martedì 29 gennaio 2008

LE BAGNANTI ( The bathers - Les baigneurs ) – Gustave Courbet



LE BAGNANTI (1853)
Gustave Courbet (1819-1877)
Pittore francese
Musée Fabre – Montpellier

Tela cm. 227 x 193



Firmato su una pietra in basso a destra, il quadro insieme a LA FILATRICE ADDORMENTATA e I LOTTATORI, fu presentato da Courbet al Salon del 1853, dove vennero acquistati, ad eccezione de I LOTTATORI, dal banchiere Alfred Bruyas, amico e mecenate del pittore. Attualmente l’opera si trova al Musée Fabre di Montpellier.
In un angolo di fitto bosco, una donna colta di spalle è intenta a fare il bagno nelle acque del piccolo laghetto. Liberatasi degli abiti, abbandonati sopra a un ramo, la donna copre parzialmente il corpo nudo con un drappo che scivola lungo i fianchi lasciando scoperto le rotonde natiche. Il suo passo è certo, con la mano destra si fa largo verso lo stagno. Accanto a lei un’altra donna; dall’abbigliamento intuiamo una contadina, che probabilmente si accinge a spogliarsi per seguire l’esempio dell’amica.
Nonostante Gustave Courbet si fosse preoccupato di coprire le nudità della modella con un lenzuolo, alla sua prima esposizione pubblica LE BAGNANTI suscitò grande scandalo, che era poi lo scopo primario dell’artista che voleva colpire pubblico e critica ben pensante.
L’opera cammina su un duplice binario: da una parte l’attaccamento alla tradizione pittorica, e in questo caso mi pare che il riferimento più immediato sia Rubens, in particolare i caratteri della donna corrispondono a quelli della VENERE PUNTA DA UNA SPINA conservata nella collezione di un’università californiana; dall’altro lato, invece, Courbet si sofferma su come il fenomeno artistico e la poetica siano elementi determinati non da scelte di carattere intellettuale ma dalla capacità dell’artista di farsi partecipe nel modo più ampio di una reale tensione e situazione storica.



Lo scandalo de LE BAGNANTI

P. de Chennevières racconta che durante la visita al Salon del 1853 l’imperatrice Eugenia si fermò ad ammirare la robustezza dei cavalli di razza “percherons” dipinti da Rosa Bonheur; immediatamente dopo, trovatasi davanti a LE BAGNANTI, chiese ridendo se anche lì si trattava della raffigurazione di “percheronnes”. Delacroix, invece, si domandò come le grosse natiche delle due donne avrebbero potuto bagnarsi nella piccola pozza d’acqua. Tanta opulenza in realtà non piacque nemmeno a Baudelaire. Tra le esigue opinioni favorevoli è da registrare quella del filosofo Proudhon che preferì l’opera di Courbet alle ODALISCHE di Ingres, anche se non gli risparmiò alcune critiche:…”Grasse e obese, brune e splendenti, ma che nessuno certamente scambierà per Diana o Ebe… Sono semplicemente delle borghesi i cui mariti, liberali sotto Luigi Filippo, reazionari sotto la Repubblica, sono attualmente dei devoti uomini dell’imperatore”.





WILHELM MEISTER - GLI ANNI DELL’ APPRENDISTATO (Wilhelm Meister's Apprenticeship) - Wolfgang J. Goethe


Alcune opere di Goethe hanno un’elaborazione di scrittura che si estende e si protrae per anni. Più che rifacimenti o adattamenti si tratta di versioni nuove, di sviluppi arricchiti e approfonditi di un nucleo originario d’ispirazione che incessantemente trae alimento dalle esperienze, dagli avvenimenti, dal processo evolutivo di osservazione e di conoscenza, maturato dallo scrittore nel corso della sua lunga esistenza.
La stretta connessione tra vita e opere, che ho già avuto modo di sottolineare in Goethe, e l’ostinata ricerca speculativa e poetica che vi è sottesa, fanno di opere come il FAUST - URFAUST o il WILHELM MEISTER delle autentiche pietre miliari nella storia della cultura. In esse la ricerca della filosofia dell’autore, o dei tratti inconfondibilmente personali del suo sentire, nelle varie stratificazioni sedimentate, non è che un momento.

Fondamentale è piuttosto il segno di quell’universalità dell’arte che le colloca immediatamente in una dimensione atemporale, immortale, nella capacità grandiosa di dar voce a una coscienza collettiva (“Questo libro grande e straordinario ha una voce per ogni lettore”, ha detto Hermann Hesse riferendosi proprio al WILHELM MEISTER).

Tutto ciò può spiegare allora l’interminabile processo di gestazione, non solo del FAUST (accantonato dopo sessant’anni di lavoro, circa un mese prima di morire), ma dello stesso WILHELM MEISTER.

La prima stesura, del 1775, è LA MISSIONE TEATRALE DI WILHELM MEISTER. A vent’anni di distanza, tra il 1795 e il ’96, apparvero i WILHELM MEISTER LEHRJAHRE o GLI ANNI DELL’ APPRENDISTATO DI WILHELM MEISTER, di cui parlerò più avanti. Un’ulteriore continuazione, non del tutto conclusa, sono poi GLI ANNI DI PEREGRINAZIONE (1821-29), che tentano anche di ampliare l’orizzonte culturale delle precedenti stesure.


Protagonista di questo mosaico narrativo e insieme didattico è un giovane onesto, intelligente e generoso, che affronta la vita con una disponibilità curiosa e altruista, ma con un fondo di ingenuità che lo rende debole e a volte malaccorto.
Due motivi lo spingono a lasciare l’attività commerciale paterna in favore del teatro: il desiderio di vedere rappresentati alcuni testi, da lui scritti, e il legame con un’attrice, Mariane. Ma convinto che lei lo tradisca, l’abbandona e affronta, per distrarsi, un viaggio d’affari, dietro consiglio del socio Werner.
Appena partito incontra una giovane copia, di cui condivide le vicende tormentate; ma soprattutto ha modo di conoscere Melina, direttore di una compagnia di teatro ambulante. Due personaggi esercitano un fascino su Wilhelm, tale da convincerlo a legarsi al gruppo: sono Mignon, una bambina delicata, graziosa e sensibilissima, e il suo inseparabile amico, un arpista, figura strana, malinconica e un po’ misteriosa. Il ricordo di Mariane, non spento del tutto, si sfuma grazie alle arti seduttrici, esercitate nella realtà quanto nella finzione teatrale, dalla maliziosa Philine.
In un castello, dove la compagnia è invitata in occasioni di feste indette in onore del principe, Wilhelm viene a contato con una sfarzosa vita di corte; ma, episodio ben più importante, è l’incontro con un certo Jarno, il quale lo inizia alla lettura di Shakespeare, una specie di rivelazione illuminante. L’allestimento dell’Amleto sembra allora essere la vera missione teatrale di Meister. Congedata dal castello, la compagnia subisce l’assalto di un gruppo di banditi, nella foresta.
Wilhelm, ferito, è soccorso da alcuni cavalieri, e tra questi una donna, l’Amazzone, breve, misteriosa apparizione che lascia nella sua fantasia un acuto, ignoto senso di rimpianto. Prendendo con sé Mignon e l’arpista, dopo lo scioglimento della compagnia Wilhelm si unisce a un altro direttore, di nome Serlo, e intreccia un legame amoroso con la sorella di questi, Aurelie, senza tuttavia riuscire a placarne la disperazione del recente abbandono dell’uomo amato, Lothario (sin qui è la parte comune con LA MISSIONE TEATRALE).

Morta Aurelie, e colpito dai racconti che costei gli aveva confidato, Wilhelm parte alla ricerca di Lothario.
Giunto al castello, s’imbatte in un ambiente inatteso: un gruppo di educatori (la società della torre), i quali hanno come metodo una specie di predestinazione con cui scelgono segretamente i loro soggetti. Così Wilhelm, segnato anch’egli da lontano, apprende da una lettera e rivive la storia delle sue lunghe peregrinazioni.
Al castello ritrova anche la misteriosa Amazzone, che si scopre essere la sorella di Lothario, Natalie, donna ricca di umanità e pietà. Ma il cuore di Wilhelm si divide incerto, per poco, tra questa e l’amica Therese, attiva e forte, finché un duplice matrimonio finale, di Wilhelm con Natalie e di Lothario con Therese, riequilibra le parti.
Mignon e l’arpista (quest’ultimo suicida), morendo, hanno per così dire sacrificato se stessi per il trionfo di questo amore più alto.

Da un romanzo talmente complesso, è assai difficile estrarre brani che siano in sé conclusi. La storia della formazione di una personalità come quella di Wilhel Meister è anche la storia minuta di ciascuno di quei caratteri umani, a contatto dei quali il protagonista dimostra una capacità di coinvolgimento emotivo e di partecipazione che è quasi una completa assimilazione. Il mosaico dei personaggi, degli episodi è poi connesso a una trama più ampia (di cui la semplificazione che ho delineato è pallida eco), al punto da superare l’immediato contatto con la pagina o una scelta di pagine. Mi è rimasto impresso un frammento: l’episodio in cui Wilhelm, prendendo con sé Felix, il bimbo lasciatogli da Mariane, arriva nel cortile di un grande palazzo sconosciuto (il castello di Lothario). Con in braccio il figlio addormentato, egli entra nel luogo “più severo e più sacro” in cui mai avesse posto piede. L’apparizione di Nathalie (l’Amazzone) avviene in questo ambiente avvolto di stupore e di interrogativi ansiosi. Ogni dubbio tuttavia scompare quando Wilhelm riconosce alcune opere d’arte appartenute un tempo alla collezione del nonno, e, primo fra tutte, un quadro che aveva affascinato la sua infanzia (il ritratto di una principessa somigliante a Nathalie).

E’ il segno di un ritorno alle origini quale culmine perfetto e circolare della strada percorsa alla ricerca del proprio io.

CENTO ANNI (Scapigliatura milanese) – Giuseppe Rovani

L’ARGOMENTO


“In una notte di febbraio 1750, a Milano, nella casa di un vecchio ricchissimo e avarissimo morto in quel giorno, un ex-lacchè soprannominato “il Galantino”, entrato furtivamente, sottrae il testamento. Scoperto e inseguito, riesce a dileguarsi, mentre gli inseguitori mettono le mani addosso a un altro: il tenore Amorevoli (realmente esistito), che si trova nel giardino di un’illustre dama dell’aristocrazia milanese (forse esistita, forse una Borromeo).

Questo duplice fatto di cronaca scandalosa milanese è il punto di partenza di una complicata rete di avventure in cui sono avvolti i primi protagonisti e poi i loro discendenti, sui quali in un modo o nell’altro i fatti di quella notte di febbraio hanno una ripercussione, per lo più triste, meno che sull’astuto e audace Galantino, che diventa ricco e potente banchiere”.
E così la narrazione ci porta fino a Roma subito dopo il memorabile assedio del 1849.


UNA PAGINA

Il Galantino, descritto che ebbe quella strana parabola, per la quale, dopo essere nato da un cocchiere nelle stalle del marchese F… ed essersi dilettato a frugare nelle saccocce del suo padrone protettore, ed aver mostrato la gamba più veloce dei lacchè di tutto il Ducato, ed aver fatto il ladro commissionario per compensi non vulgari, e avere indossato a Venezia la serica velada di “lustrissimo” per frodare l’altrui al gioco, e aver subito la tortura col coraggio onde quell’antico Romano mise la mano ad ardere nel braciere, e averla subita e vinta per uscir dalle mani della legge netto e purgato come un lebbroso da un bagno di zolfo, era pervenuto ad essere uno degli addetti alla Ferma (*), a possedere tre case in Milano, due grandi magazzini di varie merci nei Corpi Santi, due filande di seta tra Palazzolo e Bergamo, una villa ridente e voluttuosa tra Gorla e Crescenzago, un’altra villetta in Brianza; a nuotare insomma nell’oro, a dormire sotto il moschetto di damasco violetto, a portare uno splendido anellone di lapislazzuli sull’indice, ed un altro diamante della più pura e bianca goccia sul medio, e due orologi d’oro a ripetizione nel taschino, perché come voleva allora il costume, l’uno facesse la controllerai dell’altro, a calzare gli stivaletti di sommacco filettati d’oro col fiocco e gli speroni d’argento, per caracollare su un bellissimo puledro normanno color isabella, a lunga criniera nera e coda lunghissima che sommoveva la polvere nel corso di via Marina, lungo il quale, fra le file dei carrozzoni patrizi, faceva leggiadra mostra di sé, mentre le giovane dame gli lanciavano guardi furtivi, e i mariti bestemmie e dileggi che non trovavan eco nelle mogli (e qui ci sia permesso tirare il fiato, perché abbiamo fatto un periodo alla Guicciardini); molte dunque erano le ragioni per cui aveva messo l’occhio sulla fanciulla Ada, educanda nel monastero di San Filippo.

(*) – Nel 1750, il generale Pallavicini, ministro plenipotenziario nel governo austriaco a Milano, abolì i separati appalti delle regalie del sale, del tabacco, della polvere ecc. e formò la cosiddetta Ferma generale riunendo tutte le suddette regalie in un solo corpo, ed affidandole ad una società costituita da tre bergamaschi (Greppi, Pezzolio e Rotino), a cui si aggiunsero successivamente alcuni altri. Esercitando ogni sopruso, ogni ladroneria, ogni più turpe angheria riuscirono ad apparire agli occhi di Maria Teresa quali redentori del Regio erario, mentre macinavano milioni a loro vantaggio. Più volte il popolo tentò di ribellarsi. Solo dopo un’accanita lotta condotta da Dietro Verri la famigerata Ferma venne soppressa, quando già i fermieri avevano avuto campo di accumulare sterminate, favolose ricchezze. Nei CENTO ANNI le malefatte dei fermieri e la lotta del Verri sono descritte con colori vivissimi.


UNO DEGLI EPISODI PIU’ FAMOSI

L’eccidio del Conte Giuseppe Prina, ministro delle Finanze, napoleonico, ritenuto come il colpevole delle numerose tasse imposte dal governo francese, linciato dalla folla di Milano il 20 aprile 1814.
“Più nessuno ormai avrebbe potuto stornare la catastrofe della tragedia orrenda. Nell’interno del palazzo aveva cominciato a sfogarsi l’ira pubblica, diventata repentinamente una furiosa demenza. Con gli ombrelli aperti, coi bastoni, coi pugni, coi piedi percuotevano il ministro, lo trascinano nel cortile, lo denudano dei panni di cui è coperto, lo portano in una stalla, tutto sudicio e immelmato, lo mostrano per scherno alla folla da una lurida finestra della stalla medesima. Un urlo spaventoso, di gioia diabolica alza la turba a questa vista, mentre quelli che lo tenevano, lo lasciano cader4e a testa in giù tra quella turba stessa.



GIUSEPPE ROVANI (1812 – 1874) fu il personaggio centrale della Scapigliatura milanese.

Fu il Socrate dotto e mordace degli scapigliati milanesi; improvvisatore di vivaci e caustiche conversazioni, uomo di lampeggiante fantasia, suscitò attorno a sé gli entusiasmi della gioventù lombarda per due o tre generazioni, e per molti anni rimase il simbolo di una genialità creatrice, che i posteri gli hanno a poco a poco contesa e infine negata.

In questi ultimi anni, nel quadro di un generale risveglio d’interessi per la narrativa italiana, debbo dire che la fortuna del Rovani presso i posteri tende a un nuovo momento di favore, quando nel secolo scorso era diventata opinione pressoché concorde che i valori dello storico e del moralista avessero notevolmente superato quelli dell’artista.
Nocque indubbiamente al Rovani l’essere apparso troppo grande agli amici e troppo legato ad un ambiente particolare. Carlo Dossi, che fra questi amici gli fu specialmente legato, tracciò di lui nella “Ravaniana” un ritratto che può sembrare addirittura un monumento, e nello stesso tempo riportò notizie e aneddoti … "Rovani ad un tratto circondato da un’eletta schiera di letterati e d’artisti… Beve e fa loro una lezione d’estetica. Questo quadro darebbe occasione di osservare le sembianze di molti egregi, onor di Milano, quali il Cremona, il Grandi, Ranzoni, il Magni e Uberti, E il quadro potrebbe intitolarsi : Una cattedra all’aria aperta".

Proprio in queste “cattedre all’aria aperta” il Rovani è apparso a molti come una figura limitata; poi il successo mondano del Fogazzaro e dei più sciatti narratori del realismo borghese giungeva a condizionare i gusti del grosso pubblico nell’ultimo ventennio dell’Ottocento e fino alla prima guerra mondiale, cosicché non soltanto il Rovani, ma tutto gli scrittori delle due scapigliature, milanese e piemontese, venivano più o meno dimenticati in attesa di un giudizio critico che rialzasse le loro sorti.
Oggi noi sappiamo che lo schema della narrativa italiana del secondo Ottocento è in gran parte da rifare, e che dobbiamo rileggere con un nuovo spirito i De Marchi, i Rovinio, i Dossi, i De Roberto, i Faldella.
Tutto ciò, per quanto si riferisce al Rovani, perché non possiamo vedere la sua vita interamente risolta nella “cattedra all’aria aperta”; il che poi avrebbe già di per sé la sua importanza.
Fra le opere effettivamente scritte, e scritte per di più con alta coscienza di stile, figurano i CENTO ANNI, romanzo storico di vasta costruzione, che, uscito dapprima e irregolarmente sulla Gazzetta di Milano a cominciare dal 31 dicembre 1856, dà evidenza d’arte a un ampio quadro di costume rappresentando in movimento la società del Sette e dell’Ottocento.
“Vedremo le parrucche cadenti a riccio0ni tramutarsi in topè; vedremo il topè subire più svolgimenti e concentrarsi nel codino col nodo; vedremo i capelli alla Brutus e i ciuffi a campanile e la cerchia del rinascimento; vedremo il guardinfante del secolo passato che attraverso a più tramiti verrà a patti col guardinfante del secolo presente”; così scrisse lo stesso Rovani, caratterizzando un aspetto del suo romanzo, che ravvicinò quattro generazioni, svolgendosi, intorno alla vita di un uomo, che nacque verso la metà del Settecento e morì, nonagenario, quasi alla metà dell’Ottocento.
Distinguendo poi fra manzoniani e manzoniani, riconosciamo che per il Rovani il Manzoni, più che un modello formale, fu come uno specchio in cui egli riconobbe le sue qualità di spregiudicato e penetrante moralista.
“Il suo romanzo – ha scritto il Russo – non è più il semplice romanzo storico dei manzoniani, ma già si trasforma in una ricca galleria di quadri, dove il consueto intreccio monotono, con inserzione posticcia di digressioni storiche, viene abbandonato per una franca e coraggiosa ambizione dei panorami storici di più largo orizzonte”.

Tale ambizione fu accompagnata, nell’esposizione, da limpidità di stile, da acutezza di indagine psicologica, da varia vivezza degli episodi; tutte doti, queste, che furono, in ogni caso, riconosciute anche da quanti si mostrarono restii a riconoscere al Rovani più larghi meriti.
Fra le sue altre opere si ricordano principalmente LA LIBIA D’ORO e LA GIOVINEZZA DI GIULIO CESARE, nelle quali ritroviamo sempre le sue doti di artista e insieme la sua tempra di uomo che non scese mai a patti coi comodi della vita e seppe affrontare le più crude difficoltà per mantenersi moralmente coerente alla sua vocazione di libero scrittore.


Giuseppe Rovani nacque a Milano il 12 gennaio 1812.
Fu, nel 1849, coi volontari che difesero la Repubblica Romana. Emigrò, nel tragico agosto di quell’anno, nel Canton Ticino, e per attraversare la Lombardia (che era stata rioccupata dagli Austriaci) viaggiò da Como a Chiasso sotto un carro, disteso sulla branda del vetturale. Nel Canton Ticino strinse amicizia con Carlo Cattaneo, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Ferrari, Carlo Pisacane ed altro patrioti emigrati.
Detestava gli Siori de Milan (i signori di Milano), e cioè i moderati nei quali vedeva i complici di Carlo Alberto e, quindi, i traditori delle Cinque Giornate.
“Scapigliato” anche nella vita, si abbandonò al vizio dell’alcool, che minò, negli ultimi anni, la sua salute.
Morì carico di debiti il 27 gennaio del 1874.



SAN TOMMASO D’AQUINO



La vita di San Tommaso d’Aquino non presenta nulla di esteriormente interessante. Figlio del conte Landolfo D’Aquino, nacque nel 1226 nel castello di Roccasecca, vicino a Napoli, ed entrò in giovane età nell’ordine dei dominicani, dove fu per vari anni discepolo di Alberto di Bollstadt (Alberto Magno).
Divenuto a sua volta maestro di filosofia, peregrinò per varie università d’Italia e d’Europa: particolarmente importante e fecondo fu l’insegnamento a Parigi durante il quale si trovò impegnato in un’aspra polemica contro gli "averroisti", cioè contro i seguaci della interpretazione che il commentatore arabo aveva dato dei testi di Aristotele. Fu poi per qualche tempo presso la corte papale, tornò infine a Napoli per insegnare teologia nello studio generale dell’ordine domenicano.
Morì nel 1274 nell’abbazia dei cistercensi di Fossanova, presso Terracina.
Le sue opere principali, oltre ai vari opuscoli tra cui quello sulla "Unità dell’intelletto contro gli averroismi", sono la "Summa contra gentilis" (cioè i pagani) e la "Summa teologica", la più celebre, rimasta però incompiuta.
Il problema fondamentale a cui San Tommaso consacrò, si può dire, tutta la sua speculazione fu quello della "conciliazione" tra i dogmi cristiani e il pensiero aristotelico che tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo aveva fatto il suo vittorioso ingresso nella cultura medioevale d’Occidente. La concezione filosofica dello Stagirita, debitamente emendata, reinterpretata e magari anche deformata, doveva insomma divenire, grazie ad un compromesso più o meno abilmente dosato fra esigenze della ragione ed esigenze della fede, la piattaforma su cui erigere l’edificio della cultura cristiano-cattolica, perfettamente aderente alla struttura feudale e gerarchica della società del tempo.
Le preoccupazioni che guidano San Tommaso nella sua "utilizzazione" e conseguente "riadattamento" di Aristotele, sono di natura squisitamente metafisico-teologica. Accennerò alle due più importanti: la dimostrazione dell’esistenza di Dio e della immortalità personale.
Per quanto riguarda la prima, San Tommaso afferma che si deve ricorrere ad argomentazioni puramente filosofiche, senza fare in alcun modo appello alla preesistenza della fede. Le argomentazioni di cui egli si serve sono cinque (le cinque "vie" tomistiche che riecheggiano con evidenza alcune nozioni fondamentali dell’aristotelismo) e procedono tutte a posteriori; partono cioè dall’esistenza del mondo per dimostrare o per tentare di dimostrare l’esistenza di Dio.
Esse sono:

1) la via "ex motu", che dall’esistenza effettiva del moto risale alla necessità di un "motore immobile"

2) 2) la via "ex causa", che dalla causalità vigente fra i fenomeni (per cui ognuno di essi è contemporaneamente causa ed effetto di un altro) risale o crede di poter risalire all’esistenza di una causa prima, a sua volta non causata

3) la via "ex contingentia" che dal carattere contingente del mondo ricava l’esistenza di un essere assolutamente necessario, ecc.

E’ chiaro che Dio, raggiunto attraverso questi argomenti razionali (ammesso naturalmente che li si possa prendere per buoni), non è l’essere personale di cui parla la religione; ma qui San Tommaso fa intervenire la fede che, completando la ragione, fornisce tutti gli attributi caratteristici del Dio cristiano (in particolare la creatività), attributi da cui la mentalità aristotelica era lontanissima.
L’altra preoccupazione che, ho detto prima, domina San Tommaso è quella relativa all’immortalità individuale, affermata categoricamente dalla religione. Per l’Aquinate l’anima è la forma del corpo (il suo elemento informatore e organizzatore) e l’essere umano, nella sua concretezza, è dato dalla unione intrinseca, sostanziale fra i due elementi. Ma San Tommaso si guarda bene dal trarne la conclusione che l’anima non può sussistere indipendentemente dal corpo (conclusione che trarranno invece più tardi, con coraggio e coerenza, gli aristotelici "alessandrismi", cioè i seguaci dell’interpretazione di Alessandro di Afrodisia venuta in luce nell’età dell’Umanesimo); egli per giustificare la sopravvivenza dell’anima al di là della morte, si serve del dogma della resurrezione della carne :
- Dopo la sua separazione dal corpo - egli scrive - l’anima si troverà in uno stato quasi innaturale, finchè non si riunirà nuovamente al suo corpo con la resurrezione di esso.
Benché San Tommaso non abbia esposto in un trattato organico una teoria della conoscenza, esistono nella sua opera spunti sufficienti per ricostruire la sua concezione gnoseologica. Ogni conoscenza, per lui, ha inizio dai sensi, ma operando sulla conoscenza sensibile, la mente umana può giungere ad una conoscenza superiore. Questa operazione si compie attraverso l’intelletto il quale ha il compito di astrarre l’"universale" dai dati sensibili. Contro la scuola "nominalistica", l’Aquinate sostiene che la validità dei nostri concetti è fondata sul corrispondente universale "in re", cioè esistente nelle cose, e infine sull’universale "ante rem" (prima delle cose), esistente in Dio.
La verità è data dalla adeguazione dell’intelletto all’essere : "Adequatio rei et intellectus" è appunto la formula dell’intellettualismo tomista e,. più in generale, di ogni intellettualismo gnoseologico.
E’ proprio sul modo di concepire l’intelletto che si è manifestato più acutamente il contrasto con gli averroismi: mentre questi ultimi lo concepivano come una attività autonoma al di fuori dell’individuo, l’Aquinate lo considera come un processo specificatamente umano inerente alla persona individuale.
L’importanza del pensiero tomista nella storia della filosofia e della teologia cattolica è superata forse solo da Sant’Agostino, benché esso da principio abbia incontrato molte difficoltà. Accaniti avversari del tomismo furono i teologi francescani che ebbero il loro insigne rappresentante in Giovanni Duns Scoto, e non mancarono condanne anche da parte di alcune autorità ecclesiastiche. Ma le opposizioni, all’interno del mondo cattolico, si affievolirono con la canonizzazione di Tommaso (nel 1323) e con la sua proclamazione a "Dottore della Chiesa"" (Doctor angelicus, si dirà comunemente). su iniziativa di Pio V (1567).
Più recentemente l’enciclica "Aeterni Patris" di Leone XIII (1879) innalzò San Tommaso a "patrono" delle scuole cattoliche e le notificazioni di Pio X, di Benedetto XV ecc., hanno collocato ufficialmente lo studio di San Tommaso al centro della filosofia e teologia cattolica.


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