mercoledì 30 settembre 2009

* CADUTA DEI CAPELLI (Hair loss) - CHE FARE?

* HUGO VAN DER GOES (1420 - 1482) Pittore fiammingo

     
Ritratto di un uomo - Portrait of a Man (1475)



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HUGO VAN DER GOES 
Pittore fiammingo




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La Compagnia di Gesù (The Society of Jesus) - Gesuiti celebri - Ignazio di Loyola


Gesuiti celebri
IGNAZIO DI LOYOLA



Avendo già parlato di San Roberto Bellarmino, nelle mie prossime opinioni traccerò alcuni profili di altri gesuiti celebri. Descriverò la figura e narrerò le sublimi gesta..., ciò non significa scrivere una storia della Compagnia di Gesù, ma, piuttosto, organizzare un modesto tentativo inteso a meglio far conoscere due cose: una in modo immediato, e cioè la fisionomia storica e morale di quei personaggi..., l'altra, in modo mediato, vale a dire i caratteri sostanziali del gesuitismo. A tale scopo credo sia bene premettere alcune notizie e considerazioni le quali permetteranno a chi legge di cogliere più facilmente, nei rapporti che seguiranno, il disegno fondamentale che li caratterizza.






L'AMMISSIONE DI UN PADRE GESUITA

Il padre gesuita Chagnon, canadese, una volta professore di etica naturale e di sociologia alla Pontificia Università in Roma, diceva...

"La grande sventura della Chiesa dirigente é stata quella, poco dopo la fine delle persecuzioni dei primi quattro secoli, d'esser trasportata, come Gesù da Satana, sulla cima di un monte ove, in basso, le furono additati e offerti i regni della terra. L'alto clero rimase abbagliato..., e scelse questa via, non accorgendosi che non si possono servire due padroni".

E aggiungeva...

"Era effettivamente un bivio..., e la Chiesa dirigente, invece di seguire il Vangelo, preferì avere uno Stato, una monarchia politica, eserciti, ricchezze..., insomma, il dominio della terra. E benché, a partire dal 20 settembre 1870 - quando Roma venne conquistata dalle truppe italiane - abbia perduto alcune tra le caratteristiche esteriori del potere politico, oggi ne conserva tuttavia, in maniera forse accresciuta e anche più efficace perchè meno ostensibile, l'intima sostanza".

La tattica dell'alto clero è stata sempre quella dell'assolutismo, esercitato sulle coscienze mediante la suggestione religiosa..., sui corpi mediante la forza. L'uno e l'altro mezzo furono e sono adoperati, quando è possibile, contemporaneamente..., il secondo nel caso che le circostanze storiche lo permettano.
Ecco i motivi per cui, nei secoli trascorsi, e anche oggi, gli uomini si sono distaccati e si distaccano da Roma, e la gente non li ama come vorrebbe.
In questo panorama storicamente vero, rientra come fattore di massima importanza la Compagnia di Gesù, che ne riassume, in misura ancor maggiore, le caratteristiche: le quali, piuttosto che la conquista degli spiriti al Vangelo, riguardano finalità d'ordine economico e politico interessanti i circoli preposti, nel mondo, a dirigere le questioni cattoliche.
Tali cose non rappresentano un mistero: e i gesuiti, primi tra gli altri, ne hanno coscienza.


Ignazio di Loyola (1491-1556) creò, unitamente ad alcuni suoi seguaci, un Ordine religioso di carattere quasi militare, simile alle "compagnie di ventura" di quel tempo (onde il nome caratteristico che, tra le altre organizzazioni religiose, lo distingue), al servizio, in tutto e per tutto, della Santa Sede: cioè del Papato, i cui interessi economici e politici, specialmente nell'Europa del nord e anche nella Germania orientale e meridionale, erano, in quel secolo, scossi dalle fondamenta dal luteranesimo avanzante.


AL SERVIZIO DI UNA CHIESA GERARCHICA

Tutti, ad esempio, sanno benissimo che, in ordine agli effetti accennati e al generale modo di condursi della Compagnia, questa obbliga i suoi 'professi' (cioè, quei gesuiti che ne formano il nucleo essenziale) a emettere un 'voto' speciale di "obbedienza al Papa": cosa che le altre famiglie religiose non fanno.
Del resto, il padre H. Boehmer, nel suo libro "Die Jesuiten" (II edizione, Berlino, 1918, n. 27) osserva che...

"Il nuovo Ordine si chiama "Compagnia di Gesù", e avrebbe potuto ugualmente bene chiamarsi "Compagnia del Papa" perché si è obbligato con voto speciale a un'ubbidienza militare e incondizionata al Pontefice, come a Vicario di Gesù Cristo".

Sempre in merito allo stesso oggetto, Ignazio de Lodola diceva sovente ai suoi...

"Se il Papa mi comandasse di andare sopra una nave senza timone, senz'alberi, senza vele e senza remi, e senza qualsiasi altra armatura, io ubbidirei subito lietamente". (P. Ribadeneira, "Vita Ignatii Loyolae, lib. 5, can. 4).

Tutto ciò, evidentemente, è indice di un asservimento agli interessi dell'ecclesiasticismo dirigente, che rasenta addirittura il fanatismo, la passione cieca. Che le cose stiano proprio così lo rileviamo da altri fatti.
Ignazio scrisse, ad esempio, le "Regole per sentire con la Chiesa", le quali ancora oggi vigono come "norma freschissima" per tutti i gesuiti.
Eccone qui un saggio...

"La prima regola è che, deposto ogni giudizio proprio, dobbiamo tener l'animo preparato e pronto a obbedire in tutte le cose alle vera Sposa di Cristo Signor nostro, la quale è la nostra Santa Madre, la Chiesa gerarchica".

Perciò, secondo Ignazio, la "vera sposa di Cristo" non è il "Corpo mistico", il complesso delle anime amiche di Gesù, ma la "Chiesa gerarchica", cioè, più semplicemente, il Vaticano.
Ed ecco la "Regola tredicesima"...

"Onde essere nel vero in tutte le cose, dobbiamo credere che quello che io vedo bianco è nero se la Chiesa gerarchica così lo definisce".

Né più, né meno.

In ordine a questa psicologia, e al conseguente modo di procedere, gli uomini della Compagna hanno volentieri assunto, nei tempi, il ruolo tipico e la fisionomia particolare di "lance spezzate", di "commandos", al servizio dei circoli ecclesiastici più reazionari. Certamente, le accuse rivolte nei secoli contro l'Ordine sono state talvolta esagerate e perciò ingiuste. Ma è un fatto indiscutibile che la Compagnia è stata ed è tuttora la rappresentante dottrinaria e religiosa dell'immobilismo sociale, dello "status quo", del "queta non movére », dell'opposizione ad ogni tentativo di ribellione degli oppressi.
Del resto, questo spirito della Compagnia, amorevole soprattutto verso i grandi della terra, lo troviamo prescritto a tutto l'Ordine da Ignazio stesso.
Egli, infatti, dice...

" ... si deve ritenere che l'aiuto spirituale, dato alle persone altolocate e pubbliche (come pure ai principi temporali, ai signori e ai magistrati, ai giudici, ai superiori ecclesiastici) e agli uomini che si distinguono per fama e per scienza, sono di valore più alto...". ("Constitutiones", parte VII, capitolo 2, D).

Secondo questo piano e ordine di intenti, come in succinto ho cercato di delineare, operarono quei gesuiti - ad esempio: Ignazio de Loyola, Roberto Bellarmino, Canisio, Borgia, Aquaviva, e via dicendo - di cui mi appresto a tracciare il 'profilo'.
Di certo, essi, come altri innumerevoli meno celebri di loro, fecero anche del bene. Ma ognuno rivela una fisionomia la quale, se è varia negli aspetti particolari, corrisponde, nella sostanza, agli scopi che la Compagnia intendeva e intende conseguire, e a questi scopi erano comunque subordinate le virtù personali.


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GESUITI CELEBRI - San ROBERTO BELLARMINO

GESUITI CELEBRI - FRANCISCO SUÀREZ

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* TRITTICO PORTINARI (Triptych Portinari) Hugo Van Der Goes

martedì 29 settembre 2009

IL CIARLATANO (The charlatan) - Pietro Longhi


IL CIARLATANO (1757)
Pietro Longhi (1702 - 1785)
Pittore italiano del XVIII secolo
Ca' Rezzonico a Venezia
Olio su tela cm. 63 x 50


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Pixel 1780 x 2250 - Mb 1,96


Il dipinto raffigura un ciarlatano che, dall'alto di un tavolo, affascina con la sua parlantina un gruppo di donne.

Alle sue spalle un teatrino di marionette, spettacolo assai diffuso a Venezia nel Settecento.

In primo piano due nobili sono vestiti in maschera, con abiti fedeli alla moda carnevalesca dell'epoca.

Quest'opera fa parte di un'ampia serie dedicata dal Longhi alle feste in maschera e agli spettacoli allestiti per le strade (soprattutto sotto i portici di Palazzo Ducale) da attori, indovini, ciarlatani e chiromanti, un allegro divertimento per l'aristocrazia locale e per gli stranieri in visita a Venezia.

Questo lavoro riflette la tendenza del Longhi nel corso della metà del secolo, di abbandonare la luminosa tavolozza, influenzata da R. Carriera, a favore di toni decisamente bruni, stesi sempre con una rapida pennellata.

È possibile che a determinare questa tendenza siano stati gli echi rembrandtiani giunti a Venezia grazie a Bartolomeo Nazari.


L'opera


Il dipinto è firmato e datato in basso a sinistra: «Longhi Pin.T. 1757».

Appartenuto a Teodoro Correr, passò insieme a tutta la collezione al Museo Correr.

Oggi il quadro si trova al Museo di Ca' Rezzonico, antico palazzo aristocratico, nel 1935 venduto dagli eredi della nobile casata al Comune veneziano, e quindi destinato ad ospitare i capolavori del Settecento veneziano.

Repliche de "Il Ciarlatano" si trovano in alcune Collezioni private.


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Pietro LONGHI (1702 - 1785) Pittore veneziano del Settecento

CACCIA ALL'ANATRA (1760) - Pietro Longhi


Pietro LONGHI (1702 - 1785) Pittore veneziano del Settecento

      
Pietro LONGHI (1702 - 1785)
Pittore veneziano del Settecento



Pietro Falca, poi detto Longhi, nacque a Venezia nel 1702, e si dedicò alle arti spinto dal padre Alessandro, famoso argentiere.

Il nome dell'artista appare menzionato per la prima volta in un documento del 1732, dove è citato come autore della pala d'altare "San Pellegrino condannato al supplizio" per la chiesa di San Pellegrino.

Il 27 settembre del 1732 sposò Caterina Maria Ricci e dal matrimonio nacque il figlio Alessandro, anch'egli pittore nonché primo biografo dell'artista.

Il nome di Pietro Longhi è citato nella Fraglia dei pittori di Venezia dal 1737 al 1773.

La sua attività si svolse costantemente al servizio della prestigiosa committenza locale: i Segredo, i Grimani, i Michiel e i Pisani.

Questi ultimi lo chiamarono nel 1763 a dirigere la neo Accademia del Disegno ed Incisione.

Dalle fonti son riuscito a sapere che il Longhi morì "dal mal di petto" nel 1785.

Pietro Longhi fu il massimo rappresentante della pittura veneziana del XVIII secolo.

Dopo una fase giovanile dedicata dapprima alla pittura sacra e poi a quella di storia sotto la guida del suo maestro Antonio Balestra, verso la fine degli anni Quaranta del Settecento egli divenne, insieme al Guardi, il più lucido e fedele cronista del suo tempo.

Egli seppe illustrare con disincantata ironia alcuni aspetti più interessanti della vita veneziana.

Fu particolarmente ammirato dai suoi contemporanei, molti dei quali ebbero con lui un ottimo rapporto..., fra questi voglio qui ricordare Carlo Goldoni che nel 1750, in occasione delle nozze Grimani-Contarini, gli dedicò un sonetto, e gli riconobbe la capacità di "descrivere i caratteri e le passioni degli uomini".

La sua fama giunse fino all'estero, soprattutto in Francia dove, paragonato a Watteau, godette dei favori del celebre collezionista Mariette.


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IL CIARLATANO (1757) Pietro Longhi

CACCIA ALL'ANATRA (1760) - Pietro Longhi
  

MADONNA COL BAMBINO, SANT'ANTONIO ABATE E UN DEVOTO (Virgin and Child with St Anthony the Abbot and a Donor) - Hans MEMLING

MADONNA COL BAMBINO, SANT'ANTONIO ABATE E UN DEVOTO (1472)
Hans MEMLING (1435 circa - 1494)
Pittore fiammingo del XV secolo
NATIONAL GALLERY OF CANADA a OTTAWA
Olio su tela cm. 93 x 55



Un ricco signore, vestito con abiti eleganti foderati di pelliccia e inginocchiato in preghiera, viene presentato da Sant'Antonio Abate alla Vergine e al piccolo Gesù.
Il Santo sembra in atto di proteggere il personaggio in preghiera, e quasi fare scudo con il suo corpo alle avversità che possono giungere alle spalle.
Contemporaneamente indica al suo protetto la giusta via per giungere alla salvezza dell'anima. Sant'Antonio è riconoscibile dai suoi due attributi caratteristici: il bastone da pellegrino e il maialino o cinghiale che spesso lo accompagna (voglio ricordarvi che il Santo è il protettore degli animali).
La Vergine, anche se fisicamente vicina agli altri due personaggi, è in realtà molto distaccata: il pittore ne ha accentuato l'aspetto solenne e ieratico, conferendole la sacralità di un'apparizione.
La veste leggermente staccata dal suolo dà l'impressione che la figura sia priva di peso.
La scena si svolge in un ambiente aperto sul lato destro verso un paesaggio dai toni verdi e azzurri, che si intravede attraverso una finestra ed una porta.
Sulla parete di fondo il geometrico trono ligneo della Vergine è sormontato da un baldacchino di color rosso vivo (che riprende il manto della Madonna), mentre un prezioso tessuto in velluto con motivi a melagrana su bastone ondulato, tipico della seconda metà del Quattrocento, riveste quasi completamente il muro.
Il pavimentò in piastrelle policrome è un elemento ricorrente nelle opere di Memling: si veda ad esempio quello, splendido, nella Annunciazione del Metropolitan Museum.


L'opera

Il dipinto reca la data 1472 sulla parete di fondo della stanza, vicino alla finestra.
L'opera apparve per la prima volta ad una vendita all'asta presso Gsell a Vienna, nel 1872.
Da quel momento entrò a far parte delle collezioni dei principi del Liechtenstein (Vienna e Vaduz).
Fu quindi acquistato dalla National Gallery of Canada nel 1954.
Da notare che quasi certamente la data iscritta non è autografa del pittore, ma più probabilmente è stata ricopiata in epoca posteriore da una data apposta anticamente sulla cornice originale, oggi perduta.



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POLIFONIA (Polyphony) Paul KLEE

 
    
POLIFONIA (1932)
Paul KLEE
Pittore svizzero
KUNSTMUSEUM di BASILEA
Tela cm. 66.5 x 106


Le immagini su temi musicali, come "Polifonia" o "Fuga in rosso", sono tra le testimonianze più essenziali dell'arte di Klee e della sua visione del mondo.
La musica è stata certamente uno dei modelli per l'architettura del Bauhaus data la sua severa esattezza compositiva e strutturale.
Il nuovo senso dello spazio assume un'importanza di primo piano soprattutto nel 1930.
Negli stessi anni emerge in Klee la concezione dei quadri "divisionisti".
Qui non è la costruzione di linee, strisce e superficie che fa scorgere lo spazio, ma la luce.
Piccole gocce di colori diversi tuffano la superficie delle immagini in una luce semovente, dal colore sorge la luce, dalla luce il movimento e dal movimento lo spazio.
Attraverso un trattamento libero degli elementi formali, attraverso l'invenzione di segni che danno forma ad un contenuto essenziale della natura senza riprodurne l'apparenza, Klee arriva al linguaggio dei segni che diviene per lui la chiave della realtà.
Il linguaggio dei segni forma con la tecnica seguita un accordo intimo. Klee usa le tecniche con molta cura: la sua pittura che ad un primo sguardo potrebbe sembrare improvvisata e quasi dilettantesca, è invece eseguita con molta cura, così che l'opera non sia soggetta a deterioramenti o alterazioni.
La rappresentazione visibile della realtà non ancora visibilmente afferrata, fa dell'arte figurativa la chiave ed il mezzo di espressione più importante di una nuova realtà, una visione che può essere nello stesso tempo interpretazione e alla quale il termine "visione del mondo" sembra essere esattamente conforme.

Il dipinto Polifonia è un'opera eseguita da Klee nel 1932.
Attualmente si trova esposto nel Kunstmuseum di Basilea.
Nello stesso museo possiamo trovare molte altre opere di questo artista che appartengono a periodi diversi della sua attività artistica, come per esempio...

"Composizione"... del 1914
"Villa R"... del 1919
" Suono antico"... del 1925
"Ad marginem"... del 1930
"Ad Parnassum"... del 1932
"Agglomerato di baracche"... del 1932
"Notte blu" del 1937
"Canto d'amore sotto la luna nuova"... del 1939.

L'arte non mostra il visibile, ma lo rende visibile

Nel saggio "Schöpferische Konfession" Paul Klee scrive...

"...prima si descrivevano cose che erano visibili sulla terra, che si vedevano volentieri o si sarebbero viste volentieri.
Adesso la realtà delle cose visibili è divulgata, e per generale, assoluta convinzione, il visibile in relazione alla totalità dell'universo è soltanto un esempio isolato ed esistono infinite altre verità latenti più grandi.
Le cose acquistano un senso più ampio, contrastando le esperienze razionali di ieri.
Si mira a rendere il fortuito".

E ancora in una nota del Diario al 17 luglio 1917...

"...Tutta la transitorietà è solo un'allegoria.
Ciò che vediamo è una proposta, una possibilità, un aiuto.
La verità giace prima nel fondo invisibile."


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EOLICO – Paul Klee


lunedì 28 settembre 2009

Sulla natura delle cose (De Rerum Natura) – Tito Lucrezio Caro

Il poeta latino Tito Lucrezio Caro visse fra il 98 e il 55 a.C. (secondo san Girolamo nacque nel 94 a.C.).

Della sua vita sappiamo pochissimo: si ignora il luogo di nascita (che fosse campano è pura ipotesi): una traduzione vuole che egli sia impazzito per un filtro d'amore, e che sia morto suicida a 44 anni, e, sempre secondo San Girolamo, Lucrezio scrisse i suoi versi negli intervalli della follia e infine si uccise, lasciando incompiuta la sua opera, la cui pubblicazione fu curata da Cicerone.

Lucrezio ci ha lasciato un poema in versi, DE RERUM NATURA (Sulla natura delle cose), che introduce in Roma la dottrina del filosofo greco Epicuro (341-270 a.C.), ed è comunque certo che in questi versi non reca tracce di alterazione mentale. Appassionato di questa dottrina, volle additarla come farmaco supremo ai mali umani, dovuti a superstizioni e a falsi timori: nel poema, il filosofo di Samo è celebrato come l'eroico campione della razionalità liberatrice delle coscienze.

In questo poema Lucrezio propone esplicitamente di conquistare agli uomini sicurezza e serenità mostrando, grazie alla conoscenza della "natura delle cose", quanto sia vano e infondato il timore degli dei e della morte. Il valore di esso, perciò, a parte il pregio artistico, è rappresentato dallo studio che Lucrezio si sforza di condurre sulla struttura della realtà vivente, sull'anima, sul pensiero, sugli dei.

Il DE RERUM NATURA comprende in totale 6 libri e si apre con un inno a Venere e si articola in tre parti, ciascuna di due libri:


PRIMA PARTE

- Nel primo libro si afferma che l'universo è un vuoto infinito popolato di atomi infiniti che associandosi, producono vita e morte.

- Nel secondo libro si descrivono le proprietà degli atomi.


SECONDA PARTE

- Nel terzo libro si caratterizza l'anima dell'uomo, di natura corporea e mortale.

- Nel quarto libro si parla di dottrina della conoscenza, basata sui "simulacra" che colpiscono i sensi secondo una meccanica che esclude qualunque finalismo.


TERZA PARTE

- Nel quinto libro si illustra la struttura del firmamento, l'origine e la preistoria dell'umanità, e l'origine della civiltà romana: a tutto ciò gli dei sono per la loro natura totalmente estranei.

- Nel sesto libro ed ultimo libro dell'opera si spiega che nessun fenomeno naturale, per quanto spaventoso, può aver origine soprannaturale: come la terribile e contagiosa peste del 430-429 a.C. che colpì Atene, provenendo dall'Egitto.


Anche dove la materia sembra più arida, si avverte un sentimento appassionato e teso, per cui l'attrazione e la repulsione degli atomi, il "clinamen" (o deviazione dalla normale: sul piano etico, il margine di libertà in un sistema deterministico), l'infinità dei mondi, ecc, sono sentiti come fatti drammatici, o svelati con l'eccitata consapevolezza di chi bandisce una serie di verità aderendo al messaggio liberatore di Epicureo con la mente e col cuore, e, in pari tempo, tentando di soffocare le superstiti istanze del dubbio.

Si può dire perciò che il DE RERUM NATURA rappresenta al tempo stesso la ricerca della serenità umana contro ogni paura e superstizione, e l'esaltazione della potenza e della bellezza della natura. In polemica con ogni forma di superstizione, Lucrezio mostra di avere un profondo culto per il pensiero rischiaratore dell'umanità. Ma Lucrezio raggiunge anche la poesia; non soltanto perché sa darci qua e là degli squarci lirici che si staccano dalla materia scientifica e filosofica (invocazioni, inni, episodi, ecc.), ma proprio perché rivive quella materia con profonda partecipazione: i suoi versi sono sempre animati dall'entusiasmo e dalla gioia di chi lotta contro la paura della morte e degli spettri per la liberazione spirituale dell'uomo.

La poesia di Lucrezio, per il suo palpito umano che racchiude, per l'intima compenetrazione tra pensiero e fantasia, per la grandezza della concezione che fa della natura la protagonista di un dramma cosmico, ha affascinato i lettori di tutti i tempi.


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DE OFFICIIS - Cicerone

L'ASCETISMO DEL PIACERE - Epicuro
LUCIO LINNEO SENECA - La crisi morale universale
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* L'ASCETISMO DEL PIACERE (The asceticism of pleasure) - Epicuro










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venerdì 25 settembre 2009

* RUGGERO GRIECO

* IMPOTENZA SESSUALE - Sexual impotence - Impotencia sexual - Sexuelle Impotenz - L'impuissance sexuelle - половое бессилие - 性的インポテンツ - 无力感 有性


  
IMPOTENZA SESSUALE

Raramente l'impotenza è un disturbo di natura fisiologica; spesso è riconducibile a problemi emotivi o mentali, dovuti a incomprensioni con il partner, ansia da prestazione, stress, agitazione o uno stato depressivo.
Il fumo, l'abuso di alcol e alcuni farmaci sono altri fattori che diminuiscono le prestazioni sessuali.
È molto raro che l'impotenza sia originata da malattie organiche, disturbi ormonali o medicinali. Principalmente è causata dalla paura di non essere all'altezza delle attese della partner.
Concentrarsi troppo sulla propria prestazione porta a stress e tensione, entrambi fattori deleteri per la sessualità.
Per questo i terapeuti consigliano per un po' di tempo di rinunciare all'atto sessuale in favore di dolci effusioni amorose.
Spesso l'impotenza scompare da sé, altrimenti si può stimolare la libido con mezzi naturali.
Se il disturbo persiste a lungo, rivolgetevi a uno specialista.




Durante l'eccitazione sessuale i corpi cavernosi del pene si riempiono di sangue e diventano turgidi, dando così luogo all'erezione.
Questo processo fisico non è influenzabile coscientemente.
Stress e ansia da prestazione disturbano la complessa relazione tra psiche e corpo.



IMPOTENZA

Che fare?

Cercate di evitare lo stress e l'ansia da prestazione, anche nei rapporti sessuali.
Le coppie che parlano apertamente dei loro problemi sessuali facilitano la soluzione di un eventuale problema di impotenza.
Applicazioni naturali prevengono questo disturbo e stimolano la libido.


Erbe e spezie afrodisiache

La natura offre una vasta gamma di piante afrodisiache stimolanti per la sessualità.
Hanno queste caratteristiche, per esempio, basilico, peperoncino, cardamomo, coriandolo, levistico, noce moscata, garofano, prezzemolo, pepe, pimento, rosmarino e cannella, tutti ingredienti che possono essere utilizzati più spesso in cucina.


Favorire l'irrorazione sanguigna


Per assicurare un ottimale afflusso di sangue al pene è necessario evitare sostanze quali fumo, alcol, eccesso di grassi, che sono notoriamente vasocostrittori.
Movimento e alcune regole dietetiche favoriscono la circolazione sanguigna.
Anche le applicazioni con l'acqua secondo Kneipp stimolano l'irrorazione.



Tempo di tenerezza

Prendetevi tempo per l'amore.
Chi, nella vita di coppia, lascia spazio alle coccole, alla tenerezza e alle effusioni amorose non considererà una catastrofe l'eventuale impotenza.
È importante parlare e scherzare, anche nella sessualità.
Così facendo i partner si conoscono meglio e non hanno paura di fallire.



CONSIGLIO UTILE

A volte l'impotenza è causata da mancanza di zinco, di cui sono ricchi ostriche, germe di grano e lenticchie. Potete assumere anche preparati di zinco.



AFRODISIACI NATURALI

Secondo gli antichi Romani la cipolla è l’afrodisiaco per eccellenza. Cotta insieme a pinoli e crescione stimola l’appetito sessuale e combatte l’impotenza. Anche le radici di prezzemolo e l’aglio aumentano il desiderio sessuale. Pasti troppo pesanti invece favoriscono il sonno



PIANTE OFFICINALI


Ginseng

Versate 1/41 d'acqua bollente su 1 cucchiaino di radice di ginseng tritata ed essiccata, lasciate in infusione 10 minuti, poi filtrate.
Bevetene 1 tazza 3 volte al giorno.
Il ginseng è stimolante e risveglia la vitalità.
Lo potete trovare anche sotto forma di tonico.



Iperico

Uno stato d'animo depresso blocca la sessualità.
Contro la depressione è d'aiuto l’iperico.
Assumetene, dopo aver letto il foglietto illustrativo, gocce, pastiglie o estratto.
Massaggi alle cosce e alla pancia con l'olio essenziale stimolano 1'irrorazione sanguigna.



APPLICAZIONI CON L’ACQUA


Getto d’acqua secondo Kneipp

La fuoriuscita del getto d'acqua deve provenire da un tubo del diametro di 2 cm.
Iniziate dirigendo il getto sul piede destro, poi passate dalla parte anteriore della gamba ai glutei.
Qui fate scorrere per un po'1'acqua. Poi ritornate al piede passando dalla parte posteriore della gamba e terminando sul tallone.
Procedete allo stesso modo con la gamba sinistra.


Doccia alternata

In caso di stanchezza e disturbi circolatori è ottima una doccia con acqua calda e fredda alternate.
Terminate sempre con l'acqua fredda.



OLI ESSENZIALI

Sin dai tempi più antichi, profumi e aromi erano usati per stimolare sensazioni e sentimenti.
Hanno un effetto stimolante le essenze di rosa, legno di sandalo, arancio, coriandolo, gelsomino e ylang-ylang.
Versatene qualche goccia nel diffusore per gli aromi, pura o diluita.
Potete anche aggiungere l'essenza a un olio per massaggi e massaggiare la schiena.



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* MEDEA E GIASONE (Jason and Medea) - Gustave MOREAU


mercoledì 23 settembre 2009

NOTRE-DAME SOTTO LA NEVE (Notre-Dame in the Snow) - Albert Marquet

NOTRE-DAME SOTTO LA NEVE (1905)
Albert Marquet (1875 - 1947)
Pittore francese del XX secolo
Museo Cantonale di Losanna
Olio su tela cm. 65 x 82

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Pixel 2240 x 1800 - Mb 1,88


Il dipinto raffigura la grande piazza, ricoperta di neve, che ospita Notre-Dame, la cattedrale di Parigi che occupa la parte centrale del campo visivo.

La veduta è colta dall'alto di una finestra posta all'ultimo piano di un edificio che sorge nelle immediate vicinanze della piccola isola della Senna.

La stagione invernale rende il paesaggio urbano molto malinconico: pochi alberi spogli, appena accennati, sono allineati lungo il fiume..., la città è vuota, popolata solo da pochi passanti, di cui si distingue appena la sagoma.

I toni grigi del cielo, stemperati dal rosa e dal bianco, si dilatano per tutta la composizione, trasmettendo uno struggente senso di solitudine.

Pur essendo un lavoro datato 1905, la composizione dimostra quanto il cromatismo di Marquet sia meno aggressivo rispetto a quello adottato dai Fauves.

Il dipinto è conservato nel Museo Cantonale di Losanna, in Svizzera.

Purtroppo, gran parte della produzione di Marquet si trova in Collezioni Private e quindi non fruibili.

Forse questo ha contribuito ad emarginare questo artista, tanto da non essere considerato un esponente di rilievo del movimento fauve.


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Albert MARQUET (1875-1947) Pittore francese


Albert MARQUET (1875-1947) Pittore francese

Albert MARQUET (1875-1947)
Pittore francese del XX secolo

Albert Marquet
- 1904
by Charles Camoin




Albert Marquet nasce a Bordeaux nel 1875.
Entra all'École des arts décoratifs nel 1895, dove conosce Henri Matisse, con il quale stringe amicizia.

Entrambi frequentano lo studio di Gustave Moreau, uno dei massimi rappresentanti del Simbolismo di fine secolo.

Nel 1900 Matisse e Marquet partecipano alla decorazione degli allestimenti del Grand Palais, sede dell'Esposizione Universale.

In questi anni Marquet comincia ad esporre i suoi primi lavori, che si ricollegano all'esperienza neo-impressionista, ai Salons des Indépendants e alla Galleria Weill.

Al Salon d'Automne del 1905 si presenta con delle opere che esprimono il suo interesse per la ricerca dei Fauves.

Con Matisse e Derain, Marquet non condivide l'uso spregiudicato del colore, mostrando invece di preferire i toni più pacati di Raoul Dufy, con il quale entra in rapporto intorno al 1905.

Insieme i due artisti soggiornano a Fécamp e a Le Havre.

I suoi soggetti prediletti sono il mare ("La spiaggia a Fécamp",1906, Parigi, Musée d'Art Moderne de la Ville), le imbarcazioni e la vita animata della metropoli ("Quai Conti sotto la neve", 1947, Parigi, Collezione Marquet).

Un discreto successo commerciale consente a Marquet di viaggiare senza problemi economici: nel 1906 è in Normandia, poi in Germania, in Italia, Marocco e Olanda; negli anni successivi si spinge fino all'Egitto, la Russia e nella Scandinavia.

Ne1 1923 l'artista sposa la scrittrice Marcelle Marty, con la quale durante l'occupazione nazista in Francia si rifugia in Algeria.

Marquet rientra a Parigi solo al termine della guerra, nel 1945, due anni prima della morte.


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NOTRE-DAME SOTTO LA NEVE (1905) Albert Marquet


martedì 22 settembre 2009

SCHIAVO D'AMORE (Of Human Bondage) - William Somerset Maugham

SCHIAVO D'AMORE 

William Somerset Maugham



Filippo Carey aveva nove anni quando sua madre morì. Suo padre, un medico ancora giovane e di grande talento, era morto sei mesi prima per setticemia, lasciando alla moglie e al figlio poco più della propria assicurazione sulla vita: un capitaletto di duemila sterline che poteva bastare a mantenere il ragazzo finché fosse in grado di guadagnarsi da vivere. L'unico parente di Filippo era un fratello di suo padre, pastore protestante e vicario di Blackstable, un paesino in riva al mare a sessanta miglia da Londra. Il reverendo Carey aveva più di cinquant'anni ed era sposato a una donna assai mite che non gli aveva dato figlioli e da trent'anni lo serviva con devozione. Era un uomo egoista e gretto e non aveva mai amato il fratello né la cognata; la prospettiva di prendersi in casa il nipotino non gli era gradita, ma non poteva fare diversamente; il piccolo Carey non aveva altri parenti e per di più, nato con un piede deforme, era zoppo. Che avrebbero pensato del vicario a Blackstable, se egli non si fosse preso cura di quel povero bambino? Fu soprattutto questa considerazione che fece accorrere a Londra il reverendo Carey appena fu avvertito che sua cognata era moribonda. Filippo si abituò presto a non manifestare i propri sentimenti: se piangeva ricordando sua madre, lo faceva di nascosto. Ma la signora Carey si accorse un giorno di quelle lacrime segrete e ne fu sconvolta; l'iniziale tenerezza per il nipotino diventò un sentimento assai più forte, che le diede perfino il coraggio di difendere Filippo dalla severità del Reverendo Carey.
Quando il bimbo compì dieci anni, lo zio decise di mandarlo come allievo interno al collegio di Tercanbury, dove tutto il clero dei dintorni mandava i propri figli, perché venissero incoraggiati a prendere gli Ordini Sacri.
Gli anni di collegio furono per Filippo una lunga sofferenza: le beffe crudeli dei compagni, che schernivano il suo penoso zoppicare, lo ridussero a una solitudine quasi completa, che esaurì il suo sistema nervoso e gli rese intollerabile l'ambiente di Tercanbury. Dopo lunghe discussioni con lo zio, riuscì a lasciare il collegio prima di terminarvi gli studi e partì per la Germania: voleva frequentare l'Università di Heidelberg e provare a vivere per un anno da solo, cercando di scoprire le sue vere inclinazioni.

Nell'estate del 1892 Filippo Carey ritornò dalla Germania e all'inizio dell'autunno andò a Londra, per iniziare il suo apprendistato in un ufficio di contabilità. Non ne era certo entusiasta. ma doveva pur provare, visto che in questo modo gli si sarebbe aperta una carriera onorata e ben retribuita. Almeno, così avevano detto lo zio Carey e il legale di famiglia. Ma in capo a tre mesi il ragazzo si rese conto di non progredire affatto e di aver preso in uggia quel lavoro arido e monotono, l'ufficio vecchio e polveroso, i colleghi indifferenti o sprezzanti. A Londra non aveva amici e non conosceva nessuno; la città gli sembrava fredda e ostile. Per la prima volta sentì la umiliazione della povertà: suo zio gli mandava quattordici sterline al mese e con quelle Filippo doveva vivere, perché essendo soltanto un apprendista non aveva diritto a stipendio. Quasi ogni sera guardava dal marciapiede l'entrata dei locali eleganti e dei teatri e invidiava le allegre brigate di giovani che entravano e uscivano.
In agosto Filippo prese la sua grande decisione: sarebbe andato a Parigi per studiare pittura. Fin dai tempi del collegio si era accorto di avere disposizione per il disegno e a Londra aveva trascorso molte ore a contemplare i quadri nei musei, indugiando a lungo davanti ai suoi dipinti preferiti. Aveva letto una quantità di libri su Parigi: tutto gli appariva meraviglioso.
Quando Filippo espose i suoi progetti allo zio si trovò di fronte a una recisa opposizione: non era ancora maggiorenne e non poteva disporre del suo modesto capitale; lui, il vicario, non gli avrebbe dato un soldo per andare a Parigi a studiare pittura.
Fu la tenera zia Luisa a risolvere il problema di Filippo: gli consegnò tutti i suoi risparmi, quasi cento sterline. Pochi giorni dopo la signora Carey accompagnò il nipote alla stazione; aveva gli occhi pieni di lacrime: sentiva che non avrebbe rivisto mai più il suo ragazzo.
A Parigi Filippo prese in affitto una stanzetta nel Quartiere Latino, nei pressi dello studio di pittura che contava di frequentare. Vi si recò il giorno dopo il suo arrivo e si presentò con molto imbarazzo e un'ansia indescrivibile. Sparsi per la stanza, in piedi o seduti davanti ai loro cavalletti, c'erano una dozzina circa di uomini e donne, per lo più giovani. Quasi tutti erano intenti a disegnare o a dipingere. Quando Filippo era entrato gli altri lo avevano guardato con curiosità e la modella, in piedi sulla pedana, gli aveva lanciato un'occhiata indifferente. Filippo si sedette al posto indicatogli da una signora che aveva evidentemente mansioni direttive. Steso un bel foglio nuovo sul cavalletto, il giovane guardò con imbarazzo la modella: non aveva mai visto una donna così poco vestita e doveva compiere uno sforzo per mostrarsi indifferente. Quindici giorni dopo Filippo Carey si sentiva a Parigi come se ci fosse nato. Aveva già degli amici e si recava con loro in un piccolo ristorante molto economico, dove gli studenti di Belle Arti si nutrivano con uguale entusiasmo di carne, formaggio e parole. Tante, tante parole. Gli sembrò meraviglioso avere dei veri compagni, camminare accanto a loro, sostare sotto gli alberi dei grandi viali e discutere di arte fino alle ore piccole della notte. E nessuno che badasse al suo zoppicare; Filippo si sentiva giovane e forte come loro: non era mai stato così felice.

Passò più di un anno e dopo lunghe e penose incertezze Filippo fu costretto ad ammettere che non valeva la pena di continuare a studiare pittura: aveva acquistato una certa agilità di mano e un discreto senso del colore, ma non sarebbe mai stato altro che un mediocre. Bisognava dunque che cercasse altrove la propria strada. A ventun anni non era troppo tardi per ricominciare da capo.
Una lettera del vicario Carey, che lo avvertiva della morte di zia Luisa, gli fece lasciare Parigi da un'ora all'altra: voleva essere presente ai funerali della zia, l'unica persona che dopo la morte di sua madre gli avesse dimostrato un affetto profondo e sincero. Il pensiero che non avrebbe più visto la buona zia Luisa lo addolorò e lo riempì di sgomento. Ebbe per la prima volta la sensazione della brevità della vita e ciò lo spinse a una scelta definitiva per il suo avvenire. Non si rammaricava di essere stato a Parigi: ne era ritornato più maturo; ora era davvero un uomo. A Parigi aveva acquistato la libertà di spirito e di giudizio; aveva imparato a comportarsi in mezzo alla gente con disinvoltura e a crearsi delle amicizie. Adesso non gli era più tanto difficile comunicare con gli altri. L'ultimo giorno di settembre, l'ormai maggiorenne Filippo Carey, portando con sé il suo capitaletto di milleseicento sterline, lasciò Blackstable per stabilirsi a Londra e iscriversi alla facoltà di medicina. Scelse quella di San Luca, presso la quale anche suo padre aveva studiato. Andò ad abitare in una stanza ammobiliata vicinissima all'ospedale. Il primo giorno entrò nell'aula di anatomia con un po' di nervosismo; zoppicava più del solito, perché tentava di correggere la propria andatura e di non farsi notare. Ma comprese subito che non aveva nulla da temere: tutti, professori e alunni, furono gentili con lui.
Filippo si sistemò comodamente nel suo minuscolo alloggio, che adornò con i pochi quadri dipinti a Parigi. Al piano di sopra abitava un altro studente di medicina, del quint'anno: un bel ragazzo, simpaticissimo e sempre allegro, di nome Griffith; uno di quei tipi che hanno la fortuna di piacere a tutti per la loro vivacità e il costante buonumore. Diventò amico di Filippo quando questi si ammalò di influenza...
"Ho sentito che state poco bene e sono venuto a vedere cosa avete"... disse semplicemente, entrando nella stanza. Di fronte al sorriso simpatico del collega la timidezza di Filippo cedette immediatamente. Il giorno dopo si trattavano già come fossero cresciuti insieme.

Un giorno Filippo si recò con un compagno a prendere il tè in un locale senza pretese e notò subito una delle cameriere per il pallore verdognolo della sua pelle delicata. Era anemica, senza dubbio; anche le labbra erano pallide e le piccole mani, a cui evidentemente lei teneva molto, erano bianchissime. Era alta e magra, coi fianchi stretti e il seno da ragazzina.
Filippo osservò come si muoveva lentamente fra i tavoli, quasi fosse seccata a morte di dover servire i clienti. Poco dopo, sentendo una compagna che la chiamava, seppe che il nome di lei era Mildred. Gli parve odiosamente pretenzioso. Tornò alla sala da tè il giorno dopo e per molti giorni ancora: la indifferenza che Mildred gli dimostrava, così contrastante con le gentilezze usate ai pochi clienti che le andavano a genio, indusse il puntiglioso Filippo a rivolgerle la parola. Cercò di essere galante, ma la ragazza lo guardò con alterigia e gli rispose male.
"Non è che una stupida maleducata"... pensò Filippo; il giorno dopo sarebbe andato altrove a prendere il suo tè.
Due giorni dopo si accorse che non poteva togliersi dalla mente il pallido viso della cameriera. Rideva amaramente di sé, si dava dello sciocco, ma, non poteva fare a meno di pensare a lei. Ritornò alla sala da tè. Questa volta fu Mildred a rivolgergli la parola per prima e Filippo si rese conto con furore che diventava rosso per l'emozione.
L'indomani fu inquieto per tutta la mattina: avrebbe voluto andare a far colazione nella sala da tè, ma era certo che Mildred non gli avrebbe parlato. Vi andò nel pomeriggio. Lei era seduta a un tavolino e conversava familiarmente con un cliente: un tedesco che Filippo aveva visto altre volte nel locale.
Era un uomo di aspetto comune, col viso gialliccio e grossi baffi ispidi; doveva raccontarle qualcosa di buffo, perché a un tratto lei si mise a ridere forte. Filippo trovò che quella risata 'era volgare e rabbrividì. Pensò che avrebbe fatto bene a non mettere più piede in quel locale, ma la idea di non rivedere più Mildred gli era insopportabile.
Una settimana dopo invitò la ragazza a teatro; lei accettò con molta degnazione. Prima si recarono a cena in un ristorante di lusso; Filippo non badò a spese, sebbene le sue modeste entrate gli proibissero simili follie.
Filippo notò che a tavola si comportava con affettazione, volendo a ogni costo fare sfoggio di signorilità: teneva il coltello come un portapenne e beveva arrotondando il mignolo.
Dopo lo spettacolo l'accompagnò a casa e poi ritornò lentamente verso la stazione della metropolitana. Si sentiva irritato, inquieto e infelice. Pensava a Mildred: era una donna volgare e ogni sua frase manifestava il vuoto della mente; i suoi modi erano odiosamente affettati e accentuavano la sua volgarità. Non era neanche bella: era troppo magra e quella carnagione malsana non era certo attraente. Ma improvvisamente Filippo fu invaso da un'ondata di commozione. Desiderò pazzamente di prendere fra le braccia quel corpo fragile e sottile, di baciare quelle labbra pallide e quelle guance scolorite. Ne fu atterrito: gli pareva impossibile che proprio a lui, giovane, colto e sensibile, fosse capitata la disgrazia di innamorarsi di Mildred. Questa non era la felicità estatica che aveva pregustato quando sognava l'amore: era una fame dell'anima, un desiderio doloroso, un'angoscia amara e irrimediabile che mai avrebbe immaginato di provare. Filippo non poteva perdonarsi di amare Mildred, eppure non trovava il coraggio di allontanarsi da lei, pur sentendo che mai avrebbe ottenuto il suo affetto. Forse la disgustava, il fatto che fosse zoppo? A questo pensiero si sentiva smarrire, per l'infelicità.
Filippo non riuscì più a studiare: l'amore assorbiva la sua esistenza così intensamente che gli impediva di trovare interesse in qualsiasi altra cosa. Vedeva Mildred ogni giorno, perché passava molte ore del pomeriggio nella sala da tè. Due volte la settimana la invitava a pranzo e a teatro, spendendo più di quanto i suoi mezzi gli permettessero. Offriva alla ragazza molti piccoli doni, e la gratitudine di lei era in esatta proporzione col valore del dono. Ma Filippo era troppo felice quando lei acconsentiva a dargli un bacio per riflettere sui mezzi coi quali otteneva quelle piccole concessioni. Più di una volta aveva pensato di sposarla, ma quel poco di buon senso che gli rimaneva lo faceva indietreggiare davanti a un simile passo. Era ossessionato dal desiderio di lei e capiva che non avrebbe avuto pace finché Mildred non fosse stata sua. Ma Mildred non teneva affatto a lui; si lasciava baciare con ritrosia, con distacco. Una sera fu lei a chiedergli di condurla a cena e Filippo si sentì sommergere da un'ondata di felicità. Andarono in un piccolo ristorante dove erano stati altre volte. Mildred era allegra e insolitamente gentile; lui la fissava estasiato...
"Debbo dirvi una cosa"...disse lei, facendosi improvvisamente seria.
"Avanti"... rispose sorridendo Filippo.
"Sabato prossimo mi sposo. Con Miller, sapete, quel tedesco che avete visto nella sala da tè. Ora guadagna parecchio: sette sterline per settimana. Una bella somma. Mi sono già licenziata".
Filippo si sentì improvvisamente stanchissimo, svuotato di ogni energia. Non trovò nulla da dirle. Non ebbe neppure la forza di accompagnarla a casa: la fece salire in una carrozza e pagò in anticipo il conducente. Cercò di sorriderle, facendole un cenno di saluto.
Nei primi giorni fu tremendo doversi abituare all'idea di averla perduta, poi Filippo cominciò a sentirsi come un serpente che muta la sua pelle. Pensava a Mildred con un senso di collera e di odio per le umiliazioni subite e considerava con disprezzo tutti i difetti di lei, esagerandoli.
Dopo un mese, gli sembrò di essere rinato: ricominciò a frequentare assiduamente le lezioni per prepararsi agli esami; doveva a ogni costo riacquistare il tempo perduto. Ritrovò con gioia gli amici così a lungo abbandonati e se ne fece di nuovi; tra questi, una dolce e cara ragazza, che si innamorò di lui. Ma Filippo non riuscì a ricambiare quel sentimento: gli sembrava di avere il cuore simile a un ramo secco.
Un giorno, tornando dall'ospedale, trovò la padrona di casa sull'uscio, in attesa.
"C'è una signora che vi aspetta, signor Carey"... - disse la donna - "Non avrei dovuto lasciarla entrare, ma sembrava così sconvolta che le ho detto di attendervi".
Era Mildred. Filippo ebbe l'impulso di voltare le spalle e fuggire, ma un gemito di lei lo trattenne.
"Vorrei essere morta"... - singhiozzò - "Non sapevo che Miller fosse già sposato... Ora mi ha piantata e io aspetto un bambino".
Filippo si sentì stringere la gola. Mai l'aveva vista così umile e avvilita. Comprese a un tratto che l'amava appassionatamente come prima, e non aveva mai cessato di amarla.
"Povera creatura!"... mormorò, col cuore pieno dell'amore più forte che avesse mai provato...
"Mi volete ancora bene?"... chiese Mildred, alzando su di lui gli occhi supplichevoli.
"Più che mai e sono felice di potervi aiutare"... disse Filippo.

Mancavano tre mesi alla nascita del bambino e Mildred non aveva un centesimo. Filippo pensò a tutto: trovò per lei una stanza comoda e ben riscaldata e un po' prima del parto provvide a una buona clinica, affidando Mildred alle cure di un medico esperto. Dopo la nascita della piccola Cecilia, Mildred era un po' indebolita e Filippo non esitò a mandare per qualche settimana al mare mamma e bambina, in una pensione modesta, ma fin troppo costosa per i suoi mezzi sempre più limitati. Spendeva senza esitare: mantenere Mildred e la bimba gli dava un senso di felicità e di orgoglio, come a un legittimo marito e padre. Provvide egli stesso ad affidare la piccina a una balia, perché Mildred era ansiosa di liberarsi al più presto dei suoi obblighi materni. Accettava l'aiuto di Filippo come fosse la cosa più naturale del mondo e sembrava decisa a vivere con lui per sempre.
Filippo era così felice che non poté fare a meno di confidarsi con Griffith, l'amico buontempone che non prendeva nulla sul serio, tanto meno l'amore. Griffith fu colpito dall'ardore con cui Filippo parlava del suo futuro insieme con Mildred; l'amico gli sembrava un po' folle. Era mai possibile che una donna così comune diventasse indispensabile come il cibo e l'aria che si respira? Sentì la curiosità di conoscere l'oggetto di una così straordinaria passione e una sera accettò l'invito di Filippo a recarsi a cena con lui e Mildred. Quella sera Griffith era di ottimo umore e in gran forma: aveva finalmente dato il suo ultimo esame e ottenuto la laurea; presto sarebbe partito per una lunga vacanza. Emanava da lui un'allegria comunicativa e Mildred ne fu presto contagiata. Filippo si divertiva a sentirla ridere così allegramente: ora la volgarità di lei non gli dava più fastidio.
Era costantemente in ginocchio davanti a quella donna. Due giorni dopo Mildred confessò a Filippo di essersi innamorata di Griffith e di averlo segretamente "incontrato".
"Non posso farci nulla".... - disse con insolente indifferenza - "Non so che cosa mi ha preso".
Così era finita. Tutto finito ancora una volta e nemmeno lui, Filippo, poteva farci nulla. Non soffriva soltanto per il tradimento di Mildred ma anche per il dolore di essere stato ingannato così crudelmente da Griffith, il suo migliore amico.
Si mise a bere per abbrutirsi: per due sere andò a letto ubriaco. Il terzo giorno andò a casa di Mildred, sperava soltanto di essere ricevuto con bontà. La padrona di casa gli disse che la signora era partita con tutta la sua roba.
Doveva rassegnarsi, anche se quel dolore era atroce da sopportare. Decise di cambiare alloggio, perché non poteva più vedersi in quella casa dove Mildred era stata tante volte. Affittò a prezzo molto basso tre stanze vuote e le ammobiliò con quel poco che aveva, completando l'arredamento con le suppellettili più necessarie. Fece mettere una tappezzeria nella stanza destinata a salotto e appese i suoi quadri alle - pareti: diventò subito una camera accogliente e Filippo vi si sentì a suo agio. Si rimise a sgobbare sui libri e ciò lo aiutò moltissimo a ritrovare un po' di pace. Erano trascorsi circa due anni dalla fuga di Mildred, quando Filippo la incontrò in una via di Londra. Per un attimo il cuore gli si fermò. Non pensava più a lei da molto tempo e ora gli sembrava di vedere un fantasma. La seguì per un tratto di strada: lei camminava lentamente, come se aspettasse qualcuno. Oltrepassò un uomo anziano piuttosto grasso, si fermò ad attenderlo e gli sorrise. L'uomo la fissò un istante, poi voltò la testa e continuò la strada. Allora Filippo comprese il significato di quel lento passeggiare e si sentì mancare le gambe per la sorpresa e l'orrore. Si avvicinò alla donna e la chiamò: lei si volse con un sussulto e rimasero per un attimo a guardarsi senza parlare.
Filippo era pieno di vergogna per lei e ne guardava con orrore le guance troppo dipinte, le sopracciglia annerite, lo sguardo torbido.
Mildred gli raccontò piangendo che il bisogno di mantenere la piccina e se stessa l'aveva condotta fino a quel punto. Filippo l'ascoltava col cuore stretto, ma si -rese conto improvvisamente che provava per lei soltanto una grande pietà. Capì che non l'amava più e fu felice di sentirsi finalmente libero. La guardava gravemente e si chiedeva come aveva potuto lasciarsi travolgere dal1'amore per lei: Poi la compassione fu più forte di ogni ragionamento: le offrì il suo aiuto, la ospitalità nella sua casa per lei e la bambina, facendole chiaramente capire che non desiderava nulla in cambio. Il suo amore ormai era morto. Ma questo rese Mildred pazza di furore: non poteva sopportare che egli non fosse ai suoi piedi come un tempo. Così, dopo due mesi di difficile convivenza, se ne andò con la piccina, senza lasciare una parola. Prima di abbandonare la casa distrusse con furia bestiale tutto ciò che era possibile distruggere: lasciò una rovina e un disordine che erano assai più che un insulto. Disperato, Filippo si chiese il perché di tanto odio, ma non seppe trovare una risposta. La mattina dopo fece venire un rigattiere, che gli offrì tre sterline di tutto ciò che rimaneva, rovinato o meno. Filippo lasciò il suo piccolo appartamento e andò ad abitare vicino all'ospedale. Si accorse che non pensava più a Mildred con ira, ma con un senso di liberazione. Sperava solo di non rivederla mai più.
Qualche anno dopo Filippo Carey si laureò e incominciò a esercitare la professione che già era stata di suo padre. Sposò una ragazza semplice e onesta che lo capiva e l'amava sinceramente. Egli aveva tanto bisogno di amore, ma soprattutto di comprensione e di bontà. Non avrebbe affrontato mai più la solitudine e la tempesta; ne era uscito sano e salvo, ma per nulla al mondo avrebbe voluto sottomettersi ancora a prove così dure. Perché aveva sofferto più di quanto un giovane possa sopportare, ora voleva dare alla sua vita la trama più semplice: lavorare, avere figli, essere amato e rispettato.


UNA PAGINA

"Non sapeva perché l'amasse. Aveva letto delle idealizzazioni che avvengono in amore, ma egli la vedeva esattamente come era: né divertente né intelligente: dotata di una mente volgare e di una furberia altrettanto volgare, che lo disgustava. Nessuna generosità, nessuna dolcezza. Uno scherzo di cattivo genere fatto a una persona in buona fede destava la sua ammirazione; poterla 'fare' a qualcuno le dava soddisfazione sempre. Ricordando la pretesa raffinatezza con la quale mangiava, Filippo si sentì preso da un brivido selvaggio; Mildred non sopportava i termini grossolani e aveva la passione degli eufemismi nella misura consentitale dal suo vocabolario limitato. In ogni cosa sentiva la sconvenienza; non parlava di pantaloni, ma diceva "la parte inferiore dell'abito"; le sembrava indecente soffiarsi il naso, e quando lo faceva sembrava che chiedesse scusa. Era molto anemica e soffriva di dispepsia. Filippo trovava spiacevole il suo seno piatto e i suoi fianchi troppo stretti e detestava la volgarità della sua pettinatura. Odiava e disprezzava se stesso perché l'amava.
Si sentiva smarrito. Era la stessa sensazione che aveva provato a volte in collegio e ricordava il languore delle membra che somigliava quasi a una paralisi. Come se fosse morto. Provava ora la stessa debolezza. Amava quella donna come non aveva mai amato prima. Non gli importava nulla dei suoi difetti. Comunque, non avevano alcun significato per lui. Gli sembrava come se una forza estranea agisse contro la sua volontà, contro il suo interesse; e nella sua smania di libertà esecrava le catene che lo legavano".

(da: Somerset Maugham - Schiavo d'amore - Editore: Adelphi / Narrativa straniera)


COMMENTO ALLA PAGINA

Il ritratto psicologico di Mildred è spietato, ma esatto. La forza della ragione, che è ancora ben viva in Filippo, gli mostra la donna qual è ed egli sembra considerarla con l'occhio del naturalista che contempla uno strano insetto.
Ancora gli sembra incredibile di poter amare una donna simile, ma è costretto ad accettare la realtà; con la stessa amarezza con cui viene accettata la diagnosi di una malattia grave, causata dalla nostra leggerezza.
L'amore di Filippo per Mildred rimane tuttavia un 'enigma.
Non potremo mai afferrare tutta la verità, avverte lo scrittore; cerchiamo soltanto di ricercarla sinceramente, badando ai fatti. Nello stile limpido, antiretorico, obiettivo e tranquillo si avverte l'antico medico che fu Maugham, sia pure per brevissimo tempo.


VALORE DELL'OPERA

La storia di Filippo Carey si avvicina molto a quella di Maugham, dall'infanzia all'epoca universitaria; ma non sappiamo fino a che punto le vicende di Filippo siano simili a quelle dello scrittore.
Si avverte nel libro l'amarezza lasciata da sofferenze e umiliazioni realmente vissute e le descrizioni di ambienti (il vicariato, il collegio, l'ospedale) sono assai realistiche; quanto ai personaggi, specialmente i minori, sono evidentemente usciti dalla lucida memoria dell'autore.
"I miei ricordi non volevano abbandonarmi"... - scrive lo stesso Maugham a proposito di questo libro - "divennero un tale tormento che decisi di trascurare ogni altra attività e raccontare ciò che perfino nel sonno occupava la mia memoria. Il libro mi costò due anni di lavoro e infine raggiunsi lo scopo: ...mi ero liberato da un'ossessione e non fui più molestato dai personaggi né dagli incidenti che li concernevano".
Il romanzo uscì nel 1915 e fu accolto con entusiasmo dal pubblico, a cui Maugham, era già noto come romanziere e commediografo.
Gli elementi autobiografici del racconto destarono un grandissimo interesse e i lettori credettero di scoprire il vero Maugham attraverso Filippo Carey.
Quanto al personaggio di Mildred, nasce anche in me la curiosità di sapere se è vero o inventato.
La perfidia di questa donna sembra a volte superare i limiti del credibile, ma vi è in molte pagine il senso drammatico di un'esperienza realmente vissuta.
Comunque non ha grande importanza che i fatti siano avvenuti come sono stati descritti o stiano stati trasformati dalla immaginazione dello scrittore...., "Schiavo d'amore" è un libro composto con evidente sincerità e ancora oggi lo si può considerare l'opera più significativa dello scrittore inglese.
Maugham ci offre una visione ampia e umanissima di dolorose esperienze.
Per questo la storia di Filippo Carey ci insegna molte cose..., malgrado il pessimismo da cui è pervasa.
La descrizione dell'egoismo umano, della frequente mancanza di carità e dell'ipocrisia non mette però in ombra gli ideali di onestà, di reciproca comprensione e tolleranza che Maugham difende qui e in tutta la sua opera con appassionato impegno.


DUE NOTE SU SOMERSET MAUGHAM

William Somerset Maugham, uno dei maggiori narratori e drammaturghi inglesi contemporanei, è nato a Parigi nel 1874 ed è morto a Saint-Jean-Cap-Ferrat nel 1965.
È considerato uno dei più ricchi scrittori che siano mai vissuti. Si calcola che siano state vendute cinquanta milioni di copie dei suoi libri in tutto il mondo, cui vanno aggiunte le innumerevoli riduzioni teatrali, cinematografiche e televisive. Grazie alla sua attività, gode oggi di un benessere economico non indifferente. Fra le sue proprietà vi è una meravigliosa villa moresca, sulla Costa Azzurra. Ha trascorso gran parte della sua vita viaggiando. Durante la prima guerra mondiale fu inviato in Francia con la Croce Rossa ed entrò anche a far parte dell'Intelligence Service: di questa sua esperienza fece tesoro e più tardi pubblicò alcuni libri sull'argomento. Nell'aprile del 1962, allo scopo di creare un fondo per aiutare i più bisognosi scrittori inglesi, ha fatto vendere all'asta la sua collezione personale di quadri: ha incassato circa un miliardo di lire; il più alto prezzo, ottantamila sterline, fu pagato per un Picasso dipinto sui due lati. Quando compì 88 anni disse che da quel giorno si sarebbe alzato alle 9,30, invece che alle sette, "per abituarsi all'immobilità della tomba".



ALTRE OPERE DI MAUGHAM

Fra gli altri romanzi di Maugham sono da ricordare...

LISA DI LAMBETH - 1897
LA TERRA DELLA VERGINE BENEDETTA - 1905
IL MANTELLO DEL VESCOVO - 1906
IL MAGO - 1908
SCHIAVO D'AMORE - 1915
LA LUNA E SEI SOLDI - 1919
VERTIGINE - 1922
UOMO E DONNA - 1930
PIOGGIA E ALTRI RACCONTI - 1934
RITRATTO DI UN'ATTRICE - 1937
IL RENDICONTO - 1938
VACANZE DI NATALE - 1939
CATALINA - 1948
IL TACCUINO DELLO SCRITTORE - 1949

Le principali opere teatrali sono...
UN UOMO D'ONORE - 1903
IL CIRCOLO - 1921
AD EST DI SUEZ - 1922
IL FILO DEL RASOIO
I NOSTRI MIGLIORI - 1923
CARTE IN TAVOLA - 1923
VITTORIA - 1923
GRAN MONDO - 1923
LA MOGLIE FEDELE - 1927
COLUI CHE GUADAGNA IL PANE - 1930


VEDI ANCHE ...

IL FILO DEL RASOIO - William Somerset Maugham

IL VELO DIPINTO - William Somerset Maugham


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