lunedì 29 giugno 2009

* SIMON VOUET - Pittore francese del Seicento

SULLA RELIGIONE (On religion) - Vladimir Lenin


I pochi scritti in cui Lenin si è occupato espressamente del problema religioso sono stati raccolti e pubblicati ripetutamente, anche in traduzione italiana.
Una prima volta negli anni '30, a Bruxelles, a cura delle "Edizioni di Cultura Sociale", la casa editrice del centro estero del Partito comunista italiano; poi nel 1949, a Roma, dopo la liberazione, dalle "Edizioni Rinascita"; e poi nel 1957, sempre a Roma, presso gli "Editori Riuniti" (Lenin, "Sulla religione", Piccola Biblioteca Marxista). Queste tre edizioni hanno avuto nel complesso una diffusione notevole, che a buon diritto può essere detta "di massa" : e hanno contribuito in misura rilevante alla formazione, su questo delicato e scottante problema, dei quadri dirigenti del movimento operaio italiano, nell'arco decisivo dell'ultimo quarantennio.
Nella cassapanca che ho ereditato da una mia prozia, ho trovato questo piccolo volume in lingua inglese, da titolo... Religion.


Mi sarebbe in gran parte facile, ma superfluo, in questa occasione, descrivere scolasticamente, con copiose e facili citazioni, a tutte queste pubblicazioni, che sono state ampiamente sfruttate anche da alcuni dei meno sprovveduti teorizzatori di parte confessionale, più portati al ricorso alle fonti dirette, nei limiti tuttavia di una meccanica semplificazione della questione, ad uso dei comitati civici e delle facoltà di scienze politiche e filosofiche: alludo in particolare, in Italia, a Cornelio Fabro (Introduzione all'ateismo moderno, Editrice Studium, Roma, 1964) e al volumetto di Henri Arvon (L'Atheisme, Presses Universitaires de France, Paris, 1967).

Mi sembra invece più utile, lasciando da parte ogni polemica sul cosidetto "ateismo"..., che per me è un argomento consunto e privo di senso, tale da sviare soltanto l'attenzione dal centro del problema, che è quello dell'uomo e non di una supposta entità extramondana, richiamare a grandi tratti l'essenza del pensiero di Lenin sulla religione, che non è mai disgiunto in lui, e tale dovrebbe restare per coloro che si attengono ai fatti concreti e non alle astrazioni, da una giusta interpretazione della dialettica marxista e dalla prassi della lotta di classe del proletariato. La sopravvivenza di miti e concetti che consolidano, sul terreno della religiosità, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, è legata infatti all'esistenza di tutta una società che la classe operaia è chiamata a distruggere.

Il punto di partenza, naturalmente, è quello della concezione generale della natura e della storia, che Lenin ha tratto e sviluppato dal pensiero di Marx e di Engels. Non si tratta davvero, checché ne abbia discorso Charles Wackenstein, uno dei più noti postillatori antimarxisti che si sia misurato con l'argomento (La faillite da la religion d'aprés Karl Marx, Presses Universitaires de France, Paris, 1963), di far risaltare dalle posizioni filosofiche dei fondatori del socialismo scientifico il "fallimento" della religione: questa stessa impostazione è abbastanza strana, perché dagli scritti di Marx e di Engels, e poi da tutta la pubblicistica di Lenin in materia, risulta piuttosto che la religione, sino ad oggi, ha tutt'altro che "fallito" al suo scopo, essendo riuscita a imprigionare nella passività e nella rassegnazione, al di là talvolta delle stesse intenzioni dei suoi promotori, le masse decisive della società umana, dai riti totemistici e animistici del clan originario alle sottili evasioni delle dottrine dell'irrazionale e della filosofia esistenziale, che non sono mai uscite dal cerchio storicamente ristretto delle esperienze magiche dei primitivi.

Karl Marx
"Il fondamento della critica irreligiosa è... "l'uomo fà là religione", e non la religione l'uomo.
Infatti, la religione è la coscienza di sé e il sentimento di sé dell'uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma "l'uomo" non è un essere astratto, posto fuori dei mondo. L'uomo è "il mondo dell'uomo", Stato, società. Questo Stato, questa società producono la religione, una "coscienza capovolta del mondo", poiché essi sono un "mondo capovolto". La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo "point d'honneur" spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne compimento, il suo universale fondamento di consolazione e di giustificazione. Essa è la "realizzazione fantastica" dell'essenza umana, poiché "l'essenza umana" non possiede una realtà vera.
La lotta contro la religione è dunque mediatamente la lotta contro "quel mondo", del quale la religione è "l'aroma" spirituale. La miseria a religiosa » è insieme "l'espressione" della miseria reale e la "protesta" contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è io spirito di una condizione senza spirito. Essa è "l'oppio dei popolo". (KARL MARX)

Se mai, di "fallimento" della religione si potrebbe parlare, in chiave marxista, nella misura in cui la intera struttura economica, politica e culturale della società capitalistica è destinata a cedere il posto a una riorganizzazione razionale di tutta la vita degli uomini, essendosi essa rivelata del tutto incapace di risolvere i problemi dell'esistenza associata, che sono spirituali non meno che materiali: la libertà dall'oppressione e dal bisogno, la necessità di una reale eguaglianza di fronte al crescente sviluppo delle risorse dell'uomo e dell'illimitata espansione delle sue facoltà creative.

In una visione coerentemente scientifica della natura e della storia, non c'è posto per la religione come fattore esterno all'uomo. E' l'uomo stesso che ha proiettato nel cielo della irrealtà le proprie esperienze e le proprie esigenze; è dalla mente ancora offuscata dell'uomo che è nato il concetto di trascendente e di ultraterreno; è l'uomo che ha creato tutte le divinità a propria immagine e somiglianza, dai primi feticci al Dio della Bibbia. Su questo punto il pensiero di Lenin è lucido e preciso: e la sua polemica contro tutti coloro che, in un modo o nell'altro, anche all'interno del movimento operaio, hanno cercato di far rivivere delle interpretazioni "spiritualistiche" o si sono proposti di affinare la fede grossolana delle masse per utilizzarla in senso misticizzante sul terreno sociale, quasi si trattasse di un surrogato del divino, è stata sempre aspra e senza ipocrisie. Non c'è spazio, nella visione di Lenin, per una qualsiasi valutazione positiva del sentimento religioso, se non esclusivamente nei ristretti limiti in cui tale stato d'animo, ben individuabile nella storia delle masse umane e legato pur sempre all'insopprimibile aspirazione a una radicale trasformazione della società, tende a staccarsi dalle nebbie dell'aldilà e diventa strumento e impulso per una lotta reale, che alla religione può anche richiamarsi, ma sul terreno della religione e dell'organizzazione di classe conduce le proprie battaglie e definisce le proprie rivendicazioni.

Il fatto che in determinate epoche storiche, come ricorda Lenin, "la lotta della democrazia e del proletariato si sia svolta nella forma di una lotta tra un'idea religiosa e una altra" non toglie nulla al carattere sostanzialmente retrivo e reazionario dell'ideologia religiosa.

Ma proprio da questa valutazione obiettiva del fatto religioso, delle sue origini e del suo sviluppo nella storia, scaturiscono alcune conseguenze di grande importanza teorica e pratica.

La prima, che costituisce un elemento assolutamente nuovo nei confronti di tutta la precedente polemica antireligiosa di tipo illuministico e banalmente positivistico, è quella della impossibilità - non inutilità, si badi bene - di combattere i vecchi pregiudizi religiosi delle masse facendo ricorso a una predicazione basata sui diritti della ragione o attraverso la semplice divulgazione della cultura e della scienza. Le radici della fede non sono mai di tipo intellettivo, ma di carattere essenzialmente sociale. Le credenze religiose, in ogni società basata sulla divisione tra classi contrastanti, rinascono ogni volta in virtù della "miseria reale" dell'uomo e non della sua "miseria concettuale"..., la stessa alienazione dell'uomo moderno non trae origine da presupposti ideologici, anche se sul terreno dell'ideologia trova poi il suo campo fertile di' sviluppo. Essa è la traduzione fantastica dello stato reale di soggezione dell'uomo, in quanto dominato dalle "forze cieche" che lo circondano e che hanno assunto, sin dai tempi antichissimi, connotati essenzialmente sociali e aspetti certi di sfruttamento e di dominio da parte dei ceti privilegiati.

Nessuna opera di divulgazione o di propaganda, per intelligente ed abile che sia, è di per sé in grado di liberare lo spirito dell'uomo, alienato, dal rivestimento religioso del suo stato di subordinazione e di servitù. Impossibilità, dunque, ma non inutilità: che anzi Lenin ha sempre vigorosamente consigliato lo studio e la diffusione dei grandi maestri dell'età dei lumi, che hanno esaltato il valore della ragione umana e hanno cercato di dimostrare, con argomenti seri ed inoppugnabili, la nessuna consistenza dei miti religiosi, ai quali le masse subalterne hanno di volta in volta affidato la loro disperazione e i gruppi al potere la loro volontà di dominio.

"Sia per la nostra concezione del mondo, scientifica, materialistica, estranea ad ogni pregiudizio, sia per i nostri compiti generali di lotta per la libertà e la felicità di tutti lavoratori, noi socialdemocratici abbiamo un atteggiamento negativo verso la dottrina cristiana. Ma, dichiarandolo, ritengo mio dovere dire subito, esplicitamente apertamente, che la socialdemocrazia lotta per la completa libertà di coscienza e ha un atteggiamento di pieno rispetto verso qualsiasi sincera fede religiosa, se questa fede e le sue pratiche non vengono imposte con la violenza o l'inganno. (LENIN)

La seconda conseguenza che si può trarre dalle premesse ideali del pensiero di Lenin sulla religione è quella del rispetto assoluto della libertà di coscienza dei lavoratori, quale elementare forma di distacco delle masse dai propalatori ufficiali dell'oppio religioso, addormentatore di ogni spirito di indignazione e di rivolta, e della tolleranza assoluta da parte dello Stato democratico, e molto più dello Stato socialista, nei confronti di tutti i credenti. Se gruppi di lavoratori, tuttora soggetti alla plurimillenaria pressione dell'indottrinamento religioso, avvertono l'esigenza di una lotta in comune per la costruzione non più utopistica di un "paradiso in terra", ogni richiamo dogmatico alla preliminare rinuncia alla fede in un "paradiso in cielo" va condannato e respinto, come un aiuto obiettivo recato alla propaganda delle chiese e dei teorizzatori del sentimento religioso.

Sin dal dicembre 1905, sull'onda delle prime manifestazioni di massa degli operai e dei contadini russi contro l'oppressione zarista, Lenin ammoniva, nel suo magistrale articolo su "Socialismo e religione" (riprodotto nel già citato volumetto edito in inglese), che la schiavitù economica essendo la vera causa dell'asservimento religioso dell'umanità, non si doveva, esitare ad aprire le porte del partito della classe operaia ai lavoratori tuttora credenti e agli stessi ministri del culto, se dedicati alla lotta anticapitalistica e non alla diffusione della fede religiosa in seno al movimento politico di classe. E nel maggio 1909, dopo aver aspramente polemizzato con i fautori di un cosidetto "socialismo edificatore di Dio", e tra essi contro Maksim Gor'kij Lenin avvertiva tuttavia che una "guerra di religione", anziché chiarire la situazione, "sarebbe stata soltanto di aiuto ai preti e alla borghesia" ("Sull'atteggiamento del partito operaio verso la religione", nello stesso libretto).

Questi due principi basilari del pensiero di Lenin in materia di religione restano più che mai validi ai nostri giorni e devono ispirare la politica del movimento operaio internazionale nei confronti delle masse dei fedeli. [Lenin aveva fondato le sue esperienze concrete dentro ai confini della vecchia Russia, ma l'esperienza andrebbe diretta anche negli Stati capitalistici e nelle nazioni che hanno conquistato la loro indipendenza dal colonialismo, senza poter tuttavia districare la loro battaglia per l'emancipazione dall'imperialismo dalla tenace sopravvivenza di riti e costumi religiosi (per esempio, i paesi del mondo musulmano)].

"Diffondere la concezione scientifica del mondo è cosa che faremo sempre, combattere l'incoerenza di certi "cristiani" è per noi necessario..., ma ciò non significa affatto che bisogna portare la questione religiosa in primo piano, in un posto che non le compete, né che bisogna ammettere una divisione delle forze economiche e politiche effettivamente rivoluzionarie per opinioni e fantasticherie di terzo ordine, che perdono rapidamente ogni importanza politica e sono ben presto gettate fra le anticaglie dal corso stesso dello sviluppo economico. (LENIN)

Coerente con questa sua impostazione, subito dopo la vittoriosa rivoluzione dell'ottobre 1917, Lenin fu il principale ispiratore del primo provvedimento legislativo che il partito bolscevico si trovò a dover promulgare, in materia di rapporti con le chiese e con i credenti. Si tratta del decreto del 28 gennaio 1918, che proclamava in primo luogo la separazione della Chiesa dallo Stato e confermava la libertà per ogni cittadino di professare un culto di propria scelta o di non professarne alcuno, garantendo il libero esercizio delle cerimonie religiose che non comportassero attentato di sorta alla nuova realtà socialista. La scuola veniva essa pure separata dalla Chiesa e l'insegnamento religioso proibito in tutte le istituzioni scolastiche, lasciando naturalmente liberi i cittadini di istruirsi religiosamente a titolo privato (uno Stato che tolleri nelle proprie scuole ufficiali l'insegnamento di una qualsiasi dottrina religiosa può solo con grande approssimazione essere definito democratico). Allo stesso tempo, Lenin invitata i giovani a non dimenticare che la morale della nuova società..., l'etica comunista..., deve sempre dipendere "in tutto e per tutto, dagli interessi della lotta di classe del proletariato" ("Morale religiosa e morale comunista", discorso del 2 ottobre 1920 al III Congresso della Gioventù Comunista Russa).

Era questo il coronamento di lunghi anni di ricerche e di riflessione da parte di Lenin: e a questo modello si è sostanzialmente ispirato il nuovo Stato sovietico, dagli anni burrascosi della guerra civile alla drammatica costruzione del socialismo in un solo paese, dalla resistenza all'aggressione nazifascista all'ampio sviluppo di tutte le forze produttive e culturali, dopo la fine della seconda guerra mondiale e nel periodo della non facile politica della "coesistenza pacifica", che non è abbandono o rinuncia dei principi fondamentali del leninismo, ma sua tenace anche se contrastata applicazione, in un mondo che cambia e che suscita sempre nuovi problemi e richiede nuove soluzioni. (Poi Stalin ha distrutto un sogno...).

Problemi nuovi e soluzioni nuove - ma nello spirito della impostazione teorica e pratica data da Lenin al problema della religione. Questa impostazione, che affonda le sue radici nella metodologia marxista, non può essere sottoposta a revisioni senza intaccarne la validità storica e scientifica. Chi parla oggi dell'opportunità di un suo "aggiornamento ideologico" tende in realtà a sostituire al leninismo, che è una metodologia, e non una delle tante teorie filosofiche legate alla struttura delle diverse società che si sono succedute sino ad oggi, un altro metro di orientamento e di azione.
L'applicazione di questa visione globale della natura e della storia in epoche e paesi diversi, è una cosa; ma ciò non significa riportarsi indietro, al periodo delle incertezze premarxiste o del dogmatismo idealisteggiante, facendo ricadere nella subordinazione ideale e nell'azione subalterna la parte più avanzata della classe operaia, che è la forza motrice di ogni progresso umano.


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domenica 28 giugno 2009

MEMORIALISTI DELL'800

L'Ottocento patriottico e romantico nelle memorie dei suoi artefici

Non c'è, tra tutti i secoli della nostra letteratura, secolo più ricco di memorie, di autobiografie, di diari, dell'Ottocento. E la cosa ha una sua precisa ragione: la vita di molti intellettuali che, vissuti un secolo prima, sarebbero stati più o meno buoni autori di poesie pastorali, semmai impegnati in qualche incruenta polemica su accademiche questioni di lingua o - nella migliore e più probabile ipotesi - si sarebbero occupati nei loro studi, di riforme da suggerire al principi, si trovò coinvolta in grandi avvenimenti politici: gettata nel mezzo di quel vasto e multiforme movimento che ebbe nome Risorgimento.
A seconda della loro posizione di classe, della loro formazione cu1turale, questi intellettuali parteciparono di persona agli avvenimenti, e ne furono cioè, non solo, spesso, gli ispiratori, influenzandoli con le loro opere, non solo ne furono gli interpreti con la loro arte, ma assolsero anche al compito - letterario e politico - di ricordarli.

Silvio Pellico

Qual'è l'ultima eco personale, l'ultima testimonianza di una vicenda privata, che ci lasci il Settecento? E' la "Vita" di un conte che ripudia la sua famiglia, e fa parte a sè solo, ponendosi come eroe di una solitaria ribellione: il suo mondo sarà quello che egli stesso avrà costruito con le sue tragedie a unico personaggio, il personaggio della Libertà. VITTORIO ALFIERI resterà sì a modello per molti degli scrittori, degli uomini di cultura, degli intellettuali dell'Ottocento: ma si prenda la prima opera autobiografica del nuovo secolo, la prima opera significativa e importante, s'intende, e si vedrà l'enorme differenza che la separa dal racconto alfieriano. Ventinove anni appena passano dalla "Vita" dell'astigiano, tutta eroici ed astratti furori, ed ecco una patetica, serena, dignitosa memoria di carcere, di sofferenze, di umiliazioni, cristianamente sopportate con fermezza, e superate senza cedimenti nelle proprie convinzioni politiche - anche se la fede religiosa smorza un po' l'avversione al tiranno e dà ai patimenti uno sfogo nella rassegnazione virile -: ecco "Le mie prigioni" di SILVIO PELLICO (1789-1854): una esperienza umana completamente nuova per l'intellettuale italiano, il trascinarsi con ferri al piede nelle segrete delle carceri, il resistere, mantenendo la propria dignità d'uomo, di scrittore, alle angherie scientemente intese a fiaccare la volontà di lotta e la coscienza dei propri diritti, in tutti coloro che osavano porsi contro l'Imperial Regio governo austriaco, pilastro della Santa Alleanza, e tutore dell'ordine costituito.

Il Pellico, quando fu arrestato, era già uno scrittore assai noto: autore di tragedie e poesie che piacevano molto allora, alla moda romantica, ma non è per esse che egli è entrato nella storia della nostra letteratura. Sono queste pagine accorate di un calvario, che allora toccava a molti altri patrioti italiani, che lo pongono tra i maggiori scrittori dell'Ottocento.
Ciò che commuove, in esse, sono sì le descrizioni di sofferenze e di dolori indicibili, l'evocazione tipicamente romantica di ambienti carcerari (stupenda la scena dell'arrivo allo Spielberg, l'orrida fortezza che nel secolo scorso ebbe altrettanta triste fama che in questo Auschwitz o Dachau), il ricordo di figure e tipi umani (carcerieri, compagni di prigionia, donne, bambini) ma è soprattutto l'assoluta mancanza di qualsiasi compiacimento nel riferire la propria sorte, quel non calcare la mano su episodi ad effetto. C'è sempre una sobrietà dignitosa, quasi un pudore nel far sapere agli altri ciò che era così profondamente personale: ma forse proprio per questo, "Le mie prigioni" divennero esemplari per tutti coloro in cui albergassero sentimenti di libertà e di amore di patria. Ciò che soprattutto era importante, era questo: che il libro mostrava a tutti, patrioti e tiranni, che "era possibile affrontare e sopportare quelle cose per il proprio ideale di libertà", che, insomma, si poteva e si doveva affrontare anche quel terribile rischio: la fibra italiana ne era, ora, capace.

Carlo Bini

Così, non il contenuto religioso, il messaggio di misericordia e di fratellanza che in esso indubbiamente c'è, ma il senso di una rivolta contro tanta ingiustizia che esso suscitava, fecero di questo libretto l'opera più popolare della prima metà del secolo.
E il suo successo fece passare quasi inosservato un altro libro di memorie di prigionia, che il suo autore scrisse un anno dopo "Le mie prigioni", ma che vide la luce dieci anni più tardi: il "Manoscritto di un prigioniero", del livornese CARLO BINI (1806-1842).
Quanto il Pellico era un liberale moderato, il Bini era un acceso liberale, amicissimo di Mazzini, seguace della "Giovine Italia". Breve fu la sua esperienza di galera: tre mesi, nel Forte della Stella a Portoferraio, insieme al Guerrazzi. (Il governo granducale di Toscana non era così feroce come quello d'Austria).

Si tratta di ricordi completamente diversi da quelli del Pellico. Il loro contenuto è vivacemente polemico: e, si badi, non già sul piano politico, ma su quello religioso e sociale. Il Bini si proclama ateo: nel carcere vede uno strumento di angheria per il povero, uno strumento di oppressione di classe. Ad un certo punto scrive persino...

"O poveri! Voi siete ricchi di pazienza, e Dio, se non sa darvi di meglio, vi mantenga perenne quel dono. Che se un giorno la perdeste, se rompeste le dighe che al presente vi contengono, qual sarebbe allora la faccia del mondo? La gerarchia sociale resisterebbe al fiotto dei vostri milioni? La piramide starebbe, quando si scommovesse la base? Cosa sarà la superficie di questo suolo, quando il vulcano l'avrà lambita colle sue mille lingue di fuoco?".

Giovanni Ruffini

Carlo Bini ebbe una vita breve... intensa: in lui romantica fu sempre l'azione, nella venerazione dei Mazzini. Piuttosto razionalistica, la riflessione: il Manoscritto di un prigioniero letterariamente pregevole per la vivezza polemica, resta quasi un fatto isolato, dissimile dagli altri ricordi del secolo. In esso si può dire forse che si apra una prospettiva diversa, da quella comune, liberale-moderata, cui rimasero fedeli altri scrittori e patrioti pur nell'entusiasmo della cospirazione. Come non leggere, per esempio, con molta simpatia, le pagine del romanzo autobiografico di GIOVANNI RUFFINI (1807-1881) "Lorenzo Benoni", in cui si narra dell'iniziazione alle società segrete di ragazzi appartenenti alla migliore gioventù genovese? Qui gioca in primo piano la fantasia romantica: ma la ricostruzione di quell'ambiente, di quel mondo, è estremamente interessante. Uno dei personaggi principali del romanzo è Fantasio, nome dietro il quale il Ruffini celò colui che gli fu maestro: Giuseppe Mazzini. Dopo il fallimento dell'attività mazziniana negli anni dal '30 al '40, dopo la morte del fratello Jacopo in carcere, Giovanni si andò staccando da Mazzini, sfiduciato e deluso. Ma il "Lorenzo Benoni", che fu scritto a Londra, in inglese, dà nel complesso un giudizio ancora positivo sul movimento mazziniano.

Massimo d'Azeglio

Giudizio ben diverso, quello che ci ha tramandatati nella vivezza dei ricordi di una personale partecipazione, il conte MASSIMO D'AZEGLIO (1798-1866). Particolarmente gustose nei "Miei ricordi" le pagine in cui il D'Azeglio narra del suo viaggio nell'Italia centrale, in missione politica: convincere i liberali a non esporsi in moti inconsulti, ma attendere l'iniziativa sabauda. Era un'azione fatta, si capisce, nell'interesse della monarchia piemontese, e delle classi agiate che l'appoggiavano: il D'Azeglio aborriva dall'iniziativa popolare, e la condannava...

"Venendo ai partiti che allora covavano tra noi, e usando i nomi ormai invalsi nell'uso, il paese, non tenendo conto di parecchie gradazioni di colori, era diviso tra liberali e sanfedisti, i liberali, sparpagliati, avvezzi all'ombra e al sotterfugio, non capitanati né da un uomo solo né da una sola opinione, troppo in apprensione del birro e del partito contrario... I sanfedisti erano più d'accordo che compatti. chiotti piuttosto che astuti... Gente più che altro di incoronati, di muffiti e di stizziti, di baciapile..."..

Giuseppe Giusti
...questa la situazione in Toscana, negli anni che precedettero i moti dei '48-'49. Ce la presenta così uno che, per la malferma salute, non partecipò ad essi direttamente, ma che fiancheggiò il moto liberale con il sarcasmo delle sue poesie.
GIUSEPPE GIUSTI (1809-1849).
La "Cronaca dei fatti di Toscana" - peraltro assai interessante per ciò che narra, per l'ambiente particolare che ricostruisce - ha un po' il tono di uno sfogo di uno che non sia mai contento di nulla, di uno che se la prende, con tutti. La "Cronaca dei fatti di Toscana" contiene delle nobili pagine, là specialmente dove si parla dell'indipendenza nazionale ("Per me, la gran cosa fu di cominciare a guardare in viso e di ridere in faccia ai nostri vecchi padroni e tutori, e rompere una volta quell'amaro prestigio che ci dava a credere di avere a mangiare l'Austria anche nel pane. Una volta veduto che l'Austria era l'Austria, e noi, noi, le cose nostre prendevano tosto una piega diversa. Che se un primo sforzo è dovuto andare fallito, il danno non è tutto da una parte e non siamo ancora morti").

Francesco Guerrazzi

Ma la visione politica è un po' meschina: ci si sentono i rancori personali, le antipatie, le avversioni. Primo accusato del Giusti, Francesco Domenico GUERRAZZI: che in un primo tempo egli appoggiò, per poi coprire di improperi, quando gli sembrò che egli volesse mandar tutto alla rovina, in Toscana. Per lui, mandar tutto alla rovina significava lasciar venire avanti la marea popolare, non essere moderato a sufficienza.

Alla "Cronaca dei fatti di Toscana risponde", in un certo senso, indirettamente, l'Apologia che il GUERRAZZI (1804-1873) scrisse, dopo la caduta del suo governo (nell'aprile del 1848) e dopo l'arresto e il processo che i reazionari tornati al potere con il granduca, e l'appoggio delle baionette austriache, gli intentarono. Questi due scritti, pur su un piano locale,sono interessanti perché danno un'idea precisa dei contrasti di classe che accompagnarono i moti dei '48. La paura del popolo, ecco ciò che paralizzava i moderati, cui le condizioni storiche assegnavano il compito di dirigere la lotta per l'indipendenza nazionale.

Luigi Carlo Farini

Di tali contrasti è significativo esempio anche il libro di LUIGI CARLO FARINI (1812-1866): "Lo Stato Romano". In esso c'è una severa condanna per il "mal governo" del papa, e nella sua prosa vibra lo sdegno contro il sanfedismo. E c'è anche un ardente spirito repubblicano, alla Mazzini. Ma il Farini non comprese mai, e anzi, biasimò, l'azione popolare per la Repubblica romana. Il bello è che - come avviene di solito con questi liberali e moderati - dopo la caduta della Repubblica romana, il Farini volle tornare a Rema, credendo di non aver nulla da temere dal ripristino delle vecchie autorità. Fu invece perseguitato e destituito dai sanfedisti, che avevano lui moderato altrettanto nemico che i "filibustieri garibaldini".



Luigi Settembrini
Un altro triste ritorno è quello che ci narra LUIGI SETTEMBRINI (1813-1879) nelle "Ricordanze della mia vita"..., il ritorno dei sanfedisti borbonici al potere nel Regno delle due Sicilie. Accusato come rivoluzionario, il Settembrini fu condannato a morte, ma, poi, commutata la pena, fu rinchiuso in una spaventosa galera, in cui visse per otto anni.


Vincenzo Padula
Contro carnefici ed oppressori di altro genere, si leva, ancora dal Mezzogiorno, la voce di VINCENZO PADULA (1819-1893). Sono questi coloro che mantengono nel loro stato di abbrutimento e di miseria le plebi contadine meridionali, sulle quali il Padula scrive delle memorie di estremo interesse sociale, letterario e persino etnografico-folkloristico. Lo stato delle persone in Calabria ci svela, insomma, quelle genti per le quali il Risorgimento non era stato fatto.


Altro popolo del Sud ci viene incontro dalle pagine di una serie di memorialisti, che narrarono nelle loro pagine la più eroica vicenda del moto nazionale, la più romantica, e insieme la più concreta, la più profondamente legata con le aspirazioni, i sentimenti, gli impulsi del popolo: la vicenda garibaldina.

Giuseppe Cesare Abba

Giuseppe Bandi
GIUSEPPE CESARE ABBA
(1838-1910: "Da Quarto al Volturno")...

GIUSEPPE BANDI
(1834-1894): "I Mille")...

...ci parlano della Sicilia: della liberazione del popolo dell'isola..., degli sbarchi, delle battaglie, delle marce, degli incontri con la gente sicula. Leggendo il loro racconto, si ha il senso dell'epopea. Come non ricordare la descrizione della desolazione della Sicilia che ci fa l'Abba? (per me è molto e vera quella considerazione che egli riporta... "Si direbbe che siamo venuti per aiutare i siciliani a liberare la loro terra dall'ozio"..., l'ozio dei feudi). E gli incontri coi frati, coi religiosi attirati anch'essi nelle file garibaldine dalla grandezza cristiana dell'impresa di liberare un popolo schiavo? E, soprattutto, la venerazione tutta umana e filiale per Garibaldi?


Qui, nell'entusiasmo che vibra in questi scritti, e poi in quelli che narreranno le altre vicende garibaldine (EUGENIO CHECCHI, sulla terza guerra d'indipendenza e la battaglia di Bezzecca..., A. G. BARILLI: la battaglia di Mentana..., G. GUERZONI) è dato di sentire ciò che avrebbe potuto essere il clima dell'Italia, unita e libera, se la tradizione del Risorgimento non fosse stata a poco a poco dimenticata e tradita dalla corrente moderata salita al potere, e da troppi di coloro che, militando prima tra i democratici, si lasciarono ad uno ad uno assorbire.


NB - Ho seguito, per questo excursus nella letteratura di memorie e ricordi, passo passo, il volume "I memorialisti dell'Ottocento" dell'editore Ricciardi, tomo I..., un'opera pregevolissima (curata da Gaetano Trombatore) che per la prima volta riunisce, valorizzandole, le principali opere di questo genere letterario.

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* DAVIDE CON LA TESTA DI GOLIA (David with the Head of Goliath) - Guido Reni

* GUIDO RENI - Pittore italiano

   



venerdì 26 giugno 2009

CENA IN CASA DI SIMONE (Dinner in house Simone) - Pierre Subleyras

CENA IN CASA DI SIMONE (1737)
Pierre Subleyras (1699-1749)
Pittore francese
Museo del Louvre a Parigi
Olio su tela cm. 215 x 679



“La Maddalena ai piedi di Cristo in casa di Simone il Fariseo”, comunemente detta “Cena in casa di Simone”, è un'opera di grandi dimensioni caratterizzata da un composto e sobrio classicismo, che fonde insieme aspetti dell'arte francese con l'arte italiana.

La scena, affollata da numerosi personaggi, si snoda intorno al tavolo con un andamento orizzontale, dettato anche dalle dimensioni della tela.

Pierre Subleyras riesce a guidare, con estrema maestria, l'occhio dello spettatore, attraverso i vari commensali, fino all'episodio centrale della rappresentazione, che è spostato sulla sinistra.

La figura allungata di Cristo recupera il modello già sfruttato dall'artista in Penitenza.

I molti particolari realistici, come il cane in primo piano che rosicchia l'osso, il paniere pieno di vasellame, la tavola riccamente apparecchiata e alcuni bellissimi brani di natura morta, a volte, sono stati considerati dalla critica come aspetti che hanno conferito all'opera un carattere decorativo.

L'intento di Subleyras è, invece, quello di rinnovare la tradizione classica di Poussin.


L’OPERA

Pierre Subleyras dipinse questo quadro nel 1737 per il refettorio del convento di Santa Maria Nuova ad Asti.

L'opera rimase in questa sede fino al febbraio del 1798 quando fu trasferita nella basilica di Superga, presso Torino, al fine di evitarne la vendita, autorizzata da Pio VI insieme ad opere di altri conventi, per coprire le spese sostenute da Carlo Emanuele IV di Savoia nella guerra contro la Francia.

Nel 1799 fu portata in Francia, dove rimase nel Musée de l'École Française a Versailles fino al 1816.

In tale data fu spostata al Museo del Louvre, dove è oggi conservata…e da me ammirata.


VEDI ANCHE ...


Vita e opere di PIERRE SUBLEYRAS

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Pierre SUBLEYRAS

Pierre SUBLEYRAS (1699-1749)
Pittore francese





Pierre Subleyras nacque il 25 novembre 1699 a Saint-Gilles-du-Gard in Langue-doc.

Terzo figlio del pittore Mathieu Subleyras e di Laurette Dumont, apprese il mestiere proprio dal padre, che lavorava nella città di Uzès.

A partire dal 1714, Pierre iniziò il suo apprendistato a Tolosa presso Antoine Rivalz, uno degli artisti più conosciuti della Langue-doc.

Trasferitosi a Parigi per studiare all'Accademia Reale, nel 1726 partecipò al concorso indetto dal duca d'Antin con il dipinto "Le serpent d'airain".


Tale concorso gli dette la possibilità, alla fine dell'ottobre del 1728, di andare a studiare a Roma presso l'Accademia di Francia.

Terminati i suoi studi, l'artista decise di stabilirsi a Roma, dove venne ammesso all'Academia di San Luca.

II 23 marzo del 1739, nella Cappella della Madonna in Santa Maria in Via, si sposò con Maria Felice Tibaldi, celebre miniaturista, sorella della compagna del pittore Trémolière.

Grazie al successo ottenuto con la "Cena in casa di Simone", Pierre Subleyras entrò nel giro degli artisti prediletti dalla corte papale e dalla aristocrazia romana.

Il cardinale Valenti Gonzaga gli commissionò la "Messa di Basile", che dal gennaio del 1748 fu esposta per circa tre settimane nella chiesa di San Pietro.

Da tale dipinto fu tratto un mosaico per la chiesa di Chartreaux a Termini.

Per motivi di salute, Subleyras trascorse un periodo di circa sette mesi a Napoli, dove dipinse più che altro ritratti.

Al suo rientro a Roma, le sue condizioni fisiche peggiorarono e si spense il 28 maggio 1749.


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CENA IN CASA DI SIMONE - Pierre Subleyras
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LA MACCHINA DEL TEMPO (The Time Machine) - Herbert George Wells

Herbert George Wells (1866-1946) è considerato il fondatore della fantascienza. Di origini modeste, riuscì a conseguire la laurea in scienze, e mise a frutto le proprie conoscenze in questo settore quando poi scoprì la propria vocazione di scrittore. Ha lasciato un gran numero di novelle e romanzi; e nell'ultima parte della sua vita si dedicò soprattutto alla saggistica, in cui riversò il suo appassionato impegno per i problemi sociali del suo paese, l'Inghilterra.

Data la sua intensa produzione, non ci si può certo aspettare che i suoi scritti siano perfettamente curati dal punto di vista stilistico. Ma questa non è certo la preoccupazione principale del lettore di fantascienza, il quale si aspetta soprattutto delle inattese invenzioni: e in questo, Wells non fu davvero inferiore a nessuno. Ogni suo racconto si basa su di una fantasiosa trovata, attorno alla quale la narrazione si distende con ritmo apparentemente tranquillo, ma mai prevedibile nei suoi sviluppi. Naturalmente, le sue conoscenze scientifiche non erano certo paragonabili a quelle odierne, e questo fa sì che, a volte, certi dettagli delle sue trovate ci appaiano 'ingenui': ma la sostanza è sempre avvincente, e conserva a distanza di tempo tutto il suo fascino. (Nel romanzo ho letto dei particolari curiosi: per esempio, la macchina del tempo è azionata meccanicamente da certe levette, e per farsi luce occorrono fiammiferi e candele..., l'azione è dunque ambientata in un momento in cui, non diciamo l'elettronica, ma neppure l'elettricità era entrata nell'uso.)

La letteratura di fantascienza non si esprime solo nella forma del romanzo, ma si fonda anche sull'ideazione di un "mondo possibile" alternativo rispetto a quello che ci circonda, in cui, come nelle favole, accadono eventi assolutamente inconsueti; con la differenza, però, che l'inconsueto non è prodotto da magia, ma è affidato a fantastiche invenzioni 'scientifiche'. Si tratta insomma, come dice la parola, di un miscuglio di scienza e fantasia. Spesso gli eventi raccontati vengono proiettati in un futuro più o meno lontano, in cui l'umanità viene posta (a seconda dei casi) in pieno rigoglio o in penosa decadenza; e naturalmente il diverso atteggiamento dell'autore corrisponde ad una diversa valutazione circa gli effetti del progresso tecnologico, e circa la capacità dell'uomo di costruirsi un avvenire di benessere e libertà. Così, anche se la fantascienza sembra parlare di altri mondi, in realtà ci dice spesso delle cose dense di significato anche per il presente.

Questo è il caso di "La macchina del tempo" di Wells, pubblicato nel 1895, in cui l'autore immagina che il protagonista del racconto, citato col nome di Viaggiatore nel Tempo, sia riuscito a costruire una straordinaria apparecchiatura che consente di muoversi nel tempo, restando immobili nello spazio. Il pilota della macchina può così avanzare o arretrare liberamente nella dimensione temporale, osservando il mutare del paesaggio all'intorno, ed eventualmente scendendo ad esplorare il territorio.
Nel romanzo si immagina che il Viaggiatore nel Tempo (che racconta in prima persona le sue esperienze ad un gruppo di amici) abbia fatto il suo primo viaggio nel futuro, fermandosi nell'anno 802701.
La situazione che lo circonda è molto differente da quella attuale: la terra è abitata da due razze, entrambe discendenti dagli esseri umani di oggi, ma profondamente decadute.
La prima razza è quella degli Eloi: miti e gracili creature dal colorito roseo e dall'aspetto delicato, che vestono abiti leggiadri e passano il tempo a giocare e divertirsi. Sembrano esseri invidiabili, gli Eloi: ma a conoscerli meglio ci si accorge che la loro intelligenza è limitata, il loro linguaggio è in grado di esprimere soltanto emozioni elementari, e la loro capacità di provvedere a se stessi molto ristretta; essi si cibano esclusivamente di frutta, e abitano costruzioni evidentemente ereditate da una precedente civiltà più evoluta. Inoltre, appena scende la sera, gli Eloi hanno paura, perché dalle viscere della terra emergono i Morlocchi: esseri biancastri scimmieschi e mollicci, che trascorrono la vita affaccendati a produrre beni materiali nelle loro fabbriche sotterranee, uscendone soltanto per catturare gli Eloi, di cui si cibano. Questi ultimi sono dunque ridotti alla condizione di bestiame brado a disposizione dei ributtanti Morlocchi.

Come ci viene spiegato dall'autore medesimo, le due razze discendono rispettivamente dalla classe borghese e dalla classe proletaria: e se i secondi sono giunti ad un livello di totale abbrutimento, i primi non sono certo da meglio, nella loro semi-idiozia.
È chiaro che Wells, con questa trovata, ha voluto comunicarci dei messaggi che gli stavano a cuore, tra cui vanno indicati almeno i due seguenti. Innanzi tutto, un radicale pessimismo sul progresso dell'umanità, la cui stessa evoluzione biologica (si rammenti che il dibattito sulle teorie di Darwin era ancora assai vivo alla fine del secolo scorso) è messa in pericolo dalla mancanza di un adeguato atteggiamento culturale, che miri all'intelligenza delle classi sociali, anziché alla loro divisione.
In secondo luogo, Wells ci trasmette una sua risentita visione politica, attraverso la quale ci comunica che la contrapposizione delle classi sociali finirà per produrre danni generalizzati: nel senso che persino coloro che ora stanno meglio (i borghesi) agiscono in modo tale da accrescere i conflitti sociali, distruggendo il benessere dei propri discendenti. La prospettiva è ovviamente agghiacciante, così come letteralmente tale è la visione che l'autore propone verso la fine del romanzo: dove ci viene mostrata, in un futuro ancora più lontano, una terra ormai inerte e ricoperta di ghiacci, abitata da orrendi mostri, e senza traccia alcuna di umanità.
Al momento in cui si apre l'episodio, il Viaggiatore nel Tempo ha quasi concluso la sua esplorazione nell'anno 802701. Durante tale vicenda, egli ha simpatizzato con gli Eloi, se non altro perché essi sono i più deboli; un po' come noi proveremmo simpatia per un affettuoso e indifeso cagnolino.
Proprio per questo egli finisce per essere preso di mira dai Morlocchi, che catturano la macchina del tempo, chiudendola dentro una strana costruzione dalla forma di sfinge.
C'è anche una battaglia in corso dalla quale il protagonista fa strage di Morlocchi, difendendosi con una mazza di ferro.
Benché stanco e leggermente ferito, egli non ha tuttavia perso la speranza di ritornare.

Il Viaggiatore del Tempo conclude il proprio resoconto, lasciandomi perplesso. Il romanzo ha una coda imprevista: un amico del protagonista si reca a trovarlo per sapere come è andata a finire la storia, e non trova traccia né di lui né della macchina del tempo. Passano gli anni, ed il Viaggiatore non ritorna.
Che abbia deciso di restare in qualche istante del futuro o del passato?
Che gli sia successo qualche cosa?
Non lo sapremo mai....


giovedì 25 giugno 2009

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL (The Confessions of Felix Krull) Thomas Mann

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL Thomas Mann


Thomas Mann (1875-1955), premio Nobel per la letteratura nel 1929, é un esempio di romanziere che tenta ripetutamente, nella sua ampia produzione letteraria, la strada del grande affresco meditativo. I suoi romanzi sono, soprattutto, delle vaste riflessioni sulla condizione dell'uomo e sui conflitti che di continuo insorgono tra 1e opposte concezioni della vita e della società. Il mondo che egli descrive è tutto caratterizzato dalla grande crisi di valori che investe la cultura occidentale nel passaggio dall'Ottocento al Novecento, quando le trasformazioni sociali imposte dalla rivoluzione industriale sembrano mettere in dubbio la stessa sopravvivenza della piccola e privilegiata cerchia aristocraticoborghese, che continuava a consumare la propria esistenza entro un complicato e ritualizzato 'galateo'. L'eleganza innata, la cultura enciclopedica e raffinata, appaiono ormai destinate ad un numero di persone sempre più esiguo. L'ultimo erede di questo grande patrimonio di conoscenze e di 'stile' diviene, per Mann, l'artista..., ossia colui che di continuo sperimenta dolorosamente su di sé il proprio irrimediabile distacco dal mondo, dalla vita vera. Schiacciato dal peso della propria amara consapevolezza, l'artista non riesce mai a partecipare di quelle intense gioie che l'esistenza regala a chi sa abbandonarsi ad essa ingenuamente, senza rimpianti (ma anche senza il desiderio di capire, cioè di spiegare a se stesso il senso delle trasformazioni in atto).

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL è l'ultimo romanzo pubblicato in vita dall'autore, che era stato però incominciato fin dai primi anni del Novecento.
L'opera è rimasta incompiuta, in quanto la seconda parte non ha potuto vedere la luce, per la morte dell'autore. Il romanzo presenta tutti i tratti caratteristici della produzione matura di Mann, individuabili soprattutto nella fine ironia che pervade il discorso. La vicenda è imperniata sulle avventure di un geniale impostore, Felix Krull, di umili origini, che riesce ad inserirsi nel mondo della ricca borghesia, passando da un successo all'altro, e accumulando via via cospicue fortune. Il racconto inizia col viaggio che il protagonista compie da Parigi a Lisbona, dopo che egli si è accordato con un nobile signore suo coetaneo (il marchese de Venosta) per fargli un favore. La famiglia del marchese vorrebbe infatti che questi rinunciasse ad una sua relazione amorosa con una persona di basso rango: il compito di Felix sarà dunque quello di girare il mondo fingendosi il marchese, e scrivendo regolarmente ai parenti di lui, in modo da far loro credere che il vero Venosta si trovi lontano. Si tratta di una grande occasione per il nostro eroe, che potrà utilizzare a proprio vantaggio il nome del suo aristocratico amico, riuscendo così a farsi spalancare le porte dei circoli più esclusivi.
In una solitaria carrozza ristorante avviene l'incontro tra Felix ed il naturalista professor Kuckuck, uomo di grande curiosità intellettuale. Ne nasce un vivace colloquio, tutto intessuto di compiaciuti ammiccamenti alla propria condizione privilegiata, tra due persone che sanno di potersi comprendere perfettamente di primo acchito. Il dialogo è un espediente tecnico tipico dell'arte di Mann..., esso è in effetti lo strumento più consono alla sua indole argomentativa, che tende a dispiegare come su di un palcoscenico le emozioni e le passioni dei suoi personaggi, spesso caricando le situazioni di intensi significati allegorici. In questo romanzo l'anziano professore espone con condiscendente simpatia al suo giovane compagno di viaggio la propria concezione del mondo, godendo dell'evidente interesse suscitato dalle sue dotte affermazioni. Egli insiste soprattutto, e non è un caso, sulla provvisorietà della condizione dell'uomo, anzi, sulla provvisorietà di ogni forma di vita organica, da lui considerata come un breve episodio nella storia della materia. Questo non fa che accrescere quella sorta di complicità che si instaura fin dall'inizio fra i due: nelle parole del professore sembra quasi che la raffinata cultura elaborata dalla borghesia occidentale venga svalutata, e ridotta a poco più che animalesca vitalità ("Non c'è bisogno d'altro per essere un animale, e per essere uomo non occorre in fondo molto di più"). Ma con quanta aristocratica sprezzatura tutto ciò viene detto, quanti sottintesi vi si nascondono. Il marchese de Venosta (alias Felix Krull) se ne accorge immediatamente quando commenta... "Questo era uno scherzo caustico di Kuckuck"..., e del resto lo stesso professore non tarda a dichiarare esplicitamente la sua vera opinione, quando afferma che "sovente la raffinatezza si stanca di se stessa, si innamora della primitività e precipita ebbra nel passato selvaggi".
Sono parole penetranti, che potrebbero anche essere interpretate, da noi, in tutt'altro modo..., è come se il professor Kuckuck dicesse (ma senza darne l'impressione) che il mondo borghese da lui rappresentato, incapace com'è di adeguarsi ai mutamenti politico-culturali del nuovo secolo, preferisce contemplare passivamente il proprio progressivo annientamento, cullandosi nel pensiero della transitorietà di ogni umana esperienza.

Thomas Mann (1875-1955)
Ho accennato prima alla vena umoristica di Mann. La sua espressione migliore non va però cercata in certi giochetti di parole (per esempio il momento in cui il professore si presenta con quel suo stranissimo nome). L'umorismo si annida piuttosto nella sottile ironia che pervade tutte le scene descritte, dovuta al fatto che il presunto marchese de Venosta, ossia il privilegiato interlocutore di Kuckuck, è in realtà un individuo di umile nascita, che ha solo il merito di sapersi muovere abilmente nell'ambiente aristocratico, ma non senza qualche goffaggine. Certe sue battute un po' impacciate, rivelano lo sforzo di mantenere un alto decoro stilistico nel proprio discorso. L'ironia è dunque insita nel contrasto fra i due personaggi: l'uno, il professore, corredato di naturale eleganza e di cultura, l'altro, l'avventuriero, dotato piuttosto di una spiccata capacità di adattamento.
L'ironia è insita nella particolare angolatura secondo cui le varie scene vengono viste, cioè attraverso l'immaginaria autobiografia del protagonista, che talvolta racconta il dialogo in forma indiretta, talaltra lascia spazio alla citazione diretta. In tal modo, la posizione ideologica del professor Kuckuck viene filtrata, e per così dire sdoppiata, dalla duplicità di atteggiamento di questo avventuriero d'alta classe: che per metà gode della propria abilità di profanatore della esigente società altoborghese, e per l'altra metà si sente irresistibilmente attratto dal mondo che egli vorrebbe soppiantare. Lo stesso godimento che egli prova nel portare a termine le sue brillanti imposture si spiega meglio entro un compiaciuto progetto di esaltazione dell'intelligenza, piuttosto che entro un'intenzione autenticamente dissacratoria. Difatti, si direbbe che alcune delle sue vittime siano liete di farsi ingannare da lui: come la ricca madame Houpflé, che esorta Felix a derubarla dei gioielli in sua presenza. Duplicità di atteggiamento, ho è detto..., ma essa non è soltanto propria del personaggio Felix Krull..., essa è prima di tutto tipica dell'autore, sempre incerto tra il rimpianto per una grande tradizione culturale ormai considerata perduta, e l'affermazione di una nuova e prorompente vitalità. Le sue stesse scelte stilistiche, fatte di esatte misure, di classico equilibrio, di autocontrollo, ma percorse dal sorriso dell'ironia, ne sono la prova migliore.
La forma del romanzo é frequentemente spezzato da brevi proposizioni, ma è sempre scorrevole, sciolto, di facile lettura...piacevole.., e quindi....


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Vita e opere di THOMAS MANN - Un grande saggio e amico di tutta l'umanità

LA MONTAGNA INCANTATA (Der Zauberberg) - Thomas Mann

LA MORTE A VENEZIA (Der Tod in Venedig) - Thomas Mann

GIUSEPPE E I SUOI FRATELLI - Thomas Mann

DOKTOR FAUSTUS - Thomas Mann

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martedì 23 giugno 2009

* La teoria della relatività generale - Spazio, tempo e gravitazione (Space, time and gravitation - The theory of general relativity)


[Newton.jpg]







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* ARNOLFO DI CAMBIO - Scultore e architetto italiano (Italian sculptor and architect)








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FRA' GUGLIELMO DA PISA

Pulpito di Fra' Guglielmo da Pisa
San Giovanni - Pistoia


Fra' Guglielmo (nato nel 1240 circa e morto nel 1313 circa) é il più anziano tra i discepoli di Nicola Pisano, ma non si approfondisce nello studio dell'antico né partecipa dell'audacia di Giovanni Pisano.

Freddo, levigato ed uniforme appare nei già citati rilievi dell'arca marmorea di San Domenico, fra i quali la "Resurrezione di un giovinetto romano" pecca di unità, e la "Prova del fuoco" non espone chiaramente il contrasto drammatico delle persone e delle anime.

L'abile domenicano scolpisce nel 1270 il pulpito di San Giovanni fuoricivitas in Pistoia, nel quale ritorna la pianta rettangolare, di tipo romanico toscano, ed è evidente il tentativo di conciliare i ricordi del paganesimo con le idee cattoliche.

Attorno al trofeo dei simboli evangelici, sormontato dall'aquila che sostiene il leggío, sono distribuiti, in due ordini, i rilievi affini, in parte, a quelli del pulpito nel Battistero di Pisa, ma più deboli nella fattura e nell'aggiustatezza del comporre.

Quando l'artista muta gli episodi (Ascensione..., Pentecoste..., Transito della Vergine , ricorre sempre a reminescenze pisane, e compila con paziente oggettivismo.

Al soggiorno in Orvieto (1293) alcuni gli attribuiscono un'inespressiva e rotonda "Madonna" e la statua di "Nicola IV" (Museo dell'Opera di Santa Maria del Fiore), la quale richiama, nello squadro del capo, i rilievi bolognesi.


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NICOLA PISANO

ARNOLFO DI CAMBIO

GIOVANNI PISANO

ANDREA PISANO e le sculture del campanile di Giotto
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domenica 21 giugno 2009

IL CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR' (Slovo o Polku Igoreve) - A cura di Renato Poggioli


IL CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR'

ПЕСНЯ Игорь

(Slovo o Polku Igoreve)

Anonimo

Testo russo a fronte

Traduzione di Renato Poggioli

Editore - RIZZOLI

Anno pubblicazione - 1991

Pagine 192






Il più antico poema di Russia esalta le imprese del principe Igor'

La maggiore opera della letteratura russa antica, potrei dire il primo documento di essa, è IL CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR' (in russo: ПЕСНЯ Игорь...circa).
Si tratta di un grande poema epico, simile per molti aspetti ai poemi epici che fioriscono pressappoco nello stesso periodo nel resto d'Europa (per esempio: le Canzoni di gesta..., i Cicli cavallereschi, ecc. ecc.).
Esso vede ora la luce in lingua italiana, nella traduzione di Renato Poggioli, in una bella veste editoriale del gruppo Rizzoli.

Il mondo che rivive nel CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR' è quello della Russia feudale della fine del Dodicesimo secolo.
E' un periodo assai triste: i vari principi si combattono l'un l'altro, e l loro discordia dà modo alle varie tribù di nomadi e ai khan turchi, numerosi a sud e ad est della Russia, di fare continue scorrerie, di devastare le terre russe, di condurre prigionieri i guerrieri e i contadini russi.
L'autore anonimo del CANTO DELLA SCHIERA DI IGOR'
Lamenta questa situazione e ritiene che fu appunto la discordia dei principi una delle cause della sconfitta di Igor'...

"Allora, ai tempi di Olèg rampollo di Malagloria, di discordie si fece semina e crescita; la dovizia del nipote di Dazbòg andò in rovina; e nelle contese dei principi si accorciò la vita degli uomini.
Di rado si richiamavano per la terra russa i bifolchi, ma spesso i corvi gracchiavano spartendo fra loro i cadaveri, e le cornacchie ciarlavano nella loro favella: volevano volare al festino!
Così fu un quelle pugne e in quelle campagne, ma d'una pugna cotale non s'era mai udito: dall'alba del vespro, dal vespro all'aurora volano le saette di buona tempra, le sciabole rintronan sugli elmi, scrosciano le lance d'acciaio franco.
Nell'estrania pianura, nel cuore della contrada cumana, il terreno annerito sotto gli zoccoli fu seminato d'ossa e irrigato di sangue: e in malanno germogliarono su per la terra di Russia".

Lo spunto da cui parte il poeta è un piccolo episodio di guerra, avvenuto nell'anno 1185.
Igor è principe di Novgorod Seversk e decide di compiere una spedizione contro i Polòvzi (o Cumani), tribù turche che da secoli erano nemiche dei Russi.
Dopo un successo iniziale, la schiera di Igor' e degli altri capi russi che l'avevano accompagnato - il fratello di Igor', Svjatoslav - viene sconfitta dai Cumani e i quattro principi vengono tutti fatti prigionieri.
Igor' però riesce a fuggire, con l'aiuto di un cumano la cui madre era russa.
Del resto la stessa madre di Igor' era cumana.

Su questo episodio, l'anonimo poeta, poco dopo lo svolgersi del fatto, creò la sua opera, nella quale le diverse influenze letterarie e popolari che vi si avvertono non oscurano, anzi mettono in luce, l'autentica virtù dell'autore, che doveva essere forse un "voin", un guerriero, il membro di una "druzina" (cioè "compagnia militare del principe").

Dal punto di vista del racconto, i temi centrali dello SLOVO (questa parola vuol dire, ad un tempo: "parola"..., "detto"..., "cantare"..., "sermone"... e si incontra frequentemente nei testi russi antichi) sono nove: introduzione, raccolta dei guerrieri per la spedizione, le truppe di Igor' nella steppa cumana, la prima vittoria sui Cumani, la seconda battaglia con la sconfitta dei russi e la cattura di Igor', il sogno infausto e le rampogne di Svjatoslav - padre di Igor' con l'appello ai principi per la guerra contro i Cumani, il "pianto" di Jaroslàvna - la moglie di Igor', la fuga di Igor', il ritorno di Igor', e l'esaltazione dei principi russi da parte dell'autore del canto.

Lo SLOVO non finisce tragicamente, come la CANZONE DI ORLANDO; anzi, il protagonista riesce a fuggire, e la sua fuga viene considerata un successo.
Inoltre, dal punto di vista delle idee dell'autore dello SLOVO e del suo mondo , bisogna dire che non si sente quell'atmosfera di religiosità cristiana che si sente nella CANZONE DI ORLANDO.
Anche qui la lotta è fra Russi cristiani e Cumani pagani, ma, prima di tutto, i rapporti fra i due popoli non sono sempre di guerra (si sposano spesso tra di loro!) e anche il cristianesimo dei Russi, che pure è professato, rivela spesso sentimenti e ricordi pagani.
Dio interviene una sola volta nello SLOVO per indicare la via della salvezza a Igor, ma sono presenti anche gli dei pagani, in una curiosa e anche poetica mescolanza.
Così il fiume Donetz viene personificato e divinizzato, e l'autore lo elogia per aver portato in salvo il principe Igor'.
In questo carattere sta anche l'originalità del poema, che è, in sostanza, un fatto unico nella storia delle epopee cristiane.

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IL MITO DELLA GRANDE GUERRA - Mario Isnenghi



IL MITO DELLA GRANDE GUERRA

Mario Isnenghi

*2002 - Editore Il Mulino

Collana - Biblioteca Storica

Pag. 467









"Le riviste degli anni di guerra e d'anteguerra, i fogli interventisti, i diari di trincea e la letteratura sulla guerra: rileggendo questa sterminata produzione Isnenghi ha ricostruito in questo studio l'atteggiamento nei confronti dell'intervento e poi dell'esperienza bellica di una intera generazione di intellettuali italiani: da Marinetti a Papini, da Prezzolini a Gadda, da Soffici a Jahier, Serra, Malaparte, Borgese, d'Annunzio. Dalla guerra come occasione rigeneratrice per l'individuo e la società alla guerra come veicolo di protesta o, al contrario, antidoto alla lotta di classe".


UNA VOCE D'OLTRETOMBA

Una pubblicazione del saggio di Mario Isnenghi su "Il mito della grande guerra: da Marinetti a Malatesta", ha fornito l'occasione a Giuseppe Prezzolini per una sortita estemporanea sui problemi del valore dei marxismo e sul significato dell'interventismo di certi gruppi di intellettuali al tempo della prima guerra mondiale. Dopo aver riconosciuto alla ricerca di Isnenghi il pregio della documentazione e della precisione, il Prezzolini lo accusa di avere l'ingegno distorto e di essere incapace di scrivere "una storia".

La stortura, argomenta quello che già Gramsci aveva definito un "chierichetto", deriva dal marxismo adoperato come metodo d'interpretazione della storia.
"Non so - dice - quanto durerà ancora la libertà di espressione che ci permette di manifestare il nostro pensiero..., ma se dura, non passerà un paio di generazioni che il marxismo storico sarà considerato come una delle più grossolane barbarie che sia calata a coprire gli occhi delle gente. La mania di vedere da per tutto la divisione delle classi, come se gli uomini di genio e d'ingegno e di carattere obbedissero alle distinzioni di classi, porta i fautori del marxismo storico [e che, c'è forse un marxismo non storico?] alla cecità assoluta sui fatti umani. Gli uomini, che si muovono secondo la propria fantasia e secondo il proprio coraggio, e non perchè appartengano ad una classe piuttosto che ad un'altra, hanno creato le cattedrali, scritto i poemi, fatto le guerre, distrutto o confermato i poteri delle loro classi dirigenti senza pensare agli interessi delle loro classi".

Non so se il Prezzolini, che in fatto di grossolana barbarie fosse un testimone esemplare essendo stato uomo di sentimenti fascisti e reazionari, abbia mai letto Marx. E' chiaro comunque che se lo ha letto non lo ha capito. Quella che lui presenta come la tesi fondamentale del marxismo ne è infatti la grossolana e grottesca caricatura, e del
resto da Prezzolini non ci si poteva attendere altro.

II nostro "amico" non si limita però ad esprimere giudizi generali sulla validità o meno del marxismo come strumento di interpretazione storica, egli va ben oltre negando che gli intellettuali italiani che vollero la guerra fossero dei "servitori della borghesia". Certo non tutti se ne rendevano conto (molti però lo sapevano bene, se è vero che molti interventisti sostennero prima l'intervento al fianco delle potenze centrali e solo in un secondo tempo si fecero - spinti da stimoli molto concreti - propagandisti dell'alleanza con l'intesa). Resta comunque il fatto che gli interventisti dei 1915 servirono convenientemente, anche al di là delle intenzioni, i disegni della borghesia italiana (o, meglio, di quei gruppi di essa che nella guerra vedevano una fonte eccezionale di guadagni e la possibilità di uscire da una crisi che li minacciava fortemente). Quel che importa non è infatti la motivazione cosciente delle azioni umane, quanto piuttosto fa foro destinazione e i condizionamenti che hanno determinato tanto la motivazione quanto le azioni.

Ma il Prezzolini era un po' come quel famoso personaggio che faceva della filosofia senza saperlo. Egli non era da meno: senza saperlo faceva del materialismo storico tanto vituperato.

Scrive infatti... "II professor Isnenghi, che è tutt'altro che uno stupido, dovrebbe lasciar dire nei caffè che, gli intellettuali italiani fecero da ruffiani alla borghesia per persuadere il popolo alla guerra. Ci furono nel 1915 molte chiacchere, come per tutte le guerre e per tutte le rivoluzioni, tanto dei paesi comunisti quanto di quelli capitalisti..., ma non furono le nostre chiacchere che decisero gli Stati e mossero i popoli. Le ragioni della guerra sono lontane e inaccessibili a intellettuali del tipo di Isnenghi e Cassola. Derivano prima di tutto dall'istinto aggressivo che l'uomo porta entro di sè. Sono poi eccitate dalla fantasia: dalla cupidigia, dalla rivalità statale e dall'odio dei popoli e delle razze. Gli interessi c'entrano poco. Le classi ancor meno".

Molta preziosa appare l'ammissione che l'entrata dell'Italia in guerra non fu certo determinata dai clamori interventisti (chiacchere, li definisce Prezzolini) bensì fu decisa altrove e per ben precisi motivi. Solo che il Prezzolini, perso nel suo delirio reazionario, rifiuta di chiamare le cose col loro nome.

Per mettere le cose a posto basterebbe infatti leggere profitto capitalistico invece di cupidigia, imperialismo invece di rivalità statale, trasferimento della lotta di classe ai popoli e alle razze invece di odio dei popoli e delle razze.
Ma allora il Prezzolini sarebbe costretto ad ammettere la piena validità del tanto vituperato marxismo, e la sua cesserebbe di essere quella voce d'oltretomba che è in realtà.

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ERCOLE E ONFALE - Hans Cranach

  
ERCOLE E ONFALE (1537)
Hans Cranach (1513 circa - 1537)
Pittore tedesco
Collezione Thyssen di Lugano
Tavola cm 57,5 x 87
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Pur essendo abbastanza singolare, il soggetto di questo dipinto era già stato trattato in cinque riprese dal padre dell'artista, Lucas il Vecchio.

L'opera allude ad un episodio poco conosciuto della vita di Ercole, quando l'eroe venne venduto come schiavo alla regina di Lidia, Onfale, per scontare la pena inflittagli per un omicidio che aveva commesso.

Ercole è il personaggio centrale ed è circondato da tre serve della Regina.

Una di queste gli mette una cuffia sulla testa e quella a destra gli porge la conocchia.

Onfale non è presente: secondo il racconto mitologico la Regina, mentre l'eroe è intento a filare, ne approfitta per rubargli la clava e la pelle di leone.

L'iscrizione latina che si nota al centro, sopra la testa di Ercole, è scritta di pugno dall'artista e commenta così l'episodio...

"Le fanciulle lidie danno ad Ercole la conocchia
questo dio subisce il potere di una donna
così la dannosa voluttà imprigiona i grandi animi
e il molle amore snerva i forti petti".

L'iscrizione allude all'amore dell'eroe per Onfale: per lei non esita a lasciarsi acconciare da donna e a compiere lavori di stretta competenza femminile.

Non è stato ancora spiegato il significato simbolico delle starne raffigurate a sinistra.

Stilisticamente quest'opera è così vicina alle cinque versioni dello stesso tema dipinte dal padre, che solo grazie al monogramma ne è stata possibile la corretta attribuzione.

Questa vicinanza stilistica viene menzionata anche da Strigel nella sua ode funebre.


L'OPERA

Fino al 1866 il quadro faceva parte della collezione di Müller, consigliere segreto a Weimar.

Successivamente fu trasferito in una collezione privata, prima a Norimberga e poi in Inghilterra.

Nel 1912 si trovava sul mercato artistico parigino: quindi, nel 1934, il barone Thyssen lo acquistò dalla collezione Chillingworth.


VEDI ANCHE ...

Vita di HANS CRANACH

VENERE IN UN PAESAGGIO (1529) - Lucas Cranach... detto il Vecchio


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