barba, e me n’andrei per le mie faccende…

Bandito dal collegio delle muse un premio per la miglior invenzione fatta dagli dei, ottengono un ramoscello di lauro Bacco per la scoperta del vino, Minerva per quella dell’olio, e Vulcano per quella della pentola di rame “detta pentola economica”. Preso da invidia, Prometeo scommette allora con Momo circa la priorità che avrebbe dovuto avere in quella gara la scoperta del genere umano. Stabilito il prezzo della scommessa, Momo e Prometeo scendono in terra, alla ricerca di qualche prova che dimostri l’assunto di Prometeo. Dapprima s’imbattono nei cannibali, e quasi rischiano di esser messi in pentola anche loro; poi assistono al rogo di una vedova in India, e, infine, a Londra, vedono portar fuori da una casa il cadavere di un tale che si era ucciso dopo aver scannato i figlioletti “per tedio della vita”. Così Prometeo perde la posta.

Ed ecco, bellissimo, il COPERNICO, il dialogo tra il grande scienziato e il Sole. Nella prima scena, L’Ora prima del giorno va dal Sole ad avvisarlo che è giunto il momento di mettersi in moto attorno alla Terra. Ma il Sole è stanco e chiede che si rintracci qualche filosofo o astronomo capace di convincere la Terra a camminare con lei Viene scelto Copernico, che l’Ora ultima porta al cospetto del Sole. Il colloquio è divertentissimo: tra le altre obbiezioni che Copernico fa c’è quella dell’ostilità della Terra e dei suoi abitanti a scendere dal loro trono, a non essere più considerati i primi dell’universo. Ma il Sole insiste: al che…

- COPERNICO - Ci resterebbe una certa difficoltà solamente.
- SOLE – Via, qual è?
- COPERNICO – Che io non vorrei, per questo fatto, essere abbruciato vivo come la fenice… perché accendendo questo, io sono sicuro di non avere a risciuscitare dalle mie ceneri come fa quell’uccello, e di non veder mai più, da quell’ora innanzi, la faccia della signoria vostra…
- SOLE – Senti, Copernico: sai che un tempo, quando voi altri filosofi non eravate appena nati, dico al tempo che la poesia teneva il campo, io sono stato profeta. Voglio che adesso tu mi lasci profetare per l’ultima volta, e che per la memoria di quella mia virtù antica, tu mi presti fede. Ti dico io dunque che orse, dopo te, ad alcuni i quali approveranno quello che tu avrai fatto potrà essere che tocchi qualche scottatura o altra simile [*ironico cenno alle persecuzioni subite da Galileo]; ma che tu per conto di questa impresa, quel ch’io posso conoscere, non patirai nulla. E se tu vuoi essere più sicuro, prendi questo partito: il libro che tu scriverai a questo proposito, dedicarlo al Papa. In questo modo, ti prometto che nè anche hai da perdere il canonicato.

Scorro in fretta, ora, altre “operette”...

DIALOGO DI UN FISICO E DI UN METAFISICO, alla infelicità.

DIALOGO DI TORQUATO TASSO E DEL SUO GENIO FAMILIARE sulla funzione dei sogni (“Tra sognare e fantasticare andrai consumando la vita; non con un’altra utilità che di consumarla”)

IL PARINI OVVERO DELLA GLORIADIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE

Lo sconsolato DIALOGO DI TRISTANO E DI UN AMICO che, come il DIALOGO DI TIMANDRO E DI ELEANDRO presenta l’autore stesso, ragionante sotto il nome di uno dei due interlocutori (Tristano, nel primo; Oleandro, nel secondo).

A nome delle ragioni del sentimento, il Leopardi presenta qui la poesia - che, come abbiamo già visto, egli concepisce come infanzia del mondo – come fonte di illusioni e di opinioni false,, ma tale da “generare atti e pensieri nobili, forti, magnanimi, virtuosi e utili al bene comune”. Cogliamo qui dunque il nodo centrale del pensiero leopardiano e della sua poesia: il “freddo vero” ci mostra una natura cattiva, un destino di infelicità e di sofferenze per gli uomini (e qui sbuca fuori la polemica anti-illuministica, quando se la prende con coloro che esaltano con ingenuo entusiasmo il progresso), ai quali unico conforto possono essere le belle illusioni, il canto di un poeta, le leggende del passato, gli “errori degli antichi”.
In tutto ciò, come si vede, non hanno posto né dogmi religiosi né credenze legate ai culti di Chiesa; né d’altra parte si trovano i motivi di quella fiducia democratica nella perfettibilità degli uomini, nella necessità del progresso, che animava il movimento liberale
Per la prima ragione, il Leopardi fu sempre malvisto dalle gerarchie cattoliche e la lettura delle sue OPERETTE MORALI fu proibita ai fedeli. Per la seconda, forse, se pur se ne sia esaltata la figura del poeta del dolore, non si olle e non si potè farlo proprio e immetterlo nella tradizione letteraria liberale-democratica. Benedetto Croce non fu, tanto per fare un esempio, affatto benevolo nei suoi confronti.

Non si tratta ovviamente di una esposizione sistematica delle idee del Leopardi, ma piuttosto di una enunciazione di temi, dell’approfondimento di problemi che le sue meditazioni suggerivano, affidati a uno stile completamente libero da pesantezze retoriche. Lo stimolo maggiore al compimento dell’opera derivò probabilmente dalla convinzione maturatasi in Leopardi che “vero poeta è colui che medita filosoficamente l’anima, la natura, il mondo”.



OPERETTE MORALI

Storia del genere umano
Dialogo d'Ercole e di Atlante
Dialogo della Moda e della Morte
Proposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografi
Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo
Dialogo di Malambruno e di Farfarello
Dialogo della Natura e di un'Anima
Dialogo della Terra e della Luna
La scommessa di Prometeo
Dialogo di un fisico e di un metafisico
Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare
Dialogo della Natura e di un Islandese
Il Parini ovvero della gloria
Dialogo di Federico Ruysch e delle mummie
Detti memorabili di Filippo Ottonieri
Dalogo di Cristoforo Colombo edi Pietro Gutierrez
Elogio degli uccelli
Cantico del gallo silvestre
Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco
Dialogo di Timandro e di Eleandro
Il Copernico
Dialogo di Plotino e di Porfirio
Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere
Dialogo di Tristano e di un amico



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I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER (The Sorrows of Young Werther) - Johann Wolfgang Goethe

Nel 1772, all’età di 23 anni, Goethe si recò a Wetzal, secondo la volontà paterna, per studiarvi il funzionamento del tribunale dell’Impero.

Fu una breve parentesi, interrotta da un brusco rientro a Francoforte…, Goethe si era innamorato di Charlotte Buff, allora fidanzata all’amico Johann Christoph Kestner.
La storia di questo amore infelice dovette formare, nella mente dello scrittore, un primo nucleo ideale di composizione. Ma un particolare drammatico si aggiunse a delineare un quadro con somiglianze e richiami troppo profondi alla realtà autobiografica…, attraverso una lettera di Kestner, Goethe ebbe notizia della morte di un certo Jerusalem, segretario di legazione, suicidatosi con le pistole dello stesso Kestner (sembra, anch’egli, per una contrastata vicenda sentimentale).
In quell’istante si configurò chiaro il piano del Werther…, tre amici, Lotte (Charlotte Buff), il fidanzato Alberto (Kestner), il giovane Werther (nel quale adombrò se stesso e insieme lo sfortunato Jerusalem…, Werter si suicida infatti con le pistole dell’amico Alberto/Kestner.
Scritto di getto in quattro settimane (1774), la forma è quella di un romanzo epistolare, sul modello dell’inglese Richardson e della “Nouvelle Heloise” di Rousseau. Nell’attenzione dedicata a un certo stile e tono sentimentale, a certe cadenze ritmiche e spezzettate della frase, che già fanno preavvertire gli esiti più maturi della corrente preromantica, si avverte l’eco delle recenti letture, suggerite dall’amico Herder (Omero, Ossian). Lo studio psicologico del protagonista, l’analisi intimistica della passione nel suo svolgimento (la trama è, al confronto, ben misera cosa) sono poi talmente profondi e complessi che, in senso più ampio, come ho già detto, l’opera pone le premesse del romanzo moderno.
Il Werther ebbe una risonanza di livello europeo (si pensi soltanto all’influenza esercitata sui nostri Foscolo e Leopardi) e una vera e propria valanga di traduzioni e imitazioni.
Non mancarono crociate antiwerteriane e ordini di sequestro a carattere censorio per il suo contenuto giudicato antieducativo e persino istigatorio (la febbre werteriana contò in effetti alcuni suicidi).
Ciò che di deviante. a parte il tragico finale, poteva esserci in questa vicenda era un larvato attacco alla tradizione, alle istituzioni…, l’amore infelice di Werther per Lotte, promessa ad Alberto, rappresentava un pericolo potenziale, l’elemento scardinatore di un sistema borghese di certezze convenzionali, di valori centrati sull’onestà, sulla legittimità, la rettitudine.
Proiettato nella storia politico-culturale del tempo, il dissidio di Werther era inutile, vano tentativo individualistico e intellettuale di una rivolta antiborghese, contro quanto di arretrato e contraddittorio continuava a persistere proprio in seno a quella classe che aveva assunto il compito storico di abbattere l’aristocrazia feudale.
“Se dovessi dire quello che fui per i giovani tedeschi, direi che sono stato il loro liberatore”, disse semplicemente Goethe di se stesso.
Nel suo libro non solo i giovani tedeschi, ma un intero secolo, il Settecento, s’era specchiato e riconosciuto (Napoleone portava con sé ovunque, nelle sue campagne militari, il Werther, libro di gran lunga preferito, in assoluto).
Nella parte finale del libro, si palpa con mano un presentimento di morte (negli accenni insistiti alle pistole di Alberto, al suicidio di una ragazza, all’addio della madre di Lotte) che si addensa sulla figura del protagonista. La finta partenza sembra tuttavia per il momento la soluzione più facile e urgente…, Alberto è ritornato al fianco di Lotte e la disperata passione di Werther non può ora correre il rischio di travolgere irrimediabilmente la quieta serenità, un po’ immobile e quasi noiosa, di una vita tracciata e a lui estranea.



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