lunedì 25 maggio 2009

Ernest Rutherford, Primo Barone Rutherford di Nelson


Ernest Rutherford, Primo Barone Rutherford di Nelson
(Brightwater, 30 agosto 1871 - Cambridge 19 ottobre 1937)



1919: Rutherford "trasforma" la materia



Nel 1919 in un laboratorio della nebbiosa città di Manchester in Gran Bretagna l'uomo riusciva, dopo secoli di tentativi, ad ottenere per la prima volta la trasformazione della materia. Lo scienziato a cui va la gloria di aver coronato l'antico sogno degli alchimisti, è Ernest Rutherford, il figlio di un agricoltore della lontana Nuova Zelanda destinato a diventare più tardi Sir Ernest e più tardi ancora Lord Ernest Rutherford of Nelson per i suoi insigni meriti scientifici.

Fin dagli inizi della sua carriera scientifica Rutherford fu irresistibilmente attratto da quel fenomeno che, scoperto quasi per caso dal fisico francese Becquerel, stava in quegli anni mettendo in crisi l'intero edificio della fisica ancorata ancora alla placida staticità del positivismo: la radioattività.

Verso la fine del secolo scorso la scienza sembrava infatti aver trovato una definitiva sistemazione ideologica; le leggi della meccanica, individuate tre secoli prima da Galileo e da Newton, erano state portate ad una espressione matematica di perfezione estrema per merito di Gauss, di Lagrange, di Hilbert. L'elettricità e il magnetismo erano stati profondamente studiati in tutti i loro aspetti e Clerk Maxwell aveva potuto proporre le sue celebri equazioni che descrivevano perfettamente il fenomeno elettro-magnetico dimostrando anzi che tutte le forme di energia raggiante, dalla luce alle onde radio, erano ad esso riconducibili. Le leggi della meccanica e quelle dell'elettro-magnetismo avevano una struttura matematica analoga, erano basate sul concetto di uno spazio assoluto e di un tempo assoluto nonchè sui sovrani principi della conservazione del materia e della conservazione del energia. Anche la chimica aveva subito una profonda sistemazione razionalistica: l'essenza di tutta la materia era costituita da atomi indivisibili ed immutabili, veri e propri mattoni con cui l'intero universo era costruito. Esistevano 92 tipi di atomi dotati di un'individualità ben precisa e di caratteristiche fisio-chimiche ricorrenti. Tant'è vero che ordinandoli tutti nella tabella proposta dal geniale chimico russo Mendelejev, si poteva addirittura 'predire' l'esistenza di elementi non ancora individuati, il loro peso atomico, la loro caratteristica fondamentale.

L'edificio della scienza si innalzava, quindi come un maestoso capolavoro architettonico in cui tutto era stato misurato, calcolato e previsto, in cui perfino ciò che non era stato previsto era comunque prevedibile con delle semplici operazioni numeriche. Era l'epoca del naturalismo positivistico, dei cattedratici onniscenti, delle "magnifiche sorti e progressive", del balletto "Excelsior". Nessuna persona dotata di buon senso e di sano raziocinio avrebbe mai nemmeno lontanamente sospettato che pochi anni dopo un oscuro impiegato dell'ufficio Brevetti di Berna, Albert Einstein, avrebbe definitivamente distrutto i concetti di spazio e di tempo assoluti introducendo anche nella scienza quel relativismo che era sta io intuito dalla dialettica dei filosofi greci; nè tanto meno che un modesto professore prussiano quotidianamente schiacciato dall'autorità e dagli strapazzi del gran nume Boltzmann, il timido Max Planck, avrebbe dimostrato che la materia, 1'energia, la natura tutta si evolvono con la più completa discontinuità e che i cambiamenti quantitativi producono, per accumulazione, dei cambiamenti qualitativi come era stato intuito a suo tempo da quel filosofo così poco conformista che fu Frederick Engels.

Questa grande rivoluzione scientifica, destinata a dominare con le sue conseguenze l'intero secolo ventesimo, ebbe inizio in modo piuttosto modesto e comunque molto lontano da quella retorica scientifica, allora molto di moda, che vedeva, in armonia con le teorie liberali, nella notte insonne del genio solitario l'unica fonte dell'evoluzione e del progresso nel campo del sapere.

Nel 1896, infatti, alcuni amici geologi regalarono al fisico francese Henri Becquerel un bel pezzo di minerale d'uranio. Becquerel pensò giustamente di utilizzare quel dono come un originale fermacarte per la sua scrivania. Il caso volle che un giorno egli ponesse il minerale d'uranio sopra un pacco di lastre fotografiche ancor vergini e perfettamente imballate che egli conservava per registrare un esperimento scientifico. Eseguito l'esperimento e sviluppate le lastre, egli dovette però accorgersi con notevole disappunto che esse erano completamente rovinate: era come se avessero preso luce, ma soltanto al centro, ed era veramente singolare che la grossa macchia avesse la forma dell'insignificante fermacarte ricevuto in omaggio. Becquerel, che era uno sperimentatore nato, comprò altre lastre vergini e vi pose sopra la sua pietra in posizione diversa; anche questa volta, dopo lo sviluppo egli poté constatare che le lastre erano state impressionate nello stesso punto in cui egli aveva posto il suo fermacarte. Era quindi evidente che questa pietra emetteva 'luce'. Una luce più potente e penetrante di quella comune dal momento che era in grado di oltrepassare gli involucri e la carta stagnola. Il fisico francese pensò ovviamente di studiare questo nuovo tipo di luce, si accorse che tutti gli elementi più pesanti della scala di Mendelejev erano capaci di emetterla e che l'emissione più forte proveniva dalla pechblenda.
I coniugi Curie riuscirono a isolare in questo minerale un nuovo metallo, il radio, e il fenomeno assunse definitivamente il nome di radioattività.

Il clamore suscitato da questa scoperta fu enorme: il fatto che la materia si consumasse sia pur lentamente emettendo energia luminosa metteva in discussione il sacrosanto principio di conservazione su cui era edificata tutta la scienza naturale. Il fatto che essa si dissolvesse sotto forma di energia metteva in discussione un principio altrettanto basilare, quello della netta separazione tra materia ed energia. Il fatto, successivamente constatato che le sostanze radioattive tendevano a trasformarsi in piombo, metteva in discussione il dogma dell'immutabilità degli atomi e della loro assoluta indipendenza e individualità chimica. C'era quindi tutto da rifare.


Il grande ciclotrone di Berkeley



E' a questo punto che entra in scena Rutherford, il fisico neozelandese. Egli decide innanzitutto di studiare a fondo l'emissione radioattiva: facendo passare questa emissione attraverso un campo magnetico limitato da uno schermo fluorescente, egli si accorge che essa si scinde in tre componenti ben definite. La prima viene attratta dal polo negativo e quindi è chiaramente composta da particelle positive (radiazione alfa); la seconda viene attratta dal polo positivo e quindi è composta da particelle negative (radiazione beta); la terza infine non subisce alcuna deviazione e quindi non è composta da particelle ma da onde elettromagnetiche analoghe a quelle che compongono la luce (radiazione gamma). Successivamente egli riesce a dimostrare che la radiazione alfa è composta da nuclei del gas elio di peso atomico 4 e a spiegare quindi come il nucleo di uranio dal peso atomico 238 perdendo successivamente otto particelle alfa dal peso atomico 4, si trasformi in piombo dal peso atomico 206.


Premio Nobel 1908
Lord Sir Ernest Rutherford

Per la spiegazione del fenomeno radioattivo, Ernest Rutherford riceve il Premio Nobel nel 1908. Qualunque scienziato tradizionale si sarebbe accontentato del risultato raggiunto e avrebbe dormito per tutto il resto della carriera sugli allori accademici così conquistati. Ma Rutherford è uno scienziato di tipo nuovo, uno scienziato che anticipa già la concezione della scienza tipica del mondo attuale. Anche per lui non basta studiare e spiegare un fenomeno nuovo, bisogna anche trarre da esso la possibilità per l'uomo di dominare e trasformare la natura, di piegarla alla volontà dell'uomo, di metterla al servizio dei bisogni dell'uomo.

Così, per Rutherford, il Premio Nobel è soltanto un punto di partenza: i suoi lavori decisivi egli li farà infatti dopo il conferimento del massimo riconoscimento scientifico.
Il problema che egli si pone è infatti il seguente: la radiazione alfa ci offre la possibilità di disporre di una fonte di particelle ad altissima velocità ed energia.

Visto che alcuni atomi presentano la caratteristica di disintegrarsi spontaneamente dimostrando così che anche la materia è una forma tutt'altro che stabile, che cosa sarebbe successo 'bombardando' gli atomi di sostanze non radioattive con i proiettili subatomici rappresentati dalle particelle alfa?


Niels Henrik David Bohr
(Copenaghen 1885 - 1962)
Con una serie di classiche esperienze, Rutherford dimostrò che bombardando una lamina metallica con particelle alfa, una parte di queste passava indisturbata, una parte subiva una leggerissima deviazione mentre un'altra parte ancora subiva una totale repulsione. A quell'epoca dominava ancora nel campo della fisica il modello atomico elaborato da Thomson, uno dei prestigiosi accademici di stampo ottocentesco, il quale sosteneva che l'atomo era 'pieno', che l'intero spazio ad esso riservato era cioè saturo di elettricità positiva e negativa irregolarmente mescolata. Le esperienze di Rutherford dimostravano invece che l'atomo era in gran parte vuoto, dal momento che la maggior parte delle particelle alfa poteva oltrepassarlo in modo indisturbato, che la maggior parte della massa era concentrata in un nucleo positivo (è per questo che una parte delle particelle alfa positive veniva respinta), e che le cariche negative, gli elettroni, responsabili delle deviazioni più leggere, si trovano confinati alla periferia dell'atomo. Nacque così quel modello che, perfezionato da Niels Bohr con l'applicazione della teoria quantistica alle orbite elettroniche, è tuttora valido: in base ad esso l'atomo è un sistema solare in miniatura con un nucleo centrale intorno al quale ruotano come i pianeti intorno al sole, gli elettroni periferici. Questo modello porta appunto il nome di modello atomico di Rutherford-Bohr.

Non pago di questi grandi successi scientifici, Rutherford continuò metodicamente i suoi bombardamenti con particelle alfa. Dopo aver sperimentato la reazione dei metalli pensò di provare con i gas. Fu così che in una piovosa giornata dell'autunno 1919 egli riempì di azoto una camera a nebbia, limitata dal solito schermo fluorescente, mise in posizione il suo 'cannone', rappresentato da un tubo contenente torio radioattivo, e iniziò il bombardamento per vedere come venivano deviate le particelle alfa passando attraverso un gas. Come al solito una parte di esse fu deviata ed una parte passò inalterata, ma con sua grande sorpresa, quelle particelle che avrebbero dovuto subire la repulsione totale da parte del nucleo atomico del gas, erano completamente svanite. Ripetuto varie volte l'esperimento, il risultato fu identico. Allora Rutherford pensò di analizzare il contenuto della camera a nebbia che lui aveva precedentemente riempito d'azoto, pensando alla presenza di qualche impurità responsabile del fallimento dell'esperienza. Ma con sorpresa ancor più grande egli poté allora constatare che la sua camera a gas non conteneva più solo dell'Azoto, ma anche dell'Ossigeno e dell'Idrogeno. I1 fenomeno poteva essere spiegato soltanto in un modo: il nucleo di azoto, di peso 13 e quindi relativamente molto leggero, non ce l'aveva fatta a respingere la particella alfa di peso 4 lanciata a grande velocità: i due nuclei si erano quindi fusi assumendo il peso 17 ma l'insieme così ottenuto non era stabile (non esistono in natura atomi di questo peso) e quindi si era disgregato dando luogo a due nuovi nuclei uno di peso 16 (ossigeno) e uno di peso 1 (idrogeno) entrambi stabili. Pochi giorni dopo Rutherford otteneva anche la trasformazione dello azoto in carbonio.

Era nata una nuova scienza, la radiochimica che si occupa appunto della trasmutazione degli elementi con proiettili radioattivi. Grazie ad essa si otterrà la radioattività artificiale, la fissione del nucleo, la disintegrazione contemporanea artificialmente prodotta di una massa critica di uranio e quindi l'energia atomica.

Dal modello atomico di Rutherford ottenuto con le stesse esperienze, nascerà invece la moderna concezione della materia come caso particolare dell'energia e le grandi leggi dell'interscambio materia-energia tuttora in corso di elaborazione e che hanno già portato alla 'creazione' di materia per mezzo dell'energia pura e allo annichilimento della materia in energia pura, sia pure per il momento soltanto sul piano sperimentale.

Ciò premesso è perfettamente comprensibile che il 1919, anno in cui Ernest Rutherford ha compiuto i suoi decisivi esperimenti di trasmutazione, sia oggi considerato come una tappa fondamentale nel progresso scientifico dell'umanità. A questo hanno ovviamente contribuito intere équipes di scienziati sempre più specializzati e quindi sempre più legati da un lavoro di ricerca collettiva. Ma il merito principale di questa straordinaria fioritura scientifica andrà sempre alla figura ottocentesca e romantica di Becquerel, che seppe vedere in una pietra qualcosa più di un posacarte, e ad Ernest Rutherford questa grande figura di scienziato-alchimista proiettato vigorosamente in avanti alle soglie della nostra era.


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La vita di MARIE CURIE

MAX PLANCK e la fisica dei «Quanti»

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sabato 23 maggio 2009

* LA PRIMA USCITA (Café Concert) - Pierre Auguste Renoir



VEDI QUI
LA PRIMA USCITA 
Café Concert - Le Cabaret 
Pierre Auguste Renoir






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POLITTICO C (Altarpiece C)- Pierre Soulages

POLITTICO C (1985)
Pierre Soulages
Pittore francese
Museo Nazionale d'Arte Moderna di Parigi
Olio su tela cm. 324 x 362



Composta da quattro pannelli assemblati, Polittico C è una delle opere più monumentali di Pierre Soulages.
Realizzata con una larga pennellata, la tela si presenta come una vasta architettura nera, regolarmente tagliata verticalmente da strisce di colore bianco quasi a creare uno spartito musicale.
Qui cerchiamo invano i colori ocra, i verdi, i rossi, i gialli, i viola, i segni calligrafici che hanno segnato il successo di Soulages negli anni '60 e '70.

Dipinto nel 1985, il quadro rompe, per il suo radicalismo, con le tele del periodo precedente.
Un nuovo passo è compiuto verso la totale astrazione: la linea è ancora più sottile, la gamma cromatica è ridotta esclusivamente al nero e al bianco, i due "non-colori".
Ma in Soulages il nero non è mai monotono, anzi, al contrario, esso esprime la forza, la passione, la volontà.
D'altra parte il nero è l'espressione più pura dell'arte giapponese.

Una finestra poetica, specchio dei nostri "tempi immobili" che induce lo spettatore a divenire davanti alla tela suo "libero e necessario interprete".


L'OPERA

Il dipinto è pervenuto al Museo Nazionale d'Arte Moderna, presso il Centre Georges Pompidou, nel 1987, grazie ad un acquisto dello Stato francese.
Il Museo raccoglie altre quattordici opere di Soulages: incisioni, litografie e dipinti, tutti realizzati dall'artista tra il 1958 e il 1985.


VEDI ANCHE ...

La vita di PIERRE SOULAGES

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PIERRE SOULAGES - La vita (The life)



    
Pierre Soulages è nato a Rodez il 24 dicembre 1919.
Non ha ricevuto una specifica formazione alla pittura e si può considerare un autodidatta.
È stato uno degli iniziatori della pittura segnica in Europa.

A partire dal 1948 espose al Salon des Surindépendents e dal 1949 in avanti al Salon de Mai.
Le sue opere si trovano in molti Musei francesi e nei principali Musei d'arte moderna del mondo, da Londra a Zurigo, da New York a Washington.

Si è applicato anche alla creazione di appa­rati scenografici e decorativi.
Dipinse le deco­razioni perEloisaeAbelardo diRogerVailland nel 1949; nel 1951 realizzò i modellini, com­missionati da Louis Jouvet, per La potenza e la gloria di Graham Greene.

Lavorò inoltre all'allestimento del balletto Geste pnur un génie che fu dato ad Amboise nel 1952, in occasione del quinto centenario della nascita di Leonardo da Vinci.

Soulages è un artista strettamente legato all'esperienza dell'astrattismo.
La sua pittura, benché conferisca una grande importanza alle qualità del segno, non scivola mai nella scrit­tura vibrante e capricciosa e nel gusto orientalizzante di un Mathieu, ma dimostra con le sue ampie campiture cromatiche e con le larghe e corpose pennellate tutta la monumentalità che deriva dalla tradizione clas­sica occidentale.

Queste tracce dipinte sono stese ora con materia spessa, ora con materia fluida, e ven­gono spesso schiacciate dall'artista con un coltello sulla superficie della tela.
Nell'intrec­cio formato da questi segni Soulages crea gio­chi di trasparenze e di luci. Egli stesso diceva che "la pittura a olio è il gioco delle opacità e delle trasparenze".


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POLITTICO C - Pierre Soulanges


PIERRE SOULAGES - La vita (The life)


    
Pierre Soulages è nato a Rodez il 24 dicembre 1919.
Non ha ricevuto una specifica formazione alla pittura e si può considerare un autodidatta.
È stato uno degli iniziatori della pittura segnica in Europa.

A partire dal 1948 espose al Salon des Surindépendents e dal 1949 in avanti al Salon de Mai.
Le sue opere si trovano in molti Musei francesi e nei principali Musei d'arte moderna del mondo, da Londra a Zurigo, da New York a Washington.

Si è applicato anche alla creazione di appa­rati scenografici e decorativi.
Dipinse le deco­razioni perEloisaeAbelardo diRogerVailland nel 1949; nel 1951 realizzò i modellini, com­missionati da Louis Jouvet, per La potenza e la gloria di Graham Greene.

Lavorò inoltre all'allestimento del balletto Geste pnur un génie che fu dato ad Amboise nel 1952, in occasione del quinto centenario della nascita di Leonardo da Vinci.

Soulages è un artista strettamente legato all'esperienza dell'astrattismo.
La sua pittura, benché conferisca una grande importanza alle qualità del segno, non scivola mai nella scrit­tura vibrante e capricciosa e nel gusto orientalizzante di un Mathieu, ma dimostra con le sue ampie campiture cromatiche e con le larghe e corpose pennellate tutta la monumentalità che deriva dalla tradizione clas­sica occidentale.

Queste tracce dipinte sono stese ora con materia spessa, ora con materia fluida, e ven­gono spesso schiacciate dall'artista con un coltello sulla superficie della tela.
Nell'intrec­cio formato da questi segni Soulages crea gio­chi di trasparenze e di luci. Egli stesso diceva che "la pittura a olio è il gioco delle opacità e delle trasparenze".


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POLITTICO C - Pierre Soulanges


Le Confessioni di un italiano (Confessions of an Italian) - Ippolito Nievo

La narrativa italiana del periodo risorgimentale segue abbastanza fedelmente un indirizzo affermatosi un po' dovunque in Europa nella prima metà del secolo: motivo più o meno costante è la storia, trasformata in una specie di epopea e nella quale si riflettono speranze, illusioni e delusioni, volontà e propositi centrati sull'ideale dell'unità nazionale.
La trama dei romanzi storici è generalmente intessuta su vicende e ambienti medioevali, movimentati, per così di re, da episodi patetici o d'amore.
Si distinsero, in questo tipo di narrativa, Tommaso Grossi, autore di un romanzo che ebbe molta fortuna, il "Marco Visconti", e Massimo D'Azeglio che dette al suo "Ettore Fieramosca" un chiaro impianto politico. Ancora più valida è l'opera di Francesco Domenico Guerrazzi (1824-1873), cui si deve "L'assedio di Firenze" e al quale va riconosciuto un temperamento che lo pone accanto ai maggiori tra i romantici stranieri. Va inoltre citato, nel campo del romanzo, però, di tipo autobiografico (e in questo senso da avvicinarsi alla prosa dei memorialisti) Giovanni Ruffini (1807-1881), autore dei racconti d'ambiente risorgimentale quali "Lorenzo Benoni" e "Il dottor Antonio".

Ma la narrativa italiana di questo periodo si solleva a nobilissime altezze con uno scrittore che degnamente conclude la stagione letteraria del Risorgimento: Ippolito Nievo.

Nato nel 1831 a Padova, Nievo si schierò, ancor giovanissimo, con gli ideali mazziniani. Nel 1859 combatté nella Seconda guerra d'indipendenza, tra le file dei "Cacciatori a cavallo" di Garibaldi e con Garibaldi fu in Sicilia, al seguito della spedizione dei Mille. Fu appunto tornando dall'Isola, nel 1861, che perse la vita in un naufragio, quando non aveva che trent'anni.

Intellettualmente e culturalmente assai maturo, nonostante la giovane età, Nievo lasciò diversi scritti politici, poesie, novelle; ma il suo capolavoro è il romanzo "Le confessioni di un Italiano" (in un primo tempo intitolato: "Confessioni di un ottuagenario"). Si tratta di una opera di ampie dimensioni, la cui trama abbraccia mezzo secolo di storia, dagli ultimi decenni del '700 agli anni del Risorgimento.
Nelle Confessioni il Nievo, insieme agli avvenimenti politici e militari più importanti, ci presenta una grande varietà di tipi e di caratteri che la vena umoristica dello scrittore e lo stile fresco e immediato rendono vivissimi.

Il protagonista del racconto, Carlino, rievoca le varie fasi della sua lunga esistenza e le persone e le vicende che ne segnarono lo svolgimento. Bellissima la parte iniziale, in cui Carlino narra della sua prima infanzia trascorsa nel vecchio castello di Fratta, presso Udine, nel l'ambito di una famiglia patriarcale (viene accolto da una sprezzante zia, moglie del conte di Fratta) e di una società legati ancora al mondo feudale. Un'atmosfera che si dissolverà sotto l'urto degli avvenimenti rivoluzionari, di una mentalità nuova e, soprattutto, di una moderna coscienza nazionale.

Vive i primi anni nel tetro castello di Fratta, dove si innamora della cugina, Pisana, figlia del conte, bimba irrequieta e civettuola che lo ama e lo tormenta. Ma quando ormai Carlino si è potuto sistemare come cancelliere, arrivano nel Friuli le vittoriose truppe napoleoniche che diffondono le idee democratiche, alle quali egli aderisce. Intanto la Pisana sposa un nobile attempato; Carlino si arruola nel nuovo esercito italiano e va a combattere per la liberazione di Napoli allora sotto i Borboni. Viene però ferito e fatto prigioniero e in carcere perde la vista. Tuttavia con l'aiuto della Pisana, che intanto aveva abbandonato il vecchio marito, può essere liberato. Tutti e due si rifugiano a Londra, dove la Pisana lo assiste con amorosa abnegazione, fino a ridursi a chiedere l'elemosina per curarlo. Finalmente Carlino, mediante un'operazione chirurgica, può riacquistare la vista e la Pisana, già minata dalla tisi, muore pochi giorni dopo.

Vecchio e nuovo mondo rivivono in una folla di personaggi: Lucilio e Mara, la Pisana e Giulio Del Ponte, il padre del protagonista, i castellani di Fratta e così via.

Le "Confessioni", scritte in pochi mesi, sono, dopo i "Promessi Sposi", il romanzo più vivo e valido del nostro Ottocento. Ai "Promessi Sposi" esse vanno ricollegate non solo per la costruzione ampia, quanto per quel carattere di affresco storico che il capolavoro manzoniano ebbe in misura tanto superba. E tuttavia se l'impianto dell'opera riporta a Manzoni, l'ardore, la coscienza civile, l'impegno patriottico che le "Confessioni" mettono in luce, giustificano pienamente un accostamento del la figura del Nievo a quella del Foscolo.

Sebbene non privo di difetti, quali la discontinuità di stile e la prolissità (l'autore non ebbe il tempo di "limare" la sua opera), il romanzo del Nievo costituisce ancora oggi una lettura di grande interesse: e questa é la migliore prova del suo valore artistico,


La Pisana
Dalle "Confessioni" riporto il passo in cui è ritratto, nella sua infanzia, uno dei personaggi femminili più affascinanti del romanzo: la Pisana. Con tenerezza, Carlino racconta di questa fanciulletta e del suo affetto per lei.

"La Pisana era una bimba vispa, irrequieta, permalosetta, dai begli occhioni castagni e dai lunghissi mi capelli, che a tre anni conosceva già certe sue arti da donnetta per invaghire di sé, e avrebbe dato ragione a coloro che sostengono le donne non esser mai bambine, ma nascer donne belle e fatte, col germe in corpo di tutti i vezzi e di tutte le malizie possibili. Non era sera che prima di coricarmi io non mi curvassi sulla culla della fanciulletta per contemplarla lunga pezza; ed ella stava là coi suoi occhioni chiusi e con un braccino sporgente dalle coltri, e l'altro arrotondato sopra la fronte, come un bell'agnellino addormentato. Ma, mentre io mi deliziava di vederla bella a quel modo, ecco che ella socchiudeva gli occhi e balzava a sedere sul letto dandomi dei grandi scappellotti, e godendo di avermi corbellato col far le viste di dormire. Queste cose avvenivano quando la Faustina (la bambinaia) voltava l'occhio, o si dimenticava del precetto avuto, poiché del resto la contessa le aveva raccomandato di tenermi alla debita distanza dalla sua puttina e di non lasciarmi prendere con lei eccessi va confidenza. Per me vi erano i figliuoli di Fulgenzio i quali mi erano abbominevoli piú ancora del padre loro, e non tralasciava mai occasione di far loro dispetti; massime perché essi sì affaccendavano a spifferare al fattore che mi avevano veduto dar un bacio alla contessina Pisana, e portarmela in braccio dalla greppia delle pecore fino alla riva della Peschiera. Per altro la fanciulletta non si curava al pari di me del
le altrui osservazioni e seguitava a volermi bene, e cercava di farsi servire da me nelle sue piccole occorrenze, piuttosto ché dalla Faustina o dalla Rosa che era l'altra cameriera, o la "donna di chiave" che or si direbbe guardarobe. Io era felice e superbo di trovar finalmente una creatura cui poteva credermi utile; e prendeva un certo piglio d'importanza quando dicevo a Martino:
- Dammi un bel pezzo di spago che debbo portarlo alla Pisana!
Così la chiamava con lui; perché con tutti gli altri non osava nominarla se non chiamandola la contessina.Queste contentezze, peraltro, non erano senza tormento poiché purtroppo così sì verifica nell'infanzia come nelle altre età il proverbio che non fiorisce rosa senza spine".



giovedì 21 maggio 2009

* DOMENICO BECCAFUMI – Pittore italiano del Cinquecento


* STIMMATE DI SANTA CATERINA (Stigmatization St. Catherine of Siena) - Domenico Beccafumi

Domenico Beccafumi




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* Il Poema pedagogico di Anton Semenovic Makarenko





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* DOMENICO VENEZIANO - Pittore italiano del Quattrocento


Ritratto di giovane donna






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* ADORAZIONE DEI MAGI (Adoration of the Magi) - Domenico Veneziano

domenica 17 maggio 2009

IL ROSSO E IL NERO (Le rouge et le noir) The red and black - Stendhal

IL ROSSO E IL NERO

La tortura dei sentimenti contrastanti

La bella signora de Rénal era timida e riservata fino a sembrare superba. I cittadini di Verrières la dicevano orgogliosa della propria nascita e della posizione sociale del marito, ricco industriale e sindaco della piccola città. In realtà, la signora de Rénal amava la vita semplice e tranquilla. Era un'anima candida: il pettegolezzo della cittadina di provincia non destava in lei alcun interesse. La sua innata riservatezza le impediva di aver rapporti troppo frequenti con le altre signore di Verrières. Le superava tutte in bellezza ed eleganza, ma non v'era in lei la minima traccia di civetteria né desiderio di mettersi in vista. Suo marito la stimava una donna di buon senso, pur trattandola con la condiscendenza dell'uomo che si sente superiore. Il signor de Rénal era un uomo d'ordine, per nulla amante delle novità, attaccato alle tradizioni. Fedelissimo suddito della monarchia borbonica, diventava furioso al solo nome di Napoleone.
Il ricordo di Napoleone Bonaparte, morto da pochi anni nella prigionia di Sant’Elena, resuscitava nel cuore di molti Francesi un passato di gloria e di grandezza che era impossibile dimenticare. Il signor de Rénal, uomo mediocre, preferiva la mediocrità del presente regime. Era anche molto devoto alla Chiesa e abbastanza ricco di suo da non poter essere accusato di disonestà nella carica pubblica. La moglie gli aveva dato tre bei figlioli ed egli, sebbene fossero ancora bambini, aveva mire ambiziose per la loro futura carriera. Non fu questa, però, la ragione che lo indusse a cercare un precettore per i figli. In verità il signor de Rénal voleva procurarsi un precettore prima che questa idea brillante venisse a qualcun altro tra la gente più in vista della città. Egli era il sindaco e voleva essere in tutto il primo cittadino di Verrières.
La signora de Rénal, madre straordinariamente tenera, fu atterrita all'idea di un estraneo posto in permanenza fra lei e i suoi bambini, ma non poté nulla contro la ferma volontà del consorte. Quando scoprì che il precettore non era che un giovanissimo provinciale, timido quanto lei e di modi gentili, la signora respirò di sollievo e accolse con fiducia colui che nel suo intimo già aveva definito un intruso, pronto a frustare i suoi ragazzi per costringerli ad apprendere il latino. Non poté fare a meno di considerare con simpatia il giovane di neppure vent'anni che le stava davanti in atteggiamento rispettoso. Vide che i suoi grandi occhi neri avevano un'espressione timida.
“Mi chiamo Giuliano Sorel, signora… - le disse con voce triste - Sono pieno di apprensione nell’entrare per la prima volta nella mia vita in una casa d'altri, ho bisogno della vostra protezione e che voi mi perdoniate molte cose i primi giorni... perdonate i miei errori, signora, non saranno mai di cattiva intenzione.”…
La sera stessa amici e conoscenti accorsero in casa de Rénal per vedere il precettore, di cui si diceva che sapesse a memoria tutto il Nuovo Testamento in latino. Era vero. Giuliano Sorel, figlio di un rude contadino che non lo amava, aveva trovato un valido protettore nel vecchio curato di Verrières che da tre anni gli insegnava teologia e intendeva avviarlo alla carriera ecclesiastica.
Fin da ragazzo Giuliano si era appassionato allo studio del latino. Per compiacere il curato, egli aveva imparato a memoria il Nuovo Testamento; ma l'opera che destava il suo più acceso entusiasmo era “Il memoriale di Sant'Elena”. Quegli otto volumi contenevano tutta l'epopea napoleonica e rievocavano alla sua fantasia fervida ed entusiasta persino i gesti e le parole del suo idolo, Napoleone Bonaparte. Naturalmente, una simile passione doveva essere tenuta nascosta, sia al vecchio curato sia ai signori de Rénal. Giuliano era troppo povero per non aver bisogno dell’aiuto dei potenti, perciò aveva deciso che l'ipocrisia poteva essere un'utile difesa. Sotto l'apparenza deferente dei suoi modi si nascondeva un cuore appassionato, colmo di orgoglio, e un forsennato desiderio di diventare qualcuno. Aveva deciso che sarebbe entrato in seminario, pur senza alcuna vocazione religiosa. Essendogli ormai impossibile diventare un generale di Napoleone, sarebbe almeno diventato vescovo. Per ora, anche un posto di precettore poteva andar bene; se non altro, lo avrebbe sottratto alla brutalità di papà Sorel.
In meno di un mese, Giuliano seppe farsi amare dai ragazzi e rispettare dal signor de Rénal e dalla servitù. Fu un buon precettore. Alla signora de Rénal parlava il meno possibile. Odiava in lei la donna ricca e fortunata e il suo orgoglio si difendeva in anticipo dal pericolo di essere umiliato da quella bella dama. Un pericolo del tutto inesistente, perché la signora de Rénal si era innamorata di lui, anche se ella stessa non lo sapeva. Se non fosse stata così candida, avrebbe subito compreso il pericolo che Giuliano rappresentava per lei. Sposata giovanissima a un uomo che non amava, ignorava del tutto il sentimento amoroso e non seppe difendersi dalla tenerezza che subito quel giovane suscitò in lei. Quei sentimenti per lei nuovi la turbavano, ma non ne provava spavento. Si sentiva felice e non cercò di combattere il folle bisogno di pensare a Giuliano, di cercare continuamente la sua compagnia. A trent'anni era come una giovinetta al suo primo amore. Giuliano si accorse dei sentimenti che aveva suscitato e ne fu orgoglioso. Per vanità, non per amore, decise di corrispondere ai sentimenti della signora de Rénal. Volle anzi recitare fino in fondo il ruolo di seduttore e una sera disse arditamente alla signora de Rénal…
“Madame, questa notte alle due verrò nella vostra camera, debbo parlarvi”...
Per quanto innamorata, la signora de Rénal rispose con schietta indignazione a un annuncio così impertinente. Tuttavia Giuliano si fece un punto d'onore di mantenere quanto aveva promesso. Alle due entrò nella camera della signora de Rénal, che ne fu mortalmente spaventata. Ella respinse il giovane con parole dure; ma quando Giuliano, più turbato di lei e sinceramente commosso, sì gettò ai suoi piedi e scoppio in singhiozzi, l'amore che era in lei ebbe il sopravvento.
In pochi giorni, preso dall'amore di lei, anche Giuliano si innamorò perdutamente e conobbe una felicità che non supponeva potesse esistere.
La passione più ardente, non più la vanità, lo spingeva ora nelle braccia della signora de Rénal. Ella, onesta e buona, era disperata di sentirsi colpevole, ma sebbene tentasse con tutte le sue forze, non riusciva a distruggere il suo amore per Giuliano, il primo, vero amore della sua vita. Naturalmente i domestici incominciarono a mormorare; ben presto il signor de Rénal ricevette lettere anonime che denunciavano quel che avveniva sotto il suo tetto. Tutta Verrières, senza che i due amanti lo sospettassero, non si occupava d'altro che dello scandalo dei loro amori.
Un giorno Giuliano fu richiamato severamente dal vecchio curato che lo proteggeva e dovette obbedire all'ingiunzione di entrare immediatamente nel seminario di Besançon.
Quando salutò per l’ultima volta la signora de Rénal, Giuliano ebbe l'impressione di stringere fra le braccia un cadavere: da lei era fuggita ogni volontà di vivere. Giuliano Sorel restò in seminario quattordici mesi: furono i più tristi della sua vita.
Quando ne uscì, accettò con gioia un impiego di segretario in casa del marchese de La Mole, a Parigi. Qui incontrò la seconda donna della sua vita: Matilde de La Mole, la figlia del ricchissimo marchese. Matilde era molto bella: una figuretta svelta, dal portamento altero, capelli biondissimi e grandi occhi azzurri. Giuliano si accorse che in quegli occhi così belli vi era la freddezza di un animo imperturbabile, consapevole della propria forza. Non gli piaceva l'aria sprezzante dell'aristocratica giovinetta e le rivolgeva la parola soltanto quando era obbligato a farlo.
La sua condizione di subalterno, in quella società che lo disprezzava, lo faceva soffrire. Perciò si ripromise di non dare alla ragazza alcuna occasione per umiliarlo.
Matilde de La Mole aveva una personalità forte, insofferente di ogni costrizione. Del mondo aristrocratico cui la sorte l'aveva fatta nascere riconosceva le debolezze e la superficialità. Aveva ricevuto un’educazione monarchica, ma leggeva tutto ciò che poteva interessarla, senza chiedere consigli. Aveva più intelligenza e spirito dei giovani gentiluomini che la corteggiavano, perciò non riusciva ad amare nessuno. A diciannove anni stata innamorata e passava le sue giornate nella noia.
Matilde si accorse che Giuliano Sorel, diventato l’uomo di fiducia del marchese de La Mole, era assai più interessante dei suoi corteggiatori e cominciò a parlargli con un’ombra di civetteria. Egli finse di non accorgersene.
Stuzzicata nel suo amor proprio, la signorina de La Mole cercò di conquistarlo con la sua cultura e cominciò a parlargli di filosofia. Giuliano non cessò di osservarla con lo sguardo penetrante e severo di un giudice incorruttibile. Per la prima volta in vita sua, l'imperturbabile Matilde si accorse di non riuscire a sostenere lo sguardo di un uomo. Da quel momento non si annoiò più: Giuliano occupò tutti i suoi pensieri. Ma non sapeva che il giovane la guardava pensando alla signora de Rénal e confrontava la sua presunzione e il suo orgoglio con la naturalezza ingenua e dolce della donna che aveva dovuto lasciare.
Più Giuliano si mostrava freddo e rispettoso, più Matilde lo cercava, lo circuiva. A poco a poco nacque in lui lo stesso sentimento ambizioso che all'inizio gli aveva fatto desiderare la conquista della signora de Rénal. Conquistare Matilde de La Mole, il partito più in vista dell'aristocrazia parigina, sarebbe stato per lui un trionfo senza pari. Matilde intanto, sebbene per soddisfare il suo orgoglio cercasse di conquistare Giuliano, faceva di tutto per lottare contro l'amore che il giovane le ispirava. Un amore che a lei stessa appariva impossibile per la enorme differenza di condizione sociale che la separava dal giovane segretario di suo padre. La signorina de La Mole era consapevole dell'importanza del suo casato, ma il suo sentimento si rivelò più forte di qualsiasi ragionamento, di qualsiasi orgoglio di casta: la giovane donna volle avere Giuliano a ogni costo.
Da principio questo amore appagò soltanto l'ambizione di Giuliano. Matilde, fieramente colpita nel suo orgoglio dall'aria di trionfo ostentata dal giovane, non era felice. Ma entrambi erano giovanissimi e appassionati e ben presto l'amore ebbe il sopravvento sui loro malintesi e il loro orgoglio. Da quel momento Matilde non si curò di nascondere il suo affetto per Giuliano. Confessò al padre di essere innamorata del suo segretario e di essere decisa a sposarlo.
Al marchese de La Mole non restò che acconsentire al matrimonio; ma si riservò di chiedere ai de Rénal informazioni sul conto del giovane.
Madame de Rénal si era da due anni rifugiata nelle pratiche devote, cercando scampo ai rimorsi. Consultò il suo confessore, che vedeva quasi ogni giorno; le fu ingiunto di scrivere al marchese de La Mole tutta la verità sui suoi rapporti con Giuliano Sorel. Dopo aver ricevuto quella lettera, il marchese dichiarò a Matilde che mai egli avrebbe acconsentito ad avere per genero quel piccolo arrivista senza scrupoli.
Da quel momento Giuliano concepì un odio furibondo e folle contro madame de Rénal. Non perché la sua lettera al marchese gli aveva impedito di sposare Matilde, ma perché con quel gesto madame de Rénal aveva distrutto l'immagine di sublime generosità e dedizione che egli si era fatta di lei. Era questo che Giuliano non le poteva perdonare. Spinto dalla sua follia, abbandonò precipitosamente Parigi, corse a Verrières, cercò la signora de Rénal: la trovò in chiesa, che stava pregando. Al momento dell’elevazione, mentre la donna era più assorta nella preghiera, Giuliano tirò su di lei due colpi di pistola. La signora de Rénal non morì, ma Giuliano Sorel, accusato di omicidio premeditato, venne condannato alla ghigliottina.
Matilde, che attendeva un bimbo da Giuliano, fece l'impossibile per salvare l'uomo che amava; ma i suoi tentativi non valsero a nulla. Giuliano non desiderò di essere salvato e non fece niente per aiutarla. La vita non lo interessava più. Sopportò a mala pena le visite di Matilde e il suo pianto.
La signora de Rénal, disperata per avergli causato tanto male, andò a trovarlo in prigione; e Giuliano capì che non aveva amato che lei, la donna che aveva tentate di uccidere.
Solo tre giorni dopo l'esecuzione di Giuliano, la signora de Rénal lo seguiva nella tomba.

UNA PAGINA

“Un'ora dopo, mentre dormiva profondamente, lo svegliarono delle lacrime che cadevano sulla sua mano. - Ah, ecco di nuovo Matilde, - pensò ancora mezzo addormentato. - Viene, fedele al suo programma, per tentare di smuovermi dalla mia risoluzione coi sentimenti teneri. -
Seccato dalla prospettiva di questa nuova scena di genere patetico, restò a occhi chiusi. Gli tornarono in mente i versi di Belfagor che fugge la moglie.
Sentì un sospiro diverso da quello che s'aspettava; aprì gli occhi: era la signora de Rénal. - Ah, ti rivedo prima di morire! non è un'allucinazione? - gridò, gettandosi ai suoi piedi. - Scusate, signora, non sono che un assassino ai vostri occhi - aggiunse subito, tornando in sé.
- Signore... vengo a scongiurarvi di ricorrere, so che non volete farlo…
I singhiozzi la soffocavano; non poteva parlare.
- Degnatevi di perdonarmi. - Se vuoi che ti perdoni, - diss'ella alzandosi e gettandosi fra le sue braccia, - ricorri subito contro la sentenza di morte.
Giuliano la copriva di baci. - Verrai tutti i giorni durante questi due mesi?
- Tutti i giorni, te lo giuro, a meno che mio marito non me lo proibisca.
- Firmo subito! - esclamò Giuliano. - Come, mi perdoni! È proprio vero?
La stringeva fra le braccia; era fuori di sé. Ella si lasciò sfuggire un lamento.
- Non è niente, - disse, - m'hai fatto male.
- Alla spalla! - gridò Giuliano scoppiando in lacrime. Si scostò un poco, e copri la mano di lei di baci infocati. - Chi mai avrebbe potuto predirmi questo, l'ultima volta che ti vidi nella tua camera a Verrières!
- E chi mi avrebbe detto allora che avrei scritto quella lettera infame al signor de La Mole?
- Sappi che ti ho sempre amata, che non ho amato che te.
- È proprio vero? - esclamò la signora de Rénal, felice a sua volta.
Si appoggiò a Giuliano ch'era in ginocchio davanti a lei, e piansero a lungo in silenzio”.

COMMENTO ALLA PAGINA

Stendhal rifugge dall'artificio letterario, non ha alcuna preoccupazione di scegliere le parole, di “scrivere bene”. Scrive di getto, con l'impeto e l'immediatezza di chi ha scoperto una verità e non vuole lasciarsela sfuggire.
I suoi personaggi sono creature vive, si muovono liberamente, reagiscono in modo del tutto naturale, per questo li sentiamo vicinissimi a noi.
Nella pagina qui riportata le figure di Giuliano Sorel e della sinora de Rénal acquistano una vitalità straordinaria; ogni loro gesto, ogni parola incatena l'attenzione, provoca una emozione assai simile a quelle che destano i drammi della vita reale.
In questa romantica scena dell'incontro nella prigione non vi è alcuna esagerazione di sentimenti, né inutile eloquenza verbale. La vera ‘eloquenza’ della pagina deriva piuttosto dalla naturalezza con cui si configurano i sentimenti.
Il linguaggio di Stendhal è semplice, disadorno, sempre di una efficacia e di una penetrazione psicologica veramente straordinaria.

VALORE DELL'OPERA

Henry Beyle, più noto con lo pseudonimo di Stendhal, pubblicò “Il rosso e il nero” nel 1830, quando aveva quarantasette anni. Stendhal, nato a Grenoble nel 1783, appartiene alla generazione successiva a quella che ha compiuto la Rivoluzione Francese, e cioè ad una generazione che ha accettato la dittatura napoleonica prima e la Restaurazione poi, e che, pur di difendere il potere conquistato, scende a qualsiasi compromesso e diventa apertamente reazionaria.
Dinanzi alla completa involuzione della sua classe, Stendhal si isola dalla vita pubblica e si crea una vita tutta individuale. Ma questo suo isolamento non gli impedisce di osservare e di mettere a nudo nei suoi romanzi la triste realtà a lui contemporanea. Si può dire anzi che tutti i suoi lavori narrativi, oltre alle pagine autobiografiche, sono una critica feroce della civiltà borghese, francese e italiana (Stendhal fu per molto tempo in Italia). Anche “Il rosso e il nero”, il suo romanzo più celebre, è uno specchio lucidissimo dell’immortalità di quelle classi (sarà bene tenere presente che il romanzo fu costruito sulla trama di un fatto realmente accaduto in Francia e culminato in un processo clamoroso.
Giuliano Sorel, il giovane protagonista del romanzo, è reso cinico dalla bassa e corrotta società della Restaurazione, malgrado la sua generosa natura, e a poco a poco discende anche egli fino all’ultimo gradino dell’ambizione. Ambizioso e convinto che solo con l’istruzione egli si potrà elevare dalla sua modesta condizione sociale, Sorel esordisce come precettore dei figli del signor Rénal, sindaco di Verrières, nella Franca Contea, e diventa l’amante della moglie di lui. Entra poi nel seminario di Besançon per diventare abate, e, per l’interessamento del direttore, viene assunto al servizio del marchese De la Môle, un’influente personalità politica di Parigi che lo nomina suo segretario. Ma la figlia di lui, Matilde, si innamora di Giuliano e dalla loro relazione nasce un figlio.
Dopo vari contrasti Matilde ottiene l’assenso del padre al matrimonio…, Giuliano viene nominato ufficiale e prende il titolo di signor de la Vernaye. Ma a questo punto, quando Sorel sta avviandosi, grazie al fortunato matrimonio, verso un brillante avvenire, interviene la signora di Rénal. Una sua lettera, scritta per ingiunzione di un confessore, denuncia l’antico amante ed interrompe irrimediabilmente la carriera del giovane.
Trovatosi in chiesa con la signora di Rénal, Giuliano Sorel tenterà di ucciderla, sarà imprigionato e morirà sulla ghigliottina. Ma prima di essere condannato, Giuliano rivolge al tribunale terribili parole contro la società del suo tempo, attraverso le quali Stendhal arriva ad accusare delle contraddizioni sociali, non la individuale cattiveria dell’individuo, ma l’insufficienza dell’intera classe dominante.
Tutto ciò spiega abbastanza bene perché Stendhal fu fortemente avversato in Italia dalle censure austriaca e vaticana.

“Il rosso e il nero”. Perché questo titolo? Il romanzo uscì in pieno Romanticismo: si amavano le tinte forti, si indulgeva al bizzarro, al misterioso. Senza dubbio il titolo rispondeva al gusto dell'epoca, ma ciò non basta a giustificarlo. Probabilmente, in quei due colori Stendhal ha visto il simbolo dei contrasti ideali e politici nella Francia del suo tempo. Da una parte gli uomini nuovi: cuori appassionati, che sognavano imprese generose e un mondo migliore; dall'altra, una società tenacemente attaccata al passato, gelosa dei privilegi di casta. Fra quelle due opposte tendenze, visse e soffrì Stendhal: nella sua opera possiamo cogliere il senso dell'impossibilità di pace, l'ansia di vivere che lo tormentarono. Riconosciamo Stendhal in tutti i suoi personaggi: egli parla di loro come se parlasse di sé; i suoi romanzi diventano il diario della sua vita.
In Giuliano Sorel, nella signora de Rénal, in Matilde de La Mole, c'è l'uomo Stendhal, col suo cuore appassionato, con la sua convinzione che tutto è vanità, fuorché l'amore.
I protagonisti de “Il rosso e il nero” sono creature ardenti, anime in continua tensione, torturate da sentimenti contrastanti. Nella signora de Rénal lottano il senso del dovere e la passione; in Giuliano, la vanità e la generosità; in Matilde, l'orgoglio di casta e l'amore. La simpatia di Stendhal si volge più alla dolce e appassionata signora de Rénal che all'orgogliosa Matilde de La Mole. Sia per la signora de Rénal sia per madamigella de La Mole, Giuliano rappresenta la rivelazione dell'amore. Un amore tragico per entrambe. Ma, rispetto a Matilde, la figura della signora de Rénal mi appare assai più dolorosa; ella ha sacrificato a Giuliano tutto ciò che le premeva di più al mondo: la sua onestà di moglie, il suo esclusivo affetto per i figli. L'amore di Giuliano però non le può dare felicità, perché ella si sente colpevole e il rimorso non le dà mai tregua; tanto che, alla fine, il suo cuore non reggerà a così terribili prove.
La personalità di Giuliano Sorel è originale e complessa, assolutamente fuor del comune. Egli è per natura generoso e fiero, dotato di una straordinaria forza di volontà; ma la sua ambizione è enorme: pur di arrivare, accetta i compromessi più penosi. Entra perfino in seminario, senza alcuna vocazione religiosa, pur di conquistare una posizione autorevole nella società. Alla fine, questo Giuliano che avevamo giudicato un freddo calcolatore, distrugge tutta la sua opera con un folle gesto di rivolta: spara alla signora de Rénal, perché è venuta meno a quell'immagine di dedizione amorosa che egli conserva di lei. L'opera di Stendhal fu poco apprezzata dai contemporanei, sconcertati dalla novità di quel suo stile secco, quasi disadorno, di una grande chiarezza e semplicità. Tuttavia, quarant'anni dopo la morte dello scrittore, l'entusiasmo per la sua opera diventò quasi fanatico: si pubblicò tutto ciò che egli aveva scritto, si frugò dappertutto, alla ricerca di lettere, appunti, diari.

CONSIDERAZIONI FINALI

Dopo aver tratteggiato la corruzione e l’ipocrisia della società in cui si muove il romanzo, cerco di indicare in poche parole il perché la lettura di questo libro è importante….
Tutto ciò viene mostrato al lettore attraverso gli occhi e le riflessioni del protagonista, del quale Stendhal sa rendere il carattere magistrale… Guidato dall’ambizione, Giuliano che pure aveva una forza di volontà non comune, intelligenza, cuore, coraggio, e malgrado tutto anche onestà di sentimenti, doti più che sufficienti per affermarsi, giustamente, nella vita, se non volle rimanere un legnaiolo come i suoi, dovette mettersi una maschera d’ipocrisia e scegliere una missione che non sentiva ed in cui non credeva, farsi prete, soltanto perché era l’unica attraverso la quale si poteva vivere bene e fare una carriera, dimostrando delle qualità. E quando, alla fine, dopo varie peripezie, viene condannato a morte egli si rammarica, non per la condanna che trova più che giusta, dato l’atto da lui commesso (tentato omicidio), ma perché essa gli viene inflitta non per il male fatto, ma per aver tentato ed essere riuscito,egli poveraccio qualsiasi, ad innalzarsi fino e più in alto dei suoi giudici, soltanto con i suoi meriti.
Con queste parole ho cercato di esporre chiaramente qual è il vero significato del romanzo…, una feroce critica della società borghese ormai in piena decadenza.
Ancor oggi Il rosso e il nero è uno dei libri più letti e commentati.


ALTRE OPERE DI STENDHAL

ARMANCE (1827) - È il romanzo dei problemi sentimentali e sessuali, trattati con delicata sensibilità e finezza.

LA BADESSA DI CASTRO…, I CENCI…, VANINA VANINI (1829-1839) - Sono tra i migliori racconti di Stendhal; lo scrittore ne ricavò la trama dalle vecchie cronache del Cinquecento e del Seicento che amava leggere durante il suo soggiorno in Italia.

VITA DI HENRY BRULARD (1835-1838) - È un'opera decisamente autobiografica, in cui l'autore compie un esame
obiettivo della propria vita e del proprio carattere. E’ un vero peccato che la narrazione si interrompa all’anno 1800, quando Stendhal va a raggiungere in Italia le armate di Napoleone.

LA CERTOSA DI PARMA (1839) - Ambientata in Italia, è un'opera complessa e affascinante, ricca di acute osservazioni politiche e psicologiche. Ammirevoli la spontaneità e la freschezza dello stile.

LUCIEN LEUWEN - Questo romanzo, rimasto incompiuto, fu pubblicato postumo. Interessante la figura dei generoso e cavalleresco protagonista.



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