venerdì 25 gennaio 2008

* LE FOND DE L'HERMITAGE, PONTOISE - Camille Pissarro

  

Camille Pissarro 






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IL CULTO DELLA CROCE (The cult of the Cross)


Ben prima dell’era cristiana, in qualche caso anzi migliaia di anni prima, noi troviamo la croce, nelle sue diverse figurazioni, usata come simbolo religioso presso i popoli più disparati.
Sotto l’aspetto reso tristemente famoso dalla barbarie nazista, della CROCE GAMMATA, l’incontriamo in un gran numero di paesi d’oriente e d’occidente, dall’India al Messico, dal Giappone alla Scozia e all’Irlanda. Ma anche nella forma divenuta tradizionale con il cristianesimo, o con leggere varianti, non è raro vederla raffigurata nel culto religioso, presso i greci e presso i popoli nordici, presso i fenici e presso varie popolazioni dell’America centrale.
Si racconta in proposito che i primi successori di Colombo, stupiti della presenza di questo simbolo nelle Americhe, e convinti ancora di essere sbarcati sulle coste estreme dell’India, arrivarono alla conclusione che quelle regioni erano state visitate prima di loro dal leggendario apostolo San Tommaso, “patrono delle Indie”! Così lavora la fantasia degli uomini sul terreno del mito religioso.

SIMBOLO DEL SOLE ?

Quale è l’origine di questo simbolo che tanta parte occupa ancor oggi nella mente di milioni di uomini? E’ giusto, a me sembra, porre il problema a questo punto della storia delle religioni, a cavallo tra lo studio dell’antica religione greca e i cosiddetti “culti di salvezza”, dai misteri dionisiaci al cristianesimo. (nel tempo approfondirò questa parte).
Tutta una scuola di studiosi vede nella raffigurazione della croce, soprattutto sotto la forma più antica della croce gammata o SVASTICA, nient’altro che un simbolo solare, con l’indicazione elementare e grossolana dei raggi; e che a un determinato momento dello sviluppo dell’umanità la croce abbia avuto questo significato non lo si può mettere in dubbio. Lo scettro di Apollo, vecchio dio solare dei greci, aveva la forma di croce; lo stesso dicasi per il martello di Thor, presso i popoli nordici, e per il simbolo della divinità caldeo-babilonese Anu. Presso gli egiziani, la croce aveva anzi acquistato il carattere di simbolo dell’immortalità, il cui concetto era strettamente legato a quello del sole, che eternamente muore ed eternamente rinasce.
Ma si tratta sempre di un’associazione di simboli che richiedono una spiegazione ideologica, intellettualistica. Le prime esperienze degli uomini, invece, risalendo attraverso i secoli, appaiono ben più profondamente legate alla vita reale, pggettiva, ai motivi fondamentali dell’esistenza, e in primo luogo alla scoperta e all’uso degli strumenti di lavoro, che hanno reso possibile il passaggio dallo stato selvaggio e animalesco a forme più evolute di vita associata. Ciascuno può immaginare, ad esempio, che cosa deve aver rappresentato, per lo sviluppo della società, la scoperta di strumenti come la bipenne (ascia a due tagli): ebbene, tutti questi utensili, e innumerevoli altri, hanno finito col diventare simboli religiosi presso i popoli più svariati, senza che ci sia alcun bisogno di pensare alla derivazione da un unico centro, all’imitazione da un paese all’altro. E soltanto più tardi, quando si era perduto il senso del collegamento tra un determinato simbolo e la vita reale, tra il simbolo e l’oggetto concreto, soltanto allora è intervenuta l’interpretazione ideologia, intellettualistica, che ha finito poi col prevalere.
Siamo qui di fronte a quel processo di alienazione della realtà che la dottrina del materialismo dialettico ha spiegato con scrupolosa esattezza scientifica, riportando le idee dal cielo dell’astrazione alla realtà dell’esperienza umana.

IL MITO DELLA RUOTA

Ora, per quel che concerne la croce, il collegamento originario antichissimo, secondo gli studiosi più moderni di storia delle religioni, non va visto come il sole, ma con la raffigurazione grafica della RUOTA. Anche la scoperta della ruota, come è facile immaginarlo, ha segnato una tappa importante nello sviluppo della società; essa costituiva una piccola rivoluzione nel campo dei trasporti, cosi come era stato per la leva nel campo della tecnica delle costruzioni. La rozza ruota primitiva, con quattro assi trasversali a forma di croce, è passata come simbolo della vita concreta all’astrazione religiosa, a testimonianza del cammino che gli uomini stavano percorrendo sul terreno dello sviluppo tecnico. Ma le idee, una volta nate dalla realtà materiale dell’esistenza, si staccano poi dalla matrice che ha dato loro origine e vivono di una vita indipendente, sviluppandosi fuori della realtà, come ideologie, per l’appunto, e non più come fatti. Su questa strada è facile seguire allora l’evoluzione del simbolo della ruota sino a rappresentazione del sole, grande ruota raggiata del cielo, promessa di luce, di forza e di immortalità.
Come si vede – ed è questo il punto che occorre qui mettere in maggior rilievo - non c’è il minimo collegamento tra il culto della croce e le vecchie religioni che hanno usato lo stesso simbolo, per millenni, lontane le une dalle altre, separate da interi continenti, in Asia come in America e in Europa. La fantasia dei teologi ha tessuto un velo di poetiche bugie su questa pretesa rassomiglianza, sino a vedere nei culti remotissimi della croce una specie di anticipazione mistica della religione cristiana. Ma le vie della teologia non sono evidentemente quelle della scienza.
Il culto cristiano della CROCE ha tutt’altre origini, pur essendo esso pure legato ad esperienze concrete, alla dura realtà del supplizio della crocifissione. Quello che si può subito affermare, prima ancora di passare ad uno studio più particolareggiato della leggenda cristiana, è che mai una religione basata su questa tragica fine del suo fondatore avrebbe potuto valicare i limiti della sua terra di origine, la Palestina, (e svilupparsi in un culto di salvezza per i più svariati popoli dell’antico mondo mediterraneo), se milioni e milioni di oppressi e di schiavi non avessero visto nella morte sulla croce della mitica figura di Gesù qualcosa di più di un semplice simbolo religioso.

LA CROCE: PATIBOLO PER GLI SCHIAVI

Da secoli, la crocifissione, crudele forma di supplizio immaginata forse dai Fenici e adottata da molti popoli dell’antichità, era diventata il simbolo della sconfitta dello schiavo ribelle e degli insorti contro il giogo romano. In origine si era trattato di un semplice palo, al quale veniva inchiodato (più raramente impalato) il criminale, quando non c’erano alberi disponibili. Più tardi, un’asse trasversale, fissato in due o tre posizioni diverse, aveva finito col dare al palo la forma approssimativa della croce. I romani consideravano questa forma di morte così crudele ed ignobile, che escludevano potesse mai venire applicata nei confronti di un libero cittadino, anche nei casi più gravi di tradimento. Ma ne facevano invece larghissimo uso, come testimoniano gli storici dell’antichità, per reprimere le rivolte degli schiavi e in generale di coloro che insorgevano contro il loro giogo, nei paesi sottoposti al loro dominio.
I 6.000 schiavi fatti prigionieri dai romani, dopo la sconfitta della rivolta di SPARTACO, un secolo prima della comparsa del cristianesimo in Palestina, e lasciati morire crocefissi lungo la via Appia, dalle porte della città sino quasi a Capua, a poca distanza l’uno dall’altro, ci aiutano a comprendere gli aspetti fondamentali delle origini cristiane ben più di tutte le considerazioni dei teologi sul “mistero” della croce.


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LA RELIGIONE NELL'ANTICA GRECIA



* BATTESIMO DI CRISTO (The Baptism of Christ) - Piero della Francesca


GRANDI SPERANZE (Great expectations) - Charles Dickens

Philip, Pirrip detto Pip, il protagonista di “Grandi speranze” (1860-61), è un orfano che vive con la bisbetica sorella e suo marito, il fabbro Joe Gargery, un tipico “buono” dickensiano.
E’ solo un bambino quando, imbattutosi in un forzato evaso, gli procura cibo e una lima. L’evaso viene subito ripreso ma senza che Pip, che ha agito un po’ per paura e un po’ per pietà, ne sia compromesso. Qualche anno dopo l’adolescente Pip viene a beneficiare di una rendita da parte di una persona che vuole mantenere l’incognito e può così, lasciato ilo villaggio dove sarebbe diventato fabbro come suo cognato, trasferirsi a Londra, istruirsi e prepararsi alla vita del gentiluomo. Pip è convinto che la benefattrice misteriosa sia Miss Havisham, presso la quale vive come figlia adottiva Estella, una bellissima e altera ragazza di cui Pip s’è innamorato. Facendolo ricco, come già Estella, Pip spera che la vecchia dama li abbia destinati l’uno all’altra. Ma la semifolle Miss Havisham, che vive reclusa da quando fu abbandonata dal fidanzato alla vigilia delle nozze, persegue un altro scopo…, Estella la vendicherà spezzando il cuore degli uomini che l’ameranno.
Ora Pip, tutto preso dalle sue “grandi speranze”, si vergogna del suo umile passato, dell’ottimo Joe e di Biddy, un’amica d’infanzia.
Un giorno si presenta all’abitazione di Pip uno sconosciuto… è Magwitch, il forzato che tanti anni prima Pip aveva aiutato. E’ lui il misterioso benefattore. Ha fatto fortuna oltremare ed è venuto a vedere di persona la sua creatura, colui che col suo denaro potrà diventare un uomo agiato e rispettabile senza doversi sporcare le mani e la fedina penale.
Grande è la delusione di Pip scoprendo l’origine equivoca della sua fortuna. Ma Magwitch corre un gravissimo pericolo. Condannato all’esilio perpetuo, se dovesse essere preso sul suolo inglese finirebbe impiccato. Sul suo capo pende una taglia e c’è già chi è sulle sue tracce. Pip, che superata la repulsione comincia a provare per Magwitch affetto e pietà, cerca di farlo espatriare. Il tentativo non riesce, Magwitch finisce in prigione, dove la morte lo coglie precedendo la mano del boia. Pip gli è stato vicino come un figlio fino all’ultimo.
Le grandi speranze di Pip sono definitivamente crollate. Si ammala ed è assistito amorosamente dal ritrovato Joe. Guarito, , ritorna al villaggio dove assiste alle nozze del cognato, rimasto vedovo, con Biddy. Intanto l’orgogliosa Estella (che pure cela un segreto inconfessabile… è figlia di un’assassina e di Magwitch) ha sposato lo sgradevole, sinistro Bentley Drummle, e Miss Havisham è morta in un incendio.
Dopo un’assenza all’estero di undici anni, Pip ritrova Estella…, il suo matrimonio è stato un fallimento e il marito è morto. Entrambi sono passati attraverso prove frustranti e dolorose che li hanno temprati, e ora possono finalmente comprendersi. L’amicizia che Pip e Estella si dichiarano nelle ultime righe del romanzo non esclude la possibilità di un prossimo matrimonio.
“Grandi speranze” sembra operare una sorta di capovolgimento rispetto a Davide Copperfield (la recensione del quale proporrò più in là nel tempo). E non tanto per il fatto che David è un gentiluomo che cade in basso mentre Pip è un proletario fortunosamente sbalzato nelle classi alte (entrambi alla fine ritornano alla situazione originaria). E’ proprio la morale virtuosa e ottimistica del Copperfield che viene rinnegata e sovvertita. Il rango e il denaro, e la stessa bellezza, sono figli del delitto. Per contro, il galeotto Magwitch, un poveraccio che ha cominciato a rubare per fame e poi arrivato alla delinquenza da un ex gentiluomo che se l’è cavata scaricando tutta la colpa su Magwitch e che ora gli dà la caccia per intascare la taglia, è un uomo generoso, capace di riconoscenza e disposto a rischiare la forca per riabbracciare il figlio adottivo.
Insieme alle “grandi speranze” di Pip e Estella falliscono i sogni di rivincita e di vendetta di Magwitch e Miss Havisham. Il primo pensa di risolvere tutto col denaro e s’illude che la generosità sia automaticamente ripagata con la riconoscenza. Miss Havisham, istillando nella sua pupilla la superbia e l’odio, ne farà una vendicatrice del suo sesso oltraggiato ma una vittima.
Contro la morale della borghesia trionfante, che si riassumeva nella formula per cui la ricchezza e successo sarebbero il premio della virtù, gli amari paradossi di Dickens…, il denaro è figlio del delitto, il delinquente è una vittima, la fortuna corrompe…, sono altrettanti violentissimi colpi e danno la misura della radicalità del suo rifiuto dell’ideologia vittoriana.


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* SULL’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA – Pietro Pomponazzi


DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA (Don Quixote of La Mancha) - Miguel de Cervantes

MIGUEL CERVANTES DE SAAVEDRA occupa un posto importante nella tradizione letteraria europea. Nato ad Alcalà de Henares nel 1547, ebbe vita assai tribolata. Fu in Italia, al servizio del cardinale Giulio Acquaviva ( 1570 ) e combatté nel 1571 a Lepanto, dove un' archibugiata gli rovinò la mano sinistra : nel 1575, mentre tornava in patria dalle spedizioni di Corfù e Tunisi, cadde prigioniero dei Turchi e dovette trascorrere ad Algeri ben cinque anni di durissima prigionia. Falliti quattro tentativi di evasione, fu da ultimo riscattato e tornò in Spagna. Conobbe allora altre dolorose vicende : venne tratto in arresto nel 1597 in seguito ad un fallimento e nuovamente nel 1605 perché coinvolto in un oscuro delitto. In un' intensa attività letteraria trovarono conforto gli ultimi anni della sua vita, chiusasi in Madrid nel 1616. La personalità artistica di Cervantes, si espresse in una gamma assai vasta di opere, fra le quali spicca il Don Chisciotte, in linea assoluta uno dei massimi capolavori di tutti i tempi. Il romanzo fu pubblicato in due riprese nel 1605 e nel 1615. Documento ineguagliabile delle condizioni storiche dell' Europa nel trapasso dal Medioevo cavalleresco all' età moderna e in piena polemica con i suoi tempi, e contiene quindi una forte intenzione critica, il Don Chisciotte palesa interessi umani singolarmente autentici, cui corrispondono nobilissime soluzioni stilistiche.



IL ROMANZO: PRIMA PARTE

Il capolavoro di Cervantes narra la storia di un piccolo, misero proprietario terriero di una delle regioni più povere e polverose della Spagna, la Mancia, che si è riempito il capo delle meraviglie dei romanzi d' avventura e di cavalleria e che un bel giorno decide di battere il paese per realizzare, in sé stesso, l' ideale del cavaliere perfetto, puro e nobile. In una lercia e turbolente locanda viene, tra prese per il culo, dileggi e oltraggi vari, armato cavaliere da un oste e da due prostitute ; ma appena uscito di lì, una masnada di mercanti, dai quali Don Chisciotte avrebbe preteso che dichiarassero senza vederla l' infinita bellezza di Dulcinea, la sua donna ideale, lo riduce pesto e malconcio. Un compaesano lo riconduce a casa : e il curato e il barbiere del suo paese censurano la sua grande libreria, togliendole tutte le opere cavalleresche "ingannatrici". Ma Don Chisciotte non è guarito e con la promessa di guadagno e di preda convince un rozzo contadino, Sancio Pancia, a seguirlo come scudiero, e i due se ne vanno per le vie polverose di Spagna, l' uno su un cavallo allampanato, Ronzinante, l' altro su un greve somaro. Alla sua fantasia, ai suoi occhi allucinati tutto si trasforma in una realtà interiore ed acquista una nuova parvenza il mondo che egli interpreta non per quello che è ma per quello che nella sua esaltazione crede che veramente sia. E' un seguito di avventure mirabolanti e di amare delusioni : mulini a vento scambiati per giganti, branchi di pecore e montoni presi per eserciti nemici, ecc. ecc., finché, tratto in inganno dal curato e dal barbiere, Don Chisciotte viene persuaso a ritornare a casa.

Qui finisce la prima parte.
Nel 1615, dieci anni dopo che era uscita la prima parte, Cervantes si decide a riprendere in mano la sua opera : la fama che essi si sono conquistati spinge il cavaliere e il suo scudiero a riprendere la strada della gloria.



IL ROMANZO: SECONDA PARTE

Tre sono gli episodi principali di questa seconda parte del libro : la discesa nella grotta di Montesino, dove Don Chisciotte rivive, incerto tra il sogno e la realtà, il mondo vero dei suoi ideali, in un incontro meraviglioso con gli antichi paladini ( con modelli, cioè, del suo ideale d' onestà e di virile attività ) e con l' incantata Dulcinea ; il soggiorno presso i duchi, dove una nobiltà borghesemente quotidiana si prende giuoco dei suoi stessi principi, e, sempre per burla, Sancio viene spedito a governare un' isola : e lì, giuntovi con l' intenzione di far quattrini, dispiega in realtà un solido buon senso contadino e popolare, affermando il diritto naturale dell' uomo all' autogoverno e smentendo il principio dell' investitura divina e del dominio delle classi nobili e borghesi ; e l' incontro con il brigante Rocco Guinard…è questo l' unico vero cavaliere errante de tempi moderni ; ribelle alla società borghese e alle sue ipocrisie, è condannato all' illegalità, eppure è rimasto, anima nobile e retta, l' unico di comprendere e simpatizzare con Don Chisciotte, in un comune anelito di libertà e di giustizia. Quando il cavaliere della Luna d' argento lo sfida a duello e lo vince, gli impone, per pena, di tornare a casa senza toccare la spada per un anno, il nostro eroe obbedisce, ma dopo la sconfitta, oppresso da profonda tristezza si rimette per la via del ritorno ed arriva nel borgo dove presto si ammala per il dolore e per gli strapazzi sofferti. Con la morte nel cuore, più amara che non quella ormai avanzante a gran passi, del corpo, detta il suo testamento perché sente che la sua missione è finita e chiude per sempre gli occhi sulla triste scena del mondo, pienamente ravveduto del suo errore di poterla mutare.



CONCLUSIONI

Il contrasto di fondo del romanzo nasce non dall'assurdità di un astratto ideale cavalleresco calato a forza in un mondo concreto e vivo, ma dalla contraddittorietà stessa del mondo borghese. Il torto di Don Chisciotte è quello di credere di poter realizzare concretamente quelle norme morali, quegli ideali etici che la società borghese proclama come suoi : alcuni di essi, come la giustizia, la nobiltà del sentire, lo spirito cavalleresco, la disinteressata competizione verso la libertà e la gloria, la borghesia degli albori dell' epoca moderna li aveva ereditati direttamente dalla medioevale concezione della "cortesia", che ai suoi tempi era stato vivente e concreto principio organizzativo della feudalità ; altri, come la libertà dalle costrizioni, il libero gioco delle forze individuali e la fede nell' attività armoniosa e produttiva dell' uomo, erano stati affermati e codificati dall' umanesimo civile ; e il vecchio proprietario mancego si illude di poterli realizzare nel mondo quotidiano della stessa borghesia. E allora ci s' avvede che quegli ideali etici sono solo ufficialmente sbandierati, meri ornamenti da parata e non realtà di vita. Questa impossibilità a ridurre il mondo borghese alla stregua degli ideali che questo mondo si è finti è il motivo vero per cui Don Chisciotte sembra un folle in un mondo di gente ragionevole. E la seconda parte del romanzo, più elaborata e coerente, più inutilmente commossa e vibrante d' umanità profonda e ricca, lo dimostra appieno.


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DON CHISCIOTTTE DELLA MANCIA - Miguel Cervantes

LE AVVENTURE DI PERSILES E SIGISMONDA - Miguel Cervantes


IL SOSIA (The double) - Fedor Dostoevskij


"Il sosia" è, nell’ordine di scrittura, il secondo romanzo di Fedor Michajlovic Dostoevskij, apparso, con assai minor fortuna, nello stesso anno di “Povera gente” (1846), l’opera che gli aveva decretato il primo immediato successo.

Questo drammatico “Poema pietroburghese” (come è definito nei sottotitoli) non fu allora affatto capito, soprattutto perché critici e pubblico, che avevano appena acclamato in Dostoevskij la nascita del “nuovo Gogol”, rimasero sorpresi dalla virata di genere attuata in questo singolare racconto…, dal tipo di letteratura a sfondo naturalista e filantropico di “Povera gente”, a un misto di realismo grottesco e analisi psicologica.
In sostanza, ciò che apparve un limite è oggi considerato, nella storia della produzione dostoevskiana, il segnale primo della sua originalità… l’essere cioè riuscito, pur mantenendo un legame strettissimo con Gogol, a creare uno stile più personale, che fonde insieme una intensa espressività fonetica e ritmica con un commosso sentimento di umana simpatia nei confronti del personaggio.

Questi, Goljadkin, è un impiegato statale che diventa pazzo, ossessionato dall’idea che un secondo Goljadkin, identico a lui, anzi copia perfetta del suo io, gli abbia usurpato l’identità, perseguitandolo, come se non bastasse, con una serie di tormentosi e crudeli dispetti.
Dostoevskij descrive minutamente il morboso processo di sviluppo di questa follia, tallonando da vicino il protagonista mentre si reca dal medico, presso il quale straparla, cercando di convincere più che altro se stesso della propria normalità…, successivamente ad un ballo in casa di un collega, di cui ama la figlia.
Qui, non ricevuto a causa del suo stato mentale, già noto, penetra nascostamente, commette una serie di assurdità stravaganti, ed infine è nuovamente scacciato. Goljadkin esce e vaga nella notte per le strade di Pietroburgo.
Annientato dal vento, da neve e pioggia insieme, si aggira in preda alla disperazione, inseguito dal passo inesorabile di uno sconosciuto, finché giunto a casa, sfinito, si ritrova faccia a faccia con il suo sosia pedinatore, la rivelazione della sua duplicità.
Nel complesso è una lettura un po’ patetica, dolorosa…, il delirio di Goljadkin arriva a tal punto che egli sfiderà a duello questo suo doppio fatale, e, inseguito fino all’ultimo, entrerà in manicomio, non senza aver tentato il compromesso, non riuscito, di una vita in campagna, da perfetti gemelli.
L’incontro col medico è uno tra i primi esempi, tuttavia non minori in Dostoevskij, di dialogo-confessione…, senza la figura dell’interlocutore, più stupito e confuso di lui, Goljadkin non avrebbe modo di rendere drammatica e ricca di continue rifrazioni l’ondata inarrestabile dei propri vaneggiamenti interiori.




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